martedì 1 maggio 2018

Il supremo inganno degli anni Ottanta


The Forest” (1982) viene definito tra i più brutti slasher degli anni '80, ma in realtà, se lo si considera come un film a bassissimo budget girato in meno di due settimane, si rivela sorprendentemente godibile: proprio il suo essere inattuale, proprio il suo essere documento storico di quell'anno, di quel periodo, lo rendono prezioso. 

In quanto storico, tanto materiale afferente al mio ambito, cioè il Risorgimento, è spazzatura: poesie, pamphlet, romanzi totalmente illeggibili sotto il profilo della trama, dell'approfondimento psicologico dei personaggi, della coerenza interna. Tralasciando come il giudizio su queste opere sia distorto da quanto siamo abituati a leggere e “sentire”, non ci interessa dare voti su una testimonianza storica, piuttosto dobbiamo cercare di trarne delle indicazioni sul periodo. In tal senso è assurdo scrivere recensioni di film e libri degli anni '70, o '60, o '50, con tanto di pagelline agli attori e alla regia: sono opere storiche, non ne vedo il senso. 

Cosa pensereste di una blogger di moda che recensisce un corsetto vittoriano? 
O di un esperto di tecnologia che recensisce un telegrafo? 
O di un fanatico delle automobili sportive che recensisce una carrozza rococò? 
Sono opere interessanti in quanto inattuali, that's all. 

In questo primo filone horror, dalla fine degli anni '70 alla prima metà degli anni '80, colpisce come la stragrande maggioranza degli attori siano principianti, al più comparse o attori di teatro. 
La natura di videocassetta, di film amatoriale capace di rifarsi del suo costo di produzione, spinge a utilizzare attori misconosciuti, facce anonime difficilmente hollywoodiane. 
La locomotiva che trainava l'intero horror del periodo era strettamente economica, ovviamente: erano film facili da girare e altrettanto facili da vendere. Il circuito delle VHS del periodo permetteva, almeno da quanto ho compreso dai documentari sulle videocassette come Adjust Your Tracking, facili incassi tanto ai registi quanto ai proprietari di questi negozietti in proprio, spesso gestiti da adolescenti o dai genitori come seconda attività. 
Una ragnatela di videorivendite garantiva una buona circolazione del prodotto, con la conseguente attenzione sulla copertina e il puro aspetto grafico della presentazione. 
La possibilità della visione in casa e la diffusione della stessa come attività sociale garantiva inoltre una continua richiesta dal basso, un bacino di ansiosi consumatori impensabile rispetto agli anni '70. La visione del film come attività sociale, ovvero come “qualcosa” da tenere sullo sfondo, come una cornice per rivedere un gruppo di amici o intrattenere la fidanzata, derivava dal drive-in degli anni '50, con il quale condivideva un'origine di genere, bassa, fracassona, horrorifica. Questo passaggio, dall'automobile alla VHS casalinga, è una mia illazione, ma la trovo convincente. 
Con questo, non si vuole denigrare il genere: erano film, tanto ai drive-in quanto con le VHS, capaci di intrattenere un pubblico normalmente restio alla visione di un film o alla lettura di un libro. 
In questo e nel voler costantemente alzare l'asticella dell'accettabile, con tutte le ire della censura, si dimostrarono coraggiosi tanto, se non più, di tante produzioni d'autore. In tal senso si sta finalmente riconoscendo il valore, al di là del fandom, di registi “spinti” come Herschell Gordon Lewis
Mi sembra ovvio come le caratteristiche normalmente associate almeno alla prima metà degli anni '80, con speciale riferimento ai film e agli horror del periodo, siano diretta conseguenza della struttura economica: le condizioni materiali delle VHS e la diffusione delle stesse come supporto avevano creato dal nulla un nuovo modo di girare. Un mondo non a caso scomparso rapidissimamente negli anni '90, quando le VHS vengono monopolizzate e lentamente sostituite dal dvd tramite una nuova struttura economica, con Blockbuster e le nuove multinazionali. 

Le caratteristiche pertanto associate agli anni '80 derivano dalle sue condizioni economiche e hanno poco a che fare con la cultura, lo spirito del decennio e altre spiegazioni piuttosto fumose, viste dallo specchietto retrovisore della propria nostalgia. 
Si trattava di forme diverse d'industria, ma pur sempre industria in ogni caso: la rivendita locale, attraverso un mercato dell'usato e “indie” mirante però a sommergere lo spettatore con quanti più titoli possibili e dall'altro un'industria organizzata e pianificata dall'alto, con negozi e centri multimediali tali da soppiantare gli “artigiani”, nel contempo proponendo una line up di film a cui era impossibile fare la concorrenza. E' possibile mantenere il senso dell'incredulità in un film horror o una commedia, ma sfido a voler competere con colossi come Armageddon, negli anni '90, con tutto il filone catastrofista, o con le attuali uscite della Marvel (2010-2020). Non si può competere, su nessun livello: si può solo diversificare l'offerta e cercare di toccare altri sottogeneri, altre nicchie. 
La balena corporativa aveva inoltre al suo fianco lo squalo della grande distribuzione, capace di mangiare in un sol boccone il piccolo pesce all'angolo della strada, l'umile negoziante di bottega. Monopoli, oligarchie, nuove egemonie: sono questi i movimenti sotterranei, di carattere economico, responsabili in seguito di un terremoto culturale quale può essere una nuova saga, una nuova trilogia, un film “inaspettato”. 

The Slayer (1982)
Tornando agli anni di passaggio tra il '70 e l'80, la nascente industria cinematografica aveva all'epoca bisogno di vendere prodotti, ovvero film, per rispondere a un boom del mercato: si tratta di girare e vendere film con il ritmo di una catena di montaggio, dove non ci si può certo permettere l'operaio specializzato, ovvero la star, il beniamino delle masse, quanto piuttosto i comprimari, i crumiri, le comparse raccattate per strada. 
C'era un disperato bisogno di attori per un disperato numero di registi amatoriali o riciclati al nuovo mercato delle VHS: si pensi soltanto alla Cannon Films Inc. e al loro incredibile numero di pellicole. 
Tutto ciò si traduce, specialmente nel cinema di genere, in una sovrabbondanza di sconosciuti, di facce nuove, emerse senza il filtraggio dei provini e della scrematura hollywoodiana. 
Ugualmente, via gli scenari di cartapesta, i set artificiali, i castelli gotici e tutto il ciarpame precedente: largo spazio agli ambienti naturali, incontaminati, siano fabbriche abbandonate o campeggi in riva al lago. Si continua ancora a dibattere sulla presunta svolta dal gotico classico all'horror urbano di King&soci, senza comprendere come sia stato causato da necessità produttive, esemplificate dal semplice fatto che costava molto meno girare in questo modo che dover allestire fantasmagorie di candelieri, armature e arazzi medievali. 
Un'involontaria conseguenza di un modello produttivo: gente a caso, dentro ambientazioni altrettanto casuali. Chiaramente si tratta spesso di recitazioni over the top, terribili, poverissime. Eppure... eppure difficile non constatare una naturalezza, una diversità di espressioni e forme facciali assolutamente unica nel periodo. Sotto un mascara di linee di dialogo trash, plot inesistente, pessima recitazione, gli attori dell'epoca rimanevano persone di ogni giorno: dal ragazzo ripescato dall'università, al nonno dell'(aspirante) regista, ad anticaglie attoriali di altre epoche. 
Un insieme di coincidenze difficili da credere riunisce così, tutti assieme, gente che non dovrebbe recitare, eppure recita. Stavo guardando un film horror di questo genere, “Night School” (1981) e proprio nei primi minuti, nelle prime scene, mi sono sorpreso a pensare quanto fosse inconsueta la faccia di una delle protagoniste. Non un volto sfregiato o particolarmente strano, ma quel genere di “faccia” che non apparirebbe mai in televisione o al cinema, perchè non risponde ai canoni di bellezza kitch solitamente proposti.  Recitava in maniera goffa, ovviamente, ma si vedeva che ci provava. Non un robot cresciuto in accademia di recitazione, un figlio d'arte, un genietto: solo una persona normale, in una vita normale, che prova a recitare. Incantevole. 
Sono stato sorpreso da una simile realizzazione guardando un altro film nell'identico filone, “Just Before Dawn” (1981): il gruppo di protagonisti chiacchierano, scherzano, mangiano insieme, ma nonostante la stupidità dei dialoghi trapela una genuina emozione. Recitare è fingere, ma oggigiorno nel cinema di massa si è raggiunto un tale livello di manierismo, di perfezione esasperata, che l'emozione è scomparsa. Le nuove leve sono esemplificative di tutto ciò, robot perfetti e monolitici. Si confronti l'amatorialità sincera di queste produzioni con un film d'azione come “Red Sparrow” (2018): Jennifer Lawrence, a prescindere dal ruolo, non trasmette nulla. E' una parete, un muro emozionale. Sì, il ruolo glielo richiede e sì, oggettivamente non c'è nulla da criticare. Migliore recitazione, sia chiaro. Ma l'emozione manca, manca terribilmente. Non c'è nulla, qui. Niente passione, niente naturalezza, niente emozioni. Un mestiere impalpabile come quello dell'attore svolto con il massimo del tecnicismo, nemmeno esistesse una laurea nell'ingegneria delle emozioni. 
La zona perturbante (uncanny valley) si verifica quando un robot troppo simile a un essere umano o in alternativa un'immagine digitale troppo simile all'uomo, genera un effetto di profonda inquietudine. In parole povere, l'estremo realismo del robot ci risulta disturbante, viene inconsciamente riconosciuto dal cervello come sbagliato. 
Sono convinto esista un'uncanny valley delle emozioni negli attori, dove lo spettatore riconosce una performance come “finta” a ogni livello. Pertanto un attore convinto della sua parte, alla Stanislavskij, suona maggiormente convincente di un attore migliore, ma disinteressato emozionalmente. In questo genere di film degli anni '80 il cervello riconosce, nel marasma di difetti, una naturalezza, una sincerità di base. Questa sincerità naif filtra inevitabilmente anche nelle grandi produzioni del periodo, perdendosi poi nelle stronzate fracassone degli anni '90. 
L'ondata di slasher dei primi anni '80 mi sembra emblematica di quest'atteggiamento, quando ancora elementi della moda e della durezza degli anni '70 permangono nel tessuto filmico, generando con il basso budget film estremamente ruvidi e brutali. Nel migliore dei casi, come in “Just Before Dawn”, il regista ha qualche (raro) colpo di genio e trasforma, come nel magnifico finale, un filmetto horror in qualcos'altro, non dico capolavoro, ma qualcosa d'interessante e fuori dagli schemi classici. All'interno degli slasher a basso costo, il sottogenere incentrato nella natura selvaggia sembra funzionare particolarmente bene, specie quando il gruppo di studenti/hippie/laureandi deve andare in campeggio, nella foresta, in montagna, ecc ecc. 

Beyond the Gates (2016)
I film da videocassetta degli anni '80 derivano il proprio fascino dunque dall'essere involontariamente neorealisti – senza però la pesantezza di quel genere di cinema. E' un neorealismo affogato nel sangue di un horror, produzioni con un motore pulp, di puro intrattenimento, che tuttavia adopera scenari e persone più che “reali”. Un genere e uno stile pertanto collocabili negli anni '80 grazie a un sottostante fondamento economico e tecnologico, ovvero il successo delle VHS e il boom di un mercato “indie”. 
Se dunque si considerano questi due assunti, il “realismo” degli attori e le fondamenta economiche, risulterà chiaro perché tutto il revival degli anni '80 sia destinato a fallire. 
Questo decennio 2010-2020 è ammalato di retronostalgismo, di rimpianto per gli anni '80, il decennio meraviglioso: eppure non si comprende come non siano gli elementi superficiali a generare la nostalgia, ma il cuore di autenticità alla base. 
In altre parole la nostalgia verso gli anni '80 si è concentrata negli oggetti, nella moda, nello stile, ingannandosi sul contenuto reale di questo sentimento. 
Chi afferma di amare gli anni '80, in realtà ama il cuore di autenticità, di naturalezza alla base dei suoi lavori migliori. E' una confusione tra forma e sostanza, tra contenitore e contenuto
Se davvero si amassero gli anni '80, bisognerebbe allora amare le produzioni a basso budget con la telecamera a mano, i corti e i progetti fan made, i film girati dagli appassionati e dagli aspiranti registi con due spicci e tanto coraggio. Se dobbiamo cercare un successore alla videocassetta come mezzo di produzione dal basso, chiaramente dobbiamo rivolgerci agli horror found footage, ad esempio. O alle produzioni finanziate via crowdfunding. Ammetto, sono il primo a essere scettico verso questo genere di produzioni. I film con telecamera a mano mi causano violente ulcere. 
E tuttavia... se davvero si amano gli anni '80, è chiaro come oggetto di quest'amore non possano essere elementi superficiali, stilistici: quel tipo di auto, quel tipo di capigliatura, quella moda... impossibile sviluppare un legame così forte e così nostalgico con qualcosa di talmente stupido e terreno. I ricordi, certo, possono spiegare il fenomeno: tuttavia, perchè allora così tanti millenials, gente della mia generazione, adolescenti compresi, affermano di rimpiangere quegli anni? 
Il bisogno di darsi un'identità, un contegno, può spiegare quest'atteggiamento, ma al fondo si riconosce un nocciolo di autenticità

La nostalgia verso gli anni '80 è pertanto un inganno nato da uno sfortunato malinteso, dove si è scambiato la qualità di un oggetto con la “cosa” stessa. Non era l'oggetto, il film degli anni '80, la causa della nostalgia, ma le qualità associate ad esso. Il suo essere “vero”. 
Se vogliamo fare un paragone: un uomo incontra la donna della sua vita. 
Il suo amore incondizionato indossa una giacca in pelle, che associa alla sensazione positiva dell'incontro. L'uomo diventa in seguito orfano di questo primo, indimenticabile amore. Lei lo lascia, muore, si separano, ecc ecc L'uomo allora continua nelle sue disavventure sentimentali, ma invece di riconoscere nel suo primo amore quelle caratteristiche psicologiche che l'avevano avvinto, egli associa la donna alla giacca in pelle. Di conseguenza, dovunque egli sia, a una festa, a un ballo, a un incontro di lavoro, deve sempre provarci con ogni donna che indossa una giacca in pelle. L'uomo ha ormai sostituito quanto era solo un simbolo con un oggetto: la giacca in pelle è il suo amore. Scambiando così oggetto con soggetto, feticismo con amore. L'uomo sono infatti i nostalgici degli anni '80, la donna i film che rimpiangono, i remake le donne con la giacca in pelle. 
In sostanza la nostalgia verso gli anni '80 è questo e non altro. 

venerdì 27 aprile 2018

FantaTrieste, di Luigi R. Berto: quando la fantascienza è di casa


Mi sono sempre chiesto se certe caratteristiche, nel bene e nel male, degli autopubblicati siano veramente attribuibili alle edizioni elettroniche o semplicemente riflettano atteggiamenti di chi intraprende questa strada. 

Il libro in questione, “FantaTrieste” (1973), di Luigi R. Berto, è chiaramente un autopubblicato. 

Luigi R. Berto (1913-1983), a volte noto come “Giulio Bert”, è stato un grande scrittore della fantascienza triestina, oggigiorno completamente dimenticato. 
In seguito a una formazione in geologia e mineralogia, tra gli anni '50 e '60 si dedicò con passione all'astronautica e alla fantascienza, divenendo attivo divulgatore delle imprese dei pionieri dello spazio. Pubblicò sul “Piccolo” una storia della fantascienza a puntate, per attirare interesse verso il primo omonimo Festival a Trieste; in seguitò pubblicò numerosi racconti sulla rivista romana “Oltre il Cielo – Missili&Razzi”.
Fondatore per suo conto di un “Centro diffusione scienze astronautiche e tecnologie dello spazio”, intraprese poi la durissima strada dell'autopubblicazione cartacea pubblicando diversi racconti e antologie con lo ciclostile, in seguito inviati agli interessati per mezzo di posta. 
Forse il suo maggior successo di divulgatore fu una mostra organizzata al CCA di Trieste sullo Spazio, con fotografie e modellini, rivolta verso quanto ci si augurava il futuro dell'umanità. 

Negli ultimi mesi sono giunto a conoscenza con un gruppo di scrittori e blogger triestini di fantascienza, chiamato “FantaTrieste”, e nell'ambito di un progettino di scrittura che coltiviamo da tempo ci è sembrato benaugurante recuperare quest'antologia nostra omonima. Fabio Aloisio, finalista all'Urania Shorts 2017 e Robot 2018, è stato così gentile da prestarmi il volume consunto e non sono riuscito a trattenermi dal recensire quest'autentica capsula temporale dal 1973.

martedì 24 aprile 2018

Dungeons & Dragons non è mai esistito


Quando andavo alla scuola media, rimasi affascinato, nella sezione adulti della biblioteca popolare di Trieste, da una lunga fila di manuali riccamente illustrati e rilegati, ciascuno del peso di un dizionario di latino: si trattava dell'edizione del '2000 di Dungeons&Dragons 3.5, Wizards of the Coast
Una serie di titoli enigmatici: Manuale del Giocatore, Manuale dei Mostri, Guida del Dungeon Master.
Mi sono spesso chiesto quale utente della biblioteca abbia approfittato del sistema di richiesta dei libri per ordinare questi giochi di ruolo, oltre a D&D, un'estesa linea di volumi di vampiri e licantropi della White Wolf, “Mondo di tenebra”. 
Li presi a prestito – nonostante la disapprovazione della bibliotecaria – e ci trascorsi un interessante fine settimana. 
Avevo forse dodici? Tredici anni?
L'odore della carta, le illustrazioni, il layout con la pergamena in trasparenza... una quantità di particolari al limite dell'autismo, che tuttavia non detraeva dall'incomprensibilità delle regole.
Letteralmente non capivo come si giocava. 
Avevo afferrato il concetto: master come arbitro, manuale per i giocatori, mostri da cui attingere per i dungeon. Le meccaniche tuttavia erano confuse, si saltava da un argomento all'altro, non si capiva da dove iniziare. Dal semplice manuale non c'era una guida passo per passo, ma una sorta di confusa enciclopedia. Nello stesso periodo giocavo a Warhammer Fantasy VI edizione, ero abituato a tabelle, schemi, liste, punteggi... eppure questi manuali mi suonavano astrusi quanto il peggiore problema di matematica. 
Anni dopo, alle Superiori, giocai a D&D, anche se non sono mai stato un “vero” giocatore di ruolo, preferendo sempre i wargames con miniature, sebbene abbia sempre conservato del ruolo il nocciolo della storia e del background. 

mercoledì 11 aprile 2018

Fantasy senza fantasia, ovvero la maledizione del minimalismo


Due fattori fondamentali concorrono nella scrittura fantasy, accanto alle elementari norme dello stile e della storia: equilibrio e convinzione.

Sono convinto, in quanto blogger e lettore di lunga data, non scrittore, che la qualità di un'opera fantasy dipenda dall'abilità di giocoliere con la quale lo scrittore gestisce gli elementi fantasy al suo interno. Non solamente nell'effetto a catena secondo cui quanto più prevalente è il fantasy, quanto più diventa facile scadere nella contraddizione e nell'improbabile, ma anche nella misura in cui il fantasy viene gestito di per sé stesso. 
Ovvero: si può avere un elemento fantasy considerato seriamente (Tolkien) o a effetto comico (Pratchett). Si può scrivere un libro come Il Signore degli Anelli solo per avere un veicolo con il quale mostrare i propri studi linguistici, o si può procedere a creare un mondo fantasy per dimostrare la propria geniale verve satirica. Il secondo non è più improbabile del primo, né meno erudito. Tuttavia sono forme diverse di approccio al fantasy
Quindi, accanto all'elemento della qualità, andrebbe fatto risaltare il tono del fantasy, quale approccio prediligere. Si può disporre di un elemento fantastico mutuato dalla fantascienza, come con la narrativa di Andre Norton recensita su Heroic Fantasy Italia, o mutuato dalla mitologia, o ancora inventato da zero, o animato da un'ideologia politica di base (China Miéville).


mercoledì 4 aprile 2018

Il ritorno di Eisenhorn: "The Magos", di Dan Abnett


C'è chi desidera saper scrivere bene come Hemingway, saper scandagliare gli abissi dell'animo umano come Dostojevski, terrorizzare il lettore come Stephen King, guadagnare e diventare famoso quanto George RR Martin
Mirare ai grandi, che siano contemporanei o classici, è naturale per qualsiasi aspirante scrittore. 
Ci si forma sui propri autori preferiti, si cerca di imitarli, si desidera il loro successo, il loro riconoscimento. 
Siamo nani sulle spalle dei giganti, anche nell'ambivalenza propria del gigantismo: spesso, dopo anni, questi classici, questi “grandi”, appaiono meno originali e intelligenti di quanto si pensava in gioventù. 
Ad esempio, Neil Gaiman è un grande scrittore. Innegabile. Tuttavia è stato anche uno scrittore estremamente fortunato. Letteralmente, in seguito agli studi, ha trovato impiego come sceneggiatore in seguito alla conoscenza con il dio Alan Moore
Non ha faticato presso case editrici, non ha sputato sangue implorando visibilità, ha semplicemente avuto fortuna. 
Il suo lavoro era notevole, ma così lo erano tanti altri, che pure languono nell'oscurità dell'anonimato. 
Spesso, tra questi “giganti”, il fattore fortuna gioca un ruolo talmente cruciale da disarmare qualsiasi proposito d'imitazione. 
A volte si tratta semplicemente di essere uno scrittore negli anni '80/'90 in un paese in lingua inglese e di scrivere il genere che tutti desiderano leggere. 
Questo non sminuisce il valore di quanto si scrive, né sottovaluta i classici. 
Tuttavia mi domando se non sia il caso di prendere come modello scrittori “medi”, quelli che vengono definiti “mestieranti” e considerare con attenzione come sopravvivono e come scrivono. 
A meno di non essere assoluti geni, siamo più vicini a “loro” che a uno Shakespeare, un Dickens, un Asimov. 

lunedì 2 aprile 2018

Quando Snowpiercer incontra La bussola d'oro: “Above The Timberline”, di Gregory Manchess


Quando iniziò a nevicare, continuò per millecinquecento anni
Lo spostamento dei Poli profetizzato dagli antichi climatologi finalmente avvenne e la topografia della Terra fu rivoltata come un guanto, il clima mutato per sempre. La Terra è ora ridotta a una palla di vetro con la neve dentro, un mondo dove la neve ricopre con il suo uniforme manto ogni cosa, raggiungendo in alcuni casi profondità sconosciute.

Le vecchie nazioni scomparse per sempre, la tecnologia perduta: l'uomo è sopravvissuto a stento, lentamente ricostruendo una civiltà ferma al 1920/30. Aerovascelli sorvolano distese di conifere e barriere di ghiaccio, tribù di inuit predano su carovane di automezzi blindati, aeroplani ad elica esplorano le nuove frontiere. Un nuovo mondo di scafandri per l'alta pressione, di piloti dai giubbotti di pelle, di tecno-nomadi amici con gli orsi polari.


lunedì 26 marzo 2018

The Great White Space, di Basil Copper: il meglio dell'omaggio lovecraftiano



Inghilterra, 1930
In seguito all'ubriacatura dei Roaring Twenties, nuvole di guerra si addensano nell'Europa continentale, mentre l'Impero Britannico consolida inquieto il suo dominio coloniale, dall'Africa, all'India, ai più remoti avamposti dell'Asia.

Frederick Plowright è un fotografo professionista, che si è fatto un nome partecipando a diverse missioni esplorative di scienziati e antropologi in tutto il mondo. 
Un uomo rigoroso, preciso, totalmente devoto alla sua arte; eppure incline, suo malgrado, a fantasticherie e visioni febbrili. 
Giovane, ma insoddisfatto, Frederick accetta un'offerta di lavoro peculiare: una missione di ricerca di un anziano professore, Clark Ashton Scarsdale, che dichiara di voler esplorare il grande nord. Forse l'Antartide, dove nello stesso periodo, un'altra spedizione della Miskatonic University è andata perduta...

Introdotto nella villa di Scarsdale, Frederick scopre come la destinazione sia tutt'altra, occlusa per segretezza: una sconosciuta contrada nel profondo oriente, tra la Mongolia, Burma e la Cina al confine occidentale, oltre il deserto dei Gobi.
Scarsdale, dopo decenni di ricerca nei più svariati campi scientifici e pseudoscientifici, ritiene di aver scoperto quanto definisce “The Great White Space”. Si tratta di un portale extra dimensionale, descritto nel testo di occultismo “The Ethics of Ygor”, come “Un Grande Spazio Bianco”.
Un varco di accesso, dove le leggi scientifiche vengono distorte e sovvertite, attraverso il quale aliene e superiori entità chiamate gli “Old Ones” entrano in contatto con la Terra. Scarsdale desidera trovare il Portale, studiarne la composizione ed eventualmente essere il primo ambasciatore della razza umana a entrare in contatto con gli Antichi.
La spedizione è bene equipaggiata, con cinque semicingolati dell'esercito, ampie provviste e contatti sul posto: tuttavia Frederick rimane turbato quando scopre tra le provvigioni una mitragliatrice, bombe a mano e addirittura fucili per la caccia agli elefanti.
Il riserbo di Scarsdale sull'effettiva natura del viaggio non può mascherare quanto sembra essere più un mostruoso safari che una spedizione scientifica...

lunedì 19 marzo 2018

Hellraiser, di Mark Alan Miller: un dovuto Tributo


Kirsty Cotton è in fuga.
In seguito alle disavventure narrate in “Schiavi dell'inferno” e nel primo film di “Hellraiser”, Kirsty ha imparato a camuffare voce e identità, a cambiare passaporto con la facilità di un respiro, eternamente in viaggio. 
Sono infatti passati trent'anni dall'istante in cui lo sfortunato Rory ha spillato sangue nella casa di “Zio” Cotton, permettendo all'anima dannata di reincarnarsi nel mondo reale, con il soccorso mefitico dell'adultera Julia. Dal momento in cui Kirsty ha dischiuso il cubo di Lemarchand, consegnando il recidivo Frank a un insoddisfatto Pinhead, la ragazza ha sempre saputo di aver solo rimandato il suo momento, di aver solo ingannato il tempo prima che i cenobiti la incatenassero alla minaccia/desiderio propria di chi dissigilla il cubo. 
In seguito a una misteriosa lettera di un professore di teologia dove si accenna a un'Apocalisse in arrivo, connessa a Pinhead e al cubo di Lemarchand, Kirsty non ha altra scelta che affrontare il suo nemico nella sua stessa tana: l'Isola del Diavolo, dove secoli prima, il misterioso costruttore di giocattoli architettò la Configurazione dei Lamenti. 
Uno scontro rinviato trent'anni è ora inevitabile...

lunedì 12 marzo 2018

Monsters, di Clive Barker: un mostro di bravura


Emergenza sangue nella nazione dell'horror, regione splatterpunk, provincia Clive Barker, comune “Books of Blood”: termina ufficialmente con questa sesta antologia di racconti la rilettura barkeriana. 
E quale magnifica, folle, cavalcata: dai territori intrisi di gore degli esordi, a una vasta pletora di futuri adattamenti fumettistici e cinematografici, alle premonizioni weird e dark fantasy delle opere successive. 
I “Libri di Sangue” si possono leggere nell'ordine e nelle preferenze che più aggradano, come dimostrano le riedizioni e le antologie successive, tuttavia danno il loro meglio quando si procede nell'ordine originario, in modo da constatare la graduale evoluzione di Barker, sia nel senso dell'utilizzo di strumenti narrativi e stilistici sempre più raffinati, sia nella padronanza delle diverse idee, spesso compresse nell'arco di poche pagine.

Il tempo sarebbe un ottimo maestro, se non fosse che uccide tutti i suoi alunni.
La relativa immortalità della letteratura le permette tuttavia di sfuggire questo fastidioso inconveniente, solitamente dando giustizia allo scrittore quando ormai è nella tomba, morto di fame, povertà o cure mediche che non poteva permettersi. 
Il che implica, tra parentesi, un ovvio imperativo: sostenete gli scrittori quando sono in vita e lasciate le commemorazioni a rari casi.
Il ragionamento vale per Edgar Allan Poe e si è visto riconfermato con HP Lovecraft.
Clive Barker è fortunatamente vivo e famoso, ma persino nel suo caso il tempo gli sta finalmente dando giustizia, regalando all'oblio le assurdità e le banalizzazioni con il quale era stato propagandato negli anni ottanta.