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giovedì 15 novembre 2018

"Cassette Futurism", la nostalgia d'un futuro tradito: dall'Impero Soviet al Minitel della Francia 3/3


Nel 1978 il Presidente della Francia Valery Giscard d'Estaing riceveva sul suo tavolo un rapporto di due ricercatori, Simon Nora e Alain Minc, che proponeva, per superare l'arretratezza dell'impianto tecnologico francese, una vera e propria rivoluzione digitale: la “telematica” (telematics) ovvero una fusione tra telecomunicazioni e informatica. 
Il rapporto delineava un piano per digitalizzare la rete telefonica, aggiungendovi un video teletext interattivo e fornendo agli imprenditori francesi una piattaforma aperta all'innovazione. 

Cinque anni dopo (1983), dietro diretto ordine del presidente, gli ingegneri informatici del Ministero della Posta, Telegrafo&Telefono (PTT) approntavano un sistema telematico presto noto alla popolazione come “Minitel”. 
Il piccolo sistema francese diventerà nel giro di pochi anni un inarrestabile juggernaut delle telecomunicazioni, capace di anticipare di dieci anni la democratizzazione di Internet, permettendo ai cittadini della Repubblica di scambiarsi informazioni online e di utilizzare diversi servizi disponibili appena nel duemila per il resto del mondo. 

Mentre le fonti inglesi ricordano il Minitel come un sistema statale e chiuso, rallentato da un'ottusa burocrazia, nella realtà il sistema è stato rivalutato negli ultimi anni come una forma di Internet alternativa – basata sull'infrastruttura francese, anziché americana – e straordinariamente avanti con i tempi. Al suo picco di popolarità l'umile Minitel offriva 20mila servizi online utilizzati dal larghe fasce della popolazione, non solo dagli addetti alle comunicazioni e dai geek fanatici dell'elettronica. 


L'artista Boros Szikszai ci accompagna anche per questo terzo e ultimo capitolo della miniserie

mercoledì 3 ottobre 2018

"Cassette Futurism": salvare gli anni Ottanta dai fanboy nostalgici 1/3

Vogel in the Penthouse, di boroszikszai (1995)

Nuova Zelanda, ottobre 1999
Su un altipiano battuto dai venti, cinque figure infreddolite avanzano avvolte nei mantelli. 
La prima, un uomo di mezz'età vestito di nero e con una spada alla cintura, conduce un pony macilento. 
Le altre quattro indossano panciotti e pantaloni di campagna e strascicano indolenti giganteschi piedi pelosi, a uno sguardo attento protesi di lattice.
Uno di questi giovani uomini giocherella in tasca con un oggetto dalla forma rotonda, con una scritta sovra incisa e verniciato d'oro: un anello.
Mentre i cinque uomini camminano verso una collina poco distante, una moltitudine tanto silenziosa quanto indaffarata si affanna alle loro spalle. E' una folla di braccia e gambe irta di strumentazioni tecnologiche: lunghi pali grigi, una rotaia in miniatura sulla quale manovra un'astronave mediatica con un gigantesco cannone-cinepresa e più cavi dei fili di una ragnatela.
Un ometto grasso e ricciuto, con niente più che una t-shirt in quel freddo polare, dirige questo concerto di attrezzature: le cineprese scattano a girare, espellono videocassette, schioccano i sibili di polaroid e macchine fotografiche. Quella scena surreale, quei quattro uomini intenti a camminare, sono sotto l'assalto di un invisibile, pachidermico behemot di silicio: un amalgama di nastri, di cavi, di microprocessori che lavorano tutti assieme per trarre quanto sarà la ripresa di un film.
L'ometto grasso è infatti Peter Jackson, l'uomo di mezza età Viggo Mortensen e infine i quattro giovani “hobbit” sono Eliijah Wood, Sean Astin, Dominic Monaghan e Billy Boyd
Il regista sta girando una scena tra le tante, ancora incerto se verrà utilizzata o meno: Grampasso conduce quattro giovani mezzuomini verso la collina di Amon Hen, dove subiranno un attacco notturno dai nazgul.

sabato 16 giugno 2018

Cyberpunk 2077, dalla Polonia con furore: un'analisi filologica, tra Moebius e Mike Pondsmith


Ho iniziato a dedicare uno o più articoli all'E3 di Los Angeles dai tempi del 2012, oramai sei anni fa, e devo ammettere che mai i videogiochi presentati si sono rivelati all'altezza dello straordinario hype nutrito da giocatori e giornalisti.
Esiste un mito dell'E3, un mito della kermesse los angelina come luogo di continue meraviglie; dall'altro e lo ammetto con amarezza, esiste la realtà di una fiera basata sull'industria videoludica, dalla quale non ci si può aspettare anteprime e prodotti qualitativi di anno in anno, di mese in mese.
I videogiochi richiedono tempo per essere progettati e costruiti; un dato che molti giocatori preferiscono ignorare e del quale ce se ne accorge solamente seguendo passo per passo il processo produttivo, nella forma ad esempio di un finanziamento via Kickstarter.
Ci sono così tanti ostacoli, così tanti costi, così tante ingerenze, così tante esigenze; produttive, tecniche, pubblicitarie, politiche, sociali, umane...
Quindi, sì, questo E3 2018 è stato un E3 più interessante di tanti altri, certo più ricco di annunci e anteprime, ma è continuata a mancare quella sorpresa, quell'assoluta meraviglia, quella IP inaspettata che tutti continuano a rincorrere: io, dal mio canto, mi sono messo il cuore in pace e a partire dai prossimi anni se mi capiterà di guardare qualcosa dell'E3, bene, contentissimo, altrimenti lascerò perdere, senza aspettare trepidante lo streaming delle diverse conferenze.

Mike Pondsmith, barman extraordinaire. Irraggiungibili livelli di coolness.

venerdì 27 aprile 2018

FantaTrieste, di Luigi R. Berto: quando la fantascienza è di casa


Mi sono sempre chiesto se certe caratteristiche, nel bene e nel male, degli autopubblicati siano veramente attribuibili alle edizioni elettroniche o semplicemente riflettano atteggiamenti di chi intraprende questa strada. 

Il libro in questione, “FantaTrieste” (1973), di Luigi R. Berto, è chiaramente un autopubblicato. 

Luigi R. Berto (1913-1983), a volte noto come “Giulio Bert”, è stato un grande scrittore della fantascienza triestina, oggigiorno completamente dimenticato. 
In seguito a una formazione in geologia e mineralogia, tra gli anni '50 e '60 si dedicò con passione all'astronautica e alla fantascienza, divenendo attivo divulgatore delle imprese dei pionieri dello spazio. Pubblicò sul “Piccolo” una storia della fantascienza a puntate, per attirare interesse verso il primo omonimo Festival a Trieste; in seguitò pubblicò numerosi racconti sulla rivista romana “Oltre il Cielo – Missili&Razzi”.
Fondatore per suo conto di un “Centro diffusione scienze astronautiche e tecnologie dello spazio”, intraprese poi la durissima strada dell'autopubblicazione cartacea pubblicando diversi racconti e antologie con lo ciclostile, in seguito inviati agli interessati per mezzo di posta. 
Forse il suo maggior successo di divulgatore fu una mostra organizzata al CCA di Trieste sullo Spazio, con fotografie e modellini, rivolta verso quanto ci si augurava il futuro dell'umanità. 

Negli ultimi mesi sono giunto a conoscenza con un gruppo di scrittori e blogger triestini di fantascienza, chiamato “FantaTrieste”, e nell'ambito di un progettino di scrittura che coltiviamo da tempo ci è sembrato benaugurante recuperare quest'antologia nostra omonima. Fabio Aloisio, finalista all'Urania Shorts 2017 e Robot 2018, è stato così gentile da prestarmi il volume consunto e non sono riuscito a trattenermi dal recensire quest'autentica capsula temporale dal 1973.

venerdì 9 febbraio 2018

Altered Carbon: segreti e citazioni della serie tv


Fan Art di Hidrico Rubens
La serie di Takeshi Kovacs, di Richard K. Morgan, è una trilogia di libri cyberpunk che smentisce lo snobismo e il rimprovero d'eccessiva letterarietà del genere. 
William Gibson è stato spesso accusato di scrivere con uno stile incomprensibile, Bruce Sterling si diletta con barocchismi; il tutto non fa che evidenziare la povertà stilistica della fantascienza, dove il riferimento e l'esplicita ripresa di un canone “alto” allontana il lettore di genere, mentre la struttura fantascientifica allontana il lettore mainstream.

Richard K. Morgan, in tal senso, si pone dentro un'altra tradizione, ovvero quella del pulp.
I suoi libri sono una formidabile macchina narrativa dove il motore è un action muscolare, la benzina un ritmo forsennato, la carrozzeria descrizioni attente e feticistiche, mentre infine a trattenere questo bolide della velocità cyberpunk ci pensa un guardrail tanto noir quanto di fantascienza hard. 
In altre parole Richard K. Morgan è un autore che sfrutta il cyberpunk per spingere il pulp verso una terra incognita di estremi raramente toccata da qualsiasi categoria.
Come ho scritto in altre occasioni, se c'è una narrativa sotto steroidi, è questa. Il cuore letterario batte debole, rischia più di una volta un infarto, ma i muscoli del genere brillano alla luce del neon.

lunedì 5 febbraio 2018

Il virtuoso della realtà virtuale


E' usuale pensare per chi non ha mai usato il mercato dell'usato, che si trovino occasioni e offerte al di là di ogni realistica previsione. Libri antichi gettati nella spazzatura. Grimori antichi smarriti sugli scaffali a un euro. Lampade magiche. Tappeti volanti. Venditori onesti.
Ora, non ho idea sul mercato dell'oggettistica. 
Sono solo un povero blogger che dalle superiori all'università passa molto del suo tempo nelle rigatterie alla ricerca di libri interessanti. So ad esempio che gli abiti, ammesso e non concesso che siano convenienti, risultano spesso impraticabili, perché sempre troppo piccoli, troppo stretti, troppo angusti. Avevo un collega che amava indossare vestiti degli anni '50 e pur essendo di corporatura, altezza e peso nella media, falliva nell'indossare più della metà degli abiti che trovava. Dal 1950 in giù, l'essere umano era uno gnomo, un nano macilento. Basti guardare le foto dei soldati inglesi nella seconda guerra mondiale: una vasta parata di tisici, di facce esangui, di dita scheletriche, di mustacchi spelacchiati. I corpi cambiano a seconda dei decenni, è un dato da considerare con attenzione tanto nello studio quanto nella ricostruzione di film e romanzi. 
E i libri. Oh, i libri. La quantità di libri in arrivo nelle rigatterie supera di gran lunga qualsiasi livello di assorbimento del lettore più inveterato. Migliaia su migliaia di tascabili. Colonne di Harmony. Scaffali su scaffali accatastati di manuali di medicina degli anni '60, di politologia sovietica degli anni '70/'80 e di gossip e tormentoni politici del secondo dopoguerra di scarso interesse allora e di nessuno oggigiorno. Testi già vecchi in partenza, buoni solo l'innesco del focolare.
Si trovano ovviamente gemme e curiosità rare, sfuggite all'aumento di prezzo del rigattiere, mimetizzati nell'intersezione tra il romanzo americano “più venduto negli ultimi dieci anni” e ora dimenticato e l'ennesima auto produzione italiana tutta vanagloria e niente sostanza. Ho acquistato saggi di storia a un euro altrimenti fuori produzione e disponibili solo in biblioteca, così come ho trovato a poco meno di tre euro “Il Corvo” nella prima traduzione italiana di fine anni '90. Sono certo buoni affari, ma solo perchè si è personalmente interessati; non si tratta di un'oggettiva qualità rivendibile.

lunedì 4 dicembre 2017

No, Blade Runner 2049 non è un film sessista (e non lo è nemmeno The Witcher)


La mia prima visione di Blade Runner 2049, a pochi giorni dall'uscita nelle sale, fu un'esperienza estetica ai limiti del doloroso. 
Non sono uno storico dell'arte, non è il mio campo, ma ho avuto modo in passato di restare ore a soffermarmi sui dettagli di un quadro. 
La visione di Blade Runner 2049 rientra per me in questo genere d'esperienze. 
Se il film è in primo luogo una catena d'immagini e compito del regista è organizzare queste immagini per darne un senso tanto artistico quanto narrativo, Blade Runner 2049, come Mad Max: Fury Road, sono entrambe opere di cinema nel senso più classico del termine.

venerdì 27 ottobre 2017

Nuova collaborazione con Heroic Fantasy Italia


Sono lieto di annunciare una nuova collaborazione a partire da questo venerdì con il sito Heroic Fantasy Italia gestito dall'Alessandro Iascy responsabile della collana True Fantasy della Watson Edizioni. Avevo recensito a marzo l'antologia della casa editrice – tra alti e bassi, ma nell'insieme divertendomi – Eroica! Sword&Sorcery all'italianaAlessandro è anche tra i responsabili della rivista cartacea Andromeda – tra le poche nel settore a presentare congrui contenuti, senza limitarsi a un paio di pagine e un racconto di circostanza. Il sito è stato creato recentemente, ma vanta già un buon numero di collaboratori, così come l'affiliazione al prestigioso Black Gate; tra i primi articoli troviamo il nostro Lorenzo Davia che spesso commenta qui sul blog, che ha redatto un articolo sui videogiochi Lovecraft(iani), così come divagazioni sull'antologia Zappa&Spada della Acheron e approfondimenti sui classici della Letteratura Fantasy, a partire da Jack Vance.

Una rara immagine di Andre Norton nel 1937, a bordo della nave Amor.
All'epoca scriveva romanzi di spionaggio.
Alessandro mi ha proposto di gestire una rubrica dedicata alla gigantessa del Fantasy Andre Alice Norton, opportunità che ho accolto volentieri dopo una breve riflessione: ricordavo d'aver letto qualcosina della Norton tra i vecchi Urania della biblioteca, ma volevo approfondire.
Sarebbe stato facile imbastire l'ennesima serie su Sapkowski, che sono stato tra i primi a trattare in Italia su Cronache Bizantine o su Alan Moore e Lovecraft, riciclando il lavoro sulle annotazioni. Sentivo però di voler approfondire un argomento inedito e in tal senso non sono rimasto deluso: la Norton è una scrittrice particolare, che come tante sue coetanee che scrivevano negli anni '60/'70 è stata lentamente mummificata nel santino proprio di quegli anni. Si veda in tal senso la riluttanza a rivedere e condannare un personaggio sgradevole e sopravvalutato come la Marion Zimmer Bradley, al cui confronto la Norton appare molto più originale, molto più capace e francamente molto più simpatica. 
Andre Norton, vivendo dal 1912 al 2005 permette di abbracciare interi periodi storici radicalmente diversi l'uno dall'altro: passiamo dal pulp degli anni '30 e '40 all'esplosione fantasy degli anni '60 e '70. La Andre Norton ha inoltre anticipato tanti dei meccanismi dell'editoria di massa affermatosi poi dagli anni '80 e ora polarizzatosi attorno a un ristretto gruppo di autori “famosi”, come Stephen King e George R.R. Martin: a partire dagli anni '50 consapevolmente mira a creare un suo “brand”, associato al nome della Norton. E' un aspetto sottovalutato dalle poche biografie che ho trovato al riguardo. Tuttavia, al contrario del twittare polemico e conformista di scrittrici come la Rowling, la Norton ha gestito nell'intero arco della sua esistenza una vasta corrispondenza, che ha permesso di “lanciare” tanti scrittori e scrittrici; la sua concezione inoltre dei setting e degli universi di sua invenzione è sempre stata “libera”, aperta a ogni collaborazione che si presentasse.


Cum grano salis – anzi, con un sacco di sale, più che un granello – la rubrica dovrebbe avere un articolo ogni venerdì, al peggio ogni due. Questo non dovrebbe impattare sulle pubblicazioni del blog, che proseguirà as usual, forse concentrandosi maggiormente sulla prima parte della settimana.

venerdì 22 settembre 2017

L'utopia di Blade Runner


Sarebbe ingenuo pensare che la storia proceda a cicli che si ripetono ogni tot anni/decenni/secoli, o che al contrario sia una linea retta che procede dal punto A al punto B, mirando a un indefinito paradiso/progresso/ultima soluzione. In realtà, più si studia storia, più ci si rende conto che l'umanità procede per balzi e brusche frenate, ricordando la guida a singhiozzo di un nervoso neopatentato.

Nel campo tecnologico, l'utilizzo di un nuovo strumento, o lo sviluppo dello stesso, non sono necessariamente razionali, ma obbediscono a quanto l'utente percepisce come “l'esigenza” dello stesso, lo scopo per cui è stato creato. 
Pertanto fino a cinque anni fa, ad esempio, si era convinti che le diverse funzioni ora riassunte in uno smartphone fossero meglio esplicitate da diversi, separati strumenti; rispettivamente per la musica, i video, internet, ecc ecc. Un'idea intelligente e con le sue buone ragioni – tutt'ora un lettore ebook è notevolmente più comodo di uno smartphone – ma che dalla gran parte degli usufruitori era percepito come “arretrato”: si desiderava avere un cellulare multiuso, che parodiasse i gadget avveniristici degli ultimi cinquant'anni di fantascienza. In effetti, se si osserva al microscopio lo sviluppo tecnologico degli ultimi vent'anni, risulta sorprendente osservare in quanti e quali modi le interfacce utente, la “leggibilità” delle app e in generale le modalità di utilizzo di una tecnologia siano state legate a doppio filo all'ispirazione derivante dai film e dai libri di sci fi. Una scoperta scientifica che possiede le potenzialità di svilupparsi in una tecnologia di massa diventa tuttavia tale solo quando viene filtrata dalla rielaborazione di artisti e designer, che la rendono “comprensibile” per l'uomo comune. Il saggio Make it So. Interaction Design Lessons from Science Fiction (2012) muove proprio da queste premesse, dimostrando l'influenza di film come Minority Report e Blade Runner sulla tecnologia di ogni giorno. Le schermate touch, le icone, le dimensioni e le forme dei cellulari sono state radicalmente trasposte dalla fantascienza recente, cercando di realizzare le invenzioni degli artisti e degli sceneggiatori. Il punto su cui occorre soffermarsi è come non fosse affatto scontato che ad esempio il tablet e lo smartphone prendessero la direzione che hanno preso, che seguissero quella tipologia, quel genere di rapporto con l'usufruitore. Si è dato al cliente quanto si aspettava sulla base di quello che pensava fosse il futuro – ma era un futuro inventato, non necessariamente un destino ineluttabile.



lunedì 9 gennaio 2017

Caitilìn R. Kiernan sulla fantascienza: "Sono troppo impegnata col meraviglioso."


Qualcuno si ricorda delle citazioni, prima del web? 
Cioè – meglio – prima che si diffondessero i social
Non sono sicuro fossero così diffuse. Certo, si sottolineavano i testi, magari si annotavano le espressioni più interessanti, come non poteva mai mancare lo studente di classico che citava il detto latino per dimostrare una sua (inesistente) superiorità. Non c'era però quella mania di citare e strafare che ora si ritrova nelle bacheche di un amico su due. Tutti citano tutto, e non c'è nulla di male nel farlo. Capita spesso che quanto si voglia esprimere sia già stato detto con termini e argomentazione di gran lunga migliore; tanto vale prendere la scorciatoia e citarlo direttamente. 

Detto ciò, anche nell'arte della citazione esistono diversi gradi. C'è chi cita banalità, chi cita oscure frasi criptiche, chi condivide citazioni altrui, chi condivide citazioni inesistenti – Einstein e Pertini, un classico. Le citazioni andrebbero affiancate agli aforismi, alle barzellette e alla saggezza popolare: tutte presenti in larghe quantità sui social, a dimostrare che si trattano di luoghi “popolari”, un po' come la piazza di mercato di una cittadina medievale. Volerle considerare luogo letterario, o elevato, o segno di chissà quale decadenza della civiltà è assurdo. 

Ultimamente, facendo alcune ricerche su Caitlin Kiernan, ho trovato una bella intervista sul Nightmare Magazine, dove l'autrice, pubblicizzando il suo nuovo romanzo, Blood Oranges, coglie l'occasione per lanciare violente frecciatine verso i colleghi e i lettori di genere. 

E' deprimente quanti autori, compresa la Kiernan, che scrive con uno pseudonimo, si siano dati allo Young Adult per portare a casa la pagnotta. Senza dubbio è una nicchia che vende e che non è la fine del mondo, perchè molti Youg Adult sono anche decenti, roba godibile senza dover perdere neuroni. Se lo Young Adult vende così tanto, vuol dire anche che viene letto così tanto: un segnale incoraggiante! Piaccia o no, lo Young Adult è qui per restare. 

Tuttavia, è incredibile che autori affermati dagli anni '90, con un lungo curriculum alle spalle e con un fedele gruppo di lettori, debbano comunque ricorrere a pubblicare contenuti annacquati, per ragazzi, solo per tirare avanti. 
Eppure, non doveva la Rete dare più libertà agli scrittori? 
Non doveva permettere contenuti audaci, forme innovative, narrazioni anti-convenzionali? 
Non dovevano gli ebook “liberare” dalla necessità di piacere a tutti, permettendo di trovare i “proprilettori? Non doveva Amazon e l'autopubblicazione... Mi fermo per pietà. 
Ovviamente è successo l'esatto opposto e oggigiorno se si guardano le classifiche degli ebook primeggiano i titoli più banali: se la copertina o il titolo ricordano un film o una serie tv di successo, la gente lo compra. Se già si capisce qual'è l'argomento, la storia, il finale, la gente lo compra. Bisogna avere coraggio per leggere qualcosa di diverso, vederselo imporre sugli scaffali, venire un minimo “spinto”: attualmente, per come funzionano le statistiche e gli algoritmi, ognuno vuole restare nella sua stupida nicchia. Il fantasy con il fantasy, lo Young Adult con lo Young Adult. 

martedì 3 gennaio 2017

La ragazza che sapeva troppo/The girl with all the gifts, di Mike Carey


La ragazza che sapeva troppo è un esempio perfetto di un libro ben scritto, ma uscito nel peggior momento e con il peggior marketing possibile.

Quando si verifica una moda culturale, un trend, se volete, assistiamo alla classica curva sinusoide: all'inizio le opere sono poche, ma buone, magari con un paio di classici di riferimento e un paio di nuovi romanzi/film a guidare il revival. Seguono le prime imitazioni, un'apertura mainstream, magari il passaggio dalla carta alla celluloide, con una nuova ondata cinefila. In un periodo del genere, basta che compaia la parola chiave nel testo e ci si auto-garantisce vendite superiori a quanto lo scrittore meriterebbe: un anno fa bastava citare l'aggettivo “lovecraftiano”, per garantirsi un retweet, una condivisione, una pubblicità entusiasta. Il Solitario di Providence raccoglieva entusiasmi. All'alba di questo 2017, la popolarità di H. P. accusa stanchezza, anche se un'opera come Providence gli garantisce fiato sufficiente per correre ancora qualche anno. Inizia la discesa lungo la curva; le recensioni diventano cattive, i critici si dichiarano “stufi”, la qualità scende per colpa di ultimi arrivati che cercano rapidamente di farsi una fama.

martedì 27 dicembre 2016

Alien: Covenant - intervista a Katherine Waterston (traduzione)


Una citazione di Moebius
nel nuovo trailer
Il nuovo Alien: Covenant sta al primo Alien, come Star Wars: Il risveglio della forza sta a Star Wars: Una nuova speranza.
Un anno fa, quando usciva Star Wars Episodio VII, era una delle critiche più frequenti: il film, nel bene e nel male, era una citazione post moderna dell'originale primo episodio.
La Morte Nera, l'attacco finale, le mille e mila citazioni... sembrava davvero che JJ Abrams avesse compilato una tabellina con gli elementi del primo film, premurandosi di metterli tutti. Sono dell'idea che un regista dovrebbe in primo luogo rendere propria l'opera, non importa quanto grande sia il franchise o l'opera “prima”. JJ Abrams al contrario si era preoccupato più di accontentare i suoi fan pignoli, piuttosto che di dare la sua impronta personale al film.
Per come si proponeva, Episodio VII era più un reboot che un sequel. Questo non vuol dire fosse un cattivo film, anzi l'avevo largamente apprezzato per i personaggi, che non hanno ad esempio confronto con l'apatia di Rogue One. Episodio VII, nonostante una sceneggiatura assente, è un film divertente; Rogue One, nonostante una sceneggiatura “dignitosa” (per la saga) è un film noioso.

Dopo aver rivisto una decina di volte il trailer di Alien: Covenant ho deciso che il nuovo film di Ridley sarà questo: una versione alleggerita, da b-movie se volete, del primo Alien.
E' un male? Ovvio che no. Un film della saga di Alien è sempre stato un film interessante; sì, persino quell'orrore ibrido che era Alien 4. Allo stesso modo, anche i peggiori film di Ridley Scott sono di solito guardabili. Le Crociate, nonostante sia un film storicamente inesatto e con un messaggio di fondo oggigiorno ridicolo, mantiene una scenografia e sopratutto una regia notevole, insuperata nell'ambito dei film sul Medioevo. The Counselor, che avevo giudicato spazzatura all'uscita del film, si sta rivelando un whisky di quelli gustosi, che più invecchia più diventa buono. Sì, lo sappiamo che Ridley non è al top della forma da tanto, troppo tempo: bisognerebbe però anche ammettere che i suoi ultimi film sono ingiustamente massacrati da una critica che non li rovina perchè “brutti” film, ma perchè diversi dai suoi capolavori degli anni '80.
Quindi, vedremo. JJ Abrams lavorava su materiale altrui, Ridley lavora su una sua creatura (letteralmente). Questo genere di esperimento può andar bene, come nel caso di Mad Max, o fallire orribilmente, com'è stato con Prometheus. In generale è meglio mantenere lo stesso regista, che gli stessi attori, per quanto sembri contro intuitivo.

lunedì 26 dicembre 2016

Paradox, di Massimo Spiga: fantascienza alla Burroughs


Città Vecchia è un sobborgo anni '60, una sterminata distesa di cemento, delinquenza e droga partorita dal boom economico e abortita nei decenni successivi. Perla, una ragazzina sveglia nata nel posto sbagliato al momento sbagliato, gestisce una peculiare famiglia di tossici e ubriaconi, dal padre Zappa al fratello Taglierino. Il suo unico segreto è l'apparizione, una volta all'anno, del Cubo, un impossibile poliedro alieno invisibile a tutti... tranne che al suo migliore amico, Tao, un barbone ex '68 decisamente sciroccato. 

La vita di Perla, dall'adolescenza del 1999, alla vita alle superiori, all'abbandono alla droga a vent'anni è scandita dalle regolari apparizioni del Cubo: all'interno, Perla vi comincia a scorgere due figure, di cui l'ultima, umana, in fuga da un'altra, chiaramente mostruosa

A 28 anni, 2013, il Cubo non scompare, ma raggiunge la sua destinazione definitiva: l'artefatto di origini aliene letteralmente esplode nella borgata. Dalle ceneri cosmiche della strana apparizione fuoriescono i due esseri intravisti all'interno: si tratta di “Giallo”, guerriero alieno corpulento e iracondo e “D”, Gatto dei Portali, un umano joker viaggiatore del tempo. 
Novella Alice nel Paese strafatto di Oz, Perla è condotta da Gatto a scoprire un mondo di lotte cosmiche e conflitti fantascientifici, dove ogni cosa va ricondotta a un'unica primitiva antitesi: Ordine contro Caos, Legge contro Libertà

mercoledì 9 novembre 2016

I miei due cent sul Trieste Science+Fiction


Trieste Science+Fiction è sempre un'esperienza frustrante, anche se mai per colpa del Festival.
Ogni anno mi riprometto infatti di seguire ogni film, di attendere ogni proiezione e di incontrare i lettori del blog triestini (cioè, Lorenzo Davia e Matteo Poropat). E puntualmente mi ritrovo esausto dal Lucca Comics, o come nel caso in oggetto, con un esame da preparare.

/Inizio Digressione
Se vi lasciano usare il dizionario di latino alla prova di accesso alla Scuola di Archivistica, non lasciatevi ingannare: ogni singolo verbo, avverbio, aggettivo, nome sarà squisitamente medievale e pertanto irreperibile sul vostro ciceroniano tomo. E quando sarà più necessario, il dizionario medievale sul tavolo degli esaminatori sarà monopolizzato dallo scricciolo di una latinista nervosa o da un pensionato che vuole superare qualcosa che non dovrebbe superare 
Fine Digressione/


mercoledì 5 ottobre 2016

Voici. La fantascienza vittoriana di Robida diventa un videogame.


Anno duemila. Ogni promessa dello scientismo vittoriano, del positivismo inneggiante al progresso, dell'arte avanguardista, si è realizzata. I timori, le paure ridicole di una “guerra mondiale”, di un abbrutimento dell'uomo sotto la servitù della macchina si sono rivelate previsioni false, pessimismo di vecchi barbogi. Il duemila è qui, ed è vittoriano.
La città, francese come tutte le belle città, si è elevata in altezza, con guglie, campanili e piattaforme d'atterraggio. Mongolfiere, dirigibili, palloni gonfiabili, aeronavi, blimp, elicotteri monoelica, spirali leonardesche riempiono l'aria. L'essere umano si è fatto uccello, senza per altro dimenticare cilindro e giacca nell'evoluzione. Nessuno perde più tempo con treni e automobili, tutti volano.


lunedì 18 luglio 2016

Il Grande Strappo, di Giuseppe Menconi.


Landon Banes è un semplice minatore di taunuxanio sulla colonia di Armissan, un derelitto insediamento ai margini dello spazio conosciuto. La vita sul pianeta è dura, tra escursioni in esoscheletri corazzati, passeggiate tra la lava e operazioni di estrazione in un ecosistema “minerario” adattatosi a condizioni estreme. 
Landon però, è contento: sa di fare il lavoro di Dio.
Il tauxanio servirà infatti alla costruzione del Portale, un dispositivo per il viaggio extradimensionale costruito presso santa Terra, il pianeta natale dell'Umanità.
Siamo infatti nel XXV secolo e lo “strappo” profetizzato nel XXI secolo si sta tragicamente avverando: l'universo sta implodendo, risucchiando pianeti, stelle, ogni genere di energia umani compresi.
Acqua alla gola, l'umanità si è fratturata in due diverse fazioni: la Federazione di papa Callisto, cui Landon è fedele (in entrambi i sensi) e l'Unione di Mizar. La prima è uno stato teocon dove si è realizzata dopo secoli di guerre di religione la vocazione imperialista del cattolicesimo; la seconda all'opposto un gruppo sovversivo di atei collettivisti che combattono per la distruzione del Portale.
Landon, durante il suo lavoro su Armissan, intuisce come sia solo propaganda, ma desidera disperatamente crederci. E' infatti padre e se la moglie è depressa e scoraggiata dalla vita nella colonia, il sorriso delle sue due figlie lo consola e lo riempie di gioia a ogni sera di ritorno dal lavoro. Vive per la famiglia e farebbe di tutto per salvarla. E' per questo che si attiene rigidamente ai protocolli di sicurezza, biasimando ogni incidente dei suoi colleghi alla disattenzione, come ribadendo a ogni piè sospinto che Callisto li salverà tutti. In altre parole, Landon è l'operaio grato del padrone, il minatore convinto che lavorare sodo&onesto siano l'unica strada per la salvezza.
La monotonia di ogni giorno si strappa però quando l'Unione a sorpresa attacca la colonia. Landon insiste per attenersi agli standard di sicurezza, ma per la prima volta fallisce. L'Unione non è debole come insistevano i canali di comunicazione, dispone addirittura di tecnologia aliena: le difese non valgono a nulla e per Landon inizia una disperata corsa per difendere la famiglia.
Vero inizio di una via crucis dove Landon scoprirà suo malgrado che tutto quello che gli è stato raccontato, impartito e catechizzato è una patetica bugia.

lunedì 25 aprile 2016

Regina del Sole, di Karl Schroeder


In una galassia lontana lontana, ma scientificamente accurata, l'universo di Virga rappresenta uno dei tanti esperimenti dell'uomo nella corsa alle stelle: una bolla gigantesca, un vivente ecosistema che spazia per migliaia di chilometri nello spazio profondo.
Al suo interno, la materia prima disponibile è stata convertita per creare piccoli habitat, che ruotano intorno a soli artificiali, che forniscono calore, vita e ossigeno alla cittadinanza.
A tutti gli effetti, un sandbox spaziale, dove la civiltà umana è balcanizzata in micronazioni eternamente in lotta.

Nel primo libro della trilogia di Karl Schroeder, la nazione di Slipstream è minacciata dalla Formazione di Falcon, un impero militarista in piena espansione. L'unica speranza consiste nell'impossibile missione di arrivare fino a Candesce, il sole artificiale più grande di tutta Virga e manipolarne le variabili per avvantaggiare la piccola flotta di Slipstream.
La missione riesce, ma la moglie del comandante, Venera Fanning, resta dispersa in azione nella fascia di relitti e antichi abitati che circondano il sole di Virga.


Se il primo libro di Schroeder – Il Sole dei Soli – era una missione corale che raccontava un'avventura piratesca attraverso tutta Virga, il secondo – Regina del Sole – restringe invece a un'unica protagonista, Venera Fanning e a un'unica ambientazione, Spyre.
Prima, il ritmo del romanzo era veloce, frenetico: una successione di “meraviglie” e combattimenti, estesi sia nello spazio che nel tempo.
Dopo, con Regina del Sole, il ritmo si dilata, diventa lento e strascicato: una successione di intrighi di corte, di presentazioni di personaggi/psicologie bizzarre, di dialoghi e vendette. Spazio e tempo si restringono a pochi lembi di terra, di edifici e di persone: aumentando a dismisura però il livello di dettaglio e approfondimento.
A voler esagerare, Il Sole dei soli è un telescopio, Regina del Sole un microscopio.

lunedì 21 marzo 2016

Bug Hunts!


La Osprey negli scorsi due anni, nonostante una certa opposizione dei vecchi barbogi, ha lanciato diverse nuove serie che la smarcano decisamente dall'ambito della storia militare e delle uniformi cui è di solito associata. Accanto al successo di Frostgrave, dimostrazione che c'è ancora spazio per giochi di schermaglie tradizionali sul modello del mai troppo compianto Mordheim, si è data da fare a promuovere sia giochi da tavolo in scatola che manuali per schermaglie con le miniature.
Tra i tanti progetti, di particolare interesse è la serie Dark Osprey, rivolta a quel genere di argomenti che si vorrebbe trattare scientificamente, ma che l'appassionato sa in fondo appartenere al campo speculativo più sfrenato.
La Osprey in tal senso ha commesso un'autentica eresia per chi odia il “fantastico”: nella serie Dark Osprey ha scelto infatti di trattare argomenti immaginari con uno stile, una documentazione e sopratutto delle immagini il più possibili realistiche; in altre parole, ha scelto di applicare la veridicità storica e gli strumenti essa correlati ad argomenti di cultura geek.
E' solo una mia intuizione, ma ritengo che i lettori delusi da queste scelte che definiscono “facile marketing”, siano gli stessi che criticano il fantasy e la fantascienza perché storie “inventate” rispetto al realismo del romanzo storico. Se non fosse che il romanzo di storia stesso è alla fine un'opera di finzione, poco importa quanto accurata e maniacale sia la ricostruzione in atto, protagonisti e vicende restano a ogni modo inventate, a meno che tu non rediga una biografia... Andrebbe anche aggiunto che non c'è alcuna barriera invisibile che impedisce di usare la metodologia delle discipline umanistiche per trattare argomenti di fantasia, o che ugualmente impedisca di sfruttare le proprie conoscenze scientifiche per scrivere hard sf. Quest'uso “giocoso” di quanto si è imparato può irritare, ma è non ne scorretto, ne illegale.
Ma come sempre, sto divagando...

lunedì 18 gennaio 2016

Arma Infero - Il Mastro di Forgia, di Fabio Carta


Del seguente romanzo ho ricevuto una review copy. L'autore, Fabio Carta, mi aveva contattato via mail per chiedermi un'opinione sul romanzo, ancora l'estate scorsa. Non ho francamente idea se l'aver comprato o meno un'opera influisce sull'attendibilità della recensione. Sostenendo, come in ogni mia recensione, i vari pregi e difetti con citazioni e appositi argomenti, non credo che la mia opinione sia stata influenzata, ma per amore della chiarezza vi avverto comunque.

Muareb è un pianeta desertico e arido, un Marte flagellato da tempeste radioattive.
Nel passato, questa palla di sabbia è stata terraformata dagli umani, trasformata in un pianeta vivo e ospitale, dove la zootecnica ha creato piante e animali adatti alla sopravvivenza. La bestia che ha popolato Muareb è stata il Fauno, un animale d'allevamento in grado di produrre uova, latte e pelliccia, caratteristico per le corna ondulate e il becco uncinato. I primi esperimenti di Fauno, abbandonati nell'ambiente inospitale del pianeta morirono uno a uno, tranne che per un mitico sopravvissuto, un Fauno che resistette ai predatori e divenne egli stesso predatore per eccellenza: il Pagan. La società dei Padri di Muareb sviluppò col passare del tempo un culto guerriero che considerava il Pagan come un Dio.

Il romanzo parte con un flashback. Il protagonista, Karan, è un vecchio che sopravvive in una Muareb devastata da un olocausto nucleare. A una platea di deformi sopravvissuti racconta di come egli abbia realmente conosciuto il Lakon di cui parlano come un mito quando ancora giovane maniscalco lavorava nella Muareb pre apocalisse. Un alieno umanoide, dal volto e gli organi artificiali, Lakon, era stato catturato dai cavalieri per cui Karan fabbricava armi e armature. E da quell'episodio, Lakon era diventato poi l'essere che tutti conoscono, il Martire Tiranno conosciuto nelle stelle più lontane. Si snoda così una lunga avventura in prima persona di Karan e Lakon, dalla cerca del Pagan, alla guerra contro i Mercanti, alle tortuose vicende che condurranno Karan all'essere il vecchio che racconta la vicenda.


venerdì 8 gennaio 2016

Il Sole dei soli, di Karl Schroeder - Analisi dell'ambientazione


In un lontano futuro, l'umanità ha popolato la Galassia.

Nella sua corsa alle stelle, accanto alla più consueta terraformazione, si è scelto di creare habitat ex novo, costituiti da bolle di atmosfera della grandezza d'interi sistemi solari. Questi micro (macro?) ambienti vengono poi “accesi” dall'interno creando piccoli soli artificiali, in grado di sostentare e dare vita a minuscoli insediamenti. La gravità è data dalla rotazione dell'insediamento stesso, così come le materie prime dal materiale già disperso nello spazio prima che venisse “incapsulato”.
E' una sorta di acquario al contrario, o se si preferisce un palloncino al cui interno viva un suo piccolo mondo. Col tempo, le dimensioni gigantesche di questi habitat, la naturale frammentazione dei loro insediamenti, l'accendersi e spegnersi dei piccoli soli causano la nascita di vere e proprie nazioni in lotta fra loro. Nel mezzo, il buio, le tenebre, l'assenza di vita. I paesi che non hanno un sole forte, o il cui sole sta morendo sono presto relegati alla periferia; chi non può permettersi una gravità forte soccombe militarmente alle nazioni più vaste, in grado di dare maggiore solidità (nel senso letterale del termine) ai propri cittadini. Sopra tutto, a generare materia prima e calore, c'è il Sole dei soli del titolo, Candesce.
Intanto, al di fuori di queste bolle, l'accelerazione tecnologica prosegue senza sosta: l'umanità diventa incorporea, spettri digitalizzati che vivono in paradisi artificiali governati dall'entità chiamata “Natura Artificiale”. Nelle bolle, al contrario, il livello tecnologico resta fermo agli anni 20/30 del 900 tra aeronavi, monarchie costituzionali, spade e uniformi. C'è il gusto dell'antico.
Secolo dopo secolo nella popolazione si diffonde l'idea che non c'è altro, al di fuori della bolla, che il mondo di Virga sia l'unica realtà possibile. L'assenza di gravità, i soli artificiali e la lotta tra nazioni sono la normalità, mentre nomi come stelle, pianeti e animali perdono significato.

Hayden Griffin non era che un bambino quando i suoi genitori accesero un sole pirata.
La nazione cui apparteneva, Aerie, non aveva avuto possibilità contro la potenza militare di Slipstream, un regno il cui sole gravita attorno a un asteroide, che fornisce la gravità alla capitale. I vassalli di Slipstream non hanno scelta se non aggregarsi all'elisse irregolare che l'asteroide compie attorno al Sole dei soli. L'alternativa dopo la sconfitta, sarebbe stata restare al buio, in periferia di Virga, decadendo a poco a poco. I genitori di Hayden, tuttavia avevano preparato un alternativa: un sole pirata, attorno cui far rinascere Aerie.
Il fallimento dell'accensione kamikaze di questo sole artificiale parte il romanzo. 
Hayden, persi i genitori entra nell'ambiente politico di Slipstream, con l'unico obiettivo di vendicare i genitori: ma scoprirà presto che esistono nemici e minacce molto più grandi e pericolose che il piccolo regno di Slipstream nella piccola bolla di Virga...