sabato 31 dicembre 2016

A tutto vapore verso il 2017!


Ancora un giorno e passeremo al 2017.
Con quest'ultimo articolo di dicembre volevo aggiornarvi sulle ultime novità, tecniche e meno, del blog. In primo luogo, effettuerò un restyling nei prossimi giorni. Cercherò di alleggerire la struttura delle Cronache, perchè sono il primo che la trova “pesante” da caricare sui browser. Non ho idea di come sia la situazione su Internet mobile, perchè non ho un cellulare di ultima generazione (lo so, sono un dinosauro). Dalle anteprime sul layout scompare la colonnina a destra, per cui aggiungerò probabilmente una pagina con tutti i link sotto il titolo. L'ho voluta a lungo evitare perchè visivamente “ingrassa” molto l'aspetto di un sito. Ho deciso di mettere in evidenza i nuclei argomentativi del blog, anziché la tipologia: piuttosto che “Libri”, “Tolkien”: quindi libri, di Tolkien, videogiochi su Tolkien, fumetti su Tolkien, saggistica su Tolkien... Mi sembra un modo coerente di procedere, dal carattere transmediale com'è sempre stato di Cronache Bizantine.

Se dobbiamo usare delle parole chiave, per il blog ci concentreremo sulle seguenti: Giappone (moderno e contemporaneo) – Asburgo (storia) – J. R. R. TolkienH. P. LovecraftSteampunkAlan Moore – Horror e Fantascienza (uniche etichette “generali”).

Per chi gli fosse sfuggito, ho aperto una pagina Facebook del blog:


So che mi sto dando la proverbiale zappa sui piedi, ma mi rifiuto di consigliarla a caso a tutti gli amici indiscriminatamente o di chiedere di fare lo stesso a chi l'abbia già “piacciata”. Una pagina funziona se chi la frequenta è interessato ai suoi argomenti e attivamente li legge e li commenta: non me ne faccio nulla, assolutamente nulla di “mi piace” messi tanto per. E so che dopo averla aperta da qualche giorno, una ventina di mi piace sono pochi. A quanto pare le mie trecento visite giornaliere sul blog non è di gente che frequenta i social e non posso che rallegrarmene. O forse sono solo visite casuali. Chissene. Ho aperto questo blog perchè adoro scrivere, non per generare “massa” o perseguire fama. 
I blog, per chi vuole scrivere qualcosa di più di un paio di frasi polemiche sui social, gli offrono ancora uno spazio in cui non c'è attesa, tra la scrittura e il tasto “pubblicare”: scrivi – aggiungi le immagini – pubblichi. Nessun dio, nessun padrone, nessun intermediario: ci sei solo tu.

Come avevo fatto a dicembre 2014, ho recuperato questa vecchia immagine della rivista Heavy Metal per annunciarvi nel dettaglio cosa intendo scrivere:

venerdì 30 dicembre 2016

Libri/videogiochi/film in attesa per il 2017, tra fantasy e steampunk


Con quest'articolo, vorrei raccogliere qualche titolo bizzarro che aspetto di vedere nel 2017: film horror e/o fantasy, indie o finanziati via kickstarter, un videogioco polacco e tanto altro.
Considerate questo post come un cestone pieno di roba alla rinfusa, dove curiosare alla ricerca di che cosa preferite. Lì fuori è pieno di liste della spesa su cosa più ci si aspetta di vedere/leggere/giocare nel 2017, ma sono classifiche copia-incolla, di roba che già conosciamo.
Magari, perchè non commentate qui o sulla pagina facebook quale film/libro/fumetto/videogioco siete più curiosi di provare? Sono sicuro di essermi dimenticato di parecchia roba che dovrebbe uscire nel 2017, anche al di fuori del solito mainstream...

Iniziamo con i libri, dove in realtà non vi sono molte anteprime: l'unica che mi viene in mente, in riferimento ai libri di fantascienza e fantasy in uscita nel 2017, è Zona 42.

A Stranimondi avevano annunciato l'uscita di Elysium, romanzo di Jennifer Marie Brissett, con traduzione di Martina Testa (Jonathan Lethem, David Foster Wallace, Jennifer Egan).
E' un romanzo con protagonista un'intelligenza artificiale che narra una storia d'amore in un mondo post apocalittico. Il romanzo ha ricevuto una menzione al premio Philip K. Dick e un'entusiasta recensione di Paul di Filippo.

Se Elysium è programmato per gennaio, a primavera dovrebbe uscire Lagoon, romanzo di Nnedi Okorafor, vincitore dei premi Hugo e Nebula. Il romanzo narra dell’arrivo di una nave aliena nei pressi di Lagos, in Nigeria, e delle conseguenze drammatiche di questo primo contatto per la popolazione della città. I tre protagonisti della storia si ritroveranno coinvolti in una serie di avvenimenti che cambieranno profondamente la loro vita e la storia del mondo che li circonda.
Gli autori al di fuori dell'area europea/anglosassone finora mi hanno profondamente deluso per ingenuità e mancanza di stile, quindi spero che il nigeriano “spezzi” il trend.

Sempre con firma Zona 42, dovrebbe uscire un'antologia curata da Giorgio Majer Gatti, l'ex della rivista Parallaxis. Nell'ambito dei progetti minori, Jacopo Berti dovrebbe curare per Zona 42 un testo di fantascienza ottocentesca triestino, che andrebbe recuperato e riproposto come scientific romance. Non ho idea di cosa si tratti, ma essendo anch'io di Trieste, sono moderatamente curioso. Sembra che il progetto Vekkiume di Vaporteppa generi imitatori...

giovedì 29 dicembre 2016

Rivoluzione steampunk dalla Francia con "April and the Extraordinary World"


Sull'orlo della guerra franco-prussiana, un agitato Napoleone III visita i suoi laboratori, dove lo scienziato Gustav Franklin sta lavorando a una razza di invincibili supersoldati. Disgustato dalle mostruosità che lo scienziato ha creato, Napoleone spara e per errore causa un'esplosione che lo uccide: il successore di Napoleone III, un brufoloso giovinetto, si affretta a fare la pace con la Prussia. La dinastia, evitata perciò la sconfitta militare e la successiva Comune rossa, può continuare a regnare.

Nel frattempo, nei sessant'anni successivi, tutti gli scienziati più intelligenti del mondo, da Einstein a Fermi, vengono misteriosamente rapiti da una sconosciuta organizzazione; come conseguenza, il progresso tecnologico si arresta. Sembra, a tutti gli effetti, che chiunque faccia una nuova scoperta nella tecnica o nella scienza in generale, venga ucciso o scompaia senza lasciare traccia.

Privato di elettricità, motori a scoppio, radio, televisione, aerei ecc ecc il mondo non può che risolversi a usare il vapore: dopo anni di sfruttamento senza sosta, dal carbon fossile si passa al carbone di legna e lentamente l'Europa si spopola in una landa desolata, dove l'umanità si raccoglie dentro città sempre più sporche e inquinate.
Nel 1931, l'Impero di Francia muove guerra alle foreste vergini del Canada, difese dall'Impero Britannico. I pochi scienziati rimasti, non particolarmente brillanti, si limitano ad applicare il vapore su larga scala, tra teleferiche, automobili e automi.

Intanto, a Parigi, il figlio ormai anziano del Gustave Franklin ucciso nell'esplosione, ProsperPop”, il nipote Paul, la moglie, Annette, e la loro figlia bambina, April, lavorano in segreto su un siero che dovrebbe dare l'immortalità: le loro scoperte nel campo della chimica hanno già donato la parola al gatto di April, il sornione Darwin. Proprio quando sembra che stiano per perfezionare il siero, la polizia imperiale li scopre. Il nonno Pop riesce a fuggire, April viene catturata, mentre Paul e Annette vengono rapiti da un congegno volante mimetizzato da nuvola in tempesta.


mercoledì 28 dicembre 2016

The Shadow Planet: A nightmare in space!


Dopo il mistero del primo capitolo, A message from the dead, le vacanze natalizie ci regalano il secondo numero dell'avventura spaziale della saga Shadow Planet, A nightmare in space. 
Se non avete ricevuto l'email e siete tra i backers, si può scaricarlo dal sito, accedendo all'area riservata dopo adeguata registrazione.
L'esclamativo in calce a ogni titoletto, così come la scelta dell'inglese comunicano anche prima delle immagini il carattere -retrò del fumetto, mirato in modo esplicito a rileggere in chiave horror le avventure spaziali degli ingenui anni '50 e '60 (Pianeta Proibito, tra tutti). 


martedì 27 dicembre 2016

Alien: Covenant - intervista a Katherine Waterston (traduzione)


Una citazione di Moebius
nel nuovo trailer
Il nuovo Alien: Covenant sta al primo Alien, come Star Wars: Il risveglio della forza sta a Star Wars: Una nuova speranza.
Un anno fa, quando usciva Star Wars Episodio VII, era una delle critiche più frequenti: il film, nel bene e nel male, era una citazione post moderna dell'originale primo episodio.
La Morte Nera, l'attacco finale, le mille e mila citazioni... sembrava davvero che JJ Abrams avesse compilato una tabellina con gli elementi del primo film, premurandosi di metterli tutti. Sono dell'idea che un regista dovrebbe in primo luogo rendere propria l'opera, non importa quanto grande sia il franchise o l'opera “prima”. JJ Abrams al contrario si era preoccupato più di accontentare i suoi fan pignoli, piuttosto che di dare la sua impronta personale al film.
Per come si proponeva, Episodio VII era più un reboot che un sequel. Questo non vuol dire fosse un cattivo film, anzi l'avevo largamente apprezzato per i personaggi, che non hanno ad esempio confronto con l'apatia di Rogue One. Episodio VII, nonostante una sceneggiatura assente, è un film divertente; Rogue One, nonostante una sceneggiatura “dignitosa” (per la saga) è un film noioso.

Dopo aver rivisto una decina di volte il trailer di Alien: Covenant ho deciso che il nuovo film di Ridley sarà questo: una versione alleggerita, da b-movie se volete, del primo Alien.
E' un male? Ovvio che no. Un film della saga di Alien è sempre stato un film interessante; sì, persino quell'orrore ibrido che era Alien 4. Allo stesso modo, anche i peggiori film di Ridley Scott sono di solito guardabili. Le Crociate, nonostante sia un film storicamente inesatto e con un messaggio di fondo oggigiorno ridicolo, mantiene una scenografia e sopratutto una regia notevole, insuperata nell'ambito dei film sul Medioevo. The Counselor, che avevo giudicato spazzatura all'uscita del film, si sta rivelando un whisky di quelli gustosi, che più invecchia più diventa buono. Sì, lo sappiamo che Ridley non è al top della forma da tanto, troppo tempo: bisognerebbe però anche ammettere che i suoi ultimi film sono ingiustamente massacrati da una critica che non li rovina perchè “brutti” film, ma perchè diversi dai suoi capolavori degli anni '80.
Quindi, vedremo. JJ Abrams lavorava su materiale altrui, Ridley lavora su una sua creatura (letteralmente). Questo genere di esperimento può andar bene, come nel caso di Mad Max, o fallire orribilmente, com'è stato con Prometheus. In generale è meglio mantenere lo stesso regista, che gli stessi attori, per quanto sembri contro intuitivo.

lunedì 26 dicembre 2016

Paradox, di Massimo Spiga: fantascienza alla Burroughs


Città Vecchia è un sobborgo anni '60, una sterminata distesa di cemento, delinquenza e droga partorita dal boom economico e abortita nei decenni successivi. Perla, una ragazzina sveglia nata nel posto sbagliato al momento sbagliato, gestisce una peculiare famiglia di tossici e ubriaconi, dal padre Zappa al fratello Taglierino. Il suo unico segreto è l'apparizione, una volta all'anno, del Cubo, un impossibile poliedro alieno invisibile a tutti... tranne che al suo migliore amico, Tao, un barbone ex '68 decisamente sciroccato. 

La vita di Perla, dall'adolescenza del 1999, alla vita alle superiori, all'abbandono alla droga a vent'anni è scandita dalle regolari apparizioni del Cubo: all'interno, Perla vi comincia a scorgere due figure, di cui l'ultima, umana, in fuga da un'altra, chiaramente mostruosa

A 28 anni, 2013, il Cubo non scompare, ma raggiunge la sua destinazione definitiva: l'artefatto di origini aliene letteralmente esplode nella borgata. Dalle ceneri cosmiche della strana apparizione fuoriescono i due esseri intravisti all'interno: si tratta di “Giallo”, guerriero alieno corpulento e iracondo e “D”, Gatto dei Portali, un umano joker viaggiatore del tempo. 
Novella Alice nel Paese strafatto di Oz, Perla è condotta da Gatto a scoprire un mondo di lotte cosmiche e conflitti fantascientifici, dove ogni cosa va ricondotta a un'unica primitiva antitesi: Ordine contro Caos, Legge contro Libertà

venerdì 16 dicembre 2016

"Steampunk!" Antologia di VanderMeer (Elara)


E' pieno di antologie steampunk lì fuori, tra le quali non brilla certo la qualità, che per altro è piuttosto rara in questo genere. “Steampunk!” a cura della coppia Jeff e Ann VanderMeer è una raccolta che si vuole proporre come base del genere, sia dalla sua nascita che all'attuale seconda ondata in coincidenza col millennio (diciamo fino al 2007/10). L'edizione (solo cartacea) della Elara Edizioni offre più di 400 pagine di bontà steampunk, spaziando tra racconti di ogni genere, dai frammenti di romanzi, alle novelle, alle storie autoconclusive. Un insolito, ma benvenuto apparato saggistico apre e chiude il volume, dando il via a un ottimo incipit con la storia della fantascienza vittoriana ad opera dell'insostituibile Jess Nevins

Ero un po' indeciso se l'acquisto a Lucca Comics fosse davvero servito, tant'è che nelle poche pagine di apertura VanderMeer dimostra di non capire nulla di steampunk, com'è in effetti prevedibile da una persona che francamente considero sempre di più un abile showman, piuttosto che uno scrittore autentico. Per sedici euro i suoi soldi l'antologia comunque li vale, anche se in coda alla recensione ho scelto di compilare una lista dei racconti da leggere e quali invece saltare senza pensarci troppo, sia perché non centrano nulla con lo steampunk, sia perché francamente scritti male. Torneremo invece sullo Steampunk nella definizione di Jess Nevins in un altro articolo, anche se al momento non resisto a lasciarvi comunque con questo passaggio: 
Ma gran parte della seconda generazione steampunk non è vero steampunk, ha ben poco se non nulla di “punk”. Le idee politiche della posizione “punk” sono in gran parte scomparse dalla seconda generazione steampunk, che in maggioranza potrebbe essere descritta più precisamente come “steam sci fi” o, seguendo John Clute, “gaslight romance” (“romance” con lampioni a gas). Gli autori delle Edisonate avrebbero odiato la prima generazione steampunk, ma avrebbero approvato la seconda generazione steampunk, con le sue macchine a vapore usate contro i nativi americani nel Western, e macchine da guerra a vapore usate al servizio dell'esercito britannico alla conquista di Marte. 

lunedì 28 novembre 2016

"Signori dei tetti": il libro dei gatti, di H. P. Lovecraft (Il Cerchio)


Questo libriccino mi aveva sempre affascinato dalla prima volta in cui mi era capitato di sentirne parlare: ho sempre usato l'esempio di Lovecraft amante dei gatti nelle conversazioni con chi lo conosceva poco o male, per evitare il circolo vizioso dell'autore horror-razzista-conservatore. Gli racconti di come Lovecraft fosse rimasto un'intera notte sveglio in poltrona per non disturbare un gattino che gli si era addormentato in grembo e... magia, se non hanno un cuore di pietra, o non sono dei cinofili, lo troveranno subito più simpatico. I gatti sono sempre ottimi per “rompere il ghiaccio”, non importa quanto algida sia la persona con cui state conversando.
E rimane un episodio commovente, davvero toccante: un bel tributo della gentilezza che Lovecraft dimostrò sempre verso amici, umani e animali, che avvertiva artisti in lotta contro la bruttura del mondo moderno.

Originariamente pubblicato nel 1995, a cura di Gianfranco de Turris e lo scomparso Claudio De Nardi (con bibliografia e note dell'immancabile Pietro Guarriello), Il libro dei gatti è una raccolta di 168 pagine su ogni saggio, lettera e racconto che Lovecraft abbia mai dedicato ai suoi amici felini.
La nuova edizione, del 2012, amplia il materiale di partenza, lo compatta, aggiunge una lettera-commiato di Claudio De Nardi, illustrazioni originali, oltre a commenti, analisi, saggi...
Nonostante l'argomento di partenza possa sembrare ristretto e per certi versi “volgare” (ah!), lo studio è condotto con una tale serietà e una tale attenzione da non sfigurare affatto di fronte a compagni più blasonati sullo stesso filone.

mercoledì 23 novembre 2016

No, Sapkowski non odia i videogiochi


La polemica contro Sapkowski come ingrato hater dei videogiochi non è nuova. Già qualche anno fa, Sapkowski veniva assalito da diversi giornalisti per il suo tono condiscendente verso i videogiochi tratti dalla saga dello witcher. In effetti, gran parte delle sue interviste tendono a devalutare sia quanto scrive, che lo stesso mestiere di scrittore fantasy. Una certa umiltà e un certo trollaggio verso alcune domande l'hanno reso inviso a chi vorrebbe avere l'ennesimo bellimbusto pronto a cavalcare l'onda di un successo inaspettato:
Chiariamo una cosa: non condanno niente o nessuno.
Sono uno scrittore, non un predicatore o un commentatore sociale.
(Intervista SugarPulp)

Sapkowski ha sempre dichiarato di scrivere per divertimento e passione personale, di aver scelto di dare una sessualità ai suoi personaggi non perchè pruriginoso, ma per aumentare il realismo, e di non usare assolutamente alcun sottotesto. Scrive quello che scrive: non c'è da cercare altro. Affermazioni esagerate, ma certamente preferibili all'attuale moda di chi vorrebbe fare lo scrittore senza scrivere, volendo del “mestiere” avere solo l'atteggiamento esteriore.
Che consigli daresti a un aspirante autore di romanzi fantasy?Fai qualcosa di utile... qualcosa come il meccanico. Cambia professione!
(Intervista MangiaLibri)

A ottobre e di recente nuovamente su Orgoglio Nerd, la polemica è rispuntata: Sapkowski, stando alle disinformate e orribilmente tradotte dichiarazioni dei giornali, avrebbe addirittura insultato gli sceneggiatori dello Witcher 3, spargendo letame su tutti, developer e giocatori.

Ovviamente, la notizia era falsa. E lo ripeto, nel caso vi sia sfuggito: la notizia è falsa. Non è
Sapkowski ACCETTA le opinioni di tutti^^
imprecisa, o esagerata, è inventata a tavolino. Chiunque la citi e la condivida come vera, come ha fatto Orgoglio Nerd, sta mentendo ai suoi lettori. Non un bel comportamento, che spero un semplice errore senza malafede. La pagina Facebook di Witcher Italia ha riportato la notizia con maggiore professionalità, linkando invece una fonte affidabile, ovvero la traduzione dall'originale polacco di cosa davvero avesse detto Sapkowski. Considerando che nessun'altro l'ha fatto, ho deciso di tradurla dall'inglese all'italiano, sperando così di dimostrarvi che no, Sapkowski non odia i videogiochi, semplicemente non gli interessano. E quanto al suo disprezzo verso i tie-in dai videogiochi, mi dispiace dirlo, ha perfettamente ragione: si tratta, molto banalmente, di una questione di reputazione professionale.

Si può criticare Sapkowski per molte cose, dalla scrittura legnosa, all'atteggiamento scontroso, a un modo di fare all'antica. Certamente però non è una persona che sputi nel piatto in cui mangia, ecco. Per altro era un autore famoso nell'Europa dell'Est già prima dell'avvento dei videogiochi, per tutti gli anni '90. In molte interviste racconta di come l'avvicinamento (momentaneo) della Polonia alla Russia abbia permesso di vendere le sue opere in russo, rendendolo oltremodo conosciuto, ben prima di The Witcher 1. E in barba chi vorrebbe essere famoso a diciassette anni, è diventato uno scrittore affermato a quaranta: una delle vere bellezze del saper scrivere è come sia trans generazionale, senza limitarsi ai “giovani”, nonostante gli strenui sforzi dell'editoria “chic” degli ultimi anni, qui e oltreoceano.

lunedì 21 novembre 2016

La bella vita del legionario: Giochi Africani, di Ernst Junger


Giochi Africani, di Ernst Junger, è forse una delle sue opere più leggibili.
Heliopolis è una distopia raffinata, ma decisamente invecchiata cogli anni – lo scienziato alla Steve Jobs è un italiano, per dire – mentre Boschetto 125 è una versione letteraria e pesante delle Tempeste d'acciaio: al contrario Giochi Africani è un vero romanzo, che possiamo rintracciare al genere picaresco. Il nostro protagonista, un alter ego di Junger, è uno studente di sedici anni appassionato di romanzi d'avventura e storie di esplorazione in Africa. Il suo passatempo preferito consistere in leggere, leggere e leggere, immedesimandosi nei protagonisti di queste dime novels di inizio '900. Quando coltivare queste perversioni letterarie non basta più, decide di sfruttare la retta annuale del collegio per fuggire dalla famiglia, comprarsi una pistola e viaggiare in Francia a Metz, con la confusa idea di arruolarsi nella Legione straniera.
La realtà del colonialismo francese e del Marocco in particolare si rivelerà ben'altra cosa...

venerdì 18 novembre 2016

Sull'elezione di Trump e su Obama "santo peccatore"


L'elezione di Trump, per quanto inaspettata, non era impossibile: era successo lo stesso con Al Gore e Bush junior a inizio '2000; aspetto interessante, anche Bush aveva dichiarato all'inizio della sua legislatura, prima dell'attentato dell'11 settembre, di voler fare una politica isolazionista.

A stomaco, non penso che Trump si rivelerà diverso da uno dei tanti, tantissimi repubblicani arrabbiati”: in linea di politica estera è legittimo sperare in una collaborazione con la Russia in Siria, in politica interna riempirà di spazzatura religiosa e anti-evoluzionista i programmi delle scuole, con il rischio d'avere Ministro dell'Istruzione Ben Carson, candidato che all'elezione, è bene ricordarlo, era fermamente convinto che le piramidi fossero “depositi per il grano”.

“The Wall”, di Peter Kuper, dall'Heavy Metal Magazine del Luglio 1990

martedì 15 novembre 2016

Trieste Fumetti per Gioco 2016, impressioni a caldo


Sabato scorso sono riuscito a fare un salto (sull'autobus e di gioia) per visitare Fumetti per Gioco 2016. Per chi non è di Trieste, si tratta di una fiera di appassionati, organizzata dal 2009, dedicata in primis ai fumetti e in secundis a tutto quello che li accompagna, ovvero l'inesorabile seguito di giochi da tavolo, di miniature, di carte, per non citare il mondo dello spettacolo per i nerd,  ovvero cosplay e youtubers

C'ero stato per l'ultima volta nel 2013, quando la Fiera era ancora alle Torri, nel “cerchio” di bancarelle intorno al secondo piano e in un paio di stanze buie affittate ad hoc. Che dire... tentativo apprezzato. Non oso immaginare quale incubo burocratico sia gestire con pochi, se non inesistenti fondi, un'attività del genere: diciamo che non vorrei essere nei panni (nelle tasche?) degli organizzatori. All'epoca era piacevole vedere qualche cosplay e dare un'occhiata “tanto per” agli stand dei fumetti. 

Se v'interessa, ho già pubblicato un reportage “formale” su Trieste All News; quelli che seguono sono invece appunti alla buona, riflessioni a caldo post manifestazione. 

Uberfranz, Foto di Roberto Srelz

venerdì 11 novembre 2016

Harry Potter e la maledizione delle tasse da pagare


Harry Potter, invecchiato, è ora capo dell'Ufficio Applicazione Legge sulla Magia, del Ministero. In altre parole ha fatto carriera nello stato, ha seguito un percorso burocratico: va a merito delle istituzioni inglesi come questa scelta non sembri ne arrivismo, ne carrierismo statale. Ron Weasley ha sposato Hermione, Ginny ha sposato Harry. Il figlio di Harry, Albus, è al primo anno della scuola di Hogwarts. Sul treno, ancora una volta che non suoni ridicolo è una prova della bontà dei treni inglesi, del binario 9.45 incontra un fragile ragazzo con cui stringe subito amicizia, Scorpius. Maliziosi che non siete altro, non è un riferimento al nostro Skorpio, ma il nome del figlio di Draco Malfoy, ora redento dal suo passato oscuro. Le cose si mettono difficili già dalle prime pagine; al momento dello Smistamento, il Cappello Parlante designa per Albus la casa di Serpeverde. Harry è incredulo, suo figlio pure: l'amicizia nata con Scorpius attenua il trauma di una scelta che sembra decisamente sbagliata. E' la prima incrinatura di una crisi tra padre e figlio. Albus, si scopre, non è affatto bravo a volare sulla scopa, non s'impegna a lezione e coltiva un cinismo decadente. Il vincitore di Voldemort e il suo inetto figlio sono peraltro perseguitati dallo spettro della morte di Cedric Diggory, al Torneo Tre Maghi. Uno splendido giovane, morto innocentemente per consentire alla risurrezione del Signore Oscuro nel quarto numero della saga. La consapevolezza, il peso di quella morte è tale da schiacciare Albus e a spingerlo, assieme al fedele Scorpius, a viaggiare indietro nel tempo. L'obiettivo è usare una GiraTempo, sabotare il Torneo e salvare Cedric... tutto allora si aggiusterà. Diventeranno eroi come il padre e i suoi amici, verrà rimesso a Grifondoro e riuscirà a dare una svolta a una vita altrimenti inconcludente. 
Ovviamente, come sanno i miei lettori appassionati di Ritorno al Futuro, non si dovrebbe mai pasticciare con il passato, nemmeno con le più buone intenzioni. I corsi e ricorsi nel tempo di Albus e Scorpius causano un disastro dopo l'altro, svelando nel frattempo un'oscura congiura che minaccia di vanificare quanto è stato raggiunto con gli oltre sette libri della Rowling.

Per poter recensire Harry Potter e la maledizione dell'erede occorre prima di tutto liberarsi da certe bugie suscitate ad arte dal marketing. Non è, ad esempio, un seguito dei romanzi della Rowling. Non è l'ottavo libro della saga e non è neppure un romanzo. E' la messa su carta della sceneggiatura teatrale per l'omonimo spettacolo di un anno fa al Palace Theatre. In altre parole, è un'operazione di riciclo: è una storia che circola già da un bel po' in Inghilterra, su cui la Rowling non ha versato una goccia d'inchiostro e il cui reale autore è Jack Thorne. Questo malinteso costituisce sia il maggior difetto che la miglior difesa per l'opera in questione.

mercoledì 9 novembre 2016

I miei due cent sul Trieste Science+Fiction


Trieste Science+Fiction è sempre un'esperienza frustrante, anche se mai per colpa del Festival.
Ogni anno mi riprometto infatti di seguire ogni film, di attendere ogni proiezione e di incontrare i lettori del blog triestini (cioè, Lorenzo Davia e Matteo Poropat). E puntualmente mi ritrovo esausto dal Lucca Comics, o come nel caso in oggetto, con un esame da preparare.

/Inizio Digressione
Se vi lasciano usare il dizionario di latino alla prova di accesso alla Scuola di Archivistica, non lasciatevi ingannare: ogni singolo verbo, avverbio, aggettivo, nome sarà squisitamente medievale e pertanto irreperibile sul vostro ciceroniano tomo. E quando sarà più necessario, il dizionario medievale sul tavolo degli esaminatori sarà monopolizzato dallo scricciolo di una latinista nervosa o da un pensionato che vuole superare qualcosa che non dovrebbe superare 
Fine Digressione/


venerdì 4 novembre 2016

Santuario, di Xavier Dorison e Christophe Bec (Mondadori Comics)


Lovecraft non dovrebbe ricevere l'attenzione che riceve oggigiorno: come autore funziona quando rimane all'angolo della vista, come un'ombra malevola, una presenza colta con la coda dell'occhio. Una produzione lovecraftiana troppo consapevole di esserlo, troppo incentrata sui miti e sui mostri rischia di risultare nel migliore dei casi un pastiche, nel peggiore un'involontaria satira.
Senza dubbio Xavier Dorison aveva in mente il solitario di Providence quando scrisse l'allucinata sceneggiatura per Santuario, con l'aiuto del disegno illustre di Christophe Bec. Le vignette a tutta pagina del “Santuario”, il modo spettrale con cui agita e trascina la storia, il gusto per l'architettura ciclopica: tutto denota una piena comprensione del cosmico senso dell'orrore che bene conosciamo.
Eppure Santuario non viene etichettato come un fumetto lovecraftiano, ma semplicemente come un buon thriller/fantascienza/horror. E va benissimo così: si apprende la lezione dai grandi e si va avanti, cercando di creare qualcosa d'originale, non d'imitarli pedissequamente. 
Lo stesso vale per Tolkien e il Fantasy.

martedì 1 novembre 2016

L'ultima fiera: Lucca Comics 2016


Domenica sera sono tornato, felice e un po' stressato, dal Lucca Comics, dopo un giorno di viaggio (giovedì), due giorni di fiera (venerdì e sabato), un viaggio di ritorno (domenica).
I reportage, specie per le Convention e le Fiere, funzionano se scritti sull'onda del sentimento, immediatamente: quando ancora l'argomento interessa e c'è abbondanza di reduci dall'evento ansiosi di leggere qualcosa che li consoli dalla depressione mestruale post Lucca Comics.
Tuttavia, mi trovo un po' al bivio, perchè al momento non so bene cosa pensare di questo Lucca Comics 2016. Di solito si tende a uscire da queste Fiere così “muscolari” per quantità (di persone) e qualità (della robba) con un sentimento chiaro e preciso, di solito un entusiasmo incondizionato, o una cocente delusione. Purtroppo, nel mio caso, non riesco a rappezzare insieme i diversi sentimenti sulla Fiera: è la prima volta in cui mi viene da scrivere che vi sono state parti interessanti, parti orribili e parti noiose. Insomma, mi manca la sensazione di un'esperienza complessiva. 
Come domando a chi faccio da guida turistica “non so se rendo l'idea, ecco”

Crash Bandicoot!

lunedì 24 ottobre 2016

Ritorno al futuro: Lucca Comics nel 1980


Moebius secondo Rick Veitch
Una delle lamentele che sento di più a proposito del Lucca Comics non è la mancanza di spazio, o l'invadenza dei cosplay, quanto la progressiva scomparsa dei fumetti. La fiera, dagli esordi a fine anni '70, si è certo ingrandita a dismisura, ma diluendosi sempre più, perdendo quel suo carattere di fiera del fumetto per appassionati che aveva agli esordi.

In realtà è un problema relativo. I collezionisti di fumetti, gli aficionados dei comics hanno oggigiorno strumenti migliori di Lucca; fiere specializzate apposta, sia sul territorio nazionale che all'estero; Ebay; gruppi di scambio; Amazon; fumetterie locali; fumetterie da supermarket; e così via. Dall'altro, diversificare Lucca Comics passando ai Games, alla Japan Town, ai cosplay, ha permesso di attirare anche lettori comuni, cittadini incuriositi dall'ambiente. Considerando come i numeri di fumetti venduti siano oggigiorno bassissimi – mai quanto i romanzi, ma comunque molto bassi – non possiamo certo permetterci di fare gli elitari, di avere la puzza sotto il naso. Io stesso, al di fuori di Alan Moore, sono un lettore di fumetti occasionale: non sopporto i supereroi, sopporto a stento i fumetti comici, ho letto troppo Zio Paperone da piccolo per leggere con incredibile faccia tosta “Topolino”, come fanno molti universitari. Eppure, al Lucca Comics scopro sempre autori che non conoscevo e cerco sempre di provare dei fumetti nuovi, rischiando a volte una delusione, ma scoprendo spesso nuovi generi e nuovi disegni a cui altrimenti non mi sarei nemmeno avvicinato con una pertica. Tuttavia, come per me e come per tanti altri “saltuari” lettori, i fumetti sono solo una parte della Fiera; uno dei tanti ingranaggi di una catena di trasmissione che non deve dimenticare le altre sue rotelle, siano i concerti geek, le sfilate, le anteprime dei giochi da tavolo, le infiltrazioni videoludiche nel padiglione Games ecc ecc Le si può disprezzare, ma sono anch'esse parti fondamentali. In piena sincerità, se il Lucca Comics fosse soltanto una fiera di fumetti, o di romanzi di genere, non verrei, perché quanto cerco è l'atmosfera complessiva di più e più fattori, non la ricerca economica di un dato acquisto, sia un albo fumettoso o un romanzo fuori edizione.

venerdì 21 ottobre 2016

I miei due cent su Donald J. Trump


L'atteggiamento di Roosevelt nei confronti dell'Unione Sovietica era piuttosto arrendevole, questo lo sappiamo tutti. Stretto tra le due potenze, Churchill si sentiva come la Polonia in un conflitto globale. Come ogni politico abile, Roosevelt considerava l'Unione Sovietica uno stato con cui trattare, concludere accordi e poter ragionare: una potenza bruta, un po' stupida, sgradevole, ma dallo status diplomatico riconosciuto. Dall'opposizione politica all'opposizione ideologica si passa dapprima con Truman e non si tratta necessariamente di un passaggio obbligato. La guerra fredda non era inevitabile fino a quel punto; la tensione post conflitto avrebbe potuto allentarsi, pur con l'ipocrisia della realpolitik. Sono anni di ricostruzione post bellica e di finanziamenti ingenti all'Europa. A retrospezione, è incredibile quanto riuscisse a ottenere la Russia in popolarità con il minimo sforzo, e all'opposto quanto l'America faticasse a imporsi con le più esagerate elargizioni.
Il clima di continuo scontro con il gigante russo, la guerra ideologica per convincere il popolo americano che ci fosse un nemico ineliminabile, inumano e mostruoso al di là della cortina di ferro deve aver lasciato le sue belle cicatrici anche nelle generazioni più recenti. Il crollo del muro risale a neanche trent'anni fa, siamo ancora dentro generazioni su generazioni di menti addestrate a concepire l'est come un'orda mongola pronta a invaderli. Psicologicamente, in Europa, l'abitudine mentale a vedere nell'America la salvezza sempre e comunque rimane molto forte. L'immagine è positiva, magari incrinata dagli ultimi dieci anni di totale incompetenza, ma pur sempre positiva. Non mi sto riferendo a vegliardi, a reduci, a pensionati, ma semplicemente a persone che vivevano negli anni '70 e '80 la loro giovinezza.



lunedì 17 ottobre 2016

Alyssa Wong, Sirene e Figlie Fameliche


Ho un pio desiderio: leggere articoli sugli scrittori dove effettivamente si parli di cosa scrivano e non ci si limiti a postare una frase di circostanza, due paroline sulla sua vita privata e una marea di fotografie fotogeniche. Scrivo questo perchè tale è il caso di Alyssa Wong, autrice horror filippina di cui tutte le anteprime italiane si limitavano a menzionare le origini “esotiche”, sottolineate dall'altrettanto esotica apparenza (in realtà, a riprova dello stereotipo, io pensavo fosse koreana).
Siamo qui in presenza della stessa tattica adoperata per Sapkowski e gli scrittori dell'Est Europa; quanto costituisce una caratteristica personale dello scrittore, una sua virtù di persona, diventa invece attributo di un popolo intero. Sapkowski scrive in quel modo pertanto non perchè scrittore, ma perchè polacco; Alyssa Wong scrive quel tipo di horror non perchè sia originale, ma perchè filippina... e si potrebbe andare avanti a lungo, specie con gli orientali. Proprio ieri leggevo sulla bacheca facebookiana di un amico definire gli abitanti di Tokyo “tokyoites”, con una descrizione tale da rivaleggiare con gli alieni della fantascienza. Eppure le caratteristiche rimproverate a Tokyo non erano minimamente originali, si trattava di semplici attributi di ogni metropoli, come può essere New York, Parigi, Berlino. Usare però l'espressione “tokyoites” permette di isolare il soggetto, rinchiuderlo dentro un'aura esotica.

venerdì 14 ottobre 2016

La maschera di Musashi


Junger racconta nel suo diario come, quand'era giovane, il mondo del romanziere russo Tolstoj gli sembrasse reale quanto il nostro: negli anni vissuti nell'ozio dell'intellettuale in seguito alle ferite nella Grande Guerra, aveva acquisito quest'abitudine mentale; i personaggi, gli ambienti e i “tipi” descritti da Tolstoj gli balzavano di fronte agli occhi di continuo, confondendo reale e narrativa.

Questo bagaglio di riferimenti, di ricostruzione che oggi definiremmo “virtuale”, era possibile solo per l'ampiezza stessa dei mattoni romanzi russi: oggigiorno risulterebbe impensabile. E' interessante, a questo proposito, come sia divenuto un complimento definire un romanzo “leggero”, in allegra compagnia con aggettivi leopardiani come “vago”, “impalpabile”, “si legge velocemente”, “agile” ecc ecc La povertà, se non l'assenza, delle descrizioni nelle opere attuali impedisce di citarle, di vederle nel reale; l'operazione compiuta da Junger fallisce miseramente. Per altro, saltare le descrizioni per lasciar tutto all'immaginazione del lettore presuppone che il lettore abbia fantasia, cosa tutt'altro che scontata...

venerdì 7 ottobre 2016

Fosco Maraini, Ore giapponesi


Non so da dove derivi quest'idea che il popolo italiano sia esperto di cose giapponesi. Certo, per carità, siamo stati con la Francia all'avanguardia con gli anime e col riconoscere agli stessi dignità artistica; e sempre assieme alla Francia abbiamo tradotto ed esportato in Europa una larga produzione di fumetti e cartoni, dando loro piena dignità artistica e di adattamento.
E vi sono tratti culturali per certi versi sorprendentemente comuni: la mania di formare grandi conglomerati, il gusto per un etichetta esagerata, il suono stesso della parola, mai aggrovigliata.

Al di fuori di queste coincidenze e di un largo e ampio turismo, non possiamo minimamente paragonarci alla Francia o all'Inghilterra. Accetto nomi di grandi studiosi italiani del Giappone, se ne avete da consigliare, ma è un dato di fatto che ci mancano la traduzione della maggior parte delle opere classiche nipponiche: il romanzo di Genji, ad esempio, è stato interamente tradotto solo di recente e per altro non so se nell'edizione corretta o in una versione romanzata nel giapponese moderno. Così per i 3/4 dei classici letterari giapponesi che non risalgano al secondo dopoguerra. 
Come rilevava Sauro Pennacchioli, persino i manga non sono così ampiamente tradotti come si potrebbe pensare.
Il mondo anglosassone è stato il primo ad approcciarsi alle isole del Sol Levante e mantiene in tal senso il primato di traduzioni, anche a livello raw, incomplete, vecchie, ma pur sempre disponibili.
La Francia ha invece una comunanza artistica, un livello eclettico sorprendentemente simile.

Nel libro di oggi, Ore giapponesi, di Fosco Maraini, l'autore osserva sconsolato come i contatti tra il suo popolo e quello giapponese siano finora stati sporadici e sterili: che il saggio suoni attuale nel 2016, come nel 1956 in cui veniva scritto non è affatto una cosa positiva!

Come definire Ore giapponesi?
L'autore, di professione fotografo, ritorna in Giappone dopo un lungo periodo di assenza. Aveva lavorato sulle isole negli anni '30, venendo poi incarcerato e soffrendo le pene dell'inferno nei campi di prigionia del Giappone più totalitario. Nonostante tutto, Fosco però non è affatto così fosco sul suo destino e quello del Giappone: da ogni pagina trapela infatti l'amore dell'autore per la cultura giapponese.

Si tratta dunque di un diario di viaggio?
Solo in un senso, perché non ne possiede né la brevità, ne completamente il carattere autobiografico.
Si tratta dunque di una guida di viaggio?
Ancora una volta, solo in un certo senso, perché non vi sono espliciti consigli su cosa visitare, nonostante l'autore effettivamente descriva ed elenchi località storiche e templi d'interesse.
Si tratta di un romanzo?
La struttura è quella di un diario, le vicende sono vere, ma la narrazione scorre con alcune incredibili coincidenze. Quindi sì, scorre come un romanzo ben scritto.
Si tratta di un album fotografico?
Domanda bizzarra, ma assolutamente sì! Vi sono numerose immagini, anche a colori nonostante l'anno di fabbricazione del 1956, con alcune gradevoli illustrazioni interne. Certamente il lavoro di Maraini è il fotografo: senza le foto, il pur massiccio testo perderebbe gran parte del suo valore. Nonostante le oltre 500 pagine, ci troviamo davanti a un testo nato come accompagnamento delle fotografie. Le più lunghe didascalie siano mai state scritte, ma pur sempre delle didascalie.

Autunno, incendio di boschi. Momiji in fiore e vecchie lanterne di pietra a Takao, presso Kyoto. 

mercoledì 5 ottobre 2016

Voici. La fantascienza vittoriana di Robida diventa un videogame.


Anno duemila. Ogni promessa dello scientismo vittoriano, del positivismo inneggiante al progresso, dell'arte avanguardista, si è realizzata. I timori, le paure ridicole di una “guerra mondiale”, di un abbrutimento dell'uomo sotto la servitù della macchina si sono rivelate previsioni false, pessimismo di vecchi barbogi. Il duemila è qui, ed è vittoriano.
La città, francese come tutte le belle città, si è elevata in altezza, con guglie, campanili e piattaforme d'atterraggio. Mongolfiere, dirigibili, palloni gonfiabili, aeronavi, blimp, elicotteri monoelica, spirali leonardesche riempiono l'aria. L'essere umano si è fatto uccello, senza per altro dimenticare cilindro e giacca nell'evoluzione. Nessuno perde più tempo con treni e automobili, tutti volano.


lunedì 3 ottobre 2016

The Shadow Planet: A message from the dead!


Nonostante nel caso dei fumetti i difensori della carta abbiano ogni diritto a preferire il volume da sfogliare all'asettico .cbr da tablet, anche il digitale può riservare sorprese. Il crowdfunding dovrebbe sempre includere, nella lista di offerte della campagna, un'opzione economica per chi non vuole sobbarcarsi il costo delle spedizioni e vuole solo i file nudi e crudi. Pur avendo qualche dubbio su certe scelte di marketing e di piattaforma (Indiegogo), ho sempre ammirato la scelta della Radium di offrire 5 euro a chi volesse avere tutte le puntate del fumetto. E' un'opzione estremamente allettante per chi non voglia rischiare o si ritrova, ahimè caso mio, sempre in ristrettezze economiche. 
Inoltre, permette di avere a tempo record la prima uscita!


E' il caso del primo numero di Shadow Planet, dei Blasteroid Bros.
Si tratta di un progetto Radium lanciato (nello spazio?) a giugno, su cui avevo scritto un'entusiasta raccomandazione, augurandomi che riuscisse a concretizzare quel miscuglio assurdo che prometteva nella pagina su Indiegogo: un brodo di atompunk anni '50, condito con un bel po' di Alien, una spolverata del Pianeta Proibito, un pizzico di Lovecraft e last, but not least una frittura nella disillusione -punk di chi tutte queste cose le ha vissute.

Una navetta della Federazione, uscita dall'ibernazione per un rendez-vous con la flotta, capta una richiesta di soccorso dalla goletta scientifica E/Rico, secondo gli archivi del comando stellare ritenuta distrutta trent'anni prima. Ansiosi di sbrigare la seccatura, l'equipaggio scende sulla desolata palla di roccia nota come Gliese 667 a investigare. Si tratta della capitana Jenna, l'addetta alle comunicazioni Nikke e il secondo in comando Vargo. La capitana è una donna mascolina, dal caratteraccio sbrigativo, con un infelice affare con Vargo, Nikke una nervosa nevrotica e Vargo un imbranato cowboy dalla pistola fin troppo pronta. Seguono altri membri dell'equipaggio, chiaramente superflui in sede di sceneggiatura se non come carne da cannone.


La storia si sviluppa partendo, come da tradizione, con una sequenza onirica (Event Horizon, Aliens ecc ecc), cui segue un ritrovo generale dell'equipaggio, lo sbarco sul pianeta e l'investigazione. 
A livello di atmosfere, le prime tre pagine sono un incipit stratosferico, una sequenza d'immagini horror notevole, in particolare nel passaggio dalla vignetta col mostriciattolo al pozzo sacrificale che accompagna i titoli di testa. Successivamente la storia si sviluppa seguendo linee più tradizionali, approfondendo la conoscenza con l'equipaggio e iniziando a inserire indizi sul perchè rispondere a quella richiesta di soccorso non sia stata una così buona idea...
Dopo vignette dense di dialoghi, l'atterraggio e la prima esplorazione del relitto su Gliese 667 sono sequenze silenziose, di lunghi panorami. L'astronave abbandonata sfrutta i soliti giochini di luci e ombre, robot e scafandri; da quel momento in poi l'avventura accelera in uno slasher con un anticlimax alla fine piuttosto azzeccato (la “pala”).

E' troppo presto per giudicare la sceneggiatura, che al momento sembra funzionare alla grande; un po' scarsi i dialoghi, con delle battute e un turpiloquio che sembrano fuori posto. Complice anche i disegni, la caratterizzazione dei personaggi è marcata; inutile sottolineare come il mio preferito sia quell'amabile coglione trickster di Vargo.


Il design e il lavoro di worldbuilding sono invece diverse tacche sopra, siamo in un setting che non immaginavo così buono dall'introduzione su Indiegogo. Il modulo sferico per entrare nell'atmosfera con le zampe a papera; gli interni delle astronavi (tubi, tubi everywhere); il robot spilungone e contrapposto lo scafandro “obeso”; in generale un'atmosfera molto dark e molto poco “pulp”.

L'uso dei colori è da maestro, giocata sulla continua contrapposizione di colori “caldi”, terrosi a una vasta gamma di grigi e bluastri spenti. All'esterno, per la luminescenza dei pianeti e delle stelle troviamo un rosso acceso, l'arancione, il giallo; all'interno invece domina una palette di grigio, marroncino, verde bottiglia. Il rosso delle tute, scuro in rapporto all'esterno e acceso in rapporto all'interno, funge da tramite tra i due colori. Le tute, non si sa come, risultano credibili e ho apprezzato piccoli tocchi come i caschi di colore diverso a seconda della mansione.
Aspettiamo il secondo numero fiduciosi di un'escalation di mostri e gore e nichilismo cosmico (siamo nello spazio, dopotutto...)

venerdì 30 settembre 2016

Providence 08. The Key, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Considero Providence 08 uno dei turning point della saga di Alan Moore.
Nei numeri precedenti di Providence, l'elemento orrorifico era predominante: che fosse politico, cosmico, sociale, gore, puramente soprannaturale, lo scopo era trasmettere la paura e l'angoscia del protagonista. Con Providence 08 invece, il discorso si apre ad altri sentimenti e altri orizzonti, pur restando pienamente nei canoni lovecraftiani.

Vediamo qui compiutamente all'opera quale ampiezza, quale dimensione abbia preso la ricerca di Moore: invece che limitarsi, come tanti epigoni pennivendoli, ai racconti dell'orrore, il buon Alan arriva finalmente a trattare le Dreamlands di Lovecraft. Comprende perciò che non tutto Lovecraft è horror e non tutto Lovecraft è Cthulhu; realizzazione a cui molti sedicenti “appassionati” ancora non arrivano. Sul suo sito, S. T. Joshi ha sottolineato più e più volte quanti e quali interessi nutrisse Lovecraft; come al di fuori della fiction avesse coltivato una personale filosofia e stile di scrittura che pur rigettando (nei contenuti) il Modernismo, in realtà (nella forma) lo adottava senza remore.
Uno studio dell'epistolario, come della filosofia lovecraftiana è ancora parziale e frammentato: e uno dei principali ostacoli resta senza dubbio l'ostinazione con cui sia fan che anti-fan si concentrano su una minima parte di quanto ha scritto, trascurando tutto il resto.
Dove sono gli studi sul concetto di scienza per Lovecraft?
Sulla sua evoluzione filosofica?
Sul newdealismo/interventismo statale degli ultimi anni?
Dove sono – è il nostro caso – gli studi sulla sua produzione dunsaniana, di stampo onirico?

Per i fan, ogni minimo aspetto della vita del povero H. P. dev'essere ingigantita, distorta, mitizzata fino a trasformarla in un aspetto dei suoi racconti. 
Quel dato evento traspare in quella data opera; quel trauma in quello specifico mostro... 
Quando questo genere di analisi non funziona, il fan si limita a cercare dettagli inquietanti, sulla base del semplice assioma: racconti inquietanti = scrittore inquietante. Dall'altro, gli anti-fan si limitano a riprendere queste scenette, queste citazioni della vita di Lovecraft, capovolgendole però in chiave negativa: l'inquietudine diventa così razzismo, fobia, nazismo, comunismo ecc ecc
I fan e gli anti-fan (etichetta dove raccolgo sia gli haters puri che alcune frange intellettuali) sono però stranamente simili: entrambi cercano un Lovecraftmitico”, probabilmente mai esistito, dotato di orribili o meravigliose caratteristiche a seconda dell'interlocutore.

Perchè finalmente si riconosca il valore di Lovecraft bisognerebbe abbandonare questa “idolatria” di Lovecraft per abbassarlo a quanto ha sempre voluto considerarsi: un essere umano tra i tanti, contraddittorio e propenso a cambiare come tutti. Si potrà allora accorgersi di quanti e quali aspetti si continua a trascurare, senza infognarsi nelle solite polemiche.

In Italia, lo studio di Lovecraft è nel vicolo cieco dell'evoluzione a causa della traduzione mancata di ogni studio accademico serio: ogni articolo su Lovecraft vi sa citare due soli autori: Stephen King e Houellebecq. Ironia delle ironie, sono due autori tra i peggiori nel campo, sostenitori a oltranza di un Lovecraft talmente stereotipato da risultare una marionetta, un involucro che ha l'unico scopo di contenere le idee dei due autori, senza il minimo legame con la realtà, che sia la bibliografia, o l'epistolario del Solitario di Providence. 
King, che ritrovo citato ovunque in articoli persino universitari, o presunti tali, non ha mai compreso nulla di Lovecraft, se non quei due concetti e quei due personaggi da plagiare a oltranza. Non metto in dubbio che King sia un bravo romanziere, ma non è uno studioso e si vede: non c'è alcuna riflessione seria su Lovecraft, il che bene si accorda con il suo anti-intellettualismo
Houellebecq “inventa” il suo Lovecraft per adattarlo alle sue idee politiche, tirando fuori qualche idea interessante (le osservazioni sullo stile di scrittura, ad esempio, le critiche a Freud) ma in ultima analisi anche lì Lovecraft non esiste, ne sopravvive solo un esagerato “mito”. 
Non abbiamo roba tosta, cazzuta, non abbiamo nemmeno le fondamenta: rendiamoci conto che tutt'ora S. T. Joshi è stato tradotto in più lingue, russo compreso. Russo, diamine! 

In America, è ormai impossibile menzionare Lovecraft senza ricevere una minaccia; o da chi ti accusa di razzismo, o da chi ti accusa di svalutarlo. Stretto tra le due morse, non c'è da sorprendersi se S. T. Joshi stia diventando sempre più un vecchio malmostoso chiuso sulla difensiva. Dev'essere frustrante vedere svanire il lavoro di una vita da scrittori ansiosi di sollevare un po' di pubblicità gratuita, che sia insultando, o all'opposto dichiarandosi il suo nuovo “erede”.

Con questo ottavo numero di Providence ci spostiamo nella direzione giusta, per altro finalmente ponendo su carta un Lovecraftuomo” che sia credibile senza risultare macchietta. Mostrare le Dreamlands forse spingerà qualche fan a interessarsi a qualcosa di diverso dal Ciclo di Cthulhu, anche se sono pessimista al riguardo...  

Come per gli ultimi 3 numeri delle annotazioni, le prime 13 pagine sono state tradotte da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano. Fateci un salto, sta per lanciare un'interessante rubrica su Hellboy tra cinema e fumetto. Le annotazioni sono come sempre tratte da Facts in the Case of Alan Moore's Providence


The Key

lunedì 26 settembre 2016

Per uno stile di vita Biedermeier

So che con questo articolo sembrerò una persona ancora più vecchia nell'animo di quanto già non sembro normalmente, ma con diverse ore di studio alle spalle (o meglio, in testa) mi risulterà inevitabile. Sono come quel vecchio alla fermata del tram che proprio non resiste a raccontarvi quella sua storiella tanto importante. Gettategli qualche euro per starvene in pace.

Qualche settimana fa, discutendo sul mio (pseudo) luogo di lavoro, una collega elencava quanto a suo giudizio erano le cose-da-fare prima di raggiungere i quarant'anni. Viaggi, innanzitutto; e poi attività spericolate-ma-non-troppo, dall'immersione nella gabbia con gli squali al bungee jumping.
Mi dev'essere sfuggito allora uno sbadiglio e non solo perchè stavo cercando di studiare un testo tanto filo americano che sentivo la mia camicia colorarsi a stelle e strisce. No, sbadigliavo anche perchè ritenevo che fosse una lista di attivitàpericolose, eppure anche così... borghesi?
Il pericolo c'era, ma diluito a tal punto da risultare addomesticato, gestibile. Un brivido, nulla di più.
E non voglio certo dire che non ci voglia coraggio a nuotare tra gli squali, anzi il sottoscritto non sapendo nuotare affatto, probabilmente si spaventerebbe anche solo all'idea di immergersi in qualcosa di più della vasca da bagno casalinga. Quindi tanto di cappello, suppongo. Eppure, all'idea stessa di compilare una list of things to do prima di diventare “vecchi” mi sentivo schifato. Non erano vere attività, come non erano vere esperienze; si trattava piuttosto di cogliere un attimo particolare e consumarlo. Elencare le cose da fare trasmetteva un'idea di lista della spesa, di consumo generalizzato, in diretto contrasto con il lessico usato.
Da un lato, le solite cazzate buddiste/spiritualiste: cibo per l'anima, rigenerazione interiore, un'esperienza dell'animo ecc ecc
Dall'altro, un'attività programmata e preparata nel dettaglio, un oggetto-esperienza da consumare seduta stante. Solo in una società che quantifica tutto e tutti instancabilmente, sarebbe stato possibile arrivare a un simile combinazione di fattori:
  • Qualcosa d'impalpabile come “un'esperienza” vendibile attraverso un'attività.
  • Un'attività unica e irripetibile venduta con un suo programma predefinito, un suo listino e costo, una sua descrizione in dettaglio.
  • Un servizio a pagamento – perchè di questo discutiamo – presentato nemmeno come un'attività, ma come un'esperienza e per di più un'esperienza spirituale.
Già Slavoj Zizek lamentava giustamente come il consumismo moderno, non pago di avere un consumatore, pretende persino di avere un consumatore che non badi a ciò che compera, che lo consumi con disprezzo zen. Non basta che si comperi un oggetto e non si possa star bene senza averlo comprato; ma nella fase successiva all'acquisto occorre negare ogni attaccamento, considerarlo spazzatura, robetta poco importante. Insomma, perdiamo così persino la figura dell'accaparratore, materialista geloso e possessivo verso quanto acquista.

lunedì 12 settembre 2016

Dopo la marcia, la carica: Radetzky rivisto.


La classe intellettuale (la lobby intellettuale?) possiede sempre un set fisso di eroi e personaggi che vorrebbe che il “popolo” studiasse e idolatrasse, che variano a seconda del periodo storico e della classe dirigente.
 Attualmente, la storia sembra partire dal secondo dopoguerra e concentrare ogni suo eroe nei movimenti di emancipazione e lotta civile tra i '60 e i '70. La parola eroe viene rimpiazzata dall'attivista per i diritti umani e la gallery di eroi, pardon attivisti, si colora di personaggi passivi che s'immolano per i diritti di ristrette minoranze.
Durante la Restaurazione, la storia proiettava un raggio glorioso sull'ancient regime e sulle monarchie, contrapposte al terrore giacobino e alla tirannia di Napoleone. Gli eroi erano i martiri passivi trucidati dalla Rivoluzione e i generali e i re che avevano sconfitto Napoleone, principalmente inglesi come Wellington e Nelson.
Ovviamente, quanto gli intellettuali vogliono e il popolo desidera, è tutt'altra cosa. Nessuno ricorda per davvero gli eroi in salsa liberal del '60, come nessuno ricordava per davvero nel 1820 Napoleone come un “tiranno”. Al contrario, fin dai primissimi anni, il personaggio di Bonaparte conobbe un'immensa popolarità, una fama che resiste tutt'ora caparbia ai revisionisti, ai monarchici, ai liberali, ai pacifisti: Napoleone è, piaccia o meno, ancora un personaggio storico positivo.
Se si domanda a un ragazzino chi è Wellington, difficilmente saprà rispondere. 
Ma il Bonaparte? Egli mantiene un'aura grandiosa, impossibile da dissipare.
E' quella che chiamo la “vitalità” dei personaggi storici: alcuni sembrano destinati a scomparire, altri riemergono nei modi e nelle finalità più inaspettate. E ovviamente c'è uno scontro (odio?) tra chi i giornalisti e i demagoghi della classe dirigente vorrebbero “famosi” e chi invece ricorda e preferisce la gente. I sondaggi in Russia che rivalutano Stalin e Breznev tra larghe fasce della popolazione, o l'attaccamento verso eroi, pardon attivisti, come Snowden o Manning, ritenuti pirati, “pericolosi” idealisti, ladri di informazioni “segrete”.
E Radetzky? L'austriaco generale è un esempio di strategia di sopravvivenza al suo massimo livello, l'equivalente di un trilobita nel campo della storia. Un uomo dalla parte dell'Austria, un generale, corpacciuto e conservatore, che combatté in un anno, come il 1848, che vedo dimenticato persino dagli insegnanti delle Superiori. Eppure il trilobita Radetzky si fa ancora strada non sui libri, non sui giornali, ma sulla televisione: il primo dell'anno è La Marcia di Radetzky a erompere dallo schermo, in un inno che non ha nulla, assolutamente nulla di moderno.
E' Radetzky, cazzuto e semplice.
Certo, è Strauss, è Vienna... eppure non sarebbe così strano che di tempi così progressisti, tecnologici, fissati col nuovo si scegliesse qualcosa di più “chic”, più adatto.

venerdì 9 settembre 2016

Providence 07: The Picture, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Il sistema di annotazioni in calce a ogni opera di Alan Moore potrebbe far pensare a un autore che ama i sottotesti. E certamente, la serie di Providence è un'opera complessa. Se anche un lettore casuale volesse apprezzarla, dovrebbe comunque, obbligatoriamente, leggersi almeno i racconti principali di Lovecraft. Trovo straordinario, come in un'epoca easy e volgare come questa, dove tutto dev'essere immediatamente disponibile e alla portata di tutti, ci arrivi sulla soglia di casa un'opera, che è per di più un fumetto, che richiede uno studio preliminare.
Roba che fa battere il mio cuoricino di universitario frustrato.
In secondo luogo, è falso che Moore usi davvero i sottotesti. Certo, vi sono più livelli di lettura, tante simbologie e giochi di rimandi, un incredibile lavoro di approfondimento linguistico. Tuttavia, il macguffin della storia consiste proprio nell'errata razionalizzazione di Black: i mostri che intravede, il soprannaturale con cui a che fare non sono “simboli” per altro, non sono metafore, o allegorie, come tenta disperatamente di spiegarsi nel Commonplace Book.
I mostri sono mostri, l'irreale è irreale. Non c'è alcun specchio distorcente, nessuna metafora, nessuna segreta spiegazione: la magia c'è, esiste. Pertanto Alan Moore usa Robert Black per trollare alla grande tutti gli intellettuali che usano il fantasy e l'horror per parlare d'altro, senza fare attenzione a trasmettere in primo luogo il sublime e la paura che generi simili richiedono.
Ne abbiamo un esempio grandioso in Providence 07, sulla falsariga del racconto Il modello di Pickman; nelle prime pagine, ospite del pittore, Black gli attribuisce una serie infinita di sottotesti:
… la rabbia dei ceti oppressi
… un diverso stato di coscienza
… ha un sottotesto politico

Non di tutto, ma di tutto per negare che i ghoul nel quadro siano i ghoul nella fotografia e che Pitman, lungi dall'essere un artista da strapazzo, è solo un pittore realista.

Con la settima puntata di questa serie, valgono i riferimenti dei numeri precedenti: il sito da cui ho tradotto le annotazioni è Facts in the Case of Alan Moore's Providence; le citazioni sono invece tratte dall'edizione della Newton&Compton Editori; fino a pagina 13 l'infaticabile lavoro di traduzione è stato svolto da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano. Non sarei riuscito a completare con tanta velocità le annotazioni senza il suo aiuto, specie in questo periodo di fittissimi esami, per cui gli sono terribilmente riconoscente.


The Picture

lunedì 5 settembre 2016

La Narnia maschile di C. S. Lewis e la Narnia femminile di Pauline Baynes


E' consolante come da bambino si apprezzi una storia per quello che al fondo è, cioè una storia, bella o brutta. Solo successivamente, con un bagaglio culturale alle spalle, ci si rende conto di quanto un autore avesse insistito su quella metafora, su quell'allegoria, su quel messaggio ecc ecc
Tuttavia, a una lettura “ingenua” nulla di tutto ciò emerge, ci si limita a leggere e gustare l'avventura. Non è un'ammissione d'ignoranza, ma al contrario una rassicurazione su come, per l'ennesima volta, non si debba considerare il bambino come un idiota che assimila qualsiasi ideologia gli si proponga, ma anzi, un soggetto che sa badare a ciò che conta per davvero, protagonisti e trama. Nel caso in questione, un bambino che legge Il leone, la strega e l'armadio, non riconoscerà mai l'allegoria cristiana dietro, per altro molto spicciola – il dolcetto turco per il frutto proibito del Giardino dell'Eden, il leone Aslan come Gesù, la sua morte e resurrezione come una Via crucis fantasy ecc ecc – si limiterà invece a leggere una storia che troverà divertente. Se anche uscisse fresco fresco da quel tempio dell'inutilità che è l'oratorio, non riconoscerà mai l'allegoria. Valuterà il romanzo in base all'intrattenimento e alla piacevole immedesimazione che gli permette; senza dubbio da quel punto di vista C. S. Lewis è un bravo narratore, piacevolissimo.

Man mano che le Cronache di Narnia proseguono e le invettive di Lewis aumentano, quest'incapacità del bambino di percepire il sotto fondoideologico” si rivela sempre più fortunata.
Consideriamo ad esempio il penultimo libro, La Sedia d'Argento. Scomparsa l'epica alla Tolkien del primo libro, come il gusto per la scoperta e l'avventura metafisica del Viaggio del veliero, La Sedia d'Argento già preavverte la pesantezza morale de L'Ultima Battaglia. Dietro gli animali parlanti e le battutine che un rimbambito pronuncerebbe, ma non un bambino, Lewis sta diventando un rauco urlatore, un pensionato reazionario. Un giudizio eccessivo? Torniamo alla Sedia d'Argento, e (purtroppo) vediamolo confermato fin dalle prime righe.
Eustachio, il ragazzo “nuovo” nel Viaggio del veliero, è ora studente di una prestigiosa scuola d'élite, dove ha stretto amicizia con uno scricciolo di ragazza chiamata Jill Pole.
Già dal primo capitolo, “Dietro la palestra”, vediamo confermato come alla lettura del testo corrispondano due diverse interpretazioni, a seconda che il lettore sia un bambino, o un novello analfabeta, o sia invece un adulto più smaliziato.
Nel primo caso, da quanto ricordavo alle medie, Eustachio frequenta una scuola sgradevole e grigia, dov'è pieno di bulli e dove il corpo insegnanti è passivo, completamente disinteressato a punire i cattivi. Questa è la visione base, di chi legge prestando attenzione alla storia.
Rileggendo invece La Sedia d'Argento avanti cogli anni, le intromissioni e le gomitate del narratore onnisciente (cioè, Lewis stesso) risultano oltremodo fastidiose. Non ci si limita a spezzare l'immersione, a rovinare la lettura: sembra di assistere a una bel discorso continuamente interrotto da un urlatore che megafono alla mano deve spiegarti come stanno le cose.
Ora, dal momento che la storia che sto per raccontarvi non ha niente a che vedere con la scuola, vi darò solo qualche piccola informazione sull'Istituto di Jill: il che, detto fra noi, non è un argomento piacevole.