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mercoledì 11 aprile 2018

Fantasy senza fantasia, ovvero la maledizione del minimalismo


Due fattori fondamentali concorrono nella scrittura fantasy, accanto alle elementari norme dello stile e della storia: equilibrio e convinzione.

Sono convinto, in quanto blogger e lettore di lunga data, non scrittore, che la qualità di un'opera fantasy dipenda dall'abilità di giocoliere con la quale lo scrittore gestisce gli elementi fantasy al suo interno. Non solamente nell'effetto a catena secondo cui quanto più prevalente è il fantasy, quanto più diventa facile scadere nella contraddizione e nell'improbabile, ma anche nella misura in cui il fantasy viene gestito di per sé stesso. 
Ovvero: si può avere un elemento fantasy considerato seriamente (Tolkien) o a effetto comico (Pratchett). Si può scrivere un libro come Il Signore degli Anelli solo per avere un veicolo con il quale mostrare i propri studi linguistici, o si può procedere a creare un mondo fantasy per dimostrare la propria geniale verve satirica. Il secondo non è più improbabile del primo, né meno erudito. Tuttavia sono forme diverse di approccio al fantasy
Quindi, accanto all'elemento della qualità, andrebbe fatto risaltare il tono del fantasy, quale approccio prediligere. Si può disporre di un elemento fantastico mutuato dalla fantascienza, come con la narrativa di Andre Norton recensita su Heroic Fantasy Italia, o mutuato dalla mitologia, o ancora inventato da zero, o animato da un'ideologia politica di base (China Miéville).


venerdì 21 ottobre 2016

I miei due cent su Donald J. Trump


L'atteggiamento di Roosevelt nei confronti dell'Unione Sovietica era piuttosto arrendevole, questo lo sappiamo tutti. Stretto tra le due potenze, Churchill si sentiva come la Polonia in un conflitto globale. Come ogni politico abile, Roosevelt considerava l'Unione Sovietica uno stato con cui trattare, concludere accordi e poter ragionare: una potenza bruta, un po' stupida, sgradevole, ma dallo status diplomatico riconosciuto. Dall'opposizione politica all'opposizione ideologica si passa dapprima con Truman e non si tratta necessariamente di un passaggio obbligato. La guerra fredda non era inevitabile fino a quel punto; la tensione post conflitto avrebbe potuto allentarsi, pur con l'ipocrisia della realpolitik. Sono anni di ricostruzione post bellica e di finanziamenti ingenti all'Europa. A retrospezione, è incredibile quanto riuscisse a ottenere la Russia in popolarità con il minimo sforzo, e all'opposto quanto l'America faticasse a imporsi con le più esagerate elargizioni.
Il clima di continuo scontro con il gigante russo, la guerra ideologica per convincere il popolo americano che ci fosse un nemico ineliminabile, inumano e mostruoso al di là della cortina di ferro deve aver lasciato le sue belle cicatrici anche nelle generazioni più recenti. Il crollo del muro risale a neanche trent'anni fa, siamo ancora dentro generazioni su generazioni di menti addestrate a concepire l'est come un'orda mongola pronta a invaderli. Psicologicamente, in Europa, l'abitudine mentale a vedere nell'America la salvezza sempre e comunque rimane molto forte. L'immagine è positiva, magari incrinata dagli ultimi dieci anni di totale incompetenza, ma pur sempre positiva. Non mi sto riferendo a vegliardi, a reduci, a pensionati, ma semplicemente a persone che vivevano negli anni '70 e '80 la loro giovinezza.



lunedì 26 settembre 2016

Per uno stile di vita Biedermeier

So che con questo articolo sembrerò una persona ancora più vecchia nell'animo di quanto già non sembro normalmente, ma con diverse ore di studio alle spalle (o meglio, in testa) mi risulterà inevitabile. Sono come quel vecchio alla fermata del tram che proprio non resiste a raccontarvi quella sua storiella tanto importante. Gettategli qualche euro per starvene in pace.

Qualche settimana fa, discutendo sul mio (pseudo) luogo di lavoro, una collega elencava quanto a suo giudizio erano le cose-da-fare prima di raggiungere i quarant'anni. Viaggi, innanzitutto; e poi attività spericolate-ma-non-troppo, dall'immersione nella gabbia con gli squali al bungee jumping.
Mi dev'essere sfuggito allora uno sbadiglio e non solo perchè stavo cercando di studiare un testo tanto filo americano che sentivo la mia camicia colorarsi a stelle e strisce. No, sbadigliavo anche perchè ritenevo che fosse una lista di attivitàpericolose, eppure anche così... borghesi?
Il pericolo c'era, ma diluito a tal punto da risultare addomesticato, gestibile. Un brivido, nulla di più.
E non voglio certo dire che non ci voglia coraggio a nuotare tra gli squali, anzi il sottoscritto non sapendo nuotare affatto, probabilmente si spaventerebbe anche solo all'idea di immergersi in qualcosa di più della vasca da bagno casalinga. Quindi tanto di cappello, suppongo. Eppure, all'idea stessa di compilare una list of things to do prima di diventare “vecchi” mi sentivo schifato. Non erano vere attività, come non erano vere esperienze; si trattava piuttosto di cogliere un attimo particolare e consumarlo. Elencare le cose da fare trasmetteva un'idea di lista della spesa, di consumo generalizzato, in diretto contrasto con il lessico usato.
Da un lato, le solite cazzate buddiste/spiritualiste: cibo per l'anima, rigenerazione interiore, un'esperienza dell'animo ecc ecc
Dall'altro, un'attività programmata e preparata nel dettaglio, un oggetto-esperienza da consumare seduta stante. Solo in una società che quantifica tutto e tutti instancabilmente, sarebbe stato possibile arrivare a un simile combinazione di fattori:
  • Qualcosa d'impalpabile come “un'esperienza” vendibile attraverso un'attività.
  • Un'attività unica e irripetibile venduta con un suo programma predefinito, un suo listino e costo, una sua descrizione in dettaglio.
  • Un servizio a pagamento – perchè di questo discutiamo – presentato nemmeno come un'attività, ma come un'esperienza e per di più un'esperienza spirituale.
Già Slavoj Zizek lamentava giustamente come il consumismo moderno, non pago di avere un consumatore, pretende persino di avere un consumatore che non badi a ciò che compera, che lo consumi con disprezzo zen. Non basta che si comperi un oggetto e non si possa star bene senza averlo comprato; ma nella fase successiva all'acquisto occorre negare ogni attaccamento, considerarlo spazzatura, robetta poco importante. Insomma, perdiamo così persino la figura dell'accaparratore, materialista geloso e possessivo verso quanto acquista.

lunedì 5 settembre 2016

La Narnia maschile di C. S. Lewis e la Narnia femminile di Pauline Baynes


E' consolante come da bambino si apprezzi una storia per quello che al fondo è, cioè una storia, bella o brutta. Solo successivamente, con un bagaglio culturale alle spalle, ci si rende conto di quanto un autore avesse insistito su quella metafora, su quell'allegoria, su quel messaggio ecc ecc
Tuttavia, a una lettura “ingenua” nulla di tutto ciò emerge, ci si limita a leggere e gustare l'avventura. Non è un'ammissione d'ignoranza, ma al contrario una rassicurazione su come, per l'ennesima volta, non si debba considerare il bambino come un idiota che assimila qualsiasi ideologia gli si proponga, ma anzi, un soggetto che sa badare a ciò che conta per davvero, protagonisti e trama. Nel caso in questione, un bambino che legge Il leone, la strega e l'armadio, non riconoscerà mai l'allegoria cristiana dietro, per altro molto spicciola – il dolcetto turco per il frutto proibito del Giardino dell'Eden, il leone Aslan come Gesù, la sua morte e resurrezione come una Via crucis fantasy ecc ecc – si limiterà invece a leggere una storia che troverà divertente. Se anche uscisse fresco fresco da quel tempio dell'inutilità che è l'oratorio, non riconoscerà mai l'allegoria. Valuterà il romanzo in base all'intrattenimento e alla piacevole immedesimazione che gli permette; senza dubbio da quel punto di vista C. S. Lewis è un bravo narratore, piacevolissimo.

Man mano che le Cronache di Narnia proseguono e le invettive di Lewis aumentano, quest'incapacità del bambino di percepire il sotto fondoideologico” si rivela sempre più fortunata.
Consideriamo ad esempio il penultimo libro, La Sedia d'Argento. Scomparsa l'epica alla Tolkien del primo libro, come il gusto per la scoperta e l'avventura metafisica del Viaggio del veliero, La Sedia d'Argento già preavverte la pesantezza morale de L'Ultima Battaglia. Dietro gli animali parlanti e le battutine che un rimbambito pronuncerebbe, ma non un bambino, Lewis sta diventando un rauco urlatore, un pensionato reazionario. Un giudizio eccessivo? Torniamo alla Sedia d'Argento, e (purtroppo) vediamolo confermato fin dalle prime righe.
Eustachio, il ragazzo “nuovo” nel Viaggio del veliero, è ora studente di una prestigiosa scuola d'élite, dove ha stretto amicizia con uno scricciolo di ragazza chiamata Jill Pole.
Già dal primo capitolo, “Dietro la palestra”, vediamo confermato come alla lettura del testo corrispondano due diverse interpretazioni, a seconda che il lettore sia un bambino, o un novello analfabeta, o sia invece un adulto più smaliziato.
Nel primo caso, da quanto ricordavo alle medie, Eustachio frequenta una scuola sgradevole e grigia, dov'è pieno di bulli e dove il corpo insegnanti è passivo, completamente disinteressato a punire i cattivi. Questa è la visione base, di chi legge prestando attenzione alla storia.
Rileggendo invece La Sedia d'Argento avanti cogli anni, le intromissioni e le gomitate del narratore onnisciente (cioè, Lewis stesso) risultano oltremodo fastidiose. Non ci si limita a spezzare l'immersione, a rovinare la lettura: sembra di assistere a una bel discorso continuamente interrotto da un urlatore che megafono alla mano deve spiegarti come stanno le cose.
Ora, dal momento che la storia che sto per raccontarvi non ha niente a che vedere con la scuola, vi darò solo qualche piccola informazione sull'Istituto di Jill: il che, detto fra noi, non è un argomento piacevole.

lunedì 1 settembre 2014

Togliere le zanne al mostro: rileggendo Harry Potter e la pietra filosofale


Capolavoro e prodotto di successo sono due concetti completamente differenti e col tempo ho imparato sempre più a distinguere nettamente tra queste due diverse attribuzioni.
Il prodotto di successo, almeno per quanto riguarda il mio metro di giudizio, è un film/libro/videogioco di buon spessore, spesso caratterizzato da un paio d'idee vincenti, una scrittura passabile e un passaparola inatteso. Il prodotto di successo, come intuisce l'etichetta, è tale perché detto brutalmente vende tanto, tantissimo. Sfracella ogni classifica e si pianta saldamente lì per mesi. In altre parole, un prodotto è tanto più di successo quanto più macina denaro. Seguiranno poi altri fenomeni tipici del genere, dai giornalisti/saggisti/professori che salgono sul carro della celebrità alle fanfiction, un'ottima prova della vitalità di un fenomeno, di un autore.
Il prodotto di successo segue dunque questo processo, dal successo immediato, alla conquista di un nucleo sempre più ampio di lettori alla transmedialità, il passaggio di un libro al film, al fumetto, al videogioco, al boardgame. Il prodotto diventa così capillare, pervasivo.

Ma è un capolavoro? Dipende.

La moda attuale, o meglio la confusione attuale! Vuole trasformare ogni prodotto di successo, per quanto minore, in un fenomeno di massa, un capolavoro indimenticabile di generazione in generazione. A volte il giochetto di marketing funziona, a volte fallisce miseramente. 
I Pokemon all'inizio del 2000 erano chiaramente un prodotto nipponico pianificato a tavolino, che tuttavia ha fatto presa. Non ultimo, perché come molti prodotti orientali s'accontentava del Kawaii senza andar in cerca del moralismo disneyano. 
Gli Hunger Games, dai libri (mediocri) ai film stanno invece facendo il buco nell'acqua: i fan sono praticamente scomparsi, i lettori sono passati ad altro. Nonostante l'asfissiante tempesta pubblicitaria, il prodotto di successo non è diventato capolavoro, né lo è mai stato. Erano buoni romanzi, nient'altro. 
Difficile giudicare poi Twilight, su cui è stato lanciato troppo odio per dei romanzi inconsistenti, ma sostanzialmente nemmeno troppo brutti. Là il passaggio di media in media, il successo, è sembrato durare per tre anni, prima di finire nel cestino della dimenticanza. Un successo così così.

Harry Potter è un capolavoro?
Senza dubbio è un prodotto di successo. Come (credo) tutti, quando avevo undici, dodici anni ho letto tutta la saga, ho visto i film, ho anche collezionato un paio di album di figurine. Nulla di che, mi ci divertivo.
Nello stesso periodo, tuttavia, leggevo Il Signore degli Anelli, le Cronache di Narnia e verso i tredici anni assaporavo per la prima volta Lovecraft. Questo non per sottolineare chissà quale superiorità – verso i tredici anni ero anche fermamente convinto che il miglior Fantasy in assoluto fosse Eragon, di Christopher Paolini e solo per questo avrei dovuto essere preso a badilate in faccia – ma per ribadire che leggevo un po' di tutto quello che sapesse di Fantasy.
Dopo quasi un decennio da quelle letture, ho deciso di rileggere la Rowling, sia per spaziare in territori più moderni, sia perchè in cerca di ispirazione per un racconto urban fantasy.
Mi sono fermato a Harry Potter e la pietra filosofale e non credo andrò avanti. 
Era dai tempi di King che non avevo l'impressione di un autore tanto male invecchiato. La questione non è se la Rowling aderisca o meno a un canone a cui tutti gli scrittori devono aderire. Non m'interessa mimare i cultori del manuale americano di narrativa – quando inserire il colpo di scena, come dosare lo show don't tell ecc ecc Specie il primo romanzo della saga di Harry Potter era destinato a una saga infantile, al massimo adolescenziale. Quando incominciò a infuriare qui in Italia, si parlava di “ritorno della letteratura per l'infanzia”. E' ovvio che se lo si analizza in quel modo, si possono trovare migliaia di difettucci che non sono in realtà tali, dalla voce narrante, ai costanti infodump, al protagonista puntualmente salvato da un deus ex machina. Se volessimo davvero comportarci da stronzi, c'è un abuso grammaticale di puntini di sospensione che parte dal primo capitolo e continua imperterrito per tutto il libro. Metà dei dialoghi (alcuni davvero mediocri) di Harry Potter sono frasi intercalate da diluvi di puntini. 
Vi sfido: aprite una pagina a caso che non sia il finale e contate i puntini. Ne sarete sommersi.

Tuttavia, criticare su quest'aspetto Harry Potter sarebbe un esercizio puerile, per me di poco interesse. 
La moda attuale di smembrare un romanzo e citarne i pezzi che servono per una recensione falso-negativa non ha alcuna logica. Ogni romanzo, per quanto perfetto, se tolto dal suo contesto perde senso. 
E' come se catturassimo una conversazione per strada e ne rimescolassimo parole, frasi e interlocutori. Verrebbe fuori una merda, ma è una merda che stiamo combinando noi, togliendo quell'unità testuale che aveva in origine.
Allo stesso modo, non mi danno fastidio le incongruenze, i colpi di scena posticci, le cose illogiche. 
Mi turbano parecchio perchè c'è un'ideologia dietro che trovo spaventosa; un disprezzo verso il Babbano e verso la tecnologia che è tanto assolutizzante quanto stupida. Nel momento in cui scopri di essere mago, i progressi di oltre duemila anni di storia vengono annullati e ridicolizzati. Al contempo, i maghi mantengono un assoluto regime di apartheid verso gli “umani”, nonostante le innumerevoli, geniali possibilità che potrebbe aprire una fusione tra tecnologia babbana e magia umana. 
Nel delirante worldbuilding della Rowling, inoltre, i maghi sono apolitici e vivono felici dentro una sorta di stato liberale, con una pubblica opinione vivace, ma sostanzialmente tenuta a freno dalla scusante di un nemico esterno, Tu-Sai-Chi. 
Un appassionato di Harry Potter a questo punto mi darebbe del ritardato e probabilmente avrebbe ragione: sto cercando sottotesti e rigore da un romanzo per bambini. Esagero probabilmente. Nemmeno questa chiave di analisi, per quanto divertente sarebbe utile. Sul piano della trama, ad esempio, si potrebbe continuare a lungo; Harry Potter è un protagonista che non ha letteralmente nulla all'inizio, ma che già superate le prime cinquanta pagine ottiene praticamente tutto, dai soldi della Gringott alla fama di una superstar. La Rowling supera perfino gli handicap fisici (occhiali, goffezza, corporatura dinoccolata) trasformandolo nell'atleta per eccellenza del Quidditch. 
Il personaggio è letteralmente rovinato perchè parte con un monte (del Fato?) di problemi e termina già a metà libro con tutto, dai gadget del mantello dell'invisibilità, ai soldi, alla vittoria sportiva. Ciononostante, è un romanzo per bambini e questi deus ex machina funzionano, perché tengono sempre alto il ritmo.



La saga di Harry Potter dunque può essere criticata singolarmente per un particolare aspetto, ma difficilmente smontata in toto. Le fondamenta fantasy su cui si regge sono al di fuori delle logiche sia di stile che di trama normalmente usate. In altri casi, con altri generi sarebbero criticabili. Nel mondo di Harry Potter tutto questo invece funziona. Ma qui sorge il problema.
Perchè il mondo fantasy della Rowling non è fantasy. 
Se ancora l'arrivo di Hagrid, la scoperta di essere il prescelto e l'arrivo a Diagon Alley hanno ancora la meraviglia che loro compete, presto tutto si affloscia. Il mondo di Harry Potter continua a svelare i suoi aspetti magici, ma questi non hanno nulla, letteralmente nulla di magico. Sono invenzioni descritte con tono piatto e grigio, più simili agli scherzi di un tendone da circo che alla paura/desiderio reverenziale della vera Magia, quella con la M maiuscola. La Rowling è sempre stata lodata per la quantità di dettagli e di invenzioni che sorprendono il lettore a ogni voltar di pagina. Non si osserva mai però che questa quantità non si accompagna mai alla qualità. Il mondo dei maghi è il riflesso consumista del mondo dei Babbani; è letteralmente pieno di roba “interessante” ma che non è magica. Avrei preferito un singolo incantesimo descritto con la cura e il timore dei veri incantesimi alla massa informe di latinorum scopiazzato della Rowling. La Magia della Rowling è la magia Made in China. 
Va bene un po' a tutti, è chiaramente taroccata, non ha pericoli. In effetti l'idea stessa che la magia possa venire insegnata dentro una scuola è controintuitiva. La magia, se è davvero “magica” non può venire insegnata come se fosse la matematica. La magia è tale proprio perché fuori dalle leggi e fuori dalle regole ordinarie. Inserirla nell'ambiente scolastico equivale a svuotarla di fascino, a ingrigirla. 
A privarla, fattore cruciale!, di ogni carica sovversiva e pericolosa.
Il fantasy non-fantasy della Rowling non si limita alla magia, ma imperversa nel bestiario fantastico.
Non appena entra a Hogwarts, Harry Potter incontra non un fantasma, bensì venti!

Poi accadde una cosa che gli fece fare un salto alto un palmo da terra... Dietro di lui, molti ragazzi gridarono.
<< Ma che cosa...? >>.
Si sentì mancare il fiato, e con lui tutti gli altri. Una ventina di fantasmi erano appena entrati nella stanza, attraversando la parete in fondo. Di color bianco perlaceo e leggermente trasparenti, scivolavano per la stanza parlando tra loro e quasi senza guardare gli allievi del primo anno. Sembrava che stessero discutendo. Quello che assomigliava a un monaco piccolo e grasso stava dicendo: << Io dico che bisogna perdonare e dimenticare; dobbiamo dargli un'altra possibilità... >>
<< Mio caro Frate, non abbiamo forse dato a Pix tutte le possibilità che meritava? Non fa che gettare discredito sul nostro nome, e poi lo sai, non è neanche un vero e proprio fantasma... Ehi, dico, che cosa ci fate qui? >>
Un fantasma in calzamaglia e gorgiera aveva d'un tratto notato gli studenti del primo anno.
Nessuno rispose.
<< Nuovi studenti! >> disse il Frate Grasso abbracciando tutti con un sorriso. << In attesa di essere smistati, suppongo >>.
Alcuni annuirono in silenzio.
<< Spero di vedervi tutti a Tassorosso! >> disse il Frate. << Sapete? E' stata la mia casa >>.
<< E ora, sgombrare! >> ordinò una voce aspra. << Sta per cominciare la Cerimonia dello Smistamento >>.
La professoressa McGranitt era tornata. Uno a uno, i fantasmi si dileguarono attraversando la parete di fronte.

Un fantasma non è una cosuccia da prendere alla leggera.
E' uno spirito dei morti, una prova tangibile dell'esistenza dell'al di là, oltre che un'agghiacciante incursione del soprannaturale. Un solo fantasma ha dato filo da torcere a generazioni di scrittori e poeti. 
C'è un ricco background alle spalle, ma viene sorvolato senza perdere tempo. Nel mondo della Rowling esistono i fantasmi, così come esistono i goblin, gli elfi e altre creature: tutte magiche, tutte ininfluenti. Quello che sto cercando confusamente di comunicare è che non c'è spessore, in quanto descrive la Rowling. 
Non c'è quell'attimo di sospensione, di sublime che dovrebbe accompagnare il soprannaturale. Cazzo, capisco che il mondo di Potter è magico, ma di fronte a un non-morto io fuggirei via urlando!
Sono fantasmi filmici, bonaccioni per tinteggiare un mondo di cartapesta.



Harry Potter non si muove dentro un fantasy realistico, e questo posso accettarlo. Ma non posso accettare che la “magia” della Rowling sia tanto anonima. Non è nemmeno la magia trash di D&d "Il mio mago casta una palla di fuoco sullo scheletro campione..."
E' proprio senza spessore. Ha regole, ma non le segue. Usa il latino, ma lo parodia oltre ogni decenza. 
A tutti gli effetti l'incantesimo viene descritto come una tecnologia “da usare”. I babbani muovono il culo e afferrano la lattina di Coca-cola, i maghi usano Accio. E' una magia castrata alla radice. Posso comprendere perché Alan Moore sia tanto inferocito da Harry Potter. Per chi davvero ci crede, nella magia e nel “diverso” il mondo della Rowling è grigio e piatto. Non starò a elencare le fonti da cui la Rowling copia spudoratamente, perchè sarei ipocrita e pedante; non le ho lette, non posso fare confronti. 
Ma senza dubbio non si può negare la sciatteria.
La Chiesa ha spesso criticato Harry Potter, avvertendo della pericolosità di scambiare finzione e realtà. Harry Potter, insinuano, è pericoloso perché non introduce alcuna frattura tra realtà e magia. Tutto è magico, per la Rowling, argomentano. Di conseguenza il bambino potrebbe confondersi e pensare che davvero un giorno riceverà una lettera che lo inviti a Hogwarts.
Una critica davvero miope! La saga di Harry Potter è particolare proprio perché non è un Fantasy.
Se tutto è magico, in realtà tutto è ordinario. La magia funziona quando trasmessa a piccole dosi. 
Se frastorni il lettore con vagonate di “magia” a ogni voltar di pagina, l'irrazionale diventerà presto la norma. Si tranquillizzino i pretacci e le psicologhe dell'infanzia: Harry Potter mai potrà essere pericoloso perché mai potrà essere un Fantasy. L'irrazionale, il sovrannaturale, la magia sono argomenti da introdurre pian piano, con rispetto e meraviglia. In Harry Potter sono invece la vernice con cui parlare di qualcos'altro. Sono sbattuti in faccia al lettore, degradati ripetutamente. Servono come metafore per triti moralismi senza però nessuna critica seria dietro. Harry Potter non è fantasy a sufficienza. E' questa, la vera critica.
La Rowling prende il mostro delle fiabe e metodicamente gli cava le zanne, trasformando uno splendido drago in una mucca ruspante. Chi ama Harry Potter, ne ama l'ambientazione scolastica. Gli scherzoni da fiera che vengono definiti magia raramente vengono presi sul serio, persino dai fan.

Per citare Zizek, la moda attuale svuota di significato ogni esperienza. Si vuole dunque guardare film horror senza spaventarsi, assumere alcool senza soffrire la sbornia, drogarsi senza diventare dipendenti, fumare senza rovinarsi i polmoni, mangiare senza ingrassare... ecc ecc

Harry Potter pertanto, è perfetto: è un fantasy senza fantasy, e in ciò sta il suo successo.  

Fonti: 
Scans prese dall'opera di Moore sulla Lega degli straordinari gentlemen: 2009

venerdì 6 giugno 2014

Sepolta in fondo al mar...


Bioshock Infinite è il tipico gioco sottovalutato perché tutti lo reputano sopravvalutato.
Tra giocatori che rifiutano di giocarlo per conservare il “bel ricordo di Bioshock” (sic!), giocatori che accusano il gameplay old style di essere troppo semplicistico, ma lodano senza remore giochi indie altrettanto ripetitivi e semplicemente recensori che smerdano ogni gioco nuovo per far vedere quanto sono duri&severi, il titolo di Ken Levine non se l'è passata affatto bene. Ed è un peccato. Perché specie con gli ultimi due Dlc, il lavoro di ricamo e raccordo dell'imponente background del mondo di Ken Levine ha raggiunto ottimi risultati.

Rapture, del primo Bioshock, è un'utopia Randiana dove l'egoismo di uomini troppo intelligenti per essere umani è degenerata in una società senza né legge né morale, dove uomini deformati dall'abuso di sostanze psicotrope vivono sul fondo di una magnifica città sottomarina art deco.

Columbia, di Bioshock Infinite, è un'utopia ottocentesca dove una gigantesca cittadella volante che simboleggia l'orgoglio degli stati Uniti d'America s'è resa indipendente, fluttuando di cielo in cielo preda di una violenta guerra civile tra l'ultracapitalismo dei Padri Fondatori, cocktail di religione, industria e razzismo anglomane e l'anarchia comunitaria della Vox Populi, operai e schiavi guidati da Daisy Fitzroy, figura ricalcata sui molti, troppi rivoluzionari che a fine 800 vengono consumati dalle loro stesse lotte intestine.

Se Ken Levine nel primo Bioshock svergognava i Libertari per cui lo Stato non esiste e solo il più forte deve sopravvivere, in Bioshock Infinite la satira inarrestabile è diretta contro un capitalismo selvaggio che sfrutta la religione cristiana per giustificare un classismo asfissiante e una Xenofobia più mostruosa dei suoi stessi mostri che accusa. Nel primo (ma ancor di più nel secondo) c'è davvero tanto, di quel materiale da mettere sotto esame. Se c'è un gioco da tesi di laurea, è questo.
Incidentalmente, Bioshock Infinite è anche la perfetta satira dello steampunk: laddove la moda attuale è di dipingere con toni nostalgici il passato della Bell'Epoque, come un “bel mondo” dove “vigeva l'ordine” qui il velo (di Maya?) viene strappato e gli Stati Uniti svelano un volto selvaggio, dove la scienza serve i padroni dell'Industria e la più totale assenza di legge domina rapporti di tipo schiavistico tra classi borghesi e operai-macchine.

Ahh il salutismo di Rapture! ^^
E poi c'è Elizabeth. L'obiettivo di Bioshock Infinite. La ragazza da salvare. O ancora: la ragazza medium che apre squarci temporali in più mondi, più luoghi, più tempi. Autentico passepartout narrativo che permette di saltare di luogo in luogo, Elizabeth è la chiave per imbastire distopie altrimenti irrealistiche e metter in moto una trama eccezionalmente complicata.
Ovviamente questo poco importa al recensore: la sceneggiatura è sbrigativamente chiusa con un “è pieno di mindfuck!” e se va bene, esce un 8, un 7, un 5. Gameplay scarso, scarso, scarso! Mah. Datemene altri, di giochi con gameplay così scarso ma trame, ambientazioni, originalità, tette del genere. Il mercato ormai obbedisce sempre più agli input degli utenti, e (purtroppo) con input del genere difficilmente faremo molta strada.

Quindi non sorprende che quest'ultimo Dlc di Levine, autentico testamento d'addio, sia passato tanto in silenzio. L'Elizabeth di Columbia (o almeno una delle sue tante incarnazioni) finisce su Rapture e viene progressivamente trascinata in un'avventura sanguinosissima e sibillina, che cerca a furia di manifesti e varchi nel tempo di intrecciare le due distopie, la Città del Cielo (Columbia) e la Città del Mare (Rapture). Il lavoro di Levine abbonda di contraddizioni e errori logici e ciò non di meno lo sforzo è d'ammirare. Il momento in cui si mescolano i ricordi della prima giocata di Bioshock e quelli d'Infinite fanno sentire davvero straniti, un po' come se un chirurgo da strapazzo ti rovistasse nel cervello. Non a caso una delle scene di quest'ultimo Dlc ti getta a confrontarti con l'aguzzo ago di un torturatore che vorrebbe operarti una lobotomia transorbitale. E' una scena di gioco che vista dalla prospettiva della vittima risulta davvero disturbante, fin troppo ben fatta.

Tutta l'avventura, in effetti, nello sforzo d'immergere il giocatore nella mente di Elizabeth risulta profondamente disturbante. In parte sopratutto per la misoginia di Ken Levine che non sembra comprendere il concetto che una protagonista femminile possa cavarsela da sé. Ragazze guerriere? Nahhh! Di scenario in scenario, il fantasma registrato di Booker ri-compare, a volte contestualizzato nella svolta narrativa, ma nel 90% dei casi buttato lì come deus ex machina a salvare la protagonista. Elizabeth è un personaggio dalla psicologia di gran lunga più sfaccettata di Booker, ritrovarsi tra le tette la vocina di Booker che ti commenta in sottofondo è piuttosto irritante. Avete presente quegli amici che continuano a tormentarvi convinti che potrete trovare felicità e sicurezza solo con loro, o certi appiccicosissimi parenti? Ecco, la sensazione è simile.

Al di fuori di tante sbavature, la maniera con cui Levine trasmette l'ideologia delle sue Distopie è sempre efficace. Secondo una definizione che ne dava il buon Zizek nella Pervert's guide to ideology...

According to our common sense, we think that ideology is something blurring, confusing our straight view. Ideology should be glasses, which distort our view, and the critique of ideology should be the opposite, like, you take off the glasses so you can finally see the way thigs really are. This precisely, and here the pessimism of the film, of They Live, is well justified, this precisely is the ultimate illusion: Ideology is not simple imposed on ourselves. Ideology is our spontaneous relationship to our social world – how we perceive each meaning and so on and so on. We in a way enjoy our ideology. To step out of ideology – It hurts. It's a painful experience...

mercoledì 16 aprile 2014

Suffragette Ninja!



Come tutti i movimenti Sindacali delle Trade Unions operaie e allargando il campo come per ogni movimento di emancipazione, il movimento delle suffragette fu un affare duro e sanguinoso.

Nei libri di storia le pretese degli operai vengono inseriti nel flusso di un progresso generale, dove i diritti del lavoratore vengono man mano integrati nel più generale processo di industrializzazione. Tuttavia, se il movimento di scioperi e proteste ebbe successo fu per la testardaggine dei lavoratori, difficilmente per un'immaginaria “apertura” degli imprenditori e dei lavoratori delle fabbriche. 
L'idea che mi sono fatto è che le richieste dei diversi movimenti operai nel corso dell'Ottocento fossero violentemente in contrasto con l'ordinamento che si andava imponendo. Infatti, a ogni puntuale crisi economica, guerra (di produzione e/o militare) le suddette conquiste venivano metodicamente annullate. L'Inghilterra era una monarchia parlamentare pesantemente classista e poté raggiungere questo alto grado d'industrializzazione proprio in virtù di un classismo teorizzato e legiferato dalla Gentry. La Francia tormentata da continue rivoluzioni politiche e sociali, perse infatti il passo: troppo potere al popolino, troppa apertura alla democrazia. La Prussia che andava unificando la Germania invece, non a caso in virtù del suo rigidissimo sistema che l'avvicinava all'Inghilterra (e forse la superava) poté industrializzarsi con rapidità spaventosa. 
Lo vediamo tutt'oggi: la direzione centralizzata della Cina sta conquistando i mercati molto più rapidamente della Russia post-comunista, che liberalizzando completamente il mercato andò rapidamente nello sfascio più completo. Questo per dire che non c'è alcun necessario nesso Democrazia-Industria-Progresso, anzi il primo temine lo escluderei decisamente.


In questo ambito, come detto, il movimento delle suffragette fu un affare singolarmente sanguinoso.
Gli scioperi della fame risultarono una sgradita novità per le carceri inglesi, che scelsero un'alimentazione forzata che non possedeva certo la delicatezza delle Flebo endovena moderne: dovete immaginare tubi che spaccano i denti di bocche risolutamente serrate, sbobba ficcata in gola, rigurgiti&vomiti, gente soffocata e altre simili piacevolezze.


In questo contesto la situazione verso il 1913 raggiunse un autentico “punto di ebollizione”.
Sylvia Pankhurst giunse a consigliare le sue seguaci d'imparare le arti marziali e prese a raccomandare che ognuno si portasse randelli e 

We have not yet made ourselves a match for the police, and we have got to do it. The police know jiu-jitsu. I advise you to learn jiu-jitsu. Women should practice it as well as men.
Don’t come to meetings without sticks in future, men and women alike. It is worth while really striking. It is no use pretending. We have got to fight.


L'esortazione di Sylvia Pankhurst non andò inascoltata, anzi: per proteggere i diversi leader del movimento dagli assalti di arrabbiati difensori dello status quo, la Women's Social and Political Union scelse di creare una Bodyguard, un corpo di guardie del corpo femminili, che proteggessero le Suffragette nei momenti più violenti dei numerosi Comizi in piazza. Venticinque, trenta donne che scelsero d'imparare il jiu-jitsu. Questa particolare arte giapponese era già stata introdotta in Inghilterra quindici anni prima dalla leggendaria figura di Edward William Barton-Wright, il fondatore del Bartitsu, l'arte marziale di autodifesa usata da Arthur Conan Doyle nei racconti di Sherlock Holmes! I giornalisti non appena vennero a conoscenza del fatto deliziati coniarono l'impronunciabile neologismo Jujitsusufragettes!

E ora veniamo allo scontro in cui dove più la Bodyguard di suffragette diede prova di sé: 

La battaglia di Glasgow (Battle of Glasgow)



lunedì 27 gennaio 2014

In prima fila, stronzetto!


Quando studiavo diritto, alle superiori, non mi rendevo conto dell'ironia insita nel termine "Consuetudine". Sbrigativamente presentata dal mio professore di diritto come un rimasuglio medievale, una formalità, una norma sociale, questa piccola postilla della Costituzione detiene in realtà più potere degli articoli fondamentali, anzi dall'alto della sua tradizione millenaria li donnina, li trasforma in burattini, schiavetti di una stronza dominatrice.

Perché la consuetudine? Cosa vorrete che sia, mi starete dicendo.
Dopotutto, come osservava sarcastico il mio professore, la consuetudine regola e governa quanto non è previsto dalla legge; in tempi evoluti (sic) come il nostro, non c'è nulla che non sia regolamentato, incarcerato in comma e virgolette a fine pagina. Usanze e consuetudini non sono leggi in senso stretto. Si adattano con il tempo. Quanto, specie in fatto di costumi sessuali, era inaccettabile vent'anni fa, viene ampiamente riconosciuto e nel comune assenso della comunità tollerato. Tuttavia, è in quest'espressione, in questo comune accordo che non richiede spiegazioni se non nell'opinione pubblica, che risiede il terribile potere della Consuetudine.

La norma sociale non è infatti trascurabile. Bisogna essere (volontariamente!) miopi, per ignorare che al di sotto di ogni legge, per quanto "alta" e "universalista" essa sia, c'è un ampio sotto bosco oscuro e taciuto di consuetudini, di normative non scritte, analfabete per scelta e vocazione, che suppliscono al carattere "inumano" della legge. Una legge senza un cittadino a cui applicarla non può esistere. Ma io aggiungerei: una legge e un cittadino non bastano, servono più cittadini che interagiscono, mettono in piedi un establishment sociale, che decidono di comune d'accordo che quella legge va applicata, modificata, interpretata in quel dato modo. La legge viene plasmata, creata effettivamente solo quando modificata dalla consuetudine. Giochino di parole: è la consuetudine a dettar legge.
Sono ragionamenti banali, che (quasi) tutti conoscerete già. Il dono, il regalo che non è vero "dono" se non viene rifiutato, accettato malvolentieri. La consuetudine che mette la mordacchia e agita la frusta sulla legge, che la sodomizza alle necessità storiche-politiche. Insomma, un ampio, gigantesco sottobosco di leggi sociali contrarie per un vizio di natura alla legge "ufficiale". Consuetudini diametralmente opposte a quanto propone la legge, ma che in un perverso giro di boa la rendono possibile.
(Scartando un regalo) Ma no! Non volevo questo regalo! Non dovevi! Guarda che mi vizi!

(A tavola) Mi passi lo zucchero? Ma certo, subito!

(Durante una Costituzione) Tutti gli uomini sono eguali!
Tranne gli sporchi negri, ovviamente. E le donne. E i poveri. E i nativi. E i cattolici. E i francesi. E gli italiani. E gli irlandesi. ... 
Yuzna Society
Una legge senza consuetudine è destinata ad affondare come un titanic universalista contro l'iceberg sommerso delle Consuetudini. Senza l'opposto della Consuetudine, la Legge rimane lettera morta per la società. Nel magnifico Horror "Society- la Società dell'orrore" del regista Yuzna, il protagonista scopre nell'inferno Raeganiano degli anni ottanta come l'upper class dei suoi genitori siano mostri non solo in senso figurato, metaforico: sono, a tutti gli effetti, dei mangiatori di uomini, dei cannibali sociali, degli alieni che divorano le classi più basse, che le succhiano per divertimento e supremazia. Nella splendida orgia di carne del finale, i mostri-genitori non si nascondono più, mostrano la propria oscenità come legge naturale delle cose. Yin e yang. Oscenità per affermare purezza. La Consuetudine-diavolo che alza la testa cornuta e afferma trionfante che senza di lei il Dio-Legge è cieco, inutile, sordo.