Lo
scorso agosto mi sono divertito a rileggere nel tempo libero la saga
di Harry Potter. L'anno passato avevo recensito il primo volume, La
pietra filosofale; quest'anno ho scelto di saltare fino al volume da
molti considerato il migliore: Harry Potter e il calice di fuoco.
Possiamo
levarci fin d'ora alcuni sassolini dalla scarpa ammettendo che sì,
la Rowling come scrittrice in alcune cose è indubbiamente brava.
Innanzitutto,
Il calice di fuoco è strutturato fin dall'inizio con un'outline
progettata con accuratezza.
L'azione
si sussegue senza sosta, collegando i paragrafi con uno scoppio di
fuochi d'artificio di novità, sorprese e battute umoristiche. E'
davvero raro incontrare una pagina che si avverta superflua rispetto
alla trama, o di tentennare di fronte a un dialogo chiaramente
inutile.
Tranne
che nell'ultimo capitolo finale, quando la Rowling sente
l'insopprimibile istinto di dover “tirare le fila”, di rado ci si
annoia.
Secondariamente,
pochi recensori hanno mai osservato il grande senso dell'umorismo,
abilmente mimetizzato in sottofondo.
Ron Weasley, in particolare,
funziona come una macchietta comica alla Stanlio&Ollio, o se
preferite come Watson con Sherlock Holmes.
Se
c'è bisogno di mostrare il cervello fino di Harry, la Rowling
utilizzerà sempre Ron.
Se
c'è bisogno di mostrare un comportamento adolescenziale e immaturo,
la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se
c'è bisogno di mostrare il razzismo nel mondo dei maghi (es. gli
elfi domestici), la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se
c'è bisogno che qualcuno faccia qualcosa di buffo, o di disastroso
(le due cose spesso coincidono), quello sarà Ron.
Manca
davvero che Harry a un certo punto s'infili in bocca la pipa e
declami “Magicamente elementare, mio caro Ron”, perchè il
paragone con Arthur Conan Doyle si completi.
A
questo proposito, è interessante notare che, come Sherlock è un
asociale che non comprende il mondo quotidiano (ruolo a cui assolve
Watson, con il suo atteggiamento terra-terra) allo stesso modo Harry
Potter deve sempre riferirsi a Ron per comprendere il mondo dei
maghi, a lui estraneo.
Il
mondo “normale” di Ron è invece un mondo multiforme e cangiante
per Harry, che ancora dopo tre libri si meraviglia per le bizzarrie
dei normali maghi. In questo, Ron svolge il ruolo dell'uomo comune
che guida il “genio” a disagio con le cose di ogni giorno. O se
preferite, Harry è l'aristocratico inglese che non sa inserirsi nel
mondo borghese, mentre Ron è il fedele servitore che sa ordinare
cibo&birra alla locanda e chiamare la carrozza. Questo è il
genere di paragone che viene solitamente evocato nella relazione tra
Frodo e Sam; con i dovuti distinguo funziona bene anche passando dal
mondo di Tolkien al mondo della Rowling. Comune anglofilia...
Di
sfuggita, possiamo anche notare che Neville Paciock funziona in questo
punto della saga come pura caricatura di Ron: errori e goffezza che
sono presenti nel primo, appaiono moltiplicati nel secondo. Va da sé
che l'unico scopo di queste scene è far progredire il vero eroe,
cioè Harry.
Bisogna
tuttavia ammettere che la trama è strutturata davvero bene. Ogni
nodo narrativo, e ogni colpo di scena lo si passa al pettine nel
convulso finale, e c'è una buona alternanza tra scene umoristiche e
scene d'azione. Certo, nulla di straordinario, il peggiore Jeffery
Deaver saprebbe offrirvi un finale a sorpresa dieci volte più
complesso.
Resta
però, che nell'attenuante dei libri precedenti, e dell'etichetta di
“letteratura per l'infanzia” (1),
la sceneggiatura architettata dalla Rowling è notevole.
L'evento
della Coppa del Mondo, ad esempio, prevede una sequela di eventi
l'uno più incredibile dell'altro: la tensione cresce già all'arrivo
del primo gufo a casa Vernon, per svilupparsi a casa Weasley, per
“scoppiare” nell'imprevisto assalto dei Mangiamorte, a cui fa
seguito il confuso inseguimento nel bosco.
Il
torneo Tremaghi, dal suo canto, determina l'intero andamento del
romanzo: vi sono picchi di tensione nei capitoli dedicati alle tre
prove, e una cauta costruzione dell'ansia e della paura di Harry
Potter nei capitoli d'intermezzo. A questo proposito, le magie della
Rowling sono un utile asso nella manica: non avendo mai descritto il
principio di funzionamento della magia, può inventarsi le più
strambe corbellerie, e usarle per riempire quei piccoli paragrafi di
collegamento altrimenti noiosi.
A
tutti gli effetti, il romanzo ha un andamento sinusoide, che
serpeggia su e giù a seconda che Harry sia in pericolo o meno.
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In origine la copertina italiana del 1998 per Harry Potter e la pietra filosofale non aveva né gli occhiali, né la saetta!
Si cercò di rimediare all'(o)errore in tutta fretta... |