lunedì 19 febbraio 2018

Sudario, di Clive Barker: il fascino tossico del cinema


La rilettura dei “Libri di Sangue” di Barker procede con lo stesso ritmo forsennato di un cuore tachicardico: meno d'una settimana per completare il terzo volume, intitolato nell'edizione Sonzogno, “Sudario”.

L'aggettivo “lovecraftiano” sottintende un'adesione alle idee e all'immaginario di HP Lovecraft.
Mi sembra implicito nel termine: lovecraftiano, di Lovecraft, appartenente allo scrittore. 
Il problema sta nella delimitazione di cosa si dovrebbe considerare “lovecraftiano” e cosa invece costituisce patrimonio comune dell'horror. 
Ad esempio un racconto dove il protagonista viene assalito dai topi, non è un racconto lovecraftiano, nonostante la gemellanza con “I ratti nei muri”. Cifra distintiva di quella storia non erano solo i topi, ma la discendenza genealogica, la maledizione genetica perpetuata di generazione in generazione, la discesa nella follia... troviamo ovunque storie horror con ratti assassini, non sono certo un elemento lovecraftiano. 
Allo stesso modo, i portali extra dimensionali sono esistiti dagli albori della letteratura popolare, dalle dime novels, dal pulp, dalla fantascienza dozzinale. Il concept “entità aliena proveniente da un'altra dimensione” non è certo propriamente lovecraftiana. Tuttavia, se quell'esistenza aliena con il suo stesso esistere pone in negazione la Terra e tutto ciò che definiamo “realtà”, o in altre parole, se quell'entità smentisce lo stesso concetto di “esistere”, come il costrutto verbale associato a questo termine, come la stessa possibilità di formulare un pensiero... forse ci stiamo avvicinando a qualcosa che si potrebbe definire lovecraftiano, nel senso che sprigiona un autentico terrore esistenziale.
Clive Barker, uomo acculturato, avrà senza dubbio letto HP Lovecraft; è tuttavia dubbio che gli si sia mai ispirato. La filosofia di fondo delle sue opere, tanto fantasy quanto horror, non sono lovecraftiane. I cenobiti vengono spesso definiti lovecraftiani e nelle opere ispirate all'autore, all'aggettivo del primo si affianca il secondo: “The Void” sarebbe lovecraftiano e barkeriano. 
Un errore di analisi piuttosto grave, anche se sono il primo a farlo, si veda ad esempio la mia recensione di Infernalia del 2014. I cenobiti, sì, provengono da un'altra dimensione. Innegabile. Tuttavia rimangono differenti alla realtà che li circonda; meri esecutori dell'inconscia volontà di sofferenza dello sventurato che ha aperto la scatola. I cenobiti non sottintendono inoltre alcuna visione del mondo lovecraftiana: non tendono a un'apocalisse, non sono agenti di un caos inconsapevole, sono minacce individuali, come tali ristrette alla psiche del protagonista. Qualsiasi sia il racconto di Barker, il cosmicismo proprio di Lovecraft è sempre assente. Il regista di Hellraiser ha poco a che fare con le mostruosità aliene e con il weird del Solitario di Providence. Siamo su tutt'altro livello, tutt'altro piano dimensionale. Come ho già scritto altre volte, Barker è un autore profondamente romantico. E' un autore impegnato nella rivisitazione delle mitologie e dei classici del gotico, affiancando in tal senso negli stessi anni (1990) un autore fantasy quale Neil Gaiman. Mentre Lovecraft discende di periodo in periodo nei barocchismi della mente, in lunghe e affascinanti confessioni su carta, Clive Barker è un autore visivo. Tratteggia panorami, descrive stupefazioni, inneggia alla potenza immaginativa di affreschi, di quadri, di disegni, di graffiti. C'è un elemento della filosofia estetica in Barker, anche nei suoi goffi tentativi accademici di difendere l'immaginazione e il potere dell'arte. Lovecraft nutriva un altrettanto maniacale attenzione all'arte e le accuse di vaghezza e incomprensibilità ai suoi racconti vengono contraddette dalla cura che dimostra nella descrizione anatomica e architettonica (in effetti Lovecraft alcune volte descrive gli edifici con l'empatia di un essere umano e gli esseri umani con l'empatia di un edificio).
Lasciando da parte Hellraiser e prendendo in considerazione i “Libri di Sangue”, Clive Barker adopera inoltre una vasta gamma di citazioni bibliche e religiose, oltre che un apparato demonologico, cabalistico e angeologico che sebbene mai preso sul serio sarebbe impensabile per HP Lovecraft.

Figlio di celluloide

La storia di un evaso dal carcere, Barberio, che si rifugia in un vecchio cinema abbandonato e muore alcune ore dopo per un pallottola nella gamba. A sua insaputa, Barberio nutriva da tempo un tumore, che esce dal suo corpo e si fonde con lo schermo del cinema. Si tratta di una sorta di alieno, un bau bau che si nutre delle emozioni degli spettatori ed è in grado di attirarli mutando la propria forma nelle sembianze dei divi dei film. 
E', per l'appunto, un “Figlio di celluloide”.

Gli autori degli anni '70 e '80, tanto nella narrativa (Stephen King) quanto al cinema (Spielberg), hanno sempre nutrito una malsana affezione per gli anni '50, rivissuti nell'idealizzazione propria della cultura americana dell'immediato secondo dopoguerra.
Gli autori horror pagano sempre, a modo loro, un omaggio al cinema bianco&nero e alla filmologia della Hammer, che nel bene e nel male, li aveva introdotti al genere. 
Clive Barker, con “Figlio di celluloide”, omaggia e nel contempo dissacra: se l'affetto verso la cinematografia di quegli anni trapela dalle pagine, nel contempo lo svolgimento della storia e la stessa natura del “mostro” impediscono di abbandonarsi alle lacrime “del bel tempo che fu”.

Come altre storie di questa raccolta, “Figlio di celluloide” soffre di continue intermissioni dell'autore, nelle forme di giudizi ironici, digressioni e continui “raccontati”. La storia in sé funziona, ma l'idea alla base viene sfruttata solo a metà, anche se conserva alcune scene d'impressionante impatto, specie quando il tumore/alieno assume le forme degli attori, da John Wayne a Marilyn Monroe. Ovviamente, come con il “Canyon delle Ombre”, “Figlio di celluloide” è una fortissima critica all'industria cinematografica, un tema quanto mai attuale: la popolarità, i divi, i producers alla Weinstein sono, letteralmente in questo caso, tumori della società.

Testacruda Rex

Zelo è un pacifico villaggio a sud est di Londra, una meta prediletta di turisti e uomini di città ansiosi di trasferirsi nella calma della natura. Gli abitanti, chiamati zeloti, sono campagnoli di origine celtica abituati al passaggio di ogni genere d'invasione, dai romani, ai normanni, agli odierni “nuovi barbari (…) armati di buone maniere e denaro contante”.
La calma del paesino va incontro a una dura prova quando uno dei contadini svelle una lapide preistorica, liberando così una creatura umanoide che vi era stata sepolta e maledetta. Una creatura pagana, simboleggiante la morte e il principio maschile, dall'aspetto di un troll e voracemente affamata di carne umana. Si dia inizio al bodycount...


“Testacruda Rex” è una storia con due anime contrapposte, che raramente al di fuori dell'universo di Barker riuscirebbero a coesistere: da un lato uno slasher che si stenta a definire “storia”, tanto le diverse scene di uccisioni sono scollegate tra loro; dall'altro sulle stesse scene di uccisioni Barker ricama una ragnatela di simbolismi, di mitologie, di giochi e riferimenti ironici.
Testacruda, ad esempio, è chiaramente un mostro pagano, abituato a regnare sugli umani e a pasteggiare con bambini cristiani nel folto della foresta. Tuttavia la soluzione per sconfiggerlo, che si annuncia “nascosta” nella chiesa, è una venere preistorica, dunque un altro oggetto pagano, simbolo di quel principio femminile verso il quale Testacruda è l'esatta antitesi (a sua volta Barker ironeggia sull'intera faccenda, senza prendersi sul serio).

Purtroppo tutto ciò non impedisce a Barker di scivolare dentro tanti errori da principiante, dallo stile di scrittura piuttosto rozzo, facile al turpiloquio sgraziato, alle intermissioni del narratore onnisciente e i continui cambi di protagonista e prospettiva. Se siete appassionati di vhs, horror anni '80 e adattamenti improbabili, recuperate il film di culto che spinse un disperato Barker a darsi alla carriera cinematografica proprio per evitare futuri scempi del genere.

Confessioni di un sudario (di pornografo)

Ronnie Glass è un contabile piccolo piccolo, che ha sempre desiderato trascorrere una vita tranquilla e rispettabile. Nel tentativo di arrotondare il suo magro salario, accetta di svolgere delle pratiche burocratiche per degli “amici”, che si svelano essere malavitosi e trafficanti di materiale pornografico. Quando Ronnie scopre che sta conteggiando i guadagni d'un giro illegale si rifiuta di continuare, viene minacciato, pestato e infine denunciato alle autorità come l'unico responsabile e pubblicizzato sui giornali come il “pornografo”. L'uomo si vendica uccidendo due dei tre mafiosi che l'avevano incastrato, prima di venire catturato, torturato e ucciso. Al momento dell'autopsia, tuttavia, l'ancora infuriato Ronnie “anima” il sudario e come un moderno fantasma si dirige verso i suoi uccisori...

Solitamente le rivisitazioni dei classici di Barker non sono tra i suoi lavori migliori, perchè ostacolati dalla struttura originaria, che si può rovesciare e sovvertire, ma con un preciso limite di fondo. Se scrivi di Dracula, devi scrivere di un vampiro dalla Transilvania. E' implicito nel tema. Il rovescio della medaglia è l'apprezzamento di tanti lettori, che si ritrovano altrimenti spaesati dal surrealismo e dalle descrizioni schizoidi di tanta produzione barkeriana.
Rivisitare vecchi stereotipi conforta il lettore.

“Sudario” compie un'operazione simile, ma alla rovescia. Invece di presentare lo stereotipo e rovesciarlo da cima a fondo, presenta una situazione originale e la rovescia fino a farla ridiventare un vecchissimo cliché. Ronnie al momento della morte rimane cosciente e la sua anima fuoriesce in cerca di vendetta dal suo corpo materiale, fondendosi con il sudario della sala delle autopsie. La mente di Ronnie anima il sudario, che diventa il suo “corpo”: può dargli forma, consistenza, addirittura con sforzo (sovr)umano modellarlo nelle fattezze di un volto con occhi, bocca... un volto umano, anche se dal bianco pallore proprio di un lenzuolo.
Riuscite a riconoscere lo stereotipo... è il fantasma! Il cliché più vecchio, più tradizionale, il primo fantasma che tutti da bambino impariamo a camuffare: un lenzuolo (il sudario) sul corpo, con due fori a mo' di occhi e le braccia che agitano i lembi per spaventare il fratello o la povera nonna o l'animale domestico, ecc ecc

Come con “Testacruda Rex” lo stile di scrittura risulta altalenante e lo stesso svolgimento della storia andava accorciato, specie nel confronto finale con il boss mafioso.

Clive Barker nel 1986
Capri espiatori

Quattro turisti su una barca a vela, destinazione: sole e divertimento. La realtà cruda di un viaggio in mare senza meta e senza preparazione: tensione, litigi, incidenti, chiglia intrappolata sullo scoglio di un'isoletta dimenticata dagli dei, nient'altro che sassi e spazzatura. La situazione sembrerebbe già fosca, tra la radio rotta e una nebbia persistente, quando i protagonisti scoprono la locazione: quella non è un'isola ma un cimitero...

Storiella sulla falsariga di tanta produzione di Stephen King.
Gruppo più o meno odioso di giovani protagonisti entra in contatto con una situazione soprannaturale che si rivela mortale e muoiono tutti, nessuno escluso. La sola differenza è il livello di splatter e violenza, così come una sincera inquietudine trasmessa dalle prime pagine, quando i turisti vagano sull'isola inconsapevoli di trovarsi sui resti di una gigantesca necropoli.
"Sarebbe un cimitero?" chiese Angela. "Che tipo di cimitero?"
"Morti di guerra," rispose Ray.
"Vuoi dire un cimitero di vichinghi o qualcosa del genere?"
"Prima guerra mondiale, seconda guerra mondiale, soldati di navi da trasporto silurate, marinai portati fin qui dalla Corrente del Golfo. Sembra che ci sia un gioco di correnti per cui i morti vengono abbandonati dalla risacca sulle spiagge delle isole qui intorno.""Abbandonati dalla risacca?" ripetè Angela perplessa.
"Così c'è scritto."
"Ma ormai non succederà più."
"Io credo che di tanto in tanto ci arrivi ancora qualche pescatore sfortunato," rispose Ray.

Il racconto è molto più coeso delle storie precedenti e la prima persona adottata tiene col fiato sospeso il lettore, ma gli manca quella scintilla di follia e/o genialità che contraddistingueva il resto dell'antologia.

Spoglie umane

Gavin è un giovane gigolò a Londra, che si guadagna da vivere alla giornata.
Raffinato, a suo agio nel sottobosco criminale della metropoli, Gavin è tuttavia preoccupato dall'avanzare delle rughe, fin troppo consapevole di non avere altro da offrire una volta trascorso il fiore della gioventù. Mentre spera di conquistare il cuore di una ricca ereditiera Gavin viene invitato da uno dei suoi clienti, un amante dell'archeologia. Tra i suoi reperti l'uomo conserva una statua dell'era romana, dalla fattezze facciali stranamente simili al volto di Gavin...

“Spoglie umane” è la perla dell'antologia, last but not least, il racconto da solo meritevole dell'antologia. Come con “Sudario”, anche con “Spoglie umane” Barker introduce un elemento soprannaturale che appare “diverso” dalla norma a cui siamo abituati, salvo in seguito ri-trasformarlo nell'ennesimo stereotipo che tutti amiamo: in questo caso le bambole.

Gavin è chiaramente un personaggio parzialmente autobiografico, se se considerano i trascorsi di Barker negli anni '80, quando le vendite dei primi libri e del lavoro teatrale non riuscivano a supportarlo e si ritrovava spesso a lavorare nel settore della prostituzione.

La filosofia di fondo tanto dello Splatterpunk quanto dello stesso Barker predicava inoltre di scegliere protagonisti e comprimari dai margini della società: un requisito ancora una volta soddisfatto dalla figura di Gavin. Barker inoltre non ama i personaggi troppo idealizzati: Gavin è vanitoso, a tratti violento, con una pericolosa dose di egoismo.

La statua che Gavin scopre a mollo nella vasca da bagno di un suo cliente è una statua romana trafugata illegalmente da uno scavo archeologico. La pericolosa somiglianza tra Gavin e la statua trova una sua altrettanto pericolosa coincidenza i giorni che seguono, quando Gavin scopre di avere un doppelganger. Un suo doppio gira per le strade di Londra, ammazzando e mutilando i suoi clienti. Si tratta della statua stessa, in realtà una creatura magica che scolpisce il suo corpo di marmo nelle perfette sembianze di chi ha scelto di “sostituire”: giorno dopo giorno si modella nelle forme dell'originale umano. E' inoltre possibile accelerare il processo con bagni di sangue umano.

L'idea della statua rimanda a bambole e manichini – da sempre un elemento dell'horror – mentre la sostituzione del sé mediante una “copia” rimanda a un classico degli anni '50 come L'invasione degli ultracorpi. E ovviamente c'è qualcosa di Dorian Gray, a partire dal narcisismo di Gavin.
  

lunedì 12 febbraio 2018

Ectoplasm, di Clive Barker: surrealismo e body horror


“L'uomo illustrato” di Ray Bradbury è un'antologia di racconti che presenta come voce narrante un uomo completamente tatuato, capace all'occorrenza di animare i propri disegni col fine di raccontare una storia. I singoli racconti corrispondono ai diversi tatuaggi dell'uomo, che “illustra” così la raccolta. 
La serie dei Libri di Sangue, di Clive Barker, esibisce una versione horror di quest'artificio di Bradbury: nel primo racconto dell'antologia, Infernalia, la storia è letteralmente narrata sulla pelle del protagonista, dando così vita alla sigla introduttiva della serie, “Siamo tutti libri di sangue/in qualunque punto ci aprano/siamo rossi”.

In occasione dell'uscita a marzo del seguito di Hellraiser e della contemporanea uscita adesso a febbraio di Hellraiser: Judgement, ho pensato d'iniziare una rilettura dei Libri di Sangue di Barker, da concludersi tra tre settimane o giù di lì in coincidenza con la versione italiana della Independent Legions. La serie dei Libri di Sangue si compone di sei antologie di racconti con le quali Barker esordì nella seconda metà degli anni '80. Si tratta di un corpus unico di storie, che per quanto diverse, appaiono firmate dall'identica sensibilità splatterpunk, controcorrente e fortemente ironica. Si trattava già di un successo lusinghiero che Barker riuscisse a pubblicare e guadagnare negli anni dove più dominava nell'horror il formato del romanzo lungo di King, ma lascia a distanza di decenni stupefatti constatare quante e quali idee Barker avesse inserito in così poche pagine. Come lettore e blogger, devo ammettere che preferirei un ritorno di un formato del genere, adatto all'ebook, piuttosto della fase kinghiana della seconda metà degli anni '90, quando Barker vergava imponenti colossi indigeribili come “Galilee” e “Il Canyon delle ombre”. Costituiscono per un fan opere imperdibili e ancora un volta dalle idee originali, ma rimane innegabile una terribile dispersività di scene e personaggi nel mare magnum di capitoli su capitoli di eventi quotidiani.
Avevo già in precedenza recensito il primo libro, Infernalia, e anche se non sopporto lo stile con il quale scrivevo all'epoca, rimango d'accordo col giudizio: una buona raccolta e un buon esordio. Col senno di poi rivaluterei quel gioiellino di potenza visiva strafottente che è l'ultimo racconto, “In collina, le città”, oltre all'incipit alla Bradbury, “Il libro di sangue”, per l'appunto.
In Italia Clive Barker è famigerato per la discontinuità delle traduzioni e i prezzi su Ebay lievitano a numeri da capogiro. Il mio consiglio è come sempre di rovistare nei mercati dell'usato “reali”, dove il venditore, specie se anziano, si limita a considerare i romanzi di Barker come tascabili di scarso, se non nullo valore. Il disprezzo per il genere horror gioca a vantaggio del lettore, perchè automaticamente deprezza il valore del testo. Le edizioni più diffuse sono quelle Sonzogno, risalenti alla ristampa del '2000, ma trovate anche numerose e valide scans online, Scribd compreso.
Infernalia ed Ectoplasm sono in seguito stati ristampati e sono ancora disponibili dalla Castelvecchi editore, con gli arbitrari titoli “Le stelle della morte” e “La sfida dell'inferno”.
Il recupero e il successo delle uscite inedite della Independent Legions mi lascia tuttavia fiducioso che Barker possa finalmente venire recuperato. Nel frattempo, è doveroso supportare ogni sforzo italiano in questa direzione.

venerdì 9 febbraio 2018

Altered Carbon: segreti e citazioni della serie tv


Fan Art di Hidrico Rubens
La serie di Takeshi Kovacs, di Richard K. Morgan, è una trilogia di libri cyberpunk che smentisce lo snobismo e il rimprovero d'eccessiva letterarietà del genere. 
William Gibson è stato spesso accusato di scrivere con uno stile incomprensibile, Bruce Sterling si diletta con barocchismi; il tutto non fa che evidenziare la povertà stilistica della fantascienza, dove il riferimento e l'esplicita ripresa di un canone “alto” allontana il lettore di genere, mentre la struttura fantascientifica allontana il lettore mainstream.

Richard K. Morgan, in tal senso, si pone dentro un'altra tradizione, ovvero quella del pulp.
I suoi libri sono una formidabile macchina narrativa dove il motore è un action muscolare, la benzina un ritmo forsennato, la carrozzeria descrizioni attente e feticistiche, mentre infine a trattenere questo bolide della velocità cyberpunk ci pensa un guardrail tanto noir quanto di fantascienza hard. 
In altre parole Richard K. Morgan è un autore che sfrutta il cyberpunk per spingere il pulp verso una terra incognita di estremi raramente toccata da qualsiasi categoria.
Come ho scritto in altre occasioni, se c'è una narrativa sotto steroidi, è questa. Il cuore letterario batte debole, rischia più di una volta un infarto, ma i muscoli del genere brillano alla luce del neon.

lunedì 5 febbraio 2018

Il virtuoso della realtà virtuale


E' usuale pensare per chi non ha mai usato il mercato dell'usato, che si trovino occasioni e offerte al di là di ogni realistica previsione. Libri antichi gettati nella spazzatura. Grimori antichi smarriti sugli scaffali a un euro. Lampade magiche. Tappeti volanti. Venditori onesti.
Ora, non ho idea sul mercato dell'oggettistica. 
Sono solo un povero blogger che dalle superiori all'università passa molto del suo tempo nelle rigatterie alla ricerca di libri interessanti. So ad esempio che gli abiti, ammesso e non concesso che siano convenienti, risultano spesso impraticabili, perché sempre troppo piccoli, troppo stretti, troppo angusti. Avevo un collega che amava indossare vestiti degli anni '50 e pur essendo di corporatura, altezza e peso nella media, falliva nell'indossare più della metà degli abiti che trovava. Dal 1950 in giù, l'essere umano era uno gnomo, un nano macilento. Basti guardare le foto dei soldati inglesi nella seconda guerra mondiale: una vasta parata di tisici, di facce esangui, di dita scheletriche, di mustacchi spelacchiati. I corpi cambiano a seconda dei decenni, è un dato da considerare con attenzione tanto nello studio quanto nella ricostruzione di film e romanzi. 
E i libri. Oh, i libri. La quantità di libri in arrivo nelle rigatterie supera di gran lunga qualsiasi livello di assorbimento del lettore più inveterato. Migliaia su migliaia di tascabili. Colonne di Harmony. Scaffali su scaffali accatastati di manuali di medicina degli anni '60, di politologia sovietica degli anni '70/'80 e di gossip e tormentoni politici del secondo dopoguerra di scarso interesse allora e di nessuno oggigiorno. Testi già vecchi in partenza, buoni solo l'innesco del focolare.
Si trovano ovviamente gemme e curiosità rare, sfuggite all'aumento di prezzo del rigattiere, mimetizzati nell'intersezione tra il romanzo americano “più venduto negli ultimi dieci anni” e ora dimenticato e l'ennesima auto produzione italiana tutta vanagloria e niente sostanza. Ho acquistato saggi di storia a un euro altrimenti fuori produzione e disponibili solo in biblioteca, così come ho trovato a poco meno di tre euro “Il Corvo” nella prima traduzione italiana di fine anni '90. Sono certo buoni affari, ma solo perchè si è personalmente interessati; non si tratta di un'oggettiva qualità rivendibile.

lunedì 29 gennaio 2018

"Ipnagogica", di Christian Sartirana: tra weird e horror sonnambulo


In seguito al boom della narrativa horror tra gli anni '70 e '80 e al successivo crash negli anni '90, gli anni '2000 hanno registrato un alternarsi periodico di mode, tutte più o meno intense e tutte più o meno positive nella ripresa e la rielaborazione di tradizionali figure dell'orrore.

“Twilight” ha concesso quella popolarità alla figura del vampiro tale da garantire vendite e spazio anche a libri e film di nicchia, altrimenti impossibili da piazzare sul mercato.
“The Walking Dead” ha garantito quel rilancio dello zombie che a fine anni '90 si riteneva impossibile, mummificato nell'imprevedibile successo della trilogia romeriana a inizio anni '80.
Nonostante i fan dell'horror amino sempre lamentarsi di quanto male vadano le cose, è un buon periodo per l'horror. C'è stata meno di una pausa dagli anni '2000 e siano i non-morti o i dracula dai canini appuntiti, è sempre un periodo rosso. Produzioni alte e basse, erudite e caciarone, saggistica e youtuber... al di fuori dell'Italia l'horror vive felice.
La domanda ovviamente che ci si continua a porre, dal successo della serie della Meyer in poi, è la seguente: cosa succederà “dopo”?
Quale sarà la nuova fissazione – architettata a tavolino o meno – dei mercati librai e delle sale cinematografiche?

venerdì 19 gennaio 2018

Perché leggere fantasy? L'opinione di uno scettico.


Qualche giorno fa da una condivisione sui social di Fra Moretta ho letto una recensione inglese piuttosto aguzza dell'ultima antologia collettiva di George RR Martin, “The Book of Swords”. L'autore criticava come molti dei fantasy attuali siano disinteressati all'azione e preferiscano inserire elementi contemporanei su cui discutere dentro setting fantastici. 
E' una critica che ho preso a cuore, perchè la riconosco come autentica; con gli autori stranieri ormai lo scrittore sembra francamente disinteressato a quanto scrive: non vuole tanto narrare, quanto argomentare. Questo è più che legittimo quando svolto con intelligenza, ma nello spazio della storia breve e dentro una cassa di risonanza che tende ad avvalorare sempre le stesse idee, sfocia rapidamente nello stereotipo.
Come alternativa agli scrittori di punta, il recensore della Castalia House menzionava una serie di autori che nel campo della Sword&Sorcery sembravano promettenti, prima di venire eclissati vent'anni fa dallo juggernaut low fantasy di George RR Martin.
Tra questi, ha catturato la mia attenzione il nome di Richard Scott Bakker, che ho ricordato decenni fa doveva essere tradotto dalla Gargoyle con il primo volume della sua saga, “In principio furono le tenebre”. Sulla pagina wiki era linkato tra le fonti un suo saggio del 2006, “The Skeptical Fantasist: In Defense of an Oxymoron”, sulla rivista “Eliotrope”.

mercoledì 17 gennaio 2018

Il fantasy muto e senza nome di Peter Newman: "The Vagrant"


Un viandante, un neonato e una capra attraversano un mondo post apocalittico infestato dai demoni alla ricerca dell'ultima oasi di salvezza e civiltà: la “Shining City”, nel profondo nord.

Il mondo di Peter Newman è un deprimente pianeta grigio e sterile, formato da nudi ammassi di roccia chiamati “montagne”, distese cenerognole un tempo chiamate “pianure” e giungle urbane di edifici abbandonati un tempo chiamate “città”. Scheletri tecnologici di automobili, ferrovie e strutture di cui da tempo si è smarrita la funzione fanno intuire al lettore una precedente civiltà evoluta e sofisticata, caduta da tempo nel dimenticatoio della storia.
La menzione di un sole spezzato a metà, i nomi e le denominazioni astruse e la geografia fantasy allontanano il pericolo dell'ennesimo post apocalittico ambientato sulla Terra, a favore invece di un fantasy vero e proprio, grimdark all'ennesima potenza.

Le ultime vestigia di civiltà umana in “The Vagrant” risalgono all'impero dei “Seven”: sette divinità simboleggianti l'Ordine contro il Caos, alla guida di una civiltà feudale la cui élite sono i “Seraph Knights”. Un ordine cavalleresco, a metà tra feudatari e paladini, dalle spade magiche (tecnologiche?) che sanno “cantare” come la Durlindana di Orlando. Il cavaliere Seraph è addestrato a intonare la propria anima alla spada, con effetti devastanti sul nemico. Dal romanzo non appare mai completamente chiaro se l'accordo “musicale” tra spada e possessore sia il risultato di un'antica tecnologia o sia un elemento propriamente fantastico. I “Seraph Knights” costituivano la punta di diamante dell'esercito dei Sette, ma nel romanzo sono ormai scomparsi da tempo, tranne che per il “vagabondo”, the vagrant, che continua il suo pellegrinaggio in un mondo devastato.

lunedì 8 gennaio 2018

“Cuoio Nero”: la poesia splatterpunk di David J. Schow


Quando si verifica un grande successo e un genere – in questo caso letterario – diventa popolare, è naturale che gli editori ricerchino immediatamente il suo successore. 
The next big thing.
Cosa ci sarà dopo?
Cosa avverrà dopo che quello scrittore, quella serie di libri risulterà esaurita?
I meno intraprendenti vanno alla ricerca d'imitazioni scadenti, mentre gli agenti più furbi cercano di creare un nuovo mito, un nuovo trend.
In seguito al revival tolkeniano degli inizi '2000, gli idioti sono andati alla ricerca di cineserie alla Terry Brooks, mentre gli intelligenti hanno iniziato a tenere d'occhio una serie di libri che sembrava macinare successo per suo conto: The Game of Thrones di George RR Martin, ovviamente.
Allo stesso modo, a fine anni '80, gli editori erano alla ricerca di un erede al re dell'orrore, sua maestà King e il movimento Splatterpunk, come gemello bastardo dello Cyberpunk, sembrava prestarsi allo scopo. 
L'idea ha funzionato a metà. Gli editori sono andati incontro a una gamma di scrittori che voleva portare l'etica -punk nell'horror e in questo modo si sono prodotte storie e racconti veramente interessanti, lontani da quanto pubblicato in precedenza. Tra questi ironicamente si considerava uno splatterpunker anche George RR Martin con “Meathouse Man” (1976) ripubblicato nel 1990 nell'antologia “Splattepunks: Extreme Horror”.

lunedì 1 gennaio 2018

Gli italiani non leggono (e fanno bene)


La settimana scorsa l'Istat ha rilasciato il suo rapporto sul 2016, “Produzione e lettura di libri in Italia”, dove analizza acquisti e abitudini di lettura del popolo italiano. 
I siti di news hanno sintetizzato le notizie e dal web il dibattito è passato ai “commentatori”, ovvero siti indipendenti, blog e socialOvviamente, si sono spalancate le cateratte del cielo.

Forza italiani, non facciamo le capre!
Tutto colpa degli analfabeti funzionali!
Noi lettori forti siamo una minoranza!
In compenso guardano Il Grande Fratello!
La lettura è sacra! Io conservo ancora il primo libro che mi hanno regalato!
Tutto colpa della pirateria!
Ma perchè leggono gli ebook! E' così bello leggere su carta!

C'mon.
Quando andavo alle scuole elementari, a fine anni '90, sentivo gli stessi, piagnucolosi lamenti dalle maestre. Quando andavo alle scuole medie e consumavo una media di due romanzi alla settimana, i giornali impazzivano sulla scomparsa della lettura, la chiusura delle librerie e la minaccia dei videogiochi. Alle superiori, sul web e sui giornali non ne parliamo: diluvio d'analfabetismo, apocalisse letteraria, la scomparsa del romanzo come forma d'intrattenimento.
All'università, in area umanistica, ogni studente(ssa) è convinta d'essere un guerriero in trincea, pronto a combattere per il diritto di leggere quanti più libri possibili.