venerdì 15 maggio 2020

"Impesto anco te!" Pandemonium. Un Neo-Decameron rivisitato per il 21° secolo


Come in alto, così in basso.
Se il Pantheon è la casa di tutti gli dei, il Pandemonium è quella di tutti demoni dell'inferno; e in questi mesi di quarantena c'è chi ha vissuto la propria abitazione come un Olimpo e chi come un Pandemonio.
Il termine, coniato da Milton per il “Paradiso Perduto”, andava a designare l'high palace di Satana e nello specifico la Camera del Consiglio dei satanassi.
Ma il Pandemonium non è obbligatoriamente un termine negativo: dopotutto lo stesso Milton descrive con simpatia lo spirito di ribellione dell'angelo caduto; e col tempo il pandemonio è divenuto un raggruppamento di persone rumoroso e incontrollabile.
Un assembramento? Pandemia o Pandemonium?
Di questi tempi, considerando l'oscillare dei giornali dal definire i cittadini “angioletti” a marchiarli come “diavoli” che fanno “confusione” e “assembramenti” il termine Pandemonium è singolarmente utile.
Ma dopotutto, passando alla prospettiva di un italiano, posto a fronte delle linee Inail e dell'ennesimo decreto, sembra che il Pandemonio risieda laggiù in alto, tra le trovate infernali della burocrazia romana.
Questa mescolanza tra fantasia e realtà, tra satira e mondo reale pervade l'antologia Pandemonium. Neo Decameron: e diventa impossibile, durante la lettura, evitare il confronto con le proprie esperienze.
Una recensione a freddo richiederebbe che un'antologia quale Pandemonium sia recensita tra mesi se non anni; ma la sua natura eccezionale risiede proprio nell'essere uno spin off della realtà, una fuoriuscita narrativa prodotta dai mesi di isolamento.

Pandemonium. Neo-Decameron” è un'antologia “pandemica” prodotta dalla Lethal Books dei testosteronici Luca Mazza e Jack Sensolini famosi per aver creato il movimento, poi degenerato in marchio editoriale, di “Ignoranza Eroica”. L'orchestra dei racconti, così come la prefazione e la cornice peculiare spettano invece al bookblogger Cristiano Saccoccia.
Come i giovani del Decameron si raccontavano vicendevolmente reciproche storie per passare il tempo nella campagna lontani dalla falce della peste, così i dieci scrittori dell'antologia si sono ritrovati nella campagna digitale di Zoom per raccontare ciascuno la sua storia. Se la pestilenza era ormai accettata all'epoca di Boccaccio, oggigiorno è un evento apocalittico; e tra le sirene delle ambulanze e i fucili puntati dei militari i racconti stessi si configurano come storie inquietanti: weird, horrorifiche, fantastico-scientifiche.
Ogni singolo racconto corrisponde infatti a un diverso comandamento; e ogni scrittore incentra su quest'ultimo la sua storia; che sia prendendolo sul serio, che sia in maniera umoristica, che sia sfruttandolo per una riflessione sui tempi odierni.

Un evento drammatico quale il Coronavirus offre facili appigli per una narrativa di effetto, volta a vendere; eppure il disinvolto utilizzo di una malattia causa di migliaia di morti per vendere un libro può generare una reazione eguale e contraria: disgusto, riprovazione, boicottaggio.
Ritengo che si possa scrivere su qualsiasi argomento con qualsiasi stile; purché la qualità sia alta e l'argomento non venga affrontato in maniera naif o come una facile cash-grab.
L'antologia Pandemonium supera questa prova: i racconti sono tutti ambientati, con qualità altalenante beninteso, in un'Italia medioevale e/o fantasy; con l'unica eccezione di un racconto postapocalittico. Solitamente le antologie italiane, specie autoprodotte, contengono sempre un ospite illustre; il quale inevitabilmente scrive un racconto mediocre, “tanto per”. Mentre non mancano mai storie satiriche dove i fatti di cronaca vengono re-interpretati per un banale racconto “sociale”. Pandemonium è una fortunata eccezione: tutti i racconti propongono storie con un inizio, uno svolgimento e un finale; e tutte a loro modo originali. Lethal Books ha epurato con un lanciafiamme ogni scribacchino con ambizioni politiche: niente frasi moralistiche, niente discorsi da comizio, niente riferimenti a uomini felpati e grilli mutanti.

L'antologia è innervata di un humor nero che pervade la maggior parte dei racconti: alcune volte si sviluppa a partire dal comandamento scelto, altre volte ancora è connaturato ai dialoghi e/o all'ambientazione. L'Italia medievale qui raffigurata ricorda un'avventura picaresca: spericolata, scollacciata, surreale.
Lo stile di scrittura è troppo diverso a seconda dell'autore per poterne dare un giudizio complessivo; in linea di massima si poteva lavorare maggiormente di lima, “asciugare” le frasi di qualche verbo e aggettivo di troppo. Di tanto in tanto si avverte come i racconti in questione andavano affilati un'ultima volta, prima di gettarli nell'arena dei lettori italiani.

Per chi bazzica gli ambienti di Warhammer Fantasy Santa Canopia ricorderà Mordheim

The city on the hill. La città sulla collina. O forse De Civitate Dei. La città di Dio.
L'ecosistema urbano si è sempre connotato nei secoli per la sua eccezionalità: una creazione dell'uomo, del quale è assoluto responsabile. La cattedrale quale presenza di dio disceso sulla terra sarebbe concepibile solo in una città; eppure basta inciampare in un androne o imboccare una stretta viuzza per scoprire bordelli e case d'azzardo, caffetterie e drogherie. La città dello spirito non è slegata da quella della carne, ma sono entrambe componenti bipolari di una creazione umana. Un animo eretico osserverebbe come senza la caffetteria il sacerdote non svolgerebbe con altrettanta energia il suo lavoro nella cattedrale, così come senza il confessionale di quest'ultimo la prostituta non lavorerebbe con la necessaria tranquillità.
Quest'interconnessione si estende alle epidemie, perché non esiste luogo più colpito, più maledetto delle città. La gente le abbandona quando giungono le prime avvisaglie della peste, vi si ritrova intrappolato quando la malattia ormai imperversa: l'intero abitato diventa allora un gigantesco, sofferente, lazzaretto. Eppure la città offre, con i suoi ospedali, con le sue strutture di ricerca, con i suoi magazzini e provvigioni, migliori possibilità di sopravvivere a confronto con un villaggio di montagna o un paesino di provincia.
Non l'ha forse dimostrato Wuhan? La città sembrava l'epicentro di un male invincibile; eppure oggigiorno un wuhan(ese) ha maggiori possibilità di proseguire una vita normale che in Italia.
Il racconto di Francesco Corigliano concretizza quest'assunto trasformandolo dalla teoria alla pratica: per l'autore l'epidemia è la città, il morbo sono gli edifici, la malattia non s'incarna nei corpi, ma nella pietra, nei mattoni, nella calce. I gargoyle di una cattedrale non sono qui sculture prodotto dello scultore, ma uomini essi stessi, pietrificati da un male invincibile.

Il racconto segue le peripezie di un medico della peste che si avventura nell'ormai decrepita città di Santa Canopia, nello stato della Chiesa, primo focolaio di una pestilenza che ormai minaccia tutta l'Italia. La storia procede per gradi: dapprima l'incontro con le guardie che vigilano il perimetro della città, poi la graduale scoperta del morbo, di orrore in orrore.
La malattia in questione corrompe l'architettura, permette una blasfema fusione tra corpo e pietra, tra edificio e uomo: i pinnacoli delle guglie, i tetti spioventi, gli archi a sesto acuto prendono vita, diventano entità a sé. La città quale organismo vivo non è qui più una metafora sociologica, ma agghiacciante realtà.

Lo stile di scrittura di Corigliano ricalca i pensieri di un medico cinquecentesco: mescola neoplatonismo, Gallenio, elucubrazioni a metà tra teologia e scienza.
Quando Corigliano descrive lo stato d'animo del medico ciò travalica nel lezioso.
È insopportabile dover leggere espressioni come “lo confesso con modestia”; altre volte ancora l'affastellarsi di aggettivi è noioso, confusionario, insopportabile (do you see what I mean?).
La prospettiva invece muta quando Corigliano accenna a flussi di coscienza, addentrandosi nella penombra delle riflessioni del medico, affascinato malgrado tutto dal suo (pestilenziale) nemico.
Il racconto per raggiungere un 10 pieno avrebbe dovuto essere asciugato maggiormente, limando verbosismi ed espressioni eccessive. Un rimaneggiamento tanto più necessario a fronte del mostruoso finale dove l'autore dispiega un vocabolario talmente denso e traboccante da rivaleggiare con i migliori deliri febbrili di HP Lovecraft e Clark Ashton Smith. Corigliano trasmette una sensazione di delirio weird attraverso il puro accumulo delle parole. Travolti da uno tsunami di aggettivi e verbi non si può che restare attoniti, distrutti da un niagara lessicale tale da rivaleggiare con Le Montagne della Follia di HP Lovecraft.


No, non è Bassano del Grappa. Troppa allegria. 

Quando visitai un mio caro amico a Bassano del Grappa rimasi sorpreso dalla quantità di Madonne e santi che piovevano a ogni angolo di bar. Il Friuli Venezia Giulia e Trieste non fanno eccezione; eppure il Veneto raggiunge livelli decisamente alti(cci). Una tale liberalità nell'insulto divino lascerebbe pensare a una civiltà laica; eppure qui nel Nord est non mancano le reazioni esatte e contrarie. La liberale Trieste si era spaventata, solo qualche mese fa, per una casuale bestemmia durante la videoconferenza della Giunta; mentre non mancano grottesche proposte di utilizzare le telecamere per individuare (e multare) chi bestemmia in strada. Una proposta che se venisse realmente applicata trasformerebbe la tesoreria del Comune nelle miniere di re Mida. Questo per sottolineare come la bestemmia rimanga un noumeno irriconoscibile: c'è chi ne rivendica orgoglioso il diritto, ma non manca chi la vorrebbe vietare completamente.
Questa (comica) ambiguità permea il racconto “De Vulgari Eloquentia” di Riccardo Mardegan.

Il paese di Camponogara, in provincia di Padova, è tanto devoto al Doge di Venezia, quanto contemporaneamente incline alle più mirabili profanità: anche tra la plebe dell'Anno Domini 1520 gli abitanti sono conosciuti per la fantasia delle loro variopinte bestemmie.
Il vescovo padovano Cornero, disperando di convertire i suoi fedeli, chiede a uno stregone di lanciare un incantesimo: la bocca dei cittadini di Camponogara non potrà mai bestemmiare, fino a quando la città non avrà abbandonato quest'iniquo peccato.
Onde garantire che la gente non fugga per nominare altrove il nome di dio invano, l'esercito padovano cinge d'assedio la città e la costringe, armi alla mano, a una quarantena “religiosa”.
Ma il capitano del Popolo Alvise Mustacchin si ribella a tanta politically correctness...

Mardegan imbastisce un racconto comico negli argomenti e nello stile, ma dalla ricostruzione storica ferrea. L'utilizzo del linguaggio, dalla prospettiva di un io narrante cinquecentesco, replica in maniera efficace la parlata dell'epoca. Eppure non risulta mai pesante o incomprensibile; l'utilizzo di un lessico diverso non impedisce la sua comprensione. L'abilità stilistica cede volentieri il passo a quella argomentativa, perché la trama è solida: dopo una lettera iniziale, la prima scena svela i protagonisti e l'atmosfera di Camponogara; a cui seguirà lo svolgimento della rivolta.
Sebbene l'incipit utilizzi l'espediente di una lettera, il racconto ha un taglio cinematografico, inframezzato da scenette comiche. Quanto ho trovato straniante è come Mardegan sia riuscito a coniugare comicità e verosimiglianza storica. Solitamente se un autore vuole scrivere un racconto umoristico, il realismo o la ricerca delle fonti sono il primo elemento che viene accantonato.

La descrizione della vestizione di Mustacchin è innegabilmente burlona; eppure la terminologia di armi e armature rimane accurata.

Il fiero comandante poteva così vantare il seguente equipaggiamento: elmo a cervelliera, “gambeson” di lino con le proprie iniziali ricamate dalla precedente moglie, vessillo regalatogli dal Mocenigo in persona a mo’ di cintura, martelletto da falegname di cui parlai poc’anzi rubato dal campanile, orrende braghe color stagno di Anguillara e pantofole di paglia.

Una pestilenza dall'oriente inizia a serpeggiare in Italia, stringendo nelle sue spire città dopo città.
Il vescovo decide allora di lanciare una Via Crucis come mai se ne sono viste: una rievocazione talmente realistica, talmente divina che l'attore stesso verrà realmente crocifisso e all'esatto momento colpito al costato dalla lancia di Longino. L'attore sarà in realtà un carcerato destinato al patibolo e così innalzato a un fine più grande e la mano che maneggerà il colpo sarà quella di Frate Grato, un domenicano dal passato soldatesco. Lo spettacolo vuole infatti corroborare la fede in crisi dei fedeli, posti di fronte alla minaccia del morbo.
Dietro le quinte in realtà si agitano altri, luciferini, piani: Jacopo Alighieri, figlio del divino commediografo, vuole sfruttare questa Via crucis per imprigionare sulla terra un demone dall'inferno, con l'ausilio delle formule magiche di suo padre. It's Hell on earth, literally.

Il racconto “Fino all'ultimo Cristo appeso” di Maurizio Ferrero è sanguinolento, confuso, sbracato, ultra splatter(oso). In altre parole, un capolavoro.
Il racconto alterna due linee narrative: i flashback che raccontano come la Via Crucis sia stata concepita e come si sia giunti al paradosso di un Gesù indemoniato; e dall'altro la Via stessa, dominata da un Messia steroideo la cui forza demoniaca lo rende impervio a ogni stazione. Il racconto si carica di delirio a ogni pagina, giungendo a un finale innegabilmente confuso, ma talmente apocalittico, talmente assurdo da restare impresso.
Il ruolo di Frate Grato – forse l'unica reale figura religiosa – è ben caratterizzato, così come i maneggi magici – in tempo per l'anniversario di Dante del 2021! – di Jacopo Alighieri.
Ma senza dubbio quanto spicca è la figura di questo carcerato posseduto che ride di questo Calvario, con la C maiuscola, con una fisicità irresistibile.
Mi ha ricordato l'esperimento altrettanto folle di Grant Morrison, Savage Sword of Jesus Christ, dove la figura del Messia viene immaginata attraverso la re-interpretazione dei nazisti.
Un cristo nordico, brutale e violento. Materiale da Ignoranza Eroica.

Savage Sword of Jesus Christ: satira o coglionaggine? Il confine è sottile...
Una spada rugginosa, un ronzino decrepito e come se non bastasse i fantasmi di mamma e papà che commentano ogni tua azione. È dura la vita del giovane cavalier errante Goffredo degli Spini, i cui genitori morti di peste lo “ammorbano” con continue lamentele. Solo un'impresa valorosa potrà liberarli dalla maledizione della non-morte; ma Goffredo è tutto fuorché materiale da leggenda.
È l'inizio di un'avventura farsesca, tra untori adoratori del diavolo, brutti contadini e puttane da postribolo.

Sebbene non abbia mai letto alcun romanzo di Mala Spina, non è la prima volta che ne leggo i racconti, quale ospite di molteplici antologie. Le sue storie hanno sempre una componente umoristica, temperata da un realismo sottotraccia; il tutto coniugato a uno stile di scrittura leggero e colloquiale che privilegia frasi brevi e semplici.
“Quasi Cavaliere” non fa eccezione: si tratta di un racconto umoristico che non eccede mai nello stile o negli argomenti, pur avendo qualche scena di violenza qui e lì. Tuttavia proprio i punti di forza del racconto costituiscono allo stesso tempo le sue maggiori debolezze: non c'è reale carattere, né personalità nella storia. Goffredo è un ragazzino che fa del suo meglio, le prostitute una molteplicità di sguardi ammiccanti e duro realismo e gli stessi nemici, gli “Untori”, cultisti da videogioco.
Chi sono? Da dove vengono? Perché gli Untori vedono le anime degli appestati?
 L'intero racconto, alle sue ultime pagine, diventa confuso: se il rapporto con i genitori trova una prevedibile soluzione, il resto della (scollacciata) vicenda rimane appena abbozzato.

Una pandemia ha travolto il mondo civilizzato: affligge gli occhi che si liquefano in una pozza rossa, aggredisce il corpo fino a ridurlo a una carcassa. Le autorità lentamente collassano, fino a quando emerge un mondo post apocalittico, dominato da città in rovina e il fumo acre degli inceneritori di cadaveri. Il ragazzo Rico e suo fratello minore Tobia, orfani dopo la morte della madre, si aggirano in una Salerno spettrale. L'ultima speranza è di salire per una nave alla volta della Sardegna, ultimo baluardo contro l'epidemia...

Solo un silenzio di cenere” spezza la catena di racconti fantastico-umoristici finora pervenuti, introducendo il consueto scenario post apocalittico.
Un'Italia in rovina, la cui civiltà è stata erosa dall'avanzare della pandemia.
Antonio Lanzetta delinea un mondo complesso dove non mancano le idee: dal morbo stesso, alla sopravvivenza di un apparato statale all'osso, alle figure dei predoni, alle Cose stesse (zombie?) naturali evoluzioni della malattia, nuovo step evolutivo dell'uomo.
Senza trascurare il protagonista stesso, un ragazzino appena adolescente; e la meta narrazione di un'umanità che ha rifiutato i libri quale fonte del contagio ritenendo la lettura causa dell'infezione. Tanta carne al fuoco, anche troppa; ma cucinata in maniera svogliata. La quantità di tematiche infatti non trova in nessun caso un reale sviluppo: la Salerno in rovina non viene approfondita, le origini del morbo accennate, ma non risolte, la fuga verso la Sardegna solo abbozzata e la novità dei simil-zombie, le “Cose”, mai realmente spiegate. Solo il rapporto familiare tra Fabio e Tobia trova una sua risoluzione soddisfacente coerente con la crudeltà del racconto.
Lo stile di scrittura accompagna, ma senza incidere troppo: abile nelle descrizioni, magistrale nelle prime pagine che delineano uno scenario d'incubo, incespica nei dialoghi un po' naif.
Come nel caso di Mala Spina non vi è nulla di realmente criticabile nel racconto, ma neppure nulla da elogiare: si tratta di una storia canonica, le cui atmosfere saranno familiari a chi mastica letteratura (e videogame: in primis Last of Us) post apocalittica.

Quando non ci sarà più posto all'inferno...” Si creeranno delle lunghissime code, laggiù nei gironi; e ci sarà un grande affollamento e i diavoli avranno il loro bel da fare per gestire tutte quelle anime in attesa della pena decisa dal buon dio.
Caleb Battiago alias Alessandro Manzetti dipinge con toni a metà tra la satira e l'invenzione weird un inferno affollato di anime defunte per il Coronavirus che si affollano impazienti di venire processate. Come alle poste o ai supermercati, le anime sono condannate a un'eterna attesa, mentre una burocrazia infernale le processa, una ad una, destinandole alla rispettiva destinazione. Due diavoli “di terza categoria”, Pandemonio e Putiferio, fronteggiano impotenti quest'improvviso afflusso di anime derelitte; tra cristiani a cui manca il numero per la fila e assembramenti non autorizzati. Tra queste anime, nel mezzo di pedofili e assassini, spicca la silhouette ignuda di una donna che nasconde un segreto infernale persino per quel luogo di pianti e stridore di denti...

Manzetti è a suo agio con lo scenario demoniaco: “Antinferno” si muove con scioltezza tra citazioni e ammiccamenti, dipingendo un arazzo barocco e ricco di colore. C'è spazio per una corporeità di sangue, merda e pianto coerente con il dantesco ritratto dell'Ade; ma non mancano ovviamente le volgarità e gli sprazzi comici. Il paragone con la terra afflitta dal lockdown è palese: si ride, ma il latrato viene coperto dalla mascherina di protezione.
Ho apprezzato in particolar modo i tocchi di classe disseminati qui e lì nel tessuto narrativo:

«Chi altro la vuole assaggiare? Ordinati in fila, per numero!» ringhia Pandemonio, psicopompo col cappello egizio alla Aleister Crowley messo di traverso, panzone domatore di anime.
Fuliggine, il fiume in mezzo, due file di gente trasparente sulle rive, la puzza di stoccafisso di anime marcite ancora vive, colla di pesce e sudore nero. Ma, più di tutto, fuliggine.

Lo stile ricco e potente diventa però confuso verso le ultime pagine; inoltre lo svolgimento mi è sembrato troppo affrettato; più che un racconto, questo è uno schizzo, una bozza.
Divertente e “gustoso”; ma limitato nello svolgimento.

Una terra aspra, partorita da una natura sadica: strangolata dal sole, affogata dalla pioggia.
I suoi abitanti hanno sofferto la scimitarra del Sultano, la spada degli Asburgo: different name, same shit.
Poi sono giunte le guerricciole interne, i conflitti campanilistici, i regolamenti di conti (o tra i Conti?). Massacri religiosi, massacri laici, massacri e basta.
Quando infine è giunta la pestilenza le anime da mietere erano talmente poche che Madama Apocalisse si è un po' seccata.
Questo è il Friuli seicentesco di FT Hoffmann alias Fabio Tarussio: una landa desolata scenario di uomini e demoni. Il Magistrato Alvise Sbrojavacca, puppet di forze oscure, spadroneggia le terre friulane con un manipolo di bravi. Le forze del dimonio agiscono attraverso stormi di corvi mangia uomini.
Il monastero di San Spedito Martire resiste alla tempesta: un manipolo più di guerrieri che di monaci, comandati da padre Domenico. Ma all'orizzonte nebbioso e gracchiante, una figura ieratica può capovolgere le sorti del feudo: un Benandante.

Un cavaliere con armature a piastre. No, non ha nulla che fare col racconto di Tarussio. Ma lo trovavo figo.
JRR Tolkien desiderava fornire una mitologia a una nazione, quale l'Inghilterra, che avvertiva povera di fantasia: donare un'opera fondante che fosse fantastica, ma intessuta delle leggende, del modus vivendi, della filosofia del piccolo popolo inglese. Non esiste buon fantasy senza un aggancio al territorio, non esiste un'opera fantasy “solida” senza un lavoro sulla mitologia locale.
Fabio Tarussio recupera questa lezione classicheggiante sfruttando le leggende e la storia del dilaniato Friuli quale base per un racconto fantasy, ma storicamente fondato.
Il Friuli di quel secolo era una terra che aveva sofferto l'indicibile; trasfigurata nella narrazione di Tarussio diventa una landa magica dove vengono trasposte in realtà quanto i friulani all'epoca credevano e predicavano. L'antropologia folkloristica giunge in aiuto conferendo una patina particolarissima propria di un'opera che attinge a campi finora inesplorati.
Il racconto di Mala Spina potrebbe essere ambientato ovunque: in Italia, in Inghilterra, in Germania. Invece un racconto quale “Non andiamo a far altro se non a combatter” non può che essere friulano, non può che appartenere allo scenario di Udine e dintorni.

Eppure i Benandanti non sono certo una novità nel campo della storia locale; né risultano nuovi i loro utilizzi a fini narrativi; anche se coerentemente con la considerazione verso il fantasy italiano, compaiono o fraintesi come “cattivi”, come in Luna Nera; o sfruttati per fumetti e storie per bambini, spesso approfittando dei finanziamenti regionali che non s'interessano di storie “adulte”.
Fabio Tarussio restituisce invece ai Benandanti un'oscura grandezza, raffigurandoli come degli witcher a loro agio con feticci e polvere da sparo, magie e acciaio affilato.

La seconda mutazione che permette ai Benandanti e al racconto “friulano” di uscire dal suo guscio “didattico”, proprio di una ricerca su Wikipedia&co, è lo stile di scrittura.
Tarussio recupera e omaggia Alan D. Altieri a larghe mani: a tutti gli effetti l'intera storia può configurarsi come uno spin off della trilogia di Magdeburg ambientata nella guerra dei Trent'anni.
Lo stile possiede tutte le “stigmate” care al Maestro: le onomatopee viscerali (Crack!); l'utilizzo di un lessico anatomico (zona mastoidea); l'occasionale tecnicismo della scherma (sgualembro sinistro). Come le note di un brano, alcune parole, alcune espressioni ricorrono nel brano.
E ovviamente il lessico si compone di frasi brevi e taglienti.

L'incipit in tal senso è paradigmatico dell'approccio scelto:

Emerge dalla polvere.
Presagio e malaugurio.
Un mulo da soma color delle ossa attaccato a una treggia sbilenca tinta miseria. Sul pianale della slitta una figura supina. Fazzoletto a coprire il volto, cappellaccio a falde larghe calato sugli occhi, tabarro per sudario.
Un viandante.
Nient’altro che un viandante impolverato.

Emerse dalle tenebre.
Memento e incubo.
Un uomo in un mantello colore delle ombre, su un cavallo da guerra colore dell'acciaio.
Un viandante. Nient'altro che un viandante in nero.
Avanzò lungo la strada flagellata dalla pioggia del Giorno dei Morti. Superò i relitti di case sventrate, invase da erbacce sibilanti nel vento. L'aria era opaca, miasmatica. Vapori lividi si levavano dal lastrico di pietre, disperdendosi contro nubi simili ad antracite liquefatta. Nessuna luce arrivava sulla terra. Forse la luce aveva semplicemente cessato di esistere. 

Il racconto di Domenico Mortellaro segue le vicende di un uomo sopravvissuto alla peste dell'epoca moderna, la “Nera”.
Si ritiene morto e chissà: forse lo è davvero.
Suo malgrado però si ritrova invischiato in un complotto dei soldati e dei beccamorti che vogliono arraffare i tesori (alimentari) che si gustano le guardie e “il nipote del francese”.
L'ambientazione è una Canosa imbruttita dalla pestilenza e abitata da un popolino superstizioso e pronto alla rivolta. E sarà proprio il nostro protagonista a incitarla infrangendo il comandamento del racconto: “Non dire falsa testimonianza”.

I miracoli hanno strade curiose per pigliarti alle spalleè il racconto stilisticamente più complesso dell'antologia: il punto di vista è la prima persona allucinata del “miracolato” dalle peste.
Ma lo svolgimento prevede anche salti temporali; e il tutto avviene da un punto di vista squinternato che alterna flussi di coscienza a dialoghi estremamente realistici. L'incipit rischia di essere incomprensibile e, lo confesso, ho dovuto rileggerlo più volte per comprendere bene cosa stesse succedendo. Più che addentro al protagonista, brancoliamo nel buio del suo cervello, rischiarati da occasionali sprazzi di chiarezza. Conseguentemente è un racconto immersivo, ma non piacerà a chi vuole avere un chiaro protagonista e un chiaro svolgimento dell'azione.
Non è questo un racconto che si capisce, quanto che si vive, si esperimenta, si ride e rabbrividisce.

Le vicende che oscillano tra il lazzaretto e la città non mancano di un umorismo farsesco tanto violento quanto divertente. Basti citare uno dei (rari) momenti di chiarezza, ovvero il ricordo di come il protagonista abbia preso la “Nera”:

Delle femmine della città, a me, nessuno aveva detto niente. Nemmeno, come seppi dalla zingarella, del tracannare decotti di fosso. O delle abluzioni dell’intimo con la campanulella. La dedizione con cui mi ripagò il disturbo del passaggio, tra le sue labbra, parve cortesia da non lasciarsi sfuggire. «Bella mia, ma con te stiamo sicuri?»
«Gesummaria bellumì, e di che tieni paura? So’ pulita! Con tutto quello che saccio…»

Laura Silvestri per il penultimo racconto dell'antologia ricama una storia di streghe e famigli, di zombie e fantasmi, di appestati e infoiati. Una storia boccacesca miscelata però con un fantasy riconoscibilmente “toscano”. È anche l'unico racconto di una scrittrice con l'unica protagonista femminile; un dato che interessa poco a chi, come il sottoscritto, preferisce valutare solo la qualità della scrittura, ma lo annoveriamo comunque.

In un medioevo fiabesco, ambientato nella città di Prato, ma dove si cita anche la signoria di “Fiorenzia”, un'anziana strega, Fantàsima, resuscita un appestato dal camposanto per usarlo come schiavo; tuttavia l'uomo rivela una storia di tradimenti e vendetta che presto porterà a uno spettacolare processo in centro città.

L'elemento più riconoscibile della storia è lo stile “rustico” che mescola dialoghi dialettali con una narrazione antiquata; ma è quel genere di “antiquo” volutamente farsesco dietro il quale s'intravede l'occhiolino dell'autrice. Lo stile mima le novelle medievali, sebbene di tanto in tanto vi inserisca elementi di modernità, specie nello svolgimento finale. Se si può soprassedere sull'idea di un medioevo dove la magia viene ritenuta normale - la strega cammina tra la gente come se nulla fosse! - ho trovato invece auto contraddittorio lo svolgimento del processo.
Se la città è stata colpita dalla peste – siamo nel 1348! - com'è possibile che la vita si svolga normalmente e che il popolino si accalchi a seguire un processo pubblico? La pestilenza viene menzionata, ma è come se non avesse realmente colpito i cittadini. E dentro un'antologia chiamata “Pandemonium” e basata proprio sulla peste questo è un problema non da poco.
Secondariamente lo stesso processo, dove la strega dice quel che vuole e il podestà rimane a guardare, appare improbabile; ma è anche vero che la novella è comica e il Medioevo raffigurato da Silvestri non è quello reale.

Potremmo paragonare Pandemonium agli stadi progressivi di una malattia: s'inizia inquieti, si procede continuando tra starnuti e colpi di tosse, si avvertono le prime linee di febbre e si continua fino a giungere all'allucinazione, quando la mente cede.
E in tal senso l'ultimo racconto della vecchia gloria degli eighties Paolo di Orazio è la corretta conclusione: una storia allucinata che trasmette un'esaltazione febbrile, fino a lasciare il lettore coi sudori freddi.

La città eterna per eccellenza, Roma, trema sotto i colpi di una delle tante pestilenze del passato. Mentre dottori dal becco adunco visitano i malati e lentamente lazzaretti (e fosse comuni) si riempiono, le divisioni religiose si acuiscono e le minoranze tremano per un minacciato pogrom.
Il protagonista è uno di questi: un ebreo benestante, Fausto Bergmann, che ha accumulato ingenti ricchezze nel ghetto romano. Uomo conturbato, dalle irrisolte pulsioni sessuali verso la madre, Bergmann è tra i pochi ebrei autorizzati a smaltire i cadaveri della propria gente. Ma non è la religione a preoccuparlo, quanto la difesa dellarobba”, ovvero delle ricchezze accumulate con la vita da conciatore. Paolo di Orazio costruisce un protagonista decisamente verghiano: al di là del rapporto morboso con la madre, Fausto è fissato con la “robba”, a tal punto che preferirebbe morire piuttosto che perderla.

Anche se lo stesso Negroni aveva concesso a Fausto un equipaggiamento da monatto affinché gestisse i cadaveri di appartenenza razziale, non era auspicabile il minimo passo falso. Se i cattolici davano regole, lui le avrebbe onorate. Non per vigliaccheria, ma per proteggere gli interessi di famiglia e soprattutto la sua roba. Sfruttare il padrone facendogli credere di esser tale pur di farlo disinteressare dalla roba. La roba di Fausto era la sua vita e la roba doveva stare al riparo dopo la sua morte. I suoi genitori se n’erano andati. Lui restò solo con la roba e l’avrebbe trattenuta a morsi. Piuttosto, si sarebbe impiccato dentro la bottega, per tenere lontani tutti quanti.
Si diceva infatti che La Peste si fosse propagata nell’aria da un sospetto carico di merce nascosto da qualche parte presso il Tevere.
Robbe che nessuno avrebbe mai toccato.

Il racconto alterna le allucinazioni a sfondo psico-sessuale di Fausto alle vicende a Roma; lo svolgimento è rapido, forse un po', confuso, ma trova una soluzione finale soddisfacente, certo coerente con l'andamento onirico del racconto.
Personalmente ho trovato dopo la seconda scena un po' noiosi i deliri sessuali, sebbene siano costruiti con un ragionato crescendo. Claustrofobica invece la passeggiata di Fausto in una Roma appestata e depressa, dalla prospettiva di un becco con oculari di un monatto.
Sebbene la storia avrebbe giovato di uno svolgimento meno confuso – non è mai una buona cosa dover rileggere alcune pagine per comprendere il finale – rimane una degna conclusione.

Tenebrae Splendet in Luce 
Collegamento con Cristiano Saccoccia

De Civitate Dei 
Collegamento con Francesco Corigliano
De Vulgari Eloquentia 
Collegamento con Riccardo Mardegan
Fino All'Ultimo Cristo Appeso 
Collegamento con Maurizio Ferrero
Quasi Cavaliere
Collegamento con Mala Spina
Solo Un Silenzio di Cenere
Collegamento con Antonio Lanzetta
Antinferno 
Collegamento con Caleb Battiago
Non Andiamo a Far Altro Se Non a Combatter 
Collegamento con F. T. Hoffmann
I Miracoli Hanno Strade Curiose Per Pigliarti Alle Spalle 
Collegamento con Domenico Mortellaro
Di Corna e Altre Cause Perse 
Collegamento con Laura Silvestri
Nun Desiderare Le Robbe Della Napoletana. Sì, Proprio Lei, Quella Là
Collegamento con Paolo Di Orazio

Epitaffio. Progetto ultimato.
Collegamento simultaneo tra Luca Mazza e Jack Sensolini

Bibliografia: PANDEMONIUM: Neo Decameron, Lethal Books, 25 aprile 2020 (Amazon)

mercoledì 4 marzo 2020

"Queho", l'uomo nero dell'Ovest. Christian Sartirana svela l'orrido volto del West


La pulp(osa) cover
I primi anni del Novecento segnano la fine dell'eterna frontiera del West, di quel mondo popolato di cowboy e ranch, sceriffi e saloon, pellerossa e giubbe blu. Quello spazio un tempo così gigantesco rimpicciolisce nei recinti di filo spinato dei mandriani, viene divorato dalle traversine dei treni, di un progresso urbano e tecnologico che non conosce sosta.
Il sogno allora imputridisce, svela un orrido volto nascosto di violenze e massacri, truffe e sfruttamento. In questo mondo al calare della notte si svolge il romanzo breve di “Queho”, autoprodotto dallo scrittore Christian Sartirana, già recensito per quel gioiello horror di “Ipnagogica”.

La piccola cittadina di White Crow, sulle sponde del Colorado, è solo in apparenza tranquilla.
In realtà, al di sotto di una patina di normalità, si agitano diverse minacce.
Un gigante indiano - “Queho” - terrorizza i vicini paesi con uccisioni e violenze; secondo i racconti, è un gigante di due metri con una doppia fila di denti e una pellaccia inghiotti-piombo.
Ma queste storie, raccontate dalla prosperosa proprietaria del saloon, Janet Purcell, interessano poco all'allevatore Leonard Cunningham. L'uomo infatti da tempo vede i propri amati cavalli morire uno dietro l'altro per una misteriosa pestilenza: una muffa verdastra che li corrode fino a lasciarne un cadavere putrescente. Una malattia che reputa inquietante, ma della quale non immagina le (fantascientifiche) conseguenze...

giovedì 26 dicembre 2019

Tenoch, di Andrea Berneschi. Un Ulisse azteco contro gli dei di Lovecraft


Megalitiche piramidi innalzate al cielo.
Cuori pulsanti strappati dai toraci di schiavi urlanti, offerti in dono a un sole del colore del sangue.
Giungle profonde capaci di mascherare intere capitali, intere civiltà cresciute a forza di carne umana e coraggio in battaglia.
È lo scenario dipinto con toni sanguigni, ma scientificamente accurati da Andrea Berneschi con “Tenoch, maledetto dagli dei”.

Lo scenario è quello della civiltà azteca e dei popoli precolombiani nel XV secolo, prima dell'arrivo dei conquistadores. Berneschi tratteggia una civiltà azteca credibile e storicamente fondata, mescolando la saggistica alla lezione dell'Azteco di Gary Jennings. La tecnologia di questa civiltà azteca, in perenne guerra contro i popoli barbari per catturare schiavi e sfogare le faide interne, è quella dell'età della pietra, sebbene con la novità di una magia realmente funzionante. Il pantheon azteco qui esiste realmente e non si fa problemi a intervenire nelle vite dei suoi sudditi, dando consigli, poteri o maledizioni. E accanto alla sete di sangue degli dei “normali”, non possono mancare entità decisamente più oscure che potremmo definire lovecraftiane.

Il protagonista di questo mondo di guerrieri e maghi, tuttavia, è un aspirante mercante, un liberista ante litteram: Tenoch infatti proviene dal ceto di commercianti. Giovane capace all'occorrenza di combattere con ardore, vive solo per esplorare e stipulare affari, sfruttando la propria intelligenza per nuove operazioni commerciali l'una più ingegnosa dell'altra. È l'archetipo del mercante operoso e instancabile, contrapposto alla vanità dei soldati e alla pigrizia del clero. Tenoch però non è interessato solo a guadagnare, perché in realtà è un uomo curioso, continuamente proteso a scoprire come funzioni il mondo. In tal senso comprende in sé stesso il carattere tanto dell'esploratore/scienziato quanto del mercante. Alessandro Iascy, nell'introduzione, lo paragonava assai felicemente a Ulisse dell'Odissea.


venerdì 20 dicembre 2019

Giorgio Smojver o come si scrive un fantasy classico. Quando Jack London incontra Tolkien


Un uomo e il suo anziano padre, in fuga da una terra devastata dalla guerra, giungono in una landa boscosa. Qui costruiscono una casa, si dedicano all'arte di cui sono maestri: la caccia. Il figlio prende in sposa una donna sola sopravvissuta di una famiglia di esuli, d'etnia cimbra.
Il Padre, la Madre e il Nonno: a cui presto s'aggiungono la bambina e il bambino.
Sono cacciatori, ma eruditi: leggono, scrivono, si tramandano le canzoni e i ricordi della loro gente.
Il Nonno, prima di morire, racconta alla bambina degli Elfi e del mare di Iperborea; il fratello del villaggio dove vendono le pellicce e di Ker Lyonis, la grande città di marmo bianco.
Visioni fantastiche, interrotte da quel sangue, da quella violenza da cui erano fuggiti.
Sono uomini-lupo, gli Ulfhednar: razziatori e assassini, più animali degli animali.
La bambina sopravvive a stento e, allevata dai lupi della Foresta Nera, diventa la guerriera Valawyne...

Helmor è un giovane, ma inquieto cacciatore cresciuto con il nonno.
Le lezioni di spada si alternano ai racconti del regno di Fynias, dominato dagli atlantidei, dove un tempo dimorava il padre.
Un'eredità, una leggenda a cui Helmor va alla ricerca, accodandosi a un gruppo di ragazzi e giovanotti in cerca di una via d'uscita da una breve e ripetitiva vita di caccia e agricoltura.
Ma il viaggio inizia male, prosegue peggio e finisce malissimo quando il gruppo, tradito dalla civiltà che tanto cercava, viene trasformato negli stessi Ulfhednar che avevano massacrato la famiglia di Valawyne. Tutti, tranne Helmor: qualcosa, nel giovane, si è ribellato...

Il suo destino si lega così alla giovane guerriera in un'Europa alto-medievale arcaica e brutale, dove l'eredità del vecchio mondo si mescola con le pulsioni e i flussi di uno nuovo, che avanza inesorabile...

venerdì 13 settembre 2019

La scure e i sepolcri. L'Axe & Sorcery sporco, ma elegante di Alessandro Forlani


Quand'ero bambino i miei genitori mi portavano spesso in cimitero: dapprima dalle fioraie decrepite all'ingresso, in seguito salutando quel golem del guardiano e infine presso una o più tombe di lontani parenti, a piantar fiori e biascicare preghiere.
Ricordo con grande fascino il cimitero e tutt'ora, se ho modo di visitarne uno, durante un viaggio, mi ci reco volentieri.
La stratificazione di tombe e cenotafi, di edicole e lapidi, esprime meglio di tanti libri lo scorrere inevitabile del tempo e la (vana) lotta di conservare la memoria.
Dapprima ingiallisce la foto, poi scompare la dedica, infine è il nome a sbiadire via, prima di scomparire definitivamente, inghiottito dall'iniziale di un nome illeggibile, financo all'ombra di uno stemma araldico.
Concludendo con le tombe dove solo una croce di legno marcisce nella terra dei morti, prima di trasformarsi in uno spiazzo erboso, delimitato da pietre seppellite dal verde.
Ho sempre compatito chi rifiuta di visitare i cimiteri, così come chi frequenta quelli americani, con quell'egualitaria e deprimente schiera di croci bianche senza passato.
Non voglio negare che il cimitero sia un luogo doloroso, ma l'ho sempre considerato espressione della storia di una civiltà; di una nazione, di un popolo, di una città.
Dopotutto, a inizio ottocento, Ugo Foscolo dei Sepolcri osservava il rapporto sano e razionale degli anglosassoni con i propri morti, lontano dall'adorazione morbosa dell'italiano fermo al medioevo.
Affermazione, certo, discutibile e patriottica, volta a convincere un popolo assai poco “popolo” a sacrificare quanti più figli alla patria, senza piangerli troppo, senza vederci fosco(lo).
Tuttavia la contrapposizione dipinta da Foscolo era quasi fantastica, nella sua estremizzazione; da un lato i cimiteri inglesi, ariosi e lontani dal nucleo urbano; dall'altro quelli italiani, portatori di morbi e sporcizia, incastonati nel cuore della città, persino inseriti quali lapidi nel pavimento delle cattedrali. Il cimitero era qui presente come un ammasso di ossa e teschi, uno strato dopo l'altro.
Una visione gotica e come tale, per noi amanti del fantasy, irresistibile.

venerdì 30 agosto 2019

"Scourge of Fate" Quando il protagonista è il Black Knight. Impersonare un villain



Vanik era solo un neonato sporco di sangue uterino quando suo padre cercò di sbattergli la testa contro il ghiaccio della capanna.
Ma Vanik si rivelò protetto dagli dei, perchè un demone comparve dal nulla, decapitando il padre infanticida con un singolo guizzo d'artiglio.
Quando la tribù barbara venne assalita dai lupi, Vanik non venne divorato, ma fu accolto nel loro branco e per due anni condivise carne e gloria con questi nobili animali.
Leggende, voci, racconti mormorati attorno al fuoco. Vanik non se ne cura, perché il suo sguardo è rivolto al futuro, divorato da un'eterna ambizione.
Nato in una tribù di barbari adoratori del Caos, il bambino è ora divenuto un condottiero, un flagello delle terre civilizzate. Un pellegrino nero, come ama definirsi, alla continua ricerca di potere e gloria. Mentre i suoi compagni in armi consacrano la propria vita a seguire un singolo dio del Caos, Vanik preferisce seguire la via del Caos Indiviso: sottrarre favori e attenzioni da tutte e quattro le divinità del pantheon, ma senza diventare una loro infame marionetta.
C'è un solo dio a cui Vanik vuole votarsi: Archaon il Prescelto Eterno, Archaon il Re dei Tre Occhi, Archaon il Rasoio del Mondo. Un dio che era un tempo un uomo, prima che la sua ambizione lo trasformasse nell'emblema stesso del Caos. E tra le schiere di Archaon, Vanik vuole diventare un cavaliere della Varanguard, la guardia personale di Archaon. Le truppe scelte tra le truppe scelte, la creme de la creme della cavalleria caotica.
Ma proprio per venire ammesso nella prestigiosa cerchia, Vanik dovrà compiere un'impossibile missione...

sabato 24 agosto 2019

Go east, young man! Cronache di viaggio: Praga-Bratislava-Vienna


Quando si scrive una frase, è la maiuscola dell'iniziale a conferire forza, vigore, carattere.
L'inizio influenza l'intero periodo, lo determina, lo plasma: tutte le altre parole gli rimangono subordinate. Questo vale all'identico modo per la storia dei popoli o per le relazioni tra gli individui. Come annota il filosofo Alain de Benoist, “Dopo, ci si accontenta di sfruttare, con sempre minor forza, quel che costituiva questo cominciamento”. Un ragionamento che funziona particolarmente bene quando applicato alla storia delle rivoluzioni: basti pensare alla Francia con il 1789; agli Stati Uniti con il 1776; e così via. Voler rivivere l'evento storico, l'emozione di questo primo momento porta a esiti tragici, grotteschi: all'arroganza degli ex sessantottini, alle milizie libertarie negli States, al culto di un passato ormai passato. Al contrario, nella storia, così come nella vita, bisognerebbe re-iniziare senza voler recuperare a ogni costo il sentimento della prima volta.
L'inizio conta; nient'altro.

E da quale pulpito la predica, considerando come proprio io ci sia cascato qualche settimana fa, quando mi sono recato in Europa centro-orientale. Io e la mia fiancee volevamo da tanto fare un viaggio visitando tre città della Mitteleuropa con i biglietti dell'Interflix
E non appena il pensiero è volato alle lande del centro-est Europa, un nome mi è balzato alle labbra. Praga! Volevo assolutamente tornare a Praga. Oramai erano passati cinque anni da quando mi ero recato nella bella capitale della Repubblica Ceca; e nonostante fossero stati pochi giorni, mi era rimasta indelebilmente impressa nel cuore
Eppure qui ho commesso l'errore che lamentavo: voler cercare di rivivere la sensazione dell'inizio, invece che ricercare qualcosa di nuovo. Così nella realtà – mentre camminavo mano nella mano con la mia dolce metà tra le strade acciottolate di Praga – continuavo a cercare i segni di quella città vissuta ormai cinque anni orsono. Senza trovarli. Volevo respirare l'atmosfera del primo viaggio, ma presto mi ritrovai cianotico. 
Un'altra città sul tracciato mi destò simili sentimenti: Vienna. Non l'avevo mai visitata, ma dopo quasi due anni a studiare un archivio di un italiano residente a Vienna – Filippo Zamboni – tra il 1875 e il 1914, avevo una chiara immagine della città. Sapevo dei suoi caffè, dei suoi ristoranti, dei suoi tram, dei suoi giardini: solo però dalla peculiare prospettiva di un secolo prima. Pure qui volevo rivivere un'atmosfera che percepivo aver già vissuto... Ma stavolta nelle carte dell'archivio del Civico Museo di Storia Patria. Non è la prima volta che rifletto come studiare un archivio sia un'esperienza simile a quella del viaggio, con l'eccezione che attraversi il tempo invece dello spazio. La mia Vienna mentale in ogni caso non corrispondeva alla Vienna reale e per quanto me lo aspettassi... Well, that was a disappointment.
E in tutto questo, io e la mia compagna avevamo scelto una stazione intermedia, che ci lasciava incerti: Bratislava, in Slovacchia. Come sempre, non avendo aspettative su questa piccola capitale dell'orgoglioso popolo slovacco, siamo rimasti piacevolmente sorpresi.

Che sia Trieste o Bratislava, non si sfugge a Maria Teresa d'Austria (giardini presidenziali)

giovedì 15 novembre 2018

"Cassette Futurism", la nostalgia d'un futuro tradito: dall'Impero Soviet al Minitel della Francia 3/3


Nel 1978 il Presidente della Francia Valery Giscard d'Estaing riceveva sul suo tavolo un rapporto di due ricercatori, Simon Nora e Alain Minc, che proponeva, per superare l'arretratezza dell'impianto tecnologico francese, una vera e propria rivoluzione digitale: la “telematica” (telematics) ovvero una fusione tra telecomunicazioni e informatica. 
Il rapporto delineava un piano per digitalizzare la rete telefonica, aggiungendovi un video teletext interattivo e fornendo agli imprenditori francesi una piattaforma aperta all'innovazione. 

Cinque anni dopo (1983), dietro diretto ordine del presidente, gli ingegneri informatici del Ministero della Posta, Telegrafo&Telefono (PTT) approntavano un sistema telematico presto noto alla popolazione come “Minitel”. 
Il piccolo sistema francese diventerà nel giro di pochi anni un inarrestabile juggernaut delle telecomunicazioni, capace di anticipare di dieci anni la democratizzazione di Internet, permettendo ai cittadini della Repubblica di scambiarsi informazioni online e di utilizzare diversi servizi disponibili appena nel duemila per il resto del mondo. 

Mentre le fonti inglesi ricordano il Minitel come un sistema statale e chiuso, rallentato da un'ottusa burocrazia, nella realtà il sistema è stato rivalutato negli ultimi anni come una forma di Internet alternativa – basata sull'infrastruttura francese, anziché americana – e straordinariamente avanti con i tempi. Al suo picco di popolarità l'umile Minitel offriva 20mila servizi online utilizzati dal larghe fasce della popolazione, non solo dagli addetti alle comunicazioni e dai geek fanatici dell'elettronica. 


L'artista Boros Szikszai ci accompagna anche per questo terzo e ultimo capitolo della miniserie

lunedì 8 ottobre 2018

"Cassette Futurism": una rivoluzione brutalista 2/3


Lo ricordo come se fosse ieri

Ma non sembrava ieri, sembrava il domani.

Ricordo il futuro
È morto una generazione fa. 
Fede nel futuro, intendo. 
Fede nell'ingenuità umana.
Nella soluzione fornita dal successo delle tecnologie. 
Altre età hanno sacrifici umani – il sole, la ragione, il sangue di una gallina - l'Inghilterra aveva la grandezza (bigness) e la novità (newness), una novità che è ora vecchia, ma ancora capace di suscitare sprezzante meraviglia per la combinazione di prodezza tecnologica e ingenuità morale.

Capace d'indurre puro ottimismo e confidenza cieca.
Capace di suscitare ancora nostalgia per il progresso, non importa dove conduca.
Tutto è possibile.

Remember the Future (1997)

"Calendar for the Hungarian Insurance Company" (1992), di Boros-Sikszai