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venerdì 15 novembre 2013

Indietro nel tempo (racconto)

Sì lo so, sono più di 500 parole e ciò abbondantemente supera la vostra soglia dell'attenzione, ma io continuo a sperare in visite e commenti ^__^


La macchina del tempo era una sfera metallica rivettata di bulloni e ingranaggi, che ricordava a Enrico un gigantesco magnete attira-spazzatura.
Sentiva i jeans stringere in vita, la cintura con la fibbia a forma di mouse anni Novanta segare la pancia in due. Invidiava la pratica tuta aderente della collega Lucinda, la maglietta intelligente da quattro soldi dell'amico Hacker Luca, perfino quegli inestetico, ma praticissimo SmartWatch che ronzava sul polso dello storico Polidori. Interrogò quest'ultimo, per alleviare la tensione prima del salto temporale.

- Allora: ho tutto? -

Il professore di storia consultò un database olografico, scorse velocemente un lungo elenco di foto vintage. Finse di picchiare più volte coll'indice sullo schermo invisibile. Un vezzo risalente a quando s'usavano schermi solidi e tecnologia Touch, che di tanto in tanto alcuni nostalgici fingevano ancora praticare. Irritante. Ma d'altronde, Polidori era uno Storico, un antropologo di usi e costumi dei primi anni del secolo Ventunesimo. Al pensiero, Enrico sentì il cuore accelerare i battiti, impazzire nella cassa toracica. Si calmò con lunghi respiri. Non è il momento, pensò. Era una strana sensazione, indossare vestiti così grezzi e malcuciti, senza un'intelligenza artificiale che rammentasse il numero di calorie consumate, il livello di alcool nel sangue, gli appuntamenti dell'agenda. Che monitorasse grado d'inquinamento dell'aria, respiri, sudorazione eccessiva. Indossava vestiti stupidi, poco da fare.

- Hai l'ipod? - Chiese Polidori.

- Cosa? Sì! - Frugò nella tasca, fino a esibire un rettangolino azzurro scheggiato. 
Constatò stupito il groviglio di cavi che fino a qualche secondo prima aveva diligentemente districato.

- Ogni volta che hai un momento libero, cammini, sei al bagno, in treno o in autobus, mettitelo sempre al collo e infila gli auricolari. A quei tempi, non si usciva senza una canzone nelle orecchie, ricorda. -

Enrico annuì timoroso. La scaletta di canzoni che gli avevano consegnato andava dal melenso al trash e la musica classica sembrava bandita completamente. Invano aveva implorato Polidori di poter inserire almeno un'opera di Wagner, qualche melodia di Schubert, una marcetta di Elgar. Suppliche inutili. 
Quei nomi strani, che aveva osato ascoltare, quei "Gigi d'Alessio", "Lady Gaga", "Fabri Fibra" costituivano più un concentrato di rumori, una cacofonia confusionaria, che un'effettiva melodia.

- Zaino? Cos'hai dentro? -

Enrico tirò lo stretch e rabbrividì al rumore del velcro strappato. Mostrò una tavoletta nera, dallo schermo lucido in una custodia di pelle, un block notes, diverse penne e matite.

- Alla fine hai scelto un lettore elettronico, a quanto vedo, uno dei primi Kindle. Che ci hai messo dentro, come ebook? -

- I Classici, signore. Le prime esperienze di Autopublishing dell'epoca, via blog. Fantascienza d'assalto, che precluse al crollo delle grandi case editrici. -

- Dovrebbe andar bene – Mugugnò il professore. Enrico poteva leggergli nelle orbite infossate l'invidia per non poter partecipare al viaggio, ma era troppo vecchio. Non sarebbe sopravvissuto al balzo temporale. - Dimmi qualche tema politico dell'epoca, se ti attirano a bere un bicchiere di alcool in quei luoghi chiamati "bar" -

Enrico, preso alla sprovvista rimase per qualche secondo in silenzio. Mentre Polidori lo fissava alzando il sopracciglio, Enrico afferrò la risposta. - La Crisi economica, signore! -

- Ah! Molto bene. Altro? - Polidori sorrise.

- Quant'è difficile trovare lavoro senza cercarlo affatto, discussioni su Berlusconi, indignazioni sui costi della politica, tasse, lamentele sul social network dell'epoca, FaceBoom.-

- Facebook – Corresse Polidori – Ricorda che eravamo negli anni prima dello scandalo Zuckerberg, quando si scoprì che il piccolo Genio alimentava reparti paramilitari in Africa e trafficava schiavi dall'Oriente. All'epoca, non gli avevano ancora diagnosticato paranoia e sociopatia, anzi, veniva considerato un genio -

- D'accordo. - Enrico voleva coprire lo sbaglio precedente, quindi aggiunse – E se ricordo bene, in America è per la prima volta Presidente un nero, quel tale Morgan Freeman, giusto? -

Polidori scosse la testa, ridacchiando. - Se fossimo a un esame orale, ti boccierei. Presidente era Obama, ti stai confondendo con Hollywood. -

- Hollywood? Era ancora viva? Non c'era ancora il cinema africano? -

- Te l'ho detto, siamo negli anni prima del Crollo. Videogiochi? -

- C'è il credo del prete, che usciva ogni anno a opera di quella casa francese... La Ubisoft. E poi ci sono le avventure dell'idraulico italiano, Mario, giù nei tubi -

- E' il credo dell'assassino, casomai. Non dimenticare lo sparatutto per veri retrogamer, oggigiorno, Call of Duty. Molto difficile, se confrontato ai videogiochi odierni. Meglio lasciar stare la storia dei videogiochi, è un argomento complesso. Tasche? -

- Cellulare! - Enrico mostrò una mattonella grigiastra, dalla pulsantiera mangiata dagli anni. - Lo usavano per chiamare, giusto? E per mandare i " messaggini" – Pronunciò l'ultima parola lentamente, come se non ne comprendesse appieno il significato – E si divertivano a comporre strane faccine usando la tastiera... -

- Esatto! - Annuì Polidori, soddisfatto – Come sei con il portafoglio? -

- Male, signore. Non abbiamo trovato le banconote dell'Euro, così le abbiamo sostituite col Monopoli da tavolo del figlio di Lucinda. La somiglianza è notevolissima -

- Monete giocattolo, non mi sorprende. Bene, sembra tu abbia tutto, figliolo – Diede un'occhiata allo Smartwatch, confrontò i documenti dell'epoca con il vestiario del ragazzo. La barba di Enrico era una nota eccentrica, ma Polidori confidò che sarebbe passato come un hipster all'ultimo stadio.

- Mi raccomando, Enrico. Abbiamo marchiato quel periodo come "NeoMedioevo" per ottime ragioni. Stai per finire in un'epoca buia e violenta, specie in Italia. Le persone vivevano come bruti senza cervello, imbottiti dai mass media, soggetti a strane manie, dall'amore per la carta a moralismi di ogni genere. Avere un blog non era considerato un lavoro, ma un hobby discutibile, un giocattolino per menti egocentriche. E nella politica, nella società, nei costumi la gerontocrazia imperava mostruosa, divorava ogni cosa. Stai attento, annota quanto ti abbiamo chiesto e ritorna al più presto. -

Enrico annuì e cinque secondi più tardi la scomposizione molecolare lo inviava come un fax interstellare nell'Anno Domini 2013.  

sabato 1 dicembre 2012

Vomito ergo sum. Dalla Cina all'Italia.


Non sono un orientalista, ma risulterebbe quantomeno spiazzante negare nella storia dell'oriente l'estremo influsso e importanza della Cina. E' possibile rintracciare isolati focolai d'inventiva in Giappone, in Corea e nel Sudest della Cina: ma sia per le dimensioni che per la precoce centralizzazione, la Cina riveste un ruolo fondamentale. Il flusso di tecnologie e colture e animali d'allevamento si muove dalla Cina al "fuori" abitato dai barbari, e per secoli e secoli i popoli confinanti, quando riuscivano a mantenere un esiguo livello d'indipendenza, accettavano e imitavano i "cinesi", questo multiforme caos d'etnie unificato in un unico popolo per volontà ferrea di un'infinita serie di regnanti inflessibili. Già i primi reperti scritti del I millennio a.C. mostrano un senso di "razzismo" e disprezzo nei confronti delle popolazioni confinanti, generalmente appellati come barbari che mangiano carne cruda, non si legano i capelli e si coprono di tatuaggi.* La Corea solo negli ultimi secoli ha infine abbandonato l'antiquato e inadeguato sistema cinese a favore del suo eccellente sistema di scrittura Han'Gul, mentre nel campo dell'agricoltura la superiorità di oltre 10000 anni d'evoluzione ha dominato per lungo tempo.
Importantissimo fattore, la Cina era ai primi posti nella gara alla tecnologia. Procedeva a passo di marcia, anzi cavalcava al galoppo più sfrenato: verso il XV secolo, nel periodo arbitrariamente definito come fine del medioevo, la Cina disponeva d'un formidabile pacchetto di tecnologie pronte alla conquista: la ghisa, la bussola, la polvere da sparo, la carta e la stampa solo per citarne le più note (e utili). I cinesi progettavano complicati viaggi fino alle coste orientali dell'africa, intrattenevano relazioni diplomatiche e commerciali con le maggiori potenze diplomatiche del tempo. Perché dunque quando nell'ottocento l'Europa spartì come una gustosa torta la Cina fra le varie potenze, ad affrontare le magnifiche ironclads a vapore non si ebbero intere flotte, ma solo povere navi in giunchi?

guerre dell'oppio: grazie alle quali la regina vittoria divenne fra le più grandi pusher della storia >_>

giovedì 18 ottobre 2012

Dishonored: impressioni steampunk


"A man dishonored is worse than dead" (Miguel de Cervantes)

Sui recensori

Chiariamo fin dall'inizio alcuni particolari, che alla critica ufficiale spesso sfuggono: primo, questo NON è un videogioco Bethesda. La Bethesda persegue ormai da anni e anni una politica ahimè vincente di offrire a intervalli di due, tre anni enormi giochi free roaming privi di personalità, sterminate distese digitali il cui massimo divertimento è sterminare Npc dalle tre frasi in croce con missioncina raccogli oggetto in allegato. E le valanghe di bug? E il supporto ai modder, in realtà abile scusa per una grafica debole debole?
Per carità, giochi come Skyrim e Fallout 3 vantano un'atmosfera invidiabile. Ma nella lunga durata l'evidenza di un mondo di cartapesta, costruito con sputo, colla e sceneggiatori sottopagati emerge con chiarezza.
Quindi, Dishonored non è un gioco Bethesda. Viene prodotto dalla Bethesda, che ha piuttosto il merito d'aver supportato meccaniche in quest'unico caso innovative. Ma andrei piano con le lodi; dopotutto ha solo ficcato i soldi in saccoccia, nulla più.

qualcosa del genere...
Dishonored è un gioco dell'Arkane studios.
Sì, gli stessi di Arx fatalis. E Dark Messiah. (e del mediocre Bioshock 2, avete ragione...)
Nel team Harvey Smith era vice lead designer di Deus ex; mentre Viktor Antonov (lo stesso di Half life 2!) è level designer. Quindi se il gioco è masterpiece, il merito è loro, non Bethesda.

Secondo punto: è un gioco single player che dura tanto
La recensione Spaziogames comunicava una longevità massima di otto ore, ma è un parametro completamente sballato, come d'altronde sballato è quel sito-pubblicità, rigonfio come bubbone pronto a esplodere di recensioni che in realtà rifiutano una sana critica, preferendo mantenere toni vaghi e sorrisi entusiasti per non perdere i vari, accesi fan, talmente plagiati dalle massicce campagne marketing delle proprie serie preferite (assassin's creed docet?) da rifiutare categoricamente ogni parere contrario.
Ma sto di nuovo divagando. La breve durata della campagna in singolo era già stata contraddetta nelle anteprime in inglese, in cui si stimava la longevità sulla ventina di ore. Terminato finalmente il titolo, posso confermare. Pur adottando un misto di stealth e azione- come nel mio caso- e spesso trascurando l'esplorazione, alla terza missione avevo già accumulato dieci ore.
Senza trascurare l'infinita rigiocabilità, che spazia dall'approccio di salti sui tetti alle infinite variabili dello stealth (possessione, assassino silenzioso, hacking, condotti e cunicoli).

Dishonored, Punk nello Steam

Quando un anno e mezzo addietro lessi per la prima volta anteprime e notizie su Dishonored ero lancinato da un dubbio: possiamo considerare Dishonored gioco steampunk? Le mie perplessità erano legate all'ambientazione fantastica, alla mescolanza di magia e tecnologia e all'innovazione di un combustibile a base d'olio di balena. Ero ancora agli inizi dello studio dello steampunk, e consideravo l'elemento del vapore, del motore a vapore come tecnologia applicata in ogni campo del reale, una componente fondamentale dell'immaginario steampunk. Persino ero giunto a riflettere se Dishonored potesse andare considerato sotto l'etichetta di Oilpunk- una società che progredisce sulla base di olio e grassi animali. O se definirla Dieselpunk, tradendo tuttavia l'ambientazione novencentesca che tale etichetta sottintende.

Ancora non avevo letto l'introduzione allo steampunk del Duca, in cui chiaramente emerge come Dishonored sia steampunk nel senso più classico del termine.

Lo Steampunk è fantascienza oppure science-fantasy ambientata:(...)in mondi industrializzati di ispirazione ottocentesca diversi dalla Terra (il New Weird Steampunk Fantasy di Mieville in Perdido Street Station)


D'altra parte era chiarissima l'ambientazione vittoriana, che traspare da ogni fotogramma. Dunwall è un mortale incrocio della miglior architettura industriale di Londra ed Edinburgo, una fitta rete di canali e tubature che stritolano archittetture funzionali e grigie, raramente ravvivate dal gusto neoclassico e pomposo di nobiltà e borghesi dell'irraggiungibile upper class. Il punk è presente in larghe quantità, nell'intenzione più classica con cui la considera, non infatti punk nel senso di divergenza tecnologica, rimpianto per le tecnologie solide e funzionali dell'Ottocento, quanto piuttosto Punk nel senso di ribellione della società, di progressiva dissoluzione di un impero che ha sfruttato l'impeto della rivoluzione industriale per dare vita a un vero e proprio regime dispotico: le ferrovie militari, le barriere antisommossa, gli onnipresenti altoparlanti rimandano all'idea di un 1984 retrodatato allo steampunk.  

In particolare, nell'ambito della tecnologia è interessante il funzionamento delle barriere energetiche. Alimentate da una tanica di olio di balena distillato, sono barriere che dividono quartieri ricchi e quartieri poveri; il reale funzionamento non è ben spiegato, ma de facto la barriera elettrica permette il passaggio del nobile autorizzato e/o delle guardie, ma impedisce il passaggio di poveri, topi e appestati. Ma non sarà raro vedere cittadini protestare e tentare di passare venendo inceneriti. Sono dunque armi antisommossa, una versione leggermente più brutale delle già inventate non lethal weapons.

E d'altra parte nel giocare Dishonored non è possibile non ravvisare somiglianze fra Dunwall e il mondo occidentale, fra l'età vittoriana e la nostra. Nella distopica Dunwall la classe media non esiste.
E' stata cancellata, annientata dalla rivoluzione industriale e dalla peste. Come già avviene nell'avanzato ventunesimo secolo, il divario fra ricchi e poveri si è allargato a dismisura. Non esiste via di mezzo, fra poveri, sopravvissuti e appestati e la ricca nobiltà industriale. Se non forse per le brutali guardie, gorilla agli ordini dei potenti che vediamo spesso malmenare e taccheggiare i cittadini per estorcere loro l'elisir Sokolov unica- debole!- protezione dalla peste.
In tutto questo-suprema ironia- Corvo Attano non è un rivoluzionario, un giustiziere dei deboli, ma un sicario a pagamento, marionetta spesso di complottisti che a fatica si riescono a distinguere dai nostri bersagli. Anche se indubbiamente, accoltellare, friggere e macellare politici e preti corrotti è una gran soddisfazione, visti i tempi che corrono.

Almeno il lord reggente (a destra) aveva un certo gusto nel vestire ^^
Gameplay e prime impressioni

L'aspetto che più colpisce in Dishonored è l'estrema flessibilità dello scenario. Ogni azione comporta una reazione, ogni aspetto del gioco ha un suo preciso perchè, un suo preciso movente.
E' un orologio meccanico, un gioco a incastri, un curioso esperimenti di causa- effetto.
L'ambiente è programmato per reagire alla vostra presenza, diventa quasi personaggio a sè.
Macellate cinque guardie?
Aspettatevi tappetti di ratti grigi emergere dai tombini, e qualche cadavere in più sulla strada. Proseguite silenziosi sui tetti?
Alla vostra seconda missione aspettatevi di scorgere un sorriso sul volto dei cittadini, e maggior pulizia, sulla strada. E questo, è bene notarlo, considerando un gameplay a livello base.
Epiteliale, quasi.

A focalizzare l'attenzione sulla complessa evoluzione di personaggi principali ed Npc è interessante notare come l'evoluzione a cui di volta in volta vengono soggetti è ancora più pesantemente influenzata dalle proprie azioni. Corvo Attano è un sicario a pagamento, alla fin fine, è normale che più soldati uccida, maggiori siano i rimorsi morali dei suoi mandanti. Non credo d'esagerare nell'affermare che saranno necessari anche più di tre walkthrough per sviscerare a dovere i diversi finali e le diverse ripercussioni sui personaggi.
Siamo lontani dalla rozzaggine di molti giochi di ruolo (e di molti film, come Avatar!) in cui buoni e cattivi sono divisi nettamente, e le scelte morali risultano sempre chiare e precise.
I giochi bioware, ad esempio, hanno fondato molto del successo di Mass Effect e Dragon Age sui dilemmi morali, ma col tempo il sistema a dialoghi, rosso= cattivo, blu=buono si è rivelata la solita solfa. In Dishonored l'anima di Corvo Attano, il nostro protagonista, è grigia. I toni sono sfumati, una ragione valida per macellare ogni cosa viene sempre offerta, mentre la via più ardua, lo stealth silenzioso e pacifista viene costantemente frustata. Eppure, basta terminare le primissime missioni in modalità "violenta" e visitare i primi quartieri di Dunwall per appurare le conseguenze. Compaiono i primi tallboy, i già pochi civili per le vie sono scomparsi, abbondano ratti e cadaveri. E più si sprofonda nell'assassinio, ancor più pesanti si riveleranno le conseguenze su amici e collaboratori di Corvo, mentre lentamente la città sprofonderà nel completo degrado.
Con quello che in un romanzo definiremmo ottimo show don't tell, le conseguenze dei nostri atti ci vengono mostrate. Nessuna ridicola morale- che sarebbe inopportuna considerando poi alcune svolte inaspettate del plot. Nessun insegnamento spicciolo da parrocchia evangelica.
Solo atti. E conseguenze. E nel mezzo, il potere che inesorabilmente corrompe ogni cosa, che corrode come la peste che divora gli abitanti.

Sui ratti e su altre piccole chicche

Ho già scritto che l'ambiente sembra quasi un personaggio a sè stante? E' vero in parte, ma una menzione d'onore la meritano i ratti. Davvero, non avevo colto l'importanza di questi dolci topolini, nei video su Youtube. I ratti sono un simbolo. Aumentano e diminuiscono a seconda del degrado di protagonista e ambienti, e al contempo offrono continue sorprese, in termini di gameplay e sentimenti. Avevo letto nelle prime anteprime che hanno speso settimane lavorando sull'intelligenza artificiale casuale dei ratti. Non stento a crederlo, considerando quanto sono numerosi.
Ricordo in particolare un'occasione, in cui cercando di completare una missione stealth pacifista, avevo per errore aperto la porta di uno scantinato che ne nascondeva un'autentica marea. Rimasi discretamente traumatizzato quando divorarono le tre guardie svenute che avevo appena messo Ko.
I ratti sono forse la miglior invenzione di Dishonored. Paradossalmente queti casuali algoritimi di topi e code guizzati hanno maggior personalità di molti degli npc del gioco.

Altre piccole chicche del gameplay sono la cura estrema nelle animazioni delle mani. Corvo è il miglior protagonista di un Fps in prima persona; arrampicarsi, accoltellare, strozzare e persino nuotare risultano azioni naturali, fluide. Una piacevolezza dei comandi mai vista prima, fatta eccezione per Dark messiah. E come non menzionare la scivolata (skidding)? Inutile ai fini del gameplay regala una sensazione fantastica mentre si corre e ci si teletrasporta sui tetti, o si fugge con gran stile dalle guardie.

Merita l'ultima menzione il cuore. Simile al rilevatore per manufatti di Stalker, il cuore pulserà con velocità tachicardiaca in vicinanza di rune e potenziamenti, ma la vera chicca consiste nei consigli che è possibile chiedere in qualsiasi situazione, Si spazia da citazioni di Poe, a ulteriori rivelazioni sulla trama a o sulla città, fino ai giudizi morali nel caso sceglieremo d'assassinare quel dato bersaglio. Con voce funerea e femminile (della donna a cui il cuore apparteneva?) il cuore è quel tocco di poesia che trasforma un videogioco in un'autentica opera d'arte.

Fonti
Interessante la conversazione- recensione di Rock paper shotgun
Rapida disamina su Dunwall, di Everyeye.
Bittanti ha pubblicato una scarna recensione su Rolling Stones.