Visualizzazione post con etichetta alan moore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alan moore. Mostra tutti i post

venerdì 29 dicembre 2017

Libri/Film/Fumetti in uscita nel 2018, tra Robert E. Howard e Alan Moore


Con questo articolo volevo provare a compilare una lista di libri, fumetti e film che dovrebbero uscire nel 2018
Ho eliminato di proposito ogni film blockbuster, così come i fumetti mainstream e i libri delle grandi case editrici: quello che vorrei proporvi è una selezione di nicchia.
Quel genere di fuoriclasse, di estranei, di indipendenti che non trovano spazio nemmeno alla pubblicazione, figurarsi nei listoni per l'anno nuovo. Nicchie dentro altre nicchie, produzioni via crowdfunding, prodotti troppo strani, “bizzarri” per diventare popolari.
Considerateli una Lega degli Straordinari Gentlemen.


Il riferimento non è casuale, perchè esordendo con il fumetto, a giugno 2018 dovrebbe uscire il primo volume di “The Tempest”, ultimo capitolo dell'ormai decennale saga di Alan Moore.

Nel caso della Lega è uno dei fumetti che seguo da più tempo, nelle sue diverse iterazioni e spin off, a cui sono sinceramente appassionato, tanto nei personaggi quanto negli splendidi disegni di Kevin O' Neill.

Il fumetto dovrebbe svilupparsi su tre differenti piani temporali: nei quartieri generali dell'Intelligence della Gran Bretagna, ai giorni nostri; nella perduta città di Kor della regina Ayesha, in Africa e nel mondo post apocalittico del 2996. La copertina sembra dimostrare che sono sopravvissute solo due dei membri originari della Lega, ovvero Mina Murray e l'androgino Orlando.
A questi tre differenti filoni, che Moore promette più che mai meta referenziali e citazionisti, si affiancherà uno spin off chiamato “Seven Stars”, un immaginario fumetto supereroistico del 1964, in bianco e nero (lo vedete sullo sfondo dell'abbozzata copertina).

venerdì 8 settembre 2017

Alan Moore su Trump, la magia e tante altre cose


Alan Moore recentemente è stato intervistato dalla televisione francese, con una miniserie di otto video, dove nell'arco di pochi minuti riassume le sue posizioni e le sue riflessioni sul mondo, la politica, il cinema e ovviamente, la magia. Come H. P. Lovecraft, Alan Moore è quel genere di scrittore che trovo interessante tanto – se non a volte di più – delle sue opere. Ormai mi è impossibile capire se ho anch'io le sue stesse opinioni perchè la penso allo stesso modo, o semplicemente perchè l'ho talmente letto e ascoltato che l'ho interiorizzato e lo ripeto a memoria (!).
Ad ogni modo, visto che la trasmissione è in inglese con sottotitoli in francese, ho pensato di tradurla per mio conto e pubblicarla qui; ovviamente non è tutto e alcune espressioni mi erano indecifrabili. Consiglio, as usual, di rivolgersi alla versione originale, che è anche bene diretta. I francesi hanno una cultura in campo popolare invidiabile – saranno una manica di arroganti in altri campi, ma nell'arte e nella scrittura non li posso che invidiare.


venerdì 11 agosto 2017

Providence 12. The Book, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni


“Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire.”
…e davvero a lungo avete atteso, cari lettori, but all good things come to those who wait e quest'ultimo, apocalittico finale di Providence è finalmente qui, sulla vostra doorstep, in attesa che spalanchiate il vostro volume di Providence e annotazioni alla mano di Cronache Bizantine analizziate pannello per pannello l'esoterico, magico lavoro del Bardo di Northampton. 
Qualche giorno fa, una sera torrida di questo agosto infernale, guardavo un bel documentario chiamato “Room 237”. Una raccolta di analisi, decostruzioni e raffinate analisi testuali-visive del capolavoro di Kubrik, Shining: una vasta, inesausta raccolta delle quante più diverse interpretazioni, dall'ipotesi complottista, all'interpretazione storica, all'ipotesi spiritualista, cartografica, psicogeografica, psicologica, freudiana, bettehelmiana, fino alla semplice speculazione sperimentale (proviamo a guardare Shining contemporaneamente dall'inizio alla fine e dalla fine all'inizio!). 
Shining nel documentario si presentava come una scatola di attrezzi, un incredibile assortimento di strumenti visivi con cui giocare e interpretare, oscillando da ipotesi più o meno convincenti, a ricostruzioni ai limiti del maniacale. Mi aveva in particolare colpito come molti di questi appassionati sezionassero Shining frame per frame, esattamente come io e Poropat e gli annotatori inglesi abbiamo sezionato Providence vignetta per vignetta
Mentre scoprivo coincidenze troppo frequenti per essere “solo” coincidenze, riflettevo su quanto la saga di Providence di Moore sia ancora aperta, persino dopo questo lavoro di annotazioni, ai più diversi studi. Sì, se mettessi assieme in un ebook i dodici capitoli di annotazioni tranquillamente mi verrebbe un volume di duecento pagine, ma costruirebbe, oltre che un'operazione immorale, considerando che il materiale inglese da cui ho attinto è gratis e open source, ancora la punta dell'iceberg, a malapena una scalfittura negli strati infiniti dell'opera di Moore. 
Questa non è una conclusione, ma come la storia stessa di Providence, un nuovo inizio. Abbiamo appena scritto quanto bastava per orientarci tra le citazioni Mooriane, abbiamo appena vergato una mappa orientativa di Providence. 
Come studente squattrinato di storia, non posso fare a meno di osservare come ancora manchi un'analisi del sottotesto storico della saga di Providence: come se non ancor di più che in Shining, c'è un chiaro, continuo sottotesto riferito all'Olocausto, evidente dalle camere a gas e dalle stesse origini ebraiche di Black: che sia tutto traslato negli Stati Uniti sembra trasportare il nazismo direttamente negli States, un'operazione oggigiorno alquanto attuale, considerando la resurgence di 4chan/pol, gruppi neonazisti su tumblr e una generale operazione storica che è nel contempo una riscrittura e un'invenzione. Non ci sono studi su Providence da una prospettiva psicanalitica, altro elemento con cui pure Moore gioca parecchio, non ci sono studi bibliografici – sui libri all'interno del fumetto –, non ci sono studi letterari, sull'uso delle diverse lingue di Moore, che tanto ha fatto ammattire il nostro pur infaticabile traduttore italiano, Leonardo Rizzi
Diamine, perchè limitarsi ai soli studi accademici? 
Per gioco e non per profitto, non c'è nulla che vi vieti di continuare a espandere il mondo del Neonomicon e di Providence: cos'è successo nel XX secolo, dalla morte di Black? E' davvero morto? Cos'hanno fatto e cosa è successo a tante creature e personaggi di Providence, nella Seconda Guerra Mondiale? Barlow, si è davvero suicidato? Bierce, si è davvero perso fino a morire nel Messico? Oppure... e cosa possiamo scrivere sulla bomba. La Bomba, quella atomica. Il parallelo con il gigantismo degli dei lovecraftiani mi sembra talmente ovvio, talmente lapalissiano. 
Com'è possibile che nessuno di questi racconti “lovecraftiani” abbia approfondito questo parallelismo? Quindi, avanti, appassionati. La strada è aperta e Moore ci ha appena tracciato non tanto un sentiero, quanto un'autostrada ultra deluxe con i migliori pit-stop che potevamo immaginare. 

Come sempre, le annotazioni provengono dal sito di appassionati Facts in The Case of Alan Moore's ProvidenceLe prime sedici pagine sono state tradotte da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano, veterano di vecchia scuola lovecraftiana, che è riuscito a completare la translation a ridosso delle vacanze agostiniane. Le altre 16 pagine sono invece mie, come al solito. Come con Providence 11, può essere che ritorni sull'argomento e corregga le note: com'è tradizione di questo blog, siamo in un eterno work in progress



mercoledì 2 agosto 2017

Providence 11. The Unnamable, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni


Il penultimo capitolo della serie a fumetti di Providence, The Unnamable, compie ancora una volta il miracolo: posto dinanzi alla banalità di tante conclusioni insoddisfacenti e/o insolute di tante saghe, Moore preferisce piuttosto fornire risposte al lettore, anzi dargli di nascosto la chiave (d'argento?) per comprendere non solo Providence stessa, ma anche il Neonomicon. Gli accenni comparsi nei capitoli precedenti ritrovano in The Unnamabale il loro pieno completamento: ogni singola storia dei numeri precedenti trova in questo caso un finale che è nel contempo il finale dei racconti di Lovecraft corrispondenti e allo stesso tempo è un finale Mooriano, sovvertito nella sua stessa essenza. 

All'elemento fittizio della narrativa del Solitario di Providence, si affiancano due altri filoni: la ricostruzione - ancora una volta fittizia e nel contempo reale - degli eventi storici che conducono al 2006 del Neonomicon, e la ricostruzione stavolta storica e ineccepibile della vite e delle tragiche conclusioni di tanti amici del circolo di Lovecraft e del Weird Tales: dal cervello esploso per un colpo di rivoltella di Howard, al suicidio per barbiturici di Barlow, alla lenta caduta nell'oblio di tanti scrittori dell'epoca, un dimenticare tanto più visibile quanto più lo scomparso Lovecraft s'ingigantisce fino a diventare l'attuale juggernaut della cultura pop. 

Il cerchio, o meglio la forma circolare domina The Unnamable: dall'occhio di Black, che ha visto cose che la retina umana non potrebbe a ragione vedere, al disco a 45 giri che sceglie di ascoltare, alle ruote del bus che lo riconducono alla New York dove tutto era iniziato. Un cerchio che non è solo un motivo geometrico per tenere assieme il bric-a-brac di citazioni di Alan Moore, ma costituisce anche un simbolo di continuità e di rinascita, quell'eterno ritorno che banalizzato da Kundera trova qui una piena espressione fumettistica, un'incarnazione nietzschiana riverberata dal cavallo frustrato dal vetturino a Pagina 6, che ricorda l'abbraccio folle a Torino del filosofo dell'oltreuomo. 

La carrellata di scrittori e letterati raffigurati dalla sempre abile mano di Burrows mi ha fatto riflettere su quanto Lovecraft mi sia stato utile in questi anni non solo come singolo scrittore e filosofo, ma come consigliere di letture e scrittori da scoprire e fare propri: troviamo qui ad esempio il Robert E. Howard di Conan, così come Frank Belknap Long, Derleth, Burroughs, Borges...
Vi sono scrittori auto conclusivi, il cui corpus letterario si chiude in sè stesso; nel caso tuttavia di Lovecraft, caso tanto più pregevole se consideriamo che è un autore di genere, il lettore è motivato a cercare altri testi, altri romanzi, altri racconti. E a rifletterci attentamente, sono davvero tanti gli scrittori a cui mi sono avvicinato perchè avevano collaborato con Lovecraft, o perchè avevano una sfumatura che mi pareva lovecraftiana. Spesso si critica Lovecraft perchè spendeva troppo tempo a scrivere lettere anziché dedicarsi ai suoi racconti e romanzi: tuttavia senza quegli scambi di pagine e pagine di consigli letterari, di riflessioni, di sincere amicizie non avremmo avuto quella base forte di scrittori dell'horror e weird che è poi compiutamente sbocciata tra gli anni '50 e '60. 
Qual'è infatti una delle domande più frequenti nei gruppi e nei forum lovecraftiani? 
Ragazzi, mi consigliate uno scrittore come Lovecraft?
Ragazzi, mi consigliate un bel romanzo lovecraftiano?
Il lettore, dopo aver letto Lovecraft, è naturalmente spinto a scoprire nuovi autori, nuove opere. 
Non è un passaggio così ovvio, così naturale. Tanti lettori con la puzza sotto il naso, che leggono letteratura alta, rimangono legati a quei due autori in croce e raramente se ne distaccano. 
E cosa dire degli altri autori fantasy? Non conosco un singolo appassionato della Rowling che chieda di leggere un romanzo rowlinghiano. Nessuno, nei gruppi di fan di Enrico il Vasaio, domanda altri romanzi di quel genere, altre saghe su scuole di magia e urban fantasy (e ce ne sono, eh? Anche migliori...). No, a differenza dei fan di Lovecraft con questi autori l'appassionato si adagia a rileggere ossessivamente i sette romanzi, a imparare a memoria nomi e luoghi, a masturbarsi reciprocamente con nostalgiche rievocazioni dei film e dei libri. 
C'è un unico autore che mi sovviene avere una popolarità paragonabile a quella di Lovecraft... 
J. R. R. Tolkien, naturalmente. Autori entrambi di mitologie, autori entrambi di opere che affamano chi le scopre di nuove letture, nuovi autori, all'interno di un percorso di crescita, di maturazione, non di rincoglionimento infantile...

Come sempre, le annotazioni sono tradotte dal sito inglese Facts in The Case of Alan Moore's Providence; scomparso il diario di Black, abbiamo 32 pagine, 16 tradotte dal velocissimo Matteo Poropat della Tana dello Sciamano e altre 16 dal sottoscritto. 
As usual, commenti e osservazioni sono i benvenuti. 



venerdì 21 luglio 2017

Providence 10. The Haunted Palace, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Nonostante il caldo che sta lentamente trasformando Trieste in un umido avamposto vietcong, io e il mio collega Matteo Poropat della Tana dello Sciamano siamo riusciti a tradurre il numero successivo di Providence, The Haunted Palace. Siamo a metà strada dalla conclusione, nel mezzo del terzo volume curato dalla Panini Comics. 
Black, finalmente arrivato a Providence, sta lentamente assemblando i pezzi del tortuoso puzzle costruito da Moore nei nove numeri precedenti. Per il giornalista da New York, la bugia che quanto vede sia solo un'allucinazione mentale è ormai impossibile da mantenere: lentamente le ultime vestigia di sanità mentale lo stanno abbandonando. 

Un numero fondamentale, dunque, questo The Haunted Palace, dove le annotazioni ancora una volta risultano importanti, gettando un filo di Arianna a un lettore altrimenti sperduto nel labirinto di citazioni, riferimenti letterari, meta-letterari, cinematografici, filosofici, scientifici... Senza dimenticare che mai come in The Haunted Palace Alan Moore esplicitamente si auto-cita, obbligando a una ri-lettura di alcuni passaggi chiave, di alcuni frammenti dei volumi precedenti. 
Se The Haunted Palace è rivolto all'indietro, nel contempo è proiettato in avanti: gli agganci con il Neonomicon diventano stavolta espliciti, alludendo all'operazione di maniacale raccordo narrativo che incontreremo con Providence 11 e Providence 12. 

Al solito, la fonte originale sono le annotazioni del gruppo inglese Facts in The Case of Alan Moore's Providence. L'impaginazione considera la pagina 0 la copertina e procede seguendo una numerazione progressiva. I riferimenti ai numeri precedenti di Providence possono essere sbagliati di qualche pagina, ma non di molto: in ogni caso, a serie completa, ricontrollerò per sicurezza la bibliografia. Come sempre osservazioni e commenti sono i benvenuti.  



venerdì 7 luglio 2017

Providence 09. Outsiders, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Volevo approfittare dell'introduzione a questo nuovo articolo di annotazioni sul terzo volume di Providence per fare il punto sul percorso di Moore dentro l'universo di Lovecraft. Può non sembrare, ma con la traduzione della Panini Comics siamo finalmente arrivati alle ultime puntate della saga: dallo Yellow Sign del febbraio 2016, è stata una lunga strada costellata di annotazioni.

Robert Black, un tempo giornalista per il New Herald, si è allontanato dalla metropoli di New York, si è sperduto tra Massachussets e New England, è stato soggetto e oggetto di atti inenarrabili, di segreti inconfessabili, di cose che dovrebbero essere morte, ma che attendono per eoni e eoni che la morte stessa muoia...



venerdì 30 dicembre 2016

Libri/videogiochi/film in attesa per il 2017, tra fantasy e steampunk


Con quest'articolo, vorrei raccogliere qualche titolo bizzarro che aspetto di vedere nel 2017: film horror e/o fantasy, indie o finanziati via kickstarter, un videogioco polacco e tanto altro.
Considerate questo post come un cestone pieno di roba alla rinfusa, dove curiosare alla ricerca di che cosa preferite. Lì fuori è pieno di liste della spesa su cosa più ci si aspetta di vedere/leggere/giocare nel 2017, ma sono classifiche copia-incolla, di roba che già conosciamo.
Magari, perchè non commentate qui o sulla pagina facebook quale film/libro/fumetto/videogioco siete più curiosi di provare? Sono sicuro di essermi dimenticato di parecchia roba che dovrebbe uscire nel 2017, anche al di fuori del solito mainstream...

Iniziamo con i libri, dove in realtà non vi sono molte anteprime: l'unica che mi viene in mente, in riferimento ai libri di fantascienza e fantasy in uscita nel 2017, è Zona 42.

A Stranimondi avevano annunciato l'uscita di Elysium, romanzo di Jennifer Marie Brissett, con traduzione di Martina Testa (Jonathan Lethem, David Foster Wallace, Jennifer Egan).
E' un romanzo con protagonista un'intelligenza artificiale che narra una storia d'amore in un mondo post apocalittico. Il romanzo ha ricevuto una menzione al premio Philip K. Dick e un'entusiasta recensione di Paul di Filippo.

Se Elysium è programmato per gennaio, a primavera dovrebbe uscire Lagoon, romanzo di Nnedi Okorafor, vincitore dei premi Hugo e Nebula. Il romanzo narra dell’arrivo di una nave aliena nei pressi di Lagos, in Nigeria, e delle conseguenze drammatiche di questo primo contatto per la popolazione della città. I tre protagonisti della storia si ritroveranno coinvolti in una serie di avvenimenti che cambieranno profondamente la loro vita e la storia del mondo che li circonda.
Gli autori al di fuori dell'area europea/anglosassone finora mi hanno profondamente deluso per ingenuità e mancanza di stile, quindi spero che il nigeriano “spezzi” il trend.

Sempre con firma Zona 42, dovrebbe uscire un'antologia curata da Giorgio Majer Gatti, l'ex della rivista Parallaxis. Nell'ambito dei progetti minori, Jacopo Berti dovrebbe curare per Zona 42 un testo di fantascienza ottocentesca triestino, che andrebbe recuperato e riproposto come scientific romance. Non ho idea di cosa si tratti, ma essendo anch'io di Trieste, sono moderatamente curioso. Sembra che il progetto Vekkiume di Vaporteppa generi imitatori...

venerdì 30 settembre 2016

Providence 08. The Key, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Considero Providence 08 uno dei turning point della saga di Alan Moore.
Nei numeri precedenti di Providence, l'elemento orrorifico era predominante: che fosse politico, cosmico, sociale, gore, puramente soprannaturale, lo scopo era trasmettere la paura e l'angoscia del protagonista. Con Providence 08 invece, il discorso si apre ad altri sentimenti e altri orizzonti, pur restando pienamente nei canoni lovecraftiani.

Vediamo qui compiutamente all'opera quale ampiezza, quale dimensione abbia preso la ricerca di Moore: invece che limitarsi, come tanti epigoni pennivendoli, ai racconti dell'orrore, il buon Alan arriva finalmente a trattare le Dreamlands di Lovecraft. Comprende perciò che non tutto Lovecraft è horror e non tutto Lovecraft è Cthulhu; realizzazione a cui molti sedicenti “appassionati” ancora non arrivano. Sul suo sito, S. T. Joshi ha sottolineato più e più volte quanti e quali interessi nutrisse Lovecraft; come al di fuori della fiction avesse coltivato una personale filosofia e stile di scrittura che pur rigettando (nei contenuti) il Modernismo, in realtà (nella forma) lo adottava senza remore.
Uno studio dell'epistolario, come della filosofia lovecraftiana è ancora parziale e frammentato: e uno dei principali ostacoli resta senza dubbio l'ostinazione con cui sia fan che anti-fan si concentrano su una minima parte di quanto ha scritto, trascurando tutto il resto.
Dove sono gli studi sul concetto di scienza per Lovecraft?
Sulla sua evoluzione filosofica?
Sul newdealismo/interventismo statale degli ultimi anni?
Dove sono – è il nostro caso – gli studi sulla sua produzione dunsaniana, di stampo onirico?

Per i fan, ogni minimo aspetto della vita del povero H. P. dev'essere ingigantita, distorta, mitizzata fino a trasformarla in un aspetto dei suoi racconti. 
Quel dato evento traspare in quella data opera; quel trauma in quello specifico mostro... 
Quando questo genere di analisi non funziona, il fan si limita a cercare dettagli inquietanti, sulla base del semplice assioma: racconti inquietanti = scrittore inquietante. Dall'altro, gli anti-fan si limitano a riprendere queste scenette, queste citazioni della vita di Lovecraft, capovolgendole però in chiave negativa: l'inquietudine diventa così razzismo, fobia, nazismo, comunismo ecc ecc
I fan e gli anti-fan (etichetta dove raccolgo sia gli haters puri che alcune frange intellettuali) sono però stranamente simili: entrambi cercano un Lovecraftmitico”, probabilmente mai esistito, dotato di orribili o meravigliose caratteristiche a seconda dell'interlocutore.

Perchè finalmente si riconosca il valore di Lovecraft bisognerebbe abbandonare questa “idolatria” di Lovecraft per abbassarlo a quanto ha sempre voluto considerarsi: un essere umano tra i tanti, contraddittorio e propenso a cambiare come tutti. Si potrà allora accorgersi di quanti e quali aspetti si continua a trascurare, senza infognarsi nelle solite polemiche.

In Italia, lo studio di Lovecraft è nel vicolo cieco dell'evoluzione a causa della traduzione mancata di ogni studio accademico serio: ogni articolo su Lovecraft vi sa citare due soli autori: Stephen King e Houellebecq. Ironia delle ironie, sono due autori tra i peggiori nel campo, sostenitori a oltranza di un Lovecraft talmente stereotipato da risultare una marionetta, un involucro che ha l'unico scopo di contenere le idee dei due autori, senza il minimo legame con la realtà, che sia la bibliografia, o l'epistolario del Solitario di Providence. 
King, che ritrovo citato ovunque in articoli persino universitari, o presunti tali, non ha mai compreso nulla di Lovecraft, se non quei due concetti e quei due personaggi da plagiare a oltranza. Non metto in dubbio che King sia un bravo romanziere, ma non è uno studioso e si vede: non c'è alcuna riflessione seria su Lovecraft, il che bene si accorda con il suo anti-intellettualismo
Houellebecq “inventa” il suo Lovecraft per adattarlo alle sue idee politiche, tirando fuori qualche idea interessante (le osservazioni sullo stile di scrittura, ad esempio, le critiche a Freud) ma in ultima analisi anche lì Lovecraft non esiste, ne sopravvive solo un esagerato “mito”. 
Non abbiamo roba tosta, cazzuta, non abbiamo nemmeno le fondamenta: rendiamoci conto che tutt'ora S. T. Joshi è stato tradotto in più lingue, russo compreso. Russo, diamine! 

In America, è ormai impossibile menzionare Lovecraft senza ricevere una minaccia; o da chi ti accusa di razzismo, o da chi ti accusa di svalutarlo. Stretto tra le due morse, non c'è da sorprendersi se S. T. Joshi stia diventando sempre più un vecchio malmostoso chiuso sulla difensiva. Dev'essere frustrante vedere svanire il lavoro di una vita da scrittori ansiosi di sollevare un po' di pubblicità gratuita, che sia insultando, o all'opposto dichiarandosi il suo nuovo “erede”.

Con questo ottavo numero di Providence ci spostiamo nella direzione giusta, per altro finalmente ponendo su carta un Lovecraftuomo” che sia credibile senza risultare macchietta. Mostrare le Dreamlands forse spingerà qualche fan a interessarsi a qualcosa di diverso dal Ciclo di Cthulhu, anche se sono pessimista al riguardo...  

Come per gli ultimi 3 numeri delle annotazioni, le prime 13 pagine sono state tradotte da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano. Fateci un salto, sta per lanciare un'interessante rubrica su Hellboy tra cinema e fumetto. Le annotazioni sono come sempre tratte da Facts in the Case of Alan Moore's Providence


The Key

venerdì 9 settembre 2016

Providence 07: The Picture, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Il sistema di annotazioni in calce a ogni opera di Alan Moore potrebbe far pensare a un autore che ama i sottotesti. E certamente, la serie di Providence è un'opera complessa. Se anche un lettore casuale volesse apprezzarla, dovrebbe comunque, obbligatoriamente, leggersi almeno i racconti principali di Lovecraft. Trovo straordinario, come in un'epoca easy e volgare come questa, dove tutto dev'essere immediatamente disponibile e alla portata di tutti, ci arrivi sulla soglia di casa un'opera, che è per di più un fumetto, che richiede uno studio preliminare.
Roba che fa battere il mio cuoricino di universitario frustrato.
In secondo luogo, è falso che Moore usi davvero i sottotesti. Certo, vi sono più livelli di lettura, tante simbologie e giochi di rimandi, un incredibile lavoro di approfondimento linguistico. Tuttavia, il macguffin della storia consiste proprio nell'errata razionalizzazione di Black: i mostri che intravede, il soprannaturale con cui a che fare non sono “simboli” per altro, non sono metafore, o allegorie, come tenta disperatamente di spiegarsi nel Commonplace Book.
I mostri sono mostri, l'irreale è irreale. Non c'è alcun specchio distorcente, nessuna metafora, nessuna segreta spiegazione: la magia c'è, esiste. Pertanto Alan Moore usa Robert Black per trollare alla grande tutti gli intellettuali che usano il fantasy e l'horror per parlare d'altro, senza fare attenzione a trasmettere in primo luogo il sublime e la paura che generi simili richiedono.
Ne abbiamo un esempio grandioso in Providence 07, sulla falsariga del racconto Il modello di Pickman; nelle prime pagine, ospite del pittore, Black gli attribuisce una serie infinita di sottotesti:
… la rabbia dei ceti oppressi
… un diverso stato di coscienza
… ha un sottotesto politico

Non di tutto, ma di tutto per negare che i ghoul nel quadro siano i ghoul nella fotografia e che Pitman, lungi dall'essere un artista da strapazzo, è solo un pittore realista.

Con la settima puntata di questa serie, valgono i riferimenti dei numeri precedenti: il sito da cui ho tradotto le annotazioni è Facts in the Case of Alan Moore's Providence; le citazioni sono invece tratte dall'edizione della Newton&Compton Editori; fino a pagina 13 l'infaticabile lavoro di traduzione è stato svolto da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano. Non sarei riuscito a completare con tanta velocità le annotazioni senza il suo aiuto, specie in questo periodo di fittissimi esami, per cui gli sono terribilmente riconoscente.


The Picture

lunedì 15 agosto 2016

Providence 06: Out of Time, di Alan Moore. Traduzioni dal francese, annotazioni, analisi.


Seconda collaborazione col blog dell'amico Zeno e seconda incursione nel mondo delle traduzioni. Siamo al sesto capitolo della storia di Alan Moore, alle prese con la lenta discesa tra il sogno e l'incubo del giornalista Robert Black. Questo numero della graphic novel è intitolato “Out of Time”, un ovvio riferimento a una tra le storie di Howard Phillips Lovecraft che preferisco, The Shadow out of Time, da noi L'ombra venuta dal tempo. Scritta a meno di un anno dalla sua morte, è ancora ispirata a un sogno, e mescola mito (anzi Miti), fantascienza e orrore in maniera magistrale. La possessione e la conseguente perdita del sé, lascia spazio alla meravigliosa possibilità di accedere all'esistenza tramite una “interfaccia organica”, un corpo alieno la cui sola vista potrebbe portare alla follia le nostre menti. Eppure il fascino (della conoscenza quindi dell'ignoto) ha la meglio sull'orrore e per una volta il confronto con realtà nate “altrove” non ha conseguenze nefaste, almeno finché non viene scoperchiata una certa botola di pietra...

Proprio i temi della possessione (mentale e fisica) e della perdita dell'identità sono al centro di questo sesto numero di Providence, con una scena di raro impatto in quanto a violenza psicologica. Black si salva solo grazie alla sua capacità di razionalizzare, ridurre a un possibile sogno (o stato ipnotico) quanto di sovrannaturale gli continua ad accadere, muovendosi in uno stato di sogno lucido tra demoni, ghoul, spiriti reincarnati, modifiche dello spazio tempo, esseri intra dimensionali e sogni premonitori.

Tutto questo sta, come una sorta di “Yog-Sothoth narrativo”, nelle pagine e tra le pagine.
È la porta, che conduce a una nuova consapevolezza, ed è la chiave.
È nelle parole e nei lori duplici, malleabili significati.
Parole nella nostra lingua e parole in Aklo, l'idioma, del tutto inventato, capace di aprire le porte su altri stati percettivi, quindi su altre realtà. Come nel racconto From Beyond (Dall'altrove), iniziamo assieme al nostro Robert Black a essere partecipi di una molteplicità di mondi che si intersecano, a noi del tutto invisibili finché una qualche scienza (o magia, ma le sappiamo equivalenti), non ci rendono capaci di questa nuova visione.

Nel caso di Providence e del suo “araldo”, Robert Black, siamo di fronte a un cammino iniziatico attraverso l'America dei primi del '900, con i suoi luoghi segreti e i suoi “immigrati”, giunti da altre dimensioni spazio temporali, filtrati dal passato o dagli spazi siderali.

Se questo cammino condurrà a una visione di meraviglia, paragonabile alla città al tramonto la cui bellezza era celata dall'opera del Caos Strisciante, oppure alla conoscenza di un orrore tale da rendere l'oblio l'unica salvezza, come la vista di una nuova R'lyeh emersa dalle acque insanguinate da millenni di guerre, solo i prossimi numeri di Providence potranno dirlo.



Out of Time

venerdì 5 agosto 2016

I miei due cent su Pokemon Go


Pokemon Go è ormai uscito da diverse settimane, con i suoi pro e contro.
Da un lato, il suo essere un'interfaccia tra reale e virtuale ha creato alcuni paradossi, alcuni orrori che erano già stati anticipati dalla narrativa cyberpunk: tra gente investita con lo smartphone nel pugno e rapinatori che usano i Pokemon Stop per trovare vittime inconsapevoli siamo in pieno Charles Stross, o Neal Stephenson.
Come sempre nel caso di giochi/tecnologie del genere, le loro deviazioni, usi&abusi, difetti da “giocattolo rotto” contano più del gioco stesso, in sé stupido.
Da considerare con particolare attenzione il caso dell'etica della caccia al Pokemon, con il dibattito (unilaterale) se si dovrebbe proibire la “cattura” in alcuni luoghi, per rispetto verso la loro funzione (chiese, luoghi pubblici, case private, musei ecc ecc). Unilaterale, perché vietare l'app significherebbe mettersi contro il mercato, che si sa deve restare libero e incontrollabile: niente interventi statali, ne con i Pokemon, ne con l'economia!
Le istituzioni si rivelano anche in un ambito triviale quale il Pokemon Go impotenti, incapaci di mettere in atto anche la più minima imposizione al free Pokemon trade.
Il divieto di usare la app dagli americani viene visto come una violazione dei diritti umani, una schiavitù inconcepibile. Il secondo giorno c'era già chi catturava Pikachu&Cazzomon vari all'Holocaust Museum di New York (!) Alle proteste dei curatori, i giocatori protestavano che non era un'offesa alla Memoria, ma una celebrazione dei valori americani, perchè...
… il nazismo avrebbe vietato Pokemon Go, pertanto giocarci nella ricostruzione di un campo di sterminio non è solo possibile, è anche necessario per ribadire la nostra libertà contro ogni totalitarismo...

Non trovo le forze per smontare un simile magister cazzarum, se non per ribadire ancora una volta il solito nesso identificativo tra libertà di mercato, libertà di giocare e libertà di consumo.

venerdì 22 luglio 2016

Providence 05: In the Walls, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Chi l'avrebbe mai detto? Sono talmente abituato ai ritardi e ai rimandi, quando si tratta dell'editoria italiana, che siano fumetti o romanzi, che non mi aspettavo sinceramente che davvero la Panini Comics facesse uscire Providence 2 in luglio. Eppure, eccolo qui.
A Trieste (fumetteria Neopolis) c'era un'intera pila a lato della cassa, il che mi lascia ben sperare che Providence stia vendendo bene anche in Italia. In effetti, ero talmente convinto che ne avrei trovate due copie nascoste dietro Topolino, che avevo iniziato a guardare dappertutto... tranne che nel posto più ovvio, come mi ha indicato il barbuto negoziante.
L'episodio 2, come lo chiama la Panini Horror, include le storie di Providence dalla 05 alla 08.
Rispettivamente:

Providence 05 – In the Walls
Providence 06 – Out of Time
Providence 07 – The Picture
Providence 08 – The Key

Providence 05 usa come principale riferimento il racconto La casa delle streghe, opera che ha avuto la (dubbia) fortuna di un adattamento televisivo di Stuart Gordon. Non è l'opera di Lovecraft che preferisco, perchè trovo che il concetto di strega che usa sia ancora troppo legato all'horror classico.
Moore, come sempre, dimostra quali magie si possano compiere con il fumetto, imbastendo una struttura narrativa perfettamente circolare, a incastro, dove i diversi “pezzi” del racconto combaciano perfettamente. Avete presente quegli enigmi di legno, quei rompicapo che stanno assieme senza colla o forzature, solo per una strana combinazione geometrica?
In the Walls sembra essere il loro corrispettivo a fumetto. Il viaggio in auto – il pernottamento nella casa – il doppio risveglio – ogni parte combacia l'una con l'altra alla fine della lettura, ma non nella combinazione che ci potremmo aspettare.
Quest'attenzione alla storia è tuttavia solo un aspetto del fumetto, perchè gli va aggiunto lo straordinario lavoro di dislocazione della Casa delle streghe, con gli oggetti del mobilio che mutano impercettibilmente per segnalare la natura “magica” del luogo e con gli stessi contorni delle vignette che servono a “classificare” quale sia l'atmosfera – onirica, sovrannaturale, “normale” - assolvendo a una sorta di categoria (nel senso della semiotica).

Per le annotazioni di Providence 05 valgono le fonti dei numeri precedenti (si veda la colonnina a destra): la traduzione proviene dai Facts in the Case of Alan Moore's Providence e le citazioni dall'edizione economica Newton&Compton. Nell'eventualità che riscontriate degli errori e/o delle contraddizioni, commentate qui, che è probabile sia un errore di traduzione dovuto alla stanchezza.

Questo primo articolo di annotazioni su Providence 2 apre anche una collaborazione tra blogger: fino a pagina 13 infatti il lavoro di traduzione è stato svolto con impressionante velocità da Matteo Poropat, della Tana dello Sciamano. Mi aveva domandato se volevo una mano nella traduzione e diamine, se accetto volentieri una mano, anche due, anche un tentacolo se serve! ^_^
Oltre fornire una quanto mai necessaria dose di professionalità a questo sistema di annotazioni, Poropat ha inserito qualche sua osservazione personale su alcune delle scelte e degli inner-joke di Moore. Concorderete che è stato svolto un ottimo lavoro.


In the Walls


lunedì 27 giugno 2016

Providence 04: White Apes, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Quarta e ultima storia di Providence, White Apes prende a modello l'orrore di Dunwich, andando a sollecitare con la delicatezza di un coltello arroventato il tema della purezza razziale e della degenerazione biologica da sempre fondamentali in Lovecraft.
Nel numero precedente, basato sull'Ombra di Innsmouth, Moore giocava con argomenti pesanti come campi di prigionia e Olocaust(i)o, mentre nei primi due, grazie al racconto Aria fredda e Orrore a Red Hook, trattava il razzismo e l'immigrazione. La posta pertanto è al continuo rialzo, gli argomenti trattati salgono sempre più d'importanza, andando a sollecitare riflessioni su argomenti “innominabili”.
In tal senso, il secondo volume della Panini Comics, in teoria disponibile da luglio, dovrebbe offrire un po' di respiro, perché raccogliendo i numeri di Providence dall'05 allo 08 si occupa di argomenti più onirici, nel campo di Kadath e compagnia bella.
Ciò non toglie, che avendo dato un'occhiata alla versione inglese, il lettore offeso dalle tematiche “impegnative” continuerà a restare offeso: sia nel gioco disinvolto che Moore fa di Lovecraft stesso e delle sue opere, sia nel suo uso delle scene di sesso, disegnate in modo da dar “fastidio” al lettore.
Se la tra-duzione e l'intro-duzione si manterranno ai livelli di questo primo numero, la Panini avrà svolto un gran bel lavoro. A questo proposito, rimango ancora dubbioso sulla scelta di una traduzione intermittente, che alterna una resa dei dialoghi in dialetto assai sofisticata a una rinuncia di alcuni termini di geografia e storia. Trovo ad esempio irritante che non siano stati tradotti i titoli dei capitoli – White Apes? Yellow Sign? Sul serio? - come d'altronde i vari libri di occultismo di cui pure esiste la versione italica. L'idea di sfruttare l'esotismo del titolo per far colpo non mi sembra simpatico verso il lettore. Tuttavia, nell'insieme posso comprendere che un lavoro come quello di Providence è nel contempo l'incubo e il sogno di ogni traduttore esperto.

Come sempre, il riferimento fondamentale da cui traggo ogni traduzione è Facts in the Case of Alan Moore's Providence, collettivo anglosassone di esperti il cui acume non cessa di stupirmi.
Ho aggiunto tuttavia qualcosa di mio, sopratutto da Providence 02 in poi: è divertente constatare, man mano che scrivo l'articolo, come anche gli annotatori si stanchino, lasciando passare intuizioni per me ovvie.
Le citazioni dai testi di Lovecraft sono invece tratte dalla solita edizione economica Newton&Compton, dalla copertina biancheggiante. Rivedendo i titoli di alcuni racconti rimango sempre stupito dalla sciatteria di certe scelte stilistiche dell'epoca. Certo, il Solitario di Providence è un autore difficile da trattare, ma tra le traduzioni del secondo dopoguerra e il recente trattamento “modernizzante” di Altieri mi pare che non ci sia ancora stato un lavoro da vero filologo dietro.
E nessuno più di uno storico o un filologo saprebbe rendere una scrittura bizantina (!) come quella di Lovecraft.

Non appena uscirà il secondo volume (Providence 05-08) continuerò con le annotazioni.
Come sempre, non esitate a segnalare errori, incongruenze o curiosità.  



White Apes 

lunedì 9 maggio 2016

Providence 03: A Lurking Fear, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


La serie di Providence di Alan Moore si dovrebbe comporre di dodici numeri – al momento nell'edizione italiana la Panini Comics ha pubblicato i primi quattro in un unico volume cartonato, mentre l'edizione anglosassone è arrivata all'ottavo numero da qualche settimana.
Spero che non passi troppo tempo prima che la Panini prosegua coi quattro numeri successivi: dopo una partenza in sordina, la serie sta acquistando attrito e dopotutto non è certo un albo qualunque, da leggere in fretta e mollare via. E' naturale debba trascorrere parecchio tempo, perché il virus lovecraftiano si diffonda adeguatamente e generi nuovi cultisti/lettori.

Certo, a leggere certe recensioni e commenti negativi, viene quasi da malignare che un autore così raffinato non ce lo meritiamo e che quest'intero sforzo – pubblicazione, traduzione, persino quest'analisi – sia una fatica inutile.
Cosa dire, ad esempio, di un recensore che definisce Providence “una bella cazzata”?
Siamo su talmente molteplici livelli di lettura e approfondimento da perderne il conto, incapsulati dentro una ricostruzione storica ferrea e un Burrow mai così certosino.
Eppure, per un recensore è una “bella cazzata”. E Moore scrive in modo “noioso”.
Siamo a un fenomeno trasversale a molti generi e media, dai film ai fumetti: ricercare documentazione e volerla esibire è delitto, proporre qualcosa di più che la solita minestra riscaldata è offendere il lettore, voler proporre uno stile di scrittura e una lingua storicamente situata negli anni '20 è peccare di “citazionismo”. E' l'odio rampante di chi vanta la propria ignoranza e non sopporta che gliela venga ricordata, che al minimo accenno di approfondimento fugge via e che a qualunque proposta culturale risponde chiedendo a cosa serve “nella vita reale”.
Come insegna Socrate, è importante sapere di non sapere e sono il primo ad ammettere un autentico analfabetismo verso un gran numero di argomenti. Tuttavia, vantarsi di non sapere, continuare a non voler sapere e offendersi se il Socrate di turno ti vuole aiutare è un comportamento davvero deprimente, di un'arretratezza reazionaria ormai diffusa.

Questo terzo numero - A Lurking Fear – si sposta a Salem, l'equivalente per Moore della Innsmouth di Lovecraft. Di questi primi quattro, Providence 3 a mio parere è il più efficace, il che spiega il ritardo per tradurre le annotazioni.
Vi sono così tanti dettagli da cogliere e assaporare, così tanti livelli di lettura e possibili interpretazioni. L'escamotage del sogno permette ad esempio una digressione sull'olocausto e i campi da concentramento agghiacciante, che al primo impatto mette davvero a disagio. Affidata a un autore normale, un'idea del genere, usare i mostri di Innsmouth per trattare l'antisemitismo, non avrebbe funzionato, sarebbe diventata solo offensiva e pretenziosa.
Incidentalmente, mi accorgo adesso che le origini ebraiche di Black sono state pressochè ignorate dai recensori “che ne sanno”, nonostante rivestano in rapporto all'epoca un ruolo fondamentale.

La numerazione che seguono e che ho adottato procede da pagina 0 (la copertina) e così via, analizzando vignetta di vignetta (Pagina 1 Vignetta 1 ecc ecc) Per le citazioni dalla narrativa, ho usato l'edizione dei Grandi Tascabili Economici Newton.


A Lurking Fear

martedì 1 marzo 2016

Providence 02: The Hook, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Sono da tre mesi che leggo Providence nella edizione in volume proposta dalla Panini Comics, che raccoglie le prime quattro storie di una serie di dodici tutt'ora in svolgimento.
E continuo a sorprendermi.
Sono come un minatore con una piccozza e una lanterna, che scoperto un filone continua a scavare, e scavare e scavare... all'infinito. Esagero, ma la quantità di materiale che è possibile trarre anche solo da questo secondo numero di Providence, The Hook, è incredibile.

L'elemento orrorifico, inteso come spavento puro e semplice del lettore, è presente: anche a una lettura sfogliata, disattenta, saltando qui e lì le nuvolette di dialogo, si fanno di certi balzi sulla sedia... Lo spavento non è confinato a un elemento splatter, che pure con Burrows funzionerebbe assai bene, ma attraverso l'uso delle vignette, i contorni (!) delle stesse, i giochi di luce, le inquadrature. 
A differenza di molti suoi colleghi, Moore semplifica (nella sua complessità) la sua composizione della tavola: vignette orizzontali, classiche, quattro per pagina nei momenti di “calma”; vignette verticali, squadrate, tre per pagina nei momenti di “inseguimento del mostro”.
Almeno a livello personale, trovo che ci sia tanto da imparare in una scenografia così attenta sommata però a una simile semplicità di vignette.

Ovviamente, giunto con grande difficoltà a redarre e tradurre dall'inglese questo secondo numero di Providence, The Hook, mi è difficile dire che Providence sia “facile”.
Certo che non lo è.
Richiede tanto dal lettore, sia in attenzione che in cultura.
Richiede, obbligatoriamente, di conoscere Lovecraft e i suoi racconti, per lo meno nella sua ultima versione pop degli ultimi anni.
Richiede, obbligatoriamente, di accettare un fumetto molto “verboso” che alterna paragrafi di pure spiegazioni a passaggi del tutto “visivi” senza nemmeno un'onomatopea.
Richiede, non è fondamentale ma quasi, di aver letto il racconto cui di volta in volta Alan Moore si basa per la sua avventura: nel caso di The Yellow Sign, Aria fredda, in questo The Hook, L'Orrore a Red Hook.
Richiede di fare qualche ricerca via Internet, o per lo meno di leggere le note dei fan inglesi, come per Jess Nevins e la Lega, a costo di avere dettagli della storia che restano insoluti.

Tuttavia, se queste condizioni sembrano restrittive, al contempo non c'è momento migliore per attuarle: la Rete permette di aggiornare le annotazioni e le osservazioni dei critici all'istante, gestendo un lavoro di gruppo da parte dei fan impensabile negli anni '80 e '90.
Inoltre, mai Lovecraft è stato così popolare: che un'occasione del genere si ripresenti è difficile, probabilmente siamo negli anni migliori per lanciare sul mercato un fumetto del genere (e di genere) e sperare venga recepito, compreso e apprezzato dal pubblico.

A proposito di questo secondo numero di Providence, The Hook, valgono le spiegazioni già date in The Yellow Sign, che se non avete letto vi consiglio di fare: le citazioni che traggo da Lovecraft provengono dai Grandi Tascabili Economici Newton, le annotazioni sono tradotte dall'incredibile sito di appassionati inglese, Facts in the case of Alan Moore's Providence
La numerazione delle pagine segue dalla copertina delle rispettive storie, in poi: la copertina di Hook è pagina 0, la pagina che segue pagina 1 e così via.
Se la guida vi è stata utile, condividetela e passatela a chi sta per leggere (o rileggere) Providence...
Se ci sono errori, commentate direttamente sotto, ho perso diversi Punti Follia per scrivere certi nomi “lovecraftiani”...


The Hook

venerdì 29 gennaio 2016

Providence 01: The Yellow Sign, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Ultimamente la saggistica mi interessa molto di più che la narrativa. Non capisco da quando è successo; dopo aver infatti scritto la tesi mi aspettavo un certo senso di disgusto all'idea di tornare a leggere saggi di storia, ma al contrario ne ho ricavato uno sprone ad approfondire sempre di più determinati argomenti di mio interesse. Inoltre, per quanto suoni paradossale, trovo che i saggi in lingua inglese siano molto più leggibili dei romanzi: certo, è in parte a riprova di un livello molto basso della prosa universitaria oltreoceano, però è così. Sempre più di frequente con molti romanzi che nemmeno cito qui sul blog, sopravviene la noia. Non sono scritti per forza male, o non sono mal costruiti: tuttavia dover ogni volta leggere “del giovane protagonista”, contro “l'antagonista”, con i colpi di scena presenti dove devono esserci e il percorso di crescita dell'eroe, e il dialogone finale... Non sono i difetti che mi fanno sbadigliare (quelli piuttosto mi fanno incazzare...), è l'estrema prevedibilità della struttura narrativa, con quel dato eroe, quel dato “nemico”, quel dato svolgimento.

La serie di Providence, di Alan Moore, mi ha finalmente riportato a una narrativa in grado di combattere ad armi pari con la saggistica. Per la prima volta da qualche mese ho avuto l'impressione di leggere un qualcosa che di fronte alla saggistica non si rintanasse nei soliti schemi, ma anzi le desse battaglia, senza perdere colpi. Providence, in tal senso, mi ha soddisfatto: è una serie solida, incredibilmente profonda e complessa, dove (finalmente!) trovo carne al fuoco su cui discettare.

La serie (composta di dodici capitoli) segue le vicissitudini di Robert Black, giornalista del New York Herald nel 1919. Il nostro giovane protagonista, emigrato a New York dalla cittadina di Milwaukee, indagando per conto del suo giornale su alcuni fatti di cronaca, conosce il Dr Alvarez, che in seguito ad alcune sue domande su un testo ritenuto maledetto, Sous le Monde, gli rivela il primo gradino di un mondo sotterraneo e nascosto, di testi antichi e strani rituali.
Black, ancora traumatizzato dal suicidio del fidanzato Jonathan Russell, ne approfitta per chiedere un permesso al direttore dell'Herald e imbarcarsi in un'investigazione ai limiti del soprannaturale tra il New England e il Massachusetts... il suo intento è di scrivere un romanzo che documenti la storia del soprannaturale nell'America pre moderna.

Alan Moore chiaramente escogita Robert Black come una (voluta) confusione tra caratteri antitetici di H.P. Lovecraft: da un lato, è un immigrato ebreo, omosessuale; dall'altro però ricorda Lovecraft perchè è un giovane scrittore insicuro, timido, fobico, con ambizioni di romanziere “impegnato” che non riesce però a concretizzare niente al di là della narrativa breve.

A questo personaggio già in contraddizione, Moore aggiunge un'ambientazione e una storia che gioca abilmente con i racconti brevi di Lovecraft senza però riconoscervene il canone, ma anzi citandolo con lievi correzioni che in apparenza innocue distorcono l'edificio “classico” lovecraftiano fino a farlo crollare. Un po' come quando rimuoviamo un sassolino da una montagna e la vediamo crollare in una valanga di schegge e sassi. Come se non bastasse, il sassolino tolto è dato proprio da quegli elementi che in Lovecraft sono sempre stati più controversi: nei quattro episodi finora tradotti compaiono infatti il meticciato e la purezza di sangue, gli immigrati, l'occulto e sopratutto il “rimosso”, cioè il sesso, le donne e nel caso del protagonista stesso, l'elemento antisemita.

Fare leva su questi elementi per atteggiarsi ad autore rivoluzionario nel frattempo confezionando l'ennesima opera becera e banale è già stato fatto tante volte. Sedicenti liberal ansiosi di dimostrare la loro (inesistente) superiorità di vedute rispetto a quel brutto razzista di Lovecraft hanno tante volte inserito a forza gli elementi che reputavano “mancassero”. Il risultato è sempre stato rozzo, un'operazione di chirurgia che degenerava in un macello. Perchè al di là di una non specificata “superiorità culturale”, non c'è alcun lavoro ne di documentazione, ne di analisi del corpus di testi su cui si vorrebbe operare. E il risultato è sempre bambinesco. 

Non così con Providence. 
Sarebbe superfluo citare il lavoro di documentazione, che costituirebbe già una storia a sé. Sopratutto, però, è magistrale come Moore sappia creare un'opera fobica, che sembra concentrare in vignette calme e lente una terribile ansia. Providence può venir letto sia come sovversione del canone lovecraftiano, sia paradossalmente come una sua dimostrazione. Questo perchè il fumetto giunge a incarnare tutte le fobie che Lovecraft aveva, concentrandole nel nevrastenico protagonista, che è in tal senso un vero intellettuale nella tradizione dei Miti. Se nel Neonomicon c'era una violenza di fondo, una forzatura rispetto ai testi di Lovecraft, qui in Providence la forzatura c'è, ma non si vede: proseguendo con l'analogia Moore ha scassinato il canone lovecraftiano senza lasciare la minima traccia, nel più assoluto silenzio.
E nella casa/canone che ha scassinato ha lasciato però un vero casino di mobili spaccati, materassi svuotati e insomma un canone completamente rivoltato a metà. Ma il modo in cui l'ha fatto! Ah, un furto con scasso raffinatissimo, poco da dire. 

L'edizione della Panini Comics raggruppa le prime quattro puntate.
Considerando che altre case editrici per l'identico prezzo avrebbero avuto la faccia tosta di proporre un volume in formato piccolo, ritengo che tutto sommato ci è andata bene. La copertina è solida, le pagine ampie e spaziose danno modo di mostrare i dettagli delle vignette, invero minuziosi. In coda al fumetto, ci sono le pagine con le copertine alternative, così come un breve saggio di Antonio Solinas, davvero ben fatto rispetto alla media del genere.

Le note che seguono sono in parte mie, in parte tradotte dall'ottimo sito Facts in the case of Alan Moore's Providence. Mi sono limitato alle annotazioni ufficiali ufficiali, evitando di tradurre le annotazioni relative ai testi in appendice a ogni singolo numero (Il Common Place Book, di Robert Black). Se volete davvero scendere in profondità vi consiglio il sito in lingua inglese e se volete proprio perdervi nella Tana del Bianconiglio, i commenti deliranti in calce a ogni articolo.
La traduzione della Panini Comics ha mescolato parole inglesi e italiane, con rese alterne. Avrei infatti preferito che si traducesse il titolo ad esempio, The Yellow Sign, così come alcuni degli slang newyorkesi risultano va da sé traducibili solo perdendo la connotazione locale. Vedremo come va con i numeri 5-8.
L'idea è di compilare, come avevo fatto con Nemo, delle note a piè di pagina per tutti e quattro i capitoli presenti in questa prima raccolta. Fatemi sapere che vi sembra e se l'idea suscita interesse, è un lavoraccio...


The Yellow Sign 

venerdì 17 luglio 2015

Nemo: Fiume di Spettri - Annotazioni di Jess Nevins e traduzioni dal tedesco


Se in maggio vi stavate chiedendo dove fosse la traduzione delle note di Jess Nevins relative a Nemo: Fiume di Spettri, sappiate che non le stavo scrivendo per una semplicissima ragione: non sapevo fosse già uscito nella traduzione italiana! I due precedenti volumetti erano entrambi scivolati a luglio inoltrato, e davo dunque per scontato che anche questo Nemo: Fiume di Spettri avesse incontrato uguale fine. Tanto di cappello (a tuba) alla Bao Publishing per esser riuscita a mantenersi nelle scadenze. Certo, qualche pubblicità in più sull'uscita del volume non avrebbe guastato: di rado ho visto un'opera di Alan Moore maggiormente bistrattata dalle librerie e dai forum di fumetti.

Qui su Cronache Bizantine da sempre abbiamo un debole per le opere più incomprese e bistrattate del Bardo di Northampton, da Promethea alla Ballata di Halo Jones, e dunque non potevamo certo fare un'eccezione per questo magnifico Nemo: Fiume di Spettri.

Nemo: Cuore di Ghiaccio resta senza dubbio il capitolo migliore della trilogia. L'avventura tra i ghiacci di Janni e della sua ciurma regala pagina dopo pagina visioni tanto orrifiche quanto magnifiche. La mescolanza di Verne, Poe e H.P. Lovecraft fa accapponare la pelle (e non solo per il freddo...) Se confrontiamo Nemo: Cuore di Ghiaccio con Le Rose di Berlino e con Fiume di Spettri, la netta sensazione è che Cuore di Ghiaccio possedesse sostanza narrativa, oltre che visuale. C'erano romanzi, documentazione, idee che nei due volumetti che sono seguiti mancano (quasi) totalmente.

Nemo: Le Rose di Berlino proseguiva la tradizione Mooriana, inoculando in un sostrato di citazioni e idee molto ricco ulteriori livelli di complessità, sia meta-narrativi, che strutturali, che storici. Non si può dire che Nemo: Le Rose di Berlino fosse inferiore al primo volume. Le annotazioni di Jess Nevins a tratti strabordano, azzardano ipotesi, battono vie finora inesplorate. Vi ho apprezzato personaggi carismatici, come Hynkel e Maria, di Metropolis, così come alcune soluzioni visive notevoli (l'attacco aereo al cuore della Berlino “tomaniana”, nelle ultime pagine).
Tuttavia, Le Rose di Berlino prometteva d'affrontare l'argomento nazista. E non lo fa. E' questa la sua grave pecca. Hynkel e i Tomaniani agiscono nelle vignette come automi a orologeria – o a ipnosi, nel nostro caso – senza tuttavia dare mai profondità al fumetto. Un'occasione del genere nel mondo della Lega avrebbe permesso una riflessione di grande respiro sugli orrori nazifascisti, sul fascino perverso della svastica (via, della doppia x...). Al contrario, Moore sceglie uno stile che è un po' comico, un po' action, perdendo così preziose opportunità.

Nella ricezione critica, Nemo: Fiume di Spettri doveva uscire col botto, e invece è uscito col freno a mano tirato. Perchè? Non hanno certo aiutato alcune recensioni negative, che per quanto mi ritrovino d'accordo su alcune questioni, mancano sia di acume critico che di necessaria documentazione. Mi pare che l'esempio più lampante sia la critica mossa da “Evil Monkey” su Fumettologica.
Non è vero che Nemo: Fiume di Spettri è un lavoro marginale, perchè Moore cercava il fantomatico milione di parole del suo romanzo Jerusalem.” La Bibbia Mooriana è stata conclusa da un pezzo; lo confermano alcune letture, così come numerose dichiarazioni. E non è nemmeno vero che Nemo: Fiume di Spettri è stato accantonato a favore di Providence: la nuova serie lovecraftiana – di cui a proposito dovrò fare di mio pugno un sistema di annotazioni – è in lavorazione da moltissimo tempo, e non potrebbe essere altrimenti visto l'insano livello di verosimiglianza che Moore ci sta gettando dentro.
E' falso, e basterebbe leggere mezza paginetta di annotazioni di Nevins per rendersene conto, che in Nemo: Fiume di Spettri Moore lavori “di evidenziatore”. Al contrario, Nemo: Fiume di Spettri dell'intera trilogia è l'opera più chiusa e misteriosa: Nevins per la prima volta individua riferimenti a cui non sa dare spiegazione! Molte delle strizzate d'occhio Mooriane vedono addirittura spiegazioni multiple da più commentatori diversi, senza che nessuna di queste risulti determinante.
A pagina 24, nella vignetta grande, nascosto nell'angolo in alto a destra, c'è un dinosauro cavalcato da un essere umano stilizzato.
A pagina 21, nella prima vignetta c'è il Tranqilax nascosto nell'angolo in basso a destra.
A Pagina 19, quinta vignetta, l'Ecco Fatto è una citazione da Desperate Dan, fumetto inglese del 1937.
Se questo per voi è “lavorare d'evidenziatore”, allora siete o dei genii, o dei lettori superficiali. Purtroppo, considerando anche la brevità della recensione, la seconda ipotesi è quella giusta.


I nazisti/tomaniani di Nemo: Fiume di Spettri non sono gli stessi di Nemo: Le Rose di Berlino. Questo punto a molti è sfuggito. Nella Berlino di tenebra del secondo capitolo, si teme per la vita di Janni. E' un luogo pericoloso, ricco d'enigmi e passaggi segreti. I soldati di Adenoid Hynkel sono nemici reali. In Nemo: Fiume di Spettri i nazisti sono pure caricature. Sono tritacarne, bambole (termine che non sto usando a caso) da distruggere. Se gli elementi fantastici del mondo della Lega appaiono sempre inseriti in un mondo vivo e “realistico”, i nazisti sudamericani sono la prima invenzione Mooriana a sembrare “fuori posto”. Quest'effetto non è una conseguenza di una narrazione mediocre, come vorrebbero i suoi detrattori. Al contrario, rappresenta l'esplicita volontà di mostrare un'ideologia reazionaria e grottesca, che rivive solo per un artificio della tecnica: la clonazione e la robotica. Himmler e Goldfoot rappresentano un Male già vecchio in partenza, un tumore calcificato che solo attraverso una blasfema fusione d'interessi americani&tecnologia poteva sopravvivere.
Si capisce pertanto il fanatismo di riflesso di Janni Dakkar, esacerbato dall'età della protagonista:
Questo luogo rappresenta una dottrina ritenuta estinta per trent'anni. Dev'essere sterilizzato.

Janni Nemo è ormai anziana. Dai recensori, questo punto non è nemmeno stato argomentato. Abbiamo qui, circostanza a dir poco rara, una protagonista femminile che è contemporaneamente un'ottuagenaria, una guerriera, e una leader. Se mi sapete citare un altro fumetto dove la protagonista è un'anziana combattente, sarei lieto di leggerlo. Ma è piuttosto difficile da trovare. 
L'età di Janni comporta alcune conseguenze piuttosto ovvie: un cancro in divenire, smemoratezza e rigidità mentale. Ma comporta anche la saggezza di saper evitare lo scontro quando necessario, o d'evitare, grazie all'esperienza, la trappola del duello d'onore. È interessante on passant, che Ayesha (la donna bianca per eccellenza) non possa invecchiare. Il suo potere è legato al corpo, e all'aspetto giovanile. Superato l'involucro, tuttavia, non c'è più nulla: come nelle donne-robot che i tomaniani stanno costruendo.


Si potrebbe discutere se il cuore di Nemo: Fiume di Spettri siano le scene d'azione verso il termine, o le vignette grandi che mostrano i panorami fantastici del Sud America.
Sarebbero entrambe assunzioni sbagliate: il vero nocciolo del Fiume degli Spettri sono i discorsi tra Coghlan e Janni Dakkar, alla sera, tra nostalgie e contemplazioni della natura. Sono gli ultimi, significativi, addii di una guerriera che sente la Morte vicina, ma non la teme.

Le note che seguono sono tradotte dalla pagina di Jess Nevins. Se masticate l'inglese, la versione originale è ovviamente da preferire. Ho aggiunto qua e là mie considerazioni, e quando possibile, ho linkato la versione italiana del film/romanzo/personaggio storico in questione. Se vi è stata utile, considerate l'idea di linkarla a chi interessato, in modo che tutti ne possano usufruire.