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domenica 9 gennaio 2022

Karl Edward Wagner: l'anello mancante tra il pulp e il fantasy moderno. Alla riscoperta di un Conan "rimosso"

Il dilemma della bancarella, nel caso dei libri fantasy, rimarrà sempre l'ampio bacino di scrittori e opere accumulatosi coi paperback dagli anni Settanta in poi: vi sono i “soliti” nomi sui quali fare affidamento - da Robert E. Howard, a Clark Ashton Smith, all'inossidabile multiverso di edizioni di Moorcock – ma al di là di ciò c'è un vasto marasma di autori sconosciuti.

Anche nel caso di autori noti, come Moorcock, la quantità di diverse edizioni rende impossibile tracciare una linea netta: qual è il senso ad esempio di avere, come nel mio caso, il secondo libro della saga di Corum o il terzo della TEA di Elric? Le ristampe della Oscar Mondadori hanno parzialmente risolto il problema, ma il formato nello stile di un cofanetto le rende impossibili da leggere negli intervalli di lavoro. Siamo sinceri: non ho il tempo di dedicare un pomeriggio o una sera alla lettura delle cronache di Corum, come se dovessi leggere un testo accademico per una mostra o un manuale per un concorso. Il fantasy lo voglio leggere mentre sono in treno, mentre attendo l'autobus, mentre cucino il pranzo. 

Karl Edward Wagner e un "amused" Ramsey Campbell negli anni Settanta

Ma al di là di ciò c'è un vasto bacino di opere oscure dei quali non conosci mai la qualità. Ignoranza? Indubbiamente. È il caso dello scrittore Karl Edward Wagner che vado riscoprendo proprio in queste settimane: un autore, come tanti altri, che vedevo sempre passare tra i paperback delle bancarelle e dell'usato, ma senza prestarvi grande attenzione. D'altronde a livello di copertine e titoli la Sword&Sorcery è tanto abile a mascherare le schifezze, quanto a nascondere i gioielli. E Karl Edward Wagner appartiene, senza ombra di dubbio, alla seconda categoria: è un grande del fantasy e un grande dello Sword&Sorcery. Un autore non solo bravo, ma stilisticamente superbo: la padronanza del tema si accompagna alla ricerca stilistica. E non è poco: lo stesso Moorcock, sotto questa prospettive, rimane un autore molto pulp, quasi “rozzo”.

venerdì 15 maggio 2020

"Impesto anco te!" Pandemonium. Un Neo-Decameron rivisitato per il 21° secolo


Come in alto, così in basso.
Se il Pantheon è la casa di tutti gli dei, il Pandemonium è quella di tutti demoni dell'inferno; e in questi mesi di quarantena c'è chi ha vissuto la propria abitazione come un Olimpo e chi come un Pandemonio.
Il termine, coniato da Milton per il “Paradiso Perduto”, andava a designare l'high palace di Satana e nello specifico la Camera del Consiglio dei satanassi.
Ma il Pandemonium non è obbligatoriamente un termine negativo: dopotutto lo stesso Milton descrive con simpatia lo spirito di ribellione dell'angelo caduto; e col tempo il pandemonio è divenuto un raggruppamento di persone rumoroso e incontrollabile.
Un assembramento? Pandemia o Pandemonium?
Di questi tempi, considerando l'oscillare dei giornali dal definire i cittadini “angioletti” a marchiarli come “diavoli” che fanno “confusione” e “assembramenti” il termine Pandemonium è singolarmente utile.
Ma dopotutto, passando alla prospettiva di un italiano, posto a fronte delle linee Inail e dell'ennesimo decreto, sembra che il Pandemonio risieda laggiù in alto, tra le trovate infernali della burocrazia romana.
Questa mescolanza tra fantasia e realtà, tra satira e mondo reale pervade l'antologia Pandemonium. Neo Decameron: e diventa impossibile, durante la lettura, evitare il confronto con le proprie esperienze.
Una recensione a freddo richiederebbe che un'antologia quale Pandemonium sia recensita tra mesi se non anni; ma la sua natura eccezionale risiede proprio nell'essere uno spin off della realtà, una fuoriuscita narrativa prodotta dai mesi di isolamento.

mercoledì 4 marzo 2020

"Queho", l'uomo nero dell'Ovest. Christian Sartirana svela l'orrido volto del West


La pulp(osa) cover
I primi anni del Novecento segnano la fine dell'eterna frontiera del West, di quel mondo popolato di cowboy e ranch, sceriffi e saloon, pellerossa e giubbe blu. Quello spazio un tempo così gigantesco rimpicciolisce nei recinti di filo spinato dei mandriani, viene divorato dalle traversine dei treni, di un progresso urbano e tecnologico che non conosce sosta.
Il sogno allora imputridisce, svela un orrido volto nascosto di violenze e massacri, truffe e sfruttamento. In questo mondo al calare della notte si svolge il romanzo breve di “Queho”, autoprodotto dallo scrittore Christian Sartirana, già recensito per quel gioiello horror di “Ipnagogica”.

La piccola cittadina di White Crow, sulle sponde del Colorado, è solo in apparenza tranquilla.
In realtà, al di sotto di una patina di normalità, si agitano diverse minacce.
Un gigante indiano - “Queho” - terrorizza i vicini paesi con uccisioni e violenze; secondo i racconti, è un gigante di due metri con una doppia fila di denti e una pellaccia inghiotti-piombo.
Ma queste storie, raccontate dalla prosperosa proprietaria del saloon, Janet Purcell, interessano poco all'allevatore Leonard Cunningham. L'uomo infatti da tempo vede i propri amati cavalli morire uno dietro l'altro per una misteriosa pestilenza: una muffa verdastra che li corrode fino a lasciarne un cadavere putrescente. Una malattia che reputa inquietante, ma della quale non immagina le (fantascientifiche) conseguenze...

giovedì 26 dicembre 2019

Tenoch, di Andrea Berneschi. Un Ulisse azteco contro gli dei di Lovecraft


Megalitiche piramidi innalzate al cielo.
Cuori pulsanti strappati dai toraci di schiavi urlanti, offerti in dono a un sole del colore del sangue.
Giungle profonde capaci di mascherare intere capitali, intere civiltà cresciute a forza di carne umana e coraggio in battaglia.
È lo scenario dipinto con toni sanguigni, ma scientificamente accurati da Andrea Berneschi con “Tenoch, maledetto dagli dei”.

Lo scenario è quello della civiltà azteca e dei popoli precolombiani nel XV secolo, prima dell'arrivo dei conquistadores. Berneschi tratteggia una civiltà azteca credibile e storicamente fondata, mescolando la saggistica alla lezione dell'Azteco di Gary Jennings. La tecnologia di questa civiltà azteca, in perenne guerra contro i popoli barbari per catturare schiavi e sfogare le faide interne, è quella dell'età della pietra, sebbene con la novità di una magia realmente funzionante. Il pantheon azteco qui esiste realmente e non si fa problemi a intervenire nelle vite dei suoi sudditi, dando consigli, poteri o maledizioni. E accanto alla sete di sangue degli dei “normali”, non possono mancare entità decisamente più oscure che potremmo definire lovecraftiane.

Il protagonista di questo mondo di guerrieri e maghi, tuttavia, è un aspirante mercante, un liberista ante litteram: Tenoch infatti proviene dal ceto di commercianti. Giovane capace all'occorrenza di combattere con ardore, vive solo per esplorare e stipulare affari, sfruttando la propria intelligenza per nuove operazioni commerciali l'una più ingegnosa dell'altra. È l'archetipo del mercante operoso e instancabile, contrapposto alla vanità dei soldati e alla pigrizia del clero. Tenoch però non è interessato solo a guadagnare, perché in realtà è un uomo curioso, continuamente proteso a scoprire come funzioni il mondo. In tal senso comprende in sé stesso il carattere tanto dell'esploratore/scienziato quanto del mercante. Alessandro Iascy, nell'introduzione, lo paragonava assai felicemente a Ulisse dell'Odissea.


venerdì 20 dicembre 2019

Giorgio Smojver o come si scrive un fantasy classico. Quando Jack London incontra Tolkien


Un uomo e il suo anziano padre, in fuga da una terra devastata dalla guerra, giungono in una landa boscosa. Qui costruiscono una casa, si dedicano all'arte di cui sono maestri: la caccia. Il figlio prende in sposa una donna sola sopravvissuta di una famiglia di esuli, d'etnia cimbra.
Il Padre, la Madre e il Nonno: a cui presto s'aggiungono la bambina e il bambino.
Sono cacciatori, ma eruditi: leggono, scrivono, si tramandano le canzoni e i ricordi della loro gente.
Il Nonno, prima di morire, racconta alla bambina degli Elfi e del mare di Iperborea; il fratello del villaggio dove vendono le pellicce e di Ker Lyonis, la grande città di marmo bianco.
Visioni fantastiche, interrotte da quel sangue, da quella violenza da cui erano fuggiti.
Sono uomini-lupo, gli Ulfhednar: razziatori e assassini, più animali degli animali.
La bambina sopravvive a stento e, allevata dai lupi della Foresta Nera, diventa la guerriera Valawyne...

Helmor è un giovane, ma inquieto cacciatore cresciuto con il nonno.
Le lezioni di spada si alternano ai racconti del regno di Fynias, dominato dagli atlantidei, dove un tempo dimorava il padre.
Un'eredità, una leggenda a cui Helmor va alla ricerca, accodandosi a un gruppo di ragazzi e giovanotti in cerca di una via d'uscita da una breve e ripetitiva vita di caccia e agricoltura.
Ma il viaggio inizia male, prosegue peggio e finisce malissimo quando il gruppo, tradito dalla civiltà che tanto cercava, viene trasformato negli stessi Ulfhednar che avevano massacrato la famiglia di Valawyne. Tutti, tranne Helmor: qualcosa, nel giovane, si è ribellato...

Il suo destino si lega così alla giovane guerriera in un'Europa alto-medievale arcaica e brutale, dove l'eredità del vecchio mondo si mescola con le pulsioni e i flussi di uno nuovo, che avanza inesorabile...

venerdì 13 settembre 2019

La scure e i sepolcri. L'Axe & Sorcery sporco, ma elegante di Alessandro Forlani


Quand'ero bambino i miei genitori mi portavano spesso in cimitero: dapprima dalle fioraie decrepite all'ingresso, in seguito salutando quel golem del guardiano e infine presso una o più tombe di lontani parenti, a piantar fiori e biascicare preghiere.
Ricordo con grande fascino il cimitero e tutt'ora, se ho modo di visitarne uno, durante un viaggio, mi ci reco volentieri.
La stratificazione di tombe e cenotafi, di edicole e lapidi, esprime meglio di tanti libri lo scorrere inevitabile del tempo e la (vana) lotta di conservare la memoria.
Dapprima ingiallisce la foto, poi scompare la dedica, infine è il nome a sbiadire via, prima di scomparire definitivamente, inghiottito dall'iniziale di un nome illeggibile, financo all'ombra di uno stemma araldico.
Concludendo con le tombe dove solo una croce di legno marcisce nella terra dei morti, prima di trasformarsi in uno spiazzo erboso, delimitato da pietre seppellite dal verde.
Ho sempre compatito chi rifiuta di visitare i cimiteri, così come chi frequenta quelli americani, con quell'egualitaria e deprimente schiera di croci bianche senza passato.
Non voglio negare che il cimitero sia un luogo doloroso, ma l'ho sempre considerato espressione della storia di una civiltà; di una nazione, di un popolo, di una città.
Dopotutto, a inizio ottocento, Ugo Foscolo dei Sepolcri osservava il rapporto sano e razionale degli anglosassoni con i propri morti, lontano dall'adorazione morbosa dell'italiano fermo al medioevo.
Affermazione, certo, discutibile e patriottica, volta a convincere un popolo assai poco “popolo” a sacrificare quanti più figli alla patria, senza piangerli troppo, senza vederci fosco(lo).
Tuttavia la contrapposizione dipinta da Foscolo era quasi fantastica, nella sua estremizzazione; da un lato i cimiteri inglesi, ariosi e lontani dal nucleo urbano; dall'altro quelli italiani, portatori di morbi e sporcizia, incastonati nel cuore della città, persino inseriti quali lapidi nel pavimento delle cattedrali. Il cimitero era qui presente come un ammasso di ossa e teschi, uno strato dopo l'altro.
Una visione gotica e come tale, per noi amanti del fantasy, irresistibile.

venerdì 30 agosto 2019

"Scourge of Fate" Quando il protagonista è il Black Knight. Impersonare un villain



Vanik era solo un neonato sporco di sangue uterino quando suo padre cercò di sbattergli la testa contro il ghiaccio della capanna.
Ma Vanik si rivelò protetto dagli dei, perchè un demone comparve dal nulla, decapitando il padre infanticida con un singolo guizzo d'artiglio.
Quando la tribù barbara venne assalita dai lupi, Vanik non venne divorato, ma fu accolto nel loro branco e per due anni condivise carne e gloria con questi nobili animali.
Leggende, voci, racconti mormorati attorno al fuoco. Vanik non se ne cura, perché il suo sguardo è rivolto al futuro, divorato da un'eterna ambizione.
Nato in una tribù di barbari adoratori del Caos, il bambino è ora divenuto un condottiero, un flagello delle terre civilizzate. Un pellegrino nero, come ama definirsi, alla continua ricerca di potere e gloria. Mentre i suoi compagni in armi consacrano la propria vita a seguire un singolo dio del Caos, Vanik preferisce seguire la via del Caos Indiviso: sottrarre favori e attenzioni da tutte e quattro le divinità del pantheon, ma senza diventare una loro infame marionetta.
C'è un solo dio a cui Vanik vuole votarsi: Archaon il Prescelto Eterno, Archaon il Re dei Tre Occhi, Archaon il Rasoio del Mondo. Un dio che era un tempo un uomo, prima che la sua ambizione lo trasformasse nell'emblema stesso del Caos. E tra le schiere di Archaon, Vanik vuole diventare un cavaliere della Varanguard, la guardia personale di Archaon. Le truppe scelte tra le truppe scelte, la creme de la creme della cavalleria caotica.
Ma proprio per venire ammesso nella prestigiosa cerchia, Vanik dovrà compiere un'impossibile missione...

venerdì 7 settembre 2018

Le Guerre delle Piramidi: fanta-archeologia italiana con Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini


Sarebbe un campo di studio assai interessante e fecondo di applicazioni, anche al di fuori dell'orticello accademico, studiare il legame tra esoterismo e mondo della scrittura, tra i praticanti di arti occulte e i “maghidella parola
H.P. Lovecraft, un ardente materialista, ateo e convinto sostenitore del movimento tecnocratico, riciclava spesso paccottiglia esoterica nelle sue opere, dalle invocazioni magiche all'uso dei nomi, ad esempio nell'Orrore a Red Hook o ne Il Caso di Charles Dexter Ward. 
Se questo fatto è universalmente noto, come comprovano i tanti intellettuali che continuano a cascarci e i minus habens che provano a evocare uno Shoggoth in giardino, rimane invece meno conosciuta l'influenza dell'esoterismo d'inizio secolo sulla produzione fantastica anni Trenta. 
C'è un intero filone della saggistica, collocabile tra la fine dell'ottocento e i primi anni del novecento, scritto da storici, antropologi e studiosi dilettanti, dove si postulano le origini misteriose di continenti scomparsi, oggetti e reliquie sacre (o magiche, se preferite) e fantomatiche provenienze mitologiche dei popoli europei. 
Lungi dall'essere ironiche, sono narrazioni assai pesanti e dimenticate da tutti, tranne che dagli accademici: lunghe digressioni senza metodo e rigore scientifico, dove si inseguono le ipotesi più balzane per giungere a prevedibili conclusioni. 
Se storici, ci si diverte a inseguire il filo rosso di documenti manipolati ad hoc o in alternativa li si inventa da zero. In altri casi ci si improvvisa linguisti o glottologi, inventando radici primitive di parole comuni e correlandole ad antiche civiltà. 
Questi “ricercatori” erano il più delle volte professionisti della polemica, intellettuali col vizio dello scandalo o giornalisti: non interessava cercare la verità, ma fornire un antenato mitico alla propria nazione o gruppo etnico, per avvalorare un'azione nel presente. 

mercoledì 8 agosto 2018

Recensione di "Thanatolia" (Watson Edizioni): dove i morti seppelliscono i vivi


Copertina di Vincenzo Pratticò
Un cimitero presenta, nella sua stratificazione, nella sua diversità, nei suoi differenti quartieri e abitanti, visitatori e guardiani, la cultura della sua città, villaggio o nazione che dir si voglia. 
La storia di quel luogo, quel centro urbano, viene espressa dal suo cimitero. 
I cimiteri ricordano in tal senso le carote di ghiaccio estratte in Antartide, nella misura in cui rappresentano uno spaccato della storia di quella comunità, dagli albori al presente. 
Senza nemmeno addentrarsi nell'aspetto artistico e/o architettonico, i cimiteri costituiscono una testimonianza storica fondamentale per una comunità, che sia una capitale o un paesino campagnolo. 
Le origini ottocentesche di Trieste, ad esempio, affiorano evidenti nelle tombe borghesi e con simboli massonici, mentre il cimitero ebraico di Praga rappresenterebbe già di per sé tesso un motivo sufficiente per visitare la città. 
In alcuni casi i morti assumono tale importanza da sopravanzare i vivi ed è il caso della magnifica New Orleans; in altri ancora invece vengono costretti negli impossibili spazi delle sovrappopolate metropoli dell'estremo oriente, da Tokyo a Hong Kong. Quando poi il popolo non ha né storia, né cultura, si riducono a distese di croci bianche, come in tanti centri urbani degli Stati Uniti. 

Thanatolia eleva questo concetto all'ennesima potenza, elaborando un mondo fantasy dove esistono solo due città di esseri umani, Handelbab e il porto di Tijaratur, situate ai lati opposti di un continente popolato solo da cimiteri di ogni sorta, dalle piramidi, agli ossari, ai mausolei e così via...
Thanatolia è dunque un continente e allo stesso tempo uno sterminato luogo di sepoltura. In questo posto intere civiltà sono (letteralmente) morte e sono state sepolte... con ovviamente ogni ricchezza e oggetto magico. E qui entrano in gioco i tombaroli: avventurieri, tagliagole e mercenari alla continua ricerca della tomba con cui commettere il “colpo grosso” o in alternativa dove trovare quell'anello, quell'elmo magico desiderato dal committente. 
Thanatolia pertanto è un mondo sacro, innegabile, ma nel contempo è anche un mondo dove comanda l'avidità, dove gioielli e oggetti esoterici di altre civiltà, di altre razze ora scomparse dominano gli scambi. 
Chi comanda i morti, comanda Thanatolia e non deve pertanto sorprendere come la nemesi dei tombaroli siano i negromanti, coloro in grado di riportare in vita gli scheletri sotto le sabbie. 
Temuti, invidiati, perseguitati... i negromanti sono gli autentici feudatari dei territori di Thanatolia, una minaccia tanto per i tombaroli, quanto per le carovane dei mercanti. 

martedì 3 luglio 2018

New Camelot, di Lorenzo Davia: quando il fantasy diventa urban


New Camelot è il perfetto modello di una città, non il modello di una città perfetta. 
Scriveva così, riferendosi all'immane megalopoli, il sociologo Lewis Mumford, descrivendo bene la natura selvaggia, caotica e multi culturale di New Camelot. 
La città dei mulini satanici di William Blake, dove masse di umili lavoratori lavorano sotto la sferza delle oligarchie industriali, così come la città delle mille possibilità, dove all'angolo di ogni via potrebbe aspettare in agguato tanto il successo quanto il coltello di un teppista qualunque. 
New Camelot, New Camelot, città che non dorme mai: luogo di travolgenti successi e altrettanto travolgenti cadute, città dalle avveniristiche tecnologie e dalle ataviche magie. 
Le proprie case distrutte, i propri ambienti inquinati e sfigurati da una selvaggia industrializzazione: tutte le razze fantastiche si sono qui riunite, alla disperata ricerca di un lavoro, di una possibilità, di una vendetta. 
Gli elfi dominano gli ultimi livelli, nella qualità di dirigenti aziendali, di broker, di impiegati corporativi: una collocazione naturale per una razza di sociopatici opportunisti. 
Scendendo ai livelli inferiori, un melting pot di razze e creature fantastiche gareggia a farsi strada, a diventare qualcuno, ognuno con un sogno da realizzare. Centauri della polizia presidiano le strade, teste di cuoio orchesche rompono le teste di manifestanti goblin, nani meccanici aggiustano auto volanti e dovunque, dai bassifondi ai grattacieli corporativi, la razza umana supera tutti nel coraggio e nella stoltezza. Ma ognuno, in qualche modo, è convinto di avere una possibilità...
Perchè New Camelot è una città magica. Letteralmente. 

martedì 12 giugno 2018

"Mediterranea", di Francesco La Manno: alla scoperta del Med-Fantasy


Il Fantasy Mediterraneo viene definito come un sotto genere fantastico dove le mitologie e gli ambienti riprendono esplicitamente l'Europa meridionale e i suoi popoli, dalla Spagna, alla Provenza, all'Italia, fino ai Balcani e alla Grecia. 
Solitamente il genere si propone come esplicitamente italiano, con una predilezione per la Grecia classica e l'Impero romano. 
In alcune rare occasioni il genere si allarga a considerare l'Africa settentrionale e il Medio Oriente, con evidenti lasciti dalle Mille e una Notte. 
Il riferimento esplicito a un luogo, ovvero il Mediterraneo, rappresenta bene il paradosso di questo genere: si tratta di un fantasy geograficamente vincolato a un determinato luogo e pertanto a una determinata storia. 
Il tono generale rimane improntato all'heroic fantasy, ma l'aggettivo “mediterraneo” necessariamente obbliga a un'ambientazione storica. Il genere high fantasy specifica una determinata tipologia di fantastico e allo stesso modo, all'esatto opposto, il low fantasy sottolinea una tendenza opposta. 
Si tratta di modi di scrivere un fantasy, ma non ne predicano i contenuti. Il grimdark contiene già alcune indicazioni di natura estetica, ma generalmente la violenza insita nella sua definizione può essere applicata al contesto che si preferisce, purché brutale e terra-terra. 
Il cosiddetto Fantasy Mediterraneo pertanto diventa spesso una forma di romanzo storico con elementi fantasy, laddove invece ci si potrebbe aspettare un romanzo fantasy con una base storica. Quando non si menziona una chiara ambientazione storica o si tratta di un mondo alternativo al nostro, i riferimenti rimangono evidenti: un impero dove i suoi abitanti parlano latino, si riferiscono agli altri paesi come “barbari” e hanno arene con giochi gladiatori difficilmente è fantasy. Si tratta, in questo esempio, di un gioco di riferimenti tra scrittore e lettore, dove il divertimento non deriva dalla scoperta di un mondo nuovo, ma dal comprendere a quale personaggio o evento storico corrisponda quell'invenzione, quel colpo di scena dell'autore.
Si tratta ovviamente di giochi speculativi, che non tolgono o aggiungono nulla al prodotto finale: non conta se un'opera è fantasy o bizarro fiction o horror, conta se è scritta bene, con una trama intelligente. Classificare in generi e sottogeneri solitamente determina una tassonomia senza vita, similare a quei collezionisti senz'anima che punzonano con lo spillo splendide farfalle nelle loro tristi bacheche. In alternativa il recente rilancio del Fantasy Mediterraneo con Heroic Fantasy e Hyperborea propone, per così dire, un sottogenere dentro un altro: all'interno del fantasy, l'heroic fantasy howardiano e all'interno di quest'ultimo, il Fantasy Mediterraneo.
Tattica ingegnosa, perchè impedisce ogni ambiguità storica.

venerdì 27 aprile 2018

FantaTrieste, di Luigi R. Berto: quando la fantascienza è di casa


Mi sono sempre chiesto se certe caratteristiche, nel bene e nel male, degli autopubblicati siano veramente attribuibili alle edizioni elettroniche o semplicemente riflettano atteggiamenti di chi intraprende questa strada. 

Il libro in questione, “FantaTrieste” (1973), di Luigi R. Berto, è chiaramente un autopubblicato. 

Luigi R. Berto (1913-1983), a volte noto come “Giulio Bert”, è stato un grande scrittore della fantascienza triestina, oggigiorno completamente dimenticato. 
In seguito a una formazione in geologia e mineralogia, tra gli anni '50 e '60 si dedicò con passione all'astronautica e alla fantascienza, divenendo attivo divulgatore delle imprese dei pionieri dello spazio. Pubblicò sul “Piccolo” una storia della fantascienza a puntate, per attirare interesse verso il primo omonimo Festival a Trieste; in seguitò pubblicò numerosi racconti sulla rivista romana “Oltre il Cielo – Missili&Razzi”.
Fondatore per suo conto di un “Centro diffusione scienze astronautiche e tecnologie dello spazio”, intraprese poi la durissima strada dell'autopubblicazione cartacea pubblicando diversi racconti e antologie con lo ciclostile, in seguito inviati agli interessati per mezzo di posta. 
Forse il suo maggior successo di divulgatore fu una mostra organizzata al CCA di Trieste sullo Spazio, con fotografie e modellini, rivolta verso quanto ci si augurava il futuro dell'umanità. 

Negli ultimi mesi sono giunto a conoscenza con un gruppo di scrittori e blogger triestini di fantascienza, chiamato “FantaTrieste”, e nell'ambito di un progettino di scrittura che coltiviamo da tempo ci è sembrato benaugurante recuperare quest'antologia nostra omonima. Fabio Aloisio, finalista all'Urania Shorts 2017 e Robot 2018, è stato così gentile da prestarmi il volume consunto e non sono riuscito a trattenermi dal recensire quest'autentica capsula temporale dal 1973.

mercoledì 4 aprile 2018

Il ritorno di Eisenhorn: "The Magos", di Dan Abnett


C'è chi desidera saper scrivere bene come Hemingway, saper scandagliare gli abissi dell'animo umano come Dostojevski, terrorizzare il lettore come Stephen King, guadagnare e diventare famoso quanto George RR Martin
Mirare ai grandi, che siano contemporanei o classici, è naturale per qualsiasi aspirante scrittore. 
Ci si forma sui propri autori preferiti, si cerca di imitarli, si desidera il loro successo, il loro riconoscimento. 
Siamo nani sulle spalle dei giganti, anche nell'ambivalenza propria del gigantismo: spesso, dopo anni, questi classici, questi “grandi”, appaiono meno originali e intelligenti di quanto si pensava in gioventù. 
Ad esempio, Neil Gaiman è un grande scrittore. Innegabile. Tuttavia è stato anche uno scrittore estremamente fortunato. Letteralmente, in seguito agli studi, ha trovato impiego come sceneggiatore in seguito alla conoscenza con il dio Alan Moore
Non ha faticato presso case editrici, non ha sputato sangue implorando visibilità, ha semplicemente avuto fortuna. 
Il suo lavoro era notevole, ma così lo erano tanti altri, che pure languono nell'oscurità dell'anonimato. 
Spesso, tra questi “giganti”, il fattore fortuna gioca un ruolo talmente cruciale da disarmare qualsiasi proposito d'imitazione. 
A volte si tratta semplicemente di essere uno scrittore negli anni '80/'90 in un paese in lingua inglese e di scrivere il genere che tutti desiderano leggere. 
Questo non sminuisce il valore di quanto si scrive, né sottovaluta i classici. 
Tuttavia mi domando se non sia il caso di prendere come modello scrittori “medi”, quelli che vengono definiti “mestieranti” e considerare con attenzione come sopravvivono e come scrivono. 
A meno di non essere assoluti geni, siamo più vicini a “loro” che a uno Shakespeare, un Dickens, un Asimov. 

lunedì 2 aprile 2018

Quando Snowpiercer incontra La bussola d'oro: “Above The Timberline”, di Gregory Manchess


Quando iniziò a nevicare, continuò per millecinquecento anni
Lo spostamento dei Poli profetizzato dagli antichi climatologi finalmente avvenne e la topografia della Terra fu rivoltata come un guanto, il clima mutato per sempre. La Terra è ora ridotta a una palla di vetro con la neve dentro, un mondo dove la neve ricopre con il suo uniforme manto ogni cosa, raggiungendo in alcuni casi profondità sconosciute.

Le vecchie nazioni scomparse per sempre, la tecnologia perduta: l'uomo è sopravvissuto a stento, lentamente ricostruendo una civiltà ferma al 1920/30. Aerovascelli sorvolano distese di conifere e barriere di ghiaccio, tribù di inuit predano su carovane di automezzi blindati, aeroplani ad elica esplorano le nuove frontiere. Un nuovo mondo di scafandri per l'alta pressione, di piloti dai giubbotti di pelle, di tecno-nomadi amici con gli orsi polari.


lunedì 26 marzo 2018

The Great White Space, di Basil Copper: il meglio dell'omaggio lovecraftiano



Inghilterra, 1930
In seguito all'ubriacatura dei Roaring Twenties, nuvole di guerra si addensano nell'Europa continentale, mentre l'Impero Britannico consolida inquieto il suo dominio coloniale, dall'Africa, all'India, ai più remoti avamposti dell'Asia.

Frederick Plowright è un fotografo professionista, che si è fatto un nome partecipando a diverse missioni esplorative di scienziati e antropologi in tutto il mondo. 
Un uomo rigoroso, preciso, totalmente devoto alla sua arte; eppure incline, suo malgrado, a fantasticherie e visioni febbrili. 
Giovane, ma insoddisfatto, Frederick accetta un'offerta di lavoro peculiare: una missione di ricerca di un anziano professore, Clark Ashton Scarsdale, che dichiara di voler esplorare il grande nord. Forse l'Antartide, dove nello stesso periodo, un'altra spedizione della Miskatonic University è andata perduta...

Introdotto nella villa di Scarsdale, Frederick scopre come la destinazione sia tutt'altra, occlusa per segretezza: una sconosciuta contrada nel profondo oriente, tra la Mongolia, Burma e la Cina al confine occidentale, oltre il deserto dei Gobi.
Scarsdale, dopo decenni di ricerca nei più svariati campi scientifici e pseudoscientifici, ritiene di aver scoperto quanto definisce “The Great White Space”. Si tratta di un portale extra dimensionale, descritto nel testo di occultismo “The Ethics of Ygor”, come “Un Grande Spazio Bianco”.
Un varco di accesso, dove le leggi scientifiche vengono distorte e sovvertite, attraverso il quale aliene e superiori entità chiamate gli “Old Ones” entrano in contatto con la Terra. Scarsdale desidera trovare il Portale, studiarne la composizione ed eventualmente essere il primo ambasciatore della razza umana a entrare in contatto con gli Antichi.
La spedizione è bene equipaggiata, con cinque semicingolati dell'esercito, ampie provviste e contatti sul posto: tuttavia Frederick rimane turbato quando scopre tra le provvigioni una mitragliatrice, bombe a mano e addirittura fucili per la caccia agli elefanti.
Il riserbo di Scarsdale sull'effettiva natura del viaggio non può mascherare quanto sembra essere più un mostruoso safari che una spedizione scientifica...

lunedì 19 marzo 2018

Hellraiser, di Mark Alan Miller: un dovuto Tributo


Kirsty Cotton è in fuga.
In seguito alle disavventure narrate in “Schiavi dell'inferno” e nel primo film di “Hellraiser”, Kirsty ha imparato a camuffare voce e identità, a cambiare passaporto con la facilità di un respiro, eternamente in viaggio. 
Sono infatti passati trent'anni dall'istante in cui lo sfortunato Rory ha spillato sangue nella casa di “Zio” Cotton, permettendo all'anima dannata di reincarnarsi nel mondo reale, con il soccorso mefitico dell'adultera Julia. Dal momento in cui Kirsty ha dischiuso il cubo di Lemarchand, consegnando il recidivo Frank a un insoddisfatto Pinhead, la ragazza ha sempre saputo di aver solo rimandato il suo momento, di aver solo ingannato il tempo prima che i cenobiti la incatenassero alla minaccia/desiderio propria di chi dissigilla il cubo. 
In seguito a una misteriosa lettera di un professore di teologia dove si accenna a un'Apocalisse in arrivo, connessa a Pinhead e al cubo di Lemarchand, Kirsty non ha altra scelta che affrontare il suo nemico nella sua stessa tana: l'Isola del Diavolo, dove secoli prima, il misterioso costruttore di giocattoli architettò la Configurazione dei Lamenti. 
Uno scontro rinviato trent'anni è ora inevitabile...

lunedì 12 marzo 2018

Monsters, di Clive Barker: un mostro di bravura


Emergenza sangue nella nazione dell'horror, regione splatterpunk, provincia Clive Barker, comune “Books of Blood”: termina ufficialmente con questa sesta antologia di racconti la rilettura barkeriana. 
E quale magnifica, folle, cavalcata: dai territori intrisi di gore degli esordi, a una vasta pletora di futuri adattamenti fumettistici e cinematografici, alle premonizioni weird e dark fantasy delle opere successive. 
I “Libri di Sangue” si possono leggere nell'ordine e nelle preferenze che più aggradano, come dimostrano le riedizioni e le antologie successive, tuttavia danno il loro meglio quando si procede nell'ordine originario, in modo da constatare la graduale evoluzione di Barker, sia nel senso dell'utilizzo di strumenti narrativi e stilistici sempre più raffinati, sia nella padronanza delle diverse idee, spesso compresse nell'arco di poche pagine.

Il tempo sarebbe un ottimo maestro, se non fosse che uccide tutti i suoi alunni.
La relativa immortalità della letteratura le permette tuttavia di sfuggire questo fastidioso inconveniente, solitamente dando giustizia allo scrittore quando ormai è nella tomba, morto di fame, povertà o cure mediche che non poteva permettersi. 
Il che implica, tra parentesi, un ovvio imperativo: sostenete gli scrittori quando sono in vita e lasciate le commemorazioni a rari casi.
Il ragionamento vale per Edgar Allan Poe e si è visto riconfermato con HP Lovecraft.
Clive Barker è fortunatamente vivo e famoso, ma persino nel suo caso il tempo gli sta finalmente dando giustizia, regalando all'oblio le assurdità e le banalizzazioni con il quale era stato propagandato negli anni ottanta.

lunedì 5 marzo 2018

Visions, di Clive Barker: carceri, complotti e leggende metropolitane


Quinto e penultimo volume dei “Libri di Sangue”.
Stavo riflettendo sulle precedenti (ri)letture barkeriane e ho concluso che Barker mescola tre diverse tecniche, in quello che scrive.
In primo luogo, Barker è ovviamente uno scrittore ricercato, senza timore di usare a fondo il dizionario
Quest'aspetto, penalizzato dalle vecchie traduzioni, risalta nelle descrizioni e nella generale atmosfera raffinata dei suoi racconti, quand'anche abbondano budella strappate e morti violente. “Testacruda Rex” è un ottimo esempio.
In secondo luogo, Barker è generalmente disinteressato alle metafore spicce, ai simbolismi insistititi, al racconto come messaggio, che sia morale, politico, intellettuale e così via. Quanto ricerca e ama è il potere dell'immaginazione, che gli permette nel contesto delle sue opere un gusto per lo strano e il bizzarro senza giustificazione alcuna. 
Si può criticare quest'elemento come cattiva scrittura e teoricamente sono d'accordo nelle critiche di S. T. Joshi.
In terzo luogo, Barker è un autore romantico e come tale commenta e guarda da dietro le quinte, nelle vesti del demiurgo onnisciente le vicende dei suoi meschini protagonisti. 
I personaggi delle sue storie inoltre agiscono a loro volta guidati da un sacro fervore; quando il soprannaturale si manifesta raramente si scivola nel volgare o nella narrativa per ragazzi, dove il virile protagonista “accetta” l'orrore con motosega e fucile a canne mozze. L'incontro con il soprannaturale genera piuttosto una trasformazione, con punti di contatto nell'estasi religiosa.
E tuttavia lo stile di Barker non scivola mai nella volgarità, sebbene concedendo tutte le scene di sesso e di gore che si potrebbe aspettare dalle sinossi. Pur con il sacro fervore e il romanticismo innegabile dell'autore, c'è un certo distacco, un'ironia, un humor asciutto e tagliente.
Una strana combinazione.

lunedì 26 febbraio 2018

Creature, di Clive Barker: un horror alla mano


Non esistono freni sul treno di Barker: si sale e non si scende, fino a quando non si arriva a destinazione, qualsiasi essa sia: può essere l'una di notte, le nove del mattino, il mezzogiorno di una pausa pranzo. 
Quando s'inizia a leggere, non si riesce a smettere. 
Il quarto volume dei “Libri di Sangue” costruisce sulle fondamenta dei precedenti, con un Barker ormai a suo agio con la kinghiana cassetta degli attrezzi forgiata con i primi racconti. 

Le storie tendono ormai a diventare veri e propri racconti lunghi, dilatano scene e approfondimenti psicologici, mentre si abbandona gradualmente le rivisitazioni dei classici, così come tutto il vecchio ciarpame di angeli, demoni, pentacoli, ecc ecc
Al contempo, c'è ancora un gancio, in quest'antologia del 1985, ai primi lavori e un'idea di horror classica, con tutti i suoi limiti e vantaggi. 
“Apocalisse” è una ghost story originale, ma che rientra nei canoni del genere; “Vade Retro, Satana” è una storia ammonitrice dentro una tradizione gotica di vecchissima data. E nel contempo... la modernità di “Libertà agli oppressi”, de “La condizione inumana” e sopratutto del cronenberghiano “L'età del desiderio”: si avverte, giunti a questa fase, una spaccatura netta nella produzione barkeriana degli inizi.
Con nostra fortuna e come dimostreranno i lavori successivi, ha prevalso la linea immaginativa e non l'horror da un tanto al chilo al supermercato...

lunedì 19 febbraio 2018

Sudario, di Clive Barker: il fascino tossico del cinema


La rilettura dei “Libri di Sangue” di Barker procede con lo stesso ritmo forsennato di un cuore tachicardico: meno d'una settimana per completare il terzo volume, intitolato nell'edizione Sonzogno, “Sudario”.

L'aggettivo “lovecraftiano” sottintende un'adesione alle idee e all'immaginario di HP Lovecraft.
Mi sembra implicito nel termine: lovecraftiano, di Lovecraft, appartenente allo scrittore. 
Il problema sta nella delimitazione di cosa si dovrebbe considerare “lovecraftiano” e cosa invece costituisce patrimonio comune dell'horror. 
Ad esempio un racconto dove il protagonista viene assalito dai topi, non è un racconto lovecraftiano, nonostante la gemellanza con “I ratti nei muri”. Cifra distintiva di quella storia non erano solo i topi, ma la discendenza genealogica, la maledizione genetica perpetuata di generazione in generazione, la discesa nella follia... troviamo ovunque storie horror con ratti assassini, non sono certo un elemento lovecraftiano. 
Allo stesso modo, i portali extra dimensionali sono esistiti dagli albori della letteratura popolare, dalle dime novels, dal pulp, dalla fantascienza dozzinale. Il concept “entità aliena proveniente da un'altra dimensione” non è certo propriamente lovecraftiana. Tuttavia, se quell'esistenza aliena con il suo stesso esistere pone in negazione la Terra e tutto ciò che definiamo “realtà”, o in altre parole, se quell'entità smentisce lo stesso concetto di “esistere”, come il costrutto verbale associato a questo termine, come la stessa possibilità di formulare un pensiero... forse ci stiamo avvicinando a qualcosa che si potrebbe definire lovecraftiano, nel senso che sprigiona un autentico terrore esistenziale.