venerdì 22 settembre 2017

L'utopia di Blade Runner


Sarebbe ingenuo pensare che la storia proceda a cicli che si ripetono ogni tot anni/decenni/secoli, o che al contrario sia una linea retta che procede dal punto A al punto B, mirando a un indefinito paradiso/progresso/ultima soluzione. In realtà, più si studia storia, più ci si rende conto che l'umanità procede per balzi e brusche frenate, ricordando la guida a singhiozzo di un nervoso neopatentato.

Nel campo tecnologico, l'utilizzo di un nuovo strumento, o lo sviluppo dello stesso, non sono necessariamente razionali, ma obbediscono a quanto l'utente percepisce come “l'esigenza” dello stesso, lo scopo per cui è stato creato. 
Pertanto fino a cinque anni fa, ad esempio, si era convinti che le diverse funzioni ora riassunte in uno smartphone fossero meglio esplicitate da diversi, separati strumenti; rispettivamente per la musica, i video, internet, ecc ecc. Un'idea intelligente e con le sue buone ragioni – tutt'ora un lettore ebook è notevolmente più comodo di uno smartphone – ma che dalla gran parte degli usufruitori era percepito come “arretrato”: si desiderava avere un cellulare multiuso, che parodiasse i gadget avveniristici degli ultimi cinquant'anni di fantascienza. In effetti, se si osserva al microscopio lo sviluppo tecnologico degli ultimi vent'anni, risulta sorprendente osservare in quanti e quali modi le interfacce utente, la “leggibilità” delle app e in generale le modalità di utilizzo di una tecnologia siano state legate a doppio filo all'ispirazione derivante dai film e dai libri di sci fi. Una scoperta scientifica che possiede le potenzialità di svilupparsi in una tecnologia di massa diventa tuttavia tale solo quando viene filtrata dalla rielaborazione di artisti e designer, che la rendono “comprensibile” per l'uomo comune. Il saggio Make it So. Interaction Design Lessons from Science Fiction (2012) muove proprio da queste premesse, dimostrando l'influenza di film come Minority Report e Blade Runner sulla tecnologia di ogni giorno. Le schermate touch, le icone, le dimensioni e le forme dei cellulari sono state radicalmente trasposte dalla fantascienza recente, cercando di realizzare le invenzioni degli artisti e degli sceneggiatori. Il punto su cui occorre soffermarsi è come non fosse affatto scontato che ad esempio il tablet e lo smartphone prendessero la direzione che hanno preso, che seguissero quella tipologia, quel genere di rapporto con l'usufruitore. Si è dato al cliente quanto si aspettava sulla base di quello che pensava fosse il futuro – ma era un futuro inventato, non necessariamente un destino ineluttabile.



Su scala macroscopica, l'evoluzione di Internet a partire dagli anni '90 si è mossa su identici presupposti: cercare di dare all'utente non la soluzione più efficace o razionale, ma quanto ci si aspettava dal cyberpunk e dalle fantasie di scrittori e registi. Il futuro, proprio perchè tale, non è inciso nella pietra, non deve per forza seguire quel sentiero tecnologico, o economico, o culturale: viene giocato su un delicato equilibrio di realtà economiche e politiche e aspettative della persona “normale”. Nel caso di Internet, l'ispirazione spesso citata di “Neuromante”, di William Gibson, offre un esempio paradigmatico di quanto facilmente ci si possa fraintendere, di come si possa soffrire un misunderstanding: il cyberspazio del romanzo non era infatti Internet e non era un luogo desiderabile, o utopico, o un paradiso di liberi pensatori, come l'hanno presentato i fan e i filosofi dell'Internet nel decennio successivo di preparazione all'esplosione della Rete dei primi del '2000.
In effetti, il cyberspazio per William Gibson rappresentava una tendenza molto più oscura, molto più dark della Rete di scambio di informazioni che sarebbe poi diventata in seguito. 
Un frammento del magnifico documentario Hypernormalisation, di Adam Curtis, esplicita meglio del sottoscritto cosa intendeva Gibson per “cyberspazio”:
Verso la metà del 1980, le banche stavano crescendo e diventando sempre più potenti in America. Quello che era iniziato dieci anni prima in New York, l'idea che il sistema finanziario potesse regolare la società, si stava diffondendo sempre di più.
Tuttavia, a differenza dei vecchi sistemi di potere, era per lo più invisibile.
Uno scrittore, chiamato William Gibson, cercò di romanzare cosa stava succedendo, in un modo potente e fantasioso, con una serie di romanzi. Gibson aveva notato come le banche e una serie di corporazioni avevano iniziato a collegarsi tra di loro, attraverso un sistema di computer. Quello che avevano creato era una serie di grandi network di informazioni, invisibili alle persone comuni. E ai politici. Ma questi network, davano alle corporazioni giganteschi poteri di controllo. Gibson diede a questo nuovo mondo un nome: cyberspazio.
Il suo romanzo descriveva un futuro pericoloso e terrorizzante: gli hacker potevano letteralmente entrare nel cyberspazio e nel momento in cui lo facevano, entravano dentro sistemi così potenti, che potevano raggiungere e schiacciare gli intrusi, distruggendo le loro menti.
Nel cyberspazio non c'erano leggi e non c'erano politici a proteggerti.
Solo la pura, elementare forza bruta delle corporazioni.

Se in questo momento non riuscite a riconoscere nella Rete il cyberspazio qui descritto da Curtis, state iniziando a comprendere il problema... Il cyberspazio di Neuromante e dei primi romanzi cyberpunk di Gibson non era un luogo dove fuggire dalle ansie della vita reale, ma effettivamente era un incubo, una rappresentazione visibile dei legami interni al mondo dell'alta finanza e delle grandi corporazioni che si erano affermate sulle rovine degli anni '70, artificialmente coltivate dal laissez-faire della politica di Reagan nel 1980. Se preferite, il cyberspazio era un'arguta metafora che funzionava egregiamente come strumento narrativo e proiezione futuristica. Per Gibson non era certo un progetto da perseguire attivamente, un destino auspicabile per l'umanità.

Turning the bull loose 
(Reagan, The Eighties Series, "Greed is good")

Si potrebbe ragionevolmente argomentare che lettori abituati a letture impegnative e a cercare livelli e sotto livelli di lettura avrebbero colto il riferimento di Gibson e magari si sarebbero mossi per evitare una profezia all'epoca già in compimento. Tuttavia, come osserva Curtis, si scelse invece un percorso esattamente opposto: invece di attribuire la distopia di Gibson al cyberspazio, si scelse di attribuirla all'ambiente dello Sprawl, alla vita “reale” dei protagonisti dei romanzi cyberpunk.
Il cyberspazio di Gibson era invece un luogo terrorizzante. Si poteva entrare nel cyberspazio, ma solo gli hacker più esperti potevano sperare di uscirne vivi. In Cyberpunk 2020, il rischio che il tuo personaggio di ruolo si ritrovi col cervello che gli gocciola dalle orecchie dopo una sessione su “Internet” è reale, anzi un'eventualità più che probabile. L'Internet di inizio anni '90 viene rappresentata come un luogo darwinista, dove l'hacker si intrufola come un topo nelle condutture, costantemente all'erta per programmi di difesa e avversari in grado di raggiungerlo dallo schermo nella vita reale. Nessuno sceglie il cyberspazio per divertirsi, per rilassarsi, per comunicare con gli amici e gli sconosciuti. E' quasi un Game of Death, una disumana arena dove dominano solo i colossi dell'economia, che governano un parco giochi con pena di morte.
Il neoliberalismo affermatosi negli ultimi trent'anni persegue esattamente l'obiettivo proposto nel cyberspazio di Gibson: un luogo “vuoto”, libero da interferenze dei cittadini o di strutture statali, dove il libero mercato possa affermarsi incontrastato, lottando per la supremazia dentro una “libera” catena alimentare. Nel neoliberalismo attuale, o nel cyberspazio del 1990, il singolo cittadino non ha voce in capitolo, l'unica libertà di cui gode è di poter perseguire i propri piaceri, a patto che non interferiscano con quelli altrui. E' il vecchio concetto di “libertà negativa” di Isaiah Berlin.
Gli stati europei che dispongono di strutture assistenziali e scolastiche rafforzate negli anni '50 possono sopportare questa temperie economica, mentre negli stati “liberati” dalle dittature, come l'ex Unione Sovietica o l'Iraq post Saddam Hussein, il neoliberalismo promosso dai neoconservatori americani insegue il sogno impossibile di una struttura statale praticamente inesistente, all'interno di un ecosistema che si autogoverna sulla base del fallace ragionamento che l'uomo faccia scelte per natura egoiste e razionali. Il caos dell'impero russo e la balcanizzazione dell'Iraq sono un efficace testamento del fallimento neoliberale.

Al contrario, la visione che si è affermata tra i lettori e i fan del cyberpunk vede nel cyberspazio, oggigiorno la Rete, lo spazio “libero” per eccellenza, mentre il mondo di Blade Runner o dello Sprawl di Neuromante e di Deus Ex è una terribile distopia, una mostruosità tecnologica, architettonica e culturale senza controllo.
Tuttavia, avendo analizzato come il cyberspazio non fosse per i primi pensatori del cyberpunk un'utopia, è davvero corretto definire distopico il mondo di Neuromante?
La Los Angeles di Blade Runner è una città così terribile in cui vivere?
O non sarebbe forse il caso di rivalutare lo Sprawl come un'ambientazione tra le tante altre se non, in effetti, un'utopia piuttosto desiderabile?


Lo Sprawl dei primi romanzi di Gibson è un'ambientazione altamente tecnologica, ricca di opportunità e di cultura, dove il basso costo degli affitti e del cibo si somma a un proliferare di sub culture eccezionalmente creative. 
E' un luogo senza pregiudizi di genere; l'uguaglianza è stata pienamente raggiunta, come evidenziava il femminismo degli anni '90 a proposito dell'innovativo personaggio di Molly
E' un luogo senza pregiudizi di razza; si ritrovano mescolati africani, europei e giapponesi, tutti a modo loro uniformati dal rullo compressore dell'evoluzione tecnologica. 
E certo, lo Sprawl è il rifugio dei freak, dei rifiuti della società, un luogo di estreme disuguaglianze. 
Il mondo di Neuromante è inoltre piagato dall'inquinamento, dal climate change. Sono le famose “piogge acide” di Blade Runner. Tuttavia, questi due elementi erano e sono caratteristica di tante megalopoli nel mondo, non un scenario distopico, ma una semplice descrizione dello stato di cose nella periferia di Detroit, di Johannesburg, di Glasgow, di Varsavia ecc ecc. Blade Runner è persino più ottimista di Neuromante, perchè immagina una corsa allo spazio, con la speranza delle “colonie extra-mondo”. Pericolo criminale e pericolo climatico sono inoltre elementi immutati dal 1970, non possiamo considerarli delle “distopie”.
E' Gibson in persona a chiarire l'equivoco durante un'intervista a Paris Review (2014):
(Intervistatore) Il mondo della Sprawl è stato spesso definito distopico.
W. G. Umh, forse se sei una persona di classe media dal Midwest. Ma se stai vivendo nella maggior parte dei luoghi in Africa, salteresti su un aereo per lo Sprawl in due secondi. Molte persone a Rio hanno vite di gran lunga peggiori degli abitanti dello Sprawl.
Sono sempre stato preso alla sprovvista dal presupposto che la mia visione è fondamentalmente distopica. Ho il sospetto che le persone che dicono che sono distopico debbano avere vite davvero sicure e protette. Il mondo è pieno di luoghi molto più cattivi delle mie invenzioni, luoghi che i reietti dello Sprawl considererebbero una punizione esservi trasferiti, e molti di questi luoghi sono in costante peggioramento.

Ammettiamolo, il fascino del cyberpunk di Blade Runner non sta nell'orrore dell'ambientazione, sta nella sua bellezza, architettonica e umana. Il monolocale di Deckard è la Ennis House, di Frank Lloyd Wright; il rifugio gotico e romantico dei Replicanti è il Bradbury Hotel in stile fin de siecle.

L'ambientazione urbana è certo sporca e degradata, ma è anche ricca architettonicamente: c'è un miscuglio mortale di art deco, di art nouveau, di modernismo e brutalismo. Si abbandonano le superfici lisce, blande, senza coraggio dei film di fantascienza hard per esaltare l'ornamento, il puro decorativismo senza requie per lo spettatore. Ogni muro, ogni pavimento, ogni vetrina è rigonfia di roba, che siano tubi al neon, manichini, spogliarelliste, teste di gargoyle, pubblicità pulp, foglie d'acanto, bancarelle di venditori, intarsi aztechi, intarsi neoclassici, intarsi romantici e ancora: capitelli corinzi, putti e puttane, statue neoclassiche, statue barocche, statue art deco, busti ottocenteschi e poi tubi di gomma, tubi colorati, tubicini, tubi di rame, di ferro, al neon...


Se proprio dobbiamo rassegnarci a vivere dentro un mondo cyberpunk e distopico, perchè quantomeno non possiamo farlo con stile
Perchè devo leggere di continui cyberattacchi, di terroristi che usano i droni, di chirurgie plastiche per assomigliare ad attori e cartoni animati, di cambiamenti climatici e protesi bioniche... cioè di una serie di elementi cyberpunk, per poi camminare per strada e dover sopportare questo continuo attacco di colori accesi, di tecnologie indossabili e impalpabili, di linee smorte e blande, senza personalità, senza coolness, senza storia, senza gusto artistico, senza coraggio. 
Non se ne può più. 
Se dobbiamo vivere un mondo di merda, almeno forniteci una moda e un gusto estetico adeguatamente cupo, che rispecchi l'atmosfera “pesante” che viviamo al di fuori del SOMA che assumiamo via Social ogni giorno per convincerci che va tutto bene. 
Cosa sono questi azzurrini, questi gialli, questi colori pastello d'asilo d'infanzia?
Com'on. Dov'è sono gli edifici decadenti, i taxi volanti, le pistole a dardi, gli impermeabili in pelle?
Scherzo, ovviamente. Ma davvero viviamo un mondo cyberpunk che soffre di un'inarrestabile crisi stilistica. I mercati e i clienti sembrano letteralmente spaventati di mostrare un'identità coraggiosa. Persino la ricchezza visiva di Blade Runner ci è tolta.

Un altro aspetto che convalida la città di Los Angeles come utopia, non distopia del 21' secolo, viene offerta nel brillante documentario di Thom Andersen, Los Angeles Plays Itself.
Il regista, analizzando la città attraverso i diversi film di Hollywood che l'hanno raffigurata (e fraintesa), osserva come in Blade Runner nulla sembri funzionare davvero: la trama è inconcludente, un groviera di buchi narrativi dove nessuno degli attori sembra convinto della sua parte. Deckard, ad esempio, è letteralmente un investigatore che non sa investigare; l'intero film funziona perchè ambiguo, perchè imperfetto. Curiosamente Ridley Scott condivide in questo caso una certa impostazione volutamente fallace di Gilliam.
Se gli attori e la trama in apparenza non collaborano tra loro, ma anzi sembrano respingersi vicendevolmente, la “presunta” città distopica a un occhio attento è tra le più efficaci si possa immaginare, il sogno realizzato di ogni progettista e architetto urbano.

Neon beyond our wildest dreams
(Andersen in Los Angeles Plays Itself, 2003)

Sorvolando sulla criminalità rampante, le piogge acide e le droghe, sarebbe davvero un tale incubo vivere nella Los Angeles di Blade Runner?
La vita notturna è vibrante, multiculturale. Cibo giapponese gestito da veri giapponesi a prezzi bassi. Tolleranza per ogni cultura, ogni religione, ogni sub cultura. Neon everywhere.


Il sistema stradale? La gran parte della gente si sposta a piedi o in bici
Le auto volanti, a differenza che in Quinto Elemento, sembrano volare senza cartelli stradali o traffico di sorta. 
Le gallerie, le arterie urbane? Vuote. 
I mezzi della polizia, i taxi e i servizi pubblici? Puntuali e accoglienti.
A metà del film, Deckard passa accanto a una fila di parchimetri... ma non ci sono auto parcheggiate, l'intero posteggio è deserto.


Niente più Suv, ma Vtol: design ricchi di carattere, eleganti e slanciati. Nessuna 4x4 che romba per il cento storico, nessun Suv ormeggiato sul parcheggio dei disabili. Le interfacce all'interno dell'auto sono solide, affidabili, funzionali per l'utente senza fronzoli inutili. 
Quando Deckard rientra a casa, se osservate bene il suo veicolo è l'unico del condominio: letteralmente, nell'ecosistema urbano di Blade Runner, possedere un auto è un lusso superfluo, da riservare a manager corporativi e detective imbranati.
E infine, i Replicanti sono creature affascinanti e sensuali, capaci di discorsi letterari e di riflessioni filosofiche sulla vita e sulla morte. Al confronto, quanto poco romantico è l'attuale mondo della robotica, dove tutto è noioso ed efficiente e dove l'unico, reale pericolo è che il robot ci rubi il lavoro. Ah, sì: per i romantici, Blade Runner è un'utopia da rimpiangere.

venerdì 15 settembre 2017

Lo scrittore nerd deve sparire


Il termine “nerd” non è un concetto filosofico, non è una parola scientifica che denomina una precisa classe di oggetti, non è il prodotto di uno studio di sociologia weberiana. 
Nerd è semplicemente un appellativo che ci si lancia a vicenda, una rete acchiappa-definizioni, un pallone da spiaggia che si calcia malevoli, colpendo il malcapitato di turno. Chiunque definisce nerd chi vuole: è letteralmente impossibile dare una definizione precisa. 
Nerd può essere (era, oggigiorno?) l'appassionato di computer. O il programmatore vero e proprio. O l'appassionato di videogiochi. O il pirata informatico (esistono ancora?). Ma nerd è anche il giocatore di ruolo. Di giochi da tavolo. Di giochi di miniature. Il neckbeard che assembla modellini. 
Nerd è anche l'appassionato di cultura pop. Di fumetti. Di film di supereroi. Di film di genere. Di film horror. Di librigame. Di... certo, c'è un minimo comun denominatore, ma con lo sdoganamento e la conseguente popolarità della cultura di genere e pop(olare) il termine è più che mai volatile


venerdì 8 settembre 2017

Alan Moore su Trump, la magia e tante altre cose


Alan Moore recentemente è stato intervistato dalla televisione francese, con una miniserie di otto video, dove nell'arco di pochi minuti riassume le sue posizioni e le sue riflessioni sul mondo, la politica, il cinema e ovviamente, la magia. Come H. P. Lovecraft, Alan Moore è quel genere di scrittore che trovo interessante tanto – se non a volte di più – delle sue opere. Ormai mi è impossibile capire se ho anch'io le sue stesse opinioni perchè la penso allo stesso modo, o semplicemente perchè l'ho talmente letto e ascoltato che l'ho interiorizzato e lo ripeto a memoria (!).
Ad ogni modo, visto che la trasmissione è in inglese con sottotitoli in francese, ho pensato di tradurla per mio conto e pubblicarla qui; ovviamente non è tutto e alcune espressioni mi erano indecifrabili. Consiglio, as usual, di rivolgersi alla versione originale, che è anche bene diretta. I francesi hanno una cultura in campo popolare invidiabile – saranno una manica di arroganti in altri campi, ma nell'arte e nella scrittura non li posso che invidiare.


mercoledì 6 settembre 2017

"La pubblicità è il nuovo carbone": Tristan Harris su Internet e i social


La politica americana non è la politica italiana e alcune volte la partecipazione emotiva degli italiani a quanto avviene negli States rasenta il paradosso. La morte di alcune star o di alcuni attori rappresentano occasioni di commemorazione grottesche, che stento a giustificare considerando i macelli di civili e non-civili nel resto del mondo. Tuttavia, è innegabile che per la posizione di equilibrio e controllo geopolitico, tenere un occhio aperto sulle attività nella Casa Bianca non fa mai male, specie per l'interconnessione delle tecnologie digitali che derivano ancora in gran parte dal villaggio (globale) della Silicon Valley. Internet – se si può ancora parlare di Internet – rimane nei suoi server e nella sua struttura di base in territorio americano. Teoricamente, come osservava il fondatore di PirateBay, è ancora possibile “staccare la spina”. Allo stesso modo, decisioni prese negli States possono influenzare le grosse proprietà dei social.
But thanks to the centralization of the internet, (possible) censorship or surveillance tech is a whole lot harder to get around. Also, because the internet was an American invention, they also still have control of it and ICANN can actually force any country top level domain to be censored or disconnected. For me that's, a really broken design. (intervista del 2015 a Peter Sunde, Vice). 

lunedì 4 settembre 2017

Jakabok: Il demone del Libro o nel Libro? Il diavolo sta nei dettagli...


Esperienza davvero insolita per Clive Barker. Il maestro dell'horror autore di Infernalia e de Il Gioco Dannato e regista di Hellraiser, come da prassi per molti autori, stava firmando agli acquirenti le copie del suo ultimo romanzo Cabal alla famosa Forbidden Planet di New York, quando un suo ammiratore gli si è parato davanti con un rasoio e si è tagliato il braccio chiedendo di avere un autografo con il sangue.
In una intervista pubblicata il giorno dopo dal Washington Post Book World lo scrittore di Liverpool ha detto di aver preso la cosa come uno scherzo e di imputare l'atteggiamento... impulsivo del fan al caldo e alla lunga fila.
La copia di Cabal è stata firmata comunque con il sangue, proprio come da esplicita richiesta...


venerdì 11 agosto 2017

Providence 12. The Book, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni


“Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire.”
…e davvero a lungo avete atteso, cari lettori, but all good things come to those who wait e quest'ultimo, apocalittico finale di Providence è finalmente qui, sulla vostra doorstep, in attesa che spalanchiate il vostro volume di Providence e annotazioni alla mano di Cronache Bizantine analizziate pannello per pannello l'esoterico, magico lavoro del Bardo di Northampton. 
Qualche giorno fa, una sera torrida di questo agosto infernale, guardavo un bel documentario chiamato “Room 237”. Una raccolta di analisi, decostruzioni e raffinate analisi testuali-visive del capolavoro di Kubrik, Shining: una vasta, inesausta raccolta delle quante più diverse interpretazioni, dall'ipotesi complottista, all'interpretazione storica, all'ipotesi spiritualista, cartografica, psicogeografica, psicologica, freudiana, bettehelmiana, fino alla semplice speculazione sperimentale (proviamo a guardare Shining contemporaneamente dall'inizio alla fine e dalla fine all'inizio!). 
Shining nel documentario si presentava come una scatola di attrezzi, un incredibile assortimento di strumenti visivi con cui giocare e interpretare, oscillando da ipotesi più o meno convincenti, a ricostruzioni ai limiti del maniacale. Mi aveva in particolare colpito come molti di questi appassionati sezionassero Shining frame per frame, esattamente come io e Poropat e gli annotatori inglesi abbiamo sezionato Providence vignetta per vignetta
Mentre scoprivo coincidenze troppo frequenti per essere “solo” coincidenze, riflettevo su quanto la saga di Providence di Moore sia ancora aperta, persino dopo questo lavoro di annotazioni, ai più diversi studi. Sì, se mettessi assieme in un ebook i dodici capitoli di annotazioni tranquillamente mi verrebbe un volume di duecento pagine, ma costruirebbe, oltre che un'operazione immorale, considerando che il materiale inglese da cui ho attinto è gratis e open source, ancora la punta dell'iceberg, a malapena una scalfittura negli strati infiniti dell'opera di Moore. 
Questa non è una conclusione, ma come la storia stessa di Providence, un nuovo inizio. Abbiamo appena scritto quanto bastava per orientarci tra le citazioni Mooriane, abbiamo appena vergato una mappa orientativa di Providence. 
Come studente squattrinato di storia, non posso fare a meno di osservare come ancora manchi un'analisi del sottotesto storico della saga di Providence: come se non ancor di più che in Shining, c'è un chiaro, continuo sottotesto riferito all'Olocausto, evidente dalle camere a gas e dalle stesse origini ebraiche di Black: che sia tutto traslato negli Stati Uniti sembra trasportare il nazismo direttamente negli States, un'operazione oggigiorno alquanto attuale, considerando la resurgence di 4chan/pol, gruppi neonazisti su tumblr e una generale operazione storica che è nel contempo una riscrittura e un'invenzione. Non ci sono studi su Providence da una prospettiva psicanalitica, altro elemento con cui pure Moore gioca parecchio, non ci sono studi bibliografici – sui libri all'interno del fumetto –, non ci sono studi letterari, sull'uso delle diverse lingue di Moore, che tanto ha fatto ammattire il nostro pur infaticabile traduttore italiano, Leonardo Rizzi
Diamine, perchè limitarsi ai soli studi accademici? 
Per gioco e non per profitto, non c'è nulla che vi vieti di continuare a espandere il mondo del Neonomicon e di Providence: cos'è successo nel XX secolo, dalla morte di Black? E' davvero morto? Cos'hanno fatto e cosa è successo a tante creature e personaggi di Providence, nella Seconda Guerra Mondiale? Barlow, si è davvero suicidato? Bierce, si è davvero perso fino a morire nel Messico? Oppure... e cosa possiamo scrivere sulla bomba. La Bomba, quella atomica. Il parallelo con il gigantismo degli dei lovecraftiani mi sembra talmente ovvio, talmente lapalissiano. 
Com'è possibile che nessuno di questi racconti “lovecraftiani” abbia approfondito questo parallelismo? Quindi, avanti, appassionati. La strada è aperta e Moore ci ha appena tracciato non tanto un sentiero, quanto un'autostrada ultra deluxe con i migliori pit-stop che potevamo immaginare. 

Come sempre, le annotazioni provengono dal sito di appassionati Facts in The Case of Alan Moore's ProvidenceLe prime sedici pagine sono state tradotte da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano, veterano di vecchia scuola lovecraftiana, che è riuscito a completare la translation a ridosso delle vacanze agostiniane. Le altre 16 pagine sono invece mie, come al solito. Come con Providence 11, può essere che ritorni sull'argomento e corregga le note: com'è tradizione di questo blog, siamo in un eterno work in progress



mercoledì 2 agosto 2017

Providence 11. The Unnamable, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni


Il penultimo capitolo della serie a fumetti di Providence, The Unnamable, compie ancora una volta il miracolo: posto dinanzi alla banalità di tante conclusioni insoddisfacenti e/o insolute di tante saghe, Moore preferisce piuttosto fornire risposte al lettore, anzi dargli di nascosto la chiave (d'argento?) per comprendere non solo Providence stessa, ma anche il Neonomicon. Gli accenni comparsi nei capitoli precedenti ritrovano in The Unnamabale il loro pieno completamento: ogni singola storia dei numeri precedenti trova in questo caso un finale che è nel contempo il finale dei racconti di Lovecraft corrispondenti e allo stesso tempo è un finale Mooriano, sovvertito nella sua stessa essenza. 

All'elemento fittizio della narrativa del Solitario di Providence, si affiancano due altri filoni: la ricostruzione - ancora una volta fittizia e nel contempo reale - degli eventi storici che conducono al 2006 del Neonomicon, e la ricostruzione stavolta storica e ineccepibile della vite e delle tragiche conclusioni di tanti amici del circolo di Lovecraft e del Weird Tales: dal cervello esploso per un colpo di rivoltella di Howard, al suicidio per barbiturici di Barlow, alla lenta caduta nell'oblio di tanti scrittori dell'epoca, un dimenticare tanto più visibile quanto più lo scomparso Lovecraft s'ingigantisce fino a diventare l'attuale juggernaut della cultura pop. 

Il cerchio, o meglio la forma circolare domina The Unnamable: dall'occhio di Black, che ha visto cose che la retina umana non potrebbe a ragione vedere, al disco a 45 giri che sceglie di ascoltare, alle ruote del bus che lo riconducono alla New York dove tutto era iniziato. Un cerchio che non è solo un motivo geometrico per tenere assieme il bric-a-brac di citazioni di Alan Moore, ma costituisce anche un simbolo di continuità e di rinascita, quell'eterno ritorno che banalizzato da Kundera trova qui una piena espressione fumettistica, un'incarnazione nietzschiana riverberata dal cavallo frustrato dal vetturino a Pagina 6, che ricorda l'abbraccio folle a Torino del filosofo dell'oltreuomo. 

La carrellata di scrittori e letterati raffigurati dalla sempre abile mano di Burrows mi ha fatto riflettere su quanto Lovecraft mi sia stato utile in questi anni non solo come singolo scrittore e filosofo, ma come consigliere di letture e scrittori da scoprire e fare propri: troviamo qui ad esempio il Robert E. Howard di Conan, così come Frank Belknap Long, Derleth, Burroughs, Borges...
Vi sono scrittori auto conclusivi, il cui corpus letterario si chiude in sè stesso; nel caso tuttavia di Lovecraft, caso tanto più pregevole se consideriamo che è un autore di genere, il lettore è motivato a cercare altri testi, altri romanzi, altri racconti. E a rifletterci attentamente, sono davvero tanti gli scrittori a cui mi sono avvicinato perchè avevano collaborato con Lovecraft, o perchè avevano una sfumatura che mi pareva lovecraftiana. Spesso si critica Lovecraft perchè spendeva troppo tempo a scrivere lettere anziché dedicarsi ai suoi racconti e romanzi: tuttavia senza quegli scambi di pagine e pagine di consigli letterari, di riflessioni, di sincere amicizie non avremmo avuto quella base forte di scrittori dell'horror e weird che è poi compiutamente sbocciata tra gli anni '50 e '60. 
Qual'è infatti una delle domande più frequenti nei gruppi e nei forum lovecraftiani? 
Ragazzi, mi consigliate uno scrittore come Lovecraft?
Ragazzi, mi consigliate un bel romanzo lovecraftiano?
Il lettore, dopo aver letto Lovecraft, è naturalmente spinto a scoprire nuovi autori, nuove opere. 
Non è un passaggio così ovvio, così naturale. Tanti lettori con la puzza sotto il naso, che leggono letteratura alta, rimangono legati a quei due autori in croce e raramente se ne distaccano. 
E cosa dire degli altri autori fantasy? Non conosco un singolo appassionato della Rowling che chieda di leggere un romanzo rowlinghiano. Nessuno, nei gruppi di fan di Enrico il Vasaio, domanda altri romanzi di quel genere, altre saghe su scuole di magia e urban fantasy (e ce ne sono, eh? Anche migliori...). No, a differenza dei fan di Lovecraft con questi autori l'appassionato si adagia a rileggere ossessivamente i sette romanzi, a imparare a memoria nomi e luoghi, a masturbarsi reciprocamente con nostalgiche rievocazioni dei film e dei libri. 
C'è un unico autore che mi sovviene avere una popolarità paragonabile a quella di Lovecraft... 
J. R. R. Tolkien, naturalmente. Autori entrambi di mitologie, autori entrambi di opere che affamano chi le scopre di nuove letture, nuovi autori, all'interno di un percorso di crescita, di maturazione, non di rincoglionimento infantile...

Come sempre, le annotazioni sono tradotte dal sito inglese Facts in The Case of Alan Moore's Providence; scomparso il diario di Black, abbiamo 32 pagine, 16 tradotte dal velocissimo Matteo Poropat della Tana dello Sciamano e altre 16 dal sottoscritto. 
As usual, commenti e osservazioni sono i benvenuti. 



venerdì 21 luglio 2017

Providence 10. The Haunted Palace, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Nonostante il caldo che sta lentamente trasformando Trieste in un umido avamposto vietcong, io e il mio collega Matteo Poropat della Tana dello Sciamano siamo riusciti a tradurre il numero successivo di Providence, The Haunted Palace. Siamo a metà strada dalla conclusione, nel mezzo del terzo volume curato dalla Panini Comics. 
Black, finalmente arrivato a Providence, sta lentamente assemblando i pezzi del tortuoso puzzle costruito da Moore nei nove numeri precedenti. Per il giornalista da New York, la bugia che quanto vede sia solo un'allucinazione mentale è ormai impossibile da mantenere: lentamente le ultime vestigia di sanità mentale lo stanno abbandonando. 

Un numero fondamentale, dunque, questo The Haunted Palace, dove le annotazioni ancora una volta risultano importanti, gettando un filo di Arianna a un lettore altrimenti sperduto nel labirinto di citazioni, riferimenti letterari, meta-letterari, cinematografici, filosofici, scientifici... Senza dimenticare che mai come in The Haunted Palace Alan Moore esplicitamente si auto-cita, obbligando a una ri-lettura di alcuni passaggi chiave, di alcuni frammenti dei volumi precedenti. 
Se The Haunted Palace è rivolto all'indietro, nel contempo è proiettato in avanti: gli agganci con il Neonomicon diventano stavolta espliciti, alludendo all'operazione di maniacale raccordo narrativo che incontreremo con Providence 11 e Providence 12. 

Al solito, la fonte originale sono le annotazioni del gruppo inglese Facts in The Case of Alan Moore's Providence. L'impaginazione considera la pagina 0 la copertina e procede seguendo una numerazione progressiva. I riferimenti ai numeri precedenti di Providence possono essere sbagliati di qualche pagina, ma non di molto: in ogni caso, a serie completa, ricontrollerò per sicurezza la bibliografia. Come sempre osservazioni e commenti sono i benvenuti.  



venerdì 7 luglio 2017

Providence 09. Outsiders, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Volevo approfittare dell'introduzione a questo nuovo articolo di annotazioni sul terzo volume di Providence per fare il punto sul percorso di Moore dentro l'universo di Lovecraft. Può non sembrare, ma con la traduzione della Panini Comics siamo finalmente arrivati alle ultime puntate della saga: dallo Yellow Sign del febbraio 2016, è stata una lunga strada costellata di annotazioni.

Robert Black, un tempo giornalista per il New Herald, si è allontanato dalla metropoli di New York, si è sperduto tra Massachussets e New England, è stato soggetto e oggetto di atti inenarrabili, di segreti inconfessabili, di cose che dovrebbero essere morte, ma che attendono per eoni e eoni che la morte stessa muoia...