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martedì 12 giugno 2018

"Mediterranea", di Francesco La Manno: alla scoperta del Med-Fantasy


Il Fantasy Mediterraneo viene definito come un sotto genere fantastico dove le mitologie e gli ambienti riprendono esplicitamente l'Europa meridionale e i suoi popoli, dalla Spagna, alla Provenza, all'Italia, fino ai Balcani e alla Grecia. 
Solitamente il genere si propone come esplicitamente italiano, con una predilezione per la Grecia classica e l'Impero romano. 
In alcune rare occasioni il genere si allarga a considerare l'Africa settentrionale e il Medio Oriente, con evidenti lasciti dalle Mille e una Notte. 
Il riferimento esplicito a un luogo, ovvero il Mediterraneo, rappresenta bene il paradosso di questo genere: si tratta di un fantasy geograficamente vincolato a un determinato luogo e pertanto a una determinata storia. 
Il tono generale rimane improntato all'heroic fantasy, ma l'aggettivo “mediterraneo” necessariamente obbliga a un'ambientazione storica. Il genere high fantasy specifica una determinata tipologia di fantastico e allo stesso modo, all'esatto opposto, il low fantasy sottolinea una tendenza opposta. 
Si tratta di modi di scrivere un fantasy, ma non ne predicano i contenuti. Il grimdark contiene già alcune indicazioni di natura estetica, ma generalmente la violenza insita nella sua definizione può essere applicata al contesto che si preferisce, purché brutale e terra-terra. 
Il cosiddetto Fantasy Mediterraneo pertanto diventa spesso una forma di romanzo storico con elementi fantasy, laddove invece ci si potrebbe aspettare un romanzo fantasy con una base storica. Quando non si menziona una chiara ambientazione storica o si tratta di un mondo alternativo al nostro, i riferimenti rimangono evidenti: un impero dove i suoi abitanti parlano latino, si riferiscono agli altri paesi come “barbari” e hanno arene con giochi gladiatori difficilmente è fantasy. Si tratta, in questo esempio, di un gioco di riferimenti tra scrittore e lettore, dove il divertimento non deriva dalla scoperta di un mondo nuovo, ma dal comprendere a quale personaggio o evento storico corrisponda quell'invenzione, quel colpo di scena dell'autore.
Si tratta ovviamente di giochi speculativi, che non tolgono o aggiungono nulla al prodotto finale: non conta se un'opera è fantasy o bizarro fiction o horror, conta se è scritta bene, con una trama intelligente. Classificare in generi e sottogeneri solitamente determina una tassonomia senza vita, similare a quei collezionisti senz'anima che punzonano con lo spillo splendide farfalle nelle loro tristi bacheche. In alternativa il recente rilancio del Fantasy Mediterraneo con Heroic Fantasy e Hyperborea propone, per così dire, un sottogenere dentro un altro: all'interno del fantasy, l'heroic fantasy howardiano e all'interno di quest'ultimo, il Fantasy Mediterraneo.
Tattica ingegnosa, perchè impedisce ogni ambiguità storica.

mercoledì 11 aprile 2018

Fantasy senza fantasia, ovvero la maledizione del minimalismo


Due fattori fondamentali concorrono nella scrittura fantasy, accanto alle elementari norme dello stile e della storia: equilibrio e convinzione.

Sono convinto, in quanto blogger e lettore di lunga data, non scrittore, che la qualità di un'opera fantasy dipenda dall'abilità di giocoliere con la quale lo scrittore gestisce gli elementi fantasy al suo interno. Non solamente nell'effetto a catena secondo cui quanto più prevalente è il fantasy, quanto più diventa facile scadere nella contraddizione e nell'improbabile, ma anche nella misura in cui il fantasy viene gestito di per sé stesso. 
Ovvero: si può avere un elemento fantasy considerato seriamente (Tolkien) o a effetto comico (Pratchett). Si può scrivere un libro come Il Signore degli Anelli solo per avere un veicolo con il quale mostrare i propri studi linguistici, o si può procedere a creare un mondo fantasy per dimostrare la propria geniale verve satirica. Il secondo non è più improbabile del primo, né meno erudito. Tuttavia sono forme diverse di approccio al fantasy
Quindi, accanto all'elemento della qualità, andrebbe fatto risaltare il tono del fantasy, quale approccio prediligere. Si può disporre di un elemento fantastico mutuato dalla fantascienza, come con la narrativa di Andre Norton recensita su Heroic Fantasy Italia, o mutuato dalla mitologia, o ancora inventato da zero, o animato da un'ideologia politica di base (China Miéville).


mercoledì 20 dicembre 2017

Mostrare il dito medio a Nurgle: "Plague Garden", di Josh Reynolds


Il conflitto per il Reame della Vita si avvicina alle sue putride conclusioni, mentre le forze dei Silvaneth e degli Stormcast conducono una lenta guerra d'attrito contro Nurgle.
Ultime linee di difesa, le fortezze-sargasso dell'Ordine della Mosca: guerrieri caotici reminescenti dei bretoniani, devoti alla “Lady di Cankerwall”, caotica parodia della “Dama del Lago”.
A guidare l'assedio, gli Hallowed Knights: legioni su legioni di argentati guerrieri, dal martello nella mano, la fede nel cuore e le fiamme a illuminare la via. Gli Stormcast sono guidati da Lord-Castellant Lorrus Grymn; Gardus Lord-Celestant caduto nella battaglia dell'Athelwyrd e riforgiato per l'ennesima volta ex novo; il Lord-Relictor Morbus; Cadoc Kel, Knight-Azyros d'inestinguibile fanatismo; Enyo e Tornus, due Knight-Venator. 
Tornus era un tempo un guerriero al servizio di Alarielle, un difensore dei Silvaneth; caduto in battaglia, la sua anima fu pervertita da Nurgle nelle sembianze di Torglug, una reincarnazione di crudeltà e rancore. Quando Torglug fu ucciso dal martello di Ghal Maraz in persona, Sigmar percepì nella sua anima il bagliore di una possibile redenzione: riforgiato come Tornus il Redento è ora uno Stormcast, un Knight-Venator.
Tornus, come tanti Stormcast, ricorda ancora frammenti delle (due) vite passate e agli occhi degli Stormcast è un paria, un'anima che si era votata al Caos e che come tale risulta inaffidabile e sospetta. Tornus è ansioso di redimersi, ma nel contempo soffre ancora ricordi e flashback dalla sua vita come Torglug. Tra gli Stormcast alati, ha trovato l'unico conforto nell'amicizia della Stormcast Enyo, una guerriera pragmatica e diretta.

lunedì 22 maggio 2017

A ogni genere il suo sentimento, a ogni epoca il suo fantasy


Ci si lamenta spesso come online si diano per scontate troppe cose, si presumano troppi indizi, ci si abbandoni troppo volentieri a confidenze e scambi basati sulla sola fiducia.

Non giudicare un uomo dalla sua pipa,
giudicalo dal suo tabacco
Indubbiamente, nel mio campo, se si leggono alcuni blogger per anni, articolo dopo articolo, specie tra i siti giornalieri, ci si può illudere di conoscere una persona. 
Forse è anche più facile che dal vero; tra un'immagine profilo e un articolo, tra una riflessione e una dichiarata affiliazione a un hobby, una politica, una religione, diventa possibile fraintenderne il carattere, arrogarsi il diritto di giudicare. 
Devo però ammettere, che sarà forse che non ho grandi contatti online, ma non ho riscontrato quest'arroganza tra i lettori e i colleghi blogger, almeno quei pochi che ho conosciuto. Ad esempio ho qualche contatto che commenta e che conosco da anni che raramente inquisiscono dentro questioni personali, preferendo mantenere il discorso sui reciproci interessi, pure molto seri.


Al contrario, andrebbe osservato che ci sono tante, tantissime persone che conosci di viso, che sei costretto a salutare per ragioni di elementare educazione, ma che tu non conosci e che loro non ti conoscono. 
Mi sto riferendo sopratutto ai vicini di casa/appartamento, ma rimane una riflessione aperta anche ad altri campi: conoscenze sul bus, vicini della casa dell'amico, genitori dell'amico ecc ecc
Quando forzatamente sono poi costretto a una conversazione, rimango sempre sorpreso dell'arroganza degli stessi; vi potrà sorprendere, ma se vedete una persona ogni giorno, non vuol dire che la conosciate o che sappiate chi è e cosa fa. 
Guardare una persona non equivale a conoscerla; vederladal vivo” non significa nulla. Ho visto lo stesso controllore sullo stesso treno per trenta giorni, ma questo non mi ha rivelato nulla sul suo carattere, sulla sua famiglia. Sopratutto non mi permetterei mai di dirgli cosa deve fare o come deve comportarsi. E' solo una persona che “vedi”; non vuol dire niente. 
Questo contorto preambolo per arrivare a dire che qualche settimana fa mi sono ritrovato in ascensore con una persona di mia conoscenza; devo ammetterlo, più la conversazione procedeva, più mi sorprendevo dell'estrema, ottusa arroganza che mi veniva esibita dinanzi. Sull'unico indizio della mia età, la sgradevole vecchia – perchè tale era – procedeva a criticare a tutto spiano, al punto che sono rimasto allibito, le mani che mi prudevano. Ovviamente, di fronte all'ennesimo esempio della pensionata che ha raggiunto la pensione solo perché era nel punto giusto al momento giusto e che occupa un appartamento vuoto tanto quanto le sue idee, non vale la pena arrabbiarsi. 
Il suo stesso comportamento era per me una condanna sufficiente. Non resta, in casi del genere, che comportarsi cortesemente, cercando di chiudere ogni contatto il prima possibile. Inutile reagire, si avvalorerebbero solo la tesi di partenza. Che incredibile arroganza, però!

Rientrato a casa, mi sono messo davanti al Pc e ho calpestato la tastiera producendo una decina di pagine di un racconto distopico. Roba hardcore, nello stile di Alan D Altieri.
Al che, mi ha colpito il nesso... La rabbia non mi aveva spinto a scrivere un articolo, non mi aveva spinto a scrivere una riflessione, una storia fantasy, un frammento mainstream. No, la rabbia mi aveva spinto a scrivere una distopia. L'ho trovato interessante: la rabbia mi aveva stimolato a scrivere di fantascienza pessimista, distopica. Tanto più che proprio qualche giorno prima riflettevo come il genere sia ormai controproducente sotto così tanti aspetti: la distopia Young Adult è un ossimoro offensivo verso le vittime reali delle dittature; come avvertimento la distopia non funziona perchè propone sempre una soluzione semplicistica; come critica del presente di solito si risolve in una generica e irrealizzabile imitazione della Nord Corea, che come stato è un “fossile”, un'eccezione.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1896)
L'associazione di un sentimento a un genere specifico non dovrebbe sorprendere. 
Ad esempio, fino agli '40 dell'Ottocento, il romanzo come forma narrativa predominante in Italia era il romanzo storico, alla Ivanhoe. La soluzione rispondeva a criteri di praticità – superare la censura della Restaurazione – offrendo nel contempo quel divertimento apprezzato sia da chi aveva combattuto per/contro Napoleone, sia dai figli che scalpitavano per combattere ancora, mentre sul versante “nazionale” permetteva di concepire l'unificazione senza realizzarla effettivamente. 
In altre parole, il romanzo storico offriva una soddisfazione a quel peculiare meccanismo psicologico per cui si desidera qualcosa nel contempo senza volerla davvero. 
I moti del '30 e il fallimento del '48 porteranno alla ribalta il romanzo contemporaneo, ma a interessarci davvero è il romanzo che prende forma dopo l'unificazione. E' infatti impressionante constatare come gli ideali del Risorgimento crollino all'improvviso, scompaiano come niente: c'è un tentativo di unificazione linguistica con a capo il toscano, ma la disillusione è forte, fortissima, almeno per come la presenta Tellini nella sua saggistica. Come va di moda tra i culturalisti oggigiorno, si potrebbe rimproverare ai romanzieri la colpa di aver fomentato un clima pessimista con le proprie opere; per chi invece ricerca una prospettiva razionale e scientifica, diventano evidenti le magagne immense di un sistema accentrato con l'unica guida della Casa Savoia, paralizzato da letali conflitti di potere e afflitto da un analfabetismo imbarazzante, a cui difficilmente potevano far fronte i libelli e i romanzetti toscani, densi di sentimentalismo e amor di patria.
E' dunque chiaro come la narrativa disperata del periodo fosse un riflesso, un prodotto delle ansie economiche, tra crack in Borsa, fallimenti della Banca Italiana e una corruzione crescente. Per ogni De Amicis abbiamo un Verga, o per lo meno un autore Scapigliato pronto a prendersi in giro, a ricercare il brutto, il grottesco, lo psicologismo rivolto all'interiorità disinteressata alle visioni eroiche del Risorgimento.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1902)
Tutta questa pappardella, per spiegarvi come sono convinto che a ogni periodo storico, a ogni decennio corrisponda un dato genere predominante, che risulta la concretizzazione delle ansie e della struttura economica del momento. In tal senso, ritengo di poter dire con sufficiente sicurezza che la fantascienza distopica, anziché preavvertire una futura distopia, sia semplicemente la conseguenza del Crack economico del 2007 e da quel momento in poi sia stata associata per circa un decennio (2007-2017) al progressivo furore di una popolazione che si riteneva a buon ragione ingannata.
Motivazioni economiche, la “pancia”, che hanno suscitato una rabbia che sua volta si è tradotta, in un clima ancora relativamente benestante, ma velocemente eroso, in una narrativa fantascientifica a carattere distopico. Il carattere di buon attivista della distopia andava d'amore e d'accordo con la gran parte dei movimenti e dei gruppi dei successivi cinque anni, da Occupy Wall Street a Podemos.
Allo stesso modo, però, dei tanti Divergent e Hunger Games, la protesta è rimasta circostanziata, spegnendosi e risolvendosi in dibattiti sterili, dove l'ossessione per una “rivoluzione dalla rete” ha presto perso ogni contatto con la Realtà, quella con la “R” maiuscola. 
Probabilmente l'elezione di Trump è stato il canto del cigno di questo modo di pensare: migliaia su migliaia di giornalisti e blogger e attivisti intenti a fare campagna dalle proprie pagine blog, facebook, twitter... dimenticando che i sostenitori del loro nemico, Drumpf, molto semplicemente non leggevano Internet e certo non leggevano i post da loro etichettati “liberali”. La prigione della Rete ha rivelato per l'ultima volta (spero), che senza un aggancio al mondo reale non produce cambiamenti. Perchè l'Agente Smith possa incarnarsi, deve passare dalla Matrice al mondo di carne e ossa, il mondo dove a una caduta corrisponde una gamba rotta. 
La fantascienza distopica in tal senso ha dato la stura alla rabbia di quegli anni, senza tuttavia preventivarne il pericolo o fornirne una minima alternativa.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1896)
In questi mesi, al di fuori della mia arrabbiatura, pensavo a un altro genere invece trascurato, ovvero il Fantasy. Non l'Urban Fantasy, o il Weird, o la fantascienza alla Star Wars, cioè fantasy con le spade laser: no, proprio il Fantasy inteso come un mondo parallelo al nostro, straordinario e terribile. Non per forza una landa medievale, però, sì, qualcosa di classico.
High Fantasy, insomma. Bene contro Male, nei limiti del kitsch.

Il lavoro sul mio saggio del Signore degli Anelli infatti mi ha rivelato una prospettiva che già sospettavo: Tolkien attingeva in profondità alle terre dove viveva. Non all'Inghilterra come nazione e nemmeno a Oxford come mondo universitario: ma alla regione dov'era nato, alle terre e ai pochi acri a lui circostanti. E' su quei ruderi celtici, su quelle montagne erose dal tempo, su quelle lande fangose dagli strani toponimi che ha estratto l'oro prezioso della sua narrativa. Gli studi, la filologia gli hanno fornito gli strumenti indispensabili per comprendere quel mondo, per dargli forma, per forgiarlo in un'arma narrativa formidabile. Senza la documentazione, partorisci un aborto. Senza uno stile di scrittura studiato e rielaborato e rivolto al lettore, non allo stronzo arrogante dentro di te, non ottieni niente di degno. 
Non c'è, almeno per me, alcun dubbio che la geografia e la bellezza del Signore degli Anelli derivino dalla comunità locale, dalla terra dove il professore abitava, da cui ha distillato gli ingredienti che più amava – lo si vede negli hobbit, ovviamente, ma anche negli uomini di Brea, o negli elfi di Granburrone.

Qui si pone il passaggio interessante: proprio perchè legato a un ambiente quasi “di famiglia”, suo e unicamente suo, non possiamo imitare Tolkien imitando il suo genere di fantasy. E' un'operazione che non ha senso: come provare sentimenti per l'infanzia di uno sconosciuto, per i ricordi a lui cari. 
Il lettore può farlo, perché s'immedesima negli hobbit; lo scrittore non può, perché non ha il “vissuto” che aveva Tolkien, perché non ha il background inglese e piccolo borghese su cui ha costruito il suo mondo.
Sarebbe un'opera da parassita, come cercare di fingere di essere qualcun'altro. Il risultato è grottesco, non ultimo perché manca, accanto a questo elemento quasi biografico, la componente di duro lavoro di scrittura e ricerca. 

Per questo motivo, nei mesi scorsi, pensavo a scrivere un Fantasy. E mentre mettevo le mani sulla tastiera continuavo a pensare come non potevo, sebbene cercassi, attingere a quel background celtico-medievale-rurale di Tolkien. Io non sono nato in campagna, non ho mai scorrazzato tra i boschi, sono una persona urbana, a suo agio nell'architettura di una solida città vittoriana, meglio art nouveau, al più modernista: i moti dell'animo di chi ama i fioruncoli e i panorami idilliaci non mi appartengono. Ho pertanto iniziato un lavoro di scandaglio interiore. Ho lentamente, dolorosamente cercato di individuare cosa amo – a livello sociale, di identità e comunità – del mondo in cui vivo. E a sua volta quale mitologia e quale leggende e quali studi filologici posso svolgerci. L'idea sarebbe di trovare per primi gli elementi positivi, stavolta; per primi gli elementi quali valori e immagini su cui poi costruire il mio mondo fantasy. Un mondo pertanto triestino, in un certo senso; bibliotecario, in un altro; burocratico e urbano in un altro ancora. Questi sono infatti gli ambienti in cui mi muovo. Da queste basi indagare quanto più approfonditamente per scovare localmente e solo localmente, gli elementi di leggenda, i mattoni lego “mitemi” con cui costruire le fondamenta di cosa voglio scrivere.

Il mio "fantasy" (dalla rivista Jugend, da cui Jugendstil, del 1902)
Perchè questo sforzo, al di là del fatto che scrivere è l'unica cosa di cui sono capace e che ironicamente è tra le abilità più inutili e superflue oggigiorno?
Ci si ricollega al discorso della distopia e alla rabbia dell'esordio. A livello infatti nazionale e personale, ritengo che la rabbia stia cedendo il passo alla semplice tristezza. Disperazione, in alcuni casi. Ma tristezza, per lo più. La gente, lo vedo in strada, lo sento in giro, è semplicemente distrutta. Al di là dei pensionati che affollano i bus e le Poste e di chi sa che il suo posto e il suo futuro sono al sicuro, mi sembra che la gran parte della popolazione sia ormai affranta, con la calma traumatizzata del reduce. C'è un limite attraverso cui puoi pompare violenza e minacce e a livello politico, sia sulla scena nazionale che internazionale, credo sia stato raggiunto. In quest'ambiente, ipotizzo che il Fantasy come genere classico tornerà a essere letto in gran numero. Non solo Young Adult, non solo ennesime contaminazioni con altri generi, ma Fantasy con la F maiuscola, Fantasy puro.

Quando la Compagnia dell'Anello uscì in sala, non erano passati che pochi mesi dall'attentato del'11 settembre 2001. Sarebbe bastato che fosse uscito a ottobre, a novembre e una popolazione ancora “stordita”, l'avrebbe ignorato e Peter Jackson si sarebbe ritrovato a spasso. Ma La Compagnia uscì a dicembre... quando le genti erano ormai tristi, ma erano uscite dallo shock. E fu un successo, perché il Fantasy è un genere che da speranza quando si è abbattuti, è un genere che nella sua forma più pura risolleva dalla disperazione.
Quando Tolkien, a sua volta, scrisse Il Signore degli Anelli, era nella Terra Desolata degli anni '40 del Novecento, dentro quell'inferno di sangue e shrapnel della Seconda Guerra Mondiale, dove solo flebili Irradiazioni come quella di Junger o dello stesso Tolkien brillavano come fragili fiammelle nel buio più cieco. Tempi tristi, tempi in cui scrivere Fantasy.

La situazione in cui ci troviamo, tranne che per pochi privilegiati, è ugualmente cupa: ritengo che per ragioni geo-politiche ci aspetti un'apocalisse, l'equivalente del ventunesimo secolo della Grande Guerra. Per questa ragione, penso che sia di nuovo scoccata l'ora per il Fantasy e per i grandi romanzi, con cui a tenere a bada l'orrore che ci aspetta.  

venerdì 12 maggio 2017

"City of Secrets", di Nick Horth (Age of Sigmar)


Situata sulla Costa delle Zanne nel Reame delle Bestie (Ghur), Excelsis è una megalopoli fantasy-rinascimentale, costruita attorno alla sacra reliquia del Mondo-che-Era, la Lancia di Mallus
Città mercantile, snodo importante per le flotte dei duardin, della Gilda e della mafia elfica, Excelsis è un confuso aggregato di cattedrali e palazzi, stamberghe e tuguri, viuzze e ghetti. 
Una città cosmopolita rispetto alle invenzioni medievali di Warhammer Fantasy, ma piagata dalle sue stesse dimensioni: per un reame basato sul “più forte” quale Ghur, niente di meglio che una giungla urbana dove il tagliagole non è un crimine, è una professione. 

Armand Callis è un onesto caporale della milizia della Gilda, l'equivalente fantasy di un poliziotto ai primi anni di servizio, quando non ha ancora compreso che tutti in America in Age of Sigmar sono corrotti e che se non è Tzeench a prenderti, è la Cia l'Ordine di Azyr, i cacciatori di streghe. 
Visto che il suo superiore è troppo ubriaco per il giro di pattuglia, la responsabilità passa ad Armand, che conduce i suoi soldati a pattugliare le Vene, l'area più malfamata, pericolosa e corrotta di Excelsis: un sobborgo che il suo superiore era ben contento di evitare, con l'aiuto anche di una bustarella (o due). Nelle Vene, scorre il sangue: Armand scopre un traffico illecito di “glimmerings”, frammenti della Lancia di Mallus che conferiscono visioni del futuro, premonizioni altamente quotate. Questa sostanza profetica è usata dalla città come valuta pregiata, ma è controllata, come si può immaginare, con grande attenzione. Durante il combattimento, Armand si rovescia per errore addosso i “glimmerings”, ricevendo una visione del futuro di Excelsis. 
Senza far spoiler, non è una visione molto allegra... 

giovedì 21 aprile 2016

Il Signore dei Film - Compagnia dell'anello parte 1 (analisi)


Un mio collega d'università che possiede la televisione (o è la televisione a possedere lui? Ahimè...) mi ha subito informato sollecito che stasera trasmettono la parte uno della Compagnia dell'Anello nell'extended edition di Peter Jackson, su Italia 2, alle 21.10. 
Certo, potremmo addurre ottime argomentazioni per spiegare come non ci sia alcun sprone a guardare un film sulla televisione, sopportando l'ingestione forzata di nauseabonde pubblicità, caroselli, tagli e interruzioni inopportune, per non rammentare gli usuali sbagli nell'alternare le diverse parti (parte 2 prima della parte 1 ecc ecc).
E allo stesso modo, potremmo scrivere il solito articolo di cinquecento parole o meno in cui spieghiamo senza conoscenza di cinema, perchè cinematograficamente Il Signore degli Anelli è un brutto film, o in cui argomentiamo senza aver letto nulla di fantasy come Tolkien sia un “autore banale”. Purtroppo l'offesa senza valide argomentazioni a supportarne l'evidenza è quel genere di caratteristiche dei blogfamosi” che non riesco a replicare, come non mi diverto a gettar letame sui passanti quando passeggio in campagna.
Una lamentela pungente, un buon discorso non impedirà mai a una buona porzione della popolazione di sedersi in poltrona e guardare nonostante tutto il film dalla televisione, pur conscio di blu-ray spesso in svendita o delle opportunità sui Torrent. 
Quindi, perchè non approfittarne?
Di recente, cercando saggistica su Tolkien per un progetto, ho letto un saggio di curiosità sul making off della trilogia filmica, che spezzetta i movies in sequenze che analizza, offrendo per ciascuna i commenti del pubblico al cinema, le informazioni erudite, le curiosità più eccentriche, gli errori e le incongruenze sul set.

The Lord of the FilmsThe Unofficial Guide to Tolkien's Middle-Earth on the Big Screen è solo una raccolta di curiosità scritta da un fan per i fan, probabilmente pubblicata all'epoca in una qualche edizione piena di foto colorate e scritte sgargianti. Sono allegate curiosità sul merchandising, interviste a comparse ed effettisti, persino guide ai segreti sui dvd in vendita ai primi '2000.
L'aspetto davvero interessante sta proprio qui: The Lord of the Films proprio in virtù dei sui difetti, del suo essere “basso” è un ottimo termometro per l'atmosfera fantasy che si respirava tra la fine dei nineties e l'inizio di questo nuovo, perfido secolo. Sono nato nel '92, quindi potete comprendere che ora, nel 2016, passato un decennio dall'uscita del Ritorno del re (2003) mi sembra sia giunto il momento per giudicare chi/cosa/come salvare di quel periodo.
In altre parole, The Lord of the Films non interessa in quanto dice sul Signore degli Anelli, ma in quanto dice sui fan del Signore degli Anelli a inizio '2000.
Per citare un esempio tra i tanti, l'autore non sa ancora se Jackson dirigerà Lo Hobbit, che immagina un'eventualità a dir poco impossibile. Considerando l'orrido risultato, sarebbe stato meglio se il progetto fosse rimasto davvero impossibile...

Il rilascio ogni giovedì della trilogia sulla televisione dovrebbe pertanto permettermi un nuovo appuntamento settimanale, in cui commentare spezzone dopo spezzone la trilogia, usando quest'Unofficial Guide per mostrarvi dettagli che io per primo non ho mai notato.
Se non ci saranno imprevisti, ci si darà appuntamento per 6 settimane di fila.


lunedì 21 dicembre 2015

A spasso per la Contea: birra, funghi e Tom Bombadil


Non ho idea se, come il sottoscritto, amate tenere un certo numero di libri a portata di mano sul tavolo o sul comodino per poterli consultare o sfogliare in quei momenti della giornata in cui siete preda della noia, dell'indecisione o di entrambe le cose. Sfogliare un libro e leggerne stralci a caso è uno dei più soddisfacenti diritti del lettore.
Ultimamente sono tornato a rileggere Il Signore degli Anelli e dopo essermi accorto di aver letto di fila diversi capitoli delle Due Torri ho deciso che era tempo di una sana rilettura.
Al momento il mio entusiasmo si è perso da qualche parte nel capitolo di Frodo e Sam sulle paludi, ma per amore della brevità concentreremo l'attenzione di questo articolo sulla Compagnia dell'Anello, dal compleanno di Bilbo all'arrivo a Gran Burrone.
Cito i passi dall'edizione in mio possesso, la Bompiani del duemila a cura di Quirino Principe e con l'introduzione di Elemire Zolla. Ignoro se sia mutato qualcosa nei termini delle edizioni più recenti. So ad esempio che ne Lo Hobbit cambiano spesso il nome dei Vagabondi, che diventano alle volte Troll, Uomini Neri e così via... Ma non so molto della filologia tolkeniana in Italia e dunque se c'è un esperto tra i lettori, raccontatemi pure come sono mutati nel tempo le traduzioni di nomi e personaggi.

Spesso, rileggendo fantasy che nell'infanzia trovavo avvincenti, rimango deluso.
Nel caso di Tolkien non ne ho mai veramente abbandonato la lettura e devo ammettere che come lo trovavo eccellente a undici anni, lo trovo altrettanto a ventitré: il flusso di pensieri, dialoghi e ambientazioni scorre senza mostrare minimamente la sua età, anzi arricchendosi a ogni rilettura di ulteriori strati di storia, miti e canzoni. La solidità del worldbuilding del professore di Oxford resta davvero solida, a dir poco maniacale persino nella sua opera meno lirica (se comparata al Silmarillion...).
Il gergo di elfi, nani e hobbit suona naturale e l'unica sbavatura è tra gli umani di sangue reale, come Aragorn, i cui scambi di parole oscillano pericolosamente tra l'epica e il ridicolo, specie quando elencano per mezza pagina, senza un istante per tirare il fiato titoli nobiliari, alberi genealogici e nomi guerrieri. Inoltre l'insistere sulla purezza di sangue dei Dunedain, per quanto comprensibile nell'ambito della mitologia medievale cui si fa riferimento, è decisamente malsana.
Discorso (musica?) diversa per le canzoni, che odiatissime quando le leggevo da bambino le trovo oggi uno degli inserti più interessanti, che avevo colpevolmente trascurato. Almeno nella Compagnia dell'Anello si può notare come gli argomenti prevalenti, persino tra i borghesi hobbit, siano malinconia e rimpianto: si parte con le prime strofe in cui si descrive un'elegiaca felicità, legata a una donna, un paesaggio, la vita quotidiana, per poi stravolgerla nell'avventura o nella tragedia di un male che proviene da fuori. Nelle ultime strofe, ci si riallaccia così alla felicità iniziale, ora rimpianta: l'Era degli Uomini non nasce per un rinnovato vigore della razza umana, ma per il decadere inarrestabile di ogni razza che lentamente scompare nelle brume del tempo.
Un'Era di trapasso, una vittoria di Pirro. Almeno così l'ho intesa dalla rilettura del primo libro: non sono gli uomini a farsi grandi, ma elfi e nani a farsi “piccoli”.
Lo stile di scrittura di Tolkien resta comunque diverse spanne (uso le unità di misura britanniche, considerando l'argomento...) sopra la media sia dei suoi contemporanei che dei nostri: basti confrontare l'orrido stile di Lewis alla finezza di Tolkien, per accorgersi del confronto.
Moorcock stesso, nel sopravvalutato manifesto Epic Pooh, ammette che Tolkien è quantomeno superiore al tono legnoso di Lewis, criticandolo comunque per il suo tono sdolcinato e al fondo paternalista, un provinciale inglese.
Consiglierei la lettura del manifesto, perché se ne parla spesso senza averne davvero cognizione: non c'è infatti quella distruzione del professore di Oxford che tanto diverte i Tolkien haters, ma al contrario un'analisi a tutto tondo molto più vasta ed estesa di quanto si possa supporre.

Il Cavaliere Nero, di John Howe. 

venerdì 21 agosto 2015

I romanzi di Age of Sigmar


Il Caos ha trionfato, l'apocalisse si è compiuta. Il Vecchio Mondo si è consumato in un'orgia d'insensata distruzione, prima di frammentarsi in otto diversi reami, nient'altro che balocchi per i prescelti di Khorne, Nurgle e Tzeench. Le tribù imbarbarite di quanti erano un tempo fiere nazioni civilizzate fuggono dai mastini caotici, inseguiti e braccati come animali.

Sigmar, sconfitto e annichilito sceglie di voltare le spalle ai regni mortali. E' la fine dell'Era del Mito. Umani, elfi e nani vengono sottoposti a genocidio dalle potenze caotiche.
Ora, dopo secoli e secoli di oppressione, Sigmar è tornato. Dalle forge celestiali del suo mondo ha creato martelli e armature della più resistente della leghe, destinati alle più coraggiose anime che si sono battute nel suo nome. Questa armata di reincarnati, questi Sigmariti celestiali, saranno lo strumento della vendetta e della liberazione degli otto mondi che una volta dominava.

L'Era dei Miti è finita. L'Era di Sigmar è iniziata.

Un tempo, Vandus Hammerhand era un umano, nel Vecchio Mondo. Prima di morire combattendo. Prima di vedere la sua intera tribù trucidata dai servitori dell'Oscurità. La sua anima venne richiamata da Sigmar, e riforgiata nel fuoco dei suoi mondi. Dopo secoli di attesa, finalmente guida il primo esercito di Sigmariti che abbia messo piede sui mondi mortali. Deve riaprire i Cancelli di Azyr, permettendo una breccia extratemporale che permetta alle forze di Sigmar di fare ritorno.

Khorgos Khul era il prescelto di Khorne. Dopo secoli di combattimenti, regna sul suo mondo come un re annoiato dall'alto del suo trono. Chiunque gli si opponesse è stato sconfitto, e sulle piane distese di cenere ha eretto una colossale piramide di teschi nel nome di Khorne. Gli manca un solo teschio per terminare la raccolta, e così ascendere al rango di Principe Demone. Il teschio di un guerriero valoroso... ma non ce ne sono più. Vaga con il suo esercito alla ricerca di combattimenti onorevoli, quando incontra dei strani cancelli, e un'altrettanto strana armata...

Lo scontro ha inizio.

Martelli! Martelli ovunque!