venerdì 15 dicembre 2017

Arabrab di Anubi: nell'Egitto decadente e brutale di Alessandro Forlani


Arabrab era solo un'adolescente quando fu prescelta per diventare un'assassina al servizio del Dio dei Morti, Anubi: una macchina da guerra immortale fanaticamente devota alla causa dell'Egitto dei Faraoni.
Lo scenario è un Mediterraneo temprato nella tarda Età del Bronzo: un mondo tanto esotico quanto decadente, popolato da civiltà sanguinarie e mostri lovecraftiani. 
«Ci affidiamo alla politica, ma affondiamo nelle tenebre: viviamo un'epoca di arti magiche e abominevole stregoneria. Nessuno si oppone al male. Dovrai combattere l'oscurità. Non ti dissi che le mie trame non guardano a questa terra, ma che servo il mio paese? Sarai la spada dei nostri dei, la mia nera giustizia»
L'immaginazione del mainstream è così povera di vedute, così mentalmente ristretta.
Si consideri il nuovo Assassin's Creed Origins, ambientato in Egitto. Dalle recensioni dei videogiocatori, il nuovo capitolo della saga è una valida aggiunta, che ha tratto proficuo insegnamento dagli errori passati. 
Non l'ho giocato, non posso giudicare: sembra tuttavia interessante.
Eppure... quante occasioni sprecate.
Il protagonista è l'ennesimo banale assassino e la mappa, così come la vasta gamma di quest e sub quest si limita a una rilettura superficiale: contemporaneamente si evita di approfondire il contenuto storico dell'ambientazione e si evita di sfruttare l'immenso pantheon religioso egizio.
Nessun elemento fantasy in senso stretto, ma nel contempo neppure un approfondimento storico degno di questo nome. L'effetto complessivo, caratteristico della serie, è di quel genere di ricostruzione storica propria di un documentario del National Geographic, di un canale di Rai Storia, di Focus e delle riviste patinate dal dentista.
Ovviamente, si sa: è quello che desidera un pubblico mainstream. Divulgazione di bassa lega, spazzatura diluita fino a renderla insapore. I videogiochi, in tal senso, mantengono un livello di approfondimento migliore di tanta produzione televisiva. Meglio giocare a Total War che sottoporsi a lobotomia frontale con l'ennesimo catalogo di banalità e filmati stilizzati.
E tuttavia... quale spreco, quale perdita.
Quante opportunità di storie e gameplay accantonate nel rifiuto di studiare a fondo la storia o dall'altro, di studiare a fondo la mitologia e la letteratura classica. I Youtuber e gli auto-definiti storici che si definiscono “esperti” perchè hanno giocato a Total War e letto qualche voce di Wikipedia non si rendono ad esempio conto di quanto siano “prigionieri” dell'impostazione videoludica di battaglie e conquiste. Ad esempio, sono convinto che fino all'età moderna (1500) o addirittura fino alle soglie della Rivoluzione Industriale, il controllo delle vie fluviali risultasse di gran lunga più importante di qualsiasi possedimento terriero. Se consideriamo fino all'avvento delle strade ferrate e delle ferrovie i fiumi come la più veloce via di comunicazione, ci si rende conto di quanto fossero snodi strategici fondamentali. In nessun videogioco e se per questo in nessuna trasmissione, documentario o testo divulgativo questo genere di osservazioni gioca alcun ruolo.


Al confronto con Assassin's Creed, Arabrab di Anubi è un'oasi nel deserto della banalità.
La protagonista è un'assassina, ma è devota ad Anubi: è una sorta di incrocio tra un sicario, un cacciatore di tesori, un guardiano del tempio e un cacciatore di mostri. Ma vi sono anche elementi tradizionali dell'eroe che si limita a girovagare a casaccio, uccidendo il drago e salvando donne indifese. E vi sono elementi “magici”: l'uso dei salmi, l'immortalità nel corpo di una fanciulla adolescente, la forza prodigiosa. Arabrab è un personaggio originale, una protagonista convincente: sebbene non sia un personaggio introspettivo, rimane un'eroina costruita a tutto tondo.
Il modo migliore per descriverla è forse come l'incrocio tra una monaca guerriera e un cacciatore di mostri (Geralt di Sapkowski docet...).
Da un lato, Arabrab è una devota di Anubi, il Dio dei Morti.
Si tratta di una donna consacrata a una divinità, nella quale crede fervidamente.
Si tratta di un personaggio convinto nella causa del suo paese, l'Egitto e altrettanto convinto del suo dio, Anubi. E' l'equivalente pagano di un crociato degli ordini dei monaci combattenti.
Dall'altro, Arabrab in seguito alla scelta di votarsi ad Anubi perde la sua umanità.
E' immortale, allenata a combattere e a usare le arti magiche. Gli ordini della confraternita di Anubi e la sua stessa volontà avventuriera la spediscono a soccorrere non solo gli egiziani, quanto tutti coloro che desiderano un aiuto. Lungi dall'essere solamente una spadaccina, Arabrab è anche un'esperta di arti oscure, un'abile linguista e una donna acculturata. Ancora una volta l'esempio di Geralt torna alla mente: abile con la spada, con qualche abilità magica e ammazza-mostri. E nel contempo, mostro essa stessa: più volte la donna riflette sulla sua vita e sulla sua innocenza perdute irrimediabilmente.
Se si vuole calcare la mano, mentre ¾ dei personaggi fantasy sono maschi occidentali, ritroviamo in questo caso una protagonista femminile dal Medio Oriente, totalmente disinteressata a ogni romanticheria. Con l'importante differenza che in questo caso Arabrab è bene contestualizzata, motivata nella narrazione: non si tratta di aver scelto una protagonista donna solo perchè donna.
Il principale difetto del personaggio è nell'utilizzo disinvolto della magia, che prende in questo caso il nome di “Salmi”: troppe volte nel corso dei racconti l'autore sembra utilizzare l'incantesimo come un deus ex machina (Anubi ex machina?) per salvare la protagonista.
C'è anche un problema di corporatura, dovuto all'essere ragazza: per quanto muscolosa, per quanto abile nelle armi resta una ragazzina. Nell'insieme l'agilità e uso dell'arco rendono i combattimenti convincenti, con qualche esagerazione qui e lì.


La prima volta che incontrai Howard, nella forma di un volume della Fantacollana, rimasi sorpreso dalla mescolanza di storia e fantasy: Conan si muoveva dentro una Pre(i)Storia caratterizzata da popoli e culture diverse dalla nostra, eppure stranamente similari.
C'è una notevole differenza tra Tolkien e Howard: nel primo caso la costruzione del mondo immaginario è strettamente linguistica e mitopoietica; nel secondo, il mondo è il risultato di un incrocio caotico di popoli e culture che si scontrano e combattono, dove a ogni ciclo di rinascita corrisponde la discesa di un popolo barbaro, il cui vigore permette di rinnovare una civiltà corrotta e malata.
Al di là dell'ovvio conflitto Individuo vs Società (o nel caso in questione, Individuo vs Civiltà) traspare dai racconti di Conan la convinzione scientifica del primo dopoguerra di un universo di popoli e sangue continuamente in guerra, dove anche il più grande impero, la più grande civiltà facilmente cade e collassa. In altre parole, con Tolkien la spiegazione appare filologica, con Howard appartiene all'ambito biologico ed evoluzionistico.
Come hanno osservato alcuni lettori di Conan, nel 1920/30 non siamo ancora così lontani da Darwin e dall'Origine della Specie. Non è un caso quante scimmie, neanderthaliani e barbari a diversi stadi evolutivi compaiano nei racconti di Howard, quasi a mostrare visivamente un percorso evolutivo.
Sono il primo a criticare i collegamenti storici e biografici, ma non è difficile vedere in questo la disintegrazione di ogni civiltà seguita alla recessione – economica e mentale – del 1929. La ricostruzione arbitraria delle ristampe degli anni '80 tradisce l'intento originale delle storie di Conan, che sono da leggersi come memorie casuali, frammenti di testimonianze di un barbaro divenuto re. L'universo di Howard è volutamente caotico e meccanicistico, un puro prodotto della disillusione post 1918 e post 1929, irrobustita dalle destabilizzanti scoperte scientifiche di quegli anni. Tutto ciò si traduce a sua volta nel personaggio stesso di Conan, simbolo di un uomo che s'identifica con la vita stessa, consapevole di muoversi dentro un'ambientazione priva di senso, dove la morte è solo morte e le divinità, se presenti, tacciono silenziose. Forse la migliore enunciazione di questa filosofia di vita è presente nel lungo monologo di Conan nella Regina della Costa nera.
Arabrab di Anubi in tal senso si pone a metà tra questi due diversi concetti di worldbuilding, attuando nel contempo una ricerca filologica e antropologica.
Il mondo di Arabrab ovviamente trova le sue fondamenta nella tarda Età del Bronzo, tra la Diciannovesima e la Ventesima Dinastia, collocabile tra il XIII e il XII secolo a. C. Il dominio dei Faraoni è ancora forte, ma l'Egitto è minacciato dai Popoli del Mare. In Grecia, il ricordo della Guerra di Troia impallidisce pian piano, mentre i sempre abili fenici navigano in tutto il mondo.
E nel contempo, non si tratta di una ricostruzione storica precisa, anzi: è un giocare con i secoli e con gli stereotipi, un continuo reinventare ammuffiti ricordi d'infanzia. Leggendo le avventure di Arabrab si avvertono quelle identiche sensazioni proprie dei racconti di Conan: qualcosa di storicamente familiare, eppure estraneo. Si colgono i riferimenti, le immagini salgono alla mente, ma sono diversamente colorate.
Forlani ovviamente coglie l'elemento linguistico dato dalla parola erudita fonte di per sé stessa di meraviglia: spesso nelle avventure di Arabrab (a sua volta un nome palindromo), i nomi dei popoli e delle tribù forniscono già una descrizione, trasformandosi in involontario esotismo.
Il nome proprio – geografico, dinastico, tribale – viene sfruttato con lo scopo di caratterizzare in fretta una cultura estranea, con la quale Arabrab entra in contatto. Questo ha il duplice scopo di evitare le descrizioni e nel contempo di rientrare nella forma breve del racconto senza sacrificarne la costruzione ambientale. In entrambi i casi la struttura di queste avventure forlaniane appare velocizzata, complici i dialoghi botta-e-risposta.
Questo primo elemento che potremmo definire tolkieniano, per l'enfasi sulla parola e sulla filologia, si mescola tuttavia irrimediabilmente con un elemento altrettanto howardiano.
Il mondo di Arabrab non è sotto teca, non è una rievocazione ideale: si tratta di un passato sanguinario e viscerale, dalle venature splatter. I combattimenti sono furiosi e brutali, senza risparmio di colpi, di ferite, di arti mozzati. Le battaglie divengono facilmente massacri e gli eroi sono coloro che massacrano più di tutti. Una tra le migliori storie dell'antologia presenta in Italia un incontro tra l'Enea dell'omonimo poema di Virgilio e Arabrab di Anubi. Il classico eroe viene presentato come un mostro bipolare: un eroe greco tanto magnifico quanto possente, che nel momento del combattimento impazza tra le linee nemiche come un macellaio folle. Sarebbe stato facile presentare un fantasy incolore su sfondo storico, come tanti romanzi oggigiorno ambientati nell'Italia rinascimentale, ma Forlani preferisce piuttosto un approccio disturbante, dove il mito viene realisticamente descritto come qualcosa di mostruoso, assolutamente alieno e inconcepibile.
Quando si tratta dell'inspiegabile che sfugge alle leggi della scienza, siamo nel campo lovecraftiano: entità innominabili e indescrivibili, tese alla distruzione non solo del mondo, quanto dell'universo stesso. Quando invece si tratta di mostri affrontabili in combattimento e/o riconducibili all'epica dell'Iliade e dell'Odissea, Forlani preferisce una spiegazione antropologica, propriamente howardiana: esperimenti di cerusici e scienziati ante litteram e sopratutto incroci incestuosi, linee di sangue corrotte e impure.


Il destino di un'assassina” introduce la nostra protagonista, ancora sedicenne: alla corte del Faraone, è un'avventura introduttiva funzionale alla storia, dove simbolicamente si consuma la rottura di Arabrab con il nucleo famigliare a favore della vita a servizio di Anubi.
Si ripresentano a questo proposito gli stessi effetti di distorsione temporale già presenti in Xpo Ferens, solo in questo caso declinati nella magia nera del maestro del Dio dei Morti:

Menetepre tornò dall'ombra, calciò ammirato gli infiniti cocci che cospargevano il pavimento con ingranaggi e rocchetti e corde; guardò ammirato le lame rotte che arrugginivano nella polvere.
«Uhm. Sei migliorata, in un anno di addestramento. Riguardo ad arco e spada non c'è nient'altro che devi apprendere.»
«... combatto appena da pochi istanti: non è possibile che sia trascorso...»
«Akhet, peret e shemu senza fermarti né prender fato; e clessidre innumerevoli di ininterrotto combattimento.»
«Stai mentendo!»
«L'ha fatto Yehoshua che fermò il sole, era un prete degli ebrei: non dovrei esserne in grado?»
«Devi spiegarmi quest'incantesimo!»
«Ti avevo detto di non pensarci: l'apprendistato non è finito.»

La progenie del labirinto” è una storia particolarmente efferata, dove il mostro per eccellenza, il Minotauro, viene moltiplicato e declinato in una chiave horrorifica e necrofila piuttosto azzeccata.
Le capacità di resurrezione egizia, la “nascita” del Minotauro e la bestialità di fondo del mito della maledetta Cnosso sono condensate in un'avventura quasi splatter.

Vimana” aggiunge alle storie precedenti un che' di retrofuturista nella proposta di una guerra artificiale, dove gli egizi, così come i popoli barbari e le altre pittoresche civiltà dell'universo di Forlani, sono balocchi di entità occulte, manovrati a combattere guerre inutili e meccanicistiche.
Le scene della battaglia campale sono descritte accuratamente, con chiarezza e occhio attento alla panoramica d'insieme:

«E' il momento», Nebunenef incoccò, «segnalate alla fanteria di ritirarsi e tenere l'argine: se i Siriani resistono, li accerchieremo e distruggeremo.»Tirò una freccia all'auriga barbaro che correva innanzi gli altri: lo abbattè fra ruote e zoccoli; carri rossi e carri bianchi si incrociarono saettando, Arii e Egizi ruzzolarono a morire nella polvere.
Arabrab si accucciò nell'abitacolo di legno e scampò allo scroscio fitto di dardi e boomerang e giavellotti, rialzò la testa quando le squadre si superarono malridotte e decimate dai proietti e dalle falci.
Un dio deve tacere” è uno dei miei racconti preferiti dell'intera antologia.
Come ne “La progenie del labirinto” parte con una tranquilla ripresa dei miti greci, salvo degenerare di eccesso in eccesso, ricordando nel finale il Re-Animator di Lovecraft.

Raramente uso il termine “appiccicoso” riferendomi a un'ambientazione, ma l'Etruria del racconto “Charu colpisce” è una strana landa, popolata da pastori e agricoltori legati alla terra e ai suoi misteri. In questo caso Arabrab affronta niente di meno che un demone etrusco:

Un individuo di mezza età con un ridicolo cappello a punta, che si appoggiava ad un curvo lituo di quercia e ammantato di scarlatto su una tunica turchese, fu accompagnato dai due soldati alla presenza del Lucumone. Le sorrise con denti neri di un sorriso ciarlatano, arricciolato dai lunghi e sporchi capelli grigi spettinati su una tebenna:
«Cosa sai dei nostri numi?», lo sconosciuto la apostrofò.
«Questi è Avke Feluske», lo presento la regina, «lei, Aruspice, e l'egiziana di cui ti dissi: una guerriera di un dio di tenebre che può sconfiggere cose oscure.»
«E' una bimba!»
«E' un sacerdote?!»
Si guardarono, sprezzanti, con reciproca disistima; lo straccione, la buon'ora, si decise di spiegarle:
«Vanth, Tuchulcha, due potenze delle tenebre, inferiscono sui defunti nella notte dell'Oltretomba. Ma il carnefice è Charu, che ci colpisce con il suo martello.»
«... e gli Elleni hanno le Parche, noi Anubi, in Asia hanno Nergal: ogni popolo ha un dio nero della morte.»

E' bello leggere un fantasy sugli etruschi, considerando quanto poco siano conosciuti. L'idea del racconto è infatti derivata da un sondaggio condotto da Forlani su Facebook, dove il demone dall'Etruria ha trionfato a mani basse. Gli etruschi dell'antologia sono una sorta d'italiani moderni: eroici all'occorrenza, ma scettici e truffatori, un po' alla buona.

«Posso usare la magia: so ieratici di luce; rischiarerebbero la galleria, ci allevierebbero la fatica.»
«Ma va là. Ciarlatanate.»
«E' molto comico detto da te.»
«Dai, dimostralo.»
«Non servirebbe, non durerebbe: sono incantesimi per pochi istanti, me ne servo in combattimento. E se aveste ragione voi...»
«... se incontrassimo Charu...»
«Mi assoldaste a questo scopo, devo serbare le mie risorse: se non altro, per sopravvivere a questa fogna.»
«Non esiste che un prodigio: è nei fulmini, nei visceri.»
«Ma lo sai leggere, tu, il futuro?»
«Sono aruspice», si scappellò.
«E per noi che cosa vedi?»
«Su, muoviamoci», sbuffò, «preferisco le sorprese.»
Lo squittio dei grassi topi che infestavano quei sepolcri, lo strofinio degli orrendi insetti ed il sibilo dei serpi sussurravano nei loro orecchi litanie dell'oltretomba; l'anatema abominevole di finire in pasto ai vermi. Arabrab si aggrappo al freddo ciondolo del Dio Sciacallo: queste tenebre, inghiottì, sono il destino dei miscredenti; di questi barbari troppo avidi di vita che scontano in quest'inferno i loro eccessi ed appetiti.
«Le piramidi sono meglio?», Feluske la spernacchiò: quasi le indovinasse quei colpevoli pensieri.
«Noi non conosciamo quest'orribile disfacimento: preserviamo i nostri corpi, perché un giorno rinasceremo. Le nostre anime leggere e pure sono accolte in sale eterne.»
«Come no?»

In una morsa di pece e fango” è un mystery dove Arabrab deve fronteggiare la minaccia di un mostro familiare ai lettori di lunga data di Forlani, ovvero il golem. L'assassina sta lavorando per consacrare una città in costruzione al dio Anubi, eliminando (letteralmente) la competizione degli altri dei, quando scopre un agghiacciante complotto che mira al dominio dell'intero Egitto.
Tra le storie meglio sviluppate dell'antologia, “In una morsa di pece e fango” funziona come punto di svolta della raccolta: destabilizzata, in preda a una crisi di fede, Arabrab abbandona le sue mansioni di assassina per intraprendere un viaggio in Europa. Si tratta di un pellegrinaggio, un'erranza pagana alla ricerca del dio Anubi. On passant, il racconto è anche un'involontaria satira dei fantacomplotti che vanno di moda oggigiorno.

La bestia nelle viscere” segue Arabrab nel profondo nord, abbandonata di sua volontà a meditare nel ghiaccio e nella tundra, dopo aver approfittato di un passaggio via nave dai fenici.
La volontà ascetica della guerriera è presto interrotta quando le popolazioni locali domandano il suo aiuto per investigare la scomparsa dei propri figli.
Sono esseri umani, ma Forlani li descrive a tal punto brutali, a tal punto rincoglioniti, a tal punto regrediti nel corpo e nella mente che sembra di veder descritta una razza di troll:

Ma arrivarono, finalmente, a quell'ammasso di tuguri. Non si poteva chiamare villaggio: erano mucchi di mota e sterpi; rozze, fragili palizzate e un muricciolo di pietre e palta, l'argine insalubre di un fumiciattolo avvelenato di moscerini. Le conifere incombevano su quel misero insediamento, schiume di tenebre e d'oscurità ne erodevano le cinta. C'era vita, all'aria aperta, nel fango pesto fra le capanne: liti, schiamazzi e un gutturale sinistro idioma per contendersi capre e pecore buoi e porci e cavalli enormi. I maschi erano mostri dai bicipiti impressionanti e le chiome e le barbe bionde che crescevano incolte e sudicie, mentre le femmine erano orchesse dall'incarnato e i capelli chiari che sgobbavano a mansioni financo ingrate per uno schiavo. Arabrab inghiottì schifata: non era umanità; le sembrò stesse affondando in un brago di abbrutimento.
Rasmus sputo parole rattorcigliate di k ed r cui mancarono le morbide e piacevoli vocali: un saluto, probabilmente. I selvaggi, dal canto loro, gli grugnirono diffidenti. Spintonarono ad affrontarlo uno scimmione dai baffi grigi: si scambiarono altri blateri, alla buon'ora la mostrò al branco. Le abbassarono il cappuccio e sbigottirono della sua pelle, le accarezzarono le trecce nere e... se la risero che fosse donna e cosi giovane e minuta.

Questa non è cattiveria o ricerca del grottesco: è una realistica descrizione di come dovevano sembrare le popolazioni nordiche al confronto con le civiltà egizie e greche. Si trattava letteralmente di un'altra scala evolutiva, Howard docet.


Il giudice del mondo” è un ampliamento e una rielaborazione della tematica retrofuturista di “Vimana”, ma nel contempo paga un tributo obbligato all'Atlantide di tanta Sword&Sorcery. L'avversario di Arabrab, contorto e mostrificato dalla tecnologia, prodotto dalla stessa, possiede un tono petulante e in un certo qual modo nerd che lo rende alquanto efficace.

La terza estate” descrive il ritorno in patria di Arabrab, seguendola nelle avventure di una Lazio contesa tra Rutuli e colonizzatori troiani di Enea. Al di là dell'eroe in questione, di cui ho già scritto, è un esempio perfetto di come Forlani selezioni elementi a noi familiari, come la lupa, i sette colli, l'Eneide, ecc ecc e li renda irriconoscibili, talmente rovesciati dall'essere estranei. In questo caso la nascita di Roma possiede caratteristiche quasi demoniache, dove il destino di dominare il mondo non è una benedizione, quanto una sventura. Specie per i popoli, come l'Egitto di Arabrab, che ne diverranno servi.
Tra i tanti riferimenti, c'è una critica alla condizione della donna nel passaggio dalla civiltà dei Teucri alla civiltà proto romana:

Si parlò subito di armenti, spose, di terreni e matrimoni: vacche e pecore, ragazze, sentimenti e recinzioni per i Rutuli non differivano. Lei se ne stupì, dato il rispetto e il comportamento di quei selvaggi nei confronti delle troiane prigioniere, ma vide anche che trattavano allo stesso modo le pecore e le scrofe e le cavalle nelle stalle. La sorprese inoltre il fatto che i troiani, più raffinati, si abbrutissero volentieri a quelle usanze da trogloditi ma... si trattava di un'altra vita, un'altra terra ed un nuovo cielo.

A questo proposito, è interessante osservare come tra le civiltà trasfigurate dal fantasy di Forlani gli etruschi siano forse i più egualitari.

Sul trono della morte” si riallaccia infine al primo racconto: nuovamente in patria, a Khana, Arabrab non deve stavolta duellare interi eserciti o combattere mostri, ma si ritrova avviluppata in un intrigo di vecchie conoscenze e altrettanto vecchie divinità: la guerriera per la prima volta ha la scelta se continuare con la vita di assassina o sperare nei sentimenti dei mortali. La protagonista sembra abbandonare l'armatura e il fanatismo dell'assassina, ma è solo un inganno tra i tanti.
Il racconto simbolicamente conclude il viaggio di Arabrab, nel contempo sancendo sia fisicamente che metaforicamente la crescita del personaggio.

lunedì 4 dicembre 2017

No, Blade Runner 2049 non è un film sessista (e non lo è nemmeno The Witcher)


La mia prima visione di Blade Runner 2049, a pochi giorni dall'uscita nelle sale, fu un'esperienza estetica ai limiti del doloroso. 
Non sono uno storico dell'arte, non è il mio campo, ma ho avuto modo in passato di restare ore a soffermarmi sui dettagli di un quadro. 
La visione di Blade Runner 2049 rientra per me in questo genere d'esperienze. 
Se il film è in primo luogo una catena d'immagini e compito del regista è organizzare queste immagini per darne un senso tanto artistico quanto narrativo, Blade Runner 2049, come Mad Max: Fury Road, sono entrambe opere di cinema nel senso più classico del termine. 

venerdì 1 dicembre 2017

Il caso Weinstein nel 2017 e "I Peccati di Hollywood" nel 1922


In seguito allo scandalo Weinstein e alla catena di accuse e contro accuse che sono seguite, mi è tornato alla mente il dimenticato romanzo “Il Canyon delle Ombre”, di Clive Barker.
Uno dei suoi ultimi (e corposi) romanzi prima del grande silenzio, il Canyon è prima di tutto un'opera horror, ma in secondo luogo è una satira verso Hollywood tanto aguzza che bisogna leggerlo con cautela – onde non sanguinare sul tappeto, tanto taglienti sono alcune situazioni, alcuni dialoghi.
Un Barker già malaticcio vomita tutto il suo livore verso la Città degli Angeli con una storia di fantasia, che tuttavia chiaramente attinge dalle sue esperienze come regista e sceneggiatore dagli anni '80 fino ai primi '2000.

Todd Pickett, un attore sulla via del tramonto, spera di riconquistare i suoi fan con un'operazione chirurgica al viso, che gli dovrebbe ridare i vent'anni persi da tempo. 
Un imprevisto lo lascia orribilmente mutilato e lo sospinge a rinchiudersi sempre di più nella sua villa anni Venti, dove scopre un mosaico medievale trasportato dall'ex proprietaria. 
La villa era infatti di proprietà di una star degli anni ruggenti, in quel periodo dalla grande guerra al 1929 di maggiore fama e decadenza di Hollywood.

Il romanzo in sé si trascina tra lungaggini e digressioni. 
Lo stesso Barker lo ammette, quando a proposito di “Vangeli di Sangue”, scrive di non aver voluto stavolta scrivere un polpettone, memore dei suoi ultimi lavori ai primi '2000, tra i quali per l'appunto “Il Canyon delle Ombre”.
Tuttavia il romanzo è interessante, perchè Barker scrive di attrici violentate, di contratti infernali, di Oscar di sangue: tutto fuori dalle righe, tutto “demagogico” per i lettori... salvo poi constatare a quindici anni di distanza, che sì, quel mondo horrorifico descritto da Barker non era affatto così esagerato. Anzi, a confronto con quanto si va scoprendo, tra Weinstein e Kevin Spacey, viene da pensare con nostalgia ai mostri e alle invenzioni soprannaturali di Barker.
Sarebbe interessante rileggere “Il Canyon delle Ombre” alla luce delle ultime news, per leggervi in filigrana l'accusa di Barker a Hollywood.


lunedì 27 novembre 2017

Peter Sunde sui Big Data: "Ci siamo fumati tutte le nostre vite sui social e ora non possiamo smettere."


La popolarità non conta nulla.
Un tweet, un articolo, un video popolari possono derivare da buoni contenuti, da un incrocio di fortuna e abilità, dal semplice caso. Il più delle volte quant'è popolare è quant'è banale: gli algoritmi dei social sono cani da caccia che ti inseguono solo se acchiappi immediatamente il lettore, con immediata reazione, che sia il mi piace, la condivisione, il commento. In questo contesto, o il lettore attento mette il mi piace e più tardi legge o si tende al clickbait selvaggio.
In entrambi i casi la qualità del post – che sia scritto, multimediale o altro – va a perdersi.
Anche quando l'utente ripete il successo più e più volte, costruendosi una meritata fama, questo sarà solo dando al lettore cosa si aspetta. Non appena si devia dal tracciato, Disastro! L'articolo non fa attrito, le statistiche deludono, i commenti scompaiono. Sad!


venerdì 24 novembre 2017

Jeff Bezos, Sauron e la ricerca del Male assoluto


In questi giorni volevo scrivere un articolo sulla serie tv del Signore degli Anelli annunciata da Amazon, ma tra Twitter e Facebook ho sostanzialmente esaurito i pareri: trovo l'idea aberrante, ma dall'altro ho sempre criticato i cinefili che lamentavano i remake. Sarei pertanto un ipocrita se piagnucolassi che mi hanno “stuprato l'infanzia”, che non devono osare, ecc ecc.
Non ho mai ritenuto che nulla sia intoccabile e ciò vale a anche nel caso in questione.

Tuttavia... davvero non trovo un singolo motivo per una serie tv su Tolkien.
Gli attori della vecchia saga sono per l'appunto vecchi e disinteressati: se si può fare a meno di Rhys Davies, Viggo Mortensen sarebbe fondamentale per una serie ambientata prima della Compagnia dell'Anello. Come poter ricreare la Caccia a Gollum senza il suo cacciatore? E cosa farne degli Hobbit? Della Contea? E dove trovare un sosia di Saruman? Posso immaginare una serie basata sulle avventure di Elladan&Elrohir, ma faccio fatica a immaginare un singolo spettatore interessato a due gemelli elfi protagonisti. Ma ancora una volta: perchè? Perchè Tolkien?
Non c'è un singolo motivo nella scelta di Amazon che possa essere correlata all'arte, alla narrativa, a una motivazione genericamente culturale. Lo scopo dichiarato è far concorrenza a HBO, offrire una terza colonna tra Harry Potter e Game of Thrones. Non metto in dubbio che una serie tv o un film debba guadagnare; ma c'è modo e modo. Gli anni '80 che tanto si rimpiangono assistevano a produzioni di medio e piccolo calibro che miravano all'incasso, ma che conservavano una notevole ricerca artistica e sociale al loro interno. Carpenter mi sembra un esempio lampante. C'è l'interesse nel guadagno, nell'intrattenere lo spettatore, ma nel contempo non si resiste ad alcuni colpi bassi, ad alcuni sottotesti notevoli. Nel caso in questione puoi sentire in sottofondo le rotelle di Jeff Bezos calcolare introiti e derivati, competizione e ricavi. Potremmo parlare del Signore degli Anelli come di una lavatrice; di Tolkien come di un elettrodomestico. Sono oggetti da vendere, monopoli da conseguire, concorrenze da spezzare. Basti leggere il comunicato: Il Signore degli Anelli non è un'opera d'arte, non è una saga scritta da un filologo, non è un cazzo di capolavoro oggettivamente riconosciuto dalla letteratura, no, per Amazon è un “fenomeno culturale”.

Elladan&Elrohir secondo la Fantasy Flight Games

mercoledì 15 novembre 2017

Un Orco Nero tra gli zombie: Kickstarter italiani


Il 6 giugno 1944 il mondo sprofondò nel più oscuro degli inferni. 
Nel Giorno del Giudizio i Morti iniziarono la loro caccia contro il genere umano.
Adesso è il 1954, il mondo è divenuto un ammasso di macerie, dove i pochi superstiti cercano di resistere alla fame dei Morti. Poche nazioni, rette da crudeli dittature, sono sopravvissute.
L'Italia ribattezzata Sanctum Imperium, è governata da Papa Leone XIV e dai suoi Inquisitori. 
In queste terre anacronistiche i roghi sono tornati ad ardere la carne umana.

Nessuna pietà.
Nessuna tregua.
Solo cieca ferocia.



lunedì 13 novembre 2017

Vangeli di Sangue, di Clive Barker: Pinhead, addio!


Profondissima notte. 
Una congrega di maghi in circolo. 
Un pericoloso rituale. 
Obiettivo: richiamare dai morti Ragowski, il loro più illustre rappresentante. Come tanti altri, lo stregone è stato barbaramente ucciso, mutilato: uno a uno i signori dell'occulto stanno svanendo dal mondo, eliminati da un nemico invisibile. Il cadavere di Ragowski ha appena il tempo d'insultarli, di sottolineare come siano condannati irrimediabilmente prima che il killer di maghi compaia sulla scena: è il Cenobita più celebre, più temuto, Pinhead in persona. Senza essere richiamato dalla scatola, senza avvertimento, the Hell Priest è giunto per suo conto, animato da fini inconfessabili.
Il massacro che segue vede un unico sopravvissuto, il mago Felixson, che accetta di diventare una marionetta di carne, uno schiavo, ai servigi di Pinhead.

Intanto, a New Orleans, un invecchiato Harry D'Amour (43) accetta di aiutare una sua amica, Norma, un'anziana non vedente che può parlare coi morti. La donna ha ricevuto una richiesta di aiuto da un'anima in pena: la villa di un uomo appena defunto, che dovrebbe nascondere alcuni pericolosi oggetti e libri dell'occulto, che l'uomo sperava di eliminare prima della improvvisa morte. 
Il detective tuttavia a stento sfugge dalla morte quando la villa si rivela una trappola di Pinhead per eliminarlo: in qualche modo, il Sacerdote Infernale sa bene che Harry è un ostacolo ai suoi piani.

lunedì 6 novembre 2017

Stephen King secondo S. T. Joshi: uno scrittore mediocre e parolaio


Stephen King. Il Re dell'Orrore. In vertice alle classifiche. In vendita, ovunque.
Nelle librerie da discount, così come nelle bibliotechine per intenditori.
Sugli scaffali dei supermercati, così come accatastato sulle bancarelle della domenica.
Gettato nei reparti libri dei grandi centri commerciali; in agguato sulle scansie della libreria dei parenti; presente persino in campagna, in oratorio, a scuola. 
Le biblioteche popolari? 
Strapiene, scaffale dopo scaffale.

Negli ultimi anni, specie dall'uscita del nuovo “IT”, Stephen King è tornato alla ribalta.
Difficile immaginare un periodo di assenza, per il Re dell'Orrore: ogni anno, ogni mese è una presenza fissa in libreria. 
Difficile immaginare di passare più di due anni in un negozio di libri senza dover riempire lo scaffale della nuova uscita, la nuova ristampa, la nuova antologia di racconti. 
It's everywhere, come una piaga. A partire dagli anni '2000 Stephen King ha diminuito il gettito di libri, così come la devastazione cartacea della foresta amazzonica causata dalla sua grafomania – ma anche così i libri si sono succeduti implacabili, l'uno dopo l'altro.
Bombardamento di un'artiglieria borghese e parolaia.

martedì 31 ottobre 2017

"La strada senza ritorno": Sapkowski in salsa horror, tra gatti e maledizioni


Andrzej Sapkowski è un autentico paradosso. 
No, let me explain: Sapkowski è di per sé un normale scrittore dell'Europa dell'Est, più a suo agio con la narrativa breve che con la forma del “romanzo”, il cui successo in madrepatria dal 1990 è stato reso possibile dalla fortunata sequenza di diverse storie, dal protagonista lo strigo Geralt, in un'ambientazione tardo medievale grimdark e satirica verso i canoni del fantasy classico. 
Sapkowski non è certo un genio, ma è uno scrittore talentuoso, che sebbene disprezzi il carattere “letterario” dei suoi romanzi, gioca con le parole, usa citazioni raffinate, non esita a rivolgersi (anche) a un pubblico colto. Tuttavia, il successo dello strigo/witcher in Polonia appare collocabile negli anni tra il 1995 e gli inizi del '2000. In altre parole, Sapkowski era a suo agio con il genere fantasy (quasi) vent'anni fa e da quel momento in poi si è mosso in altre direzioni letterarie: il romanzo sulla guerra russo-afghana, “Viper” (2009) e la trilogia Hussita, “Narrenturm” (2002). Oltre a ciò, almeno stando alle Wiki italiane, inglesi e polacche, si è dedicato nuovamente alla forma breve, con l'eccezione commerciale del romanzo “La Stagione delle Tempeste” (2013), che devo ancora recuperare.