Quando si scrive una
frase, è la maiuscola dell'iniziale a conferire forza, vigore,
carattere.
L'inizio influenza
l'intero periodo, lo determina, lo plasma: tutte le altre parole gli
rimangono subordinate. Questo vale all'identico modo per la storia
dei popoli o per le relazioni tra gli individui. Come annota il
filosofo Alain de Benoist, “Dopo, ci si accontenta di sfruttare,
con sempre minor forza, quel che costituiva questo cominciamento”.
Un ragionamento che funziona particolarmente bene quando applicato
alla storia delle rivoluzioni: basti pensare alla Francia con il
1789; agli Stati Uniti con il 1776; e così via. Voler rivivere
l'evento storico, l'emozione di questo primo momento porta a esiti
tragici, grotteschi: all'arroganza degli ex sessantottini, alle
milizie libertarie negli States, al culto di un passato ormai
passato. Al contrario, nella storia, così come nella vita,
bisognerebbe re-iniziare senza voler recuperare a ogni costo il
sentimento della prima volta.
L'inizio conta;
nient'altro.
E da quale pulpito la
predica, considerando come proprio io ci sia cascato qualche
settimana fa, quando mi sono recato in Europa centro-orientale. Io e
la mia fiancee volevamo da tanto fare un viaggio visitando tre
città della Mitteleuropa con i biglietti dell'Interflix.
E non
appena il pensiero è volato alle lande del centro-est Europa, un
nome mi è balzato alle labbra. Praga! Volevo assolutamente tornare a
Praga. Oramai erano passati cinque anni da quando mi ero recato nella
bella capitale della Repubblica Ceca; e nonostante fossero stati
pochi giorni, mi era rimasta indelebilmente impressa nel cuore.
Eppure qui ho commesso l'errore che lamentavo: voler cercare di
rivivere la sensazione dell'inizio, invece che ricercare qualcosa di
nuovo. Così nella realtà – mentre camminavo mano nella mano con
la mia dolce metà tra le strade acciottolate di Praga – continuavo
a cercare i segni di quella città vissuta ormai cinque anni orsono.
Senza trovarli. Volevo respirare l'atmosfera del primo viaggio, ma
presto mi ritrovai cianotico.
Un'altra città sul tracciato mi destò
simili sentimenti: Vienna. Non l'avevo mai visitata, ma dopo quasi
due anni a studiare un archivio di un italiano residente a Vienna –
Filippo Zamboni – tra il 1875 e il 1914, avevo una chiara immagine
della città. Sapevo dei suoi caffè, dei suoi ristoranti, dei suoi
tram, dei suoi giardini: solo però dalla peculiare prospettiva di un
secolo prima. Pure qui volevo rivivere un'atmosfera che percepivo
aver già vissuto... Ma stavolta nelle carte dell'archivio del Civico
Museo di Storia Patria. Non è la prima volta che rifletto come
studiare un archivio sia un'esperienza simile a quella del viaggio,
con l'eccezione che attraversi il tempo invece dello spazio. La mia
Vienna mentale in ogni caso non corrispondeva alla Vienna reale e per
quanto me lo aspettassi... Well, that was a disappointment.
E in tutto questo, io e la
mia compagna avevamo scelto una stazione intermedia, che ci lasciava
incerti: Bratislava, in Slovacchia. Come sempre, non avendo
aspettative su questa piccola capitale dell'orgoglioso popolo
slovacco, siamo rimasti piacevolmente sorpresi.
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Che sia Trieste o Bratislava, non si sfugge a Maria Teresa d'Austria (giardini presidenziali) |
Il flixbus sputa, sussulta sull'asfalto accidentato: infine, con stridore di freni, s'inchioda all'ultima fermata. Il latrato dell'autista avverte in un inglese masticato e incomprensibile che siamo arrivati a “Prague”.
La
città di cinque anni fa era una nobildonna di classe, una magnifica
donna abbigliata con vezzosi edifici liberty, dal volto del castello
incorniciato con guglie e campanili. Cordiale, a volte un po'
ruffiana, ma pur sempre molto aperta. Quella Praga ora la
rivedevo egualmente bella e regale, ma dal vestito un po' strappato,
un po' rattoppato. Dalle gambe sfregiate di spazzatura e graffiti
nelle periferie, alle braccia strattonate della metro ingolfate di
comitive di turisti danesi e inglesi, fino all'orrenda confusione
mentale del Castello, vera e propria bolgia di visitatori d'ogni
parte del globo, fusi in un coacervo soffocante di smartphone e urla,
biglietti e bambini urlanti. Rispetto a un tempo, lo confesso, Praga
l'ho ritrovata invecchiata e sporca.
Rimane bella, certo; quasi
un luogo dell'anima. C'è una magia sottopelle alla città propria
della capitale ceca e che filtra, nonostante tutto, dagli edifici e
dalla gente. E rimane una nobildonna cordiale, con la quale raramente
ho trovato disaccordi. Certo, una cordialità adulatrice: sa bene
quali vantaggi le derivino, dall'essere comprensiva e paziente
persino col più tardo turista. Ma non è qualcosa da sottovalutare,
bensì la componente di una forma mentis assente in tante città
turistiche wannabe, Trieste in primis.
Il Ponte San Carlo resta –
pur nella massa di truffatori e comitive – una visione sublime,
talmente romantica da sembrare irreale. Mentre le viuzze del centro
rimangono un intossicante amalgama di edifici gotici e ottocenteschi
davvero deliziosi, dove ogni angolo svela una nuova meraviglia.
La
città rimane come cinque anni addietro viva e vibrante: l'eredità
storica non l'appesantisce, ma sembra piuttosto catapultarla verso il
futuro. Non la congela in un secolo o in un periodo preciso, ma
piuttosto ricama un'atmosfera soffusa e inconfondibile. Praga non
appartiene alla storia, a “quel” secolo, a quell'evento storico;
piuttosto quel secolo ne rappresenta una caratteristica, una
componente tra le tante. La sua bellezza deriva dalla sua storia, ma
a sua volta quest'ultima non la possiede come tante altre città.
E proprio ripercorrendo la
città, ho sentito un colpo al cuore a rivederla così violata,
sottoposta a continue angherie da una massa di turisti paragonabile a
Venezia. Il centro storico, in alcuni frangenti, è davvero
invivibile e il castello... letteralmente sommerso di visitatori. Il
Vicolo d'Oro, ad esempio, è una frazione deliziosa del borgo, una
successione di casette tali da rivaleggiare con un villaggio fantasy.
Ma la quantità di persone era davvero esorbitante, un metro quadro a
persona, una potenza tale da far tremare le fragili mura delle case.
Giudizio personale, certo, ma Praga dovrebbe seriamente iniziare a
valutare quali costi e impatti abbia un simile esercito di turisti
sugli edifici e la qualità della vita. Attualmente la nobildonna
continua a sorridere e rimane più bella che mai, ma non vorrei che
alle gambe già stanche si aggiungesse una testa fratturata o un
occhio nero.
Uno studio sui legami tra
gli Stati Uniti e la Repubblica Ceca sarebbe senza dubbio
interessante. Non è una novità quale interesse i nostri cugini
oltreoceano nutrano per la cultura europea, spesso evidente nella
generosità di certe donazioni, come a Notre Dame. Mi chiedo però
quale prezzo comportino alcuni finanziamenti, alcune ingerenze nel
sistema museale ceco.
Palazzo Lobkowitz, nell'area del Castello, ha
infatti ricevuto ingenti finanziamenti e sembra averne tratto
giovamento: intere sezioni della collezione della famiglia nobile
sono state recuperate solo grazie all'aiuto americano. Tuttavia
l'audioguida trasmette già quale sia stato il prezzo, a partire da
una banalizzazione delle didascalie, a un'eccessiva enfasi sui
Lobkowitz stessi, concludendo con i continui salamelecchi di
ringraziamento. Niente di grave, ma un elemento su cui riflettere.
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Un dettaglio del Museo del Comunismo (Praga) |
Il Museo del Comunismo,
all'opposto, è invece un perfetto esempio di quale influenza possano
avere gli americani a Praga, perché progettato (e pensato) da un
imprenditore statunitense.
Il Museo ripercorre con fotografie,
testimonianze e affascinanti reperti la grigia storia della
Cecoslovacchia sotto il regime comunista. Un anniversario d'una certa
importanza, quest'anno, perchè ricorrono i trent'anni dalla caduta
del muro di Berlino (1989-2019).
Purtroppo la qualità delle scene
ricostruite, così come dei reperti, appare inficiata dalle
didascalie meno storiche che abbia mai letto. Letteralmente ho letto
commenti più equilibrati su 4chan.
Il museo appare percorso da un
sarcasmo, un'indignazione talmente esagerata da sortire l'effetto
opposto. L'atrio annuncia, con parole di fuoco, che l'ideologia
marxista ha causato “oceani di sangue” e si procede, di sala in
sala, attraverso una narrazione storica squilibrata e frammentaria.
Non c'è un'adeguata contestualizzazione, non c'è una reale
ricostruzione storica, non c'è un tentativo di comprendere l'“altra
parte”. Mi chiedo se i cechi siano davvero così contenti di avere
un museo così “volgare”, così sardonico nella sua esposizione.
La crescita demografica degli anni sessanta, a cui il regime rispose
con la costruzione edilizia nello stile brutalista, ad esempio, viene
rimproverata come orribile e mostruosa. Eppure edifici e quartieri
simili venivano costruiti in tutto il mondo, durante quel periodo;
magari con forme diverse, ma il cemento armato era il materiale di
quel decennio. Esattamente, cos'avrebbe dovuto fare la
Cecoslovacchia? Costruire schiere di villette, forse?
In altri casi
conquiste del popolo ceco vengono sminuite, perché avvenute sotto il
regime comunista: dal primo uomo ceco nello spazio, all'invenzione
delle lenti a contatto, alle vittorie nello sport.
C'è poi una violenta
contraddizione interna al Museo stesso: le testimonianze dal vivo
contraddicono le didascalie. Ovvero: le spiegazioni scritte
“all'americana” non trovano riscontro nelle storie e negli
aneddoti delle diverse persone intervistate. C'è pertanto un
interessante paradosso, per cui quanto doveva essere il giudizio
equilibrato del Museo si rivela fallace, mentre i ricordi dei diversi
intervistati sembravano essere molto più oggettivi.
L'uomo ad esempio
intervistato a proposito della monumentale statua a Stalin sui
giardini Letnà ricorda con grande affetto la sua costruzione, la
reputa un capolavoro, un'opera di ingegneria senza pari all'epoca.
Qualcosa di cui va orgoglioso, dichiara sorridendo a tutti denti alla
telecamera. Stiamo discutendo di una statua ancora dell'era
staliniana, un colosso inneggiante al regime comunista, reputato la
costruzione più odiata di sempre dietro la cortina. Eppure qui
abbiamo un uomo che confessa come aver partecipato alla sua
costruzione fosse la cosa più bella mai capitata nella sua vita.
Altre volte, la testimonianza involontariamente lascia trapelare
pregiudizi di classe. Invidie difficilmente comprensibili per chi ama
l'eguaglianza. Uno degli uomini ad esempio fuggito dal regime negli
anni settanta ricorda con grande affetto come in Austria ci fosse la
“borghesia”. L'amore per la middle class, la bellezza che ci
siano ranghi sociali! Il suo più dolce ricordo, non appena arrivato
in Austria, è una madre che rimprovera la figlia che piange,
ricordandole che sono della “middle class” e loro non piangono
“come gli altri”.
Le testimonianze non risparmiano nemmeno la
vacca sacra degli occidentali, Jan Palach, “martire della libertà”.
Il primo ceco osserva come conosca poco la notizia, il secondo si
dichiara poco impressionato, il terzo afferma che a suo parere Palach
non voleva morire, ma l'intero stunt era già programmato fin
dall'inizio. I suoi amici avrebbero dovuto spegnere il fuoco prima
che lo bruciasse vivo, ma vennero presi dal panico. La morte eroica
di Jan Palach risulterebbe così niente più che una ragazzata
trasformatasi in tragedia. Non a caso lo scetticismo dell'uomo non
era prominente nella mostra, ma presente negli ultimi pannelli,
vicino al bar. Come a nasconderlo.
Mi chiedo quale forma
avrebbe assunto il Museo se gestito completamente dai cechi, secondo
una visione storica che nulla avrebbe tolto alla brutalità del
regime comunista. Alcune volte un'esposizione sobria e oggettiva
ferisce maggiormente della volgarità gratuita. I musei e i memoriali
sull'Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale sono in tal senso ottimi
maestri.
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Bratislava dall'alto del Castello |
Bratislava, che città! Un
gatto scorbutico e arruffato, ma dall'innegabile fascino kawaii.
La
periferia è una distesa di casermoni anni Settanta nello stile
brutalista, ma ridipinti con colori vivaci. Un tentativo di
ingentilirli riuscito solo a metà, ma quantomeno col merito di
conferire freschezza ad aree altrimenti irrimediabilmente grigie.
Dopo aver superato la reale ferita cittadina, ovvero una gigantesca
autostrada che letteralmente la taglia a metà l'abitato, lo
spettatore viene accolto con il primo assaggio della città. Non
sorprende che la città sede del giuramento di Presburgo possegga
così tanti edifici settecenteschi e neoclassici, ma si rimane
egualmente sorpresi dall'atmosfera a metà tra Maria Teresa e
Napoleone.
E se gli Asburgo sono stati depennati dalla storia del
Castello e dei musei, Maria Teresa d'Austria rimane ancora popolare:
dai quadri, ai monumenti, ai giardini. Non solo settecento, però,
perché accanto alla consueta dieta di edifici eclettici sopravvive
un nucleo medievale e cinquecentesco piuttosto suggestivo.
La
Slovacchia ha iniziato da poco un processo di rivalutazione di
quant'era, ai tempi della cortina di ferro, una città grigia per
eccellenza e pertanto la città sembra “bloccata” tra due spinte contrapposte. La periferia,
grazie al lavoro svolto sul quartiere operaio, mantiene un'uniformità
sorprendente, ma il centro cittadino alterna edifici restaurati da
pochi anni, se non mesi, con vere e proprie macerie. Le stesse piazze
principali affiancano capolavori di stucco e colori a grigi fantasmi
dalle fondamenta instabili. In tal senso sì, Bratislava è un gatto
arruffato, ancora molto sporco.
Io dal mio canto la trovo
irresistibile proprio in virtù di questa sporcizia, di questa
decadenza alternata al nuovo rampate. La statua di Maria Teresa a
cavallo cede così il passo a una fontana sovietica, la casa
ottocentesca riverniciata di un vivace azzurro alle fatiscenze di una
locanda medievale che si accartoccia su sé stessa. Il contrasto
architettonico non è una debolezza, ma un punto di forza, perché
impedisce allo spettatore di assuefarsi a un determinato stile.
La gente è scorbutica,
leggermente maleducata. La popolazione adulta intesa come la fascia
dei quarantenni/cinquantenni sembra assente (emigrata?) pertanto o ci
si imbatte in giovani, giovanissimi o nelle fasce anziane. In tal
senso, specie nei ristoranti e nei bar, la sensazione è quella di
essere a casa, a Trieste, perché il cameriere o il barista sembrano
non volerti avere come cliente, se non come ripensamento dell'ultimo
momento.
Se preferiamo considerare
la questione sotto un altro punto di vista, Trieste e Bratislava
hanno un simile approccio nel turismo: c'è la volontà istituzionale
e imprenditoriale di trasformarsi in un importante luogo turistico,
eppure manca una forma mentis, un “saper fare” che posseggono
solo i centri turistici di lunga esperienza. Siamo (sono) ancora
acerbi. La volontà c'è, ma alla prova dei fatti il turista viene
ancora avvertito come uno straniero, se non un nemico. Io
personalmente ne ero contentissimo, perché odio i luoghi turistici.
Certo, tutto questo viene con un prezzo: i controllori, ad esempio,
fanno grande attenzione a chiedervi sempre i biglietti e mi è anche
capitato di avere una slovacca che ci indicava con il dito al
controllore, perché convinta fossimo degli abusivi.
Chissà, forse avere la
barba e i ricciolini nello stile di un ebreo orientale non ha
aiutato...
Un altro espediente con il
quale Bratislava ha rinnovato la propria immagine grigia e arruffata
dopo gli anni di dominio sovietico consiste nella costruzione di
statue originali e innovative; una tradizione già presente nel
dopoguerra, ma assunta a vero e proprio paradigma negli ultimi anni.
Statue astratte, figure longilinee e stilizzate di uomini e donne
impossibili, addirittura razzi dove il vapor acqueo simula il fumo e
poi giochi d'acqua, simboli e incisioni. Sono statue moderne, ma con
quella leggerezza, quello slancio mitopoietico assente nell'orrendo
postmoderno delle città occidentali.
Durante i caldi mesi
estivi, nella Slovacchia bigotta e cristianissima, i bambini giocano
liberi nelle fontane: ci sguazzano, ci si rotolano, urlano e nuotano.
Un comportamento normale, che qui desterebbe lo scandalo dei (troppi)
misantropi. Un monumento e una fontana sono tali solo se parte
integrante della popolazione, se abbracciati dagli stessi.
Naturalmente non c'è
statua senza giardino. Mi domando alcune volte davvero quali manie
mentali, quali isterismi potremmo evitare concedendo ai cittadini il ristoro di un bel
viale alberato, di una passeggiata tra le fronde, di una panchina
sotto una quercia. Trieste in tal senso era partita bene – eredità
austriacante col Giardino Pubblico – ma gli ultimi decenni si sono
rivelati un'infinita distesa di cemento. Eppure il desiderio di aree
verdi figura tra le richieste più volute dalla popolazione, un grido
sordo che non accenna a placarsi. È un problema culturale, non solo
politico: lo stesso sindaco Roberto Dipiazza, a questo proposito, si
lamentava come avesse piantato tante belle aiuole nelle nuove piazze.
Ma un giardino non è un'aiuola, uno spiazzo verde con qualche albero
stinto. È un'unità autosufficiente: una sua zona con una struttura
di base, un'organizzazione, addirittura una mappa. Non ci serve più
verde, ci servono giardini intesi come veri e propri ecosistemi, oasi
nelle quali trovare ristoro.
L'erbetta di mezzo metro
quadro lasciamola agli architetti postmoderni.
Ho sempre desiderato
viaggiare ad est, dai tempi delle superiori.
Dapprima era il
Giappone, ma negli ultimi anni i miei piedi indelebilmente si muovono
a oriente. Non è più il richiamo nerd di Akihabara, quanto
un'inclassificabile sensazione di attrazione verso l'est. Come una
lancetta d'orologio o un fil di ferro preso all'amo da un magnete. Go
east, young man. Un tempo era Praga. Ora Bratislava. Ma Budapest, che
ho visitato lo scorso aprile 2019, rimane la più bella. Perchè
semplicemente più orientale, più lontana, più estranea. I contorni
del mondo a me ordinario scompaiono, ma questo nuovo mondo assume
contorni stranamente famigliari. È vecchio, spaventosamente vecchio;
eppure sembra di essere a casa.
Non è la prima volta che
visito una città della Mitteleuropa, o dell'Europa dell'Est e vi
ritrovo una maggiore famigliarità che in una città italiana. La
connessione è indelebilmente più forte, nonostante la barriera
linguistica.
Sono caduto nella trappola del romanticismo, della spazzatura
orientalista? Può essere. Anzi, è probabile.
Eppure ripenso a
Trieste e continuo a vedere una città il cui naturale bacino è
l'oriente. La Russia, l'Asia. Perché no? L'Eurasia, ammettiamolo
pure.
Bratislava, come
d'altronde Praga e Budapest – e in un certo senso persino Vienna –
condividono un comune sostrato architettonico, una (doppia) eredità
imperiale.
È quest'eredità che garantisce, nonostante i suoi
abitanti siano riluttanti ad ammetterlo, il reale funzionamento
dell'ecosistema urbano.
L'Austria-Ungheria mosse i propri passi con
un entusiasmo positivista della seconda metà dell'ottocento pari a
pochi, proprio di un'epoca dove l'uomo non si vergognava di guardare
al futuro.
Le prime fabbriche, le
prime ferrovie... Ma sopratutto l'eredità più ingombrante, ovvero i
primi, compiuti edifici istituzionali: dalle Poste, ai Municipi, alle
Banche. Una qualsiasi stazione dei treni ottocentesca che sia a
Vienna, Bratislava, Budapest... è liberamente scambiabile, la mano è
la stessa.
Questo ruolo squisitamente
infrastrutturale viene negato, se non nella forma dei
Musei della Tecnica. Il secolo decimonono scivola sulle popolazioni
ceche e slovacche come se non esistesse, se non per lo sforzo di
liberazione nazionale. Eppure, come l'India dopo il dominio coloniale
inglese, i cechi e gli slovacchi non sembrano avere particolari
remore a utilizzare (e vantare) quella simbologia del potere, quella
ragnatela burocratica ed economica costruita sotto gli Asburgo.
La seconda dominazione
imperiale, ovvero quella sovietica, recupera e ingigantisce tutti
quegli elementi già evidenziati sotto l'Austria: dalla costruzione
di periferie tutt'ora gangli fondamentali nell'ecosistema urbano
delle città cecoslovacche, alla formazione dell'industria, alle
stazioni stesse della metro, per una larghissima parte costruite
negli anni Sessanta e Settanta.
I bagni pubblici,
addirittura: a Vienna eredità squisita e stilizzata di Adolf Loos, a
Bratislava monumentali colossi di pietra brutalisti degli anni
Settanta, con rupestri incisioni. Il periodo sovietico in tal senso
dev'essere tanto più sgradevole, tanto più odioso nella misura in
cui cechi e slovacchi non possono fare a meno di utilizzare una rete
(e un sistema) infrastrutturale frutto della cortina di ferro.
Se
volessimo paragonare Bratislava o Praga (e persino Vienna) a un uomo,
potremmo ricordarci di quelle persone che odiano sentire il proprio
respiro, il proprio sudore, le proprie funzioni personali. Estraniate
dal proprio corpo, perseguono un'impossibile astrattezza. Così a
volte mi sembrano i slovacchi, così tanti popoli dell'Europa
centro-orientale: la ricerca nazionale soffoca un utilizzo
inconfessato di un'eredità imperiale che ha regalato molto più che
una bandiera e un inno. Bratislava, così come Praga, Vienna e
Budapest battono un cuore imperiale: dalle arterie ferroviarie, alle
vene della metro e dei tram. Sotto una pelle nazionale, la verità
nascosta è come le funzioni essenziali rimangano una miscela
asburgico-sovietica.
Alcune capitali non ci
pensano troppo o in qualche modo si riconciliano meglio; Budapest, ad
esempio, mi sembrava meno a disagio in tal senso. E considerando il
fiero spirito magiaro, è una stranissima constatazione.
![]() |
Le pitture socialisteggianti della stazione di Piestany. |
Questo strano amalgama
trova la sua perfetta rappresentazione a Piestany.
Una cittadina
sconosciuta ai turisti, nel profondo della Slovacchia, Piestany è un
centro termale conservatosi immacolato dagli anni Settanta. Dopo un
viaggio in treno piuttosto disagevole – le ferrovie slovacche fanno
sembrare Trenitalia il top della gamma – si scende in una stazione
ricoperta di mosaici socialisteggianti che presto cede il passo a una
bassa periferia di casette a un piano, vagamente hobbitiane.
Man mano che si procede
nel centro, una panoplia di edifici nello stile dei chalet svizzeri
si alterna a hotel d'inizio secolo dal sapore art decò. Giungendo
poi al ponte, purtroppo all'epoca in riparazione. Qui domina maestosa
la statua di Piestany, un uomo dalla ferrea mascella di uomo
sovietico che spezza con erculeo gesto una povera stampella. Al di là
della retorica, è un bel gesto: la guarigione procede non attraverso
il pianto, ma con un gesto positivo e volutamente violento, volto a
“spezzare” la propria malattia. Un colpo di calore in treno e uno
stomaco in subbuglio mi avevano lasciato quel giorno più debole d'un
gattino appena nato, per cui quella vista così potente mi rincuorò.
L'isola al centro di Piestany - breve parantesi nell'infinito corso
del Danubio - ospita le terme vere e proprie. L'hotel con le terme a
destra, non appena oltrepassato il ponte, è una stravaganza art decò
identica all'ultimo film di Gore Verbinski, La cura dal benessere. Finestre colorate di mosaici degni di Mucha incorniciano nervature
elfiche che si protendono al cielo.
Passeggiando ancora, a fianco, è
possibile notare alcuni caseggiati più bassi e tozzi, ma altrettanto
armoniosi: facce scolpite nell'idioma dei totem della secessione
viennese guardano in alto, verso cupole damascate. Ovviamente io e la
mia dolce fiancee ci siamo subito diretti verso le terme più antiche
e – fondamentale particolare – pubbliche e come tali dannatamente
economiche. Risalgono addirittura a Napoleone che nuovamente si
conferma una presenza costante e sorprendente in Slovacchia. La vasca
era sorprendentemente vuota, l'interno nuovo di zecca, ma restaurato
seguendo i colori e le linee originali. Una miscela bizzarra di
antico, dalla forma delle terme, e di nuovo, nella palette
chiaramente anni Settanta. Il tutto intervallato dai simboli e dalle
scritte in ceco, slovacco e russo.
Quando mi sono immerso e
ho ruotato a trecentosessanta su me stesso, la più bizzarra
sensazione mi ha avvolto. Ho ricordato infatti quale immagine mi
ricordasse, quella vasca: era sul National Geographic del 1980,
incentrato sull'Europa orientale. Venivano menzionati i trattamenti
di benessere a favore della classe operaia, anche se non si mancava
di notare come fossero un palliativo alla debolezza del sistema
sanitario. Il luogo era lo stesso, così come la vasca: solo che
nella foto del giornale era sbrecciata e decine di babushka con la
cuffia praticavano ginnastica ritmica.
Ritemprato, ma con il collo
umidiccio per la fantasmatica presenza appena avvertita, uscii dalle
terme e... Un altro fantasma, stavolta asburgico: dalle acque di una
fontana, ecco affiorare un busto di marmo di Sissi. Come si domandava
il mio amore, piuttosto seccata: c'è un singolo luogo di benessere,
nell'intera europea centro-orientale, dove Sissi non abbia fatto una
sosta?
Dopo aver bevuto diversi
bicchieri di acqua termale in omaggio alla donna che odiava gli
Asburgo e ironicamente più ha finito di rappresentarli, siamo poi
saliti sul treno di ritorno.
Mentre all'orizzonte
tremolava incerto il coagulo architettonico di Asburgo e Soviet,
maestà ed efficienza. Strana cittadina, Piestany.
![]() |
Il fascino delle acque solforose, a quanto pare. O dei loro effetti dietetici. |
La Trieste della mia
infanzia, a cavallo tra gli anni Novanta e i primi del Duemila,
rimane un coagulo di cemento e sporcizia. La ricordo distintamente
sporca. Le gomme da masticare, il grigiore di statue e palazzi, le
insegne luccicanti... Tutt'ora Trieste rimane una città con problemi
seri nella pulizia, a partire dallo smaltimento dei rifiuti, ma il
senso di lordura è scomparso.
Il primo impatto con
Vienna, duole ammetterlo, è stato simile: lo scorrere continuo della
periferia ha svelato una successione inesausta di splendide case,
dall'età vittoriana, agli anni Cinquanta/Sessanta della Vienna
“rossa”, ma tutte egualmente grigie.
Dopo aver depositato i
bagagli e un veloce viaggio in metro, il centro cittadino ha rivelato
un aspetto desolatamente simile: la tipologia di insegne, lo stato
degli edifici, il generale “look” ricordavano indelebilmente una
città di trent'anni prima, ancora fossilizzata negli anni
Ottanta/Novanta. Certamente la zona tutt'intorno la cattedrale di
Santo Stefano esibisce quei colori, quel look rinnovato che
garantisce la gioia dei turisti, ma quanto dovrebbe essere lo
standard viene rapidamente smarrito al di fuori del centro cittadino.
Le insegne non sono
minimali, ma grossi cartelloni al neon. Le fermate della metro
presentano quei gazebo, quei negozietti, quelle cucine sporche che
ricordavo a Venezia a fine anni Novanta. Gli stessi cartelli e mappe
sembravano risalire agli anni duemila, mentre i pezzi interattivi,
nei diversi musei, erano irrimediabilmente antiquati.
Non era il passato, che è
un'altra cosa. Non era il soffio della storia. Era il senso di
vecchio.
Il primo giorno Vienna mi
trasmise quell'identica sensazione che provi a entrare da un
rigattiere, laddove è strapieno di cose antiche e interessanti, ma
tutte ammassate in un unico luogo, in modo simile a una disordinata,
gigantesca piramide di cianfrusaglie. Vienna, capitale dei
robivecchi.
Il rigattiere conserva materiale che è di grande valore storico, ma valutandolo
solo nel suo valore di mercato, solo nella misura in cui ci ricava
dei soldi, se ne frega. Egli ammassa così gigantesche quantità di
verghiana “roba”, ma dovendola vendere, dovendoci squisitamente
guadagnare, non si preoccupa troppo di conservarla bene.
La disillusione verso la
città era simile. La capitale mi sembrava una sorta di gigantesco,
sterminato mercato di cianfrusaglie. Reperti d'inestimabile valore
storico, ma proprio in virtù dell'immensa quantità, accatastati
tutti assieme, trascurati.
C'è una differenza tra la
storia e il vecchiume, tra il passato e qualcosa percepito come
inadeguato, come “vecchio”. Vienna aveva questo doppio problema,
a mio parere: da un lato un'apparenza vecchia, senza che fosse
“storica”; nel modo di porsi, nei negozi, nella (cattiva)
conservazione delle periferie, nell'approccio simbolico di insegne e
cartelli. Dall'altro lato, quant'era la reale eredità storica
asburgica di statue e monumenti sembrava considerata
dall'amministrazione quale vecchia, senza essere storica e come tale
veniva considerata scontata, superflua. Il pensiero del rigattiere
che si vanta che ne ha tanta, di “quella roba lì”, di quelle
riviste, di quelle cartoline, di quelle medaglie. Il rigattiere
considera quel materiale prezioso, ma non perchè artistico o
storico, ma solo perchè valutato dagli altri, dai compratori. Se
così non fosse, butterebbe subito via tutto.
Se consideri la tua
eredità storica come qualcosa di vecchio senza trasformarla in una
parte della tua identità, senza considerarla anche “passato”...
Diventa allora facile distruggerla, calpestarla, trascurarla. E si
approda così ai casi denunciati dall'Agi, dei monumenti abbattuti
per far spazio alle birrerie e alle discoteche, agli edifici e
locande storiche distrutti per far spazio a lucrosi investimenti
immobiliari.
![]() |
Ah, Vienna, Vienna! |
Uno scampanellio segue
allo scricchiolio di ruote sotto pressione e all'ansare di un uomo
che traina un ingente peso. Mi volto e vedo un austriaco, capelli
biondi e muscoli in rilievo sotto la t-shirt, trainare un risciò con
tanto di tendina. Stravaccati sui cuscini, i cellulari nelle mani,
due turisti dagli occhi a mandorla guardano il panorama, tra uno
sbadiglio e una foto via smartphone.
Il luogo è Vienna, il
tempo due settimane fa, l'osservatore il sottoscritto. È un attimo,
poi il risciò, aiutato dal motorino elettrico, si allontana.
La presenza cinese a
Vienna è sottile, ma pervasiva: ad una prima occhiata, al di fuori
dei turisti, non sembra sia cambiato molto dalla guerra fredda.
Eppure la Repubblica Popolare Cinese fa sentire la sua voce, rende
evidente come sia ora un partner di tutto rispetto.
C'è la volontà, da parte
di Vienna, d'ingraziarsi il nuovo partner. Un indizio? Lo zoo di
Vienna pubblicizzava a ogni angolo di strada come sia arrivato il
nuovo panda cinese che guarda caso, è un dono del Paese del Dragone.
Il panda viene abitualmente usato quale segnale diplomatico dalla
Cina: la Russia, che rapidamente si appresta a diventare il paese
fornitore di materie prime per la Repubblica Popolare Cinese,
esattamente come il Canada con gli Stati Uniti, ne ha ricevuti due.
Un chiaro simbolo del
legame di amicizia e/o dell'importante legame tra i due paesi.
Mentre camminavo per
Vienna puntai il dito verso un bel palazzo rococò, il quale, a
differenza disgraziatamente di molti edifici storici, era bianco di
restauro. Non era solo stato solo rimesso a nuovo, ma la pietra aveva
raggiunto impossibili livelli di biancore, contornati da nervature
del colore dell'onice e dell'oro.
- Ehi guarda, amore! - dissi –
Quello sì che è un restauro coi fiocchi! -
Al chè mi consigliò di
abbassare un po' il viso, di notare l'insegna al piano terra
dell'edificio.
BANK OF CHINA
Inquietudini, per carità.
Ma in queste piccole cose la presenza cinese era viva e vibrante.
Questo non detrae dal
fatto che Vienna, tra le tre città visitate, sia stata l'unica a
trasmettermi quel senso di sublime, d'insignificante formica
annientata dalle estreme dimensioni di ciò che mi circondano, che
cercavo da tempo. Vienna è una capitale, nel senso proprio del
termine.
È una città grande, gigantesca: troppo grande per la
repubblicana e timida Austria, troppo grande forse persino per sé
stessa. Il gigantismo cattura il visitatore non solo nella quantità.
Quanto nella qualità: non c'è angolo nascosto che non sia squisito,
non c'è particolare che non sia pittoresco.
Maria-Theresien-Platz, la
prima volta che la vidi, mi annientò nella sua immensità.
Il
Parlamento in restauro, dai pochi barlumi rivelati, mi soggiogò con
la stupenda sensazione di contare poco che nulla, di essere al
cospetto di una simbologia e un senso delle dimensioni totalmente
alieno.
I musei stessi sembrano essere progettati per fagocitare i
visitatori tramite una successione di sale senza fine, dove già
l'elemento artistico dell'edificio stesso costituirebbe un motivo di
visita sufficiente.
Il Museo di Storia
Naturale, ad esempio, prende il visitatore e lo stritola nella presa
di mille e mila sale di animali impagliati e fine tassidermia: una
collezione che parte con le scimmie e prosegue fino ad abbracciare
ogni singolo essere vivente del creato, financo alle zecche.
Se come
il sottoscritto hai la smania di leggere ogni targhetta, inizi a
provare un senso di vertigine, un placido stupore: com'è possibile,
ti domandi, che abbiano realmente impagliato ogni singolo animale di
questo mondo, dal piccione alla tigre del Bengala...
L'eredità vittoriana ti
prende, ti afferra e non ti molla più; finalmente comprendi quale
magnifica arroganza avessero i naturalisti e gli scienziati di quei
tempi, come ancora perseguissero, due secoli fa, il sogno di una
scienza che non indietreggia a nulla, che non ha paura di osare
obiettivi magniloquenti.
Quest'enciclopedia mania
era poi nuovamente presente al museo di storia militare austriaca, lo
splendido Heeresgeschichtliches Museum.
Qui si ripresentava l'amore
per l'arte di un altro secolo, la smisurata attenzione al dettaglio:
l'edificio infatti è una fortezza rossa racchiusa in due cerchie di
mura, dagli archi scolpiti e le porte istoriate. Lo stile è
un'intossicante miscela di gotico e moresco, a cui va soggiunta la
severità militare di statue e ricordi di generali e soldati
austriaci. Tutto il contrario dell'interno, dove lo spettatore viene
sconquassato dalla quantità di affreschi e stucchi dorati, capaci di
soddisfare persino l'animo più barocco... o rococò, a seconda del
luogo.
E questa era una caserma!
Costruita dopo la rivoluzione del 1848 era un'infame baracca dove
soggiornare i soldati. Non una cattedrale, non un municipio, ma una
caserma.
![]() |
Un bel busto di Wallenstein, dal Museo di Storia Militare |
Dopo aver superato
l'antipatia del bigliettaio – riconosciuta dai viennesi
stessi – il Museo parte con una panoplia di armi e armature della
Guerra dei Trent'anni e dei conflitti con l'Impero Ottomano,
procedendo dall'età moderna fino al diciannovesimo secolo.
Il museo
soffre atrocemente un'illuminazione ricca di riflessi e colpi di luce
che impediscono di degustare appieno i quadri e le stampe. Secondo la
mia dolce compagnia, è quel genere di luce utilizzato nei musei
statunitensi e se così davvero fosse, rappresenterebbe un'altra,
nefasta, influenza di quel popolo.
Disgraziatamente il
culmine viene raggiunto proprio nelle sale a me più care, ovvero
relative alle guerre ottocentesche: i conflitti napoleonici
presentano inedite riproduzioni di statue ed ex voto della guerra
contro il tiranno corso, tra cui memoriali oggigiorno dimenticati.
E
il 1848 conquista un'intera sala, forse la peggio illuminata. Se mi
ha rallegrato leggere del generale Radetzky come quello che fu,
ovvero un uomo attento alle sue truppe e dall'ingegno militareimpareggiabile, un delitto è stato commesso a proposito di
Massimiliano d'Asburgo.
L'intera sua saletta dedicata è immersa
nella penombra e dietro un vetro ritroviamo accatastati il sombrero,
le vesti e la maschera mortuaria del “fiore d'Asburgo”.
Sono
reperti affascinanti, ma a malapena visibili e senza nemmeno una
didascalia, una targa espositiva. Poche righe per commemorare un
evento talmente luttuoso da gettare nella depressione l'intera Europa
dell'epoca. Confesso che ci sono rimasto male - anzi di merda! - a
vedere Massimiliano così “nascosto”, così accantonato. Mi
chiedo quante faville potremmo fare noi triestini, anche solo con un
terzo di reperti di questo genere. Senza dubbio sapremmo farli
fruttare senza vergognarcene.
Scendendo poi al
pianoterra, la parentesi della Belle Epoque, carica di così tante
speranze infrante, trova la sua fine con l'auto dell'Arciduca
Francesco Ferdinando e la sezione della Prima Guerra Mondiale.
Affascinante e con qualche pezzo interessante, ma troppo simile a
sezioni identiche qui nel nord est d'Italia, dove il materiale
abbonda. Meno convincenti, infine, le ultime sezioni sugli anni Venti
e Trenta e la Seconda Guerra Mondiale, per quanto abbia molto
apprezzato il cuscino hitleriano, specie per il suo senso di What the
Fuck.
E qui pensavo che il Museo
fosse finito, prima che questi ci ricordasse che esiste anche
un'altra storia, quella navale. Una sala gigantesca, che andava dalla
storia delle caravelle ai sommergibili della guerra fredda. Ivi ho
finalmente rinvenuto quanto segretamente cercavo: qualche reperto sul
ruolo austriaco nella guerra dei Boxer della Cina d'inizio '900. A
onestà del vero non ho trovato molto, ma le foto con gli equipaggi
misti di dalmati, croati, sloveni (triestini?) erano certo
interessanti, così come i reperti trafugati dalla Cina.
La breve didascalia
ricordava come l'Austria disapprovasse all'epoca la “gun-boat
policy” agitata con pugno di ferro dagli inglesi e dai francesi.
Un
dato da tenere a mente specie oggigiorno, considerando come
quell'identico popolo oppresso durante la rivoluzione dei Boxer sia
ora una potenza mondiale...
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