sabato 24 agosto 2019

Go east, young man! Cronache di viaggio: Praga-Bratislava-Vienna



Quando si scrive una frase, è la maiuscola dell'iniziale a conferire forza, vigore, carattere.
L'inizio influenza l'intero periodo, lo determina, lo plasma: tutte le altre parole gli rimangono subordinate. Questo vale all'identico modo per la storia dei popoli o per le relazioni tra gli individui. Come annota il filosofo Alain de Benoist, “Dopo, ci si accontenta di sfruttare, con sempre minor forza, quel che costituiva questo cominciamento”. Un ragionamento che funziona particolarmente bene quando applicato alla storia delle rivoluzioni: basti pensare alla Francia con il 1789; agli Stati Uniti con il 1776; e così via. Voler rivivere l'evento storico, l'emozione di questo primo momento porta a esiti tragici, grotteschi: all'arroganza degli ex sessantottini, alle milizie libertarie negli States, al culto di un passato ormai passato. Al contrario, nella storia, così come nella vita, bisognerebbe re-iniziare senza voler recuperare a ogni costo il sentimento della prima volta.
L'inizio conta; nient'altro.

E da quale pulpito la predica, considerando come proprio io ci sia cascato qualche settimana fa, quando mi sono recato in Europa centro-orientale. Io e la mia fiancee volevamo da tanto fare un viaggio visitando tre città della Mitteleuropa con i biglietti dell'Interflix
E non appena il pensiero è volato alle lande del centro-est Europa, un nome mi è balzato alle labbra. Praga! Volevo assolutamente tornare a Praga. Oramai erano passati cinque anni da quando mi ero recato nella bella capitale della Repubblica Ceca; e nonostante fossero stati pochi giorni, mi era rimasta indelebilmente impressa nel cuore
Eppure qui ho commesso l'errore che lamentavo: voler cercare di rivivere la sensazione dell'inizio, invece che ricercare qualcosa di nuovo. Così nella realtà – mentre camminavo mano nella mano con la mia dolce metà tra le strade acciottolate di Praga – continuavo a cercare i segni di quella città vissuta ormai cinque anni orsono. Senza trovarli. Volevo respirare l'atmosfera del primo viaggio, ma presto mi ritrovai cianotico. 
Un'altra città sul tracciato mi destò simili sentimenti: Vienna. Non l'avevo mai visitata, ma dopo quasi due anni a studiare un archivio di un italiano residente a Vienna – Filippo Zamboni – tra il 1875 e il 1914, avevo una chiara immagine della città. Sapevo dei suoi caffè, dei suoi ristoranti, dei suoi tram, dei suoi giardini: solo però dalla peculiare prospettiva di un secolo prima. Pure qui volevo rivivere un'atmosfera che percepivo aver già vissuto... Ma stavolta nelle carte dell'archivio del Civico Museo di Storia Patria. Non è la prima volta che rifletto come studiare un archivio sia un'esperienza simile a quella del viaggio, con l'eccezione che attraversi il tempo invece dello spazio. La mia Vienna mentale in ogni caso non corrispondeva alla Vienna reale e per quanto me lo aspettassi... Well, that was a disappointment.
E in tutto questo, io e la mia compagna avevamo scelto una stazione intermedia, che ci lasciava incerti: Bratislava, in Slovacchia. Come sempre, non avendo aspettative su questa piccola capitale dell'orgoglioso popolo slovacco, siamo rimasti piacevolmente sorpresi.

Che sia Trieste o Bratislava, non si sfugge a Maria Teresa d'Austria (giardini presidenziali)
Il flixbus sputa, sussulta sull'asfalto accidentato: infine, con stridore di freni, s'inchioda all'ultima fermata. Il latrato dell'autista avverte in un inglese masticato e incomprensibile che siamo arrivati a “Prague”. 
La città di cinque anni fa era una nobildonna di classe, una magnifica donna abbigliata con vezzosi edifici liberty, dal volto del castello incorniciato con guglie e campanili. Cordiale, a volte un po' ruffiana, ma pur sempre molto aperta. Quella Praga ora la rivedevo egualmente bella e regale, ma dal vestito un po' strappato, un po' rattoppato. Dalle gambe sfregiate di spazzatura e graffiti nelle periferie, alle braccia strattonate della metro ingolfate di comitive di turisti danesi e inglesi, fino all'orrenda confusione mentale del Castello, vera e propria bolgia di visitatori d'ogni parte del globo, fusi in un coacervo soffocante di smartphone e urla, biglietti e bambini urlanti. Rispetto a un tempo, lo confesso, Praga l'ho ritrovata invecchiata e sporca.

Rimane bella, certo; quasi un luogo dell'anima. C'è una magia sottopelle alla città propria della capitale ceca e che filtra, nonostante tutto, dagli edifici e dalla gente. E rimane una nobildonna cordiale, con la quale raramente ho trovato disaccordi. Certo, una cordialità adulatrice: sa bene quali vantaggi le derivino, dall'essere comprensiva e paziente persino col più tardo turista. Ma non è qualcosa da sottovalutare, bensì la componente di una forma mentis assente in tante città turistiche wannabe, Trieste in primis
Il Ponte San Carlo resta – pur nella massa di truffatori e comitive – una visione sublime, talmente romantica da sembrare irreale. Mentre le viuzze del centro rimangono un intossicante amalgama di edifici gotici e ottocenteschi davvero deliziosi, dove ogni angolo svela una nuova meraviglia. 
La città rimane come cinque anni addietro viva e vibrante: l'eredità storica non l'appesantisce, ma sembra piuttosto catapultarla verso il futuro. Non la congela in un secolo o in un periodo preciso, ma piuttosto ricama un'atmosfera soffusa e inconfondibile. Praga non appartiene alla storia, a “quel” secolo, a quell'evento storico; piuttosto quel secolo ne rappresenta una caratteristica, una componente tra le tante. La sua bellezza deriva dalla sua storia, ma a sua volta quest'ultima non la possiede come tante altre città.

E proprio ripercorrendo la città, ho sentito un colpo al cuore a rivederla così violata, sottoposta a continue angherie da una massa di turisti paragonabile a Venezia. Il centro storico, in alcuni frangenti, è davvero invivibile e il castello... letteralmente sommerso di visitatori. Il Vicolo d'Oro, ad esempio, è una frazione deliziosa del borgo, una successione di casette tali da rivaleggiare con un villaggio fantasy. Ma la quantità di persone era davvero esorbitante, un metro quadro a persona, una potenza tale da far tremare le fragili mura delle case. Giudizio personale, certo, ma Praga dovrebbe seriamente iniziare a valutare quali costi e impatti abbia un simile esercito di turisti sugli edifici e la qualità della vita. Attualmente la nobildonna continua a sorridere e rimane più bella che mai, ma non vorrei che alle gambe già stanche si aggiungesse una testa fratturata o un occhio nero.

Uno studio sui legami tra gli Stati Uniti e la Repubblica Ceca sarebbe senza dubbio interessante. Non è una novità quale interesse i nostri cugini oltreoceano nutrano per la cultura europea, spesso evidente nella generosità di certe donazioni, come a Notre Dame. Mi chiedo però quale prezzo comportino alcuni finanziamenti, alcune ingerenze nel sistema museale ceco. 
Palazzo Lobkowitz, nell'area del Castello, ha infatti ricevuto ingenti finanziamenti e sembra averne tratto giovamento: intere sezioni della collezione della famiglia nobile sono state recuperate solo grazie all'aiuto americano. Tuttavia l'audioguida trasmette già quale sia stato il prezzo, a partire da una banalizzazione delle didascalie, a un'eccessiva enfasi sui Lobkowitz stessi, concludendo con i continui salamelecchi di ringraziamento. Niente di grave, ma un elemento su cui riflettere.

Un dettaglio del Museo del Comunismo (Praga)
Il Museo del Comunismo, all'opposto, è invece un perfetto esempio di quale influenza possano avere gli americani a Praga, perché progettato (e pensato) da un imprenditore statunitense. 
Il Museo ripercorre con fotografie, testimonianze e affascinanti reperti la grigia storia della Cecoslovacchia sotto il regime comunista. Un anniversario d'una certa importanza, quest'anno, perchè ricorrono i trent'anni dalla caduta del muro di Berlino (1989-2019). 
Purtroppo la qualità delle scene ricostruite, così come dei reperti, appare inficiata dalle didascalie meno storiche che abbia mai letto. Letteralmente ho letto commenti più equilibrati su 4chan. 
Il museo appare percorso da un sarcasmo, un'indignazione talmente esagerata da sortire l'effetto opposto. L'atrio annuncia, con parole di fuoco, che l'ideologia marxista ha causato “oceani di sangue” e si procede, di sala in sala, attraverso una narrazione storica squilibrata e frammentaria. 
Non c'è un'adeguata contestualizzazione, non c'è una reale ricostruzione storica, non c'è un tentativo di comprendere l'“altra parte”. Mi chiedo se i cechi siano davvero così contenti di avere un museo così “volgare”, così sardonico nella sua esposizione. La crescita demografica degli anni sessanta, a cui il regime rispose con la costruzione edilizia nello stile brutalista, ad esempio, viene rimproverata come orribile e mostruosa. Eppure edifici e quartieri simili venivano costruiti in tutto il mondo, durante quel periodo; magari con forme diverse, ma il cemento armato era il materiale di quel decennio. Esattamente, cos'avrebbe dovuto fare la Cecoslovacchia? Costruire schiere di villette, forse? 
In altri casi conquiste del popolo ceco vengono sminuite, perché avvenute sotto il regime comunista: dal primo uomo ceco nello spazio, all'invenzione delle lenti a contatto, alle vittorie nello sport.
C'è poi una violenta contraddizione interna al Museo stesso: le testimonianze dal vivo contraddicono le didascalie. Ovvero: le spiegazioni scritte “all'americana” non trovano riscontro nelle storie e negli aneddoti delle diverse persone intervistate. C'è pertanto un interessante paradosso, per cui quanto doveva essere il giudizio equilibrato del Museo si rivela fallace, mentre i ricordi dei diversi intervistati sembravano essere molto più oggettivi.
L'uomo ad esempio intervistato a proposito della monumentale statua a Stalin sui giardini Letnà ricorda con grande affetto la sua costruzione, la reputa un capolavoro, un'opera di ingegneria senza pari all'epoca. Qualcosa di cui va orgoglioso, dichiara sorridendo a tutti denti alla telecamera. Stiamo discutendo di una statua ancora dell'era staliniana, un colosso inneggiante al regime comunista, reputato la costruzione più odiata di sempre dietro la cortina. Eppure qui abbiamo un uomo che confessa come aver partecipato alla sua costruzione fosse la cosa più bella mai capitata nella sua vita. Altre volte, la testimonianza involontariamente lascia trapelare pregiudizi di classe. Invidie difficilmente comprensibili per chi ama l'eguaglianza. Uno degli uomini ad esempio fuggito dal regime negli anni settanta ricorda con grande affetto come in Austria ci fosse la “borghesia”. L'amore per la middle class, la bellezza che ci siano ranghi sociali! Il suo più dolce ricordo, non appena arrivato in Austria, è una madre che rimprovera la figlia che piange, ricordandole che sono della “middle class” e loro non piangono “come gli altri”. 
Le testimonianze non risparmiano nemmeno la vacca sacra degli occidentali, Jan Palach, “martire della libertà”. Il primo ceco osserva come conosca poco la notizia, il secondo si dichiara poco impressionato, il terzo afferma che a suo parere Palach non voleva morire, ma l'intero stunt era già programmato fin dall'inizio. I suoi amici avrebbero dovuto spegnere il fuoco prima che lo bruciasse vivo, ma vennero presi dal panico. La morte eroica di Jan Palach risulterebbe così niente più che una ragazzata trasformatasi in tragedia. Non a caso lo scetticismo dell'uomo non era prominente nella mostra, ma presente negli ultimi pannelli, vicino al bar. Come a nasconderlo.
Mi chiedo quale forma avrebbe assunto il Museo se gestito completamente dai cechi, secondo una visione storica che nulla avrebbe tolto alla brutalità del regime comunista. Alcune volte un'esposizione sobria e oggettiva ferisce maggiormente della volgarità gratuita. I musei e i memoriali sull'Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale sono in tal senso ottimi maestri.


Bratislava dall'alto del Castello
Bratislava, che città! Un gatto scorbutico e arruffato, ma dall'innegabile fascino kawaii
La periferia è una distesa di casermoni anni Settanta nello stile brutalista, ma ridipinti con colori vivaci. Un tentativo di ingentilirli riuscito solo a metà, ma quantomeno col merito di conferire freschezza ad aree altrimenti irrimediabilmente grigie. 
Dopo aver superato la reale ferita cittadina, ovvero una gigantesca autostrada che letteralmente la taglia a metà l'abitato, lo spettatore viene accolto con il primo assaggio della città. Non sorprende che la città sede del giuramento di Presburgo possegga così tanti edifici settecenteschi e neoclassici, ma si rimane egualmente sorpresi dall'atmosfera a metà tra Maria Teresa e Napoleone
E se gli Asburgo sono stati depennati dalla storia del Castello e dei musei, Maria Teresa d'Austria rimane ancora popolare: dai quadri, ai monumenti, ai giardini. Non solo settecento, però, perché accanto alla consueta dieta di edifici eclettici sopravvive un nucleo medievale e cinquecentesco piuttosto suggestivo. 
La Slovacchia ha iniziato da poco un processo di rivalutazione di quant'era, ai tempi della cortina di ferro, una città grigia per eccellenza e pertanto la città sembra “bloccata” tra due spinte contrapposte. La periferia, grazie al lavoro svolto sul quartiere operaio, mantiene un'uniformità sorprendente, ma il centro cittadino alterna edifici restaurati da pochi anni, se non mesi, con vere e proprie macerie. Le stesse piazze principali affiancano capolavori di stucco e colori a grigi fantasmi dalle fondamenta instabili. In tal senso sì, Bratislava è un gatto arruffato, ancora molto sporco
Io dal mio canto la trovo irresistibile proprio in virtù di questa sporcizia, di questa decadenza alternata al nuovo rampate. La statua di Maria Teresa a cavallo cede così il passo a una fontana sovietica, la casa ottocentesca riverniciata di un vivace azzurro alle fatiscenze di una locanda medievale che si accartoccia su sé stessa. Il contrasto architettonico non è una debolezza, ma un punto di forza, perché impedisce allo spettatore di assuefarsi a un determinato stile.

La gente è scorbutica, leggermente maleducata. La popolazione adulta intesa come la fascia dei quarantenni/cinquantenni sembra assente (emigrata?) pertanto o ci si imbatte in giovani, giovanissimi o nelle fasce anziane. In tal senso, specie nei ristoranti e nei bar, la sensazione è quella di essere a casa, a Trieste, perché il cameriere o il barista sembrano non volerti avere come cliente, se non come ripensamento dell'ultimo momento.
Se preferiamo considerare la questione sotto un altro punto di vista, Trieste e Bratislava hanno un simile approccio nel turismo: c'è la volontà istituzionale e imprenditoriale di trasformarsi in un importante luogo turistico, eppure manca una forma mentis, un “saper fare” che posseggono solo i centri turistici di lunga esperienza. Siamo (sono) ancora acerbi. La volontà c'è, ma alla prova dei fatti il turista viene ancora avvertito come uno straniero, se non un nemico. Io personalmente ne ero contentissimo, perché odio i luoghi turistici. Certo, tutto questo viene con un prezzo: i controllori, ad esempio, fanno grande attenzione a chiedervi sempre i biglietti e mi è anche capitato di avere una slovacca che ci indicava con il dito al controllore, perché convinta fossimo degli abusivi.
Chissà, forse avere la barba e i ricciolini nello stile di un ebreo orientale non ha aiutato...

Un altro espediente con il quale Bratislava ha rinnovato la propria immagine grigia e arruffata dopo gli anni di dominio sovietico consiste nella costruzione di statue originali e innovative; una tradizione già presente nel dopoguerra, ma assunta a vero e proprio paradigma negli ultimi anni. Statue astratte, figure longilinee e stilizzate di uomini e donne impossibili, addirittura razzi dove il vapor acqueo simula il fumo e poi giochi d'acqua, simboli e incisioni. Sono statue moderne, ma con quella leggerezza, quello slancio mitopoietico assente nell'orrendo postmoderno delle città occidentali.
Durante i caldi mesi estivi, nella Slovacchia bigotta e cristianissima, i bambini giocano liberi nelle fontane: ci sguazzano, ci si rotolano, urlano e nuotano. Un comportamento normale, che qui desterebbe lo scandalo dei (troppi) misantropi. Un monumento e una fontana sono tali solo se parte integrante della popolazione, se abbracciati dagli stessi.

Naturalmente non c'è statua senza giardino. Mi domando alcune volte davvero quali manie mentali, quali isterismi potremmo evitare concedendo ai cittadini il ristoro di un bel viale alberato, di una passeggiata tra le fronde, di una panchina sotto una quercia. Trieste in tal senso era partita bene – eredità austriacante col Giardino Pubblico – ma gli ultimi decenni si sono rivelati un'infinita distesa di cemento. Eppure il desiderio di aree verdi figura tra le richieste più volute dalla popolazione, un grido sordo che non accenna a placarsi. È un problema culturale, non solo politico: lo stesso sindaco Roberto Dipiazza, a questo proposito, si lamentava come avesse piantato tante belle aiuole nelle nuove piazze. Ma un giardino non è un'aiuola, uno spiazzo verde con qualche albero stinto. È un'unità autosufficiente: una sua zona con una struttura di base, un'organizzazione, addirittura una mappa. Non ci serve più verde, ci servono giardini intesi come veri e propri ecosistemi, oasi nelle quali trovare ristoro.
L'erbetta di mezzo metro quadro lasciamola agli architetti postmoderni.

Ho sempre desiderato viaggiare ad est, dai tempi delle superiori. 
Dapprima era il Giappone, ma negli ultimi anni i miei piedi indelebilmente si muovono a oriente. Non è più il richiamo nerd di Akihabara, quanto un'inclassificabile sensazione di attrazione verso l'est. Come una lancetta d'orologio o un fil di ferro preso all'amo da un magnete. Go east, young man. Un tempo era Praga. Ora Bratislava. Ma Budapest, che ho visitato lo scorso aprile 2019, rimane la più bella. Perchè semplicemente più orientale, più lontana, più estranea. I contorni del mondo a me ordinario scompaiono, ma questo nuovo mondo assume contorni stranamente famigliari. È vecchio, spaventosamente vecchio; eppure sembra di essere a casa
Non è la prima volta che visito una città della Mitteleuropa, o dell'Europa dell'Est e vi ritrovo una maggiore famigliarità che in una città italiana. La connessione è indelebilmente più forte, nonostante la barriera linguistica. 
Sono caduto nella trappola del romanticismo, della spazzatura orientalista? Può essere. Anzi, è probabile. 
Eppure ripenso a Trieste e continuo a vedere una città il cui naturale bacino è l'oriente. La Russia, l'Asia. Perché no? L'Eurasia, ammettiamolo pure.

Bratislava, come d'altronde Praga e Budapest – e in un certo senso persino Vienna – condividono un comune sostrato architettonico, una (doppia) eredità imperiale
È quest'eredità che garantisce, nonostante i suoi abitanti siano riluttanti ad ammetterlo, il reale funzionamento dell'ecosistema urbano. 
L'Austria-Ungheria mosse i propri passi con un entusiasmo positivista della seconda metà dell'ottocento pari a pochi, proprio di un'epoca dove l'uomo non si vergognava di guardare al futuro.
Le prime fabbriche, le prime ferrovie... Ma sopratutto l'eredità più ingombrante, ovvero i primi, compiuti edifici istituzionali: dalle Poste, ai Municipi, alle Banche. Una qualsiasi stazione dei treni ottocentesca che sia a Vienna, Bratislava, Budapest... è liberamente scambiabile, la mano è la stessa.
Questo ruolo squisitamente infrastrutturale viene negato, se non nella forma dei Musei della Tecnica. Il secolo decimonono scivola sulle popolazioni ceche e slovacche come se non esistesse, se non per lo sforzo di liberazione nazionale. Eppure, come l'India dopo il dominio coloniale inglese, i cechi e gli slovacchi non sembrano avere particolari remore a utilizzare (e vantare) quella simbologia del potere, quella ragnatela burocratica ed economica costruita sotto gli Asburgo.

La seconda dominazione imperiale, ovvero quella sovietica, recupera e ingigantisce tutti quegli elementi già evidenziati sotto l'Austria: dalla costruzione di periferie tutt'ora gangli fondamentali nell'ecosistema urbano delle città cecoslovacche, alla formazione dell'industria, alle stazioni stesse della metro, per una larghissima parte costruite negli anni Sessanta e Settanta.
I bagni pubblici, addirittura: a Vienna eredità squisita e stilizzata di Adolf Loos, a Bratislava monumentali colossi di pietra brutalisti degli anni Settanta, con rupestri incisioni. Il periodo sovietico in tal senso dev'essere tanto più sgradevole, tanto più odioso nella misura in cui cechi e slovacchi non possono fare a meno di utilizzare una rete (e un sistema) infrastrutturale frutto della cortina di ferro
Se volessimo paragonare Bratislava o Praga (e persino Vienna) a un uomo, potremmo ricordarci di quelle persone che odiano sentire il proprio respiro, il proprio sudore, le proprie funzioni personali. Estraniate dal proprio corpo, perseguono un'impossibile astrattezza. Così a volte mi sembrano i slovacchi, così tanti popoli dell'Europa centro-orientale: la ricerca nazionale soffoca un utilizzo inconfessato di un'eredità imperiale che ha regalato molto più che una bandiera e un inno. Bratislava, così come Praga, Vienna e Budapest battono un cuore imperiale: dalle arterie ferroviarie, alle vene della metro e dei tram. Sotto una pelle nazionale, la verità nascosta è come le funzioni essenziali rimangano una miscela asburgico-sovietica.
Alcune capitali non ci pensano troppo o in qualche modo si riconciliano meglio; Budapest, ad esempio, mi sembrava meno a disagio in tal senso. E considerando il fiero spirito magiaro, è una stranissima constatazione.

Le pitture socialisteggianti della stazione di Piestany. 
Questo strano amalgama trova la sua perfetta rappresentazione a Piestany
Una cittadina sconosciuta ai turisti, nel profondo della Slovacchia, Piestany è un centro termale conservatosi immacolato dagli anni Settanta. Dopo un viaggio in treno piuttosto disagevole – le ferrovie slovacche fanno sembrare Trenitalia il top della gamma – si scende in una stazione ricoperta di mosaici socialisteggianti che presto cede il passo a una bassa periferia di casette a un piano, vagamente hobbitiane.
Man mano che si procede nel centro, una panoplia di edifici nello stile dei chalet svizzeri si alterna a hotel d'inizio secolo dal sapore art decò. Giungendo poi al ponte, purtroppo all'epoca in riparazione. Qui domina maestosa la statua di Piestany, un uomo dalla ferrea mascella di uomo sovietico che spezza con erculeo gesto una povera stampella. Al di là della retorica, è un bel gesto: la guarigione procede non attraverso il pianto, ma con un gesto positivo e volutamente violento, volto a “spezzare” la propria malattia. Un colpo di calore in treno e uno stomaco in subbuglio mi avevano lasciato quel giorno più debole d'un gattino appena nato, per cui quella vista così potente mi rincuorò. 
L'isola al centro di Piestany - breve parantesi nell'infinito corso del Danubio - ospita le terme vere e proprie. L'hotel con le terme a destra, non appena oltrepassato il ponte, è una stravaganza art decò identica all'ultimo film di Gore Verbinski, La cura dal benessereFinestre colorate di mosaici degni di Mucha incorniciano nervature elfiche che si protendono al cielo. 
Passeggiando ancora, a fianco, è possibile notare alcuni caseggiati più bassi e tozzi, ma altrettanto armoniosi: facce scolpite nell'idioma dei totem della secessione viennese guardano in alto, verso cupole damascate. Ovviamente io e la mia dolce fiancee ci siamo subito diretti verso le terme più antiche e – fondamentale particolare – pubbliche e come tali dannatamente economiche. Risalgono addirittura a Napoleone che nuovamente si conferma una presenza costante e sorprendente in Slovacchia. La vasca era sorprendentemente vuota, l'interno nuovo di zecca, ma restaurato seguendo i colori e le linee originali. Una miscela bizzarra di antico, dalla forma delle terme, e di nuovo, nella palette chiaramente anni Settanta. Il tutto intervallato dai simboli e dalle scritte in ceco, slovacco e russo.
Quando mi sono immerso e ho ruotato a trecentosessanta su me stesso, la più bizzarra sensazione mi ha avvolto. Ho ricordato infatti quale immagine mi ricordasse, quella vasca: era sul National Geographic del 1980, incentrato sull'Europa orientale. Venivano menzionati i trattamenti di benessere a favore della classe operaia, anche se non si mancava di notare come fossero un palliativo alla debolezza del sistema sanitario. Il luogo era lo stesso, così come la vasca: solo che nella foto del giornale era sbrecciata e decine di babushka con la cuffia praticavano ginnastica ritmica. 
Ritemprato, ma con il collo umidiccio per la fantasmatica presenza appena avvertita, uscii dalle terme e... Un altro fantasma, stavolta asburgico: dalle acque di una fontana, ecco affiorare un busto di marmo di Sissi. Come si domandava il mio amore, piuttosto seccata: c'è un singolo luogo di benessere, nell'intera europea centro-orientale, dove Sissi non abbia fatto una sosta?
Dopo aver bevuto diversi bicchieri di acqua termale in omaggio alla donna che odiava gli Asburgo e ironicamente più ha finito di rappresentarli, siamo poi saliti sul treno di ritorno.
Mentre all'orizzonte tremolava incerto il coagulo architettonico di Asburgo e Soviet, maestà ed efficienza. Strana cittadina, Piestany.

Il fascino delle acque solforose, a quanto pare. O dei loro effetti dietetici. 
La Trieste della mia infanzia, a cavallo tra gli anni Novanta e i primi del Duemila, rimane un coagulo di cemento e sporcizia. La ricordo distintamente sporca. Le gomme da masticare, il grigiore di statue e palazzi, le insegne luccicanti... Tutt'ora Trieste rimane una città con problemi seri nella pulizia, a partire dallo smaltimento dei rifiuti, ma il senso di lordura è scomparso.
Il primo impatto con Vienna, duole ammetterlo, è stato simile: lo scorrere continuo della periferia ha svelato una successione inesausta di splendide case, dall'età vittoriana, agli anni Cinquanta/Sessanta della Vienna “rossa”, ma tutte egualmente grigie.
Dopo aver depositato i bagagli e un veloce viaggio in metro, il centro cittadino ha rivelato un aspetto desolatamente simile: la tipologia di insegne, lo stato degli edifici, il generale “look” ricordavano indelebilmente una città di trent'anni prima, ancora fossilizzata negli anni Ottanta/Novanta. Certamente la zona tutt'intorno la cattedrale di Santo Stefano esibisce quei colori, quel look rinnovato che garantisce la gioia dei turisti, ma quanto dovrebbe essere lo standard viene rapidamente smarrito al di fuori del centro cittadino.
Le insegne non sono minimali, ma grossi cartelloni al neon. Le fermate della metro presentano quei gazebo, quei negozietti, quelle cucine sporche che ricordavo a Venezia a fine anni Novanta. Gli stessi cartelli e mappe sembravano risalire agli anni duemila, mentre i pezzi interattivi, nei diversi musei, erano irrimediabilmente antiquati.

Non era il passato, che è un'altra cosa. Non era il soffio della storia. Era il senso di vecchio.
Il primo giorno Vienna mi trasmise quell'identica sensazione che provi a entrare da un rigattiere, laddove è strapieno di cose antiche e interessanti, ma tutte ammassate in un unico luogo, in modo simile a una disordinata, gigantesca piramide di cianfrusaglie. Vienna, capitale dei robivecchi.
Il rigattiere conserva materiale che è di grande valore storico, ma valutandolo solo nel suo valore di mercato, solo nella misura in cui ci ricava dei soldi, se ne frega. Egli ammassa così gigantesche quantità di verghiana “roba”, ma dovendola vendere, dovendoci squisitamente guadagnare, non si preoccupa troppo di conservarla bene.
La disillusione verso la città era simile. La capitale mi sembrava una sorta di gigantesco, sterminato mercato di cianfrusaglie. Reperti d'inestimabile valore storico, ma proprio in virtù dell'immensa quantità, accatastati tutti assieme, trascurati.
C'è una differenza tra la storia e il vecchiume, tra il passato e qualcosa percepito come inadeguato, come “vecchio”. Vienna aveva questo doppio problema, a mio parere: da un lato un'apparenza vecchia, senza che fosse “storica”; nel modo di porsi, nei negozi, nella (cattiva) conservazione delle periferie, nell'approccio simbolico di insegne e cartelli. Dall'altro lato, quant'era la reale eredità storica asburgica di statue e monumenti sembrava considerata dall'amministrazione quale vecchia, senza essere storica e come tale veniva considerata scontata, superflua. Il pensiero del rigattiere che si vanta che ne ha tanta, di “quella roba lì”, di quelle riviste, di quelle cartoline, di quelle medaglie. Il rigattiere considera quel materiale prezioso, ma non perchè artistico o storico, ma solo perchè valutato dagli altri, dai compratori. Se così non fosse, butterebbe subito via tutto.
Se consideri la tua eredità storica come qualcosa di vecchio senza trasformarla in una parte della tua identità, senza considerarla anche “passato”... Diventa allora facile distruggerla, calpestarla, trascurarla. E si approda così ai casi denunciati dall'Agi, dei monumenti abbattuti per far spazio alle birrerie e alle discoteche, agli edifici e locande storiche distrutti per far spazio a lucrosi investimenti immobiliari.

Ah, Vienna, Vienna!
Uno scampanellio segue allo scricchiolio di ruote sotto pressione e all'ansare di un uomo che traina un ingente peso. Mi volto e vedo un austriaco, capelli biondi e muscoli in rilievo sotto la t-shirt, trainare un risciò con tanto di tendina. Stravaccati sui cuscini, i cellulari nelle mani, due turisti dagli occhi a mandorla guardano il panorama, tra uno sbadiglio e una foto via smartphone.
Il luogo è Vienna, il tempo due settimane fa, l'osservatore il sottoscritto. È un attimo, poi il risciò, aiutato dal motorino elettrico, si allontana.
La presenza cinese a Vienna è sottile, ma pervasiva: ad una prima occhiata, al di fuori dei turisti, non sembra sia cambiato molto dalla guerra fredda. Eppure la Repubblica Popolare Cinese fa sentire la sua voce, rende evidente come sia ora un partner di tutto rispetto.
C'è la volontà, da parte di Vienna, d'ingraziarsi il nuovo partner. Un indizio? Lo zoo di Vienna pubblicizzava a ogni angolo di strada come sia arrivato il nuovo panda cinese che guarda caso, è un dono del Paese del Dragone. Il panda viene abitualmente usato quale segnale diplomatico dalla Cina: la Russia, che rapidamente si appresta a diventare il paese fornitore di materie prime per la Repubblica Popolare Cinese, esattamente come il Canada con gli Stati Uniti, ne ha ricevuti due.
Un chiaro simbolo del legame di amicizia e/o dell'importante legame tra i due paesi.
Mentre camminavo per Vienna puntai il dito verso un bel palazzo rococò, il quale, a differenza disgraziatamente di molti edifici storici, era bianco di restauro. Non era solo stato solo rimesso a nuovo, ma la pietra aveva raggiunto impossibili livelli di biancore, contornati da nervature del colore dell'onice e dell'oro. 
- Ehi guarda, amore! - dissi – Quello sì che è un restauro coi fiocchi! -
Al chè mi consigliò di abbassare un po' il viso, di notare l'insegna al piano terra dell'edificio.

BANK OF CHINA

Inquietudini, per carità. Ma in queste piccole cose la presenza cinese era viva e vibrante.

Questo non detrae dal fatto che Vienna, tra le tre città visitate, sia stata l'unica a trasmettermi quel senso di sublime, d'insignificante formica annientata dalle estreme dimensioni di ciò che mi circondano, che cercavo da tempo. Vienna è una capitale, nel senso proprio del termine. 
È una città grande, gigantesca: troppo grande per la repubblicana e timida Austria, troppo grande forse persino per sé stessa. Il gigantismo cattura il visitatore non solo nella quantità. Quanto nella qualità: non c'è angolo nascosto che non sia squisito, non c'è particolare che non sia pittoresco.
Maria-Theresien-Platz, la prima volta che la vidi, mi annientò nella sua immensità. 
Il Parlamento in restauro, dai pochi barlumi rivelati, mi soggiogò con la stupenda sensazione di contare poco che nulla, di essere al cospetto di una simbologia e un senso delle dimensioni totalmente alieno. 
I musei stessi sembrano essere progettati per fagocitare i visitatori tramite una successione di sale senza fine, dove già l'elemento artistico dell'edificio stesso costituirebbe un motivo di visita sufficiente.
Il Museo di Storia Naturale, ad esempio, prende il visitatore e lo stritola nella presa di mille e mila sale di animali impagliati e fine tassidermia: una collezione che parte con le scimmie e prosegue fino ad abbracciare ogni singolo essere vivente del creato, financo alle zecche. 
Se come il sottoscritto hai la smania di leggere ogni targhetta, inizi a provare un senso di vertigine, un placido stupore: com'è possibile, ti domandi, che abbiano realmente impagliato ogni singolo animale di questo mondo, dal piccione alla tigre del Bengala...
L'eredità vittoriana ti prende, ti afferra e non ti molla più; finalmente comprendi quale magnifica arroganza avessero i naturalisti e gli scienziati di quei tempi, come ancora perseguissero, due secoli fa, il sogno di una scienza che non indietreggia a nulla, che non ha paura di osare obiettivi magniloquenti.
Quest'enciclopedia mania era poi nuovamente presente al museo di storia militare austriaca, lo splendido Heeresgeschichtliches Museum
Qui si ripresentava l'amore per l'arte di un altro secolo, la smisurata attenzione al dettaglio: l'edificio infatti è una fortezza rossa racchiusa in due cerchie di mura, dagli archi scolpiti e le porte istoriate. Lo stile è un'intossicante miscela di gotico e moresco, a cui va soggiunta la severità militare di statue e ricordi di generali e soldati austriaci. Tutto il contrario dell'interno, dove lo spettatore viene sconquassato dalla quantità di affreschi e stucchi dorati, capaci di soddisfare persino l'animo più barocco... o rococò, a seconda del luogo.
E questa era una caserma! Costruita dopo la rivoluzione del 1848 era un'infame baracca dove soggiornare i soldati. Non una cattedrale, non un municipio, ma una caserma.

Un bel busto di Wallenstein, dal Museo di Storia Militare
Dopo aver superato l'antipatia del bigliettaio – riconosciuta dai viennesi stessi – il Museo parte con una panoplia di armi e armature della Guerra dei Trent'anni e dei conflitti con l'Impero Ottomano, procedendo dall'età moderna fino al diciannovesimo secolo. 
Il museo soffre atrocemente un'illuminazione ricca di riflessi e colpi di luce che impediscono di degustare appieno i quadri e le stampe. Secondo la mia dolce compagnia, è quel genere di luce utilizzato nei musei statunitensi e se così davvero fosse, rappresenterebbe un'altra, nefasta, influenza di quel popolo.
Disgraziatamente il culmine viene raggiunto proprio nelle sale a me più care, ovvero relative alle guerre ottocentesche: i conflitti napoleonici presentano inedite riproduzioni di statue ed ex voto della guerra contro il tiranno corso, tra cui memoriali oggigiorno dimenticati. 
E il 1848 conquista un'intera sala, forse la peggio illuminata. Se mi ha rallegrato leggere del generale Radetzky come quello che fu, ovvero un uomo attento alle sue truppe e dall'ingegno militareimpareggiabile, un delitto è stato commesso a proposito di Massimiliano d'Asburgo
L'intera sua saletta dedicata è immersa nella penombra e dietro un vetro ritroviamo accatastati il sombrero, le vesti e la maschera mortuaria del “fiore d'Asburgo”. 
Sono reperti affascinanti, ma a malapena visibili e senza nemmeno una didascalia, una targa espositiva. Poche righe per commemorare un evento talmente luttuoso da gettare nella depressione l'intera Europa dell'epoca. Confesso che ci sono rimasto male - anzi di merda! - a vedere Massimiliano così “nascosto”, così accantonato. Mi chiedo quante faville potremmo fare noi triestini, anche solo con un terzo di reperti di questo genere. Senza dubbio sapremmo farli fruttare senza vergognarcene.

Scendendo poi al pianoterra, la parentesi della Belle Epoque, carica di così tante speranze infrante, trova la sua fine con l'auto dell'Arciduca Francesco Ferdinando e la sezione della Prima Guerra Mondiale. Affascinante e con qualche pezzo interessante, ma troppo simile a sezioni identiche qui nel nord est d'Italia, dove il materiale abbonda. Meno convincenti, infine, le ultime sezioni sugli anni Venti e Trenta e la Seconda Guerra Mondiale, per quanto abbia molto apprezzato il cuscino hitleriano, specie per il suo senso di What the Fuck.
E qui pensavo che il Museo fosse finito, prima che questi ci ricordasse che esiste anche un'altra storia, quella navale. Una sala gigantesca, che andava dalla storia delle caravelle ai sommergibili della guerra fredda. Ivi ho finalmente rinvenuto quanto segretamente cercavo: qualche reperto sul ruolo austriaco nella guerra dei Boxer della Cina d'inizio '900. A onestà del vero non ho trovato molto, ma le foto con gli equipaggi misti di dalmati, croati, sloveni (triestini?) erano certo interessanti, così come i reperti trafugati dalla Cina.
La breve didascalia ricordava come l'Austria disapprovasse all'epoca la “gun-boat policy” agitata con pugno di ferro dagli inglesi e dai francesi. 
Un dato da tenere a mente specie oggigiorno, considerando come quell'identico popolo oppresso durante la rivoluzione dei Boxer sia ora una potenza mondiale...


giovedì 15 novembre 2018

"Cassette Futurism", la nostalgia d'un futuro tradito: dall'Impero Soviet al Minitel della Francia 3/3


Nel 1978 il Presidente della Francia Valery Giscard d'Estaing riceveva sul suo tavolo un rapporto di due ricercatori, Simon Nora e Alain Minc, che proponeva, per superare l'arretratezza dell'impianto tecnologico francese, una vera e propria rivoluzione digitale: la “telematica” (telematics) ovvero una fusione tra telecomunicazioni e informatica. 
Il rapporto delineava un piano per digitalizzare la rete telefonica, aggiungendovi un video teletext interattivo e fornendo agli imprenditori francesi una piattaforma aperta all'innovazione. 

Cinque anni dopo (1983), dietro diretto ordine del presidente, gli ingegneri informatici del Ministero della Posta, Telegrafo&Telefono (PTT) approntavano un sistema telematico presto noto alla popolazione come “Minitel”. 
Il piccolo sistema francese diventerà nel giro di pochi anni un inarrestabile juggernaut delle telecomunicazioni, capace di anticipare di dieci anni la democratizzazione di Internet, permettendo ai cittadini della Repubblica di scambiarsi informazioni online e di utilizzare diversi servizi disponibili appena nel duemila per il resto del mondo. 

Mentre le fonti inglesi ricordano il Minitel come un sistema statale e chiuso, rallentato da un'ottusa burocrazia, nella realtà il sistema è stato rivalutato negli ultimi anni come una forma di Internet alternativa – basata sull'infrastruttura francese, anziché americana – e straordinariamente avanti con i tempi. Al suo picco di popolarità l'umile Minitel offriva 20mila servizi online utilizzati dal larghe fasce della popolazione, non solo dagli addetti alle comunicazioni e dai geek fanatici dell'elettronica. 


L'artista Boros Szikszai ci accompagna anche per questo terzo e ultimo capitolo della miniserie

lunedì 8 ottobre 2018

"Cassette Futurism": una rivoluzione brutalista 2/3


Lo ricordo come se fosse ieri

Ma non sembrava ieri, sembrava il domani.

Ricordo il futuro
È morto una generazione fa. 
Fede nel futuro, intendo. 
Fede nell'ingenuità umana.
Nella soluzione fornita dal successo delle tecnologie. 
Altre età hanno sacrifici umani – il sole, la ragione, il sangue di una gallina - l'Inghilterra aveva la grandezza (bigness) e la novità (newness), una novità che è ora vecchia, ma ancora capace di suscitare sprezzante meraviglia per la combinazione di prodezza tecnologica e ingenuità morale.

Capace d'indurre puro ottimismo e confidenza cieca.
Capace di suscitare ancora nostalgia per il progresso, non importa dove conduca.
Tutto è possibile.

Remember the Future (1997)

"Calendar for the Hungarian Insurance Company" (1992), di Boros-Sikszai

mercoledì 3 ottobre 2018

"Cassette Futurism": salvare gli anni Ottanta dai fanboy nostalgici 1/3

Vogel in the Penthouse, di boroszikszai (1995)

Nuova Zelanda, ottobre 1999
Su un altipiano battuto dai venti, cinque figure infreddolite avanzano avvolte nei mantelli. 
La prima, un uomo di mezz'età vestito di nero e con una spada alla cintura, conduce un pony macilento. 
Le altre quattro indossano panciotti e pantaloni di campagna e strascicano indolenti giganteschi piedi pelosi, a uno sguardo attento protesi di lattice.
Uno di questi giovani uomini giocherella in tasca con un oggetto dalla forma rotonda, con una scritta sovra incisa e verniciato d'oro: un anello.
Mentre i cinque uomini camminano verso una collina poco distante, una moltitudine tanto silenziosa quanto indaffarata si affanna alle loro spalle. E' una folla di braccia e gambe irta di strumentazioni tecnologiche: lunghi pali grigi, una rotaia in miniatura sulla quale manovra un'astronave mediatica con un gigantesco cannone-cinepresa e più cavi dei fili di una ragnatela.
Un ometto grasso e ricciuto, con niente più che una t-shirt in quel freddo polare, dirige questo concerto di attrezzature: le cineprese scattano a girare, espellono videocassette, schioccano i sibili di polaroid e macchine fotografiche. Quella scena surreale, quei quattro uomini intenti a camminare, sono sotto l'assalto di un invisibile, pachidermico behemot di silicio: un amalgama di nastri, di cavi, di microprocessori che lavorano tutti assieme per trarre quanto sarà la ripresa di un film.
L'ometto grasso è infatti Peter Jackson, l'uomo di mezza età Viggo Mortensen e infine i quattro giovani “hobbit” sono Eliijah Wood, Sean Astin, Dominic Monaghan e Billy Boyd
Il regista sta girando una scena tra le tante, ancora incerto se verrà utilizzata o meno: Grampasso conduce quattro giovani mezzuomini verso la collina di Amon Hen, dove subiranno un attacco notturno dai nazgul.

venerdì 7 settembre 2018

Le Guerre delle Piramidi: fanta-archeologia italiana con Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini


Sarebbe un campo di studio assai interessante e fecondo di applicazioni, anche al di fuori dell'orticello accademico, studiare il legame tra esoterismo e mondo della scrittura, tra i praticanti di arti occulte e i “maghidella parola
H.P. Lovecraft, un ardente materialista, ateo e convinto sostenitore del movimento tecnocratico, riciclava spesso paccottiglia esoterica nelle sue opere, dalle invocazioni magiche all'uso dei nomi, ad esempio nell'Orrore a Red Hook o ne Il Caso di Charles Dexter Ward. 
Se questo fatto è universalmente noto, come comprovano i tanti intellettuali che continuano a cascarci e i minus habens che provano a evocare uno Shoggoth in giardino, rimane invece meno conosciuta l'influenza dell'esoterismo d'inizio secolo sulla produzione fantastica anni Trenta. 
C'è un intero filone della saggistica, collocabile tra la fine dell'ottocento e i primi anni del novecento, scritto da storici, antropologi e studiosi dilettanti, dove si postulano le origini misteriose di continenti scomparsi, oggetti e reliquie sacre (o magiche, se preferite) e fantomatiche provenienze mitologiche dei popoli europei. 
Lungi dall'essere ironiche, sono narrazioni assai pesanti e dimenticate da tutti, tranne che dagli accademici: lunghe digressioni senza metodo e rigore scientifico, dove si inseguono le ipotesi più balzane per giungere a prevedibili conclusioni. 
Se storici, ci si diverte a inseguire il filo rosso di documenti manipolati ad hoc o in alternativa li si inventa da zero. In altri casi ci si improvvisa linguisti o glottologi, inventando radici primitive di parole comuni e correlandole ad antiche civiltà. 
Questi “ricercatori” erano il più delle volte professionisti della polemica, intellettuali col vizio dello scandalo o giornalisti: non interessava cercare la verità, ma fornire un antenato mitico alla propria nazione o gruppo etnico, per avvalorare un'azione nel presente. 

mercoledì 8 agosto 2018

Recensione di "Thanatolia" (Watson Edizioni): dove i morti seppelliscono i vivi


Copertina di Vincenzo Pratticò
Un cimitero presenta, nella sua stratificazione, nella sua diversità, nei suoi differenti quartieri e abitanti, visitatori e guardiani, la cultura della sua città, villaggio o nazione che dir si voglia. 
La storia di quel luogo, quel centro urbano, viene espressa dal suo cimitero. 
I cimiteri ricordano in tal senso le carote di ghiaccio estratte in Antartide, nella misura in cui rappresentano uno spaccato della storia di quella comunità, dagli albori al presente. 
Senza nemmeno addentrarsi nell'aspetto artistico e/o architettonico, i cimiteri costituiscono una testimonianza storica fondamentale per una comunità, che sia una capitale o un paesino campagnolo. 
Le origini ottocentesche di Trieste, ad esempio, affiorano evidenti nelle tombe borghesi e con simboli massonici, mentre il cimitero ebraico di Praga rappresenterebbe già di per sé tesso un motivo sufficiente per visitare la città. 
In alcuni casi i morti assumono tale importanza da sopravanzare i vivi ed è il caso della magnifica New Orleans; in altri ancora invece vengono costretti negli impossibili spazi delle sovrappopolate metropoli dell'estremo oriente, da Tokyo a Hong Kong. Quando poi il popolo non ha né storia, né cultura, si riducono a distese di croci bianche, come in tanti centri urbani degli Stati Uniti. 

Thanatolia eleva questo concetto all'ennesima potenza, elaborando un mondo fantasy dove esistono solo due città di esseri umani, Handelbab e il porto di Tijaratur, situate ai lati opposti di un continente popolato solo da cimiteri di ogni sorta, dalle piramidi, agli ossari, ai mausolei e così via...
Thanatolia è dunque un continente e allo stesso tempo uno sterminato luogo di sepoltura. In questo posto intere civiltà sono (letteralmente) morte e sono state sepolte... con ovviamente ogni ricchezza e oggetto magico. E qui entrano in gioco i tombaroli: avventurieri, tagliagole e mercenari alla continua ricerca della tomba con cui commettere il “colpo grosso” o in alternativa dove trovare quell'anello, quell'elmo magico desiderato dal committente. 
Thanatolia pertanto è un mondo sacro, innegabile, ma nel contempo è anche un mondo dove comanda l'avidità, dove gioielli e oggetti esoterici di altre civiltà, di altre razze ora scomparse dominano gli scambi. 
Chi comanda i morti, comanda Thanatolia e non deve pertanto sorprendere come la nemesi dei tombaroli siano i negromanti, coloro in grado di riportare in vita gli scheletri sotto le sabbie. 
Temuti, invidiati, perseguitati... i negromanti sono gli autentici feudatari dei territori di Thanatolia, una minaccia tanto per i tombaroli, quanto per le carovane dei mercanti. 

martedì 3 luglio 2018

New Camelot, di Lorenzo Davia: quando il fantasy diventa urban


New Camelot è il perfetto modello di una città, non il modello di una città perfetta. 
Scriveva così, riferendosi all'immane megalopoli, il sociologo Lewis Mumford, descrivendo bene la natura selvaggia, caotica e multi culturale di New Camelot. 
La città dei mulini satanici di William Blake, dove masse di umili lavoratori lavorano sotto la sferza delle oligarchie industriali, così come la città delle mille possibilità, dove all'angolo di ogni via potrebbe aspettare in agguato tanto il successo quanto il coltello di un teppista qualunque. 
New Camelot, New Camelot, città che non dorme mai: luogo di travolgenti successi e altrettanto travolgenti cadute, città dalle avveniristiche tecnologie e dalle ataviche magie. 
Le proprie case distrutte, i propri ambienti inquinati e sfigurati da una selvaggia industrializzazione: tutte le razze fantastiche si sono qui riunite, alla disperata ricerca di un lavoro, di una possibilità, di una vendetta. 
Gli elfi dominano gli ultimi livelli, nella qualità di dirigenti aziendali, di broker, di impiegati corporativi: una collocazione naturale per una razza di sociopatici opportunisti. 
Scendendo ai livelli inferiori, un melting pot di razze e creature fantastiche gareggia a farsi strada, a diventare qualcuno, ognuno con un sogno da realizzare. Centauri della polizia presidiano le strade, teste di cuoio orchesche rompono le teste di manifestanti goblin, nani meccanici aggiustano auto volanti e dovunque, dai bassifondi ai grattacieli corporativi, la razza umana supera tutti nel coraggio e nella stoltezza. Ma ognuno, in qualche modo, è convinto di avere una possibilità...
Perchè New Camelot è una città magica. Letteralmente. 

sabato 16 giugno 2018

Cyberpunk 2077, dalla Polonia con furore: un'analisi filologica, tra Moebius e Mike Pondsmith


Ho iniziato a dedicare uno o più articoli all'E3 di Los Angeles dai tempi del 2012, oramai sei anni fa, e devo ammettere che mai i videogiochi presentati si sono rivelati all'altezza dello straordinario hype nutrito da giocatori e giornalisti.
Esiste un mito dell'E3, un mito della kermesse los angelina come luogo di continue meraviglie; dall'altro e lo ammetto con amarezza, esiste la realtà di una fiera basata sull'industria videoludica, dalla quale non ci si può aspettare anteprime e prodotti qualitativi di anno in anno, di mese in mese.
I videogiochi richiedono tempo per essere progettati e costruiti; un dato che molti giocatori preferiscono ignorare e del quale ce se ne accorge solamente seguendo passo per passo il processo produttivo, nella forma ad esempio di un finanziamento via Kickstarter.
Ci sono così tanti ostacoli, così tanti costi, così tante ingerenze, così tante esigenze; produttive, tecniche, pubblicitarie, politiche, sociali, umane...
Quindi, sì, questo E3 2018 è stato un E3 più interessante di tanti altri, certo più ricco di annunci e anteprime, ma è continuata a mancare quella sorpresa, quell'assoluta meraviglia, quella IP inaspettata che tutti continuano a rincorrere: io, dal mio canto, mi sono messo il cuore in pace e a partire dai prossimi anni se mi capiterà di guardare qualcosa dell'E3, bene, contentissimo, altrimenti lascerò perdere, senza aspettare trepidante lo streaming delle diverse conferenze.

Mike Pondsmith, barman extraordinaire. Irraggiungibili livelli di coolness.

martedì 12 giugno 2018

"Mediterranea", di Francesco La Manno: alla scoperta del Med-Fantasy


Il Fantasy Mediterraneo viene definito come un sotto genere fantastico dove le mitologie e gli ambienti riprendono esplicitamente l'Europa meridionale e i suoi popoli, dalla Spagna, alla Provenza, all'Italia, fino ai Balcani e alla Grecia. 
Solitamente il genere si propone come esplicitamente italiano, con una predilezione per la Grecia classica e l'Impero romano. 
In alcune rare occasioni il genere si allarga a considerare l'Africa settentrionale e il Medio Oriente, con evidenti lasciti dalle Mille e una Notte. 
Il riferimento esplicito a un luogo, ovvero il Mediterraneo, rappresenta bene il paradosso di questo genere: si tratta di un fantasy geograficamente vincolato a un determinato luogo e pertanto a una determinata storia. 
Il tono generale rimane improntato all'heroic fantasy, ma l'aggettivo “mediterraneo” necessariamente obbliga a un'ambientazione storica. Il genere high fantasy specifica una determinata tipologia di fantastico e allo stesso modo, all'esatto opposto, il low fantasy sottolinea una tendenza opposta. 
Si tratta di modi di scrivere un fantasy, ma non ne predicano i contenuti. Il grimdark contiene già alcune indicazioni di natura estetica, ma generalmente la violenza insita nella sua definizione può essere applicata al contesto che si preferisce, purché brutale e terra-terra. 
Il cosiddetto Fantasy Mediterraneo pertanto diventa spesso una forma di romanzo storico con elementi fantasy, laddove invece ci si potrebbe aspettare un romanzo fantasy con una base storica. Quando non si menziona una chiara ambientazione storica o si tratta di un mondo alternativo al nostro, i riferimenti rimangono evidenti: un impero dove i suoi abitanti parlano latino, si riferiscono agli altri paesi come “barbari” e hanno arene con giochi gladiatori difficilmente è fantasy. Si tratta, in questo esempio, di un gioco di riferimenti tra scrittore e lettore, dove il divertimento non deriva dalla scoperta di un mondo nuovo, ma dal comprendere a quale personaggio o evento storico corrisponda quell'invenzione, quel colpo di scena dell'autore.
Si tratta ovviamente di giochi speculativi, che non tolgono o aggiungono nulla al prodotto finale: non conta se un'opera è fantasy o bizarro fiction o horror, conta se è scritta bene, con una trama intelligente. Classificare in generi e sottogeneri solitamente determina una tassonomia senza vita, similare a quei collezionisti senz'anima che punzonano con lo spillo splendide farfalle nelle loro tristi bacheche. In alternativa il recente rilancio del Fantasy Mediterraneo con Heroic Fantasy e Hyperborea propone, per così dire, un sottogenere dentro un altro: all'interno del fantasy, l'heroic fantasy howardiano e all'interno di quest'ultimo, il Fantasy Mediterraneo.
Tattica ingegnosa, perchè impedisce ogni ambiguità storica.