giovedì 26 dicembre 2019

Tenoch, di Andrea Berneschi. Un Ulisse azteco contro gli dei di Lovecraft


Megalitiche piramidi innalzate al cielo.
Cuori pulsanti strappati dai toraci di schiavi urlanti, offerti in dono a un sole del colore del sangue.
Giungle profonde capaci di mascherare intere capitali, intere civiltà cresciute a forza di carne umana e coraggio in battaglia.
È lo scenario dipinto con toni sanguigni, ma scientificamente accurati da Andrea Berneschi con “Tenoch, maledetto dagli dei”.

Lo scenario è quello della civiltà azteca e dei popoli precolombiani nel XV secolo, prima dell'arrivo dei conquistadores. Berneschi tratteggia una civiltà azteca credibile e storicamente fondata, mescolando la saggistica alla lezione dell'Azteco di Gary Jennings. La tecnologia di questa civiltà azteca, in perenne guerra contro i popoli barbari per catturare schiavi e sfogare le faide interne, è quella dell'età della pietra, sebbene con la novità di una magia realmente funzionante. Il pantheon azteco qui esiste realmente e non si fa problemi a intervenire nelle vite dei suoi sudditi, dando consigli, poteri o maledizioni. E accanto alla sete di sangue degli dei “normali”, non possono mancare entità decisamente più oscure che potremmo definire lovecraftiane.

Il protagonista di questo mondo di guerrieri e maghi, tuttavia, è un aspirante mercante, un liberista ante litteram: Tenoch infatti proviene dal ceto di commercianti. Giovane capace all'occorrenza di combattere con ardore, vive solo per esplorare e stipulare affari, sfruttando la propria intelligenza per nuove operazioni commerciali l'una più ingegnosa dell'altra. È l'archetipo del mercante operoso e instancabile, contrapposto alla vanità dei soldati e alla pigrizia del clero. Tenoch però non è interessato solo a guadagnare, perché in realtà è un uomo curioso, continuamente proteso a scoprire come funzioni il mondo. In tal senso comprende in sé stesso il carattere tanto dell'esploratore/scienziato quanto del mercante. Alessandro Iascy, nell'introduzione, lo paragonava assai felicemente a Ulisse dell'Odissea.



L'avventura di Tenoch inizia quando, al seguito dell'esercito azteco, deve catturare il suo primo prigioniero per garantire il suo ingresso nell'età adulta e nella casta dei guerrieri. L'esercito si avvicina alla città nemica, la conquista con grande spargimento di sangue; tuttavia Tenoch, attento come sempre agli affari, adocchia un tempio nascosto, defilato dal caos nelle strade...
Sarà una scelta destinata a sconvolgergli la vita e a dotarlo di poteri (e maledizioni) tali da farlo andare oltre l'umano.

Andrea Berneschi replica, come nel racconto di “Mediterranea”, uno stile di scrittura asciutto e conciso. Mai in tutte le pagine della novella, Berneschi cede a esagerazioni, a espedienti retorici, a chiusure affrettate. Non c'è frase che non sia equilibrata. Se bisogna proprio cercare un difetto, alcune volte lo stile è freddo, fatica a trasmettere i sentimenti dei personaggi.
Ci si sente distanti.

Passando però dalle singole frasi all'esposizione vera e propria, il mondo di Tenoch viene presentato a piccoli passi, con tanti, gustosi, dettagli. Sono totalmente assenti gli infodump, i dialoghi mascherati da lunghe esposizioni, gli eccessi di nomi.
Goccia dopo goccia, questo mondo insanguinato e tropicale si svela lentamente al lettore che ha tutto il tempo di familiarizzare con i diversi personaggi.
Ho trovato geniale come elementi assolutamente disturbanti della società azteca vengano presentati come normali, anzi accennati qui e lì tra le righe. Tenoch, ad esempio, in seguito a una vittoria, mangia la carne dei suoi nemici, ma questo traumatico fatto viene presentato come collaterale all'azione e ai dialoghi. Sì, Tenoch è un azteco e dunque un cannibale. Let's move on.

L'intelligenza di Tenoch e il suo rifiuto delle armi lo trasformano in un protagonista simpatico e interessante che raramente annoia il lettore. L'armamentario di Tenoch prevede l'utilizzo di semi in grado di aprire portali interdimensionali quando seppelliti dentro un cadavere.
Tenoch pertanto viaggia tra i mondi, ricorda in tal senso gli eroi di Michael Moorcock.
La debolezza nella guerra viene inoltre contraccambiata dall'utilizzo di maschere tribali, armature e mazze magiche. Lo stesso Tenoch, a sua volta, considera il combattimento come un affare scientifico e razionale che progetta e pianifica accuratamente. Berneschi utilizza quella pre visualizzazione caratteristica di film quali Sherlock Holmes o Batman, laddove ogni mossa viene pensata dal protagonista in anticipo con l'obiettivo d'infliggere il massimo danno.

Le scene dei combattimenti di massa restituiscono pienamente l'impatto brutale delle armi azteche: dalla pelle lacerata, dalle rotule frantumate, alle fontane di sangue arterioso. In alcuni frangenti la scena straborda dalla pagina, mentre una furia berserker assale gli aztechi, colti da una terribile smania di uccidere, uccidere e uccidere.

Alcuni Mexica sembravano letteralmente impazziti. Un Cuachicqueh, preso dalla frenesia, si spinse dove i nemici erano più fitti e finì massacrato in pochi istanti, lasciando a terra un torso decapitato e senza braccia. Poco più avanti, un guerriero Giaguaro dal viso imbrattato di sangue si gettò tra i Chalca con la stessa sicurezza con cui un agricoltore entra in un campo di mais, e a grandi fendenti si fece intorno uno spazio larghissimo. Nessuno aveva il coraggio di andargli vicino; lo bersagliavano con lance e frecce, come si fa con le bestie feroci; non riuscirono a prenderlo solo perché si spostava in continuazione, non stava mai fermo.

Questa brutalità trova poi il suo naturale proseguo con i diversi mostri di volta in volta affrontati da Tenoch, descritti realisticamente e con un gusto per l'orrido e lo splatter notevole.
Merita particolarmente, in tal senso, l'ultimo capitolo, con un Tenoch che viaggia in una dimensione infernale, descritta con una proprietà di linguaggio tale da far rabbrividire.
E a proposito degli altri mondi  visitati da Tenoch, ho apprezzato come il focus sia sulla diversa cultura, sulla diversa forma mentis di queste “altre” civiltà. La prima, ad esempio, vede la magia come una risorsa e impiega una casta di scienziati/sacerdoti intenti a scoprire come migliorare le condizioni del proprio paese. Quanto sembra a noi occidentali “normale”, appare invece bizzarro e incomprensibile per un azteco quale Tenoch e ancor più per suo fratello.

I primi giorni Mazatl guardava con meraviglia ogni persona e ogni usanza sconosciuta a Tenochtitlan: le donne nobili passeggiavano portando al guinzaglio grandi giaguari dal pelo azzurro; di fianco alle piramidi suonavano speciali gruppi di cantori ciechi, a cui gli occhi erano stati rimpiazzati nelle orbite con pietre bianche e lucenti; la stregoneria non era vietata come nel loro mondo, per cui si potevano vedere a ogni angolo di strada strani uomini dal corpo seminudo decorato di cicatrici che si impegnavano in trucchi e prodigi per attirare l’attenzione di clienti.

Tenoch spiega a suo fratello, Mazatl, quale differenza passi tra il loro impero, intrappolato dentro guerre senza fine e quello strano regno al di là dello spazio e del tempo:

Nel posto che ho visitato, la guerra e la religione rivestono un’importanza molto defilata rispetto alle… non saprei come chiamarle… scoperte di cose nuove. Pensa, il loro Tlatoani mantiene dei sacerdoti solo perché facciano ricerche su come migliorare gli oggetti di uso comune. Non pregano nemmeno gli Dei, cercano solo di costruire nuovi oggetti. Pazzesco, vero?

Questa diversità offrirà poi, verso la fine della novella, l'occasione per una scena che chiaramente strizza l'occhio alla società dello spettacolo di Debord e al ruolo negativo dei mass media e dell'intrattenimento. L'ho trovata calzante, anche se banale.

Una tribù di gusto maya dal videogioco Six Ages: Ride Like The Wind
Concludendo, “Tenoch. Maledetto dagli dei” colpisce per tre elementi gestiti con grande maestria: in primis il setting azteco, descritto con naturalezza e senza pesantezze storiciste.
In secondo luogo per la fluidità dello stile di scrittura, senza particolari stacchi o superflui virtuosismi.
Infine, terzo e ultimo elemento, per aver mescolato alla perfezione pantheon azteco e lovecraftiano. Una combinazione che mi ha lasciato stupefatto, perché suona “naturale”, come se i due pantheon fossero pensati l'uno per l'altro.

Bibliografia
Tenoch, maledetto dagli dei, di Andrea Berneschi (Amazon)
L'officina di Andrea Berneschi (Blog dell'autore)
Heroic Fantasy Italia. A cura di Alessandro Iascy e Giorgio Smojver (Delos Digital).

venerdì 20 dicembre 2019

Giorgio Smojver o come si scrive un fantasy classico. Quando Jack London incontra Tolkien


Un uomo e il suo anziano padre, in fuga da una terra devastata dalla guerra, giungono in una landa boscosa. Qui costruiscono una casa, si dedicano all'arte di cui sono maestri: la caccia. Il figlio prende in sposa una donna sola sopravvissuta di una famiglia di esuli, d'etnia cimbra.
Il Padre, la Madre e il Nonno: a cui presto s'aggiungono la bambina e il bambino.
Sono cacciatori, ma eruditi: leggono, scrivono, si tramandano le canzoni e i ricordi della loro gente.
Il Nonno, prima di morire, racconta alla bambina degli Elfi e del mare di Iperborea; il fratello del villaggio dove vendono le pellicce e di Ker Lyonis, la grande città di marmo bianco.
Visioni fantastiche, interrotte da quel sangue, da quella violenza da cui erano fuggiti.
Sono uomini-lupo, gli Ulfhednar: razziatori e assassini, più animali degli animali.
La bambina sopravvive a stento e, allevata dai lupi della Foresta Nera, diventa la guerriera Valawyne...

Helmor è un giovane, ma inquieto cacciatore cresciuto con il nonno.
Le lezioni di spada si alternano ai racconti del regno di Fynias, dominato dagli atlantidei, dove un tempo dimorava il padre.
Un'eredità, una leggenda a cui Helmor va alla ricerca, accodandosi a un gruppo di ragazzi e giovanotti in cerca di una via d'uscita da una breve e ripetitiva vita di caccia e agricoltura.
Ma il viaggio inizia male, prosegue peggio e finisce malissimo quando il gruppo, tradito dalla civiltà che tanto cercava, viene trasformato negli stessi Ulfhednar che avevano massacrato la famiglia di Valawyne. Tutti, tranne Helmor: qualcosa, nel giovane, si è ribellato...

Il suo destino si lega così alla giovane guerriera in un'Europa alto-medievale arcaica e brutale, dove l'eredità del vecchio mondo si mescola con le pulsioni e i flussi di uno nuovo, che avanza inesorabile...

venerdì 13 settembre 2019

La scure e i sepolcri. L'Axe & Sorcery sporco, ma elegante di Alessandro Forlani


Quand'ero bambino i miei genitori mi portavano spesso in cimitero: dapprima dalle fioraie decrepite all'ingresso, in seguito salutando quel golem del guardiano e infine presso una o più tombe di lontani parenti, a piantar fiori e biascicare preghiere.
Ricordo con grande fascino il cimitero e tutt'ora, se ho modo di visitarne uno, durante un viaggio, mi ci reco volentieri.
La stratificazione di tombe e cenotafi, di edicole e lapidi, esprime meglio di tanti libri lo scorrere inevitabile del tempo e la (vana) lotta di conservare la memoria.
Dapprima ingiallisce la foto, poi scompare la dedica, infine è il nome a sbiadire via, prima di scomparire definitivamente, inghiottito dall'iniziale di un nome illeggibile, financo all'ombra di uno stemma araldico.
Concludendo con le tombe dove solo una croce di legno marcisce nella terra dei morti, prima di trasformarsi in uno spiazzo erboso, delimitato da pietre seppellite dal verde.
Ho sempre compatito chi rifiuta di visitare i cimiteri, così come chi frequenta quelli americani, con quell'egualitaria e deprimente schiera di croci bianche senza passato.
Non voglio negare che il cimitero sia un luogo doloroso, ma l'ho sempre considerato espressione della storia di una civiltà; di una nazione, di un popolo, di una città.
Dopotutto, a inizio ottocento, Ugo Foscolo dei Sepolcri osservava il rapporto sano e razionale degli anglosassoni con i propri morti, lontano dall'adorazione morbosa dell'italiano fermo al medioevo.
Affermazione, certo, discutibile e patriottica, volta a convincere un popolo assai poco “popolo” a sacrificare quanti più figli alla patria, senza piangerli troppo, senza vederci fosco(lo).
Tuttavia la contrapposizione dipinta da Foscolo era quasi fantastica, nella sua estremizzazione; da un lato i cimiteri inglesi, ariosi e lontani dal nucleo urbano; dall'altro quelli italiani, portatori di morbi e sporcizia, incastonati nel cuore della città, persino inseriti quali lapidi nel pavimento delle cattedrali. Il cimitero era qui presente come un ammasso di ossa e teschi, uno strato dopo l'altro.
Una visione gotica e come tale, per noi amanti del fantasy, irresistibile.

venerdì 30 agosto 2019

"Scourge of Fate" Quando il protagonista è il Black Knight. Impersonare un villain



Vanik era solo un neonato sporco di sangue uterino quando suo padre cercò di sbattergli la testa contro il ghiaccio della capanna.
Ma Vanik si rivelò protetto dagli dei, perchè un demone comparve dal nulla, decapitando il padre infanticida con un singolo guizzo d'artiglio.
Quando la tribù barbara venne assalita dai lupi, Vanik non venne divorato, ma fu accolto nel loro branco e per due anni condivise carne e gloria con questi nobili animali.
Leggende, voci, racconti mormorati attorno al fuoco. Vanik non se ne cura, perché il suo sguardo è rivolto al futuro, divorato da un'eterna ambizione.
Nato in una tribù di barbari adoratori del Caos, il bambino è ora divenuto un condottiero, un flagello delle terre civilizzate. Un pellegrino nero, come ama definirsi, alla continua ricerca di potere e gloria. Mentre i suoi compagni in armi consacrano la propria vita a seguire un singolo dio del Caos, Vanik preferisce seguire la via del Caos Indiviso: sottrarre favori e attenzioni da tutte e quattro le divinità del pantheon, ma senza diventare una loro infame marionetta.
C'è un solo dio a cui Vanik vuole votarsi: Archaon il Prescelto Eterno, Archaon il Re dei Tre Occhi, Archaon il Rasoio del Mondo. Un dio che era un tempo un uomo, prima che la sua ambizione lo trasformasse nell'emblema stesso del Caos. E tra le schiere di Archaon, Vanik vuole diventare un cavaliere della Varanguard, la guardia personale di Archaon. Le truppe scelte tra le truppe scelte, la creme de la creme della cavalleria caotica.
Ma proprio per venire ammesso nella prestigiosa cerchia, Vanik dovrà compiere un'impossibile missione...

sabato 24 agosto 2019

Go east, young man! Cronache di viaggio: Praga-Bratislava-Vienna


Quando si scrive una frase, è la maiuscola dell'iniziale a conferire forza, vigore, carattere.
L'inizio influenza l'intero periodo, lo determina, lo plasma: tutte le altre parole gli rimangono subordinate. Questo vale all'identico modo per la storia dei popoli o per le relazioni tra gli individui. Come annota il filosofo Alain de Benoist, “Dopo, ci si accontenta di sfruttare, con sempre minor forza, quel che costituiva questo cominciamento”. Un ragionamento che funziona particolarmente bene quando applicato alla storia delle rivoluzioni: basti pensare alla Francia con il 1789; agli Stati Uniti con il 1776; e così via. Voler rivivere l'evento storico, l'emozione di questo primo momento porta a esiti tragici, grotteschi: all'arroganza degli ex sessantottini, alle milizie libertarie negli States, al culto di un passato ormai passato. Al contrario, nella storia, così come nella vita, bisognerebbe re-iniziare senza voler recuperare a ogni costo il sentimento della prima volta.
L'inizio conta; nient'altro.

E da quale pulpito la predica, considerando come proprio io ci sia cascato qualche settimana fa, quando mi sono recato in Europa centro-orientale. Io e la mia fiancee volevamo da tanto fare un viaggio visitando tre città della Mitteleuropa con i biglietti dell'Interflix
E non appena il pensiero è volato alle lande del centro-est Europa, un nome mi è balzato alle labbra. Praga! Volevo assolutamente tornare a Praga. Oramai erano passati cinque anni da quando mi ero recato nella bella capitale della Repubblica Ceca; e nonostante fossero stati pochi giorni, mi era rimasta indelebilmente impressa nel cuore
Eppure qui ho commesso l'errore che lamentavo: voler cercare di rivivere la sensazione dell'inizio, invece che ricercare qualcosa di nuovo. Così nella realtà – mentre camminavo mano nella mano con la mia dolce metà tra le strade acciottolate di Praga – continuavo a cercare i segni di quella città vissuta ormai cinque anni orsono. Senza trovarli. Volevo respirare l'atmosfera del primo viaggio, ma presto mi ritrovai cianotico. 
Un'altra città sul tracciato mi destò simili sentimenti: Vienna. Non l'avevo mai visitata, ma dopo quasi due anni a studiare un archivio di un italiano residente a Vienna – Filippo Zamboni – tra il 1875 e il 1914, avevo una chiara immagine della città. Sapevo dei suoi caffè, dei suoi ristoranti, dei suoi tram, dei suoi giardini: solo però dalla peculiare prospettiva di un secolo prima. Pure qui volevo rivivere un'atmosfera che percepivo aver già vissuto... Ma stavolta nelle carte dell'archivio del Civico Museo di Storia Patria. Non è la prima volta che rifletto come studiare un archivio sia un'esperienza simile a quella del viaggio, con l'eccezione che attraversi il tempo invece dello spazio. La mia Vienna mentale in ogni caso non corrispondeva alla Vienna reale e per quanto me lo aspettassi... Well, that was a disappointment.
E in tutto questo, io e la mia compagna avevamo scelto una stazione intermedia, che ci lasciava incerti: Bratislava, in Slovacchia. Come sempre, non avendo aspettative su questa piccola capitale dell'orgoglioso popolo slovacco, siamo rimasti piacevolmente sorpresi.

Che sia Trieste o Bratislava, non si sfugge a Maria Teresa d'Austria (giardini presidenziali)

giovedì 15 novembre 2018

"Cassette Futurism", la nostalgia d'un futuro tradito: dall'Impero Soviet al Minitel della Francia 3/3


Nel 1978 il Presidente della Francia Valery Giscard d'Estaing riceveva sul suo tavolo un rapporto di due ricercatori, Simon Nora e Alain Minc, che proponeva, per superare l'arretratezza dell'impianto tecnologico francese, una vera e propria rivoluzione digitale: la “telematica” (telematics) ovvero una fusione tra telecomunicazioni e informatica. 
Il rapporto delineava un piano per digitalizzare la rete telefonica, aggiungendovi un video teletext interattivo e fornendo agli imprenditori francesi una piattaforma aperta all'innovazione. 

Cinque anni dopo (1983), dietro diretto ordine del presidente, gli ingegneri informatici del Ministero della Posta, Telegrafo&Telefono (PTT) approntavano un sistema telematico presto noto alla popolazione come “Minitel”. 
Il piccolo sistema francese diventerà nel giro di pochi anni un inarrestabile juggernaut delle telecomunicazioni, capace di anticipare di dieci anni la democratizzazione di Internet, permettendo ai cittadini della Repubblica di scambiarsi informazioni online e di utilizzare diversi servizi disponibili appena nel duemila per il resto del mondo. 

Mentre le fonti inglesi ricordano il Minitel come un sistema statale e chiuso, rallentato da un'ottusa burocrazia, nella realtà il sistema è stato rivalutato negli ultimi anni come una forma di Internet alternativa – basata sull'infrastruttura francese, anziché americana – e straordinariamente avanti con i tempi. Al suo picco di popolarità l'umile Minitel offriva 20mila servizi online utilizzati dal larghe fasce della popolazione, non solo dagli addetti alle comunicazioni e dai geek fanatici dell'elettronica. 


L'artista Boros Szikszai ci accompagna anche per questo terzo e ultimo capitolo della miniserie

lunedì 8 ottobre 2018

"Cassette Futurism": una rivoluzione brutalista 2/3


Lo ricordo come se fosse ieri

Ma non sembrava ieri, sembrava il domani.

Ricordo il futuro
È morto una generazione fa. 
Fede nel futuro, intendo. 
Fede nell'ingenuità umana.
Nella soluzione fornita dal successo delle tecnologie. 
Altre età hanno sacrifici umani – il sole, la ragione, il sangue di una gallina - l'Inghilterra aveva la grandezza (bigness) e la novità (newness), una novità che è ora vecchia, ma ancora capace di suscitare sprezzante meraviglia per la combinazione di prodezza tecnologica e ingenuità morale.

Capace d'indurre puro ottimismo e confidenza cieca.
Capace di suscitare ancora nostalgia per il progresso, non importa dove conduca.
Tutto è possibile.

Remember the Future (1997)

"Calendar for the Hungarian Insurance Company" (1992), di Boros-Sikszai

mercoledì 3 ottobre 2018

"Cassette Futurism": salvare gli anni Ottanta dai fanboy nostalgici 1/3

Vogel in the Penthouse, di boroszikszai (1995)

Nuova Zelanda, ottobre 1999
Su un altipiano battuto dai venti, cinque figure infreddolite avanzano avvolte nei mantelli. 
La prima, un uomo di mezz'età vestito di nero e con una spada alla cintura, conduce un pony macilento. 
Le altre quattro indossano panciotti e pantaloni di campagna e strascicano indolenti giganteschi piedi pelosi, a uno sguardo attento protesi di lattice.
Uno di questi giovani uomini giocherella in tasca con un oggetto dalla forma rotonda, con una scritta sovra incisa e verniciato d'oro: un anello.
Mentre i cinque uomini camminano verso una collina poco distante, una moltitudine tanto silenziosa quanto indaffarata si affanna alle loro spalle. E' una folla di braccia e gambe irta di strumentazioni tecnologiche: lunghi pali grigi, una rotaia in miniatura sulla quale manovra un'astronave mediatica con un gigantesco cannone-cinepresa e più cavi dei fili di una ragnatela.
Un ometto grasso e ricciuto, con niente più che una t-shirt in quel freddo polare, dirige questo concerto di attrezzature: le cineprese scattano a girare, espellono videocassette, schioccano i sibili di polaroid e macchine fotografiche. Quella scena surreale, quei quattro uomini intenti a camminare, sono sotto l'assalto di un invisibile, pachidermico behemot di silicio: un amalgama di nastri, di cavi, di microprocessori che lavorano tutti assieme per trarre quanto sarà la ripresa di un film.
L'ometto grasso è infatti Peter Jackson, l'uomo di mezza età Viggo Mortensen e infine i quattro giovani “hobbit” sono Eliijah Wood, Sean Astin, Dominic Monaghan e Billy Boyd
Il regista sta girando una scena tra le tante, ancora incerto se verrà utilizzata o meno: Grampasso conduce quattro giovani mezzuomini verso la collina di Amon Hen, dove subiranno un attacco notturno dai nazgul.

venerdì 7 settembre 2018

Le Guerre delle Piramidi: fanta-archeologia italiana con Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini


Sarebbe un campo di studio assai interessante e fecondo di applicazioni, anche al di fuori dell'orticello accademico, studiare il legame tra esoterismo e mondo della scrittura, tra i praticanti di arti occulte e i “maghidella parola
H.P. Lovecraft, un ardente materialista, ateo e convinto sostenitore del movimento tecnocratico, riciclava spesso paccottiglia esoterica nelle sue opere, dalle invocazioni magiche all'uso dei nomi, ad esempio nell'Orrore a Red Hook o ne Il Caso di Charles Dexter Ward. 
Se questo fatto è universalmente noto, come comprovano i tanti intellettuali che continuano a cascarci e i minus habens che provano a evocare uno Shoggoth in giardino, rimane invece meno conosciuta l'influenza dell'esoterismo d'inizio secolo sulla produzione fantastica anni Trenta. 
C'è un intero filone della saggistica, collocabile tra la fine dell'ottocento e i primi anni del novecento, scritto da storici, antropologi e studiosi dilettanti, dove si postulano le origini misteriose di continenti scomparsi, oggetti e reliquie sacre (o magiche, se preferite) e fantomatiche provenienze mitologiche dei popoli europei. 
Lungi dall'essere ironiche, sono narrazioni assai pesanti e dimenticate da tutti, tranne che dagli accademici: lunghe digressioni senza metodo e rigore scientifico, dove si inseguono le ipotesi più balzane per giungere a prevedibili conclusioni. 
Se storici, ci si diverte a inseguire il filo rosso di documenti manipolati ad hoc o in alternativa li si inventa da zero. In altri casi ci si improvvisa linguisti o glottologi, inventando radici primitive di parole comuni e correlandole ad antiche civiltà. 
Questi “ricercatori” erano il più delle volte professionisti della polemica, intellettuali col vizio dello scandalo o giornalisti: non interessava cercare la verità, ma fornire un antenato mitico alla propria nazione o gruppo etnico, per avvalorare un'azione nel presente.