Junger
racconta nel suo diario come, quand'era giovane, il mondo del
romanziere russo Tolstoj gli sembrasse reale quanto il nostro: negli anni vissuti nell'ozio dell'intellettuale in seguito alle ferite nella Grande Guerra, aveva acquisito quest'abitudine mentale; i
personaggi, gli ambienti e i “tipi” descritti da Tolstoj gli
balzavano di fronte agli occhi di continuo, confondendo reale e
narrativa.
Questo
bagaglio di riferimenti, di ricostruzione che oggi definiremmo
“virtuale”, era possibile solo per l'ampiezza stessa dei mattoni
romanzi russi: oggigiorno risulterebbe impensabile. E' interessante,
a questo proposito, come sia divenuto un complimento definire un
romanzo “leggero”, in allegra compagnia con aggettivi leopardiani
come “vago”, “impalpabile”, “si legge velocemente”,
“agile” ecc ecc La povertà, se non l'assenza, delle descrizioni
nelle opere attuali impedisce di citarle, di vederle nel reale;
l'operazione compiuta da Junger fallisce miseramente. Per altro,
saltare le descrizioni per lasciar tutto all'immaginazione del
lettore presuppone che il lettore abbia fantasia, cosa tutt'altro che
scontata...