lunedì 26 settembre 2016

Per uno stile di vita Biedermeier

So che con questo articolo sembrerò una persona ancora più vecchia nell'animo di quanto già non sembro normalmente, ma con diverse ore di studio alle spalle (o meglio, in testa) mi risulterà inevitabile. Sono come quel vecchio alla fermata del tram che proprio non resiste a raccontarvi quella sua storiella tanto importante. Gettategli qualche euro per starvene in pace.

Qualche settimana fa, discutendo sul mio (pseudo) luogo di lavoro, una collega elencava quanto a suo giudizio erano le cose-da-fare prima di raggiungere i quarant'anni. Viaggi, innanzitutto; e poi attività spericolate-ma-non-troppo, dall'immersione nella gabbia con gli squali al bungee jumping.
Mi dev'essere sfuggito allora uno sbadiglio e non solo perchè stavo cercando di studiare un testo tanto filo americano che sentivo la mia camicia colorarsi a stelle e strisce. No, sbadigliavo anche perchè ritenevo che fosse una lista di attivitàpericolose, eppure anche così... borghesi?
Il pericolo c'era, ma diluito a tal punto da risultare addomesticato, gestibile. Un brivido, nulla di più.
E non voglio certo dire che non ci voglia coraggio a nuotare tra gli squali, anzi il sottoscritto non sapendo nuotare affatto, probabilmente si spaventerebbe anche solo all'idea di immergersi in qualcosa di più della vasca da bagno casalinga. Quindi tanto di cappello, suppongo. Eppure, all'idea stessa di compilare una list of things to do prima di diventare “vecchi” mi sentivo schifato. Non erano vere attività, come non erano vere esperienze; si trattava piuttosto di cogliere un attimo particolare e consumarlo. Elencare le cose da fare trasmetteva un'idea di lista della spesa, di consumo generalizzato, in diretto contrasto con il lessico usato.
Da un lato, le solite cazzate buddiste/spiritualiste: cibo per l'anima, rigenerazione interiore, un'esperienza dell'animo ecc ecc
Dall'altro, un'attività programmata e preparata nel dettaglio, un oggetto-esperienza da consumare seduta stante. Solo in una società che quantifica tutto e tutti instancabilmente, sarebbe stato possibile arrivare a un simile combinazione di fattori:
  • Qualcosa d'impalpabile come “un'esperienza” vendibile attraverso un'attività.
  • Un'attività unica e irripetibile venduta con un suo programma predefinito, un suo listino e costo, una sua descrizione in dettaglio.
  • Un servizio a pagamento – perchè di questo discutiamo – presentato nemmeno come un'attività, ma come un'esperienza e per di più un'esperienza spirituale.
Già Slavoj Zizek lamentava giustamente come il consumismo moderno, non pago di avere un consumatore, pretende persino di avere un consumatore che non badi a ciò che compera, che lo consumi con disprezzo zen. Non basta che si comperi un oggetto e non si possa star bene senza averlo comprato; ma nella fase successiva all'acquisto occorre negare ogni attaccamento, considerarlo spazzatura, robetta poco importante. Insomma, perdiamo così persino la figura dell'accaparratore, materialista geloso e possessivo verso quanto acquista.

E' una conseguenza inevitabile della nostra cultura, motivata da una struttura economica che produce beni sempre più di scarto e sempre meno duraturi: per forza di cose occorre motivare un distacco da quanto si compra, se quanto si compra è lammerda.

Tornando alle esperienze da fare prima dei quarant'anni, il trend attuale non è certo nuovo.
I giapponesi, sempre in anticipo sulle tendenze mondiali, maturavano già negli anni '80/'90 pre crisi un gusto spiccato per la simulazione, per il luna park, per l'esperienza sì “autentica”, ma nel contempo perfettamente sotto controllo. Una probabile evoluzione dalla mania tutta giapponese di irregimentare la natura, con la costruzione/distruzione di larga parte del paesaggio naturale, dalle colate di cemento sulla linea costiera, all'ossessione per le dighe nell'entroterra, alla nevrotica segnaletica nei parchi.
Un reportage degli anni '90 del National Geographic osserva il seguente:
Now Huis Ten Bosch – house in the woods – has become an important vantage point for people like Noboru and Manami Suzuki, because it was there that they were spending their honeymoon. “We thought about going in Europe,” Noboru told me, “but we wanted to go out at night without becoming crime statistics or having to deal with a foreign language.”
That very urge to taste the wider world's glamour without any of its inevitable mess or danger is what worries Nagasaki Mayor Hitoshi Motoshima. In 1945 Nagasaki became the second city in history to be hit by an atomic bomb. Yet today, Motoshima believes, the Japanese have lost sight of the events that led to the tragedy, and such myopia could hinder them as they try to mesh with a rapidly changing world. (1)

Con ritardo di cinquant'anni, troviamo un'identica mania del controllo, un'identica control freak generation anche nella popolazione europea. Una certa ritrosia alla vacanza all'estero, come una minore disponibilità economica hanno ovviamente impedito una “moda” come in Giappone, ma l'idea c'è. Ammetto una completa stanchezza all'idea di voler vivere l'ebbrezza di una vita “al limite”, ma nel contempo accuratamente all'interno di quei “limiti” che garantiscono di non correre alcun rischio.
Troppo comodo, grazie. Accanto al caffè senza la caffeina, la sigaretta senza il tabacco, il fantasy senza il fantasy, ecco l'esperienza “di una vita” senza, well, senza vita.


La soluzione non ritengo si trovi nel cercare un'autenticità, un'esperienza realmente vissuta, un rischio corso per davvero. Tentativi del genere o vanno a finire male, molto male, o finiscono per scendere ancora più in basso nella degradazione, in giochini di falsità sempre più stupidi.

Un esempio: l'esperienza “falsa” di un turista americano in safari, a sparacchiare ai leoni.
Contrapposta: l'esperienza “vera” di un turista americano che contatta alcuni “locali” per farsi dire dove sparare a “veri” leoni, in un ambiente “vero” e non coreografato in partenza. L'esperienza vera è falsa quanto la precedente: il nativo o lo ammazzerà per derubarlo, o lo porterà in qualche luogo dove sa, con ragionevole certezza, che il suo cliente troverà animali da cacciare senza pericoli e senza problemi.

Peraltro, la natura di “finzione” di esperienze del genere spiega perché i turisti si indignino tanto quando scoprono che i giri turistici in Nord Corea sono tutti coreografati, senza nulla di autentico.
Non bisognerebbe sorprendersi così tanto: tutti i giri, le comitive, le vacanze programmate sono coreografie fin dall'inizio. Pyongyang si limita a esacerbare quest'aspetto, a rompere qualsiasi pretesa di realismo che si mantiene invece nei viaggi organizzati occidentali. Il turismo della Corea del Nord parodia (involontariamente) il turismo occidentale. Ne rivela gli aspetti più inconsci, ridicoli, costrittivi: dover seguire sempre la guida, dover sempre attenersi alle attività decise dai capigruppo, dover sempre meravigliarsi per l'ennesima cafonata a buon mercato...
A questo, dopo una sessione di esami di settembre a dir poco massacrante, io preferirei invece una vacanza tranquilla. Una scelta che so in controtendenza, all'appunto moda attuale; un viaggio che sia lento, senza scopo, calmo, civile, educato. Tutti aggettivi che sanno di vecchio, mi rendo conto, ma spero che con quel “senza scopo” di aver allontanato lo spettro della vacanza in crociera.
Sotto l'aggettivo “tranquillo” non intendo certo la tranquillità mortifera, da bara da vampiro, di certi viaggi in nave, come non intendo l'encefalogramma piatto di chi per settimane intere si rosola in spiaggia. Un viaggio intelligente, curioso, eppure tranquillo. Senza particolari scossoni.
Leggendo una vecchia rivista, Vie del Mondo (1990), ho trovato un perfetto riassunto di questo genere di vacanza:
Il mio sogno nautico ricorrente, come antidoto alla navigazione dura, è un houseboat sui canali di Normandia. Pensate: è una barca anche quella, panciuta, comoda, bassa di bordo, adatta a navigare nei fiumi, con un motore potente e tranquillo. Su di essa si procede passo passo per le anse del corso d'acqua fra sponde alberate e fiorite. Non si corrono rischi, se non quello, tutt'al più, di sfiorare con la chiglia un banco di sabbia. Non ci si affatica. La campagna ben coltivata, scenario riposante, muta a poco a poco mentre si procede. Poi, verso le cinque di sera, un po' prima o un po' dopo secondo lo stato d'animo, si va all'ormeggio; si beve un tè, o, se già lo si è bevuto in navigazione, un whisky col ghiaccio, prima di scendere nel bistrot raccomandato dalla guida, dove hanno pronto per gli ospiti un succulento arrosto di agnello, un saporito paté-maison, un bordeaux memorabile.
Dopo il cognac si va a dormire a bordo, per ricominciare domani... (2)

Ah, perfetto. La calma di queste righe! L'auto compiacimento, senza volgarità caserecce!
Sono troppo povero per permettermi vacanze del genere e certo, l'autore scriveva nel 1990. Eppure l'ideale di una vita tranquilla, consacrata all'arte, al buon gusto, alla dignità della persona prima dell'oggetto non è nuova. Ne avevo già scritto a proposito della colazione ideale.
E certo, come allora, non posso dir nulla sulle accuse di voler tornare indietro, di celare dietro quest'ideale vita hobbit un intrinseco conservatorismo. Lo so bene; è uno stile di vita idealizzato.
Ma è davvero così arrogante e irrealizzabile?
E' una pretesa tanto balzana pretendere – per sé e per chi non è ancora lobotomizzato – una vita tranquillamente artistica?
E' già esistito un precedente storico, e sono gli anni tranquilli e paciosi della Restaurazione.


Il manuale di storia contemporanea di Negrelli ne offre un passaggio esemplificativo, non a caso collegato alla precedente citazione dall'elemento fluviale:
L'atto finale del Congresso di Vienna conteneva in tal senso disposizioni feconde: condannava ogni tipo di schiavismo e vietava la “tratta”, ammetteva l'internazionalizzazione delle grandi comunicazioni fluviali (…)
Si configura allora infatti anche la stagione del Biedermeier (dal nome di un “probo”, tipico “uomo comune” rispettoso delle autorità e pago delle felicità domestiche, reso celebre da una fortunata rivista tedesca), che – già nello stile d'arredamento (il capace divano, le sedie dagli schienali lisci e avvolgenti, la sobria e rassicurante linea dei pesanti mobili dalle cui vetrinette occhieggiano chicchere e bicchieri, etc.) – esprime un modo quieto e rasserenato di intendere la vita.
Anni ignorati dalla storiografia, sbeffeggiati.
Anni in realtà di crescita economica, industrializzazione e di “tirannie”, almeno in Austria, tra le più mansuete e innocue che la storia abbia conosciuto.
Anni di governo sotto diplomatici, come il Metternich, bene consapevoli dell'orrore delle guerre “moderne”, napoleoniche.
Anni tranquilli, prima del “delirio febbrile” (3) del nazionalismo otto-novecentesco.

(1) Huis The Bosh era negli anni novanta a Kyushu una ricostruzione di un insedimento olandese seicentesco, con effetti speciali quali fulmini, pioggia, comparse ecc ecc
L'articolo è Kyushu: Japan's Southern Gateway, National Geographic, January 1994.

(2) L'articolo è Houseboat, di Piero Ottone, Vie del Mondo, agosto 1990. Nell'editoriale, il direttore del giornale s'interroga stupito sul perchè i paesi dell'Europa Orientale stiano risentendo così tanto della “benefica” liberalizzazione post crollo del Muro. Si dichiara però fiducioso che la transizione a un economia di mercato e alla democrazia risulterà, nel lungo termine benefica, specie nei Balcani. Beata ingenuità...

(3) “Wilson era un uomo malato, incalzato da aspiranti successori e non ne sapeva nulla della storia millenaria dell'Austria. Gli alleati e i loro protetti, dopo aver avuto paura, dovevano ora dividere la pelle dell'orso. Così il mondo venne di nuovo ripartito e l'instabilità dell'Europa si diffuse anche agli altri continenti. Da questo momento in poi, l'umanità è stata come preda a delirio febbrile.”
O. Kokoschka, La mia vita, Venezia, Marsilio, 1982, a sua volta citato dalle note a piè di pagina di John W. Mason, Il tramonto dell'impero asburgico.

lunedì 12 settembre 2016

Dopo la marcia, la carica: Radetzky rivisto.


La classe intellettuale (la lobby intellettuale?) possiede sempre un set fisso di eroi e personaggi che vorrebbe che il “popolo” studiasse e idolatrasse, che variano a seconda del periodo storico e della classe dirigente.
 Attualmente, la storia sembra partire dal secondo dopoguerra e concentrare ogni suo eroe nei movimenti di emancipazione e lotta civile tra i '60 e i '70. La parola eroe viene rimpiazzata dall'attivista per i diritti umani e la gallery di eroi, pardon attivisti, si colora di personaggi passivi che s'immolano per i diritti di ristrette minoranze.
Durante la Restaurazione, la storia proiettava un raggio glorioso sull'ancient regime e sulle monarchie, contrapposte al terrore giacobino e alla tirannia di Napoleone. Gli eroi erano i martiri passivi trucidati dalla Rivoluzione e i generali e i re che avevano sconfitto Napoleone, principalmente inglesi come Wellington e Nelson.
Ovviamente, quanto gli intellettuali vogliono e il popolo desidera, è tutt'altra cosa. Nessuno ricorda per davvero gli eroi in salsa liberal del '60, come nessuno ricordava per davvero nel 1820 Napoleone come un “tiranno”. Al contrario, fin dai primissimi anni, il personaggio di Bonaparte conobbe un'immensa popolarità, una fama che resiste tutt'ora caparbia ai revisionisti, ai monarchici, ai liberali, ai pacifisti: Napoleone è, piaccia o meno, ancora un personaggio storico positivo.
Se si domanda a un ragazzino chi è Wellington, difficilmente saprà rispondere. 
Ma il Bonaparte? Egli mantiene un'aura grandiosa, impossibile da dissipare.
E' quella che chiamo la “vitalità” dei personaggi storici: alcuni sembrano destinati a scomparire, altri riemergono nei modi e nelle finalità più inaspettate. E ovviamente c'è uno scontro (odio?) tra chi i giornalisti e i demagoghi della classe dirigente vorrebbero “famosi” e chi invece ricorda e preferisce la gente. I sondaggi in Russia che rivalutano Stalin e Breznev tra larghe fasce della popolazione, o l'attaccamento verso eroi, pardon attivisti, come Snowden o Manning, ritenuti pirati, “pericolosi” idealisti, ladri di informazioni “segrete”.
E Radetzky? L'austriaco generale è un esempio di strategia di sopravvivenza al suo massimo livello, l'equivalente di un trilobita nel campo della storia. Un uomo dalla parte dell'Austria, un generale, corpacciuto e conservatore, che combatté in un anno, come il 1848, che vedo dimenticato persino dagli insegnanti delle Superiori. Eppure il trilobita Radetzky si fa ancora strada non sui libri, non sui giornali, ma sulla televisione: il primo dell'anno è La Marcia di Radetzky a erompere dallo schermo, in un inno che non ha nulla, assolutamente nulla di moderno.
E' Radetzky, cazzuto e semplice.
Certo, è Strauss, è Vienna... eppure non sarebbe così strano che di tempi così progressisti, tecnologici, fissati col nuovo si scegliesse qualcosa di più “chic”, più adatto.

venerdì 9 settembre 2016

Providence 07: The Picture, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Il sistema di annotazioni in calce a ogni opera di Alan Moore potrebbe far pensare a un autore che ama i sottotesti. E certamente, la serie di Providence è un'opera complessa. Se anche un lettore casuale volesse apprezzarla, dovrebbe comunque, obbligatoriamente, leggersi almeno i racconti principali di Lovecraft. Trovo straordinario, come in un'epoca easy e volgare come questa, dove tutto dev'essere immediatamente disponibile e alla portata di tutti, ci arrivi sulla soglia di casa un'opera, che è per di più un fumetto, che richiede uno studio preliminare.
Roba che fa battere il mio cuoricino di universitario frustrato.
In secondo luogo, è falso che Moore usi davvero i sottotesti. Certo, vi sono più livelli di lettura, tante simbologie e giochi di rimandi, un incredibile lavoro di approfondimento linguistico. Tuttavia, il macguffin della storia consiste proprio nell'errata razionalizzazione di Black: i mostri che intravede, il soprannaturale con cui a che fare non sono “simboli” per altro, non sono metafore, o allegorie, come tenta disperatamente di spiegarsi nel Commonplace Book.
I mostri sono mostri, l'irreale è irreale. Non c'è alcun specchio distorcente, nessuna metafora, nessuna segreta spiegazione: la magia c'è, esiste. Pertanto Alan Moore usa Robert Black per trollare alla grande tutti gli intellettuali che usano il fantasy e l'horror per parlare d'altro, senza fare attenzione a trasmettere in primo luogo il sublime e la paura che generi simili richiedono.
Ne abbiamo un esempio grandioso in Providence 07, sulla falsariga del racconto Il modello di Pickman; nelle prime pagine, ospite del pittore, Black gli attribuisce una serie infinita di sottotesti:
… la rabbia dei ceti oppressi
… un diverso stato di coscienza
… ha un sottotesto politico

Non di tutto, ma di tutto per negare che i ghoul nel quadro siano i ghoul nella fotografia e che Pitman, lungi dall'essere un artista da strapazzo, è solo un pittore realista.

Con la settima puntata di questa serie, valgono i riferimenti dei numeri precedenti: il sito da cui ho tradotto le annotazioni è Facts in the Case of Alan Moore's Providence; le citazioni sono invece tratte dall'edizione della Newton&Compton Editori; fino a pagina 13 l'infaticabile lavoro di traduzione è stato svolto da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano. Non sarei riuscito a completare con tanta velocità le annotazioni senza il suo aiuto, specie in questo periodo di fittissimi esami, per cui gli sono terribilmente riconoscente.


The Picture

lunedì 5 settembre 2016

La Narnia maschile di C. S. Lewis e la Narnia femminile di Pauline Baynes


E' consolante come da bambino si apprezzi una storia per quello che al fondo è, cioè una storia, bella o brutta. Solo successivamente, con un bagaglio culturale alle spalle, ci si rende conto di quanto un autore avesse insistito su quella metafora, su quell'allegoria, su quel messaggio ecc ecc
Tuttavia, a una lettura “ingenua” nulla di tutto ciò emerge, ci si limita a leggere e gustare l'avventura. Non è un'ammissione d'ignoranza, ma al contrario una rassicurazione su come, per l'ennesima volta, non si debba considerare il bambino come un idiota che assimila qualsiasi ideologia gli si proponga, ma anzi, un soggetto che sa badare a ciò che conta per davvero, protagonisti e trama. Nel caso in questione, un bambino che legge Il leone, la strega e l'armadio, non riconoscerà mai l'allegoria cristiana dietro, per altro molto spicciola – il dolcetto turco per il frutto proibito del Giardino dell'Eden, il leone Aslan come Gesù, la sua morte e resurrezione come una Via crucis fantasy ecc ecc – si limiterà invece a leggere una storia che troverà divertente. Se anche uscisse fresco fresco da quel tempio dell'inutilità che è l'oratorio, non riconoscerà mai l'allegoria. Valuterà il romanzo in base all'intrattenimento e alla piacevole immedesimazione che gli permette; senza dubbio da quel punto di vista C. S. Lewis è un bravo narratore, piacevolissimo.

Man mano che le Cronache di Narnia proseguono e le invettive di Lewis aumentano, quest'incapacità del bambino di percepire il sotto fondoideologico” si rivela sempre più fortunata.
Consideriamo ad esempio il penultimo libro, La Sedia d'Argento. Scomparsa l'epica alla Tolkien del primo libro, come il gusto per la scoperta e l'avventura metafisica del Viaggio del veliero, La Sedia d'Argento già preavverte la pesantezza morale de L'Ultima Battaglia. Dietro gli animali parlanti e le battutine che un rimbambito pronuncerebbe, ma non un bambino, Lewis sta diventando un rauco urlatore, un pensionato reazionario. Un giudizio eccessivo? Torniamo alla Sedia d'Argento, e (purtroppo) vediamolo confermato fin dalle prime righe.
Eustachio, il ragazzo “nuovo” nel Viaggio del veliero, è ora studente di una prestigiosa scuola d'élite, dove ha stretto amicizia con uno scricciolo di ragazza chiamata Jill Pole.
Già dal primo capitolo, “Dietro la palestra”, vediamo confermato come alla lettura del testo corrispondano due diverse interpretazioni, a seconda che il lettore sia un bambino, o un novello analfabeta, o sia invece un adulto più smaliziato.
Nel primo caso, da quanto ricordavo alle medie, Eustachio frequenta una scuola sgradevole e grigia, dov'è pieno di bulli e dove il corpo insegnanti è passivo, completamente disinteressato a punire i cattivi. Questa è la visione base, di chi legge prestando attenzione alla storia.
Rileggendo invece La Sedia d'Argento avanti cogli anni, le intromissioni e le gomitate del narratore onnisciente (cioè, Lewis stesso) risultano oltremodo fastidiose. Non ci si limita a spezzare l'immersione, a rovinare la lettura: sembra di assistere a una bel discorso continuamente interrotto da un urlatore che megafono alla mano deve spiegarti come stanno le cose.
Ora, dal momento che la storia che sto per raccontarvi non ha niente a che vedere con la scuola, vi darò solo qualche piccola informazione sull'Istituto di Jill: il che, detto fra noi, non è un argomento piacevole.

venerdì 26 agosto 2016

Ivo Andric, Il ponte sulla Drina


1516. Tributo bambino al Sultano, futuro giannizzero e visir, Sokullu Mehmed Pasha vede dalla sua cesta passare il fiume Drina. Il traghetto lo traversa lento, ondeggiando paurosamente tra i flutti bianchi di spuma. Nella mente del bambino sorge una meravigliosa visione: un ponte di pietra bianca, collegamento tra Serbia e Bosnia, che rivoluzioni la vita della piccola cittadina di Visegrad.
1571. Sotto la guida del crudele consigliere Abigaga, inizia la costruzione del ponte sulla Drina.
1573. Abigaga tiranneggia gli operai, li maltratta. La costruzione va a rilento. Un anziano serbo, che vede nel ponte un'infamia dei turchi e dell'Islam, lo sabota di notte. E' catturato e impalato.

Credo sia nella scena dell'impalamento che il romanzo di Ivo Andric, Il ponte sulla Drina, mostra davvero di che pasta è fatto. Fino a quel momento il romanzo poteva infatti sembrare un'allegra scampagnata, una rievocazione con lacrimuccia all'occhio del passato bosniaco dello scrittore, nato proprio a Visegrad. Il romanzo infatti parte con un incipit degno dei Promessi sposi, con un'ampia descrizione geografica del luogo e dei suoi abitanti nell'800. Già tuttavia al momento di descrivere il ponte, un gusto per il sangue e il macabro trapela a spezzare l'eccessiva nostalgia, il rischio di una descrizione pastorale e artefatta:

lunedì 22 agosto 2016

Liebster Blog Award 2016! Domande e risposte.


A giugno il collega di cella di blog Grande Arbitro del Gioco Magazzino! La lega del ludo mi ha conferito il Liebster Blog Award, un simpatico premio/catena che noi blogger amiamo passarci l'un l'altro per avere più visite e più lettori ^__^
Sono sempre un po' titubante quando si tratta di iniziative del genere, perchè non so mai cosa rispondere ad alcune domande, siano personali o di segnalazione d'altri blog. In quest'ultimo caso ho semplicemente saltato i punti 5-6-7. Anche anni fa, quando frequentavo maggiormente la bloggosfera, mi sarei trovato in difficoltà a nominare 11 blog, figuriamoci adesso.
Come avevo ribadito sul Boomstick Award 2015, preferisco ormai seguire la persona invece che il sito: ormai di continuo ci si ritrova obbligati a seguirla nei boschi di social, giornali, siti, blog (sempre meno aggiornati), collaborazioni, pubblicazioni ecc ecc
Al momento, ad esempio, seguo abbastanza Jess Nevins, una nostra vecchia conoscenza per le annotazioni su Nemo e Alan Moore. Jess aggiorna di rado il blog, ma non si fa scrupoli a bombardare di tweet il suo profilo, a gestire una (sporadica) newsletter pure molto interessante, a collaborare di tanto in tanto con quel dato sito di news. E' stancante, dispersivo e sterile, ma è anche l'attuale modo di fare.

Innanzitutto, le regole:

1) Ringraziare i blog che ti hanno nominato e assegnato il premio;
2) Scrivere qualche riga (massimo 300 parole) sul blog che preferite (ovviamente non il vostro). Spiegare perché vi piace il blog, mettere il link;
3) Rispondere alle 11 domande poste dal blog o dai blogger che ti hanno nominato;
4) Scrivere, a piacere, 11 cose di te;
5) Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower;
6) Formulare le 11 domande per i blogger che si nomineranno;
7) Informare i blogger del premio assegnato.

Oookay, iniziamo:

venerdì 19 agosto 2016

L'Anello che non tiene, di Lucio Del Corso e Paolo Pecere: un saggio da gettare nel Monte Fato


A marzo di quest'anno, in seguito agli articoli su Tolkien che avevo scritto a dicembre/gennaio mi era stato chiesto, in via informale, se mi interessava trasformarli in un saggio “tolkeniano” a tutti gli effetti, da pubblicare in formato ebook.
Avevo cominciato a lavorarci in fretta, perché sapevo che con l'inizio dei corsi e degli esami non avrei avuto tempo per scrivere alcunché. Infatti, tra aprile e luglio mi sono limitato ad alcuni lavori di bibliografia, ma il saggio è rimasto fermo.
Grazie alla pausa agostiniana – la calma prima della tempesta! - spero di riuscire a completare una prima stesura, completa di citazioni, note, bibliografia.
Già; la cara, vecchia bibliografia. E' inquietante quanti studenti con laurea triennale conosco che non sappiano cosa sia Opac (il motore di ricerca bibliotecario) o che non sappiano cercare un libro tra gli scaffali, o ancora che non conoscano le basi per citare un testo. Al di fuori degli studenti di letteratura e storia, il vuoto è pressoché totale. E se lo posso comprendere per uno studente di biologia, dove il materiale è tutto su Internet e sulle pubblicazioni scientifiche, lo posso comprendere molto meno per uno studente di scienze sociali, di psicologia, di legge, di arte, di filosofia, di architettura, di archeologia, di... Insomma, mi sembra impossibile che per scrivere una tesi abbiate usato solo il materiale fornitovi dal professore, senza che questi vi spingesse ad alcuna ricerca.
Sassolino dallo stivale tolto, si può trovare anche a Trieste della saggistica tolkeniana, anche se nascosta, marginale e dispersa tra le diverse sedi.
In biblioteca Attilio Hortis trovate il saggio di Tom Shippey, nell'archivio tesi un saggio su Gollum di fine anni '90 (tesi di una studentessa di lettere), nella Quarantotti Gambini Tolkien in abbondanza come autore (Signore degli Anelli, Silmarillion, lo Hobbit ecc ecc Significativamente il luogo dov'è più presente Tolkien è dentro una biblioteca popolare, segno che non è ancora mummificato dall'intellighenzia) e infine... nella biblioteca della Scuola traduttori il saggio di Del Corso e Pecere, L'Anello che non tiene, Tolkien tra letteratura e mistificazione.

lunedì 15 agosto 2016

Providence 06: Out of Time, di Alan Moore. Traduzioni dal francese, annotazioni, analisi.


Seconda collaborazione col blog dell'amico Zeno e seconda incursione nel mondo delle traduzioni. Siamo al sesto capitolo della storia di Alan Moore, alle prese con la lenta discesa tra il sogno e l'incubo del giornalista Robert Black. Questo numero della graphic novel è intitolato “Out of Time”, un ovvio riferimento a una tra le storie di Howard Phillips Lovecraft che preferisco, The Shadow out of Time, da noi L'ombra venuta dal tempo. Scritta a meno di un anno dalla sua morte, è ancora ispirata a un sogno, e mescola mito (anzi Miti), fantascienza e orrore in maniera magistrale. La possessione e la conseguente perdita del sé, lascia spazio alla meravigliosa possibilità di accedere all'esistenza tramite una “interfaccia organica”, un corpo alieno la cui sola vista potrebbe portare alla follia le nostre menti. Eppure il fascino (della conoscenza quindi dell'ignoto) ha la meglio sull'orrore e per una volta il confronto con realtà nate “altrove” non ha conseguenze nefaste, almeno finché non viene scoperchiata una certa botola di pietra...

Proprio i temi della possessione (mentale e fisica) e della perdita dell'identità sono al centro di questo sesto numero di Providence, con una scena di raro impatto in quanto a violenza psicologica. Black si salva solo grazie alla sua capacità di razionalizzare, ridurre a un possibile sogno (o stato ipnotico) quanto di sovrannaturale gli continua ad accadere, muovendosi in uno stato di sogno lucido tra demoni, ghoul, spiriti reincarnati, modifiche dello spazio tempo, esseri intra dimensionali e sogni premonitori.

Tutto questo sta, come una sorta di “Yog-Sothoth narrativo”, nelle pagine e tra le pagine.
È la porta, che conduce a una nuova consapevolezza, ed è la chiave.
È nelle parole e nei lori duplici, malleabili significati.
Parole nella nostra lingua e parole in Aklo, l'idioma, del tutto inventato, capace di aprire le porte su altri stati percettivi, quindi su altre realtà. Come nel racconto From Beyond (Dall'altrove), iniziamo assieme al nostro Robert Black a essere partecipi di una molteplicità di mondi che si intersecano, a noi del tutto invisibili finché una qualche scienza (o magia, ma le sappiamo equivalenti), non ci rendono capaci di questa nuova visione.

Nel caso di Providence e del suo “araldo”, Robert Black, siamo di fronte a un cammino iniziatico attraverso l'America dei primi del '900, con i suoi luoghi segreti e i suoi “immigrati”, giunti da altre dimensioni spazio temporali, filtrati dal passato o dagli spazi siderali.

Se questo cammino condurrà a una visione di meraviglia, paragonabile alla città al tramonto la cui bellezza era celata dall'opera del Caos Strisciante, oppure alla conoscenza di un orrore tale da rendere l'oblio l'unica salvezza, come la vista di una nuova R'lyeh emersa dalle acque insanguinate da millenni di guerre, solo i prossimi numeri di Providence potranno dirlo.



Out of Time

venerdì 12 agosto 2016

Gencon 2016, tra Kickstarter, giochi di miniature e annunci di boardgaming


Il mese di agosto è sempre un buon mese per il fare punto sul wargaming.
Il traffico web è comunque scarso e non corro il rischio di rubare spazio ad articoli più importati.
Inoltre c'è stata di recente la Gencon, con l'annuncio di diversi progetti finora rimasti semplici “rumors”. Siamo anche nel periodo perfetto per tirare il fiato prima della tempesta di novità, campagne crowdfunding, progetti Kickstarter che arrivano tra settembre e ottobre.
Con questo rapido elenco di boardgame e giochi di miniature ho scelto i progetti che trovavo non più famosi, ma più curiosi e interessanti. Non saranno quelli di cui tutti parlano, ma sicuramente incontrano i gusti dei lettori di questo blog: abbiamo steampunk, weird, sacchi di miniature di bassa qualità, giochi davvero di nicchia e giochi davvero di massa.
A quale progetto guardate per quest'anno scolastico (settembre 2016, giugno 2017)?
Quale ritenete che sarà una moda passeggera e quale invece un gioco decente?
(e quale una truffa?)

Iniziamo dal piccolo con Purgatory.
Si tratta di un gioco di schermaglie, con dadi (D6) e carte, con bande che si scontrano per pochi pezzi (10 miniature per parte, in media). Le miniature sono sui 28-30mm eroici, in resina e il Kickstarter è previsto per il mese di ottobre. 
Hanno una pagina facebook (con shop annesso) e una newsletter molto curata.


Tra le decine ormai di Kickstarter, Purgatory è l'unico con un'ambientazione finalmente originale. L'Apocalisse è infatti arrivata, la Terra è al centro di una lotta tra fazioni di angeli e demoni in guerra eterna. Il tempo si è fermato e le anime degli uomini vagano tra tempo e spazio, concretizzandosi in ogni genere di mito e reincarnazione storica. Il background, straordinariamente complesso per un gioco, è anche più complicato di così, partendo dai faraoni e svolgendosi fino al presente congelato dall'intervento divino. La mescolanza di magia, tecnologia e mitologia crea un mondo davvero bizzarro, pop, multicolore, dove non ci sono “umani” nel senso da noi intenso, ma archetipi e personificazioni di Vizi&Virtù. Nel mondo di Purgatory, gli uomini sono come gli orchetti e i goblin dei mondi fantasy, irrilevanti per le fazioni che giochiamo, niente più che carne da cannone.

Ho sempre evitato di citare la Cool Mini or Not, perchè ho un rapporto amore/odio con questa casa di produzione: hanno chiaramente le finanze per produrre per proprio conto i loro giochi, ma scelgono d'investire su Kickstarter in modo massiccio, quel che è peggio sia in quantità che qualità estremamente elevati. E non mi interessano le stupide polemiche dei giocatori da tavolo che non vogliono le miniature, perchè “inquinano” la purezza dei loro giochi, come non mi interessano le polemiche su Eric Lang, che sembra un tipo simpatico.
Tuttavia, ogni volta che esce un Kickstarter della Cool Mini or Not, gli altri kickstarter di boardgame nel settore perdono terreno, se non proprio falliscono. Le piccole aziende e gli appassionati non possono, se non indebitandosi a morte, offrire “freebies” e prezzi competitivi come la Cool Mini, che per il 2016 ha allocato la bellezza di 5 milioni di dollari solo per fare Kickstarter. 
E' una competizione schiacciante.