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domenica 9 gennaio 2022

Karl Edward Wagner: l'anello mancante tra il pulp e il fantasy moderno. Alla riscoperta di un Conan "rimosso"

Il dilemma della bancarella, nel caso dei libri fantasy, rimarrà sempre l'ampio bacino di scrittori e opere accumulatosi coi paperback dagli anni Settanta in poi: vi sono i “soliti” nomi sui quali fare affidamento - da Robert E. Howard, a Clark Ashton Smith, all'inossidabile multiverso di edizioni di Moorcock – ma al di là di ciò c'è un vasto marasma di autori sconosciuti.

Anche nel caso di autori noti, come Moorcock, la quantità di diverse edizioni rende impossibile tracciare una linea netta: qual è il senso ad esempio di avere, come nel mio caso, il secondo libro della saga di Corum o il terzo della TEA di Elric? Le ristampe della Oscar Mondadori hanno parzialmente risolto il problema, ma il formato nello stile di un cofanetto le rende impossibili da leggere negli intervalli di lavoro. Siamo sinceri: non ho il tempo di dedicare un pomeriggio o una sera alla lettura delle cronache di Corum, come se dovessi leggere un testo accademico per una mostra o un manuale per un concorso. Il fantasy lo voglio leggere mentre sono in treno, mentre attendo l'autobus, mentre cucino il pranzo. 

Karl Edward Wagner e un "amused" Ramsey Campbell negli anni Settanta

Ma al di là di ciò c'è un vasto bacino di opere oscure dei quali non conosci mai la qualità. Ignoranza? Indubbiamente. È il caso dello scrittore Karl Edward Wagner che vado riscoprendo proprio in queste settimane: un autore, come tanti altri, che vedevo sempre passare tra i paperback delle bancarelle e dell'usato, ma senza prestarvi grande attenzione. D'altronde a livello di copertine e titoli la Sword&Sorcery è tanto abile a mascherare le schifezze, quanto a nascondere i gioielli. E Karl Edward Wagner appartiene, senza ombra di dubbio, alla seconda categoria: è un grande del fantasy e un grande dello Sword&Sorcery. Un autore non solo bravo, ma stilisticamente superbo: la padronanza del tema si accompagna alla ricerca stilistica. E non è poco: lo stesso Moorcock, sotto questa prospettive, rimane un autore molto pulp, quasi “rozzo”.

mercoledì 11 aprile 2018

Fantasy senza fantasia, ovvero la maledizione del minimalismo


Due fattori fondamentali concorrono nella scrittura fantasy, accanto alle elementari norme dello stile e della storia: equilibrio e convinzione.

Sono convinto, in quanto blogger e lettore di lunga data, non scrittore, che la qualità di un'opera fantasy dipenda dall'abilità di giocoliere con la quale lo scrittore gestisce gli elementi fantasy al suo interno. Non solamente nell'effetto a catena secondo cui quanto più prevalente è il fantasy, quanto più diventa facile scadere nella contraddizione e nell'improbabile, ma anche nella misura in cui il fantasy viene gestito di per sé stesso. 
Ovvero: si può avere un elemento fantasy considerato seriamente (Tolkien) o a effetto comico (Pratchett). Si può scrivere un libro come Il Signore degli Anelli solo per avere un veicolo con il quale mostrare i propri studi linguistici, o si può procedere a creare un mondo fantasy per dimostrare la propria geniale verve satirica. Il secondo non è più improbabile del primo, né meno erudito. Tuttavia sono forme diverse di approccio al fantasy
Quindi, accanto all'elemento della qualità, andrebbe fatto risaltare il tono del fantasy, quale approccio prediligere. Si può disporre di un elemento fantastico mutuato dalla fantascienza, come con la narrativa di Andre Norton recensita su Heroic Fantasy Italia, o mutuato dalla mitologia, o ancora inventato da zero, o animato da un'ideologia politica di base (China Miéville).


venerdì 15 dicembre 2017

Arabrab di Anubi: nell'Egitto decadente e brutale di Alessandro Forlani


Arabrab era solo un'adolescente quando fu prescelta per diventare un'assassina al servizio del Dio dei Morti, Anubi: una macchina da guerra immortale fanaticamente devota alla causa dell'Egitto dei Faraoni.
Lo scenario è un Mediterraneo temprato nella tarda Età del Bronzo: un mondo tanto esotico quanto decadente, popolato da civiltà sanguinarie e mostri lovecraftiani. 
«Ci affidiamo alla politica, ma affondiamo nelle tenebre: viviamo un'epoca di arti magiche e abominevole stregoneria. Nessuno si oppone al male. Dovrai combattere l'oscurità. Non ti dissi che le mie trame non guardano a questa terra, ma che servo il mio paese? Sarai la spada dei nostri dei, la mia nera giustizia»
L'immaginazione del mainstream è così povera di vedute, così mentalmente ristretta.
Si consideri il nuovo Assassin's Creed Origins, ambientato in Egitto. Dalle recensioni dei videogiocatori, il nuovo capitolo della saga è una valida aggiunta, che ha tratto proficuo insegnamento dagli errori passati. 
Non l'ho giocato, non posso giudicare: sembra tuttavia interessante.
Eppure... quante occasioni sprecate.
Il protagonista è l'ennesimo banale assassino e la mappa, così come la vasta gamma di quest e sub quest si limita a una rilettura superficiale: contemporaneamente si evita di approfondire il contenuto storico dell'ambientazione e si evita di sfruttare l'immenso pantheon religioso egizio.
Nessun elemento fantasy in senso stretto, ma nel contempo neppure un approfondimento storico degno di questo nome. L'effetto complessivo, caratteristico della serie, è di quel genere di ricostruzione storica propria di un documentario del National Geographic, di un canale di Rai Storia, di Focus e delle riviste patinate dal dentista.
Ovviamente, si sa: è quello che desidera un pubblico mainstream. Divulgazione di bassa lega, spazzatura diluita fino a renderla insapore. I videogiochi, in tal senso, mantengono un livello di approfondimento migliore di tanta produzione televisiva. Meglio giocare a Total War che sottoporsi a lobotomia frontale con l'ennesimo catalogo di banalità e filmati stilizzati.
E tuttavia... quale spreco, quale perdita.
Quante opportunità di storie e gameplay accantonate nel rifiuto di studiare a fondo la storia o dall'altro, di studiare a fondo la mitologia e la letteratura classica. I Youtuber e gli auto-definiti storici che si definiscono “esperti” perchè hanno giocato a Total War e letto qualche voce di Wikipedia non si rendono ad esempio conto di quanto siano “prigionieri” dell'impostazione videoludica di battaglie e conquiste. Ad esempio, sono convinto che fino all'età moderna (1500) o addirittura fino alle soglie della Rivoluzione Industriale, il controllo delle vie fluviali risultasse di gran lunga più importante di qualsiasi possedimento terriero. Se consideriamo fino all'avvento delle strade ferrate e delle ferrovie i fiumi come la più veloce via di comunicazione, ci si rende conto di quanto fossero snodi strategici fondamentali. In nessun videogioco e se per questo in nessuna trasmissione, documentario o testo divulgativo questo genere di osservazioni gioca alcun ruolo.

venerdì 17 marzo 2017

Eroica! Recensione dello Sword&Sorcery all'italiana (Watson Edizioni)


La necessità di costruire un'ambientazione credibile, o in alcuni casi, di modificarne una già esistente per adattarla alle necessità di un plot, rende il fantasy un genere che molto più di tanti altri si accompagna bene agli studi storici. Non a caso molti scrittori fantasy sono o si improvvisano storici e accanto a una lunga tradizione americana di insegnanti di letteratura inglese che sono anche scrittori – nel caso di Stephen King sia come autori che come protagonisti nelle storie – abbiamo tanti scrittori fantasy che sono anche esperti di storia. Oltre all'esempio eclatante di Harry Turtledove, anche il padre (padrone per alcuni) J. R. R. Tolkien era un abile filologo i cui popoli non sono che una trasposizione fedele delle saghe norrene. Mi riferisco ovviamente a Rohan, a tutti gli effetti un tranquillo plagio, come osserva Tom Shippey.

Sarebbe però tanto più interessante osservare come la storia stessa degli autori li influenzi e come le loro opere non siano che un riflesso del periodo storico che vivono ( o credono di vivere).

venerdì 19 agosto 2016

L'Anello che non tiene, di Lucio Del Corso e Paolo Pecere: un saggio da gettare nel Monte Fato


A marzo di quest'anno, in seguito agli articoli su Tolkien che avevo scritto a dicembre/gennaio mi era stato chiesto, in via informale, se mi interessava trasformarli in un saggio “tolkeniano” a tutti gli effetti, da pubblicare in formato ebook.
Avevo cominciato a lavorarci in fretta, perché sapevo che con l'inizio dei corsi e degli esami non avrei avuto tempo per scrivere alcunché. Infatti, tra aprile e luglio mi sono limitato ad alcuni lavori di bibliografia, ma il saggio è rimasto fermo.
Grazie alla pausa agostiniana – la calma prima della tempesta! - spero di riuscire a completare una prima stesura, completa di citazioni, note, bibliografia.
Già; la cara, vecchia bibliografia. E' inquietante quanti studenti con laurea triennale conosco che non sappiano cosa sia Opac (il motore di ricerca bibliotecario) o che non sappiano cercare un libro tra gli scaffali, o ancora che non conoscano le basi per citare un testo. Al di fuori degli studenti di letteratura e storia, il vuoto è pressoché totale. E se lo posso comprendere per uno studente di biologia, dove il materiale è tutto su Internet e sulle pubblicazioni scientifiche, lo posso comprendere molto meno per uno studente di scienze sociali, di psicologia, di legge, di arte, di filosofia, di architettura, di archeologia, di... Insomma, mi sembra impossibile che per scrivere una tesi abbiate usato solo il materiale fornitovi dal professore, senza che questi vi spingesse ad alcuna ricerca.
Sassolino dallo stivale tolto, si può trovare anche a Trieste della saggistica tolkeniana, anche se nascosta, marginale e dispersa tra le diverse sedi.
In biblioteca Attilio Hortis trovate il saggio di Tom Shippey, nell'archivio tesi un saggio su Gollum di fine anni '90 (tesi di una studentessa di lettere), nella Quarantotti Gambini Tolkien in abbondanza come autore (Signore degli Anelli, Silmarillion, lo Hobbit ecc ecc Significativamente il luogo dov'è più presente Tolkien è dentro una biblioteca popolare, segno che non è ancora mummificato dall'intellighenzia) e infine... nella biblioteca della Scuola traduttori il saggio di Del Corso e Pecere, L'Anello che non tiene, Tolkien tra letteratura e mistificazione.

venerdì 5 giugno 2015

Conan il pirata (Fantacollana 26)


Conan il pirata nell'ordine cronologico della vita di Conan è il terzo volume della Fantacollana, dopo il grugnito adolescenziale di Conan! e le avventure tra i ghiacci di Conan il cimmero.
Dopo la nobile professione del ladro, del guerriero, del mercenario prezzolato, del sicario, del capitano delle guardie di palazzo di re/regine/imperatori che prontamente gli muoiono tra le braccia, Conan intraprende una ruspante carriera piratesca. A dire il vero l'attività di pirata compariva già in Conan di Cimmeria, nel bel racconto La Regina della Costa Nera, ma in questa terza raccolta i temi pirateschi sono più frequenti. 

Leggendo Howard sto cercando di non esagerare; non voglio “stancarmi” del mondo hyboriano tanto presto, sciaguratamente abbuffandomi su quanti più racconti possibili. Cerco quando possibile di alternare con altre letture – e non è facile, considerando che sono anche sotto esami, e sono anche intento a scrivere di mio racconti, e sono anche sotto commissione di un paio di recensioni – tuttavia davvero non voglio dover aprire il prossimo volume della Fantacollana con basso entusiasmo, col pensiero “boh leggiamolo dai, così facciamo in fretta la recensione e aggiorniamo sto' blog!”. Pianificare gli articoli del blog e portarsi avanti con la scrittura è sempre un'idea saggia, ma non bisogna mai costringersi alla lettura di alcuni romanzi, di alcuni saggi con l'unica motivazione di recensirli altrove. Leggete perché vi piace quello che state leggendo, e lasciate l'obbligo della lettura ad altri ambiti; lavoro, studio, editing ecc ecc
Tutto ciò per rimarcare ancora che ho tutta l'intenzione di continuare la lettura dei volumetti hyboriani, ma con tempi e modalità lente, senza volersi affrettare.

lunedì 6 aprile 2015

Conan di Cimmeria (Fantacollana 24)


No, non ho dimenticato la promessa di leggere i volumetti della Fantacollana dedicati al buon Conan. Tuttavia, volendo seguire il corretto ordine cronologico di Sprague de Camp, ho subito incontrato l'ostacolo di un volume mancante: Conan di Cimmeria. Ero appena alla seconda tappa dei muscoli guizzanti del barbaro preferito di sempre e già mi mancava un volume. Una veloce ricerca in biblioteca mi ha svelato l'orrida realtà, che il terzo volume – Conan il pirata – era già disponibile mentre Conan di Cimmeria non era proprio in rete.
Potevo immediatamente leggere il terzo volume e recensirlo senza perder tempo, o affannarmi a rintracciare il secondo volume. Visto che sono un masochista filologo, ho scelto la seconda opzione.
E così, a parecchie settimane di distanza, possiamo finalmente riprendere la lettura.
La buona notizia è che non ci vorrà molto prima di leggere Conan il pirata, mentre il quarto volume, Conan lo zingaro (!), è allegramente disponibile in biblioteca, sebbene a Gorizia. Il che non mi sorprende, dopotutto per delle avventure girovaghe, è giusto che girovaghi anch'io. Certo pur considerando la distanza di anni dalla pubblicazione (1980) mi sfugge perché non tradurre quel Wanderer col ben più accattivante “viandante”, o addirittura “pellegrino”. Si ricercava forse una sfumatura esotica...
Gustando le avventure di questa seconda Fantacollana ho constatato una spaccatura decisa tra le opere originali di Howard, pubblicate quando in vita e le diverse imitazioni e rimaneggiamenti di Lin Carter e Sprague de Camp. Nessuno di questi racconti è brutto per davvero, e tuttavia la differenza di qualità si sente sia nel contenuto che nello stile.
Howard non perde tempo, incalza sempre. Non si sprecano dettagli superflui nella narrazione, è tutto scintille e sforzi muscolari. Se vi sono descritti pensieri, questi non interrompono mai il flusso di azioni del barbaro. Al contrario, i pastiche di Sprague de Camp sembrano volersi spesso soffermare nel dettaglio su quella o quell'altra azione, a volte descrivendo il flusso di pensieri di Conan. Il puntiglio con cui Lin Carter riepiloga dov'è il barbaro, cosa sta facendo, in quale punto della mappa si trova può far piacere ai giocatori di ruolo o ai cartografi, ma stona nell'ambientazione hyboriana. Inoltre, nelle tematiche narrate è sorprendente come siano le opere “posteriori” a risultare fiabesche e ingenue, mentre i racconti originali di Howard spesso tentano l'uso di mostri più fantascientifici che fantasy. Conan, specie se calato nelle giungle del sud, alle prese con città e necropoli abbandonate, fronteggia una mostrologia di sub-umanoidi, primati e creature alate che hanno davvero molto a che fare con Lovecraft. Trapela uno sforzo ammirevole di dare verosimiglianza a nemesi&mostri partorite dall'evoluzione naturale e da linee di sangue corrotte, lontane dal mostro “perchè fantasy”.

lunedì 9 marzo 2015

Conan! (Fantacollana 13)


Ho letto per la prima volta Conan quando avevo tredici anni e ho passato, come con Lovecraft, il mio periodo di Conan-mania, in cui leggevo tutto quello che riuscivo a trovare sull'irsuto barbaro di R. E. Howard.

Negli ultimi tempi, in concomitanza col kickstarter del gioco da tavolo di Conan e dopo aver rivisto il film di Milius, che non assaporavo da tanti anni, ho deciso che era giunto il momento per una sana rilettura. Quando lessi Conan, lo lessi nelle edizioni della Fantacollana, comodi volumetti con aggiunte spurie del grande Sprague de Camp. Già all'epoca introvabile, si poteva tuttavia prendere a prestito in biblioteca ed è in effetti proprio quello che feci. Per questa rilettura mi son detto: perché non rifarlo? Dopotutto, non ho certo intenzione di spendere denaro su denaro per rintracciare ogni singolo racconto in ogni singola edizione in cui è attualmente dispersa la produzione di Howard. Sono baldanzosamente andato nella stessa biblioteca in cui andavo da piccolo, ho svolto una piccola ricerca e voilà, i libri erano ancora disponibili dopo tutti questi anni. E' un piccolo miracolo, detto considerato che solitamente urania&fantasy sono i primi libri a venire eliminati dal catalogo, Cthulhu solo sa perchè... (1)

Spezzetterò questa rilettura di Conan in diversi articoli man mano che, compatibilmente con altre letture e altri impegni, progredisco nelle avventure della magnifica Hyboria. Seguiremo la suddivisione della mitica edizione della Fantacollana, di conseguenza analizzeremo prima le avventure del Conan giovane, poi del Conan mercenario, re, pirata ecc ecc
Andremo pertanto in ordine di anzianità. Non mi limiterò a citare i racconti howardiani puri, ma andremo a leggere anche le rielaborazioni e pastiche di Sprague de Camp&soci. Sono normalmente contrario alla fan fiction, ma Sprague de Camp è tanto bravo quanto deplorevolmente ignorato dai lettori.
Questa prima tappa coprirà pertanto le avventure del Conan giovane e inesperto, che s'improvvisa ladro e confida nella pura forza e istinti del barbaro per raggiungere la vittoria.

martedì 13 gennaio 2015

Il giuoco di miniature di Conan, il reboot di Warhammer Fantasy e altre meravigliose notizie


Allora, al momento sul mio tavolo c'è una lista bella grossa di articoli in fase di progettazione, di recensioni e riflessioni che prima o poi vorrei mettere su carta. Ma complice l'avvicinarsi degli esami e la perdita del mio unico (pseudo)lavoro, i tempi si sono ristretti e non ho tempo per gli articoloni a me tanto cari.

Tuttavia, potevo esimermi dal commentare le ultime news di miniature? Certo che no!
Nuovo anno, nuovi progetti. 
Nuovo anno, nuovi boardgames. 
Nuovo anno, nuovi splendidi capolavori in scala ventotto mm. 
Non posso farci nulla al riguardo: trovo che assemblare, modificare e dipingere miniature rimanga una soddisfazione unica, difficilmente descrivibile.
Alle superiori continuavo a chiedermi quando avrei perso questo “vizio” che a detta dei coetanei era un terribile -ibbile -ibbile segno d'immaturità bambinesca. Poi col tempo mi sono stancato di farmi domande inutili e ho seguito il consiglio del mio secondo baffutone preferito, Nietzsche.



Nel campo di Kickstarter, Conan by Monolith Board Game LLC, è un progetto che aspettavo da un anno intero. Gli sviluppatori sono francesi e l'attenzione ai dettagli è a dir poco sublime. Il gioco ti permette di comandare Conan e i diversi personaggi tratti dai romanzi di Robert E. Howard (Shevatas, N'Gora, Valeria, ecc ecc) in un'epica campagna tra castelli infestati di mostri lovecraftiani, agguati di selvaggi e salvataggi d'ignude donzelle da da giganteschi serpenti. L'aspetto ludico è strettamente connesso alla fedeltà narrativa: il team ha perfino assoldato un esperto delle storie pulp di Conan, Patrice Louinet. Che un gioco da tavolo con "pupazzetti" risulti più fedele a Howard dell'ultimo remake filmico è un ottimo segno di quanto stia progredendo il gioco e regredendo, all'opposto, il cinema Hollywoddiano. Ovviamente, questo non v'impedisce di ricreare gli scontri del buon Milius, ma la scelta di privilegiare la fonte scritta consegna una scelta molto più ampia di giocattoloni ludici, tra pirati, maghi e mostriciattoli. Ad esempio, i Pitti, che nell'immaginario comune sono selvaggi scarni e agili venivano invece descritti da Howard come nanerottoli palestrati. L'effetto è una boccata d'aria, in termini di design. Ah, e c'è quel geniale villain che è Thak! :-D



venerdì 16 maggio 2014

Il fumetto come geroglifico? Scrittura e arte con Barry Windsor-Smith


Leggere un fumetto non è come leggere un libro. O ammirare un'opera d'arte. 
Un libro si legge; si decifra un codice, che permette di tradurre alcuni segni in parole e queste parole in oggetti, sentimenti, scene, storie. Un'opera d'arte, molto banalmente, si guarda. La si osserva. Si forma un'interessante paradosso, per cui l'immagine in se cessa di esistere come qualcosa di "materiale" per diventare qualcos'altro di vincolato, ma al contempo indipendente dal supporto fisico. Quel quadro tanto stupendo da rapirti in un'altra dimensione. Quella fotografia in cui vedi qualcos'Altro dalla semplice, fotorealistica appunto, resa del soggetto fotografato. Non un pezzo di realtà, ma un'immagine di quella realtà. E' capitato a tutti di guardare la foto della propria tessera d'identità e guardare un estraneo in un altro luogo, un altro tempo. 
La scrittura, codice. L'arte, un'immagine, un "guardare dentro"
Sono questioni su cui è già stato scritto a sufficienza in quegli ambiti all'intersezione dell'Estetica e della Semiotica.

Tuttavia, nel caso del fumetto, pongono interrogativi interessanti: devo "leggere" un fumetto come un romanzo? O piuttosto ammirare le sue immagini, come fossero un manuale di opere d'arte?
Non è un po' lo stesso quesito che pongono i geroglifici?
La parola cane, scritta su una lavagna, per quanti significhi un cane, non raffigura un cane.
E un cane disegnato, non corrisponde alla parola scritta "cane".
Ma nel caso di un geroglifico? Un geroglifico del "cane" mettiamo, raffigura il cane e al contempo significa quella data parola. I fumetti non sono in un certo senso, dei geroglifici? 
La fusione parola+immagine permette di realizzare questo paradosso e al contempo genera non poche difficoltà. Spesso, come con i videogiochi, si attribuisce la fumetto uno status inferiore al "film", e per quanto la situazione sia in parte cambiata, il numero di fumettari che continuano a essere fumettari superata una certa soglia d'età è infima, se non spaventosamente piccola. Confrontando quante persone leggono Topolino alle elementari e quante persone leggono graphic novels all'università, la percentuale si alza e si abbassa a dismisura, come un encefalogramma che precipiti. Certamente, è questione di gusti e temperamento. Ma d'altronde, non si comprende pienamente perché se un bambino passa da leggere le fiabe a leggere i classici, o dal guardare i cartoni a guardare i film, non possa compiere lo stesso passo nel campo fumettistico. 
Perché a un certo punto il fumetto viene "accantonato"?
Era questo, il punto sollevato da Alan Moore in una sua vecchia intervista, dove i suoi più deboli "fan" hanno cominciato a dire "che è andato fuori di testa".

"Non ho mai letto un fumetto di supereroi da quando finii con Watchmen. Odio i supereroiPenso siano degli abomini. Non significano più ciò per cui sono stati usati per significare. Sono stati inizialmente nelle mani di scrittori che avrebbero dovuto espandere l’immaginazione di un pubblico di nove e tredici anni. Era questo ciò che dovevano fare e lo stavano facendo in maniera eccellente.
Oggigiorno, i fumetti di supereroi non sono più pensanti per un pubblico di quell'età, non hanno niente a che fare con loro. Si tratta di un pubblico in gran parte di trentenni, quarantenni, cinquantenni e sessantenni, solitamente uomini."

Siete liberi d'intenderlo in senso ironico.

Quanto voleva sottolineare Moore, era che leggere di fumetti Marvel a quarant'anni è come guardare cartoni animati anziché film. E' ovvio, che de facto, Topolino ospiti storie stupende, graficamente e narrativamente parlando, superiori alla media delle stronzate autobiografiche che affollano troppe graphic novels. Tuttavia, Topolino è pur sempre rivolto (giustamente) a una certa fascia di lettori. Lo si apprezza, ma lo si trova anche un po' sciocco. Allo stesso modo come si trovano sciocchi i cartoni animati a quarant'anni. E' un fatto di crescita, no? Avremmo un inferno di bambini-adulti, se non fosse così. Non è questo dopotutto l'obiettivo della Disney, o di molte corporazioni o della chiesa? Il bambino obbedisce. Il bambino paga, sopratutto. Spende senza pensare. Il capitalista perfetto. Il fumetto può e deve fare di più. Deve crescere. Deve maturare. Ma grazie a quella bella invenzione chiamata “supereroi” è davvero dura che lo faccia.

Un secondo motivo collegato all'abbandono del fumetto è che, come il videogioco, è decisamente impegnativo. Topolino non è impegnativo, perché come già detto, è rivolto a un certo pubblico. Le vignette sono tutte in fila, i disegni chiari e calibrati, i paperi parlano come beh... Come paperi.

MA ZIO PAPERINO! UFFA! CHE BLOG NOIOSO!...

Coi manga già la situazione si complica, e con il mercato dei supereroi, che pure tranne qualche eccezione si mantiene a livello medio/basso, serve un certo allenamento, per non stancarsi. Dopotutto, perché non afflosciarsi in poltrona e godersi qualcosa alla cara vecchia Tele, piuttosto che comprare albi (sempre più costosi) e mettersi lì a impegnare gli occhi a seguire il flusso delle vignette e a integrare parola e immagine. Fatica, troppa fatica, pur nelle trame spacca&distruggi che dominano.
A volte, se il lettore non è pratico coi fumetti da anni, il risultato è particolarmente comico. 
Molto semplicemente, non capisce cosa sta leggendo. Volta le pagine freneticamente, ruota l'albo da una parte a l'altra e mostra la più totale confusione. Roba per bambino, impreca. 
E getta il povero fumetto in un angolo.