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lunedì 8 ottobre 2018

"Cassette Futurism": una rivoluzione brutalista 2/3


Lo ricordo come se fosse ieri

Ma non sembrava ieri, sembrava il domani.

Ricordo il futuro
È morto una generazione fa. 
Fede nel futuro, intendo. 
Fede nell'ingenuità umana.
Nella soluzione fornita dal successo delle tecnologie. 
Altre età hanno sacrifici umani – il sole, la ragione, il sangue di una gallina - l'Inghilterra aveva la grandezza (bigness) e la novità (newness), una novità che è ora vecchia, ma ancora capace di suscitare sprezzante meraviglia per la combinazione di prodezza tecnologica e ingenuità morale.

Capace d'indurre puro ottimismo e confidenza cieca.
Capace di suscitare ancora nostalgia per il progresso, non importa dove conduca.
Tutto è possibile.

Remember the Future (1997)

"Calendar for the Hungarian Insurance Company" (1992), di Boros-Sikszai

lunedì 2 aprile 2018

Quando Snowpiercer incontra La bussola d'oro: “Above The Timberline”, di Gregory Manchess


Quando iniziò a nevicare, continuò per millecinquecento anni
Lo spostamento dei Poli profetizzato dagli antichi climatologi finalmente avvenne e la topografia della Terra fu rivoltata come un guanto, il clima mutato per sempre. La Terra è ora ridotta a una palla di vetro con la neve dentro, un mondo dove la neve ricopre con il suo uniforme manto ogni cosa, raggiungendo in alcuni casi profondità sconosciute.

Le vecchie nazioni scomparse per sempre, la tecnologia perduta: l'uomo è sopravvissuto a stento, lentamente ricostruendo una civiltà ferma al 1920/30. Aerovascelli sorvolano distese di conifere e barriere di ghiaccio, tribù di inuit predano su carovane di automezzi blindati, aeroplani ad elica esplorano le nuove frontiere. Un nuovo mondo di scafandri per l'alta pressione, di piloti dai giubbotti di pelle, di tecno-nomadi amici con gli orsi polari.


lunedì 26 marzo 2018

The Great White Space, di Basil Copper: il meglio dell'omaggio lovecraftiano



Inghilterra, 1930
In seguito all'ubriacatura dei Roaring Twenties, nuvole di guerra si addensano nell'Europa continentale, mentre l'Impero Britannico consolida inquieto il suo dominio coloniale, dall'Africa, all'India, ai più remoti avamposti dell'Asia.

Frederick Plowright è un fotografo professionista, che si è fatto un nome partecipando a diverse missioni esplorative di scienziati e antropologi in tutto il mondo. 
Un uomo rigoroso, preciso, totalmente devoto alla sua arte; eppure incline, suo malgrado, a fantasticherie e visioni febbrili. 
Giovane, ma insoddisfatto, Frederick accetta un'offerta di lavoro peculiare: una missione di ricerca di un anziano professore, Clark Ashton Scarsdale, che dichiara di voler esplorare il grande nord. Forse l'Antartide, dove nello stesso periodo, un'altra spedizione della Miskatonic University è andata perduta...

Introdotto nella villa di Scarsdale, Frederick scopre come la destinazione sia tutt'altra, occlusa per segretezza: una sconosciuta contrada nel profondo oriente, tra la Mongolia, Burma e la Cina al confine occidentale, oltre il deserto dei Gobi.
Scarsdale, dopo decenni di ricerca nei più svariati campi scientifici e pseudoscientifici, ritiene di aver scoperto quanto definisce “The Great White Space”. Si tratta di un portale extra dimensionale, descritto nel testo di occultismo “The Ethics of Ygor”, come “Un Grande Spazio Bianco”.
Un varco di accesso, dove le leggi scientifiche vengono distorte e sovvertite, attraverso il quale aliene e superiori entità chiamate gli “Old Ones” entrano in contatto con la Terra. Scarsdale desidera trovare il Portale, studiarne la composizione ed eventualmente essere il primo ambasciatore della razza umana a entrare in contatto con gli Antichi.
La spedizione è bene equipaggiata, con cinque semicingolati dell'esercito, ampie provviste e contatti sul posto: tuttavia Frederick rimane turbato quando scopre tra le provvigioni una mitragliatrice, bombe a mano e addirittura fucili per la caccia agli elefanti.
Il riserbo di Scarsdale sull'effettiva natura del viaggio non può mascherare quanto sembra essere più un mostruoso safari che una spedizione scientifica...

venerdì 1 dicembre 2017

Il caso Weinstein nel 2017 e "I Peccati di Hollywood" nel 1922


In seguito allo scandalo Weinstein e alla catena di accuse e contro accuse che sono seguite, mi è tornato alla mente il dimenticato romanzo “Il Canyon delle Ombre”, di Clive Barker.
Uno dei suoi ultimi (e corposi) romanzi prima del grande silenzio, il Canyon è prima di tutto un'opera horror, ma in secondo luogo è una satira verso Hollywood tanto aguzza che bisogna leggerlo con cautela – onde non sanguinare sul tappeto, tanto taglienti sono alcune situazioni, alcuni dialoghi.
Un Barker già malaticcio vomita tutto il suo livore verso la Città degli Angeli con una storia di fantasia, che tuttavia chiaramente attinge dalle sue esperienze come regista e sceneggiatore dagli anni '80 fino ai primi '2000.

Todd Pickett, un attore sulla via del tramonto, spera di riconquistare i suoi fan con un'operazione chirurgica al viso, che gli dovrebbe ridare i vent'anni persi da tempo. 
Un imprevisto lo lascia orribilmente mutilato e lo sospinge a rinchiudersi sempre di più nella sua villa anni Venti, dove scopre un mosaico medievale trasportato dall'ex proprietaria. 
La villa era infatti di proprietà di una star degli anni ruggenti, in quel periodo dalla grande guerra al 1929 di maggiore fama e decadenza di Hollywood.

Il romanzo in sé si trascina tra lungaggini e digressioni. 
Lo stesso Barker lo ammette, quando a proposito di “Vangeli di Sangue”, scrive di non aver voluto stavolta scrivere un polpettone, memore dei suoi ultimi lavori ai primi '2000, tra i quali per l'appunto “Il Canyon delle Ombre”.
Tuttavia il romanzo è interessante, perchè Barker scrive di attrici violentate, di contratti infernali, di Oscar di sangue: tutto fuori dalle righe, tutto “demagogico” per i lettori... salvo poi constatare a quindici anni di distanza, che sì, quel mondo horrorifico descritto da Barker non era affatto così esagerato. Anzi, a confronto con quanto si va scoprendo, tra Weinstein e Kevin Spacey, viene da pensare con nostalgia ai mostri e alle invenzioni soprannaturali di Barker.
Sarebbe interessante rileggere “Il Canyon delle Ombre” alla luce delle ultime news, per leggervi in filigrana l'accusa di Barker a Hollywood.


mercoledì 2 agosto 2017

Providence 11. The Unnamable, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni


Il penultimo capitolo della serie a fumetti di Providence, The Unnamable, compie ancora una volta il miracolo: posto dinanzi alla banalità di tante conclusioni insoddisfacenti e/o insolute di tante saghe, Moore preferisce piuttosto fornire risposte al lettore, anzi dargli di nascosto la chiave (d'argento?) per comprendere non solo Providence stessa, ma anche il Neonomicon. Gli accenni comparsi nei capitoli precedenti ritrovano in The Unnamabale il loro pieno completamento: ogni singola storia dei numeri precedenti trova in questo caso un finale che è nel contempo il finale dei racconti di Lovecraft corrispondenti e allo stesso tempo è un finale Mooriano, sovvertito nella sua stessa essenza. 

All'elemento fittizio della narrativa del Solitario di Providence, si affiancano due altri filoni: la ricostruzione - ancora una volta fittizia e nel contempo reale - degli eventi storici che conducono al 2006 del Neonomicon, e la ricostruzione stavolta storica e ineccepibile della vite e delle tragiche conclusioni di tanti amici del circolo di Lovecraft e del Weird Tales: dal cervello esploso per un colpo di rivoltella di Howard, al suicidio per barbiturici di Barlow, alla lenta caduta nell'oblio di tanti scrittori dell'epoca, un dimenticare tanto più visibile quanto più lo scomparso Lovecraft s'ingigantisce fino a diventare l'attuale juggernaut della cultura pop. 

Il cerchio, o meglio la forma circolare domina The Unnamable: dall'occhio di Black, che ha visto cose che la retina umana non potrebbe a ragione vedere, al disco a 45 giri che sceglie di ascoltare, alle ruote del bus che lo riconducono alla New York dove tutto era iniziato. Un cerchio che non è solo un motivo geometrico per tenere assieme il bric-a-brac di citazioni di Alan Moore, ma costituisce anche un simbolo di continuità e di rinascita, quell'eterno ritorno che banalizzato da Kundera trova qui una piena espressione fumettistica, un'incarnazione nietzschiana riverberata dal cavallo frustrato dal vetturino a Pagina 6, che ricorda l'abbraccio folle a Torino del filosofo dell'oltreuomo. 

La carrellata di scrittori e letterati raffigurati dalla sempre abile mano di Burrows mi ha fatto riflettere su quanto Lovecraft mi sia stato utile in questi anni non solo come singolo scrittore e filosofo, ma come consigliere di letture e scrittori da scoprire e fare propri: troviamo qui ad esempio il Robert E. Howard di Conan, così come Frank Belknap Long, Derleth, Burroughs, Borges...
Vi sono scrittori auto conclusivi, il cui corpus letterario si chiude in sè stesso; nel caso tuttavia di Lovecraft, caso tanto più pregevole se consideriamo che è un autore di genere, il lettore è motivato a cercare altri testi, altri romanzi, altri racconti. E a rifletterci attentamente, sono davvero tanti gli scrittori a cui mi sono avvicinato perchè avevano collaborato con Lovecraft, o perchè avevano una sfumatura che mi pareva lovecraftiana. Spesso si critica Lovecraft perchè spendeva troppo tempo a scrivere lettere anziché dedicarsi ai suoi racconti e romanzi: tuttavia senza quegli scambi di pagine e pagine di consigli letterari, di riflessioni, di sincere amicizie non avremmo avuto quella base forte di scrittori dell'horror e weird che è poi compiutamente sbocciata tra gli anni '50 e '60. 
Qual'è infatti una delle domande più frequenti nei gruppi e nei forum lovecraftiani? 
Ragazzi, mi consigliate uno scrittore come Lovecraft?
Ragazzi, mi consigliate un bel romanzo lovecraftiano?
Il lettore, dopo aver letto Lovecraft, è naturalmente spinto a scoprire nuovi autori, nuove opere. 
Non è un passaggio così ovvio, così naturale. Tanti lettori con la puzza sotto il naso, che leggono letteratura alta, rimangono legati a quei due autori in croce e raramente se ne distaccano. 
E cosa dire degli altri autori fantasy? Non conosco un singolo appassionato della Rowling che chieda di leggere un romanzo rowlinghiano. Nessuno, nei gruppi di fan di Enrico il Vasaio, domanda altri romanzi di quel genere, altre saghe su scuole di magia e urban fantasy (e ce ne sono, eh? Anche migliori...). No, a differenza dei fan di Lovecraft con questi autori l'appassionato si adagia a rileggere ossessivamente i sette romanzi, a imparare a memoria nomi e luoghi, a masturbarsi reciprocamente con nostalgiche rievocazioni dei film e dei libri. 
C'è un unico autore che mi sovviene avere una popolarità paragonabile a quella di Lovecraft... 
J. R. R. Tolkien, naturalmente. Autori entrambi di mitologie, autori entrambi di opere che affamano chi le scopre di nuove letture, nuovi autori, all'interno di un percorso di crescita, di maturazione, non di rincoglionimento infantile...

Come sempre, le annotazioni sono tradotte dal sito inglese Facts in The Case of Alan Moore's Providence; scomparso il diario di Black, abbiamo 32 pagine, 16 tradotte dal velocissimo Matteo Poropat della Tana dello Sciamano e altre 16 dal sottoscritto. 
As usual, commenti e osservazioni sono i benvenuti. 



venerdì 21 luglio 2017

Providence 10. The Haunted Palace, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Nonostante il caldo che sta lentamente trasformando Trieste in un umido avamposto vietcong, io e il mio collega Matteo Poropat della Tana dello Sciamano siamo riusciti a tradurre il numero successivo di Providence, The Haunted Palace. Siamo a metà strada dalla conclusione, nel mezzo del terzo volume curato dalla Panini Comics. 
Black, finalmente arrivato a Providence, sta lentamente assemblando i pezzi del tortuoso puzzle costruito da Moore nei nove numeri precedenti. Per il giornalista da New York, la bugia che quanto vede sia solo un'allucinazione mentale è ormai impossibile da mantenere: lentamente le ultime vestigia di sanità mentale lo stanno abbandonando. 

Un numero fondamentale, dunque, questo The Haunted Palace, dove le annotazioni ancora una volta risultano importanti, gettando un filo di Arianna a un lettore altrimenti sperduto nel labirinto di citazioni, riferimenti letterari, meta-letterari, cinematografici, filosofici, scientifici... Senza dimenticare che mai come in The Haunted Palace Alan Moore esplicitamente si auto-cita, obbligando a una ri-lettura di alcuni passaggi chiave, di alcuni frammenti dei volumi precedenti. 
Se The Haunted Palace è rivolto all'indietro, nel contempo è proiettato in avanti: gli agganci con il Neonomicon diventano stavolta espliciti, alludendo all'operazione di maniacale raccordo narrativo che incontreremo con Providence 11 e Providence 12. 

Al solito, la fonte originale sono le annotazioni del gruppo inglese Facts in The Case of Alan Moore's Providence. L'impaginazione considera la pagina 0 la copertina e procede seguendo una numerazione progressiva. I riferimenti ai numeri precedenti di Providence possono essere sbagliati di qualche pagina, ma non di molto: in ogni caso, a serie completa, ricontrollerò per sicurezza la bibliografia. Come sempre osservazioni e commenti sono i benvenuti.  



venerdì 7 luglio 2017

Providence 09. Outsiders, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Volevo approfittare dell'introduzione a questo nuovo articolo di annotazioni sul terzo volume di Providence per fare il punto sul percorso di Moore dentro l'universo di Lovecraft. Può non sembrare, ma con la traduzione della Panini Comics siamo finalmente arrivati alle ultime puntate della saga: dallo Yellow Sign del febbraio 2016, è stata una lunga strada costellata di annotazioni.

Robert Black, un tempo giornalista per il New Herald, si è allontanato dalla metropoli di New York, si è sperduto tra Massachussets e New England, è stato soggetto e oggetto di atti inenarrabili, di segreti inconfessabili, di cose che dovrebbero essere morte, ma che attendono per eoni e eoni che la morte stessa muoia...



lunedì 29 maggio 2017

Ritorno a Red Hook: La Ballata di Black Tom, di Victor LaValle


Charles Thomas Tester è uno squattrinato abitante di Harlem, il cui padre ex muratore passa il suo tempo a casa, il corpo distrutto dopo decenni di lavoro, mentre il figlio si arrangia con lavoretti più o meno loschi, nascosti dalla sagoma malandata di una vecchia chitarra

Tester si guadagna infatti da vivere con speciali commissioni nel campo dell'occulto, procurando e vendendo libri e oggettistica legati a pratiche settarie; per la sua ultima commissione in un ricco quartiere bianco, Tester strappa l'ultima pagina del grimorio che andava trafugando nel corpo della chitarra. E' una pagina del Nuovo Alfabeto, parole di potere con cui manipolare la realtà. 

Sulla via del ritorno per casa, il giovane afroamericano incontra un ossuto aristocratico di nome Robert Suydam: l'uomo gli domanda di getto se vorrebbe suonare a casa sua, in occasione di una speciale festa tra amici. Ha infatti intravisto, nelle scordate note di “Tommy”, un'affinità per la magia, il marchio dei prescelti. Per il giovane nero si tratta di un'offerta bizzarra, sospetta, ma sapendo che è difficile comprendere le imperscrutabili ragioni dei vecchi bianchi immediatamente accetta. 
Uno sgradevole incontro con due poliziotti, che subito “sequestrano” l'anticipo della paga di Robert Suydam, lo avverte che si sta cacciando dentro un bel guaio: un ispettore di origini irlandesi, un gigante gentile dal nome di Malone, gli raccomanda che Suydam è una persona sospetta, pedinato da tempo. Ma per un povero del ghetto, i soldi sono soldi e un'offerta come quella di Suydam non si può rifiutare...

lunedì 28 novembre 2016

"Signori dei tetti": il libro dei gatti, di H. P. Lovecraft (Il Cerchio)


Questo libriccino mi aveva sempre affascinato dalla prima volta in cui mi era capitato di sentirne parlare: ho sempre usato l'esempio di Lovecraft amante dei gatti nelle conversazioni con chi lo conosceva poco o male, per evitare il circolo vizioso dell'autore horror-razzista-conservatore. Gli racconti di come Lovecraft fosse rimasto un'intera notte sveglio in poltrona per non disturbare un gattino che gli si era addormentato in grembo e... magia, se non hanno un cuore di pietra, o non sono dei cinofili, lo troveranno subito più simpatico. I gatti sono sempre ottimi per “rompere il ghiaccio”, non importa quanto algida sia la persona con cui state conversando.
E rimane un episodio commovente, davvero toccante: un bel tributo della gentilezza che Lovecraft dimostrò sempre verso amici, umani e animali, che avvertiva artisti in lotta contro la bruttura del mondo moderno.

Originariamente pubblicato nel 1995, a cura di Gianfranco de Turris e lo scomparso Claudio De Nardi (con bibliografia e note dell'immancabile Pietro Guarriello), Il libro dei gatti è una raccolta di 168 pagine su ogni saggio, lettera e racconto che Lovecraft abbia mai dedicato ai suoi amici felini.
La nuova edizione, del 2012, amplia il materiale di partenza, lo compatta, aggiunge una lettera-commiato di Claudio De Nardi, illustrazioni originali, oltre a commenti, analisi, saggi...
Nonostante l'argomento di partenza possa sembrare ristretto e per certi versi “volgare” (ah!), lo studio è condotto con una tale serietà e una tale attenzione da non sfigurare affatto di fronte a compagni più blasonati sullo stesso filone.

venerdì 30 settembre 2016

Providence 08. The Key, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Considero Providence 08 uno dei turning point della saga di Alan Moore.
Nei numeri precedenti di Providence, l'elemento orrorifico era predominante: che fosse politico, cosmico, sociale, gore, puramente soprannaturale, lo scopo era trasmettere la paura e l'angoscia del protagonista. Con Providence 08 invece, il discorso si apre ad altri sentimenti e altri orizzonti, pur restando pienamente nei canoni lovecraftiani.

Vediamo qui compiutamente all'opera quale ampiezza, quale dimensione abbia preso la ricerca di Moore: invece che limitarsi, come tanti epigoni pennivendoli, ai racconti dell'orrore, il buon Alan arriva finalmente a trattare le Dreamlands di Lovecraft. Comprende perciò che non tutto Lovecraft è horror e non tutto Lovecraft è Cthulhu; realizzazione a cui molti sedicenti “appassionati” ancora non arrivano. Sul suo sito, S. T. Joshi ha sottolineato più e più volte quanti e quali interessi nutrisse Lovecraft; come al di fuori della fiction avesse coltivato una personale filosofia e stile di scrittura che pur rigettando (nei contenuti) il Modernismo, in realtà (nella forma) lo adottava senza remore.
Uno studio dell'epistolario, come della filosofia lovecraftiana è ancora parziale e frammentato: e uno dei principali ostacoli resta senza dubbio l'ostinazione con cui sia fan che anti-fan si concentrano su una minima parte di quanto ha scritto, trascurando tutto il resto.
Dove sono gli studi sul concetto di scienza per Lovecraft?
Sulla sua evoluzione filosofica?
Sul newdealismo/interventismo statale degli ultimi anni?
Dove sono – è il nostro caso – gli studi sulla sua produzione dunsaniana, di stampo onirico?

Per i fan, ogni minimo aspetto della vita del povero H. P. dev'essere ingigantita, distorta, mitizzata fino a trasformarla in un aspetto dei suoi racconti. 
Quel dato evento traspare in quella data opera; quel trauma in quello specifico mostro... 
Quando questo genere di analisi non funziona, il fan si limita a cercare dettagli inquietanti, sulla base del semplice assioma: racconti inquietanti = scrittore inquietante. Dall'altro, gli anti-fan si limitano a riprendere queste scenette, queste citazioni della vita di Lovecraft, capovolgendole però in chiave negativa: l'inquietudine diventa così razzismo, fobia, nazismo, comunismo ecc ecc
I fan e gli anti-fan (etichetta dove raccolgo sia gli haters puri che alcune frange intellettuali) sono però stranamente simili: entrambi cercano un Lovecraftmitico”, probabilmente mai esistito, dotato di orribili o meravigliose caratteristiche a seconda dell'interlocutore.

Perchè finalmente si riconosca il valore di Lovecraft bisognerebbe abbandonare questa “idolatria” di Lovecraft per abbassarlo a quanto ha sempre voluto considerarsi: un essere umano tra i tanti, contraddittorio e propenso a cambiare come tutti. Si potrà allora accorgersi di quanti e quali aspetti si continua a trascurare, senza infognarsi nelle solite polemiche.

In Italia, lo studio di Lovecraft è nel vicolo cieco dell'evoluzione a causa della traduzione mancata di ogni studio accademico serio: ogni articolo su Lovecraft vi sa citare due soli autori: Stephen King e Houellebecq. Ironia delle ironie, sono due autori tra i peggiori nel campo, sostenitori a oltranza di un Lovecraft talmente stereotipato da risultare una marionetta, un involucro che ha l'unico scopo di contenere le idee dei due autori, senza il minimo legame con la realtà, che sia la bibliografia, o l'epistolario del Solitario di Providence. 
King, che ritrovo citato ovunque in articoli persino universitari, o presunti tali, non ha mai compreso nulla di Lovecraft, se non quei due concetti e quei due personaggi da plagiare a oltranza. Non metto in dubbio che King sia un bravo romanziere, ma non è uno studioso e si vede: non c'è alcuna riflessione seria su Lovecraft, il che bene si accorda con il suo anti-intellettualismo
Houellebecq “inventa” il suo Lovecraft per adattarlo alle sue idee politiche, tirando fuori qualche idea interessante (le osservazioni sullo stile di scrittura, ad esempio, le critiche a Freud) ma in ultima analisi anche lì Lovecraft non esiste, ne sopravvive solo un esagerato “mito”. 
Non abbiamo roba tosta, cazzuta, non abbiamo nemmeno le fondamenta: rendiamoci conto che tutt'ora S. T. Joshi è stato tradotto in più lingue, russo compreso. Russo, diamine! 

In America, è ormai impossibile menzionare Lovecraft senza ricevere una minaccia; o da chi ti accusa di razzismo, o da chi ti accusa di svalutarlo. Stretto tra le due morse, non c'è da sorprendersi se S. T. Joshi stia diventando sempre più un vecchio malmostoso chiuso sulla difensiva. Dev'essere frustrante vedere svanire il lavoro di una vita da scrittori ansiosi di sollevare un po' di pubblicità gratuita, che sia insultando, o all'opposto dichiarandosi il suo nuovo “erede”.

Con questo ottavo numero di Providence ci spostiamo nella direzione giusta, per altro finalmente ponendo su carta un Lovecraftuomo” che sia credibile senza risultare macchietta. Mostrare le Dreamlands forse spingerà qualche fan a interessarsi a qualcosa di diverso dal Ciclo di Cthulhu, anche se sono pessimista al riguardo...  

Come per gli ultimi 3 numeri delle annotazioni, le prime 13 pagine sono state tradotte da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano. Fateci un salto, sta per lanciare un'interessante rubrica su Hellboy tra cinema e fumetto. Le annotazioni sono come sempre tratte da Facts in the Case of Alan Moore's Providence


The Key

venerdì 9 settembre 2016

Providence 07: The Picture, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Il sistema di annotazioni in calce a ogni opera di Alan Moore potrebbe far pensare a un autore che ama i sottotesti. E certamente, la serie di Providence è un'opera complessa. Se anche un lettore casuale volesse apprezzarla, dovrebbe comunque, obbligatoriamente, leggersi almeno i racconti principali di Lovecraft. Trovo straordinario, come in un'epoca easy e volgare come questa, dove tutto dev'essere immediatamente disponibile e alla portata di tutti, ci arrivi sulla soglia di casa un'opera, che è per di più un fumetto, che richiede uno studio preliminare.
Roba che fa battere il mio cuoricino di universitario frustrato.
In secondo luogo, è falso che Moore usi davvero i sottotesti. Certo, vi sono più livelli di lettura, tante simbologie e giochi di rimandi, un incredibile lavoro di approfondimento linguistico. Tuttavia, il macguffin della storia consiste proprio nell'errata razionalizzazione di Black: i mostri che intravede, il soprannaturale con cui a che fare non sono “simboli” per altro, non sono metafore, o allegorie, come tenta disperatamente di spiegarsi nel Commonplace Book.
I mostri sono mostri, l'irreale è irreale. Non c'è alcun specchio distorcente, nessuna metafora, nessuna segreta spiegazione: la magia c'è, esiste. Pertanto Alan Moore usa Robert Black per trollare alla grande tutti gli intellettuali che usano il fantasy e l'horror per parlare d'altro, senza fare attenzione a trasmettere in primo luogo il sublime e la paura che generi simili richiedono.
Ne abbiamo un esempio grandioso in Providence 07, sulla falsariga del racconto Il modello di Pickman; nelle prime pagine, ospite del pittore, Black gli attribuisce una serie infinita di sottotesti:
… la rabbia dei ceti oppressi
… un diverso stato di coscienza
… ha un sottotesto politico

Non di tutto, ma di tutto per negare che i ghoul nel quadro siano i ghoul nella fotografia e che Pitman, lungi dall'essere un artista da strapazzo, è solo un pittore realista.

Con la settima puntata di questa serie, valgono i riferimenti dei numeri precedenti: il sito da cui ho tradotto le annotazioni è Facts in the Case of Alan Moore's Providence; le citazioni sono invece tratte dall'edizione della Newton&Compton Editori; fino a pagina 13 l'infaticabile lavoro di traduzione è stato svolto da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano. Non sarei riuscito a completare con tanta velocità le annotazioni senza il suo aiuto, specie in questo periodo di fittissimi esami, per cui gli sono terribilmente riconoscente.


The Picture

lunedì 15 agosto 2016

Providence 06: Out of Time, di Alan Moore. Traduzioni dal francese, annotazioni, analisi.


Seconda collaborazione col blog dell'amico Zeno e seconda incursione nel mondo delle traduzioni. Siamo al sesto capitolo della storia di Alan Moore, alle prese con la lenta discesa tra il sogno e l'incubo del giornalista Robert Black. Questo numero della graphic novel è intitolato “Out of Time”, un ovvio riferimento a una tra le storie di Howard Phillips Lovecraft che preferisco, The Shadow out of Time, da noi L'ombra venuta dal tempo. Scritta a meno di un anno dalla sua morte, è ancora ispirata a un sogno, e mescola mito (anzi Miti), fantascienza e orrore in maniera magistrale. La possessione e la conseguente perdita del sé, lascia spazio alla meravigliosa possibilità di accedere all'esistenza tramite una “interfaccia organica”, un corpo alieno la cui sola vista potrebbe portare alla follia le nostre menti. Eppure il fascino (della conoscenza quindi dell'ignoto) ha la meglio sull'orrore e per una volta il confronto con realtà nate “altrove” non ha conseguenze nefaste, almeno finché non viene scoperchiata una certa botola di pietra...

Proprio i temi della possessione (mentale e fisica) e della perdita dell'identità sono al centro di questo sesto numero di Providence, con una scena di raro impatto in quanto a violenza psicologica. Black si salva solo grazie alla sua capacità di razionalizzare, ridurre a un possibile sogno (o stato ipnotico) quanto di sovrannaturale gli continua ad accadere, muovendosi in uno stato di sogno lucido tra demoni, ghoul, spiriti reincarnati, modifiche dello spazio tempo, esseri intra dimensionali e sogni premonitori.

Tutto questo sta, come una sorta di “Yog-Sothoth narrativo”, nelle pagine e tra le pagine.
È la porta, che conduce a una nuova consapevolezza, ed è la chiave.
È nelle parole e nei lori duplici, malleabili significati.
Parole nella nostra lingua e parole in Aklo, l'idioma, del tutto inventato, capace di aprire le porte su altri stati percettivi, quindi su altre realtà. Come nel racconto From Beyond (Dall'altrove), iniziamo assieme al nostro Robert Black a essere partecipi di una molteplicità di mondi che si intersecano, a noi del tutto invisibili finché una qualche scienza (o magia, ma le sappiamo equivalenti), non ci rendono capaci di questa nuova visione.

Nel caso di Providence e del suo “araldo”, Robert Black, siamo di fronte a un cammino iniziatico attraverso l'America dei primi del '900, con i suoi luoghi segreti e i suoi “immigrati”, giunti da altre dimensioni spazio temporali, filtrati dal passato o dagli spazi siderali.

Se questo cammino condurrà a una visione di meraviglia, paragonabile alla città al tramonto la cui bellezza era celata dall'opera del Caos Strisciante, oppure alla conoscenza di un orrore tale da rendere l'oblio l'unica salvezza, come la vista di una nuova R'lyeh emersa dalle acque insanguinate da millenni di guerre, solo i prossimi numeri di Providence potranno dirlo.



Out of Time

venerdì 22 luglio 2016

Providence 05: In the Walls, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Chi l'avrebbe mai detto? Sono talmente abituato ai ritardi e ai rimandi, quando si tratta dell'editoria italiana, che siano fumetti o romanzi, che non mi aspettavo sinceramente che davvero la Panini Comics facesse uscire Providence 2 in luglio. Eppure, eccolo qui.
A Trieste (fumetteria Neopolis) c'era un'intera pila a lato della cassa, il che mi lascia ben sperare che Providence stia vendendo bene anche in Italia. In effetti, ero talmente convinto che ne avrei trovate due copie nascoste dietro Topolino, che avevo iniziato a guardare dappertutto... tranne che nel posto più ovvio, come mi ha indicato il barbuto negoziante.
L'episodio 2, come lo chiama la Panini Horror, include le storie di Providence dalla 05 alla 08.
Rispettivamente:

Providence 05 – In the Walls
Providence 06 – Out of Time
Providence 07 – The Picture
Providence 08 – The Key

Providence 05 usa come principale riferimento il racconto La casa delle streghe, opera che ha avuto la (dubbia) fortuna di un adattamento televisivo di Stuart Gordon. Non è l'opera di Lovecraft che preferisco, perchè trovo che il concetto di strega che usa sia ancora troppo legato all'horror classico.
Moore, come sempre, dimostra quali magie si possano compiere con il fumetto, imbastendo una struttura narrativa perfettamente circolare, a incastro, dove i diversi “pezzi” del racconto combaciano perfettamente. Avete presente quegli enigmi di legno, quei rompicapo che stanno assieme senza colla o forzature, solo per una strana combinazione geometrica?
In the Walls sembra essere il loro corrispettivo a fumetto. Il viaggio in auto – il pernottamento nella casa – il doppio risveglio – ogni parte combacia l'una con l'altra alla fine della lettura, ma non nella combinazione che ci potremmo aspettare.
Quest'attenzione alla storia è tuttavia solo un aspetto del fumetto, perchè gli va aggiunto lo straordinario lavoro di dislocazione della Casa delle streghe, con gli oggetti del mobilio che mutano impercettibilmente per segnalare la natura “magica” del luogo e con gli stessi contorni delle vignette che servono a “classificare” quale sia l'atmosfera – onirica, sovrannaturale, “normale” - assolvendo a una sorta di categoria (nel senso della semiotica).

Per le annotazioni di Providence 05 valgono le fonti dei numeri precedenti (si veda la colonnina a destra): la traduzione proviene dai Facts in the Case of Alan Moore's Providence e le citazioni dall'edizione economica Newton&Compton. Nell'eventualità che riscontriate degli errori e/o delle contraddizioni, commentate qui, che è probabile sia un errore di traduzione dovuto alla stanchezza.

Questo primo articolo di annotazioni su Providence 2 apre anche una collaborazione tra blogger: fino a pagina 13 infatti il lavoro di traduzione è stato svolto con impressionante velocità da Matteo Poropat, della Tana dello Sciamano. Mi aveva domandato se volevo una mano nella traduzione e diamine, se accetto volentieri una mano, anche due, anche un tentacolo se serve! ^_^
Oltre fornire una quanto mai necessaria dose di professionalità a questo sistema di annotazioni, Poropat ha inserito qualche sua osservazione personale su alcune delle scelte e degli inner-joke di Moore. Concorderete che è stato svolto un ottimo lavoro.


In the Walls


lunedì 27 giugno 2016

Providence 04: White Apes, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Quarta e ultima storia di Providence, White Apes prende a modello l'orrore di Dunwich, andando a sollecitare con la delicatezza di un coltello arroventato il tema della purezza razziale e della degenerazione biologica da sempre fondamentali in Lovecraft.
Nel numero precedente, basato sull'Ombra di Innsmouth, Moore giocava con argomenti pesanti come campi di prigionia e Olocaust(i)o, mentre nei primi due, grazie al racconto Aria fredda e Orrore a Red Hook, trattava il razzismo e l'immigrazione. La posta pertanto è al continuo rialzo, gli argomenti trattati salgono sempre più d'importanza, andando a sollecitare riflessioni su argomenti “innominabili”.
In tal senso, il secondo volume della Panini Comics, in teoria disponibile da luglio, dovrebbe offrire un po' di respiro, perché raccogliendo i numeri di Providence dall'05 allo 08 si occupa di argomenti più onirici, nel campo di Kadath e compagnia bella.
Ciò non toglie, che avendo dato un'occhiata alla versione inglese, il lettore offeso dalle tematiche “impegnative” continuerà a restare offeso: sia nel gioco disinvolto che Moore fa di Lovecraft stesso e delle sue opere, sia nel suo uso delle scene di sesso, disegnate in modo da dar “fastidio” al lettore.
Se la tra-duzione e l'intro-duzione si manterranno ai livelli di questo primo numero, la Panini avrà svolto un gran bel lavoro. A questo proposito, rimango ancora dubbioso sulla scelta di una traduzione intermittente, che alterna una resa dei dialoghi in dialetto assai sofisticata a una rinuncia di alcuni termini di geografia e storia. Trovo ad esempio irritante che non siano stati tradotti i titoli dei capitoli – White Apes? Yellow Sign? Sul serio? - come d'altronde i vari libri di occultismo di cui pure esiste la versione italica. L'idea di sfruttare l'esotismo del titolo per far colpo non mi sembra simpatico verso il lettore. Tuttavia, nell'insieme posso comprendere che un lavoro come quello di Providence è nel contempo l'incubo e il sogno di ogni traduttore esperto.

Come sempre, il riferimento fondamentale da cui traggo ogni traduzione è Facts in the Case of Alan Moore's Providence, collettivo anglosassone di esperti il cui acume non cessa di stupirmi.
Ho aggiunto tuttavia qualcosa di mio, sopratutto da Providence 02 in poi: è divertente constatare, man mano che scrivo l'articolo, come anche gli annotatori si stanchino, lasciando passare intuizioni per me ovvie.
Le citazioni dai testi di Lovecraft sono invece tratte dalla solita edizione economica Newton&Compton, dalla copertina biancheggiante. Rivedendo i titoli di alcuni racconti rimango sempre stupito dalla sciatteria di certe scelte stilistiche dell'epoca. Certo, il Solitario di Providence è un autore difficile da trattare, ma tra le traduzioni del secondo dopoguerra e il recente trattamento “modernizzante” di Altieri mi pare che non ci sia ancora stato un lavoro da vero filologo dietro.
E nessuno più di uno storico o un filologo saprebbe rendere una scrittura bizantina (!) come quella di Lovecraft.

Non appena uscirà il secondo volume (Providence 05-08) continuerò con le annotazioni.
Come sempre, non esitate a segnalare errori, incongruenze o curiosità.  



White Apes 

lunedì 9 maggio 2016

Providence 03: A Lurking Fear, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


La serie di Providence di Alan Moore si dovrebbe comporre di dodici numeri – al momento nell'edizione italiana la Panini Comics ha pubblicato i primi quattro in un unico volume cartonato, mentre l'edizione anglosassone è arrivata all'ottavo numero da qualche settimana.
Spero che non passi troppo tempo prima che la Panini prosegua coi quattro numeri successivi: dopo una partenza in sordina, la serie sta acquistando attrito e dopotutto non è certo un albo qualunque, da leggere in fretta e mollare via. E' naturale debba trascorrere parecchio tempo, perché il virus lovecraftiano si diffonda adeguatamente e generi nuovi cultisti/lettori.

Certo, a leggere certe recensioni e commenti negativi, viene quasi da malignare che un autore così raffinato non ce lo meritiamo e che quest'intero sforzo – pubblicazione, traduzione, persino quest'analisi – sia una fatica inutile.
Cosa dire, ad esempio, di un recensore che definisce Providence “una bella cazzata”?
Siamo su talmente molteplici livelli di lettura e approfondimento da perderne il conto, incapsulati dentro una ricostruzione storica ferrea e un Burrow mai così certosino.
Eppure, per un recensore è una “bella cazzata”. E Moore scrive in modo “noioso”.
Siamo a un fenomeno trasversale a molti generi e media, dai film ai fumetti: ricercare documentazione e volerla esibire è delitto, proporre qualcosa di più che la solita minestra riscaldata è offendere il lettore, voler proporre uno stile di scrittura e una lingua storicamente situata negli anni '20 è peccare di “citazionismo”. E' l'odio rampante di chi vanta la propria ignoranza e non sopporta che gliela venga ricordata, che al minimo accenno di approfondimento fugge via e che a qualunque proposta culturale risponde chiedendo a cosa serve “nella vita reale”.
Come insegna Socrate, è importante sapere di non sapere e sono il primo ad ammettere un autentico analfabetismo verso un gran numero di argomenti. Tuttavia, vantarsi di non sapere, continuare a non voler sapere e offendersi se il Socrate di turno ti vuole aiutare è un comportamento davvero deprimente, di un'arretratezza reazionaria ormai diffusa.

Questo terzo numero - A Lurking Fear – si sposta a Salem, l'equivalente per Moore della Innsmouth di Lovecraft. Di questi primi quattro, Providence 3 a mio parere è il più efficace, il che spiega il ritardo per tradurre le annotazioni.
Vi sono così tanti dettagli da cogliere e assaporare, così tanti livelli di lettura e possibili interpretazioni. L'escamotage del sogno permette ad esempio una digressione sull'olocausto e i campi da concentramento agghiacciante, che al primo impatto mette davvero a disagio. Affidata a un autore normale, un'idea del genere, usare i mostri di Innsmouth per trattare l'antisemitismo, non avrebbe funzionato, sarebbe diventata solo offensiva e pretenziosa.
Incidentalmente, mi accorgo adesso che le origini ebraiche di Black sono state pressochè ignorate dai recensori “che ne sanno”, nonostante rivestano in rapporto all'epoca un ruolo fondamentale.

La numerazione che seguono e che ho adottato procede da pagina 0 (la copertina) e così via, analizzando vignetta di vignetta (Pagina 1 Vignetta 1 ecc ecc) Per le citazioni dalla narrativa, ho usato l'edizione dei Grandi Tascabili Economici Newton.


A Lurking Fear

martedì 1 marzo 2016

Providence 02: The Hook, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Sono da tre mesi che leggo Providence nella edizione in volume proposta dalla Panini Comics, che raccoglie le prime quattro storie di una serie di dodici tutt'ora in svolgimento.
E continuo a sorprendermi.
Sono come un minatore con una piccozza e una lanterna, che scoperto un filone continua a scavare, e scavare e scavare... all'infinito. Esagero, ma la quantità di materiale che è possibile trarre anche solo da questo secondo numero di Providence, The Hook, è incredibile.

L'elemento orrorifico, inteso come spavento puro e semplice del lettore, è presente: anche a una lettura sfogliata, disattenta, saltando qui e lì le nuvolette di dialogo, si fanno di certi balzi sulla sedia... Lo spavento non è confinato a un elemento splatter, che pure con Burrows funzionerebbe assai bene, ma attraverso l'uso delle vignette, i contorni (!) delle stesse, i giochi di luce, le inquadrature. 
A differenza di molti suoi colleghi, Moore semplifica (nella sua complessità) la sua composizione della tavola: vignette orizzontali, classiche, quattro per pagina nei momenti di “calma”; vignette verticali, squadrate, tre per pagina nei momenti di “inseguimento del mostro”.
Almeno a livello personale, trovo che ci sia tanto da imparare in una scenografia così attenta sommata però a una simile semplicità di vignette.

Ovviamente, giunto con grande difficoltà a redarre e tradurre dall'inglese questo secondo numero di Providence, The Hook, mi è difficile dire che Providence sia “facile”.
Certo che non lo è.
Richiede tanto dal lettore, sia in attenzione che in cultura.
Richiede, obbligatoriamente, di conoscere Lovecraft e i suoi racconti, per lo meno nella sua ultima versione pop degli ultimi anni.
Richiede, obbligatoriamente, di accettare un fumetto molto “verboso” che alterna paragrafi di pure spiegazioni a passaggi del tutto “visivi” senza nemmeno un'onomatopea.
Richiede, non è fondamentale ma quasi, di aver letto il racconto cui di volta in volta Alan Moore si basa per la sua avventura: nel caso di The Yellow Sign, Aria fredda, in questo The Hook, L'Orrore a Red Hook.
Richiede di fare qualche ricerca via Internet, o per lo meno di leggere le note dei fan inglesi, come per Jess Nevins e la Lega, a costo di avere dettagli della storia che restano insoluti.

Tuttavia, se queste condizioni sembrano restrittive, al contempo non c'è momento migliore per attuarle: la Rete permette di aggiornare le annotazioni e le osservazioni dei critici all'istante, gestendo un lavoro di gruppo da parte dei fan impensabile negli anni '80 e '90.
Inoltre, mai Lovecraft è stato così popolare: che un'occasione del genere si ripresenti è difficile, probabilmente siamo negli anni migliori per lanciare sul mercato un fumetto del genere (e di genere) e sperare venga recepito, compreso e apprezzato dal pubblico.

A proposito di questo secondo numero di Providence, The Hook, valgono le spiegazioni già date in The Yellow Sign, che se non avete letto vi consiglio di fare: le citazioni che traggo da Lovecraft provengono dai Grandi Tascabili Economici Newton, le annotazioni sono tradotte dall'incredibile sito di appassionati inglese, Facts in the case of Alan Moore's Providence
La numerazione delle pagine segue dalla copertina delle rispettive storie, in poi: la copertina di Hook è pagina 0, la pagina che segue pagina 1 e così via.
Se la guida vi è stata utile, condividetela e passatela a chi sta per leggere (o rileggere) Providence...
Se ci sono errori, commentate direttamente sotto, ho perso diversi Punti Follia per scrivere certi nomi “lovecraftiani”...


The Hook

venerdì 12 febbraio 2016

L'inganno fotografico del Giappone Meiji


La fotografia inganna, perchè ancor più della pittura, si propone di imitare la realtà, di rappresentarla come forma fedele e convincente. Un'imitazione, la fotografia vorrebbe fermare in un istante il reale, “fotografarlo” per l'appunto nella sua concretezza.
Pretese ingenue, tranne che per le anime semplici.
La pittura di un quadro raffigurante una scena realmente esistente, posta sotto gli occhi del pittore, mettiamo un ritratto, è in realtà un'operazione chimica. Il pittore dipinge le fattezze dell'uomo/donna ritratto registrando con l'uso del pennello e dei colori la disposizione della luce. L'apparato oculo-visivo registra uno certo spettro di colori, che altro non sono una variazione di luci. Attraverso questo spettro di colori, questa disposizione della luce “vediamo” la figura, riconosciamo l'esistenza di un oggetto, o in questo caso un essere umano. Il ritratto “realistico” registra queste impressioni della luce ritrasmettendole sulla tela. In tal senso, scrivevo di operazione chimica. Il quadro è un imitazione, in questo ristretto ambito dell'arte, di quanto vediamo, dell'operazione di codifica compiuto dal nostro apparato visivo.
E' tanto diversa, la fotografia, se ci riflettiamo attentamente? 
Invece che una tela, c'è una pellicola fotosensibile che registra al click del nostro otturatore una certa disposizione della luce che corrisponde a quanto definiamo “fotografia”, che altro non è che un'immagine.
Come con il ritratto, però, la fotografia non è per forza una copia attendibile della realtà. Un ritratto commissionato da una figura di rilievo può venire migliorato, un mecenate può chiedere che quel suo brutto naso venga raddrizzato dalla “magia” del pennello, o che scompaia quel brufolo sulla guancia ecc ecc La fotografia non offre, contrariamente a quanto si pensa, maggiore affidabilità. Senza citare photoshop, o nel '900 le grossolane opere di falsificazione dei vari governi totalitari, la fotografia è sempre parziale. Lo zoom, l'angolatura dell'apparecchio e le richieste di mettersi in posa al soggetto – anche solo il “cheese!” tradizionale – sono inganni della presunta “affidabilità” della fotografia. Ci si aspetta un certo risultato dalla macchina fotografica e si chiede alla realtà (il soggetto ritratto) di aiutarci a raggiungerlo.

Usare la fotografia come documento storico non è pertanto così ovvio come potrebbe sembrare. Specie nell'Ottocento e nei primi del Novecento, la delicatezza delle macchine e il costo della procedura rendevano l'affare fotografico particolarmente delicato. Non solo nei ritratti di famiglia, ma anche nelle foto di “vissutoquotidiano occorre considerare che erano sempre scene in posa, accuratamente studiate e richieste. Non c'è in altre parole naturalezza, nella fotografia del XIX secolo: c'era sempre un fine dichiarato, un'ideologia ben precisa. Questa può essere tanto banale quanto becera, che si spazi dalle foto ricordo prima di partire per la guerra, alle foto politiche o alle prime foto pornografiche. Quelle che spesso sembrano le foto “naturali” sono spesso ricreate in studio, attraverso complicati procedimenti.
Va inoltre osservato che, a differenza dei governi attuali, nell'età vittoriana si capiva con acume il valore di queste nuove tecnologie e sia il loro pericolo che potenziale nei confronti delle masse.

Per quanto riguarda le foto nel Giappone dalla caduta dello Shogunato in poi, in piena età Meiji, (dal 1868 al 1906) questa considerazione va sempre tenuta a mente. Dal '60 in poi, il Giappone conosce una spettacolare modernizzazione, sia tecnologica, che politica, che militare.
Il paese era considerato per gli standard europei il modello guida per le nazioni in oriente: nel suo adottare senza compromessi la via europea, era divenuto tra gli anni '70 e '80 un'imitazione dell'Inghilterra. (1) Gli ambasciatori e i diplomatici comparavano in modo incessante i due paesi, Cina e Giappone, come due modelli antitetici: da un lato le piccole isole coraggiosamente avviate verso il futuro, dall'altro il gigante immobile e stagnante, troppo ciccione, troppo pigro per progredire. La situazione non era ovviamente così semplice, a partire da tanti fattori: il carattere di arcipelago del Giappone, la sua impenetrabilità ai commerci dell'oppio, una classe di samurai di gran lunga più flessibile dei funzionari cinesi e sopratutto l'alternativa tra Shogun e Imperatore, con la possibilità di alternare i due a seconda di quanto richiesto dal periodo storico. Se dunque la Cina ha sempre dovuto progredire con cambiamenti giganteschi, del genere “o tutto, o niente”, i pragmatici samurai sono sempre riusciti ad alternare il sostegno a una delle due figure, a seconda di quale potesse meglio guidare la nazione.



venerdì 29 gennaio 2016

Providence 01: The Yellow Sign, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Ultimamente la saggistica mi interessa molto di più che la narrativa. Non capisco da quando è successo; dopo aver infatti scritto la tesi mi aspettavo un certo senso di disgusto all'idea di tornare a leggere saggi di storia, ma al contrario ne ho ricavato uno sprone ad approfondire sempre di più determinati argomenti di mio interesse. Inoltre, per quanto suoni paradossale, trovo che i saggi in lingua inglese siano molto più leggibili dei romanzi: certo, è in parte a riprova di un livello molto basso della prosa universitaria oltreoceano, però è così. Sempre più di frequente con molti romanzi che nemmeno cito qui sul blog, sopravviene la noia. Non sono scritti per forza male, o non sono mal costruiti: tuttavia dover ogni volta leggere “del giovane protagonista”, contro “l'antagonista”, con i colpi di scena presenti dove devono esserci e il percorso di crescita dell'eroe, e il dialogone finale... Non sono i difetti che mi fanno sbadigliare (quelli piuttosto mi fanno incazzare...), è l'estrema prevedibilità della struttura narrativa, con quel dato eroe, quel dato “nemico”, quel dato svolgimento.

La serie di Providence, di Alan Moore, mi ha finalmente riportato a una narrativa in grado di combattere ad armi pari con la saggistica. Per la prima volta da qualche mese ho avuto l'impressione di leggere un qualcosa che di fronte alla saggistica non si rintanasse nei soliti schemi, ma anzi le desse battaglia, senza perdere colpi. Providence, in tal senso, mi ha soddisfatto: è una serie solida, incredibilmente profonda e complessa, dove (finalmente!) trovo carne al fuoco su cui discettare.

La serie (composta di dodici capitoli) segue le vicissitudini di Robert Black, giornalista del New York Herald nel 1919. Il nostro giovane protagonista, emigrato a New York dalla cittadina di Milwaukee, indagando per conto del suo giornale su alcuni fatti di cronaca, conosce il Dr Alvarez, che in seguito ad alcune sue domande su un testo ritenuto maledetto, Sous le Monde, gli rivela il primo gradino di un mondo sotterraneo e nascosto, di testi antichi e strani rituali.
Black, ancora traumatizzato dal suicidio del fidanzato Jonathan Russell, ne approfitta per chiedere un permesso al direttore dell'Herald e imbarcarsi in un'investigazione ai limiti del soprannaturale tra il New England e il Massachusetts... il suo intento è di scrivere un romanzo che documenti la storia del soprannaturale nell'America pre moderna.

Alan Moore chiaramente escogita Robert Black come una (voluta) confusione tra caratteri antitetici di H.P. Lovecraft: da un lato, è un immigrato ebreo, omosessuale; dall'altro però ricorda Lovecraft perchè è un giovane scrittore insicuro, timido, fobico, con ambizioni di romanziere “impegnato” che non riesce però a concretizzare niente al di là della narrativa breve.

A questo personaggio già in contraddizione, Moore aggiunge un'ambientazione e una storia che gioca abilmente con i racconti brevi di Lovecraft senza però riconoscervene il canone, ma anzi citandolo con lievi correzioni che in apparenza innocue distorcono l'edificio “classico” lovecraftiano fino a farlo crollare. Un po' come quando rimuoviamo un sassolino da una montagna e la vediamo crollare in una valanga di schegge e sassi. Come se non bastasse, il sassolino tolto è dato proprio da quegli elementi che in Lovecraft sono sempre stati più controversi: nei quattro episodi finora tradotti compaiono infatti il meticciato e la purezza di sangue, gli immigrati, l'occulto e sopratutto il “rimosso”, cioè il sesso, le donne e nel caso del protagonista stesso, l'elemento antisemita.

Fare leva su questi elementi per atteggiarsi ad autore rivoluzionario nel frattempo confezionando l'ennesima opera becera e banale è già stato fatto tante volte. Sedicenti liberal ansiosi di dimostrare la loro (inesistente) superiorità di vedute rispetto a quel brutto razzista di Lovecraft hanno tante volte inserito a forza gli elementi che reputavano “mancassero”. Il risultato è sempre stato rozzo, un'operazione di chirurgia che degenerava in un macello. Perchè al di là di una non specificata “superiorità culturale”, non c'è alcun lavoro ne di documentazione, ne di analisi del corpus di testi su cui si vorrebbe operare. E il risultato è sempre bambinesco. 

Non così con Providence. 
Sarebbe superfluo citare il lavoro di documentazione, che costituirebbe già una storia a sé. Sopratutto, però, è magistrale come Moore sappia creare un'opera fobica, che sembra concentrare in vignette calme e lente una terribile ansia. Providence può venir letto sia come sovversione del canone lovecraftiano, sia paradossalmente come una sua dimostrazione. Questo perchè il fumetto giunge a incarnare tutte le fobie che Lovecraft aveva, concentrandole nel nevrastenico protagonista, che è in tal senso un vero intellettuale nella tradizione dei Miti. Se nel Neonomicon c'era una violenza di fondo, una forzatura rispetto ai testi di Lovecraft, qui in Providence la forzatura c'è, ma non si vede: proseguendo con l'analogia Moore ha scassinato il canone lovecraftiano senza lasciare la minima traccia, nel più assoluto silenzio.
E nella casa/canone che ha scassinato ha lasciato però un vero casino di mobili spaccati, materassi svuotati e insomma un canone completamente rivoltato a metà. Ma il modo in cui l'ha fatto! Ah, un furto con scasso raffinatissimo, poco da dire. 

L'edizione della Panini Comics raggruppa le prime quattro puntate.
Considerando che altre case editrici per l'identico prezzo avrebbero avuto la faccia tosta di proporre un volume in formato piccolo, ritengo che tutto sommato ci è andata bene. La copertina è solida, le pagine ampie e spaziose danno modo di mostrare i dettagli delle vignette, invero minuziosi. In coda al fumetto, ci sono le pagine con le copertine alternative, così come un breve saggio di Antonio Solinas, davvero ben fatto rispetto alla media del genere.

Le note che seguono sono in parte mie, in parte tradotte dall'ottimo sito Facts in the case of Alan Moore's Providence. Mi sono limitato alle annotazioni ufficiali ufficiali, evitando di tradurre le annotazioni relative ai testi in appendice a ogni singolo numero (Il Common Place Book, di Robert Black). Se volete davvero scendere in profondità vi consiglio il sito in lingua inglese e se volete proprio perdervi nella Tana del Bianconiglio, i commenti deliranti in calce a ogni articolo.
La traduzione della Panini Comics ha mescolato parole inglesi e italiane, con rese alterne. Avrei infatti preferito che si traducesse il titolo ad esempio, The Yellow Sign, così come alcuni degli slang newyorkesi risultano va da sé traducibili solo perdendo la connotazione locale. Vedremo come va con i numeri 5-8.
L'idea è di compilare, come avevo fatto con Nemo, delle note a piè di pagina per tutti e quattro i capitoli presenti in questa prima raccolta. Fatemi sapere che vi sembra e se l'idea suscita interesse, è un lavoraccio...


The Yellow Sign 

martedì 4 agosto 2015

1939 (racconto)


In questo periodo sto cercando di scrivere duemila parole al giorno per completare alcuni racconti lunghi, e mettendo a posto l'hard disk sono incappato in questo racconto trash/pulp scritto un annetto fa.
L'avevo mandato a un concorso in cui se ricordo bene occorreva ambientare l'intera vicenda nella stanza di un albergo, senza sfociare le 5000 parole o giù di lì. Il titolo del racconto doveva anche essere il nome della stanza. Un'idea originale, peccato sia stata abbandonata a sé stessa...
Nel mio caso, ho barato facendo sì che il numero della stanza corrispondesse all'anno in cui la vicenda è ambientata. Mi verrebbe da definirlo un racconto pulp (nazisti, donne naziste, Brasile, magia, donne naziste...) ma questo giudizio lo lascio a voi commentatori :-D

1939


Artista Earl Norem.

Kora colse con un'occhiata la forma della stanza, un ovale foderato con lunghe, bianche strisce di legno di acero invecchiato. Il colore chiarissimo ricordava una pelle invecchiata, lasciava aperti ampi squarci di intonaco rosso.
Il garzone, ragazzo esile dal torace scosso da spasmi di tisi, rovesciò sul letto l'ampia valigia di pelle. Accennò un inchino, protrasse infine la mano per una mancia.
Kora gli chiuse la porta in faccia, girò la chiave senza guardarlo.
Si stiracchiò le braccia intirizzite dalla pioggia lì fuori, poi afferrò la valigia e la sistemò sul letto. Con due giri di chiave, fece scattare la serratura. Velluto e colletto di tre camicie, cappellino, gonna lunga, gonna corta. Spazzolino, una capsula di cianuro. Passaporto timbrato dall'Asse. Una Luger oliata, che svolse dal panno rosso. Una cassetta in piombo, venti centimetri per venti, sigillata. Infilò la chiave che teneva appesa al collo. All'interno, un'ampolla di cristallo tanto minuscola da stare nel palmo di una mano. Girò l'interruttore, accese l'abat jour. Sottili filamenti di coriandoli dorati avvolgevano un nucleo pulsante di nero ossidiana. Bollicine salivano dal basso dell'ampolla assediando il tappo fuso nella ceralacca.
“Perché no? Perché a lui? Un goccio, nient'altro.”
Imballò nuovamente l'ampolla, seppellì la valigetta metallica sotto il materasso. Controllò che la pistola fosse carica, prima d'infilarla nel secondo cassetto del comodino. Strapazzò la brochure dell'Hotel poggiata sul letto.
“Accidenti. Gestori tedeschi. Dall'Austria. Dei miei compatrioti, insomma. Emigrati in questo buco del culo chiamato Brasile.”
Masticò qualche biscotto secco preso dalla borsa.
“Per una volta, potrei rischiare un pasto pubblico. Quei due segugi stelle e strisce si saranno stancati, con questa pioggia...”
Lenzuola pulite, cuscino morbido. Sulla radio, solo cicalecci confusi.
Si addormentò alla terza sigaretta.

Freddo gelo in testa. Aprì gli occhi. Il buco nero di una rivoltella puntato alla fronte. Impugnato dal braccio nervoso di un trench imperlato di pioggia. Un odore acre di sudore, tabacco e cuoio bagnato aleggiava nell'aria.

- Che vuoi? – Domandò la donna, tentando di voltare la testa verso l'abat jour spento. Verso il comodino e il secondo cassetto.

“Una distrazione, nient'altro. E li secco in due secondi.”

- Che vogliamo piuttosto, signorina! -

Un secondo trench uscì dall'ombra, giocherellando con la fiamma di un accendino. L'uomo poggiò il cappello in feltro sul comodino, prima di sedersi sull'unica sedia dell'appartamento. Pescò un mozzicone di sigaretta dalla tasca, cominciò a masticarlo spento, prima di risputarne i resti sulla faccia di Kora.

- Agenti Pinkerton, suppongo – Sospirò la donna. - Cagnolini di pallemoscie Franklin Roosevelt -

- Supponi bene, donna. Dicci dov'è la fiala -

- La fiala di cianuro? Nella mia borsa. Con tutto il resto -

- Non quella fiala, piccola fanatica. Intendo il tesoro che avete rivenuto, l'acqua magica -

- Sei pazzo. Era una spedizione geografica, con scopi naturalistici. Nient'altro -

- Il Fuhrer ti ha mandato, stronzetta. - L'uomo estrasse una cartellina di fogli, li passò in rassegna, puntando l'indice verso continue file di cifre, di annotazioni, di timbri del Brasile.

- Avete assoldato una guida locale, venti servitori, tende e munizioni sufficienti per conquistare un impero azteco. Al ritorno, avete eliminato uno dopo l'altro guida e servitori. Li abbiamo trovati in fosse comuni scavate alla meglio, un proiettile a testa –

- Fatalità, americano. Bruti senza cervello. Muscoli al soldo. – La donna scrollò le spalle – Abbiamo sprecato un bel po' di munizioni, questo sì, che è uno spreco -

- Ma non li avete eliminati tutti, dì la verità. Non è così, forse? Ne abbiamo trovato ancora uno, delirante ma vivo -

Kora digrignò i denti e l'agente con la pistola puntata oscillò da un piede all'altro, nervoso.

- Delirante, ti ricordo. Delirante! - Soffiò la donna in un sussurro.

L'uomo si accese un secondo mozzicone, che stavolta consumò sovrappensiero.
– Ma non al punto da dimenticare quanto aveva passato – La faccia dell'agente s'illuminò di meraviglia – La fontana della giovinezza, non è così? Avete trovato la mitica fontana che tanto narrano le leggende dei conquistadores! Disseccata, ma ancora con un tenue flusso di goccioline. Che avete prontamente raccolto, fino a estinguere la sorgente alla foce. –

- Il Fuhrer desidera la vita eterna e noi assecondiamo il suo desiderio – acconsentì la donna – A ogni modo – Guardò verso l'armadio, spalancato. File di appendini erano state distrutte, calpestate. Avevano sventrato la valigia dalla manopola al fondo, insozzando il pavimento di biancheria e dentifricio. "Possibile che non abbiano ancora frugato nel materasso?" - Non avete ancora menzionato il sacerdote -

- Non... Stai mentendo, puttanella! -

- Il sacerdote azteco. Forse quell'indios subumano che avete interrogato è spirato prima che potesse raccontarvelo -

L'agente Pinkerton sollevò plateale un sopracciglio.

- Stai mentendo per salvarti la vita, non è così? -

Kora rise secca, la pistola ondeggiò sulla sua fronte bianca.

- Andiamo; pensate davvero che gli aztechi avrebbero mai lasciato qualcosa di così sacro, di così meraviglioso, incustodito? C'era un guardiano, ovviamente. Un vecchio sacerdote demente, l'ultima biascicante eredità di generazioni su generazioni corrotte nel sangue. Gli sparai in testa e il suo sangue nerastro mi sporcò le mani, scese gocciolando nella fontana. -

- Stai dicendo che in quella fiala c'è acqua e sangue? Che... –

- Sto dicendo che dovremmo prima testarla. Se come progettano i nostri scienziati agisce sulle singole cellule, è possibile che sangue vecchio e malato possa avere effetti... ecco... Indesiderati –

- Una montatura. Ci vuoi semplicemente dissuadere dal nostro obiettivo. –

- Se lo dici tu, bello. Il rischio è tutto vostro... –

L'uomo calpestò al suolo un terzo mozzicone, poi annuì all'agente silenzioso.

- D'accordo, non vuole dirci dov'è. Stupidamente prevedibile. John per favore, convinci la signorina con mezzi più... Più diretti, ecco –

L'agente silenzioso assentì, litigò goffamente con la cintura dei pantaloni continuando a tenere sotto grilletto Kora.

- Io vi ammazzo. Non so quando né come, ma siete carne morta -

- Bastano poche parole, Kora. Questione di scelta. -

Bussarono alla porta. Un mormorio soffocato, un tossicchiare convulso. Il garzone che trascinava le lenzuola. Pietrificato per un istante, l'agente chiacchierone si azzittì. Il bruto invece voltò la testa, puntò la pistola verso la porta. “Una sola parola, e se ne andrebbe immediatamente...” Kora strinse i denti, raccolse le forze per scattare come una molla sotto torsione. Non pronunciò parola.
La chiave girò nella serratura, il garzone entrò. Pistola nel cuscino, lo sparo risuonò come un educato colpo di tosse. Il garzone si fermò, fissando attonito l'inchiostro rosso che lentamente allagava lo sparato bianco della camicia. Kora rotolò come un gatto giù dal letto, afferrò dal comodino la Luger. Rimbombò uno sparo, uno sbuffo di fumo. L'omone della Pinkerton singhiozzò di dolore, la mano spappolata. Cartilagine insanguinata bagnava la moquette. La pistola dell'uomo rimbalzò a terra, scattò il grilletto nell'impatto. Il proiettile si conficcò nella spalla di Kora, che spostò la mira di qualche tacca e gli sparò una seconda volta, in testa.

- Fine della corsa, piccola – Ansimò l'agente della Pinkerton sopravvissuto. Si fronteggiarono con le pistole puntate l'uno alla testa dell'altro. Kora sentiva il proiettile nella spalla mordere la carne, mentre un lento flusso di sangue arrossava il grigio del vestito. Tremò, prima di cedere in ginocchio. Con un tonfo, le sfuggì la Luger dalle mani sempre più deboli.

- Ma guardati – Sogghignò l'agente. – Stai morendo dissanguata. Magari – Inclinò il capo – Se mi dicessi dov'è la fiala, potrei aiutarti... –

- Il materasso... –

La scatola era intatta, la fiala cullata nella paglia. Il Pinkerton la prese, guardandola da vicino, affascinato dal gioco di nero e oro del liquido nel vetro.

– Il vostro piccolo Fuhrer morirà come tutti gli esseri mortali, mia cara – proclamò trionfante.

Kora gli tirò un calcio da sotto il letto. L'uomo saltellò indietro, scivolò sulla moquette insanguinata. La fiala gli sfuggì di mano, s'infranse sul pavimento. Kora guardò perplessa l'uomo strisciare sul pavimento, lappare con la frenesia di un gatto succhia latte le poche gocce che filtravano dalla moquette. Deglutì con un gran sorriso e Kora sbottò, infastidita.

– Non eri un agente della Pinkerton, vero? –

L'uomo ridacchiò di gusto.

- Un americano, sì. Ammalato di cancro, per l'esattezza. Ma tutto il resto è vero; vi seguivo da un po'. – Si massaggiò la pancia – Sono un piccolo petroliere del sud del Texas. Secondo il mio medico non mi restava che un anno di vita. Ho fatto tutto quello che potevo, una volta giunto a sapere della vostra spedizione, Kora. Ma ora – Allargò le mani – Vivrò per sempre! –

A metà del gesto, ansimò prima di vomitare bile nerastra. Sotto l'occhio febbricitante di Kora, l'uomo tremava, si sformava come plastilina modellata da uno schizofrenico. Le guance s'incurvarono, scesero cascanti fino alle spalle prima di coprirsi di peli ispidi. Le narici del naso esplosero in un grugno di scrofa. In ginocchio, le mani s'innervarono nel muggito di sofferenza dell'uomo in un duro, resistente strato di pelle a scaglie. Dall'osso occipitale eruttò attraverso un'esplosione di visceri una lunga coda di lucertola. Gli occhi dilatati in un'espressione di orrore totale si allungarono, assunsero il colore stinto e miope delle pupille di un indios, di un sacerdote vecchio e ritardato.
“Quella fontana era inquinata!” comprese Kora “Coccodrilli, cinghiali, antilopi, indigeni: in quanti ci avranno bevuto, vomitato e pascolato?” Kora guardò quella confusa cellula di zoccoli e artigli, di scaglie verdi di coccodrilli infanti e pelle olivastra degli indigeni del luogo e per la prima volta sentì quella debolezza mortale che il Fuhrer definiva pietà.