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lunedì 23 febbraio 2015

Magia polacca: La Torre della Rondine, di Andrzej Sapkowski


Vysogota di Corvo è un anziano eremita che vive nelle paludi. 
Esiliato, cacciato dall'università per idee sovversive, vive una vita tranquilla tra pesca e meditazione. Un giorno, trova una fanciulla svenuta, dalle ferite lancinanti. 
E' Ciri, la principessa delle leggende: l'ultima discendente del trono di Cintra, un incrocio più unico che raro tra profezie millenarie e sangue elfico. Mentre accudisce la giovane convalescente, la Fiamma di Cintra inizia a raccontare la sua storia...
Ranuncolo è un bardo col debole per le ragazze. 
Al tramonto, mentre siede con Geralt, Milva e Regis intorno al fuoco, scrive le sue avventure che ha già pomposamente nominato “Cinquant'anni di poesia”. E' dai frammenti di questo tubus che apprendiamo le ultime fatiche dello strigo Geralt...
Kenna Selbourne è una soldatessa di Nilfgaard. 
Svolge il ruolo di spia e ha poteri da sensitiva. E' processata da un tribunale imperiale, accusata di tradimento. Sotto lo sguardo del giudice inizia la sanguinosa testimonianza della caccia a una pericolosa banditessa di nome Falka, pseudonimo di Ciri...

Ho tentato in questa rozza sinossi di mostrarvi la principale caratteristica dell'ultima fatica della Casa editrice Nord, ovvero la traduzione della Torre della Rondine del polacco Sapkowski. 
Il tratto principale dell'ultimo romanzo di Sapkowski è la struttura a clessidra.
Mentre i racconti dell'autore polacco ricordano delle fiabe e ne ricalcano la struttura lineare, dove abbiamo un (anti)eroe, Geralt, alle prese con un mostro che raramente si mantiene tale, nel romanzo La Torre della Rondine la struttura appare singolarmente complessa. La testimonianza di Ciri all'eremita Vysigota apre una parentesi che si manterrà stabile per quattrocento pagine sulle cinquecento del libro. La testimonianza – scritta stavolta – del menestrello Ranuncolo occupa un intero capitolo, mentre Kenna Selbourne permette una variante giuridica di questa tecnica, permettendo uno sguardo “dall'interno” nel mondo di tagliagole e spie che insegue Ciri.
Una struttura a clessidra, perché in alcuni punti Geralt, Ciri, Ranuncolo, Kenna e molti altri finiscono per incrociare i rispettivi sentieri in un incontro/scontro piacevolmente sanguinoso.
Verso il termine del romanzo queste rispettive linee sfumano, man mano che l'azione ritorna nel presente: Ciri abbandona Vysogota, il punto di vista ritorna fisso su Geralt, s'aprono occasionali parentesi su diversi personaggi secondari utili alla trama.

Il mondo di Sapkowski non è mai stato sfaccettato, ricco di riferimenti e vivo come in quest'ultimo romanzo. Se già Ciri e Geralt sono personaggi ricchi psicologicamente, afflitti dall'introspezione filosofica e un certo nichilismo di fondo, il fantasy polacco si arricchisce di co-protagonisti credibili, moderni nel pensiero e nelle accuse che lanciano. 
Il cacciatore di taglie Bonhart, un sadico sull'orlo della pensione. 
La determinazione ben poco femminile di Yennefer, maga ormai in esilio dalle sue stesse consorelle. I compagni di Geralt: dall'arciera Milva a Ranuncolo (ovviamente!), da Angouleme al rinnegato Cahir. A ognuno, anziché relegarli nello stereotipo, Sapkowski concede largo spazio, cercando d'inserirvi nuovi tic, nuovi tratti di personalità. Aiuta, in tal senso la mole enorme di dialoghi, fedelmente rispecchiata nei videogiochi. Tutti parlano, discutono, si lanciano in monologhi e imprecazioni contro la “cattiva” natura umana. Dalla critica degli outsider di Sapkowski non sfugge nessuno: a finire accusati piombano tutti, dalla nobiltà, al clero, ai mostri, agli elfi terroristi, ai druidi persino, in una delle scene a mio parere forse tra le più intense del libro.

venerdì 18 luglio 2014

La foresta dei Mitago, di Robert Holdstock



Alcune storie hanno la magica capacità di funzionare indipendentemente dal loro recipiente, di variare forma e stile ma restare ugualmente meravigliose. 
La foresta dei Mitago tecnicamente è un fantasy, scritto dal buon Robert Holdstock negli anni Ottanta con lo stile che ci aspetterebbe da uno scrittore di vent'anni fa e dallo stile caratteristico dei libri per l'adolescenza. Mai stupido, ma ciò non di meno piuttosto semplice, lineare. Siamo in prima persona nella testa del protagonista, abbondano le spiegazioni a ogni voltar di pagina e di tanto in tanto quando l'azione si fa concitata, la telecamera scende a inquadrare il furore del combattimento.

Tuttavia, non sarebbe difficile immaginare un'uguale storia scritta a fine settecento da un illuminista francese, o ancor più vergata da un simil-Dickens nel periodo tardovittoriano. Esempi abbozzati per spiegare quanto l'avventura di Holdstock funzionerebbe pur variando elementi e stile, a conferma della bontà della storia. Dopotutto, questo è quanto dovrebbe caratterizzare ogni classico che si rispetti e in misura maggiore ogni Fantasy: una storia che resti avvincente nonostante il passare delle generazioni. Non sono mai le opere letterarie dallo stile aulico e dai sottili messaggi politici a sopravvivere, quanto piuttosto quelle dalla storia migliore. Nel darwinismo letterario, lo Hobbit continua a essere letto proprio perché allegramente slegato da ogni metafora legata al 1937 in cui veniva scritto; e ancor più perché scritto per intrattenere prima di tutto e solo secondariamente per educare.

Cos'è il Mitago?
Citando il diario del padre del giovane protagonista, i Mitago sono entità reali che nascono per azione della magia del bosco e che sono tanto più solide quanto più affondano negli archetipi della cultura del protagonista. La forza primigenia del bosco attinge dalla mente del visitatore modelli culturali e antichi miti, che col tempo se si risiede a sufficienza nel bosco generano queste entità in carne e ossa, i Mitago. 
E' un po' come se Jung avesse deciso di darsi al fantasy!

Chiamo questi periodi particolari interfacce culturali; formano delle zone, limitate nello spazio dai confini del paese, naturalmente, ma limitate anche nel tempo; periodi di alcuni anni, di circa un decennio, in cui le due culture (quella dell'invaso e dell'invasore) si trovano in una fase estremamente angosciosa. I mitago nascono dalla forza dell'odio, dalla paura, e prendono forma nelle aree boscose, da cui possono uscire (come la forma Artù, o Artorius, l'individuo possente dalle doti carismatiche di capo) o in cui possono rimanere, costituendo una forma nascosta di speranza (la forma Robin Hood, Hereward forse, e naturalmente la forma-eroe che io chiamo Twigling, spina nel fianco per i romani in moltissime parti del paese)
(…)
- Secondo il vecchio, tutte le forme di vita sono circondate da un'aura di energia; l'aura umana si manifesta come debole bagliore in presenza di particolari condizioni di luce. In questi boschi antichi, boschi primitivi delle origini, l'aura combinata forma qualcosa di molto più potente, una specie di campo creativo che può interagire col nostro inconscio. Ed è nell'inconscio che si trova quello che lui chiama pre-mitago... Il termine deriva da mito e imago, l'immagine della forma idealizzata di una creatura mitica. L'immagine si materializza in un ambiente naturale, acquista consistenza, sostanza... carne, sangue, indumenti, e come hai visto armi. La forma del mito idealizzato, la figura eroica, muta coi cambiamenti culturali, assumendo l'identità e la tecnologia del tempo –


Stephen è figlio di un bizzarro professore sempre assorto nei suoi studi e vive assieme al fratello Christian a Oak Lodge, una casa di campagna nelle vicinanze di un boschetto che si dice assai antico. Alla chiamata di leva, nel 1944 Stephen è chiamato a combattere in Francia e ritorna in patria solo dopo una lunga convalescenza, dovuta a una ferita di guerra. Sia la madre, che qualche anno dopo il padre, sono deceduti dopo un periodo di follia e meditazione ai margini del boschetto; nel frattempo Christian s'è legato a una ragazza del luogo, una certa Guiwenneth, e leggendo il diario del padre ha scelto di continuare gli esperimenti. Tornato a Oak Lodge, Stephen vi trova suo fratello in uno stato di abbrutimento ai limiti della follia, e scopre che Guiwenneth è una Mitago, un'incarnazione del bosco. La ragazza era la personificazione della ribellione dei celti contro l'oppressore romano, una sorta di Boudicca. Un altro Mitago l'ha uccisa, ma Christian afferma che può farla risuscitare, ritornando nel cuore del bosco e risvegliando il suo archetipo...

Già da questo maldestro tentativi di sinossi dovreste comprendere quanto sia complessa l'opera di Holdstock. Tutto ruota attorno ai Mitago, questi archetipi redivivi, che pensano e agiscono (e amano!) come reali persone. Man mano che Steve giunge a conoscere i poteri del bosco, la situazione s'affolla e complica, in un intreccio di mitologie, ricordi e frammenti di diario. Compaiono gli archetipi più famosi, come re Artù o Robin Hood. Ma Holdstock sembra avere un debole per le popolazioni più antiche, dai villaggi del Neolitico, ai Celti, ai sassoni invasori del V secolo. A loro volta, questi Mitago, queste “mitologie viventi” raccontano altri miti e altre storie, che Holdstock abilmente mantiene astruse e difficili, comunicando efficacissimamente la lontananza dell'uomo moderno dai suoi antenati primordiali. 

L'oggetto più bello era un piccolo cavallo d'avorio, molto stilizzato, col corpo stranamente grasso e le gambe sottili ma scolpite splendidamente. Da un foro nel collo si capiva che si trattava di un ciondolo. Sul cavallo era incisa l'immagine inequivocabile di due esseri umani che copulavano.
“Il Tempio del Cavallo è ancora deserto; ormai, definitivamente, credo. Lo sciamano è tornato nelle terre centrali, oltre il grande fuoco di cui ha parlato. Mi ha lasciato un dono. Il fuoco mi rende perplesso. Perché lui aveva tanta paura del fuoco? Cosa c'è oltre il fuoco?”


I Mitago che più svolgono un ruolo nel plot della storia sono tuttavia due: Guiwenneth e Urscumug.

Guiwenneth, come detto, è il Mitago della resistenza celtica. 
Creata in origine dalla mente del padre di Steve, viene da questi immaginata come l'archetipo della fanciulla bella e indifesa, la personificazione del sole e della primavera.
Dopo la sua uccisione per mano di meno pacifici Mitago, la seconda Guiwenneth, creata dalla mente del figlio, Christian, accentua gli aspetti guerrieri del personaggio. 
Più Boudicca che boutique, si direbbe. Il nuovo Mitago, che dalla nascita dal ventre del bosco acquista un suo carattere e una sua personalità, s'innamora di Christian, che decide di sposarla. Tuttavia, ancora una volta un Mitago ostile la uccide, conducendo il fratello del protagonista alla follia. Nonostante le proteste di Stephen, Christian s'addentra nel boschetto, alla ricerca di un modo per ritrovare l'amata.
E si giunge alla terza incarnazione, la Guiwenneth di Stephen, che congiunge i due aspetti opposti, guerra e amore. Ripetendo un copione già visto, la Guiwenneth compare presso Oak Lodge, acquista una sua indipendenza e fatalmente innamora Steve.

La difficoltà di giudicare questo personaggio è data dall'essere incarnazione dei desideri e dell'archetipo culturale dei diversi creatori. Così la prima Guiwenneth, che conosciamo dal solo diario del padre, è una ragazza indifesa perché la mente del suo creatore è ancora tardovittoriana e di conseguenza per un gentleman la donna non può che essere oggetto di desiderio da salvare.
Nel caso di Stephen, la terza Guiwenneth che vediamo agire e parlare sotto i nostri occhi è di gran lunga più attiva e indipendente, quasi selvaggia. Progressivamente stringerà un forte rapporto col protagonista, fino al ritorno di Christian che la scambierà per la sua Guiwenneth, resuscitata.
Un bel pasticcio...

E' chiaro che ogni critica verso il modo con cui Holdstock tratta Guiwenneth sarebbe tranquillamente giustificabile affermando che eventuali difetti o stupidità sono attribuibili a Stephen. 
Tuttavia, verso metà del libro c'è un paragrafo che stona con quanto detto. La Guiwenneth di Steve, fino ad allora descritta come una donna intelligente, s'innamora e progressivamente viene descritta sempre più stupida e sciocca. Holdstock addirittura la fa retrocedere dal cacciare cinghiali, all'occuparsi della cucina di casa! Com'è possibile che un'incarnazione della cultura celtica trovi entusiasmante il ruolo di casalinga? 
E' una nota stonata di piccolo conto, ma che mi ha dato parecchio fastidio. Abbiamo un personaggio indubbiamente “forte” (e anche simpatico, cosa piuttosto rara) che viene lobotomizzato per “l'amore”. Da lì in poi, Guiwenneth verrà rapita da Christian e diventerà la classica fanciulla da salvare, un meccanismo narrativo senza più ruolo nella storia. Diventa solo una ricompensa, il loot per la quest di Steve. 
In altre parole, solo un obiettivo da perseguire.


L'Urscumug è il Mitago più terrorizzante. E' l'archetipo più antico di tutti, l'Estraneo. Non lo straniero amichevole a cui dare asilo o con cui commerciare, ma l'invasore, possessore di una tecnologia (o di una cultura: stessa cosa in fondo) che minaccia la comunità. Già presente nel Neolitico, l'Estraneo è inoltre l'unica vera creazione del padre di Stephen; è un essere brutale, mostruoso, nato non dalla speranza, come Guiwenneth, ma dall'odio, dalla frustrazione immensa di un vecchio che non vuole morire. Più in generale nel romanzo è il padre cattivo, che minaccia e soffoca sia Stephen che Christian. Mentre leggevo, lo immaginavo come il Cerv(uomo) prutrefatto di molti Horror nella foresta. Un buon esempio di cos'intendo è il mostro del racconto Una facile preda, di Malpertuis.

Il romanzo di Holdstock, anche soprassedendo sulla povera Guiwenneth, è tutt'altro che perfetto.
Nella prima metà, la vicenda si dipana lentamente, immersa nelle meditazioni del protagonista. L'elemento fantastico è ridotto al minimo, inframezzato dalle pagine del diario del padre.
Noi scrittori fantasy inoltre siamo tutti un po' luddisti e Holdstock non fa certo eccezione.
Steve nonostante sia circondato di selvaggi Mitago dell'età della pietra non usa armi da fuoco.

(…) presi la massiccia lancia con la punta di selce che avevo costruito durante le settimane di dicembre. Era uno strumento di difesa rudimentale e primitivo, però dava un senso di sicurezza soddisfacente, più di qualsiasi arma da fuoco. Che altro dovevo usare contro entità primitive, se non uno strumento primitivo!

Stronzate! Dovessi affrontare creature fantastiche come minimo mi attrezzerei con un fucile per la lunga distanza e una mitraglietta per la breve. Ma non sarebbe risultato altrettanto romantico, suppongo...

Se riuscite a stringere i denti e superare i paragrafi dell'idillio con Guiwenneth, il viaggio di Stephen ripaga ampiamente le fatiche. 
Più ci si avvicina al centro del bosco fatato, più il senso di Wonder s'accentua, anzi straripa senz'argini. I Mitago non sono più semplici persone, diventano interi villaggi, addirittura edifici d'altre epoche. 
Torri del periodo dell'incastellamento, ville romane abbandonato nel V secolo, residenze in stile Tudor... 
Mitologie e popoli si susseguono e sovrappongono l'uno sull'altro, in una confusione di culture straordinaria. Significativamente, Holdstock lascia da parte le religioni del libro. 
Sarebbe stato interessante inserire nella storia un eremita santone in meditazione, o una chiesetta “miracolata” fonte di pellegrinaggio (potente archetipo!). Tuttavia, l'immaginazione di Holdstock è risolutamente pagana. Nonostante i tentativi di amalgama, infatti, il monoteismo male si concilia con gli dell'antichità e con il tipo di mitologie panteiste che ricerca Holdstock. Questa non è una critica a nessuna delle due parti, s'intenda! E' chiaro però che se credi che il bosco abbia una sua “magia” non puoi al contempo ospitarvi dentro una religione che perseguita la magia, è tipica delle città e nasce in opposizione alla natura.

Devo ammettere, che più ci ripenso, più mi rendo conto di quanto mi sarebbe piaciuto un romanzo del genere da bambino. Nonostante i difetti, è da tanto che non leggevo un fantasy così originale sul piano delle idee e della documentazione. Holdstock aveva tutte le carte in regola per diventare un classico; ora invece gli scaffali che dovrebbero ospitarlo vomitano spazzatura firmata Christopher Paolini e Stephenie Meyer. 
Nulla di nuovo sul fronte occidentale del Fantasy!

martedì 25 marzo 2014

Medicina in Giappone dal X secolo al Periodo Edo



La medicina è una scienza utile, ma per quanto sia evidente anche a un masochista quanto sia fondamentale, ha avuto una storia dura. Capire come funziona il corpo umano non è cosa da videocassetta, specie se vivevi nel Giappone medievale.

Il più antico trattato di medicina giapponese è Ishinho: scritto da Yasuyori Tamba nel 982 d.C. è lungo trenta pagine ricche d' informazioni su malattie e relativi trattamenti. Gran parte delle conoscenze elencate sono già presenti in testi cinesi precedenti: le illustrazioni che presento provengono invece da una copia del libro effettuata nel 1860.

 ♫ Ma quant'è bello avere un figlio!  ♪ ♫


Nel quattordicesimo secolo il monaco Majima Seigan ebbe un terribile sogno in cui Buddha gli rivelava come curare le malattie agli occhi. Quando si svegliò la mattina seguente, Majima vagò fino alla statua di un Buddha in un tempio, dove trovò un libro misterioso pieno di rimedi per curare gli occhi: il primo manuale di Oftalmologia giapponese, recapitato dai droni di Amazon da Buddha in persona. Il monaco si diede alla medicina itinerante da quell'episodio. Molte copie del suo trattato risalgono al XVII secolo.

 

domenica 13 maggio 2012

Cavaliere d'inverno



Il cavaliere errante giura fedeltà al sacro codice della cavalleria, imbraccia la lancia, corre a vendicare gli oppressi, a difendere le giovani vergini, a uccidere orribili mostri.

Lo stadio successivo in ogni fantasy che si rispetti è il cavaliere della cerca; l'intrepido eroe che viaggia alla disperata ricerca del Graal, guidato dalle (poco) affidabili visioni della Dama del Lago. 

E' facile comprendere come il cavaliere della cerca sia un personaggio miiiille volte più interessante, pur nei ristretti stereotipi del medioevo fantasy. Il percorso verso il Graal è lastricato di continue sfide, dilemmi morali e inganni che mettono a dura prova.
Il cavaliere dalla scintillante armatura si sporca, deve scendere a difficili compromessi, esce dal zuccheroso mondo delle fiabe. Matura. A volte fallisce, e il suo scheletro dilaniato giace in qualche tomba dimenticata.
Altre volte ancora sprofonda nella follia, corrotto dai poteri oscuri, consumato dal preghiere e privazioni.
In rari casi riesce, ma nel momento in cui poggia le labbra sul Graal tutto quello che sente è la cenere del rimpianto e del dolore per gli amici perduti. 

E poi ovviamente c'è la Dama del Lago. Questa... Dea le cui visioni, le cui apparizioni dovrebbero condurre il cavaliere all'immortalità. Una dea beffarda, che gioca col suo cavaliere come una marionetta di latta, che spesso lo conduce alla pazzia. 

Ammetto spesso di sentirmi come un Cavaliere della cerca, intrappolato in un'infinita quest senza senso.
Con la fondamentale differenza che con i mostri nell'ipocrita 21 secolo ci devo convivere e con stretta al cuore stringerci la mano e dialogare civilmente, mentre al mio fianco sfilano Dee indifferenti, dalle visioni beffarde. Troverò prima o poi la dama del lago?  ^__^

Questo racconto sarebbe parte di un mio vecchio progetto, una quadrilogia che includa quattro racconti, ognuno attorno al tema del cavaliere alla ricerca del graal. Ogni racconto sarebbe legato ad una diversa stagione. Gelida primavera è il primo, Cavaliere d'inverno il secondo. 
In attesa che la morsa degli esami si allenti almeno un pochino vi propongo la prima parte, ovviamente ancora da rivedere.



sabato 1 ottobre 2011

Gelida primavera


Inizio di racconto fantasy scritto qualche settimana addietro.
In attesa di limare e aggiustare la continuazione di "donne, dirigibili e brutti contadini" lo posto così integro ed essenziale.
L'ambientazione è la Bretonnia di warhammer fantasy, http://it.wikipedia.org/wiki/Bretonnia, non troppo dissimile dalla tradizionale ambientazione high fantasy.

la fin troppo gnocca emh scusate divina dama del lago^^

Gelida primavera



Giaccio, rinchiuso in questa fredda pelle di metallo.
Mi ricopre gelida in un manto d’impenetrabile acciaio.

Il respiro filtra dalla celata ornata di brina, effimero riflesso di una vita spenta.
Un fioco colpo di tosse, un sussulto del corpo torturato mi strappano dal sonno.
Serro le palpebre, contraggo i muscoli irrigiditi, costringo le vecchie articolazioni a muoversi.
L’alba illumina di un chiaro candore le cime dei pioppi, carezzando la foresta in lento risveglio, giocando strani riflessi nella vicina cascata. 


Cammino verso la cappella in rovina, le ossa che gemono sotto il peso dell’acciaio.

Il sole non riscalda, non fornisce il minimo ristoro.


Sotto le piastre sporche di verde e la cotta arrugginita il freddo continua a tormentarmi.

Custodisco la cappella da tempo interminabile.
Avevo forse vent’anni quando ebbro di gloria abbandonai terre e titoli, imbarcandomi nella sacra cerca.
Segni, presagi. Non mancarono certo. Chiari erano gli intenti della Dama, sublime la sua vista.
Di visione in delirio mi condusse alla sacra cappella. Muri scrostati dall’incuria, travi marce, paglia maleodorante.
Effigi di purezza e valore dimenticate da tempo, seppellite da ciarpame, strangolate dalla vegetazione.
Niente di più che un relitto risputato da madre natura.


Eppure chiari erano gli intenti della Dama: custodiscilo, mi ammonì più volte. 

Difendilo dalle crudeli creature del bosco. Questa sarà la tua cerca.
Per vent’anni ho custodito questo sacro luogo. 

Vent’anni di totale abnegazione, vent’anni di digiuni e preghiere.

Ho lottato contro mostri immondi più e più volte. Il mio corpo non è che un reticolo di cicatrici e muscoli nodosi.
Imprese gloriose a sufficienza per cento ballate ho compiuto. Qualcuno mai lo saprà? Ne dubito.
Non avrò figli, né nipoti che perpetuino la mia casata e allietino i miei ultimi giorni.
Nessun bardo commemorerà mai la mia scomparsa quando i corvi beccheranno il mio cadavere insepolto nel verde.
Vent’anni di automortificazione della carne, di feroce - nichilistica- autoreclusione.
Invano ho aspettato un segno, una visione, un’apparizione della Dama che mi mostrasse il passo successivo della mia gloriosa cerca.
Nient’altro se non il vecchio, beffardo insegnamento: custodisci la cappella, custodiscila con tutto te stesso.
E così ho fatto per oltre vent’anni, mentre lenta la giovinezza sfioriva e maturavano amarezza e triste rimpianto.
E dopo tanti anni non provo altro se non freddo rammarico.

Passi! Scalpiccio nella vegetazione umida.


Rumore di calzature ferrate, andatura da marcia.

A fatica mi sollevo dal pavimento su cui inginocchiato pregavo.


Dardeggio lo sguardo verso l’ingresso, mi affaccio con cautela.

Ancora nulla, devono essere lontani. 
Crack! Rumore di legna che si spezza, bestemmie soffocate.
Più vicini di quanto pensassi, dopotutto. Un lieve sorriso mi taglia la faccia.


Finalmente un po’ di sano divertimento.

Mano sulla spada, spalle e schiena rilassate, pronto a estrarre.

Scruto gli esili pioppi, aguzzo lo sguardo alla vana ricerca del nemico.

Il vento mi soccorre, portandomi odori di fumo e sudore rancido, carne marcia e feci.
Bestie, sogghigno, impugnando la spada e voltandomi in direzione del fumo.
Osceni mutanti, bestie degenerate che infestano i boschi incendiando i piccoli centri, minacciando le strade, assalendo viaggiatori e carrozze.
Pochi minuti dopo mi camminano davanti come bambini, sbucando da uno dei tanti sentieri nascosti nel sottobosco.
È un lampo di reciproco riconoscimento, un bagliore di sorpresa e pericolo.
Reagiamo all’unisono, in una mortale sincronia di spade e sangue. Mozzo la mano che vola disperata verso l’ascia in un tentativo di parata, accenno un fendente e con improvviso slancio squarcio la gola della bestia. Il gor che gli è dietro tenta d’impalarmi con una rozza lancia dalla punta in bronzo. Rido quando la punta si scheggia a contatto con l’armatura esplodendo in mille frammenti. Decapito con orribile risata il nemico e con una piroetta schivo il pesante fendente dell’ascia del terzo avversario, un robusto mutante che imbraccia una poderosa ascia a due mani.
Non c‘è tecnica nei miei colpi, né grazia. Solo desiderio di morte e annientamento.
Scivolo sul fango, vengo colpito alla spalla dall’ascia del mostro. L’impatto mi toglie il fiato, mentre lento il sangue comincia ad allargarsi sotto la cotta infranta. La vista è accecata dal sudore e da mille arcobaleni di dolore. Urlo e tento una stoccata alla cieca. La spada penetra nella carne, fuoriesce uccidendo la bestia sul colpo. 
Una mano sulla faccia, via il sudore, devo vedere l’ultima bestia, devo parare.
Arghhh... la mazza della bestia mi ferisce al petto, prima ancora che possa alzarmi, ancora inginocchiato nel fango e nel sangue.
Il pettorale attutisce il colpo, un paio di costole tremano all’impatto.
La spada, ancora incastrata nelle costole della bestia, che fare attento prova un fendente al capo, a quella distanza…
digrigno i denti e afferro l’uomobestia, gettandomi sul suo corpo, atterrandolo.
La creatura scalcia, estrae da non so dove un pugnale, lo fermo con il guanto in acciaio, la rozza arma penetra nel palmo, altro sangue, altra cicatrice, lo ignoro stringo ambo le mani attorno al collo del mostro e stringo, stringo, stringo, incurante quanto si dibatte con i suoi zoccoli, le sue urla così maledettamente umane…
Alcuni minuti e la creatura è morta, la gola nera con rivoli di bava rossa, quell'espressione di dolore così umana sul volto mostruoso.
La mia fredda armatura è lorda di sangue, umori, bava e immonde sostanze che colano dalle fenditure impregnando la cotta, i vestiti, la pelle.
Il viso è sporco di sangue nero, appiccicoso, appena sgorgato dai sacchi di sangue che ho appena forato.
E d’improvviso sento calore nel sangue che mi ricopre. Il freddo è andato, scacciato.
Il sangue è caldo e dolce al tocco e mai mi sento così vivo.