mercoledì 11 aprile 2018

Fantasy senza fantasia, ovvero la maledizione del minimalismo



Due fattori fondamentali concorrono nella scrittura fantasy, accanto alle elementari norme dello stile e della storia: equilibrio e convinzione.

Sono convinto, in quanto blogger e lettore di lunga data, non scrittore, che la qualità di un'opera fantasy dipenda dall'abilità di giocoliere con la quale lo scrittore gestisce gli elementi fantasy al suo interno. Non solamente nell'effetto a catena secondo cui quanto più prevalente è il fantasy, quanto più diventa facile scadere nella contraddizione e nell'improbabile, ma anche nella misura in cui il fantasy viene gestito di per sé stesso. 
Ovvero: si può avere un elemento fantasy considerato seriamente (Tolkien) o a effetto comico (Pratchett). Si può scrivere un libro come Il Signore degli Anelli solo per avere un veicolo con il quale mostrare i propri studi linguistici, o si può procedere a creare un mondo fantasy per dimostrare la propria geniale verve satirica. Il secondo non è più improbabile del primo, né meno erudito. Tuttavia sono forme diverse di approccio al fantasy
Quindi, accanto all'elemento della qualità, andrebbe fatto risaltare il tono del fantasy, quale approccio prediligere. Si può disporre di un elemento fantastico mutuato dalla fantascienza, come con la narrativa di Andre Norton recensita su Heroic Fantasy Italia, o mutuato dalla mitologia, o ancora inventato da zero, o animato da un'ideologia politica di base (China Miéville).


Quando il romanzo o il racconto o il fumetto confondono questi diversi tipi di fantasy e cambiano di tono di capitolo in capitolo, siamo nei guai. 
Un esempio. Un romanzo fantasy ambientato in un Medioevo con mostri e razze inventate. I mostri derivano dal folklore e sono presentati con serietà, come una minaccia all'eroe. D'accordo, va bene. Se questa è la griglia interpretativa decisa dall'autore, non si può tuttavia inserire una scena dove il mostro diventa all'improvviso una macchietta comica. Un controsenso, è ovvio. Tuttavia la colpa non sta nell'aver reso l'elemento fantasy comico, sta nell'aver deciso un approccio serio e averlo poi cambiato senza reale ragione, “tanto per”. 
Allo stesso modo l'opera perde di credibilità se dapprima il vampiro è una creatura della notte scaturita dal diavolo e dopo qualche pagina viene descritto come un virus batteriologico e qualche pagina ancora diventa una metafora post moderna per le persecuzioni razziali. Se questo cambiamento viene introdotto come un colpo di scena, un ribaltamento, tutto apposto. Se è una strizzata d'occhio invisibile ai personaggi e ai lettori casuali, come con i giochi di parole e gli easter egg di Sapkowski, meglio ancora. Tuttavia spesso non è il caso ed è ancora una volta risultato di una scaletta buttata lì, “tanto è fantasy”.

Un secondo elemento tutt'altro che scientifico, ma molto sentito, è la convinzione.
Lo scrittore deve credere in quello che scrive. Ho fatto qualche conferenza alle scuole, nei mesi scorsi, e sono giunto alla conclusione che si deve credere in quello che si dice. Si dev'essere convinti di quanto si propone. Come i lettori di un libro, il pubblico si accorge subito se non si crede al programma che si propone, all'evento storico che si descrive, all'aneddoto che si racconta. Ho in effetti constatato come le classi delle scuole medie avvertano subito se il relatore è scazzato, se non ci crede neppure lui, se lo ripete perchè scritto sul Power Point. Il paragone mi sembra calzante, perchè il fantasy è un genere letto massicciamente dalle quote giovani della popolazione. Magari, proprio perchè giovani, si trangugiano le opere peggiori, dalla Troisi alle Dragonlance di Hickman, senza far attenzione ai personaggi riciclati e alla grammatica più povera di un redneck in crisi di anfetamina.
Tuttavia... se lo scrittore non ci crede nella sua storia, se la considera un aereo kamikaze per mandare il suo messaggio ai lettori, i lettori se ne accorgono. E' questo uno dei motivi per il quale larghe fasce dei classici del secondo dopoguerra e della narrativa mainstream vengono quotidianamente ignorate da “quei buzzurri” delle nuove generazioni. Sentono come siano riflessioni mascherate da romanzi. Ad esempio, si consideri “Sabato” di Ian McEwan. Ho studiato il romanzo per il corso di Letteratura Inglese, nella triennale di Storia. Romanzo perfetto, secondo chi se ne intende. Lungi da me metterlo in dubbio; non ho le sufficienti conoscenze per argomentare i meriti di Ian McEwan. Tuttavia innegabile come la storia non esista. Letteralmente il romanzo è un guscio che cela le opinioni di McEwan all'epoca, espresse dall'autentico Mary Sue del chirurgo Perowne. Semplicemente insopportabile.


Sono queste le due parole chiave dove a mio giudizio si concentra il problema con tanta fantasy contemporanea.
Il seguente passaggio (tradotto) dello scrittore e critico Gardner Dozois, esprime bene il disagio degli ultimi anni, dove pure ci si continua a ripetere che i nerd hanno “trionfato” (bisognerebbe ricordare come vittoria sia anche quella di Pirro, but whatever...). 

Mentre stiamo discutendo di fantasy, ho letto ultimamente un sacco di quella che viene chiamata la “nuova Sword&Sorcery”, roba di tizi quali Joe Abercrombie, Scott Lynch, K. J. Parker, Daniel Abraham e mi ha colpito una delle influenze che esteticamente separa il nuovo Sword&Sorcery dal vecchio Sword&Sorcery, dato che hanno entrambi avventurieri con spade, mostri e malvagi stregoni: lo Spaghetti WesternChiaramente gli Spaghetti Western hanno avuto una grande influenza sul tono di questi nuovi lavori. Scomparsi sono i bellissimi templi, incrostati di gioielli, pieni di serpenti giganteschi e strani idoli con occhi di pietre preziose e sinistre sacerdotesse dai bikini ingioiellati con le quali Conan finiva per andare a letto.
Invece, l'ambientazione più comune sembra essere un insignificante villaggio nel bel mezzo del nulla, o riarso dal sole e desertico, o umido e semi sepolto nel fango, estremamente povero e cattivo, ronzante di mosche, pieno di venali, analfabeti paesani dagli occhi spenti, che sono poco più intelligenti che stronzi, se lo sono, e che hanno né influenza, né potere nel mondo e certamente niente ricchezza e che fissano assenti e a bocca aperta i nostri eroi mentre entrano in città, o sollevando nubi di polvere a ogni passo o inzaccherandosi nelle pozzanghere.
Conosci questo luogo: pensa a ogni povero villaggio di ogni film di Western all'italiana visto in vita tua.

Ammetto una totale ignoranza nei confronti del genere western, così come un disinteresse verso il genere pure italiano dello Spaghetti Western. Ho una conoscenza storica decente del periodo, ma sono gli elementi urbani o esotici che mi affascinano: la costruzione delle ferrovie, l'afflusso degli immigrati cinesi con le oppierie, la parallela storia del Messico, ecc ecc
Tuttavia, a termine della lettura, per poco non mi sono sollevato dalla sedia ad applaudire: Gardner Dozois aveva perfettamente espresso la mia opinione su tanto fantasy attuale.

Ancora una volta, è tutta questione di equilibrio.
Il fantasy attuale, così carico di grimdark, è una reazione al fantasy tolkeniano.
E' certamente preferibile al primo, ma tra i due la soluzione migliore consisterebbe in un ritorno a Howard, a Conan e allo Sword&Sorcery più puro e incontaminato. Tuttavia, gli anni '90 e la prima metà del '2000 erano in effetti flagellati da una sequela d'imitazioni e ristampe (Terry Brooks!) di bassissima lega, dove lo scrittore si perdeva nella descrizione del colore dei bottoni del comprimario comparso in scena forse per tre pagine o poco meno. Il fantasy alla Spaghetti Western, nato successivamente, si sviluppa proprio come reazione a questo autismo stilistico: niente più descrizioni, solo dialogo e combattimenti (violenza verbale e fisica, in un certo qual modo).
Viene adottato uno Show, don't tell sbrigativo, dove i dialoghi esprimono il carattere dei personaggi, a loro volta immersi dentro ambientazioni vuote, dove i singoli nomi (Il Castello, L'Alfiere, ecc ecc) dovrebbero sostituire la ricchezza visiva di un Howard, di un Moorcock, di un Ashton Smith.
Sono due opposti estremi: qualunque sia il tono del fantasy che si vuole adottare, evitare totalmente le descrizioni o esacerbarle per pagine e pagine è sempre sbagliato. La descrizione non è di per sé il problema, è la scarsezza delle idee, la povertà del setting. Adottare una generica prospettiva grimdark dispensa dall'essere originali nelle descrizioni, tanto è il solito castello medievale, il solito villaggio di servi della gleba depressi... il fantasy negli edifici, nella natura viene a mancare. D'altronde, nelle imitazioni di Tolkien, ci si limita a descrivere quelle che sono copie di scarsa qualità di generiche ambientazioni alla D&d. Boschi incantati, segrete con trappole e così via. Se si deve proprio scegliere, meglio non descrivere che descrivere male.
Una povera alternativa, qualunque sia il caso.


Con la graduale accettazione di George RR Martin e del Fantastico tra le cerchie della critica letteraria, si è involontariamente fatto entrare il minimalismo anche nel fantasy. Come in architettura, con conseguenze tragiche, orrende, disumanizzanti.
Se consideriamo il minimalismo come la progressiva riduzione all'essenziale e alla figura geometrica, contrapposto a una presunta “bassezza” dei dettagli e dell'eccesso (in architettura, in arte, in letteratura...) è difficile non considerare il fantastico come l'anti-minimalismo per eccellenza. Descrizioni gonfie, voluttuose, esagerate. L'esotismo di Howard. L'esagerato worldbuilding di Tolkien. Tanto per citare i soliti noti. Diamine, si pensi a Gormenghast, di Mervyn Peake. Con un salto dalle stelle alle stalle, persino Eragon di Paolini non detrae da un ambizioso sforzo descrittivo e immaginativo. 
Cos'è successo, allora? Il Fantasy ha cominciato ad essere accettato nel mainstream. Conseguentemente, il grimdark, che era il sotto genere responsabile dell'operazione, in seguito al successo della serie tv di Martin, si è lentamente convertito al minimalismo. Niente descrizioni, niente dettagli: solo dialoghi limati all'essenziale. Come tanti edifici minimalisti, un prodotto geometricamente e sintatticamente perfetto, ma povero, senz'anima, sgradevole tanto da abitare quanto da leggere.
Indubbiamente però questo genere di prosa eterea, tutto stile e niente sostanza, è quanto si richiede per entrare nel club degli scrittoriadulti”.

Tutto ciò riflette un generale cambio di direzione che si è realizzato dapprima nel mainstream e solo negli ultimi anni, dopo un lungo assedio, ha fatto capitolare con il tradimento la roccaforte del Fantasy. Gli scrittori più recenti, con la scusa del grimdark, hanno aperto le porte al minimalismo, che ora imperversa, uccidendo la buona narrativa.

Gardner Dozois faceva ad esempio notare il profondo esotismo di Howard.
Tuttavia non compie il passo successivo, ovvero correlare queste lussuriose descrizioni alla mentalità e al clima dell'epoca, affascinato dall'oriente dai tempi delle traduzione delle Mille e una notte, non a caso tra le letture dell'infanzia preferite da H. P. Lovecraft, stando alla biografia di S. T. Joshi.
In questo periodo, ad esempio, sto leggendo un diario di viaggio degli anni '30, scritto da un italiano in Oriente, un tale Mario Appelius. La scusante storica non giustifica il punto di vista di un fascista razzista e antisemita, ma ciò nonostante la ricchezza e la vividezza di alcune descrizioni non ha nulla da invidiare allo Sword&Sorcery classico. Letteralmente ogni pagina trasuda indicibili sensazioni di stupore, di stranezza, magie di culture colte e raffinate. Forse esistenti solo nella mente suggestionata di Appelius, ma cosa importa! L'effetto rimane stupefacente, nel senso allucinogeno della parola.

Una battuta di mano! Entrano altri uomini taciturni a rovesciare altri bauli. Questa volta si tratta di pantofole, tutta la gamma pantofolesca dell'oriente, dalle modeste ciabatte di vacchetta rossa adoperate dagli indigeni fino ai ninnoli del maragià fatti di tessuti inverosimili, con fibbie lucenti, con borchie scintillanti, listate d'ermellino e di pantera, foderate di cigno, con sulla punta una gemma, tacchi di cedro, con i tacchi di cristallo, con i tacchi di mosaico, con i tacchi di smalto, senza tacchi, senza punta, a sandalo, a babbuccia, a scarpino, a gondola, a giunca cinese, a colbacco di cavalleria, a tetto di pagoda...

Una prosa mediocre, sia chiaro: niente più che una vendita di mercanti indiani alla spedizione di Appelius. Si tratta tuttavia di un esempio adatto a spiegare come la narrativa di Howard rientrasse nell'interesse verso l'esotismo del periodo, mentre oggigiorno faticheremmo a trovare elenchi di questo genere, dove lo stupore deriva dall'accumulo visivo (in questo caso di pantofole!).


La questione di quanto quest'ultima generazione di scrittori desideri essere accettata e quanto invece sia disinteressata a raccontare una buona storia ci trascina al punto successivo, ovvero la convinzione. Si tratta di generalizzare, ma nelle ultime opere di Martin e nel fantasy a lui ispirato davvero sembra mancare quell'entusiasmo di chi crede in quello che scrive. I dialoghi e le diverse scene sono condotti con competenza, ma hanno un che' di scialbo, di depresso. Il cuore del racconto o del romanzo sta altrove e certo non nell'avventura che dovrebbe essere centrale nello Sword&Sorcery, o nel fantastico propriamente detto.
Il vuoto pneumatico di idee allora non può che generare una narrazione cupa e brutale, dove il realismo martiniano viene perverso al servizio di un nichilismo gratuito, esagerato, degno di un ragazzino arrabbiato. Ogni amico è un traditore, ogni ferita una mutilazione, ogni villaggio un paradiso di fango, ogni mercante un corrotto servitore degli dei oscuri e così via... sembra che lo scrittore voglia nascondere la sua fantasia atrofizzata sotto uno strato di sangue e sporcizia. Chiaro, non è sempre il caso e il ritorno al fantasy da nerd degli inizi '2000 non sarebbe la soluzione.
Ma non è stancante, quest'ossessione per la cupezza e il grimdark?
Un fantasy realistico non deve per forza declinarsi in un esagerato pessimismo.
Sapkowski, con tutti i suoi difetti e il suo stile dissacrante, ne è un buon esempio. 
I popolani dello scrittore polacco sono pieni di difetti, fisici e mentali, ma sono persone di buona volontà: osti, contadini, cacciatori, guardiacaccia che cercano di fare del proprio meglio. Questo realismo raggiunge il suo apice nell'adattamento videoludico, dove la cura nell'approfondimento psicologico dei comprimari, financo alle comparse, li rende simpatici al giocatore, facili all'affetto. Non ho giocato a The Witcher 3, ma c'era un commovente articolo al riguardo di Pastemagazine. Il low fantasy di Sapwkoski non gli impediva di creare personaggi sinceramente buoni. Dall'altro, non si deve nemmeno sbugiardare così il grimdark, che ha larghe prospettive di sviluppo se abbandona il suo stile da Spaghetti Western e si evolve nella direzione lovecraftiana di un mondo weird e grottesco. La saga di Dark Souls e BloodBorne, con i suoi tanti epigoni, offre in tal senso già una strada possibile, un ramo evolutivo fecondo.

Concludendo, non dovremmo forse capovolgere la questione?
Il fantasy degli ultimi anni non è fantasy, perchè ha draghi e mostri, ma perchè considera come assunzione di base che ogni singolo abitante del suo mondo sia in fondo un bastardo senza cuore, ansioso di venderti la madre e tagliarti la gola per qualche spicciolo. Questo esagerato pessimismo, questo nichilismo senza sbocco è molto più fantasy di tutto il genere fantastico messo assieme.
Un fantasy dove il suo più celebrato elemento realistico è proprio il suo elemento più fantastico: un capovolgimento degno di Slavoj Zizek.

mercoledì 4 aprile 2018

Il ritorno di Eisenhorn: "The Magos", di Dan Abnett


C'è chi desidera saper scrivere bene come Hemingway, saper scandagliare gli abissi dell'animo umano come Dostojevski, terrorizzare il lettore come Stephen King, guadagnare e diventare famoso quanto George RR Martin
Mirare ai grandi, che siano contemporanei o classici, è naturale per qualsiasi aspirante scrittore. 
Ci si forma sui propri autori preferiti, si cerca di imitarli, si desidera il loro successo, il loro riconoscimento. 
Siamo nani sulle spalle dei giganti, anche nell'ambivalenza propria del gigantismo: spesso, dopo anni, questi classici, questi “grandi”, appaiono meno originali e intelligenti di quanto si pensava in gioventù. 
Ad esempio, Neil Gaiman è un grande scrittore. Innegabile. Tuttavia è stato anche uno scrittore estremamente fortunato. Letteralmente, in seguito agli studi, ha trovato impiego come sceneggiatore in seguito alla conoscenza con il dio Alan Moore
Non ha faticato presso case editrici, non ha sputato sangue implorando visibilità, ha semplicemente avuto fortuna. 
Il suo lavoro era notevole, ma così lo erano tanti altri, che pure languono nell'oscurità dell'anonimato. 
Spesso, tra questi “giganti”, il fattore fortuna gioca un ruolo talmente cruciale da disarmare qualsiasi proposito d'imitazione. 
A volte si tratta semplicemente di essere uno scrittore negli anni '80/'90 in un paese in lingua inglese e di scrivere il genere che tutti desiderano leggere. 
Questo non sminuisce il valore di quanto si scrive, né sottovaluta i classici. 
Tuttavia mi domando se non sia il caso di prendere come modello scrittori “medi”, quelli che vengono definiti “mestieranti” e considerare con attenzione come sopravvivono e come scrivono. 
A meno di non essere assoluti geni, siamo più vicini a “loro” che a uno Shakespeare, un Dickens, un Asimov. 

lunedì 2 aprile 2018

Quando Snowpiercer incontra La bussola d'oro: “Above The Timberline”, di Gregory Manchess


Quando iniziò a nevicare, continuò per millecinquecento anni
Lo spostamento dei Poli profetizzato dagli antichi climatologi finalmente avvenne e la topografia della Terra fu rivoltata come un guanto, il clima mutato per sempre. La Terra è ora ridotta a una palla di vetro con la neve dentro, un mondo dove la neve ricopre con il suo uniforme manto ogni cosa, raggiungendo in alcuni casi profondità sconosciute.

Le vecchie nazioni scomparse per sempre, la tecnologia perduta: l'uomo è sopravvissuto a stento, lentamente ricostruendo una civiltà ferma al 1920/30. Aerovascelli sorvolano distese di conifere e barriere di ghiaccio, tribù di inuit predano su carovane di automezzi blindati, aeroplani ad elica esplorano le nuove frontiere. Un nuovo mondo di scafandri per l'alta pressione, di piloti dai giubbotti di pelle, di tecno-nomadi amici con gli orsi polari.


lunedì 26 marzo 2018

The Great White Space, di Basil Copper: il meglio dell'omaggio lovecraftiano



Inghilterra, 1930
In seguito all'ubriacatura dei Roaring Twenties, nuvole di guerra si addensano nell'Europa continentale, mentre l'Impero Britannico consolida inquieto il suo dominio coloniale, dall'Africa, all'India, ai più remoti avamposti dell'Asia.

Frederick Plowright è un fotografo professionista, che si è fatto un nome partecipando a diverse missioni esplorative di scienziati e antropologi in tutto il mondo. 
Un uomo rigoroso, preciso, totalmente devoto alla sua arte; eppure incline, suo malgrado, a fantasticherie e visioni febbrili. 
Giovane, ma insoddisfatto, Frederick accetta un'offerta di lavoro peculiare: una missione di ricerca di un anziano professore, Clark Ashton Scarsdale, che dichiara di voler esplorare il grande nord. Forse l'Antartide, dove nello stesso periodo, un'altra spedizione della Miskatonic University è andata perduta...

Introdotto nella villa di Scarsdale, Frederick scopre come la destinazione sia tutt'altra, occlusa per segretezza: una sconosciuta contrada nel profondo oriente, tra la Mongolia, Burma e la Cina al confine occidentale, oltre il deserto dei Gobi.
Scarsdale, dopo decenni di ricerca nei più svariati campi scientifici e pseudoscientifici, ritiene di aver scoperto quanto definisce “The Great White Space”. Si tratta di un portale extra dimensionale, descritto nel testo di occultismo “The Ethics of Ygor”, come “Un Grande Spazio Bianco”.
Un varco di accesso, dove le leggi scientifiche vengono distorte e sovvertite, attraverso il quale aliene e superiori entità chiamate gli “Old Ones” entrano in contatto con la Terra. Scarsdale desidera trovare il Portale, studiarne la composizione ed eventualmente essere il primo ambasciatore della razza umana a entrare in contatto con gli Antichi.
La spedizione è bene equipaggiata, con cinque semicingolati dell'esercito, ampie provviste e contatti sul posto: tuttavia Frederick rimane turbato quando scopre tra le provvigioni una mitragliatrice, bombe a mano e addirittura fucili per la caccia agli elefanti.
Il riserbo di Scarsdale sull'effettiva natura del viaggio non può mascherare quanto sembra essere più un mostruoso safari che una spedizione scientifica...

lunedì 19 marzo 2018

Hellraiser, di Mark Alan Miller: un dovuto Tributo


Kirsty Cotton è in fuga.
In seguito alle disavventure narrate in “Schiavi dell'inferno” e nel primo film di “Hellraiser”, Kirsty ha imparato a camuffare voce e identità, a cambiare passaporto con la facilità di un respiro, eternamente in viaggio. 
Sono infatti passati trent'anni dall'istante in cui lo sfortunato Rory ha spillato sangue nella casa di “Zio” Cotton, permettendo all'anima dannata di reincarnarsi nel mondo reale, con il soccorso mefitico dell'adultera Julia. Dal momento in cui Kirsty ha dischiuso il cubo di Lemarchand, consegnando il recidivo Frank a un insoddisfatto Pinhead, la ragazza ha sempre saputo di aver solo rimandato il suo momento, di aver solo ingannato il tempo prima che i cenobiti la incatenassero alla minaccia/desiderio propria di chi dissigilla il cubo. 
In seguito a una misteriosa lettera di un professore di teologia dove si accenna a un'Apocalisse in arrivo, connessa a Pinhead e al cubo di Lemarchand, Kirsty non ha altra scelta che affrontare il suo nemico nella sua stessa tana: l'Isola del Diavolo, dove secoli prima, il misterioso costruttore di giocattoli architettò la Configurazione dei Lamenti. 
Uno scontro rinviato trent'anni è ora inevitabile...

lunedì 12 marzo 2018

Monsters, di Clive Barker: un mostro di bravura


Emergenza sangue nella nazione dell'horror, regione splatterpunk, provincia Clive Barker, comune “Books of Blood”: termina ufficialmente con questa sesta antologia di racconti la rilettura barkeriana. 
E quale magnifica, folle, cavalcata: dai territori intrisi di gore degli esordi, a una vasta pletora di futuri adattamenti fumettistici e cinematografici, alle premonizioni weird e dark fantasy delle opere successive. 
I “Libri di Sangue” si possono leggere nell'ordine e nelle preferenze che più aggradano, come dimostrano le riedizioni e le antologie successive, tuttavia danno il loro meglio quando si procede nell'ordine originario, in modo da constatare la graduale evoluzione di Barker, sia nel senso dell'utilizzo di strumenti narrativi e stilistici sempre più raffinati, sia nella padronanza delle diverse idee, spesso compresse nell'arco di poche pagine.

Il tempo sarebbe un ottimo maestro, se non fosse che uccide tutti i suoi alunni.
La relativa immortalità della letteratura le permette tuttavia di sfuggire questo fastidioso inconveniente, solitamente dando giustizia allo scrittore quando ormai è nella tomba, morto di fame, povertà o cure mediche che non poteva permettersi. 
Il che implica, tra parentesi, un ovvio imperativo: sostenete gli scrittori quando sono in vita e lasciate le commemorazioni a rari casi.
Il ragionamento vale per Edgar Allan Poe e si è visto riconfermato con HP Lovecraft.
Clive Barker è fortunatamente vivo e famoso, ma persino nel suo caso il tempo gli sta finalmente dando giustizia, regalando all'oblio le assurdità e le banalizzazioni con il quale era stato propagandato negli anni ottanta.

lunedì 5 marzo 2018

Visions, di Clive Barker: carceri, complotti e leggende metropolitane


Quinto e penultimo volume dei “Libri di Sangue”.
Stavo riflettendo sulle precedenti (ri)letture barkeriane e ho concluso che Barker mescola tre diverse tecniche, in quello che scrive.
In primo luogo, Barker è ovviamente uno scrittore ricercato, senza timore di usare a fondo il dizionario
Quest'aspetto, penalizzato dalle vecchie traduzioni, risalta nelle descrizioni e nella generale atmosfera raffinata dei suoi racconti, quand'anche abbondano budella strappate e morti violente. “Testacruda Rex” è un ottimo esempio.
In secondo luogo, Barker è generalmente disinteressato alle metafore spicce, ai simbolismi insistititi, al racconto come messaggio, che sia morale, politico, intellettuale e così via. Quanto ricerca e ama è il potere dell'immaginazione, che gli permette nel contesto delle sue opere un gusto per lo strano e il bizzarro senza giustificazione alcuna. 
Si può criticare quest'elemento come cattiva scrittura e teoricamente sono d'accordo nelle critiche di S. T. Joshi.
In terzo luogo, Barker è un autore romantico e come tale commenta e guarda da dietro le quinte, nelle vesti del demiurgo onnisciente le vicende dei suoi meschini protagonisti. 
I personaggi delle sue storie inoltre agiscono a loro volta guidati da un sacro fervore; quando il soprannaturale si manifesta raramente si scivola nel volgare o nella narrativa per ragazzi, dove il virile protagonista “accetta” l'orrore con motosega e fucile a canne mozze. L'incontro con il soprannaturale genera piuttosto una trasformazione, con punti di contatto nell'estasi religiosa.
E tuttavia lo stile di Barker non scivola mai nella volgarità, sebbene concedendo tutte le scene di sesso e di gore che si potrebbe aspettare dalle sinossi. Pur con il sacro fervore e il romanticismo innegabile dell'autore, c'è un certo distacco, un'ironia, un humor asciutto e tagliente.
Una strana combinazione.

lunedì 26 febbraio 2018

Creature, di Clive Barker: un horror alla mano


Non esistono freni sul treno di Barker: si sale e non si scende, fino a quando non si arriva a destinazione, qualsiasi essa sia: può essere l'una di notte, le nove del mattino, il mezzogiorno di una pausa pranzo. 
Quando s'inizia a leggere, non si riesce a smettere. 
Il quarto volume dei “Libri di Sangue” costruisce sulle fondamenta dei precedenti, con un Barker ormai a suo agio con la kinghiana cassetta degli attrezzi forgiata con i primi racconti. 

Le storie tendono ormai a diventare veri e propri racconti lunghi, dilatano scene e approfondimenti psicologici, mentre si abbandona gradualmente le rivisitazioni dei classici, così come tutto il vecchio ciarpame di angeli, demoni, pentacoli, ecc ecc
Al contempo, c'è ancora un gancio, in quest'antologia del 1985, ai primi lavori e un'idea di horror classica, con tutti i suoi limiti e vantaggi. 
“Apocalisse” è una ghost story originale, ma che rientra nei canoni del genere; “Vade Retro, Satana” è una storia ammonitrice dentro una tradizione gotica di vecchissima data. E nel contempo... la modernità di “Libertà agli oppressi”, de “La condizione inumana” e sopratutto del cronenberghiano “L'età del desiderio”: si avverte, giunti a questa fase, una spaccatura netta nella produzione barkeriana degli inizi.
Con nostra fortuna e come dimostreranno i lavori successivi, ha prevalso la linea immaginativa e non l'horror da un tanto al chilo al supermercato...

venerdì 23 febbraio 2018

"Mondo Plastica", della Radium: estetica giapponese, storia occidentale


Ricordo come se fosse ieri la prima campagna crowdfunding della Radium, ovvero “Rim City”.
Ricordo il primo giorno, l'esordio con quella soglia che sembrava irraggiungibile.
Ricordo i backers riluttanti, i fan che non sapevano usare Indiegogo, la frenetica campagna, gli omaggi dei colleghi disegnatori e le condivisioni, i nuovi perk e il rush finale...
Ricordo il meritatissimo, inaspettato, successo. Non era affatto poco che una campagna crowdfunding per un fumetto raggiungesse simili cifre, pur con la mente, il braccio e le migliaia di fedeli seguaci del Doc Manhattan. Era un risultato impressionante. Anzi, è tuttora un risultato impressionante. Come altrettanto impressionanti risultarono le successive campagne, tutte parimenti eccentriche, tutte parimenti testardamente uniche, tutte parimenti completate con successo, da “Quebrada” al lovecraftiano “Shadow Planet” tanto analizzato qui su Cronache Bizantine.

La nuova campagna partita la scorsa settimana meritava una menzione tutta speciale per tante sue caratteristiche: dopo “Shadow Planet” e dall'esordio nel 2015 con “Rim City” raramente leggevo di un fumetto altrettanto interessante.
Non si tratta di originalità, nel caso di “Mondo Plastica”.
E non si tratta nemmeno di qualità grafica, seppure superba nel suo complesso.
Si potrebbe invece scrivere di un perfetto connubio tra diversi fattori, tutti egualmente eccellenti.