martedì 3 luglio 2018

New Camelot, di Lorenzo Davia: quando il fantasy diventa urban


New Camelot è il perfetto modello di una città, non il modello di una città perfetta. 
Scriveva così, riferendosi all'immane megalopoli, il sociologo Lewis Mumford, descrivendo bene la natura selvaggia, caotica e multi culturale di New Camelot. 
La città dei mulini satanici di William Blake, dove masse di umili lavoratori lavorano sotto la sferza delle oligarchie industriali, così come la città delle mille possibilità, dove all'angolo di ogni via potrebbe aspettare in agguato tanto il successo quanto il coltello di un teppista qualunque. 
New Camelot, New Camelot, città che non dorme mai: luogo di travolgenti successi e altrettanto travolgenti cadute, città dalle avveniristiche tecnologie e dalle ataviche magie. 
Le proprie case distrutte, i propri ambienti inquinati e sfigurati da una selvaggia industrializzazione: tutte le razze fantastiche si sono qui riunite, alla disperata ricerca di un lavoro, di una possibilità, di una vendetta. 
Gli elfi dominano gli ultimi livelli, nella qualità di dirigenti aziendali, di broker, di impiegati corporativi: una collocazione naturale per una razza di sociopatici opportunisti. 
Scendendo ai livelli inferiori, un melting pot di razze e creature fantastiche gareggia a farsi strada, a diventare qualcuno, ognuno con un sogno da realizzare. Centauri della polizia presidiano le strade, teste di cuoio orchesche rompono le teste di manifestanti goblin, nani meccanici aggiustano auto volanti e dovunque, dai bassifondi ai grattacieli corporativi, la razza umana supera tutti nel coraggio e nella stoltezza. Ma ognuno, in qualche modo, è convinto di avere una possibilità...
Perchè New Camelot è una città magica. Letteralmente. 

Dopo diverse (sanguinolente) avventure nei racconti precedenti, pubblicati dalla Delos, Fata Mysella torna protagonista con questo nuovo romanzo di Lorenzo Davia, catapultata nello scenario urbano di una città fantasy nell'aspetto, ma americana nel cuore. Mysella è una Fata tanto adorabile, quanto psicologicamente instabile, dal passato militare nella Guerra Civile delle Fate e nella Grande Guerra Commerciale tra le società del Multiverso. 
Sempre più fredda, sempre più acida, Mysella è alla ricerca di Fata Laihia, smarrito amore, ultimo legame “umano” per una Fata sempre più estraniata dal mondo. Dalle ultime tracce Laihia aveva cercato fortuna nella Grande Mela... che come la fiaba di Biancaneve insegna, è spesso avvelenata. 
Un altro reduce di guerra, Frank Dosadi, dovette accettare di diventare un vampiro per salvare il suo plotone e da quel momento in poi ha dovuto convivere con la sua maledizione di succhiasangue, attraversando una turbolenta carriera nella NCPD (New Camelot Police Department). 
Cacciato per i suoi metodi poco ortodossi, è ora un investigatore privato alcolizzato, dipendente da qualunque cosa possa allontanare il suo bisogno di sangue umano.  Il caso su cui sta indagando, un apparente suicidio del marito dell'elfa Lady Meranin, della casta Merel, sembra legato all'attività della Compagnia per lo Sfruttamento dei Reami Magici (CSRM) e alla stessa Fata Mysella...


Il romanzo di Lorenzo Davia è paragonabile a una corsa sull'ottovolante, un cocktail narrativo di generi tanto potente, quanto straniante: ultimato, si scende dal romanzo con le gambe che tremano e la testa che scoppia per le tante fermate narrative compresse dentro una velocissima corsa di appena 132 pagine. 
Una divertente – a tratti confusa - miscellanea di generi, dove a ogni fermata corrisponde una diversa stazione narrativa, un diverso “tono”: dalle atmosfere proprie di una giungla urbana con la Fata Mysella, ai toni classicamente noir di Dosadi quando incontra la femme fatale Meranin, allo spaccato da buddy movie quando Mysella e Dosadi collaborano, alle (tante) scene action che alternano lo sparatutto nella prima persona alla fantascienza cyberpunk...

Se fosse necessaria una semplificazione, sarebbe possibile definire New Camelot come un thriller dentro un'ambientazione fantasy, a sua volta distorta e “punkizzata” attraverso una dose di realismo, sesso e violenza. Se siete tra coloro che considerano la particella -punk in riferimento ai diversi sottogeneri della fantascienza, dal cyberpunk, allo steampunk, all'atompunk, si può invece definire scherzosamente il romanzo come PunkPunk, nella misura in cui agisce da contenitore di tutti i sottogeneri appena elencati e altri ancora. In alternativa, è possibile giudicare New Camelot come un Urban Fantasy, nella misura in cui la città è viva e presente, interloquendo e agendo sui personaggi che la percorrono (e distruggono...) in lungo e largo. 

I due protagonisti, Mysella e Frank, appaiono entrambi reduci da un passato militare, che li ha lasciati segnati, a loro modo: Mysella nell'animo, Frank nella maledizione dei vampiri. 
Non si potrebbe tuttavia immaginare personaggi più radicalmente diversi nell'azione e nel pensiero: Frank è un uomo riflessivo, dal tirannico autocontrollo, che agisce grazie alle amicizie e ai favori che coltiva per i diversi livelli di New Camelot; al contrario, Mysella è un pericolo ambulante, un'estranea che deve farsi strada nei bassifondi cittadini, tra sparatorie e risse da bar. 
Nonostante innegabilmente Mysella sia il personaggio a cui Davia dedica maggiore attenzione, il carattere bipolare della Fata rende difficile qualsiasi attaccamento, mentre Frank con i suoi cliché da detective e la sua “missione” di redimersi dall'essere vampiro risulta più interessante.  

La natura inclassificabile dell'ambientazione tende a generare paragoni ludici o cinematografici, rispettivamente nei confronti del gioco di ruolo (e videogioco isometrico) “Shadowrun” e recentemente con il film “Bright” del regista David Ayer. 
Le divisioni razziali e le atmosfere poliziottesche ricordano vagamente il film di Will Smith, ma sono qui declinate nell'eclettismo di un intero bestiario fantasy, mescolato senza distinzioni, in tal senso afferente maggiormente all'anarchia selvaggia di Shadowrun, coadiuvata da una vasta gamma di veicoli, artefatti magici e tecnologie decisamente lontane dalle atmosfere moderne di “Bright”. 
Un altro riferimento raramente menzionato nell'ambito dell'urban fantasy è “Cast a Deadly Spell” (1991), sconosciuta produzione dell'HBO, del regista Martin Campbell. 
E' il 1948 e a Los Angeles la magia è ormai di uso comune, accanto ai telefoni, le auto e le tecnologie “umane”: il detective H. P. Lovecraft (Fred Ward) deve investigare il furto di un testo di magia nera, il misterioso Necronomicon. Elementi lovecraftiani si mescolano al fantasy tradizionale, stavolta rappresentato dal folklore di vampiri, lupi mannari, troll e via dicendo... 
Se “Bright” e “Shadowrun” rappresentano gli elementi fantascientifici di New Camelot, “Cast a Deadly Spell” ne recupera gli elementi pulp, scanzonati e irriverenti. 

Il romanzo appare infatti vestito con un tessuto fantasy tradizionale, sul quale Davia ricama una trama di citazioni e riferimenti: un'ininterrotta sequela di ammiccamenti, di strizzate d'occhio, di citazioni disinvolte. 
Si tratta di un gioco citazionista palese, dove persino il non addetto ai lavori riconosce al volo i (tanti) riferimenti: si va dalla “Gandalf Avenue”, all'“Elrond Building”, all'“ascensore Bilbo”, a “Shannara Street”, senza trascurare i riferimenti invece al mondo reale filtrati dal folklore fantasy, ad esempio nella forma dell'“emodone” assunto da Frank Dosadi per tenere sotto controllo la sua dipendenza, che cita il metadone distribuito nei centri di recupero per i tossicodipendenti. Sarebbe stato preferibile una maggiore sofisticatezza nella toponomastica fantasy di New Camelot, che sembra arrestarsi al livello di un riferimento gratuito, sminuendo così la serietà dell'ambientazione.

Il centauro poliziotto in "Bright". Nonostante gli innegabili difetti del film, sarebbe interessante vedere un seguito.
La natura stratificata di New Camelot, megalopoli costruita su più livelli, permette a Davia di alternare le ambientazioni più strane, tenendole rigorosamente separate: vi sono infatti quattro livelli, edificati man mano sul nucleo medievale e arturiano della “vecchia” Camelot, ciascuno corrispondente a un diverso livello tecnologico, un diverso -punk, se volete. In tal senso il paragone con “Shadowrun” e “Bright” rischia d'ingannare sull'originalità dell'ambientazione. 
Il primo livello, infatti, seppellito nelle profondità di Camelot, conserva, accanto a una rampante criminalità, monasteri, catacombe e decadenti palazzi della nobiltà. Il secondo livello presenta invece le principali industrie della capitale, oltre a una tecnologia basata sul vapore e i musei che ospitano gli scheletri degli ultimi draghi, cacciati fino all'estinzione. Cinema, casinò e spacci di droga dominano il terzo livello, dove si passa dall'età vittoriana agli anni trenta, tra gangster, “pupe” e investigatori strafatti come lo stesso Dosadi. Il quarto livello infine corrisponde alla modernità cyberpunk degli anni ottanta, tra hacker, complotti delle zaibatsu e cyber-ninja. 
E' possibile viaggiare tra i diversi livelli grazie a sottopassaggi in auto, grandi ascensori e persino, laddove i varchi lo consentano, tramite zeppellin.

Un'ambientazione così complessa rischia di sembrare un copia-incolla di fonti diverse, un frankenstein narrativo senza reale coesione tra le diversissime parti: Lorenzo Davia supera questo incomodo grazie alla descrizione di scene di vita quotidiane, che conferiscono quella patina di “reale” fondamentale per immergere il lettore.  

Le strade pullulavano della tipica vita del terzo livello: djinn a bordo di tappeti volanti, elfi oscuri che spacciavano droghe, borseggiatori dalla mano magica e poliziotti che cercavano di acciuffarli, barboni che mendicavano magie, petsitters che portavano al guinzaglio draghetti e cerberi; impiegati che, usciti dal lavoro, si dirigevano verso cinema, ristoranti, locali notturni, teatri e bordelli, luminosi punti fermi attorno ai quali orbitava la folla di creature.

Le diverse storielle raccontate dagli abitanti a Fata Mysella sono altrettanto interessanti, solitamente legate alle trasformazioni della rivoluzione industriale sugli abitanti magici della città. Davia recupera il sarcasmo di Sapkowski, anche se ne smarrisce la raffinatezza: 

– Facevo il fottuto bardo. Dallàn Forgaill. Raccontavo le storie più belle e numerosi venivano ad ascoltarmi. Capivo che erano tanti dal brusio che facevano in sala. Ma quando iniziavo a parlare, non si sentiva volare un mosca. Non un colpo di tosse, non uno sbadiglio.
– Ha perso il lavoro per colpa della televisione?
– Ma non dica puttanate! Nonostante la televisione e la radio, la gente ha sempre apprezzato un buon cantastorie. Sono stati i copyright a fottermi.
– I copyright? – chiese Fata Mysella, questa volta un po' più interessata. Il copyright era un tipo di magia che non aveva mai capito.
– A un certo punto tutte le storie esistenti furono messe sotto copyright da parte di una o di un'altra compagnia. Tutte. E io non potevo più raccontarle. Dovevo pagare i diritti d'autore. Pagare per raccontare le storie che i miei nonni e i nonni dei miei nonni si erano tramandati per generazioni.

Lo stile di scrittura è passabile, fluido e senza interruzioni, leggermente povero di descrizioni: Davia pesta sull'acceleratore fin dall'incipit e il carrozzone narrativo di New Camelot romba in avanti, senza lasciare fiato al lettore. Il veicolo sbanda, in alcuni capitoli sobbalza per un buco nella trama, in altri le scene action distruggono più di un semaforo o un cartello, ma nell'insieme funziona egregiamente, regalando una storia coinvolgente e scatenata. Risultano leggermente eccessive alcune scene di sesso e violenza, anche se contestualizzate e posizionate nei primi capitoli per funzionare da gancio verso il lettore. 

New Camelot” nell'insieme è un cocktail sperimentale che soddisfa lo stomaco, ma brucia il palato: una miscela dagli accostamenti arditi, ma dove la pura quantità controbilancia eventuali difetti. 
Un must per gli avvinazzati del fantasy, sconsigliato agli astemi e ai timidi. 

sabato 16 giugno 2018

Cyberpunk 2077, dalla Polonia con furore: un'analisi filologica, tra Moebius e Mike Pondsmith


Ho iniziato a dedicare uno o più articoli all'E3 di Los Angeles dai tempi del 2012, oramai sei anni fa, e devo ammettere che mai i videogiochi presentati si sono rivelati all'altezza dello straordinario hype nutrito da giocatori e giornalisti.
Esiste un mito dell'E3, un mito della kermesse los angelina come luogo di continue meraviglie; dall'altro e lo ammetto con amarezza, esiste la realtà di una fiera basata sull'industria videoludica, dalla quale non ci si può aspettare anteprime e prodotti qualitativi di anno in anno, di mese in mese.
I videogiochi richiedono tempo per essere progettati e costruiti; un dato che molti giocatori preferiscono ignorare e del quale ce se ne accorge solamente seguendo passo per passo il processo produttivo, nella forma ad esempio di un finanziamento via Kickstarter.
Ci sono così tanti ostacoli, così tanti costi, così tante ingerenze, così tante esigenze; produttive, tecniche, pubblicitarie, politiche, sociali, umane...
Quindi, sì, questo E3 2018 è stato un E3 più interessante di tanti altri, certo più ricco di annunci e anteprime, ma è continuata a mancare quella sorpresa, quell'assoluta meraviglia, quella IP inaspettata che tutti continuano a rincorrere: io, dal mio canto, mi sono messo il cuore in pace e a partire dai prossimi anni se mi capiterà di guardare qualcosa dell'E3, bene, contentissimo, altrimenti lascerò perdere, senza aspettare trepidante lo streaming delle diverse conferenze.

Mike Pondsmith, barman extraordinaire. Irraggiungibili livelli di coolness.

martedì 12 giugno 2018

"Mediterranea", di Francesco La Manno: alla scoperta del Med-Fantasy


Il Fantasy Mediterraneo viene definito come un sotto genere fantastico dove le mitologie e gli ambienti riprendono esplicitamente l'Europa meridionale e i suoi popoli, dalla Spagna, alla Provenza, all'Italia, fino ai Balcani e alla Grecia. 
Solitamente il genere si propone come esplicitamente italiano, con una predilezione per la Grecia classica e l'Impero romano. 
In alcune rare occasioni il genere si allarga a considerare l'Africa settentrionale e il Medio Oriente, con evidenti lasciti dalle Mille e una Notte. 
Il riferimento esplicito a un luogo, ovvero il Mediterraneo, rappresenta bene il paradosso di questo genere: si tratta di un fantasy geograficamente vincolato a un determinato luogo e pertanto a una determinata storia. 
Il tono generale rimane improntato all'heroic fantasy, ma l'aggettivo “mediterraneo” necessariamente obbliga a un'ambientazione storica. Il genere high fantasy specifica una determinata tipologia di fantastico e allo stesso modo, all'esatto opposto, il low fantasy sottolinea una tendenza opposta. 
Si tratta di modi di scrivere un fantasy, ma non ne predicano i contenuti. Il grimdark contiene già alcune indicazioni di natura estetica, ma generalmente la violenza insita nella sua definizione può essere applicata al contesto che si preferisce, purché brutale e terra-terra. 
Il cosiddetto Fantasy Mediterraneo pertanto diventa spesso una forma di romanzo storico con elementi fantasy, laddove invece ci si potrebbe aspettare un romanzo fantasy con una base storica. Quando non si menziona una chiara ambientazione storica o si tratta di un mondo alternativo al nostro, i riferimenti rimangono evidenti: un impero dove i suoi abitanti parlano latino, si riferiscono agli altri paesi come “barbari” e hanno arene con giochi gladiatori difficilmente è fantasy. Si tratta, in questo esempio, di un gioco di riferimenti tra scrittore e lettore, dove il divertimento non deriva dalla scoperta di un mondo nuovo, ma dal comprendere a quale personaggio o evento storico corrisponda quell'invenzione, quel colpo di scena dell'autore.
Si tratta ovviamente di giochi speculativi, che non tolgono o aggiungono nulla al prodotto finale: non conta se un'opera è fantasy o bizarro fiction o horror, conta se è scritta bene, con una trama intelligente. Classificare in generi e sottogeneri solitamente determina una tassonomia senza vita, similare a quei collezionisti senz'anima che punzonano con lo spillo splendide farfalle nelle loro tristi bacheche. In alternativa il recente rilancio del Fantasy Mediterraneo con Heroic Fantasy e Hyperborea propone, per così dire, un sottogenere dentro un altro: all'interno del fantasy, l'heroic fantasy howardiano e all'interno di quest'ultimo, il Fantasy Mediterraneo.
Tattica ingegnosa, perchè impedisce ogni ambiguità storica.

venerdì 1 giugno 2018

Warhammer Adventures: opportunità di crescita o rovina dell'hobby?


Il canale ufficiale della Games Workshop ha annunciato una settimana fa una nuova serie di libri dalla casa editrice ufficiale, la Black Library: “Warhammer Adventures”, una nuova collana prevista nel 2019 “per ragazzi e ragazze dagli 8 ai 12 anni”, con “protagonisti più giovani del solito che vivono emozionanti avventure e affrontano pericolosi nemici”. 

Si tratta di storie “scritte dai migliori autori con esperienza nella scrittura fantastica per ragazzi, e saranno il modo perfetto per introdurre i tuoi figli, fratelli, nipoti e altri giovani fan nella tua vita, nell'hobby che ami, dando loro il primo sguardo agli incredibili mondi del 41' Millennio e dei Reami Mortali.”

Il primo titolo per Warhammer: Age of Sigmar sarà “Realm Quest: The City of Lifestone”, di Tom Huddleston e il primo titolo per Warhammer 40000 sarà “Warped Galaxies: Attack of the Necron”, di Cavan Scott. Sia Tom che Cavan hanno lavorato a lungo per un pubblico giovane, con diverse collaborazioni alla serie di Star Wars. 

martedì 1 maggio 2018

Il supremo inganno degli anni Ottanta


The Forest” (1982) viene definito tra i più brutti slasher degli anni '80, ma in realtà, se lo si considera come un film a bassissimo budget girato in meno di due settimane, si rivela sorprendentemente godibile: proprio il suo essere inattuale, proprio il suo essere documento storico di quell'anno, di quel periodo, lo rendono prezioso. 

In quanto storico, tanto materiale afferente al mio ambito, cioè il Risorgimento, è spazzatura: poesie, pamphlet, romanzi totalmente illeggibili sotto il profilo della trama, dell'approfondimento psicologico dei personaggi, della coerenza interna. Tralasciando come il giudizio su queste opere sia distorto da quanto siamo abituati a leggere e “sentire”, non ci interessa dare voti su una testimonianza storica, piuttosto dobbiamo cercare di trarne delle indicazioni sul periodo. In tal senso è assurdo scrivere recensioni di film e libri degli anni '70, o '60, o '50, con tanto di pagelline agli attori e alla regia: sono opere storiche, non ne vedo il senso. 

Cosa pensereste di una blogger di moda che recensisce un corsetto vittoriano? 
O di un esperto di tecnologia che recensisce un telegrafo? 
O di un fanatico delle automobili sportive che recensisce una carrozza rococò? 
Sono opere interessanti in quanto inattuali, that's all. 

venerdì 27 aprile 2018

FantaTrieste, di Luigi R. Berto: quando la fantascienza è di casa


Mi sono sempre chiesto se certe caratteristiche, nel bene e nel male, degli autopubblicati siano veramente attribuibili alle edizioni elettroniche o semplicemente riflettano atteggiamenti di chi intraprende questa strada. 

Il libro in questione, “FantaTrieste” (1973), di Luigi R. Berto, è chiaramente un autopubblicato. 

Luigi R. Berto (1913-1983), a volte noto come “Giulio Bert”, è stato un grande scrittore della fantascienza triestina, oggigiorno completamente dimenticato. 
In seguito a una formazione in geologia e mineralogia, tra gli anni '50 e '60 si dedicò con passione all'astronautica e alla fantascienza, divenendo attivo divulgatore delle imprese dei pionieri dello spazio. Pubblicò sul “Piccolo” una storia della fantascienza a puntate, per attirare interesse verso il primo omonimo Festival a Trieste; in seguitò pubblicò numerosi racconti sulla rivista romana “Oltre il Cielo – Missili&Razzi”.
Fondatore per suo conto di un “Centro diffusione scienze astronautiche e tecnologie dello spazio”, intraprese poi la durissima strada dell'autopubblicazione cartacea pubblicando diversi racconti e antologie con lo ciclostile, in seguito inviati agli interessati per mezzo di posta. 
Forse il suo maggior successo di divulgatore fu una mostra organizzata al CCA di Trieste sullo Spazio, con fotografie e modellini, rivolta verso quanto ci si augurava il futuro dell'umanità. 

Negli ultimi mesi sono giunto a conoscenza con un gruppo di scrittori e blogger triestini di fantascienza, chiamato “FantaTrieste”, e nell'ambito di un progettino di scrittura che coltiviamo da tempo ci è sembrato benaugurante recuperare quest'antologia nostra omonima. Fabio Aloisio, finalista all'Urania Shorts 2017 e Robot 2018, è stato così gentile da prestarmi il volume consunto e non sono riuscito a trattenermi dal recensire quest'autentica capsula temporale dal 1973.

martedì 24 aprile 2018

Dungeons & Dragons non è mai esistito


Quando andavo alla scuola media, rimasi affascinato, nella sezione adulti della biblioteca popolare di Trieste, da una lunga fila di manuali riccamente illustrati e rilegati, ciascuno del peso di un dizionario di latino: si trattava dell'edizione del '2000 di Dungeons&Dragons 3.5, Wizards of the Coast
Una serie di titoli enigmatici: Manuale del Giocatore, Manuale dei Mostri, Guida del Dungeon Master.
Mi sono spesso chiesto quale utente della biblioteca abbia approfittato del sistema di richiesta dei libri per ordinare questi giochi di ruolo, oltre a D&D, un'estesa linea di volumi di vampiri e licantropi della White Wolf, “Mondo di tenebra”. 
Li presi a prestito – nonostante la disapprovazione della bibliotecaria – e ci trascorsi un interessante fine settimana. 
Avevo forse dodici? Tredici anni?
L'odore della carta, le illustrazioni, il layout con la pergamena in trasparenza... una quantità di particolari al limite dell'autismo, che tuttavia non detraeva dall'incomprensibilità delle regole.
Letteralmente non capivo come si giocava. 
Avevo afferrato il concetto: master come arbitro, manuale per i giocatori, mostri da cui attingere per i dungeon. Le meccaniche tuttavia erano confuse, si saltava da un argomento all'altro, non si capiva da dove iniziare. Dal semplice manuale non c'era una guida passo per passo, ma una sorta di confusa enciclopedia. Nello stesso periodo giocavo a Warhammer Fantasy VI edizione, ero abituato a tabelle, schemi, liste, punteggi... eppure questi manuali mi suonavano astrusi quanto il peggiore problema di matematica. 
Anni dopo, alle Superiori, giocai a D&D, anche se non sono mai stato un “vero” giocatore di ruolo, preferendo sempre i wargames con miniature, sebbene abbia sempre conservato del ruolo il nocciolo della storia e del background. 

mercoledì 11 aprile 2018

Fantasy senza fantasia, ovvero la maledizione del minimalismo


Due fattori fondamentali concorrono nella scrittura fantasy, accanto alle elementari norme dello stile e della storia: equilibrio e convinzione.

Sono convinto, in quanto blogger e lettore di lunga data, non scrittore, che la qualità di un'opera fantasy dipenda dall'abilità di giocoliere con la quale lo scrittore gestisce gli elementi fantasy al suo interno. Non solamente nell'effetto a catena secondo cui quanto più prevalente è il fantasy, quanto più diventa facile scadere nella contraddizione e nell'improbabile, ma anche nella misura in cui il fantasy viene gestito di per sé stesso. 
Ovvero: si può avere un elemento fantasy considerato seriamente (Tolkien) o a effetto comico (Pratchett). Si può scrivere un libro come Il Signore degli Anelli solo per avere un veicolo con il quale mostrare i propri studi linguistici, o si può procedere a creare un mondo fantasy per dimostrare la propria geniale verve satirica. Il secondo non è più improbabile del primo, né meno erudito. Tuttavia sono forme diverse di approccio al fantasy
Quindi, accanto all'elemento della qualità, andrebbe fatto risaltare il tono del fantasy, quale approccio prediligere. Si può disporre di un elemento fantastico mutuato dalla fantascienza, come con la narrativa di Andre Norton recensita su Heroic Fantasy Italia, o mutuato dalla mitologia, o ancora inventato da zero, o animato da un'ideologia politica di base (China Miéville).


mercoledì 4 aprile 2018

Il ritorno di Eisenhorn: "The Magos", di Dan Abnett


C'è chi desidera saper scrivere bene come Hemingway, saper scandagliare gli abissi dell'animo umano come Dostojevski, terrorizzare il lettore come Stephen King, guadagnare e diventare famoso quanto George RR Martin
Mirare ai grandi, che siano contemporanei o classici, è naturale per qualsiasi aspirante scrittore. 
Ci si forma sui propri autori preferiti, si cerca di imitarli, si desidera il loro successo, il loro riconoscimento. 
Siamo nani sulle spalle dei giganti, anche nell'ambivalenza propria del gigantismo: spesso, dopo anni, questi classici, questi “grandi”, appaiono meno originali e intelligenti di quanto si pensava in gioventù. 
Ad esempio, Neil Gaiman è un grande scrittore. Innegabile. Tuttavia è stato anche uno scrittore estremamente fortunato. Letteralmente, in seguito agli studi, ha trovato impiego come sceneggiatore in seguito alla conoscenza con il dio Alan Moore
Non ha faticato presso case editrici, non ha sputato sangue implorando visibilità, ha semplicemente avuto fortuna. 
Il suo lavoro era notevole, ma così lo erano tanti altri, che pure languono nell'oscurità dell'anonimato. 
Spesso, tra questi “giganti”, il fattore fortuna gioca un ruolo talmente cruciale da disarmare qualsiasi proposito d'imitazione. 
A volte si tratta semplicemente di essere uno scrittore negli anni '80/'90 in un paese in lingua inglese e di scrivere il genere che tutti desiderano leggere. 
Questo non sminuisce il valore di quanto si scrive, né sottovaluta i classici. 
Tuttavia mi domando se non sia il caso di prendere come modello scrittori “medi”, quelli che vengono definiti “mestieranti” e considerare con attenzione come sopravvivono e come scrivono. 
A meno di non essere assoluti geni, siamo più vicini a “loro” che a uno Shakespeare, un Dickens, un Asimov.