giovedì 4 giugno 2026

John Blanche (1948-2026). Un ricordo personale

John Blanche (a sinistra) e Ian Miller (a destra)
per il volume Ratspike (1989)

4 giugno 2026 - ore 00:35 - Quando ero adolescente immaginai, anni fa, che John Blanche fosse morto; e nella sua finzione la notizia all'epoca mi riempì di sorda disperazione. Oggi, quindici, vent'anni dopo, leggere davvero della scomparsa di Blanche mi lascia un senso di profondissimo vuoto. Ma come mai? Dopotutto quando avevo dodici, tredici anni Blanche era l'illustratore "strano": per noi giocatori di Warhammer rappresentava il vecchio, l'antichità, il "bislacco" a confronto con Karl Kopinski o Paul Dainton. Ricordo però, sul vecchio Forum GW Tilea, quest'osservazione che mi rimase sempre 'dentro', la quale, per quanto rozza, sintetizza l'uomo: Dainton era (è) un illustratore, Blanche era un artista. Differenze d'accademici, argomenterete voi e forse avete ragione; tutti gli illustratori sono artisti, ma non tutti gli artisti hanno le competenze tecniche per fare l'illustratore. Vero. E tuttavia Blanche aveva la visione dell'artista: cioè il suo tratto, anche nei più rozzi sgorbi, possedeva quell'afflato, quel senso di vertigine propria dell'arte. 


Il mio primo incontro con l'arte di John Blanche giunse con il gamebook "Sortilegio!" di Steve Jackson. Non ne ricordo molto, ma la copertina, con quel basilisco tremendo e quei funghi giganteschi, avvisava il lettore delle meraviglie weird che avrebbe poi incontrato tra le sue pagine. La china di Blanche dipingeva tremendi arabeschi, disegnava i contorni incerti di panorami per chi, cresciuto col Tolkien di Peter Jackson e col fantasy di plastica di Terry Brooks, erano qualcosa di assolutamente inedito. Non ricordo molto di cosa combinai, in quel librogame; solo che ad un certo punto scelsi una svolta sbagliata e il mio personaggio entrò in un villaggio della peste dove morì immediatamente. Il mio sguardo all'epoca imputridì sul disegno a fianco, caratterizzato da questa strada in rovina, dove ogni dettaglio, dal selciato, all'albero, sembrava scalfitto, distrutto, morente. 

Il mio secondo incontro con l'arte di John Blanche giunse col White Dwarf dedicato a Inquisitor. Ero all'epoca troppo povero onde permettermi di giocare alcunché; avevo uno scalcinato esercito di Bretoniani e questo era quanto. Comperavo però con avidità gli albi di White Dwarf e rileggevo con ossessione gli articoli, le battaglie, i segmenti di background. Non mi bastava e allora spesso comperavo i numeri in più presenti nel negozio, da una rastrelliera ricolma di vecchie uscite. Fu così che comperai, in ritardo di anni, perchè Inquisitor era già roba vecchia all'epoca, il White Dwarf del 23 maggio 2001
Inquisitor era soprattutto arte e quale arte! John Blanche qui inaugurò alcuni dei suoi primi bozzetti, destinati a forgiare l'immaginario un po' punk, un po' sadomaso dell'Inquisizione e delle Sorelle Guerriere di Warhammer 40000. Il White Dwarf conteneva un'intervista a John Blanche che rimane per me centrale, associandola all'artista: Blanche descriveva le sue prime miniature, "Una delle maggiori fonti d'ispirazione era la mia collezione di cavalieri in plastica; i miei preferiti erano una serie di cavalieri a cavallo e a piedi della 'Guerra delle Due Rose'. Fu circa in quel periodo che dipinsi le ruote della mia bicicletta con una pittura color argento. L'idea di colorare i miei cavalieri con la stessa tinta mi piacque e, nonostante il risultato finale fosse molto rozzo se paragonato agli standard attuali, per l'epoca appariva decisamente realistico", il suo hobby, "Possiedo una Harley Custom, ma non perchè sia un appassionato di moto, bensì per avere la libertà di esplorare la campagna. Non ho mai guidato una macchina, cosa che contraddistingue molti artisti; penso che sia a causa della nostra immaginazione smodata. Mi vedo sempre coinvolto negli incidenti più strambi e quindi cerco d'evitarli; infatti quando guido la mia moto vado sempre molto piano" e le riflessioni sui bozzetti di Inquisitor, con le prime miniature 'autocostruite', prodromi di 28M e i successivi movimenti indie.  

Il mio terzo incontro con l'arte di John Blanche giunse col suo bizzarro sito. Ho provato a navigarlo di nuovo; proprio alcuni giorni fa armeggiavo verso le 11 di sera con plug in e Internet Archive, ma non sembra proprio voler resuscitare. Il sito di Blanche era un grande schermo nero con, al centro, un libro interattivo: però le pagine stesse, i fogli e la copertina di pelle umana erano disegni dell'artista. Muovendo il cursore ricordo, con l'orrore dei miei tredici anni, come alcune parti si muovessero, si animassero sotto i miei polpastrelli. Vermi bucavano e fuoriuscivano dalle pagine e i volti di preti fantascientifici, di guerrieri berserker e di androidi grimdark sorridevano dalle pagine. Lo chiusi subito, spaventatissimo; e ora cosa non darei per ritornarvi a curiosare. 

Il mio quarto incontro con l'arte di John Blanche fu Dürer. Cioè l'artista tedesco era per me già noto, avendo mia madre un'ampia collezione di libri d'arte, tra cui una non piccola parte era costituita da Bosch, gli incisori tedeschi e i pittori fiamminghi. Tuttavia John Blanche fu il primo a farmi comprendere come non fossero compartimenti stagni, ma potessero essere utilizzati per i propri mondi fantasy, senza restare nella cornice-carcere del libro di testo. Era possibile dipingere una scena di battaglia d'un mondo immaginario come se lo avesse ideato un pittore fiammingo del 1550; e descrivere l'armatura di un elfo con la delicatezza di un incisore di Brandeburgo. La consapevolezza di tutto ciò spalancò per me abissi di fantasia che non reputavo possibili; e mi introdusse al termine per me sinonimo di Blanche. 

Il mio quinto incontro con l'arte di John Blanche giunse infatti con la parola 'Gotico'. Oggigiorno va di moda il grimdark e non vi è nulla di male nel termine; e tuttavia fino al 2010 il lessico di Warhammer era dominato dalla parola "Gotico" e nulla sembrava più gotico di Blanche stesso. L'aggettivo non viene qui a definire il gotico come viene inteso in architettura, ma il Gotico in Warhammer. Cosa rende un universo fantasy o fantascientifico "gotico"? La parola richiama i barbari alle porte, i Goti; eppure contemporaneamente appare impossibile non pensare alla civiltà delle grandi cattedrali. Una civile barbarie, ecco cosa comporta; o in alternativa un barbaro altamente tecnologizzato. La fusione tra la violenza primordiale e le vette (letterali, trattandosi di architettura gotica) della civiltà umana. 

Rimane un po' di amarezza, al termine di questo percorso; ed è data dall'ombra di Warhammer stesso. A mio parere John Blanche aveva tutte le carte (tarocchi, nel suo caso) in tavola per esporre alle gallerie d'arte, per fare il salto verso nuovi universi e settori. Avrei voluto vedere una mostra di arte di Blanche; non solo ammirarlo dalle pagine di una rivista nerd dove frustrati litigano sui punti di un gioco immaginario. Avrei voluto vedere cosa avrebbe inventato al di fuori delle pastoie della Games Workshop. E già esperimenti come Trench Crusade, John Blanche's En Garde, Vodoo Forest avevano dimostrato che Blanche aveva tutto il desiderio ad uscire da 40mila anni di intrattenimento corporativo. E così, per una serie fuggevole di anni, è stato. E ne sono grato e nel contempo dispiaciuto, perchè a mio parere il 'grande vecchio' del gotico grimdark aveva ancora molto da dipingere. 

venerdì 2 settembre 2022

Il Signore della Nostalgia. Amazon non è il primo drago che sfrutta Tolkien

Un anello disegnato con pochi, sbrigativi, tratti di CGI; una voce di sottofondo degna di un film horror; una carrellata di immagini sfocate, intervallate dall'annuncio roboante che si tratta della trilogia tratta “dal libro più importante di tutti i tempi”. E poi il faccione rubicondo di un regista noto per i film splatter, a suo agio in una terra esotica e niente affatto british quale la Nuova Zelanda. E infine le voci che corrono sui forum, che mormorano preoccupate di importanti personaggi tagliati, di scene action e americanate, di triangoli amorosi, di elfi femmina e donne umane che affettano orchi.
Non si tratta delle polemiche che, da diversi mesi, rincorrono la nuova produzione televisiva The Rings of Power, nuovo giocattolo del colosso Amazon, ma delle reazioni che accompagnarono il debutto della trilogia a inizio duemila. La produzione veniva accusata di aver abusato della tecnologia, di aver sostituito alla sincerità dei cartoni di Ralph Bakshi e dell'artigianato di Willow CGI senza cuore; di aver trasformato la passiva Arwen in una principessa guerriera; di aver trasformato il personaggio di Eowyn in un'attrazione amorosa per Aragorn; di aver trasformato un delicato capolavoro letterario in un parco dei divertimenti, rigonfio di scene action e horror. Giungendo al peccato originale, mai perdonato dai tolkieniani: aver eliminato il personaggio di Tom Bombadil, sacrificato sull'altare di Hollywood.
Il Guardian definì il film “un delirio wagneriano-arturiano”, lamentando l'espressione vacua di Elijah Wood, l'assenza di eventi significativi, la trama piatta, l'assenza di humour, i dialoghi legnosi. Il critico Peter Bradshaw definì addirittura la mitologia del film “rappresa e indigeribile”, marchiandola come “una fantasia escapista”. D'altronde non erano passati che pochi mesi dall'attentato dell'11 settembre 2001; fu un Natale inquieto.

La prima foto ufficiale del Signore degli Anelli rilasciata alla stampa (11 ottobre 1999)

domenica 9 gennaio 2022

Karl Edward Wagner: l'anello mancante tra il pulp e il fantasy moderno. Alla riscoperta di un Conan "rimosso"

Il dilemma della bancarella, nel caso dei libri fantasy, rimarrà sempre l'ampio bacino di scrittori e opere accumulatosi coi paperback dagli anni Settanta in poi: vi sono i “soliti” nomi sui quali fare affidamento - da Robert E. Howard, a Clark Ashton Smith, all'inossidabile multiverso di edizioni di Moorcock – ma al di là di ciò c'è un vasto marasma di autori sconosciuti.

Anche nel caso di autori noti, come Moorcock, la quantità di diverse edizioni rende impossibile tracciare una linea netta: qual è il senso ad esempio di avere, come nel mio caso, il secondo libro della saga di Corum o il terzo della TEA di Elric? Le ristampe della Oscar Mondadori hanno parzialmente risolto il problema, ma il formato nello stile di un cofanetto le rende impossibili da leggere negli intervalli di lavoro. Siamo sinceri: non ho il tempo di dedicare un pomeriggio o una sera alla lettura delle cronache di Corum, come se dovessi leggere un testo accademico per una mostra o un manuale per un concorso. Il fantasy lo voglio leggere mentre sono in treno, mentre attendo l'autobus, mentre cucino il pranzo. 

Karl Edward Wagner e un "amused" Ramsey Campbell negli anni Settanta

Ma al di là di ciò c'è un vasto bacino di opere oscure dei quali non conosci mai la qualità. Ignoranza? Indubbiamente. È il caso dello scrittore Karl Edward Wagner che vado riscoprendo proprio in queste settimane: un autore, come tanti altri, che vedevo sempre passare tra i paperback delle bancarelle e dell'usato, ma senza prestarvi grande attenzione. D'altronde a livello di copertine e titoli la Sword&Sorcery è tanto abile a mascherare le schifezze, quanto a nascondere i gioielli. E Karl Edward Wagner appartiene, senza ombra di dubbio, alla seconda categoria: è un grande del fantasy e un grande dello Sword&Sorcery. Un autore non solo bravo, ma stilisticamente superbo: la padronanza del tema si accompagna alla ricerca stilistica. E non è poco: lo stesso Moorcock, sotto questa prospettive, rimane un autore molto pulp, quasi “rozzo”.

venerdì 15 maggio 2020

"Impesto anco te!" Pandemonium. Un Neo-Decameron rivisitato per il 21° secolo


Come in alto, così in basso.
Se il Pantheon è la casa di tutti gli dei, il Pandemonium è quella di tutti demoni dell'inferno; e in questi mesi di quarantena c'è chi ha vissuto la propria abitazione come un Olimpo e chi come un Pandemonio.
Il termine, coniato da Milton per il “Paradiso Perduto”, andava a designare l'high palace di Satana e nello specifico la Camera del Consiglio dei satanassi.
Ma il Pandemonium non è obbligatoriamente un termine negativo: dopotutto lo stesso Milton descrive con simpatia lo spirito di ribellione dell'angelo caduto; e col tempo il pandemonio è divenuto un raggruppamento di persone rumoroso e incontrollabile.
Un assembramento? Pandemia o Pandemonium?
Di questi tempi, considerando l'oscillare dei giornali dal definire i cittadini “angioletti” a marchiarli come “diavoli” che fanno “confusione” e “assembramenti” il termine Pandemonium è singolarmente utile.
Ma dopotutto, passando alla prospettiva di un italiano, posto a fronte delle linee Inail e dell'ennesimo decreto, sembra che il Pandemonio risieda laggiù in alto, tra le trovate infernali della burocrazia romana.
Questa mescolanza tra fantasia e realtà, tra satira e mondo reale pervade l'antologia Pandemonium. Neo Decameron: e diventa impossibile, durante la lettura, evitare il confronto con le proprie esperienze.
Una recensione a freddo richiederebbe che un'antologia quale Pandemonium sia recensita tra mesi se non anni; ma la sua natura eccezionale risiede proprio nell'essere uno spin off della realtà, una fuoriuscita narrativa prodotta dai mesi di isolamento.

mercoledì 4 marzo 2020

"Queho", l'uomo nero dell'Ovest. Christian Sartirana svela l'orrido volto del West


La pulp(osa) cover
I primi anni del Novecento segnano la fine dell'eterna frontiera del West, di quel mondo popolato di cowboy e ranch, sceriffi e saloon, pellerossa e giubbe blu. Quello spazio un tempo così gigantesco rimpicciolisce nei recinti di filo spinato dei mandriani, viene divorato dalle traversine dei treni, di un progresso urbano e tecnologico che non conosce sosta.
Il sogno allora imputridisce, svela un orrido volto nascosto di violenze e massacri, truffe e sfruttamento. In questo mondo al calare della notte si svolge il romanzo breve di “Queho”, autoprodotto dallo scrittore Christian Sartirana, già recensito per quel gioiello horror di “Ipnagogica”.

La piccola cittadina di White Crow, sulle sponde del Colorado, è solo in apparenza tranquilla.
In realtà, al di sotto di una patina di normalità, si agitano diverse minacce.
Un gigante indiano - “Queho” - terrorizza i vicini paesi con uccisioni e violenze; secondo i racconti, è un gigante di due metri con una doppia fila di denti e una pellaccia inghiotti-piombo.
Ma queste storie, raccontate dalla prosperosa proprietaria del saloon, Janet Purcell, interessano poco all'allevatore Leonard Cunningham. L'uomo infatti da tempo vede i propri amati cavalli morire uno dietro l'altro per una misteriosa pestilenza: una muffa verdastra che li corrode fino a lasciarne un cadavere putrescente. Una malattia che reputa inquietante, ma della quale non immagina le (fantascientifiche) conseguenze...

giovedì 26 dicembre 2019

Tenoch, di Andrea Berneschi. Un Ulisse azteco contro gli dei di Lovecraft


Megalitiche piramidi innalzate al cielo.
Cuori pulsanti strappati dai toraci di schiavi urlanti, offerti in dono a un sole del colore del sangue.
Giungle profonde capaci di mascherare intere capitali, intere civiltà cresciute a forza di carne umana e coraggio in battaglia.
È lo scenario dipinto con toni sanguigni, ma scientificamente accurati da Andrea Berneschi con “Tenoch, maledetto dagli dei”.

Lo scenario è quello della civiltà azteca e dei popoli precolombiani nel XV secolo, prima dell'arrivo dei conquistadores. Berneschi tratteggia una civiltà azteca credibile e storicamente fondata, mescolando la saggistica alla lezione dell'Azteco di Gary Jennings. La tecnologia di questa civiltà azteca, in perenne guerra contro i popoli barbari per catturare schiavi e sfogare le faide interne, è quella dell'età della pietra, sebbene con la novità di una magia realmente funzionante. Il pantheon azteco qui esiste realmente e non si fa problemi a intervenire nelle vite dei suoi sudditi, dando consigli, poteri o maledizioni. E accanto alla sete di sangue degli dei “normali”, non possono mancare entità decisamente più oscure che potremmo definire lovecraftiane.

Il protagonista di questo mondo di guerrieri e maghi, tuttavia, è un aspirante mercante, un liberista ante litteram: Tenoch infatti proviene dal ceto di commercianti. Giovane capace all'occorrenza di combattere con ardore, vive solo per esplorare e stipulare affari, sfruttando la propria intelligenza per nuove operazioni commerciali l'una più ingegnosa dell'altra. È l'archetipo del mercante operoso e instancabile, contrapposto alla vanità dei soldati e alla pigrizia del clero. Tenoch però non è interessato solo a guadagnare, perché in realtà è un uomo curioso, continuamente proteso a scoprire come funzioni il mondo. In tal senso comprende in sé stesso il carattere tanto dell'esploratore/scienziato quanto del mercante. Alessandro Iascy, nell'introduzione, lo paragonava assai felicemente a Ulisse dell'Odissea.


venerdì 20 dicembre 2019

Giorgio Smojver o come si scrive un fantasy classico. Quando Jack London incontra Tolkien


Un uomo e il suo anziano padre, in fuga da una terra devastata dalla guerra, giungono in una landa boscosa. Qui costruiscono una casa, si dedicano all'arte di cui sono maestri: la caccia. Il figlio prende in sposa una donna sola sopravvissuta di una famiglia di esuli, d'etnia cimbra.
Il Padre, la Madre e il Nonno: a cui presto s'aggiungono la bambina e il bambino.
Sono cacciatori, ma eruditi: leggono, scrivono, si tramandano le canzoni e i ricordi della loro gente.
Il Nonno, prima di morire, racconta alla bambina degli Elfi e del mare di Iperborea; il fratello del villaggio dove vendono le pellicce e di Ker Lyonis, la grande città di marmo bianco.
Visioni fantastiche, interrotte da quel sangue, da quella violenza da cui erano fuggiti.
Sono uomini-lupo, gli Ulfhednar: razziatori e assassini, più animali degli animali.
La bambina sopravvive a stento e, allevata dai lupi della Foresta Nera, diventa la guerriera Valawyne...

Helmor è un giovane, ma inquieto cacciatore cresciuto con il nonno.
Le lezioni di spada si alternano ai racconti del regno di Fynias, dominato dagli atlantidei, dove un tempo dimorava il padre.
Un'eredità, una leggenda a cui Helmor va alla ricerca, accodandosi a un gruppo di ragazzi e giovanotti in cerca di una via d'uscita da una breve e ripetitiva vita di caccia e agricoltura.
Ma il viaggio inizia male, prosegue peggio e finisce malissimo quando il gruppo, tradito dalla civiltà che tanto cercava, viene trasformato negli stessi Ulfhednar che avevano massacrato la famiglia di Valawyne. Tutti, tranne Helmor: qualcosa, nel giovane, si è ribellato...

Il suo destino si lega così alla giovane guerriera in un'Europa alto-medievale arcaica e brutale, dove l'eredità del vecchio mondo si mescola con le pulsioni e i flussi di uno nuovo, che avanza inesorabile...

venerdì 13 settembre 2019

La scure e i sepolcri. L'Axe & Sorcery sporco, ma elegante di Alessandro Forlani


Quand'ero bambino i miei genitori mi portavano spesso in cimitero: dapprima dalle fioraie decrepite all'ingresso, in seguito salutando quel golem del guardiano e infine presso una o più tombe di lontani parenti, a piantar fiori e biascicare preghiere.
Ricordo con grande fascino il cimitero e tutt'ora, se ho modo di visitarne uno, durante un viaggio, mi ci reco volentieri.
La stratificazione di tombe e cenotafi, di edicole e lapidi, esprime meglio di tanti libri lo scorrere inevitabile del tempo e la (vana) lotta di conservare la memoria.
Dapprima ingiallisce la foto, poi scompare la dedica, infine è il nome a sbiadire via, prima di scomparire definitivamente, inghiottito dall'iniziale di un nome illeggibile, financo all'ombra di uno stemma araldico.
Concludendo con le tombe dove solo una croce di legno marcisce nella terra dei morti, prima di trasformarsi in uno spiazzo erboso, delimitato da pietre seppellite dal verde.
Ho sempre compatito chi rifiuta di visitare i cimiteri, così come chi frequenta quelli americani, con quell'egualitaria e deprimente schiera di croci bianche senza passato.
Non voglio negare che il cimitero sia un luogo doloroso, ma l'ho sempre considerato espressione della storia di una civiltà; di una nazione, di un popolo, di una città.
Dopotutto, a inizio ottocento, Ugo Foscolo dei Sepolcri osservava il rapporto sano e razionale degli anglosassoni con i propri morti, lontano dall'adorazione morbosa dell'italiano fermo al medioevo.
Affermazione, certo, discutibile e patriottica, volta a convincere un popolo assai poco “popolo” a sacrificare quanti più figli alla patria, senza piangerli troppo, senza vederci fosco(lo).
Tuttavia la contrapposizione dipinta da Foscolo era quasi fantastica, nella sua estremizzazione; da un lato i cimiteri inglesi, ariosi e lontani dal nucleo urbano; dall'altro quelli italiani, portatori di morbi e sporcizia, incastonati nel cuore della città, persino inseriti quali lapidi nel pavimento delle cattedrali. Il cimitero era qui presente come un ammasso di ossa e teschi, uno strato dopo l'altro.
Una visione gotica e come tale, per noi amanti del fantasy, irresistibile.

venerdì 30 agosto 2019

"Scourge of Fate" Quando il protagonista è il Black Knight. Impersonare un villain



Vanik era solo un neonato sporco di sangue uterino quando suo padre cercò di sbattergli la testa contro il ghiaccio della capanna.
Ma Vanik si rivelò protetto dagli dei, perchè un demone comparve dal nulla, decapitando il padre infanticida con un singolo guizzo d'artiglio.
Quando la tribù barbara venne assalita dai lupi, Vanik non venne divorato, ma fu accolto nel loro branco e per due anni condivise carne e gloria con questi nobili animali.
Leggende, voci, racconti mormorati attorno al fuoco. Vanik non se ne cura, perché il suo sguardo è rivolto al futuro, divorato da un'eterna ambizione.
Nato in una tribù di barbari adoratori del Caos, il bambino è ora divenuto un condottiero, un flagello delle terre civilizzate. Un pellegrino nero, come ama definirsi, alla continua ricerca di potere e gloria. Mentre i suoi compagni in armi consacrano la propria vita a seguire un singolo dio del Caos, Vanik preferisce seguire la via del Caos Indiviso: sottrarre favori e attenzioni da tutte e quattro le divinità del pantheon, ma senza diventare una loro infame marionetta.
C'è un solo dio a cui Vanik vuole votarsi: Archaon il Prescelto Eterno, Archaon il Re dei Tre Occhi, Archaon il Rasoio del Mondo. Un dio che era un tempo un uomo, prima che la sua ambizione lo trasformasse nell'emblema stesso del Caos. E tra le schiere di Archaon, Vanik vuole diventare un cavaliere della Varanguard, la guardia personale di Archaon. Le truppe scelte tra le truppe scelte, la creme de la creme della cavalleria caotica.
Ma proprio per venire ammesso nella prestigiosa cerchia, Vanik dovrà compiere un'impossibile missione...