giovedì 15 novembre 2018

"Cassette Futurism", la nostalgia d'un futuro tradito: dall'Impero Soviet al Minitel della Francia 3/3


Nel 1978 il Presidente della Francia Valery Giscard d'Estaing riceveva sul suo tavolo un rapporto di due ricercatori, Simon Nora e Alain Minc, che proponeva, per superare l'arretratezza dell'impianto tecnologico francese, una vera e propria rivoluzione digitale: la “telematica” (telematics) ovvero una fusione tra telecomunicazioni e informatica. 
Il rapporto delineava un piano per digitalizzare la rete telefonica, aggiungendovi un video teletext interattivo e fornendo agli imprenditori francesi una piattaforma aperta all'innovazione. 

Cinque anni dopo (1983), dietro diretto ordine del presidente, gli ingegneri informatici del Ministero della Posta, Telegrafo&Telefono (PTT) approntavano un sistema telematico presto noto alla popolazione come “Minitel”. 
Il piccolo sistema francese diventerà nel giro di pochi anni un inarrestabile juggernaut delle telecomunicazioni, capace di anticipare di dieci anni la democratizzazione di Internet, permettendo ai cittadini della Repubblica di scambiarsi informazioni online e di utilizzare diversi servizi disponibili appena nel duemila per il resto del mondo. 

Mentre le fonti inglesi ricordano il Minitel come un sistema statale e chiuso, rallentato da un'ottusa burocrazia, nella realtà il sistema è stato rivalutato negli ultimi anni come una forma di Internet alternativa – basata sull'infrastruttura francese, anziché americana – e straordinariamente avanti con i tempi. Al suo picco di popolarità l'umile Minitel offriva 20mila servizi online utilizzati dal larghe fasce della popolazione, non solo dagli addetti alle comunicazioni e dai geek fanatici dell'elettronica. 


L'artista Boros Szikszai ci accompagna anche per questo terzo e ultimo capitolo della miniserie
Per avviare una connessione, l'utente digitava manualmente un accesso utilizzando un apparecchio telefonico. La chiamata, trasmessa sulla rete telefonica pubblica commutata, riceveva una risposta grazie a un software funzionante sulla commutazione - solitamente un CIT-Alcatel E-10 che emetteva un segnale acustico sulla linea. Sentendo il segnale, l'utente riponeva la cornetta del telefono e iniziava a usare la postazione del Minitel, che avrebbe ora riportato uno speciale protocollo (handshake protocol) con la commutazione. 

Gli accessi locali, conosciuti come points d’accès videotex o PAVIs, fornivano un'interfaccia a una directory dei diversi servizi del Minitel, conosciuti con diversi brevi codici da memorizzare. 
Ad esempio, i pendolari compravano i biglietti dalla 3615 SNCF (dove SCNF stava per Société Nationale des Chemins de Fer, le ferrovie francesi), i malati di news approfittavano del 3615 LEMONDE (dal giornale parigino Le Monde) e i pensionati e i meno avvezzi alla tecnologia utilizzavano semplicemente il 3611 per consultare l'elenco telefonico. 

Questi numeri venivano stampati sui giornali, erano disponibili sui biglietti e le pubblicità infilate nella posta e venivano riprodotti sui grandi cartelloni pubblicitari, così come negli spot televisivi e alla radio. L'umile Minitel era in grado di offrire servizi estremamente sofisticati, come prenotare la spesa del supermercato (con consegna a domicilio), azionare a distanza i servizi elettronici nella casa, come l'irrigazione del giardino, o la registrazione via VHS (quanto oggi si millanta come la rivoluzione dell'Internet of Things), prenotare viaggi e alberghi grazie a una forma primitiva di SIMcard, la chip card, effettuare trasferimenti elettronici di denaro... 

Per far partire il sistema, il governo rese gratuitamente disponibile a ogni famiglia che ne avesse fatto richiesta una postazione Minitel gratuita e per passare dalla carota elettronica al bastone, annunciò che avrebbe smesso di produrre i manuali telefonici, che sarebbero divenuti a pagamento. 
Gli elenchi sarebbero stati disponibili online, a chiunque coraggioso a sufficienza da usufruire del nuovo servizio. La produzione dei Minitel venne inoltre affidata alle industrie sul territorio e funzionò dunque come un formidabile volano per l'economia, specie in un periodo depresso quale la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. 

I Minitel erano saggiamente progettati per essere plug and go: bastava connetterli alla presa nel muro, digitare il codice richiesto e un qualunque cittadino veniva trasportato nelle meraviglie del cyberspazio. Il confronto con gli Stati Uniti non merita commento: nel 1983 una persona che desiderasse di andare in Rete doveva comprare un computer estremamente costoso, appena installarvi e comprenderne il software, pagare sottoscrizioni per ogni servizio desiderato e infine pagare una salatissima bolletta. 

Man mano che il Minitel conosceva un sempre maggiore successo, senza dubbio facilitato dal suo (largo) utilizzo per la pornografia, i terminali Minitel crescevano in dimensioni e funzionalità. 
C'erano modelli con lettori di chip card, con schermi ad alta risoluzione e diversi display, diventava possibile connetterli a una stampante, così come a un lettore di carte di credito o un pc. 
Come sottolineato, era possibile connettere il Minitel agli apparecchi elettronici presenti in casa e parzialmente automatizzarla per controllare il riscaldamento, gli allarmi di sicurezza, le registrazioni su videocassetta... Se ci si riflette è un'innovazione che appena adesso, negli ultimi anni, inizia a diffondersi nuovamente, con l'idea degli apparecchi “intelligenti”. 

La magia del Minitel. Troppa modernità, sono sopraffatto (!). 
Ho scelto di partire con questo terzo e ultimo capitolo dedicato al genere del Cassette Futurism con la storia del Minitel, perchè risulta esemplare dello sviluppo di una tecnologia diversa, ma simile, parallela, ma egualmente avanzata a quella convenzionalmente accettata. 
A questo proposito; mi scuso per la lunga assenza. E' un periodo grigio e indaffarato (lo è sempre, beninteso, ma quest'anno e questi mesi più del solito...). 
Lo so: sotto un profilo “tecnico” il Minitel non era una Internet “francese”. 
Eppure, sotto il profilo pratico, rispondeva perfettamente a questa definizione: veniva utilizzato per condividere informazioni, fare acquisti e mandare messaggi. Questo genere di Internet “nazionali” rivestono a mio parere un eccezionale interesse, perchè rappresentano una seconda alternativa oggigiorno scomparsa. 

Come osservava un anno fa Peter Sunde, Internet rimane una costruzione americana, nella misura in cui una larga parte dell'infrastruttura di server e cavi dipende dagli Stati Uniti. 
È ovviamente impossibile spegnere la Rete, ma ritengo vi sia bisogno o di decentralizzarla a livello di singola comunità e/o individuo, oppure ipotizzare una Retenazionale” e come tale libera dalle interferenze corporative, come la Minitel francese. 
Questo perchè diventa sempre più evidente come le grandi Corporazioni e Multinazionali ormai restringano sempre più gli spazi sulla Rete. YouTube è da tempo nel caos, mentre Facebook ormai conduce periodiche “grandi purghe” alle spese delle pagine più estreme, indifferente siano di sinistra o di destra. Manovrata dai colossi del copyright, l'Unione Europea, sulla quale pure nutrivo qualche (ingenua) speranza, non si è rivelata da meno con le ultime, disastrose leggi a settembre. 

Il Minitel rappresenta il paradigma di una tecnologia diffusasi sotto l'azione dello Stato e proprio per questo motivo evolutasi con maggiore rapidità della Rete americana. 
Chi critica il Minitel dimentica come in origine Internet utilizzasse proprio parte dei servizi elaborati su questa piattaforma. La sua natura governativa lo rendeva ovviamente soggetto a forti censure “statali”, ma sotto un profilo di sviluppo restava una piattaforma aperta a chiunque volesse “smanettarci”. 
Il “Cassette Futurism” dovrebbe in tal senso allargarsi anche alle tecnologie degli altri paesi, abbandonando gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. La Francia è solo un esempio tra i tanti, ma io preferirei porre attenzione al blocco dei paesi dell'Est Europa e della Russia, i quali presentano un'evoluzione parallela, ma completamente “aliena” ai nostri occhi. 

Il Giappone e le “Tigri Asiatiche” (Taiwan, Corea, Singapore, Hong Kong) sono anch'essi importanti, ma il loro influsso sull'America li rende meno “strani”, meno diversi. 
Il Giappone rimane una fonte d'ispirazione affascinante nella misura in cui si poneva dieci anni avanti rispetto agli Stati Uniti, soprattutto a livello di telefonia mobile, fino alla crisi della metà degli anni Novanta. Il Giappone contemporaneo ha perso quest'alterità proiettata verso il futuro. 
Come con la Francia, il connubio tra Zaibatsu e Stato produceva risultati notevoli e non è certo un caso che nel Cyberpunk giapponese, nella stessa serie di Ghost in the Shell, ad esempio, lo Stato giochi un ruolo molto più forte e attivo che nelle opere americane di William Gibson e Bruce Sterling. 

Il Cassette Futurism rimane dunque un setting con un mood, più che precise regole, caratterizzato da una tecnologia volutamente pesante e solida, totalmente devota alla funzionalità
Il gigantismo e l'efficienza dominano tanto l'architettura, quanto i veicoli, mentre la società si è sviluppata come un'impazzita variante della Guerra Fredda
Pur abbracciando l'Abrams e l'hovecraft come suoi veicoli iconici, il Cassette Futurism non possiede il pessimismo devastante del cyberpunk e abbandona il feticismo militare proprio di tante ambientazioni in questo filone. 
È una scelta che spetta di volta in volta all'autore, ma l'impasse tecnologica non ha danneggiato un ottimismo progressista sottotraccia. 
Il conforto delle rumorose macchine qui protagoniste si riflette nella fiducia per il futuro – involontariamente arrogante e sotto sotto colonialista – caratteristica degli anni Cinquanta e Sessanta. Le colonie, se presenti, vengono rapidamente modernizzate, mentre un po' dovunque i giovani stati del Sud America e dell'Africa entrano nel congresso delle nazioni civilizzate, imbastendo nuove, grandiose costruzioni moderniste. 
Questa fiducia verso il futuro a seconda dei casi può venire applicata con ancora maggiore enfasi nel caso del blocco sovietico, specialmente nell'area della Russia centrale e delle connesse Repubbliche asiatiche, dall'Uzbekistan, al Tagikistan e così via... 

Possiamo distinguere per comodità diverse correnti all'interno del Cassette Futurism: ancora una volta niente regole precise, quanto piuttosto diverse sensazioni, diverse influenze verso cui indirizzarsi. 


Formica Punk! "Ritorno al futuro - Parte II" (1989)
Il Formica Punk è il meno realistico: volete divertirvi? 
Volete buttarla in caciara? 
Volete un'avventura senza stretti vincoli tecnologici e/o di credibilità storica? 
Scegliete il Formica Punk. 
L'aggettivo Punk va qui a significare una dissacrante rilettura dell'epoca storica: un graffitaro della narrativa che spacchi e rubi quanto più gli pare e piace, scrivendo il romanzo sulla parete letteraria e/o storica che preferisce. 
Se c'è il fantasy “serio” alla Tolkien e nel contempo il fantasy “leggero” del Barone di Munchahusen, di Neil Gaiman e di Terry Pratcheet, allo stesso modo c'è il Cassette Futurism... e c'è il Formica Punk
Un modo scanzonato, whimsical, d'intendere la fantascienza. 
Nell'ambito dei film degli anni Ottanta Buckaroo Banzai incarna perfettamente quest'idea. 
È un paragone bizzarro, ma Dragon Ball ha una sorprendente gamma di veicoli (quasi) dieselpunk che corrispondono perfettamente al genere del Formica Punk. 
Io associo la Formica come materiale ai mobili di mia nonna o da quanto ricordo dell'arredamento della casa in campagna di mia zia, i cui mobili più recenti risalivano agli anni Sessanta. 
Superfici lucide, un po' stinte, molto resistenti, solitamente bianche o beige. Per questioni di costi la formica era utilizzata anche per rivestire gli apparecchi elettronici, negli anni Sessanta e Settanta. 
I colori chiari, ma “caldi”, per differenziarli dall'orrida estetica della Apple, danno un che' di naturale, di armonioso. Pertanto ritengo sia possibile associare il Formica Punk a una fantascienza ambientalista
Sull'eccentrico ripostiglio Formica Punk Tumblr trovate diversi veicoli dell'epoca, tutti parimenti eccentrici. 


Modem Punk! "The first PC edition of Excel" (1987)
Il Modem Punk sviluppa invece con serietà e realismo un'evoluzione tecnologica delle telecomunicazioni con un'attenzione tutta speciale alle postazioni telefoniche e a forme primordiali di Rete quali il Minitel. 
Sono un laureato in storia, pertanto non ne so molto; l'idea sarebbe di scrivere un equivalente telematico dell'hard scifi. Il Cassette Futurism di 2001: Odissea nello Spazio. 
Mi sembra perfetto un paragone letto durante una discussione sul tema (traduco): 

Praticamente, nel Modem Punk ti fai strada in una fogna per agganciarti alla linea privata del telefono di una villa per far girare un terminale remoto in modo da conferirti credenziali false con le quali accedere alla suddetta villa. Nel Formica Punk agganci il tuo Commodore 64 all'agilissimo telefono portatile della tua automobile nuova fiammante per hackerare il cancello d'ingresso ed entrare direttamente, ovviamente esibendo capelli con mullet e un giubbotto da paninaro. 

Il Cartridge Gothic prende invece il Cassette Futurism più brutale e sgradevole e lo lancia nel setting più pericoloso che esista, ovvero lo spazio profondo


 Cartridge Gothic! "Alien Isolation" (2014)
Mentre il Modem Punk e il Formica Punk sono limitati al pianeta Terra, con il Cartridge Gothic il Cassette Futurism va a razzo verso i più lontani pianeti. 
La tecnologia, proprio per questo motivo, rimane umana e pesante: all'esterno astronavi monolitiche, veri e propri blocchi squadrati galleggianti nello spazio, mentre all'interno una sovrabbondanza di pareti imbottite, luci e lucette e cassettoni di computer. 
Il primo film di Alien, così come la corsa spaziale nelle sue ultime fasi prima degli anni Novanta, quando ancora si coltivavano sogni di colonizzare Marte e lo Shuttle sembrava una “buona idea”, costituiscono buonissimi esempi. È fondamentale ricordare come sia un viaggio nello spazio primariamente umano, caratterizzato da insediamenti di minatori e piccole colonie disastrate. 
Il film Outland (1981) nelle sue atmosfere grigie e nel suo pragmatismo “western” è un buon esempio. 
Volendo il Cartridge Gothic può sconfinare nell'horror, come d'altronde già fa con Alien, specie introducendo l'immersione criogenica e il viaggio a velocità superluminale. 
Se i computer devono funzionare via cartucce o cassette, speciale attenzione dovrà essere posta alla protezione dall'eccessivo calore delle stelle e ovviamente al gelo dello spazio profondo. 
Le astronavi pertanto saranno molto più rudimentali di quanto siamo abituati. 
A questo riguardo il gioco di ruolo (e di miniature; e a questo proposito, non guardate l'orrido film) Mutant Chronicles immaginava un'invasione demoniaca possibile grazie a computer quantici e intelligenze artificiali. Ciò obbligava a un retrofuturismo simile al Cartridge Gothic, anche se ricco di stronzate inverosimili anche per i miei (bassi) standard, specie nella tecnologia a vapore. 
La mancanza di macchine dall'elevato potere computazionale, nel caso del Cartridge Gothic, sottintende computer e apparecchi facilmente riparabili con pezzi di ricambio e da personale non specializzato (non avendo per altro robot o androidi a disposizione). 
E cosa c'è di più facile e intuitivo di nastri magnetici e cassette? 
Com'è dunque comprensibile, l'assenza di computer moderni a sua volta incentiva il retrofuturismo e proprio l'utilizzo di quelle cassette “firma” del genere. 

L'Unione Sovietica offre una direzione bifronte a proposito del “Cassette Futurism”: se ci si dirige a est, verso i territori asiatici, generalmente lo stato primitivo delle civiltà centro asiatiche, rapidamente sottoposte a russificazione (paradossalmente come sotto gli Zar) favorisce una modernizzazione, un ottimismo positivista causato da un'industrializzazione selvaggia. 
Al contrario, rimanendo in Occidente, la morsa sui paesi alleati favorisce una versione più dittatoriale e autocratica dei Soviet, specie in Polonia e nella Germania orientale. 
Nuovamente il documentario Hypernormalisation (2016) di Adam Curtis si rivela utile, perché analizza come verso la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta nessuno credesse più al sistema sovietico, identificato con lo strapotere della burocrazia. 
Come oggigiorno non si riesce a pensare un sistema diverso da quello capitalista e dalla democrazia rappresentativa (il “neoliberalismo”, d'incerta definizione), così nell'Unione Sovietica di quegli anni il sistema continuava a funzionare suo malgrado, perchè non sembrava possibile una reale alternativa. La macchina Soviet funzionava comunque, fede marxista dei suoi popoli o meno. 

Mentre il cyberpunk fa proprio dell'egemonia delle multinazionali e di un'economia darwinista il suo marchio di fabbrica, spostare l'ambientazione nelle terre sovietiche offre la sfida di un cyberpunk “russo”, dove la spinta all'evoluzione tecnologica è puramente statale. 
La questione, dentro un impossibile “cyberpunk sovietico”, è come tradurre in realtà l'innovazione tecnologica all'interno di un'epoca storica, almeno nelle sue ultime fasi, largamente stagnante. 
In linea di massima, considerando l'estetica, il Cassette Futurism “russo” dovrebbe privilegiare un design asciutto e preferire nell'architettura linee essenziali e pulite
Mentre le città occidentali, specie americane, di quegli anni erano lo scarico del cesso della civilizzazione (New York docet), l'Unione Sovietica non aveva quegli assembramenti folli di pubblicità pornografiche e d'azzardo, di graffiti e neon, di rifiuti e barboni, caratteristici di quei decenni. Il risultato di una società autoritaria, beninteso; ma è un dato da considerare. 
Il polemicista e critico d'arte Jonathan Meades, nella serie tv Magnetic North visita le Repubbliche Baltiche e nell'occasione ha modo di “ammirare” le cliniche di bagni di acqua marina e di sole costruiti sotto l'Unione Sovietica. I lavoratori avevano diritto a una quota delle ferie in vacanza dentro queste strutture, ma generalmente si rivelavano un equivalente degli ospedali psichiatrici odierni. Prima della “fermata” gulag, i soggetti più riottosi venivano destinati a una “vacanza” dentro questi solarii e piscine che mascheravano in realtà un apparato di repressione piuttosto sofisticato, volto a riprogrammare e riportare all'obbedienza i dissidenti. Sarebbe interessante sfruttare quest'elemento e applicarlo al Cassette Futurism. 

"Solaris" (1972)

I computer nell'Unione Sovietica dovrebbero essere qualcosa di raro e circoscritto alla burocrazia e ai membri di spicco del Partito. È possibile immaginare un'Unione Sovietica “computerizzata” e rinnovata alle fondamenta grazie a una Perestrojka avvenuta con successo. Effettivamente una parte del programma di Gorbachov prevedeva un massiccio utilizzo dei computer; è una possibile ispirazione. Io ci applicherei un filtro “cinico”, abbandonando ridicole nostalgie. 

In alternativa è possibile immaginare una diffusione dei computer a livello delle gerarchie e del funzionamento burocratico dello stato già nei decenni precedenti. È possibile supporre un sistema di computer capaci di gestire quell'economia pianificata così tante volte rivelatasi un disastro. Questo a sua volta garantirebbe un'Unione Sovietica molto più solida e avanzata del suo storico equivalente. 
Qualsiasi tecnologia – specie nelle telecomunicazioni – inventata in quei decenni veniva riciclata allo scopo di sorvegliare la popolazione; i computer non dovrebbero fare eccezione. 
In effetti, è difficile immaginare una tecnologia più ambigua del computer (e della rete): strumento di libertà per la circolazione delle informazioni, ma nel contempo eccezionale panopticon che annulla ogni privacy. La Russia degli anni Ottanta, così come la Polonia e la Cecoslovacchia di quegli anni, sono scenari perfetti per riflettere su questa pericolosa ambivalenza (con agganci al giorno d'oggi). 
Tornando invece alla tecnologia civile, di ogni giorno, mi sembra interessante immaginare un grande computercollettivo” per ogni blocco “condominiale”: una postazione a cui tutti i residenti possono accedere e la cui funzione burocratica (registro nascite e morti, comunicati sulla viabilità, biglietti per treni e bus e così via...) nasconde in realtà funzioni nascoste note solo alle forze dell'ordine. 

Ma perché non darvi un esempio concreto? 
Il Comitato Statale Sovietico per la Scienza e la Tecnologia ordinò nel 1987 di creare nientemeno che un “computer rivoluzionario”. Il compito ricadde su un designer industriale, Dmitry Azrikan, che inventò la sfinge, o altrimenti chiamata “Sphinx”. 


Dalla rivista Technical Aesthetics (T.A.). 

L'acronimo stava per Super Functional Integrated Communicative System: un sistema integrato dove i diversi apparecchi della casa, dalla televisione, alla radio, al computer erano tra loro connessi e costituivano un tutt'uno intercambiabile
Invece di avere più “scatole” separate a seconda della funzione, dal registratore, al telefono, all'orologio, la “sfinge” era un unico sistema automatizzato, capace di controllare la casa, ricevere informazioni dall'esterno e persino effettuare diagnosi mediche. 
Il progetto non lasciò mai lo stadio della pura progettazione, ma produsse alcuni prototipi davvero affascinanti. Faccio un autogol citando questo progetto, perchè sono l'esatto opposto di quanto finora descritto nel “Cassette Futurism”. I designer russi sembravano aver predetto il minimalismo di casa Apple, ma rielaborato dal filtro degli anni Ottanta e della mentalità russa. 
Il risultato è straniante: un incrocio tra Star Trek e l'estetica modernista sovietica. Steve Jobs proletarizzato. O qualcosa del genere. 


Dalla rivista Technical Aesthetics (T.A.).  Rimando all'articolo per le foto del telecomando. 
La scoperta di questo design è relativamente recente e risale alla lettura della rivista Technical Aesthetics (1987), dove la “sfinge” veniva descritta come non tanto “il progetto di un oggetto, quanto il progetto di un'interazione tra consumatori (famiglie) con informazioni”. 
Il sistema prevedeva “altoparlanti a sfera, un monitor staccabile, cuffie, un telecomando con display rimovibile, un porta dischi, un processore con tre blocchi di memoria e altro”. 
Le informazioni venivano trasmesse o via display o attraverso segnali acustici dalle “sfere”. 
Il sistema prevedeva anche un grande schermo (1 metro) per vedere un film tutti assieme o per intrattenere gli ospiti. Non solo televisione, ma “quadri, giochi via computer, musica, ecc ecc”. 
Lo schermo più piccolo invece aveva altoparlanti incorporati e poteva essere utilizzato come un mini computer per “uno scienziato, uno scrittore, un ingegnere, un giornalista, un architetto... e nel tempo libero per guardare serie tv, video, presentazioni con slide, ecc ecc” 
Il sistema funzionava unicamente tramite i telecomandi, i quali grazie a una tastiera alfanumerica erano programmabili secondo le proprie necessità, permettendo all'utente di decidere come organizzare il proprio “set” casalingo. Niente mouse o touchscreen, solo tastiere e telecomandi. 
Il processore, “cervello” dell'intera operazione, era pensato come una “scultura” da “modellare” a proprio piacimento. 


La "sfinge" nel suo insieme. Un designer con due palle così...
Il sistema ovviamente era un bel prodotto di design senza un reale studio “tecnico” alle spalle. Eppure si rimane stupefatti dall'eleganza dell'impianto. Al di là della visione avveniristica di una modularità volta a rimpiazzare l'invasione delle “scatole” (computer, radio, televisione) la “sfinge” non aveva forme “solide”; tutto era letteralmente piatto, quasi una decorazione bidimensionale sulla parete. L'unica eccezione: la sfera, dal rimando lunare a uno spazio ancora considerato frontiera. 

Il programma spaziale sovietico infatti era una sequela di fallimenti abilmente mascherati dalla propaganda, ma è innegabile come vi fosse sottotraccia una volontà di esplorare lo spazio molto più forte che nella controparte americana. 
È una mia opinione, ma ritengo che gli americani abbiano sempre considerato l'obiettivo del primo uomo sulla Luna come uno stunt propagandistico, circoscritto a un obiettivo isolato e in seguito d'abbandonare a favore di progetti più moderati. 
L'ideologia sovietica invece proponeva lo spazio come una frontiera da colonizzare dove realizzare appieno il futuro dell'umanità. Tutto questo si tradusse in una montagna di cani e cosmonauti più o meno polverizzati al rientro, o dispersi tra gli Urali, o esplosi nei (troppi) incidenti, ma proprio questa sequela di fallimenti evidenzia lo sforzo profuso. 
I progetti per esplorare Marte e Venere, ad esempio, prevedevano l'utilizzo di un motore nucleare e sulla superficie un treno da costruire in loco con il quale esplorare la superficie del pianeta rosso. 


"Red Carpet" di Nick Gindraux (ArtStation)
È possibile pensare a un genere apposito – “Sovtechnica” – nel quale l'Unione Sovietica ha preceduto gli Stati Uniti nella rivoluzione informatica, ma i computer, per quanto avanzati, rimangono strumenti pragmatici, senza funzione d'intrattenimento. 
Solidi cubi per scrivere, far di conto e progettare disegni tecnici. Rimane assente quello scambio d'informazioni spontaneo caratteristico della Rete. 
Grazie a ciò i sovietici hanno conquistato la Luna e Marte e stanno costruendo grandi stazioni spaziali sulla terraferma, così come in orbita, sull'esempio delle colonie dello spazio di Gerard K. O'Neill. La bandiera della rivoluzione sul pianeta rosso... 
Sarebbe a questo riguardo interessante sviluppare una storia dove il protagonista scopre il prezzo nascosto di quest'Impero sovietico, nella forma di fosse comuni su Marte o strutture di deportazione sulla faccia oscura della Luna. 

È notevole fino a quale livello fosse diverso l'immaginario collettivo negli anni Novanta, prima dell'11 settembre 2001 e il successivo (ma in realtà scollegato) coinvolgimento in Medio Oriente
Specialmente dall'illegale invasione in Iraq, l'immaginario si è riempito di sabbia, di poveri villaggi, di jeep e carri armati impolverati, di guerriglie inconcludenti. 
Tuttavia se vogliamo applicare il Cassette Futurism agli anni Novanta e a un immaginario ancora pre 11 settembre, occorre spostare l'attenzione altrove. 

Qual'era la visione del futuro, specie la distopia, negli anni Novanta? 
Innanzitutto si temeva che la globalizzazione avrebbe annientato lo spirito delle nazioni e avrebbe portato un'uniformità disumanizzante e aliena (oh, quanto ci si sbagliava, oh quanto, quanto...). 
Ho sempre considerato gli anni Novanta un decennio di complottismo probabilmente in questo favorito dalle ansie di fine secolo
Sono gli stessi anni nei quali la destra americana inizia a organizzarsi nelle proprie milizie, a scopo di “difesa” con un mercato di pubblicazioni più o meno apocalittiche sul governo o i globalisti che mirano a “rubare” le proprie armi. Proprio in questi anni Alex Jones inizia la sua attività, anche se all'epoca con una vena libertaria oggi scomparsa (la trasformazione dall'elezione di Trump in poi dei libertari in conservatori o religiosi è una tragedia...) 
Il videogioco di Deus Ex incarna perfettamente le paure di quegli anni, così come molti film tratti da Philip Dick tra fine anni Novanta e inizio duemila. 


"Death Race 2050" (2017)
In tal senso penso sia interessante considerare non il futuro immaginato negli anni Settanta e Ottanta, ma negli anni Novanta. Il pericolo è di scivolare nel kitsch, specialmente se si considera come sia un decennio (opinione mia) di riciclaggio e remake di remake. Inizia pertanto quell'eterno ciclo di reboot e mancanza d'idee che hanno afflitto gli ultimi anni

Demolition Man offre un futuro nell'insieme “ottimista”, ammorbato da una nostalgia passatista rivelatosi attuale. Se ne può recuperare alcuni elementi per un Formica Punk leggero e satirico. 
Gattaca è un altro esempio, forse troppo futuristico, troppo avanti nel duemila per gli scopi qui proposti, ma utile per la ricostruzione di un futuro civile, di ogni giorno. 
Total Recall nuovamente può venir recuperato per il Formica Punk: è sciocco, retrò, molto “fisico”. In generale Verhoeven tende a utilizzare un'architettura brutalista, composta da blocchi monolitici di cemento, specie nella prima parte sulla Terra, perfetta per gli scopi qui proposti. 
Il Quinto Elemento mescola la multiculturalità di Blade Runner al kitsch e all'ottimismo verso il futuro, togliendogli quel romanticismo caratteristico del cyberpunk. 
In realtà, se si prende ad esempio Matrix e Dark City, ci ritroviamo con due modelli di fantascienza estremamente dark e cyberpunk, ma penso siano più caratteristici degli anni duemila e nel loro essere ancora attuali, specialmente Matrix, lontani dal Cassette Futurism. 

È anche vero che rivedere il primo Matrix pone di fronte a un senso di vintage, di retrò veramente straniante: dopotutto il loro “presente”, congelato negli ultimi anni Novanta, è il nostro passato. Meriterebbe un articolo a parte il cellulare ad esempio di Neo, mostruosità di silicio lontanissima dalle linee senza sostanza degli smartphone. 
E non ho ancora considerato i videogiochi...


Un vero cellulare, poco da fare. "Matrix Reloaded" (2003)
Un'alternativa alle soluzioni precedenti sta nello circoscrivere l'ambientazione a una sola zona ben distinta dalle altre, facendo leva sui tanti progetti e società alternative tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Culti religiosi, ma non solo: c'è un pullulare di comunità e progetti anche tecnologici creati da zero, con l'ambizione di forgiare una perfetta società

Si parte con i culti degli UFO negli anni Cinquanta, si procede negli anni Sessanta con le comuni degli hippie e i tanti culti e religioni alternative, approdando agli esperimenti tecnocratici degli anni Settanta. Mescolare la fantascienza alla New Age, ma senza scempiaggini spiritualiste: quanto si tratterebbe di descrivere è una comunità separatasi dalla società di quegli anni e cresciuta con una tecnologia tanto avanzata, quanto retrofuturista. I diversi culti di quegli anni tendono a imputridire fino all'inevitabile crollo man mano che ci si addentra negli anni Ottanta e Novanta. 

Si tratterebbe pertanto di riprendere per chi è pratico di videogiochi il caso di Rapture di Bioshock e applicarlo anziché agli anni Trenta e alla Ayn Rand, agli anni Cinquanta/Sessanta e alla rampante tecnocrazia. I documenti di Adam Curtis, soprattutto All Watched Over by Machines of Loving Grace (2011), costituiscono in tal senso ottimo materiale di riflessione. I National Geographic abbondano in questi decenni di centrali energetiche e città costruite dal nulla in zone dimenticate dalla civiltà, come deserti e giungle, a sfidare con il portento della tecnologia, la natura avversa. 

Ho letto su Reddit di Taliesin West: inizialmente era un ritiro invernale per l'“archistar” Frank Lloyd Wright e il suo staff, ma rapidamente divenne un luogo di “culto” (letteralmente) per i suoi allievi che viaggiavano da ogni parte del mondo per pendere dalle sue labbra. Gli studenti vivevano dentro improvvisate casupole intorno alla magione e lavoravano gratuitamente 24 ore su 24 per il “patriarca” Wright. L'intera faccenda viene considerata un unico, immenso laboratorio sperimentale per l'architettura di quegli anni. 

Un'altra interessante tattica con il “Cassette Futurism” consiste nell'analizzare quali strumentazioni e quali tecnologie sono rimaste in utilizzo dagli anni Settanta e Ottanta. 
Solitamente i luoghi più estremi della Terra, dalle giungle pluviali ai Poli, utilizzano ancora quel genere di estetica, derivante dalla funzionalità, caratteristica del genere. Gli insediamenti in Antartide e i pesanti, massicci, apparati che vi si possono trovare, stretti dai ghiacci, sono perfetti in tal senso. 
Sulla stessa scia, l'equipaggiamento militare solitamente è sufficientemente solido e ingombrante da rientrare nel genere, così come i macchinari industriali delle piccole realtà e aziende che non hanno bisogno di rinnovarli: stampanti, macchine di assemblaggio, bracci robotizzati, ecc ecc. 


"Sanomalaite Lippujuhlan päivä" (2014)
Un perfetto esempio di questa confluenza è il “Sanomalaite M/90” (SANLA): uno strumento criptato per le comunicazioni prodotto dalla Nokia e utilizzato dalle forse di difesa finlandesi nel 1983... e ancora in uso fino a cinque anni fa nel 2013
Lo sviluppo del SANLA iniziò infatti nel 1970, ma la produzione di massa per l'esercito finlandese venne completata nel 1983. Il “Sanomalaite M/90” pesava 3 kg e aveva una tastiera con 55 bottoni e 32 caratteri. Merita un'occhiata anche il “Partiosanomalaite m/83”, un gioiellino utilizzato dalle forze di ricognizione finlandesi. 
Ritroviamo qui l'elemento militare, la presenza di uno stato immerso nella neve (Finlandia), uno strumento, il SANLA, anni Ottanta e conosciuto proprio per la sua pesantezza e resistenza.

2 commenti:

LorenzoD ha detto...

Avrei da ridire sul fatto che gli anni ’90 siano stati un decennio di complottismo. Anzi.
La prima cosa che viene in mente pensando “anni 90” e “complottismo” sono… gli X-Files (almeno a me vengono subito in mente).
La cosa interessante è che se si va a vedere l’indice di fiducia degli americani in quegli anni (regno Clinton) troviamo un costante aumento, fino a raggiungere il picco nel 2001 (regno Bush II).

http://www.people-press.org/2017/12/14/public-trust-in-government-1958-2017/

Mentre la fiducia degli americani nelle loro Forze Armate è sempre stata ben alta negli anni ’90 e bene o male costante negli ultimi 30 anni (con un picco a inizio 2000, ovviamente).

http://publications.armywarcollege.edu/pubs/3496.pdf

Non penso sia un caso che X-Files abbia avuto successo proprio negli anni di maggior fiducia. E il motivo può essere che è divertente pensare ai complotti quando in realtà va tutto bene.
Per confronto, la nuova stagione di X-Files non ha avuto molto successo – appartiene a un’altra epoca.

Tornando ai complotti, l’età dell’oro dei complotti è il periodo 2001-2011, e adesso viviamo nella loro naturale evoluzione di fake new e alternative facts. Negli anni ’90 i complottisti non avevano abbastanza spazio, almeno non quanto ne abbiano adesso. Se poi ci aggiungiamo tutte le “verità” sugli inside jobs relativi all’11 settembre, penso sia comprensibile come questi due fenomeni, 11 settembre e internet, abbiamo contribuito a rendere gli ultimi 20 anni l’età dei complotti.

Coscienza ha detto...

@LorenzoD

Ho finalmente trovato il tempo di leggere i documenti ed effettivamente hai ragione, la fiducia era quantomai alta.

Il discorso sul complotto e le milizie derivava dal gustoso documentario "The Nineties" (2017) con i capitoli "The New World Order" e "Terrorism Hits Home".

Lì gli autori argomentano con efficacia la diffusione di una cultura del complotto, anche se restava circoscritta alle fasce della destra anti-Clinton, agli apocalittici e ai libertari. Credo si possa argomentare come si verifichi in quegli anni un passaggio culturale piuttosto malsano in queste fasce della popolazione.

Chiaramente i dati sono i dati, può essere mi sia lasciato suggestionare.
A mio parere negli anni Novanta nei film c'è una vena fortemente anti-statale, parallela al processo economico di liberalizzazione di quegli anni. Magari mi sbaglio.

C'è anche una differenza tra il complottismo anni Novanta, il complottismo che poi non sarebbe tale di mettere in dubbio la propaganda dei mass media in caso di eventi di guerra (Le famose "armi di distruzione di massa" in Iraq, rivelatosi un falso, le rivelazioni di Assange e Snowden, ancora perseguitati; ecc ecc) e infine il complottismo degli ultimi cinque anni, che spesso è più rivolto a essere anti-establishment che a rivelare "qualcosa" (conta più l'atto di non fidarsi del giornale e di opporsi e nel farlo ha scarsa importanza quale sia la notizia; il che spiega l'inefficacia del debunking).

In quest'ambito ritroviamo alcune volte la propaganda più spicciola anti-femminista, anti-social justice warrior, tendenze xenofobe e antisemite, ecc ecc