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venerdì 24 novembre 2017

Jeff Bezos, Sauron e la ricerca del Male assoluto


In questi giorni volevo scrivere un articolo sulla serie tv del Signore degli Anelli annunciata da Amazon, ma tra Twitter e Facebook ho sostanzialmente esaurito i pareri: trovo l'idea aberrante, ma dall'altro ho sempre criticato i cinefili che lamentavano i remake. Sarei pertanto un ipocrita se piagnucolassi che mi hanno “stuprato l'infanzia”, che non devono osare, ecc ecc.
Non ho mai ritenuto che nulla sia intoccabile e ciò vale a anche nel caso in questione.

Tuttavia... davvero non trovo un singolo motivo per una serie tv su Tolkien.
Gli attori della vecchia saga sono per l'appunto vecchi e disinteressati: se si può fare a meno di Rhys Davies, Viggo Mortensen sarebbe fondamentale per una serie ambientata prima della Compagnia dell'Anello. Come poter ricreare la Caccia a Gollum senza il suo cacciatore? E cosa farne degli Hobbit? Della Contea? E dove trovare un sosia di Saruman? Posso immaginare una serie basata sulle avventure di Elladan&Elrohir, ma faccio fatica a immaginare un singolo spettatore interessato a due gemelli elfi protagonisti. Ma ancora una volta: perchè? Perchè Tolkien?
Non c'è un singolo motivo nella scelta di Amazon che possa essere correlata all'arte, alla narrativa, a una motivazione genericamente culturale. Lo scopo dichiarato è far concorrenza a HBO, offrire una terza colonna tra Harry Potter e Game of Thrones. Non metto in dubbio che una serie tv o un film debba guadagnare; ma c'è modo e modo. Gli anni '80 che tanto si rimpiangono assistevano a produzioni di medio e piccolo calibro che miravano all'incasso, ma che conservavano una notevole ricerca artistica e sociale al loro interno. Carpenter mi sembra un esempio lampante. C'è l'interesse nel guadagno, nell'intrattenere lo spettatore, ma nel contempo non si resiste ad alcuni colpi bassi, ad alcuni sottotesti notevoli. Nel caso in questione puoi sentire in sottofondo le rotelle di Jeff Bezos calcolare introiti e derivati, competizione e ricavi. Potremmo parlare del Signore degli Anelli come di una lavatrice; di Tolkien come di un elettrodomestico. Sono oggetti da vendere, monopoli da conseguire, concorrenze da spezzare. Basti leggere il comunicato: Il Signore degli Anelli non è un'opera d'arte, non è una saga scritta da un filologo, non è un cazzo di capolavoro oggettivamente riconosciuto dalla letteratura, no, per Amazon è un “fenomeno culturale”.

Elladan&Elrohir secondo la Fantasy Flight Games

lunedì 22 maggio 2017

A ogni genere il suo sentimento, a ogni epoca il suo fantasy


Ci si lamenta spesso come online si diano per scontate troppe cose, si presumano troppi indizi, ci si abbandoni troppo volentieri a confidenze e scambi basati sulla sola fiducia.

Non giudicare un uomo dalla sua pipa,
giudicalo dal suo tabacco
Indubbiamente, nel mio campo, se si leggono alcuni blogger per anni, articolo dopo articolo, specie tra i siti giornalieri, ci si può illudere di conoscere una persona. 
Forse è anche più facile che dal vero; tra un'immagine profilo e un articolo, tra una riflessione e una dichiarata affiliazione a un hobby, una politica, una religione, diventa possibile fraintenderne il carattere, arrogarsi il diritto di giudicare. 
Devo però ammettere, che sarà forse che non ho grandi contatti online, ma non ho riscontrato quest'arroganza tra i lettori e i colleghi blogger, almeno quei pochi che ho conosciuto. Ad esempio ho qualche contatto che commenta e che conosco da anni che raramente inquisiscono dentro questioni personali, preferendo mantenere il discorso sui reciproci interessi, pure molto seri.


Al contrario, andrebbe osservato che ci sono tante, tantissime persone che conosci di viso, che sei costretto a salutare per ragioni di elementare educazione, ma che tu non conosci e che loro non ti conoscono. 
Mi sto riferendo sopratutto ai vicini di casa/appartamento, ma rimane una riflessione aperta anche ad altri campi: conoscenze sul bus, vicini della casa dell'amico, genitori dell'amico ecc ecc
Quando forzatamente sono poi costretto a una conversazione, rimango sempre sorpreso dell'arroganza degli stessi; vi potrà sorprendere, ma se vedete una persona ogni giorno, non vuol dire che la conosciate o che sappiate chi è e cosa fa. 
Guardare una persona non equivale a conoscerla; vederla “dal vivo” non significa nulla. Ho visto lo stesso controllore sullo stesso treno per trenta giorni, ma questo non mi ha rivelato nulla sul suo carattere, sulla sua famiglia. Sopratutto non mi permetterei mai di dirgli cosa deve fare o come deve comportarsi. E' solo una persona che “vedi”; non vuol dire niente. 
Questo contorto preambolo per arrivare a dire che qualche settimana fa mi sono ritrovato in ascensore con una persona di mia conoscenza; devo ammetterlo, più la conversazione procedeva, più mi sorprendevo dell'estrema, ottusa arroganza che mi veniva esibita dinanzi. Sull'unico indizio della mia età, la sgradevole vecchia – perchè tale era – procedeva a criticare a tutto spiano, al punto che sono rimasto allibito, le mani che mi prudevano. Ovviamente, di fronte all'ennesimo esempio della pensionata che ha raggiunto la pensione solo perché era nel punto giusto al momento giusto e che occupa un appartamento vuoto tanto quanto le sue idee, non vale la pena arrabbiarsi. 
Il suo stesso comportamento era per me una condanna sufficiente. Non resta, in casi del genere, che comportarsi cortesemente, cercando di chiudere ogni contatto il prima possibile. Inutile reagire, si avvalorerebbero solo la tesi di partenza. Che incredibile arroganza, però!

Rientrato a casa, mi sono messo davanti al Pc e ho calpestato la tastiera producendo una decina di pagine di un racconto distopico. Roba hardcore, nello stile di Alan D Altieri.
Al che, mi ha colpito il nesso... La rabbia non mi aveva spinto a scrivere un articolo, non mi aveva spinto a scrivere una riflessione, una storia fantasy, un frammento mainstream. No, la rabbia mi aveva spinto a scrivere una distopia. L'ho trovato interessante: la rabbia mi aveva stimolato a scrivere di fantascienza pessimista, distopica. Tanto più che proprio qualche giorno prima riflettevo come il genere sia ormai controproducente sotto così tanti aspetti: la distopia Young Adult è un ossimoro offensivo verso le vittime reali delle dittature; come avvertimento la distopia non funziona perchè propone sempre una soluzione semplicistica; come critica del presente di solito si risolve in una generica e irrealizzabile imitazione della Nord Corea, che come stato è un “fossile”, un'eccezione.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1896)
L'associazione di un sentimento a un genere specifico non dovrebbe sorprendere. 
Ad esempio, fino agli '40 dell'Ottocento, il romanzo come forma narrativa predominante in Italia era il romanzo storico, alla Ivanhoe. La soluzione rispondeva a criteri di praticità – superare la censura della Restaurazione – offrendo nel contempo quel divertimento apprezzato sia da chi aveva combattuto per/contro Napoleone, sia dai figli che scalpitavano per combattere ancora, mentre sul versante “nazionale” permetteva di concepire l'unificazione senza realizzarla effettivamente. 
In altre parole, il romanzo storico offriva una soddisfazione a quel peculiare meccanismo psicologico per cui si desidera qualcosa nel contempo senza volerla davvero. 
I moti del '30 e il fallimento del '48 porteranno alla ribalta il romanzo contemporaneo, ma a interessarci davvero è il romanzo che prende forma dopo l'unificazione. E' infatti impressionante constatare come gli ideali del Risorgimento crollino all'improvviso, scompaiano come niente: c'è un tentativo di unificazione linguistica con a capo il toscano, ma la disillusione è forte, fortissima, almeno per come la presenta Tellini nella sua saggistica. Come va di moda tra i culturalisti oggigiorno, si potrebbe rimproverare ai romanzieri la colpa di aver fomentato un clima pessimista con le proprie opere; per chi invece ricerca una prospettiva razionale e scientifica, diventano evidenti le magagne immense di un sistema accentrato con l'unica guida della Casa Savoia, paralizzato da letali conflitti di potere e afflitto da un analfabetismo imbarazzante, a cui difficilmente potevano far fronte i libelli e i romanzetti toscani, densi di sentimentalismo e amor di patria.
E' dunque chiaro come la narrativa disperata del periodo fosse un riflesso, un prodotto delle ansie economiche, tra crack in Borsa, fallimenti della Banca Italiana e una corruzione crescente. Per ogni De Amicis abbiamo un Verga, o per lo meno un autore Scapigliato pronto a prendersi in giro, a ricercare il brutto, il grottesco, lo psicologismo rivolto all'interiorità disinteressata alle visioni eroiche del Risorgimento.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1902)
Tutta questa pappardella, per spiegarvi come sono convinto che a ogni periodo storico, a ogni decennio corrisponda un dato genere predominante, che risulta la concretizzazione delle ansie e della struttura economica del momento. In tal senso, ritengo di poter dire con sufficiente sicurezza che la fantascienza distopica, anziché preavvertire una futura distopia, sia semplicemente la conseguenza del Crack economico del 2007 e da quel momento in poi sia stata associata per circa un decennio (2007-2017) al progressivo furore di una popolazione che si riteneva a buon ragione ingannata.
Motivazioni economiche, la “pancia”, che hanno suscitato una rabbia che sua volta si è tradotta, in un clima ancora relativamente benestante, ma velocemente eroso, in una narrativa fantascientifica a carattere distopico. Il carattere di buon attivista della distopia andava d'amore e d'accordo con la gran parte dei movimenti e dei gruppi dei successivi cinque anni, da Occupy Wall Street a Podemos.
Allo stesso modo, però, dei tanti Divergent e Hunger Games, la protesta è rimasta circostanziata, spegnendosi e risolvendosi in dibattiti sterili, dove l'ossessione per una “rivoluzione dalla rete” ha presto perso ogni contatto con la Realtà, quella con la “R” maiuscola. 
Probabilmente l'elezione di Trump è stato il canto del cigno di questo modo di pensare: migliaia su migliaia di giornalisti e blogger e attivisti intenti a fare campagna dalle proprie pagine blog, facebook, twitter... dimenticando che i sostenitori del loro nemico, Drumpf, molto semplicemente non leggevano Internet e certo non leggevano i post da loro etichettati “liberali”. La prigione della Rete ha rivelato per l'ultima volta (spero), che senza un aggancio al mondo reale non produce cambiamenti. Perchè l'Agente Smith possa incarnarsi, deve passare dalla Matrice al mondo di carne e ossa, il mondo dove a una caduta corrisponde una gamba rotta. 
La fantascienza distopica in tal senso ha dato la stura alla rabbia di quegli anni, senza tuttavia preventivarne il pericolo o fornirne una minima alternativa.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1896)
In questi mesi, al di fuori della mia arrabbiatura, pensavo a un altro genere invece trascurato, ovvero il Fantasy. Non l'Urban Fantasy, o il Weird, o la fantascienza alla Star Wars, cioè fantasy con le spade laser: no, proprio il Fantasy inteso come un mondo parallelo al nostro, straordinario e terribile. Non per forza una landa medievale, però, sì, qualcosa di classico.
High Fantasy, insomma. Bene contro Male, nei limiti del kitsch.

Il lavoro sul mio saggio del Signore degli Anelli infatti mi ha rivelato una prospettiva che già sospettavo: Tolkien attingeva in profondità alle terre dove viveva. Non all'Inghilterra come nazione e nemmeno a Oxford come mondo universitario: ma alla regione dov'era nato, alle terre e ai pochi acri a lui circostanti. E' su quei ruderi celtici, su quelle montagne erose dal tempo, su quelle lande fangose dagli strani toponimi che ha estratto l'oro prezioso della sua narrativa. Gli studi, la filologia gli hanno fornito gli strumenti indispensabili per comprendere quel mondo, per dargli forma, per forgiarlo in un'arma narrativa formidabile. Senza la documentazione, partorisci un aborto. Senza uno stile di scrittura studiato e rielaborato e rivolto al lettore, non allo stronzo arrogante dentro di te, non ottieni niente di degno. 
Non c'è, almeno per me, alcun dubbio che la geografia e la bellezza del Signore degli Anelli derivino dalla comunità locale, dalla terra dove il professore abitava, da cui ha distillato gli ingredienti che più amava – lo si vede negli hobbit, ovviamente, ma anche negli uomini di Brea, o negli elfi di Granburrone.

Qui si pone il passaggio interessante: proprio perchè legato a un ambiente quasi “di famiglia”, suo e unicamente suo, non possiamo imitare Tolkien imitando il suo genere di fantasy. E' un'operazione che non ha senso: come provare sentimenti per l'infanzia di uno sconosciuto, per i ricordi a lui cari. 
Il lettore può farlo, perché s'immedesima negli hobbit; lo scrittore non può, perché non ha il “vissuto” che aveva Tolkien, perché non ha il background inglese e piccolo borghese su cui ha costruito il suo mondo.
Sarebbe un'opera da parassita, come cercare di fingere di essere qualcun'altro. Il risultato è grottesco, non ultimo perché manca, accanto a questo elemento quasi biografico, la componente di duro lavoro di scrittura e ricerca. 

Per questo motivo, nei mesi scorsi, pensavo a scrivere un Fantasy. E mentre mettevo le mani sulla tastiera continuavo a pensare come non potevo, sebbene cercassi, attingere a quel background celtico-medievale-rurale di Tolkien. Io non sono nato in campagna, non ho mai scorrazzato tra i boschi, sono una persona urbana, a suo agio nell'architettura di una solida città vittoriana, meglio art nouveau, al più modernista: i moti dell'animo di chi ama i fioruncoli e i panorami idilliaci non mi appartengono. Ho pertanto iniziato un lavoro di scandaglio interiore. Ho lentamente, dolorosamente cercato di individuare cosa amo – a livello sociale, di identità e comunità – del mondo in cui vivo. E a sua volta quale mitologia e quale leggende e quali studi filologici posso svolgerci. L'idea sarebbe di trovare per primi gli elementi positivi, stavolta; per primi gli elementi quali valori e immagini su cui poi costruire il mio mondo fantasy. Un mondo pertanto triestino, in un certo senso; bibliotecario, in un altro; burocratico e urbano in un altro ancora. Questi sono infatti gli ambienti in cui mi muovo. Da queste basi indagare quanto più approfonditamente per scovare localmente e solo localmente, gli elementi di leggenda, i mattoni lego “mitemi” con cui costruire le fondamenta di cosa voglio scrivere.

Il mio "fantasy" (dalla rivista Jugend, da cui Jugendstil, del 1902)
Perchè questo sforzo, al di là del fatto che scrivere è l'unica cosa di cui sono capace e che ironicamente è tra le abilità più inutili e superflue oggigiorno?
Ci si ricollega al discorso della distopia e alla rabbia dell'esordio. A livello infatti nazionale e personale, ritengo che la rabbia stia cedendo il passo alla semplice tristezza. Disperazione, in alcuni casi. Ma tristezza, per lo più. La gente, lo vedo in strada, lo sento in giro, è semplicemente distrutta. Al di là dei pensionati che affollano i bus e le Poste e di chi sa che il suo posto e il suo futuro sono al sicuro, mi sembra che la gran parte della popolazione sia ormai affranta, con la calma traumatizzata del reduce. C'è un limite attraverso cui puoi pompare violenza e minacce e a livello politico, sia sulla scena nazionale che internazionale, credo sia stato raggiunto. In quest'ambiente, ipotizzo che il Fantasy come genere classico tornerà a essere letto in gran numero. Non solo Young Adult, non solo ennesime contaminazioni con altri generi, ma Fantasy con la F maiuscola, Fantasy puro.

Quando la Compagnia dell'Anello uscì in sala, non erano passati che pochi mesi dall'attentato del'11 settembre 2001. Sarebbe bastato che fosse uscito a ottobre, a novembre e una popolazione ancora “stordita”, l'avrebbe ignorato e Peter Jackson si sarebbe ritrovato a spasso. Ma La Compagnia uscì a dicembre... quando le genti erano ormai tristi, ma erano uscite dallo shock. E fu un successo, perché il Fantasy è un genere che da speranza quando si è abbattuti, è un genere che nella sua forma più pura risolleva dalla disperazione.
Quando Tolkien, a sua volta, scrisse Il Signore degli Anelli, era nella Terra Desolata degli anni '40 del Novecento, dentro quell'inferno di sangue e shrapnel della Seconda Guerra Mondiale, dove solo flebili Irradiazioni come quella di Junger o dello stesso Tolkien brillavano come fragili fiammelle nel buio più cieco. Tempi tristi, tempi in cui scrivere Fantasy.

La situazione in cui ci troviamo, tranne che per pochi privilegiati, è ugualmente cupa: ritengo che per ragioni geo-politiche ci aspetti un'apocalisse, l'equivalente del ventunesimo secolo della Grande Guerra. Per questa ragione, penso che sia di nuovo scoccata l'ora per il Fantasy e per i grandi romanzi, con cui a tenere a bada l'orrore che ci aspetta.  

sabato 31 dicembre 2016

A tutto vapore verso il 2017!


Ancora un giorno e passeremo al 2017.
Con quest'ultimo articolo di dicembre volevo aggiornarvi sulle ultime novità, tecniche e meno, del blog. In primo luogo, effettuerò un restyling nei prossimi giorni. Cercherò di alleggerire la struttura delle Cronache, perchè sono il primo che la trova “pesante” da caricare sui browser. Non ho idea di come sia la situazione su Internet mobile, perchè non ho un cellulare di ultima generazione (lo so, sono un dinosauro). Dalle anteprime sul layout scompare la colonnina a destra, per cui aggiungerò probabilmente una pagina con tutti i link sotto il titolo. L'ho voluta a lungo evitare perchè visivamente “ingrassa” molto l'aspetto di un sito. Ho deciso di mettere in evidenza i nuclei argomentativi del blog, anziché la tipologia: piuttosto che “Libri”, “Tolkien”: quindi libri, di Tolkien, videogiochi su Tolkien, fumetti su Tolkien, saggistica su Tolkien... Mi sembra un modo coerente di procedere, dal carattere transmediale com'è sempre stato di Cronache Bizantine.

Se dobbiamo usare delle parole chiave, per il blog ci concentreremo sulle seguenti: Giappone (moderno e contemporaneo) – Asburgo (storia) – J. R. R. Tolkien – H. P. Lovecraft – Steampunk – Alan Moore – Horror e Fantascienza (uniche etichette “generali”).

Per chi gli fosse sfuggito, ho aperto una pagina Facebook del blog:


So che mi sto dando la proverbiale zappa sui piedi, ma mi rifiuto di consigliarla a caso a tutti gli amici indiscriminatamente o di chiedere di fare lo stesso a chi l'abbia già “piacciata”. Una pagina funziona se chi la frequenta è interessato ai suoi argomenti e attivamente li legge e li commenta: non me ne faccio nulla, assolutamente nulla di “mi piace” messi tanto per. E so che dopo averla aperta da qualche giorno, una ventina di mi piace sono pochi. A quanto pare le mie trecento visite giornaliere sul blog non è di gente che frequenta i social e non posso che rallegrarmene. O forse sono solo visite casuali. Chissene. Ho aperto questo blog perchè adoro scrivere, non per generare “massa” o perseguire fama. 
I blog, per chi vuole scrivere qualcosa di più di un paio di frasi polemiche sui social, gli offrono ancora uno spazio in cui non c'è attesa, tra la scrittura e il tasto “pubblicare”: scrivi – aggiungi le immagini – pubblichi. Nessun dio, nessun padrone, nessun intermediario: ci sei solo tu.

Come avevo fatto a dicembre 2014, ho recuperato questa vecchia immagine della rivista Heavy Metal per annunciarvi nel dettaglio cosa intendo scrivere:



Ok, non è andata come speravo. ^^

Il blog dovrebbe funzionare come supporto, come stampella per l'attività principale. Il pericolo, come mi è successo per questo 2016, è di concentrarsi solo sugli articoli del blog trascurando i progetti lunghi e impegnativi.

Quindi mi piacerebbe finire con il nuovo anno questi seguenti progetti:

– Un romanzo steampunk che sto scrivendo da un annetto. Di solito scrivo nei mesi in cui ho i corsi universitari, o è estate, poi con gli esami devo smettere e perdo l'esercizio. Riallacciare i diversi fili narrativi interrotti è stancante e sinceramente ne viene fuori qualcosa di discontinuo e mal scritto. Quando avrò qualcosa di concreto da mostrarvi, vi aggiornerò adeguatamente. Per il momento posso dire che si tratta di una storia che riutilizza l'ambientazione della Ruritania del Prigioniero di Zenda (recensione a breve), solo dalla prospettiva di una rivoluzione industriale attraverso gli occhi di una brigante e di un gruppo di operaie di un impianto tessile. E' qualcosa di genuinamente cattivo, roba cazzuta. Se vi ricordate Donne, dirigibili e brutti contadini, ne riprende alcuni aspetti. 
Vedremo, magari lo cestino e basta. Romanzo nel cass(on)etto.

– Una novella steampunk ambientata nella Trieste austroungarica. Ancora allo stadio di worldbuilding, più un'idea che qualcosa di effettivamente scritto. Volevo una storia con forti influenze slave e mitteleuropee, con protagonista un intellettuale della comunità ebrea (con i cattivi che sono sia antisemiti, è il periodo, fine '800, sia nazionalisti italiani).
Anche qui, cass(on)etto.


– Il saggio sul Signore degli Anelli ha la scaletta pronta e alcuni capitoli scritti. C'è una ventina di pagine buttate giù a gennaio 2016 che hanno bisogno di revisione, ma siamo sulla strada giusta. Come per i casi precedenti, mi basterebbe avere tempo e tranquillità. E' impossibile scrivere quando sei reduce da una giornata passata a studiare, o da nove ore di lavoro occasionale-non accessorio. 
Il cervello si rifiuta, letteralmente.

– A marzo/aprile, ammesso e non concesso che abbia le ore e la lucidità mentale per farlo, lancerò un blog di news sui giochi di miniature. Sarà bilingue, inglese e italiano, con una preferenza per il secondo. La piattaforma probabilmente sarà Wordpress, con il titolo “Battles with miniatures”. 
A differenza delle Cronache, verrà aggiornato con tanti articoli brevi, proprio come i siti di news. Dopo uno stage di giornalismo questo novembre, credo d'aver definitivamente afferrato come si gestisce un sito del genere. Ci saranno pubblicità e 10/20 articoli al giorno, del genere “X ha svelato quest'anteprima per Y, segue foto”. Gli appassionati, io compreso, cliccano tanto e volentieri su siti del genere, quindi credo possa diventare un buon sito per gli aficionados di miniature e wargaming in generale. Che io sappia esistono grandi siti italiani per i giochi da tavolo, ma nulla del genere per le battaglie con le miniature, tranne siti esclusivamente Gw come l'Astropate. Non mancheranno articoli Oldhammer, scoperte su John Blanche, rant contro i prezzi troppo alti ecc ecc
Qui non ci saranno vie di mezzo: se al termine del 2017 non avrà tante visite e le prime esclusive dalle piccole aziende (foto in anteprima, materiale da recensire, pubblicità per kickstarter), lo chiuderò e lo definirò un esperimento fallito.

In generale, ho i nervi a pezzi. Questi ultimi mesi sono stati massacranti e per il 2017 mi propongo di allentare un po' la corda con il blog: tanti articoli sì, ma se anche non sono perfetti nello stile o nella lunghezza, o nelle immagini... pace, sopravviverò.

Cercherò anche di evitare articoli di politica e di rilassare un minimo i toni.

Davvero il 2016 ha tirato fuori il peggio da persone insospettabili: mi è capitato di dover discutere sul “perchè” sia un male uccidere intere famiglie di innocenti nel tentativo di colpire un terrorista, o perchè istituire un Ministero della Verità sull'esempio orwelliano non sia un modo per fermare le fake news. Per non citare lo straordinario snobismo, classismo e schifiltudine di chi pur dichiarandosi “democratico” propone misure eugenetiche verso poveri e analfabeti solo perché votano partiti estremisti, invece che appoggiare i soliti noti che li hanno ignorati e danneggiati per decenni. La vostra bussola morale non punta più verso il bene, ma ruota impazzita: non mi interessa quale mumbo jumbo usate per giustificarvi, nel momento in cui fate calcoli utilitaristici siete persi, totalmente persi.  

Ecco, parentesi chiusa e amici come prima, vi auguro un buon Capodanno e  un buon anno nuovo.
Naif da dire, lo so, ma a volte ingenuità e goffaggine non sono un male, anzi. 

mercoledì 9 novembre 2016

I miei due cent sul Trieste Science+Fiction


Trieste Science+Fiction è sempre un'esperienza frustrante, anche se mai per colpa del Festival.
Ogni anno mi riprometto infatti di seguire ogni film, di attendere ogni proiezione e di incontrare i lettori del blog triestini (cioè, Lorenzo Davia e Matteo Poropat). E puntualmente mi ritrovo esausto dal Lucca Comics, o come nel caso in oggetto, con un esame da preparare.

/Inizio Digressione
Se vi lasciano usare il dizionario di latino alla prova di accesso alla Scuola di Archivistica, non lasciatevi ingannare: ogni singolo verbo, avverbio, aggettivo, nome sarà squisitamente medievale e pertanto irreperibile sul vostro ciceroniano tomo. E quando sarà più necessario, il dizionario medievale sul tavolo degli esaminatori sarà monopolizzato dallo scricciolo di una latinista nervosa o da un pensionato che vuole superare qualcosa che non dovrebbe superare 
Fine Digressione/


venerdì 14 ottobre 2016

La maschera di Musashi


Junger racconta nel suo diario come, quand'era giovane, il mondo del romanziere russo Tolstoj gli sembrasse reale quanto il nostro: negli anni vissuti nell'ozio dell'intellettuale in seguito alle ferite nella Grande Guerra, aveva acquisito quest'abitudine mentale; i personaggi, gli ambienti e i “tipi” descritti da Tolstoj gli balzavano di fronte agli occhi di continuo, confondendo reale e narrativa.

Questo bagaglio di riferimenti, di ricostruzione che oggi definiremmo “virtuale”, era possibile solo per l'ampiezza stessa dei mattoni romanzi russi: oggigiorno risulterebbe impensabile. E' interessante, a questo proposito, come sia divenuto un complimento definire un romanzo “leggero”, in allegra compagnia con aggettivi leopardiani come “vago”, “impalpabile”, “si legge velocemente”, “agile” ecc ecc La povertà, se non l'assenza, delle descrizioni nelle opere attuali impedisce di citarle, di vederle nel reale; l'operazione compiuta da Junger fallisce miseramente. Per altro, saltare le descrizioni per lasciar tutto all'immaginazione del lettore presuppone che il lettore abbia fantasia, cosa tutt'altro che scontata...

lunedì 26 settembre 2016

Per uno stile di vita Biedermeier

So che con questo articolo sembrerò una persona ancora più vecchia nell'animo di quanto già non sembro normalmente, ma con diverse ore di studio alle spalle (o meglio, in testa) mi risulterà inevitabile. Sono come quel vecchio alla fermata del tram che proprio non resiste a raccontarvi quella sua storiella tanto importante. Gettategli qualche euro per starvene in pace.

Qualche settimana fa, discutendo sul mio (pseudo) luogo di lavoro, una collega elencava quanto a suo giudizio erano le cose-da-fare prima di raggiungere i quarant'anni. Viaggi, innanzitutto; e poi attività spericolate-ma-non-troppo, dall'immersione nella gabbia con gli squali al bungee jumping.
Mi dev'essere sfuggito allora uno sbadiglio e non solo perchè stavo cercando di studiare un testo tanto filo americano che sentivo la mia camicia colorarsi a stelle e strisce. No, sbadigliavo anche perchè ritenevo che fosse una lista di attività sì pericolose, eppure anche così... borghesi?
Il pericolo c'era, ma diluito a tal punto da risultare addomesticato, gestibile. Un brivido, nulla di più.
E non voglio certo dire che non ci voglia coraggio a nuotare tra gli squali, anzi il sottoscritto non sapendo nuotare affatto, probabilmente si spaventerebbe anche solo all'idea di immergersi in qualcosa di più della vasca da bagno casalinga. Quindi tanto di cappello, suppongo. Eppure, all'idea stessa di compilare una list of things to do prima di diventare “vecchi” mi sentivo schifato. Non erano vere attività, come non erano vere esperienze; si trattava piuttosto di cogliere un attimo particolare e consumarlo. Elencare le cose da fare trasmetteva un'idea di lista della spesa, di consumo generalizzato, in diretto contrasto con il lessico usato.
Da un lato, le solite cazzate buddiste/spiritualiste: cibo per l'anima, rigenerazione interiore, un'esperienza dell'animo ecc ecc
Dall'altro, un'attività programmata e preparata nel dettaglio, un oggetto-esperienza da consumare seduta stante. Solo in una società che quantifica tutto e tutti instancabilmente, sarebbe stato possibile arrivare a un simile combinazione di fattori:
  • Qualcosa d'impalpabile come “un'esperienza” vendibile attraverso un'attività.
  • Un'attività unica e irripetibile venduta con un suo programma predefinito, un suo listino e costo, una sua descrizione in dettaglio.
  • Un servizio a pagamento – perchè di questo discutiamo – presentato nemmeno come un'attività, ma come un'esperienza e per di più un'esperienza spirituale.
Già Slavoj Zizek lamentava giustamente come il consumismo moderno, non pago di avere un consumatore, pretende persino di avere un consumatore che non badi a ciò che compera, che lo consumi con disprezzo zen. Non basta che si comperi un oggetto e non si possa star bene senza averlo comprato; ma nella fase successiva all'acquisto occorre negare ogni attaccamento, considerarlo spazzatura, robetta poco importante. Insomma, perdiamo così persino la figura dell'accaparratore, materialista geloso e possessivo verso quanto acquista.

lunedì 22 agosto 2016

Liebster Blog Award 2016! Domande e risposte.


A giugno il collega di cella di blog Grande Arbitro del Gioco Magazzino! La lega del ludo mi ha conferito il Liebster Blog Award, un simpatico premio/catena che noi blogger amiamo passarci l'un l'altro per avere più visite e più lettori ^__^
Sono sempre un po' titubante quando si tratta di iniziative del genere, perchè non so mai cosa rispondere ad alcune domande, siano personali o di segnalazione d'altri blog. In quest'ultimo caso ho semplicemente saltato i punti 5-6-7. Anche anni fa, quando frequentavo maggiormente la bloggosfera, mi sarei trovato in difficoltà a nominare 11 blog, figuriamoci adesso.
Come avevo ribadito sul Boomstick Award 2015, preferisco ormai seguire la persona invece che il sito: ormai di continuo ci si ritrova obbligati a seguirla nei boschi di social, giornali, siti, blog (sempre meno aggiornati), collaborazioni, pubblicazioni ecc ecc
Al momento, ad esempio, seguo abbastanza Jess Nevins, una nostra vecchia conoscenza per le annotazioni su Nemo e Alan Moore. Jess aggiorna di rado il blog, ma non si fa scrupoli a bombardare di tweet il suo profilo, a gestire una (sporadica) newsletter pure molto interessante, a collaborare di tanto in tanto con quel dato sito di news. E' stancante, dispersivo e sterile, ma è anche l'attuale modo di fare.

Innanzitutto, le regole:

1) Ringraziare i blog che ti hanno nominato e assegnato il premio;
2) Scrivere qualche riga (massimo 300 parole) sul blog che preferite (ovviamente non il vostro). Spiegare perché vi piace il blog, mettere il link;
3) Rispondere alle 11 domande poste dal blog o dai blogger che ti hanno nominato;
4) Scrivere, a piacere, 11 cose di te;
5) Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower;
6) Formulare le 11 domande per i blogger che si nomineranno;
7) Informare i blogger del premio assegnato.

Oookay, iniziamo:

mercoledì 27 luglio 2016

Orizzonti di forza. Fenomenologia della guida videoludica, di Matteo Bittanti (Ludologica).


Ho letto per la prima volta Orizzonti di forza. Fenomenologia della guida videoludica in treno, tra fermate nel nulla e gallerie fantasma. C'era una certa ironia nel leggere un saggio sull'automobile – veicolo individualista, privato per eccellenza – a bordo di un servizio statale e collettivista quale la ferrovia, sia pure nella sua pessima incarnazione italiana.
Tuttavia, mentre riponevo il saggio nella tasca del mio montgomery, aveva un suo senso, perchè si trattava di un saggio volutamente frammentario, dettato dagli appunti di uno smartphone dai non-luoghi della simulazione altrimenti nota come “America”. Come preannunciava Bittanti nell'introduzione, si trattava di uno scritto che non aveva pretese di assoluta completezza, pur mantenendo l'impianto e la serietà di un saggio accademico.
A una scrittura aritmica non poteva a mio parere che corrispondere una lettura rapsodica.

Al suo nocciolo, Orizzonti di forza è un saggio che analizza due videogiochi di racing, Forza Horizon e Forza Horizon 2. All'analisi dei due oggetti videoludici corrispondono le due parti del testo, America ed Europa, corrispondenti loro volta ai tracciati dei due giochi, il primo in Colorado, il secondo nell'Europa mediterranea (Provenza, Toscana, ecc ecc). Il saggio si propone di analizzare i due giochi come artefatti culturali, una produzione dell'uomo che come ogni suo oggetto “fabbricato” veicoli un'ideologia e una visione del mondo ben precisa. Alla sega mentale del recensore che conta i pixel sullo schermo per dare il suo voto al gioco, si preferisce invece una contestualizzazione del gameplay nel mondo reale, con le sue ripercussioni nel marketing, nelle vendite e ovviamente nella mentalità del giocatore indottrinato.
E' una critica a vasto raggio, se si preferisce un processo induttivo: dal particolare (Forza Horizon) si procede al generale, passando dai conflitti per il petrolio, alla perdita del reale nel senso di Baudrillard, al nuovo sessismo dei videogiochi contemporanei. Il videogioco interloquisce non solo coi temi sociali, ma col cinema (si veda ad esempio la riflessione su Shining di Kubrick), coi social, con la pubblicità, con la sociologia e la filosofia marxista alla Slavoj Zizek.
L'automobile, idolo e feticcio americano, ne esce distrutta, svuotata di senso, annientata. Si comprende a metà saggio come non sia contro Forza Horizon che si scaglia il testo, ma contro il mito dell'automobile e dei valori liberal/americani che presuppone, eradicati fino all'ultima radice.
La mole sia di citazioni filosofiche, che di note a piè pagina (mai così pregne di bibliografia) vengono intrecciate all'esperienza personale di Bittanti in America. Il tono pertanto è a volte diaristico, senza tuttavia snaturare il procedere argomentativo.
Mentre lo leggevo durante un viaggio a Bassano, nel dicembre prossimo a Capodanno, mi sono avvenute diverse esperienze spiacevoli con l'automobile che automaticamente ponevo in relazione col saggio. Pertanto, con questa recensione ho voluto mescolare esperienza e appunti di lettura, constatando derive videoludiche nel mondo reale e viceversa.

mercoledì 23 marzo 2016

Anatomia di un racconto


Ultimamente, in attesa delle istruzioni per un'antologia di racconti, mi sono impuntato a voler partecipare a un concorso di cui ho trovato il bando sulla bacheca della biblioteca universitaria.
Quel genere di concorsi letterari su temi di attualità, in questo caso frutto della collaborazione di enti sia italiani che sloveni, che croati.
E' chiaramente impossibile che vinca, per il semplice fatto che ho scelto di scrivere una storia di fantascienza e di solito in questo genere di concorsi vince sempre l'opera mainstream che parla di “cose vere”. Tuttavia, mai lamentarsi: il premio è consistente, l'argomento piuttosto libero, la partecipazione gratuita. Magari ne leggessi più spesso negli avvisi dell'Università!

Inoltre, il processo di scrittura del racconto stavolta è stato anche più fluido del solito e ne sono rimasto molto soddisfatto. Non del contenuto, o della qualità del racconto inviato, ma del modo con cui l'ho redatto, rispettando le scadenze da me imposte. Il processo ha seguito delle tappe talmente scandite da sembrare un orologio svizzero. Le riporto nel caso vi possano interessare, o nel caso ne possiate trarre consigli utili. Ci tengo a puntualizzare che ho scritto l'intero racconto controvoglia, odiandone ogni passaggio e senza la benché minima scintilla di ispirazione; eppure se confronto un passaggio di questo racconto con un altro in cui mi sentivo divinamente ispirato ne io, ne il mio paio di lettori beta riusciamo a spiegarvi la differenza. Traetene le conseguenze che volete...



mercoledì 10 febbraio 2016

The Coffeist Manifesto (o i proletari del caffè)


Nel 2014 dalle mie parti, a ottobre, c'era stato il TriestEspresso Expo. 
Lavorando come volontario di Italia Nostra presso la Centrale Idrodinamica – che dava dirimpetto al magazzino adibito per la Fiera – vedevo passare diversi personaggi alquanto particolari. Scienziati, magnati e avventurieri del caffè, sia grandi che piccoli: il migliore era un turco dai baffi arricciati e impomatati, uscito direttamente da un romanzo a 50 cent di Salgari.
Pur essendo la Fiera rivolta agli investitori e alle start up, l'Expo vedeva anche una sua nutrita fetta di curiosi, così come di assaggiatori di professione del caffè. A questo proposito: il degustatore che assaggia il caffè per poi sputarlo per evitarne gli effetti, dopo una decina di tazze soffre comunque la caffeina, perchè le papille della lingua assorbono il liquido. E' lo stesso principio per cui “rischiano” gli assaggiatori di vino, o perché i fumatori di pipa, pur assaporando solo col palato e non inalando coi polmoni, riescono a sentire comunque il gusto del tabacco.
C'era un unico elemento distintivo in tutto ciò: ogni membro della Fiera, dal billionaire dei chicchi del Guatemala al triestino con troppi soldi da spendere, erano convinti di appartenere a un élite, a un gruppo privilegiato di grandi intenditori. Dopo aver provato, senza successo, a chiacchierare con le carine responsabili del servizio informazioni, ne ero rimasto sbigottito: non c'era singolo visitatore che non si sentisse in dovere di calpestarti sotto le proprie suole verniciate.
In realtà, a livello locale, Trieste non è da tempo la capitale del caffè. Fino agli anni novanta il porto godeva di una speciale esenzione dalle tasse sul caffè, il che permetteva ovviamente un florido commercio. Tuttavia, dal duemila la concorrenza globale ha morso a fondo la fetta di commercio triestino e dubito, successo o meno delle diverse fiere, che la situazione migliori.
Sicuramente non è realistico aspettarsi una crescita del turismo locale, considerando i termini al limite dell'esoterico con cui chiamiamo i nostri caffè (cossa la vol? Cappo in b, grassie).



martedì 15 dicembre 2015

Laureato!


Nelle ultime settimane avevo deciso di sospendere momentaneamente gli articoli in lavorazione sul blog, dopo aver finalmente ricevuto la data della mia laurea triennale. Lunedì, dopo alcune terribili ore d'ansia mi sono finalmente laureato e considerando che ho nel frattempo completato un corso di primo soccorso, l'appellativo di “Dottore” per quanto ridicolo suona comunque bene.

Cos'ho imparato dalla mia tesi triennale di storia?

Un indizio sull'argomento (e il periodo storico) della Tesi ;) 

martedì 27 ottobre 2015

I miei due cent su Disney, Star Wars e il risveglio del merchandising


Qualche giorno fa, mi accorgevo distratto che i tovagliolini della colazione avevano una bizzarra macchia al centro. Mezz'ora dopo, riportato a nuova vita da quell'incredibile bevanda altrimenti nota come caffè, osservavo distratto che era uno dei servitori di un recente film d'animazione, Minions.
Non a caso, al di sotto di quello sgorbio color giallo verso cui avrei dovuto provare qualche simpatia, c'era una scritta a caratteri cubitali:

One in a Minions.

Ah. Ah. Ah.
Quante risate. In a Minions/Millions, capite? Come siamo originali, come siamo divertenti.

Era riflettevo qualche ora più tardi, in una pausa dallo studio e col secondo caffè in mano, solo la minuscola parte di una gigantesca macchina pubblicitaria che in occasione del film si era messa in moto. 
Preparando il terreno. 
Infiltrando la mente di grandi e piccini (adulti ormai rimbambiti e bambini ormai adulti). 
Lanciando sui social campagne, meme, cross over, scritte, immagini, merchandising... 
Estendendosi persino ai tovaglioli con cui mi ero pulito il mio barbuto muso quella mattina.

Ovviamente, perchè sorprendersi. Minions non è comunque un film della Disney - è prodotto da una casa di più piccole dimensioni, e non ho nulla da obiettare che si facciano pubblicità - semplicemente, stavano usando gli stessi, identici metodi che usano i fratelloni più grandi, dai film "ufficiali" della Disney alla patina hipster della Pixar. Bombardamento pubblicitario a tappeto.
Il che ci porta al vero argomento di questo rant e cioè la malefica Multinazionale di Topolino... 

La Disney è la Disney – una Multinazionale che non sarebbe una Multinazionale se il suo scopo fosse altro che il profitto. Un utile realizzato in una grottesca area grigia di prodotti in apparenza destinati ai bambini, ma in realtà ampiamente riservati agli adulti. Per alcuni un'area meravigliosa, generosa, piena di nobili ideali; per altri, me compreso, molto più banalmente la Disney fa quanto fa la Apple. Vende sentimenti sotto forma di oggetti. O nel nostro caso di film. Ci si illude di comprare un sentimento, si compra il film. Nulla di nuovo.

Al terzo caffè della mattina, osservavo però inquieto che a fronte della campagna pubblicitaria e degli oggetti a essa correlati, il film era ben poca cosa. In altre parole, certo, il fine della pubblicità era vendere il film, ma era probabile che persino un'IP di nicchia come i Minions generasse maggiori introiti con pupazzi e magliette che con i biglietti sold out.
Gli spettatori e l'affluenza al cinema sarebbero stati un chiaro indice del successo o meno del film, ma era altamente improbabile che il grosso dei profitti venisse da lì. Anche così, la campagna pubblicitaria restava impressionante, e cos'è peggio invasiva al punto da impedire persino una semplice indifferenza.

Dopotutto, sapete qual'è il film dove Tim Burton ha incassato di più? 
Alice nel Paese delle Meraviglie. Esatto, proprio quel film. Quell'orrore benpensante, terribilmente lucido per essere un film di Alice, rigonfio come un bubbone molesto di effetti speciali, infedele al libro (non che a me importi, dell'esattezza della trasposizione, ma per sommare difetto a difetto...), con una protagonista insopportabile e un Johnny Depp pronto alla decapitazione per incapacità attoriale.
Eppure, tra i tanti piccoli gioielli di Tim Burton disprezzati&ignorati, la pellicola di Alice rimane la più redditizia. Perchè, vi domanderete. Perchè a finanziare l'intera operazione c'era la Disney.
E qualunque cosa tocchi la Disney nell'ultimo decennio, diventa oro puro.

lunedì 27 ottobre 2014

La colazione che vorrei


Chi studia storia verrà, prima o poi, inevitabilmente accusato di nostalgia reazionaria.
E' inutile che proviate ad argomentare l'oggetto della discussione, a difenderlo o spiegare con tanto di statistiche e citazioni alla mano: per l'interlocutore a-storico l'idea che un'epoca a lui precedente sia stata positiva è inconcepibile. Il progresso deve andare avanti. Il 2014 dev'essere migliore del 2013, che a sua volta deve per forza risultare migliore del 2001. Importa sinceramente poco che oggettivamente non sia così. Che per raffinatezza culturale e intelligenza la Belle Epoqué superasse abbondantemente gli anni novanta del novecento, che per speranze e coerenza l'ottocento fosse tutto sommato decisamente migliore.

Ma vedete, il punto non è questo. Raramente uno storico abbraccia acriticamente la sua epoca preferita. Altrimenti sarebbe solo un passatista con la testa nelle nuvole di un passato idealizzato.
Io non credo che l'epoca vittoriana, che si consideri il suo inizio, gli anni cinquanta/sessata o il rigurgito imperialista dal 1890 in poi, sia un modello ideale. Semplicemente trovo che certi aspetti, certe fasce della sua società contengano elementi d'indubbio fascino e validità. Sarei tuttavia un idiota se propagandassi il ritorno all'età del vapore, dello sfruttamento industriale e del colonialismo. Allo stesso modo nessun medievalista vuole sinceramente ritornare a essere un servo della gleba in un'europa dall'età media sui trent'anni scarsi. Semplicemente, trova che vi siano elementi degni di attenzione e perché no? Valori da rivalutare.

Odio con particolare accanimento la vasta schiera di professori, pubblicisti e studenti che usano la storia come grimaldello per sostenere tesi apertamente violente e/o razziste, per propagandare in un modo o nell'altro l'oppressione di un individuo o di una classe su un altro. Tuttavia, è possibile avere a cuore un periodo storico e trovarvi elementi degni di attenzione.



lunedì 15 settembre 2014

Le sta a pennello, Signore! Un'intervista al movimento Chap.


Tengo d'occhio il movimento Chap da un bel po', sebbene non abbia ancora messo le grinfie sul suo cuore pulsante, il loro giornale “The Chap”.

Difficile definire cosa sia il movimento Chap. Non è un club o un'associazione sul modello britannico, perchè non segue logiche di tesseramento e classificazione, né pone effettivi pregiudizi di sesso o età. Chiunque può essere Chap. 
Si potrebbe definire il movimento come una subcultura sartoriale, perchè effettivamente sei Chap se vesti seguendo una moda sorpassata, ponendo un'attenzione ai limiti del maniacale alle pieghe dei vestiti, del cappello, della posa. In tal senso il movimento Chap può sembrare, e per certi versi è, un movimento di Dandy. Di fronte alla becera realtà di politici in maniche di camicia, dirigenti Apple col maglioncino e imprenditori sbracati, il movimento Chap si riappropria del vestito elegante per ricondurlo a tutta la sua magnificenza. Lungi dall'essere "grigi" e borghesi, i dandy del movimento sono elegantissimi, ma coloratissimi, alla continua, estenuante ricerca di un aspetto tanto formale, tanto perfetto da risultare stravagante.

Non è un effetto così difficile da raggiungere. Dal secondo dopoguerra in poi, sotto l'influsso americano si è a tal punto sbugiardato, sbeffeggiato e distrutto il tre pezzi tradizionale che riappropriarsene appare ormai (quasi) un atto rivoluzionario. Nel momento in cui il Capitale ha assimilato completamente ogni eversione giovanile, dai jeans, alla minigonna, alle giacche di cuoio, ritornare ai vestiti dei propri bisnonni, trisnonni, al Tweed di un secolo fa dà molto più fastidio che l'ennesimo tatuaggio. Ormai tutti prediligono lo sbracato, il rutto, la camicia stracciata, il Suck me sulla magliettina firmata... E allora perché diamine non tornare a vestirsi decentemente, e farlo anzi con tanto esagerato vecchiume da risultare grotteschi, più formali dell'attuale borghesuccia alta? 
E dopotutto, non è un ritorno alle origini, in quest'ambito, anche fumare la pipa? La pipa attualmente è associata, a differenza del sigaro, all'elitè. Il vecchio bambogio fuma la pipa, esattamente come la borghesia alta, il padre di famiglia, il vecchio. Ma in origine non era così: la pipa nell'ottocento la fumavano le classi basse, dal quella in pannocchia dei contadini, alle pipette e pipe che nei romanzi di Dickens compaiono nelle bocche sdentate dei pescatori, dei venditori all'ingrosso, degli operai nella pausa pranzo. Ormai dà più fastidio fumare tabacco che fumare marijuana, e incontro nella gente un odio acceso, verso il tabacco, che lascia perplessi.Non voglio costruire chissà quale apologia verso la pipa, ma solo evidenziare il controsenso di città inquinatissime, dove bambini soffocano nello smog, ma dove l'unico fumo che "uccide" stranamente è il tabacco. 
Siate almeno coerenti: se odiate il fumo, siate anche ambientalisti. Il movimento Chap è così irritante: si veste troppo bene per l'egualitarismo americano che vuole "tutti trendy", fuma aggeggi sorpassati quali la pipa, e predica una cura (maschile) della persona odiato dall'attuale massa di consumatori in t-shirt sporche di nutella.


Per certi versi, ma questa è solo una mia illazione, il movimento Chap ricorda il miglior socialismo degli esordi, quello utopista: l'attenzione alle classi lavoratrici non appare disgiunto dal culto della gentilezza, della cortesia, della tradizione; la felicità della società si raggiunge non attraverso il distruttivo edonismo Thatcheriano, ma favorendo condizioni più umane, personali e rispettose. Il nemico è giustamente individuato nella Tecnica, in quella tecnologia che “non pensa” (cit Heidegger) ma che appare solo al servizio di un consumo esagerato, gargantuesco. Non c'è qui quel culto del progresso che rende insopportabili molte sinistre e che le traduce spesso nell'ennesima marionetta del Capitale di turno.

L'intervista che ho preso in analisi è vecchia, del 2004, condotta dalla giornalista Isabel Taylor all'attuale leader (informale) del Movimento Chap, Gustav Temple. Squisito maestro di estetica, dandy raffinato e conversatore pungente, Gustav riassume bene alcuni concetti cardine del movimento.

La traduzione è mia, del tutto artigianale e del tutto a-professionale, per cui se ve la cavate coll'inglese consiglio l'intervista in originale. Eventuali errori sono tutti dovuti alla mia incapacità.
Nonostante sia vecchia, l'intervista rimane attuale: l'unico puntiglio che mi sento di fare è relativo alle controparti femminili del Chap, le “chapette”. Nonostante la nostalgia verso il Settecento e l'Ottocento, il movimento non è maschilista e specie negli ultimi anni ha spesso dato risalto a elementi femminili. Per altro, sotto l'aspetto del vestiario le Chapette hanno decisamente più libertà dei maschi, passando dal vestiario tradizionale del 40' femminile al preferire il “tre pezzi maschile”.
Non si confondano gli ideali: questo è Anarco-Dandismo, non qualche sozzo Conservatorismo!


Le sta a pennello, Signore: un'intervista con Gustav Temple della rivista The Chap


lunedì 4 agosto 2014

Modellismo steampunk via Kickstarter: Wolsung, Infamy, Twisted.


Abbiamo tutti le nostre piccole passioni.
C'è chi colleziona francobolli, chi preferisce le monete antiche. 
C'è chi fotografa le scritte dei cessi dell'università, chi completa ogni singolo achievement di ogni singolo videogioco.
Chi veste solo abiti firmati, chi fuma solo quel tipo di sigarette, chi deve correre ogni tot ore. 
Chi colleziona auto da corsa, chi colleziona diamanti, chi deve farsi di cocaina alla sera.
Diverse passioni, diverse fissazioni. Ma certo nessuno è più da compatire di chi, come il sottoscritto, ha l'unica fissazione del modellismo. Chi colleziona miniature, nel particolare. Specie nell'ambito del wargaming, dei giochi tridimensionali, degli ibridi cooperativi e degli Rpg.

Sono sicuro che, a un conto razionale di quanto spendo, mi sorprenderei a trovare una cifra molto bassa. Ne sono sicuro perché da bravo studente-barbone di Lettere, tutti i miei soldi (o almeno il 90%) se ne vanno in grigie fotocopie per tesi e testi d'esame. E ne sono altrettanto sicuro perché vedo amici e conoscenti che spendono molto di più e per cause molto più futili.
Diamine, ho perso il conto dei viziati figli di borghesi dalla triplice auto, che mi raccontano che dopo aver fatto ben due esami in giugno (due sono tanti? Hahaha! E di quale facoltà? Dams o scienze sociali! >.<) andranno in vacanza iperpagata, o si vedranno pagato il bollo dell'autino regalato a diciotto anni. 
Già, a voler infierire, le spese per il motorino o per l'auto non sono proprio cosucce da nulla. Vogliamo poi discutere degli Hobby per ricchi sul serio, come la pesca?

Eppure, anche così, il conto e il prezzo delle miniature e del modellismo sono spesso roba da svuotare il portafoglio e lasciarlo depresso e piangente in un angolo. E' una conseguenza psicologica, perché ripeto, razionalmente le spese sono contenute. Dal mio punto di vista, dopo aver fatto un esame di storia dell'arte greca e romana, non trovo grande differenza dal cittadino greco che comperava le statuette in bronzo e l'italiano (io) che compra le miniature. Nel caso dell'antica Grecia agiva una (minima) spinta religiosa, ma in entrambi i casi sottostava sempre una potente spinta estetica.
E' un fattore che l'irrigidito, stupido consumatore/ essere umano attuale non può comprendere.
Non può capire che non m'interessa acquistare un oggetto, la miniatura. Piuttosto, m'interessa comprare un oggetto d'arte, che come Dorian Gray insegna, è fonte di piacere. Piacere estetico, derivante dalla sua contemplazione. Io non tengo le miniature assemblate sul tavolo perché mi piace vantarmene: le tengo perché guardarle mi provoca – se ben scolpite e dipinte – una vivissima soddisfazione che non ha nulla a che fare con il gioco cui è collegata o col fatto – opinabilissimo – che sia un “giocattolo”. Ma tant'è: gli stessi idioti che marchiano modellismo e action figures come “inutili” sono gli stessi geneticamente incapaci di apprezzare il fumetto, e che ai musei d'arte cercano solo le tele più costose perchè solo quelle “valgono”. Gl'identici coglioni che se gli dai in mano una miniatura, non sono nemmeno in grado di tenerla in mano e la schiacciano, rompendola: è colpa tua, ti diranno, sono giocattoli fragili e inutili. A lungo andare questi critici (numerosissimi come scarafaggi, ma meno utili all'ecosistema) si dedicheranno, per darsi un tono, all'arte astratta, che non è arte e non contiene mai messaggi politici o culturali e che li lascia così soddisfatti alla loro apatia conta-soldi. Si capisce, che li disprezzo?

Ma parlavamo di modellismo. E più nello specifico, modellismo steampunk.
Da quest'estate, sono comparsi in successione tre progetti di miniature steampunk che potrebbero interessare gli appassionati del Dio del vapore. Sono tutti e tre su Kickstarter, la nota piattaforma di crowdfunding ormai consueto passo per gran parte dei progetti di giochi da tavolo.