martedì 12 giugno 2018

"Mediterranea", di Francesco La Manno: alla scoperta del Med-Fantasy


Il Fantasy Mediterraneo viene definito come un sotto genere fantastico dove le mitologie e gli ambienti riprendono esplicitamente l'Europa meridionale e i suoi popoli, dalla Spagna, alla Provenza, all'Italia, fino ai Balcani e alla Grecia. 
Solitamente il genere si propone come esplicitamente italiano, con una predilezione per la Grecia classica e l'Impero romano. 
In alcune rare occasioni il genere si allarga a considerare l'Africa settentrionale e il Medio Oriente, con evidenti lasciti dalle Mille e una Notte. 
Il riferimento esplicito a un luogo, ovvero il Mediterraneo, rappresenta bene il paradosso di questo genere: si tratta di un fantasy geograficamente vincolato a un determinato luogo e pertanto a una determinata storia. 
Il tono generale rimane improntato all'heroic fantasy, ma l'aggettivo “mediterraneo” necessariamente obbliga a un'ambientazione storica. Il genere high fantasy specifica una determinata tipologia di fantastico e allo stesso modo, all'esatto opposto, il low fantasy sottolinea una tendenza opposta. 
Si tratta di modi di scrivere un fantasy, ma non ne predicano i contenuti. Il grimdark contiene già alcune indicazioni di natura estetica, ma generalmente la violenza insita nella sua definizione può essere applicata al contesto che si preferisce, purché brutale e terra-terra. 
Il cosiddetto Fantasy Mediterraneo pertanto diventa spesso una forma di romanzo storico con elementi fantasy, laddove invece ci si potrebbe aspettare un romanzo fantasy con una base storica. Quando non si menziona una chiara ambientazione storica o si tratta di un mondo alternativo al nostro, i riferimenti rimangono evidenti: un impero dove i suoi abitanti parlano latino, si riferiscono agli altri paesi come “barbari” e hanno arene con giochi gladiatori difficilmente è fantasy. Si tratta, in questo esempio, di un gioco di riferimenti tra scrittore e lettore, dove il divertimento non deriva dalla scoperta di un mondo nuovo, ma dal comprendere a quale personaggio o evento storico corrisponda quell'invenzione, quel colpo di scena dell'autore.
Si tratta ovviamente di giochi speculativi, che non tolgono o aggiungono nulla al prodotto finale: non conta se un'opera è fantasy o bizarro fiction o horror, conta se è scritta bene, con una trama intelligente. Classificare in generi e sottogeneri solitamente determina una tassonomia senza vita, similare a quei collezionisti senz'anima che punzonano con lo spillo splendide farfalle nelle loro tristi bacheche. In alternativa il recente rilancio del Fantasy Mediterraneo con Heroic Fantasy e Hyperborea propone, per così dire, un sottogenere dentro un altro: all'interno del fantasy, l'heroic fantasy howardiano e all'interno di quest'ultimo, il Fantasy Mediterraneo.
Tattica ingegnosa, perchè impedisce ogni ambiguità storica.

Il Fantasy Mediterraneo ha una storia interessante, nella misura in cui non ha mai generato un'opera capostipite o una serie di romanzi facilmente identificabili, né tantomeno è diventato popolare quale termine acchiappa clic, come oggigiorno il weird o l'aggettivo “lovecraftiano”.
Tuttora se si vuole consigliare un romanzo del genere Fantasy Mediterraneo ci si ritroverebbe in difficoltà e risulterebbe difficile, se non impossibile, comprovare la popolarità dell'etichetta. 
Mi viene in mente solo il dimenticato Gianluigi Zuddas come autore classico di questo sottogenere, sufficientemente conosciuto nei circoli letterari: siamo però lontani dal genere di vendite e fama richieste per potersi definire a tutti gli effetti un movimento o un genere nuovo. Effettivamente è possibile trovare Zuddas nelle biblioteche e una sua ricerca su Google svela un buon numero di risultati e menzioni, a testimoniare una certa influenza tra i lettori. Quando tuttavia Zuddas debuttò con le sue eroine Ombra e Fiamma nelle librerie italiane ebbe un successo contenuto, nemmeno comparabile a spazzatura fantasy come la saga di Licia Troisi. Sia chiaro, sono il primo ad apprezzare Zuddas e a considerarlo un autore sottovalutato
Se faccio un salto in libreria – non fatelo, si può anche entrare camminando – e chiedo qualcosa di “fantasy”, sapranno consigliarmi. 
Se gli chiedo qualcosa “alla George RR Martin” è ancora possibile essere indirizzati a Joe Abercrombie, ad esempio. O a uno Young Adult “oscuro&tenebroso”. 
Tuttavia nemmeno un librario esperto, ammesso che esistano ancora, saprebbe consigliarmi un Fantasy Mediterraneo. Una corrente letteraria, per essere definita tale, deve saper elettrizzare i lettori, deve avere una minima, sindacale, popolarità. Gli autori spesso citati a proposito del Fantasy Mediterraneo sono talmente misconosciuti da essere curiosità letterarie: opere stampate tra gli anni '80 e '90, oggigiorno dimenticate. All'opposto, non nego il valore degli scrittori contemporanei di Fantasy Mediterraneo, ma non si può negare come siano piccole case editrici dalla diffusione inevitabilmente limitata. Chiaro, prima che qualcuno lo commenti, sì, è possibile far rientrare classici della letteratura nel Fantasy Mediterraneo e ascrivere a questa corrente opere mitologiche come l'Iliade e l'Odissea. Tuttavia, mi sembra un'operazione disingenua: cambiare l'etichetta di un'opera non muta la sua sostanza di base. Allo stesso modo vi sono autori inglesi e americani che hanno scritto Fantasy Mediterraneo senza saperlo, come Jack Williamson con L'impero dell'oscuro, L. Sprague de Camp, Gene Wolfe, ecc ecc
Si tratta ancora una volta di “giocare” con le tassonomie, nel bene e nel male.

Volete un sistema di gioco per wargaming con miniature che mescoli l'antichità classica al Fantasy?
Provate "Broken Legions" della Osprey Games. E' praticamente med-fantasy. 
Il Fantasy Mediterraneo, se non esiste a livello di pubblico, è invece una realtà affermata come oggetto di dibattito. In altre parole vorrei postulare come il Fantasy Mediterraneo esista a livello di domanda, di antitesi: alla presunta esistenza di un fantasy anglosassone, si è sempre voluto contrapporre in Italia un fantasy solare, greco-romano, in altre parole “mediterraneo”. 
Se cercate definizioni del med-fantasy o come diavolo lo volete chiamare, troverete discussioni risalenti addirittura al 2007, 2008 sui blog e sui magazine online. E vi ritroverete le stesse domande, le stesse discussioni qui presenti, tese a contrapporre una mitologia percepita estranea a un proprio background. Non ho sottomano i testi, liberi di contraddirmi, ma sono sicuro che le antologie di Sword&Sorcery italiane degli anni '80 avevano identici dibattiti nelle prefazioni. 
Si tratta di un genere pertanto ben vivo a livello di domanda e/o provocazione; decisamente meno a livello di contenuti concreti. A questo riguardo ci si potrebbe domandare se il mondo dei giochi di ruolo e dei fumetti possa offrire esempi di Fantasy Mediterraneo forse più calzanti delle produzioni narrative nostrane. E' una domanda che lascio agli esperti di quei mondi; a mio parere un'ambientazione come Katakumbas risponde perfettamente agli imperativi del Fantasy Mediterraneo.

Heroic Fantasy Italia, con il quale avevo collaborato qualche mese addietro e Hyperborea, portale della narrativa Sword&Sorcery in Italia, si stanno battendo ormai da diverso tempo per un rilancio del Fantasy Mediterraneo. Per le ragioni appena espresse, mi sembra un'impresa difficile, ma come si suol dire, tanti nemici, tanta gloria
E' un'operazione collocabile nel solco di altri sottogeneri italiani, come l'ormai attivissima Ignoranza Eroica. In quest'ambito, “Mediterranea” è la nuova antologia di Hyperborea e si propone esattamente questo, ovvero di rilanciare il genere.
Dieci racconti lanciati come dieci spartani verso le orde persiane del Mainstream.
Sarà la vittoria di Platea o l'eroico massacro delle Termopili?
Scopriamolo insieme...

Il ponte della morte”, di Donato Altomare, è un buon racconto con il quale esordire l'antologia: un heroic fantasy dove l'horror si mescola alla mitologia, lontano dallo stile aulico e illeggibile di EroicaIn un passato remoto (età del ferro?), una diga naturale impedisce al mare di sommergere la pianura. Sulla diga passa un antico ponte – della morte, appunto – e nelle sue vicinanze un villaggio di poveri contadini viene minacciato prima da una banda di razziatori e in seguito da un vero e proprio esercito, che sa esistere qualcosa nel villaggio capace di mutare le sorti della storia.
Senza altre alternative, i saggi alla guida del paesino invocano il soccorso della Vieja Bruja, un demone nella forma di una strega, legata al paese da un giuramento ancestrale.

Il problema maggiore del racconto consiste nella genericità del setting, indistinguibile da una qualsiasi ambientazione fantasy: al di fuori dei nomi e di alcune descrizioni, sembra di essere o al tempo delle invasioni barbariche o addirittura nel basso medioevo. Non c'è nulla che ricordi la preistoria o il tonobiblico”, caratteristico di una notte prima dei tempi, che dovrebbe trasmettere “Il ponte della morte”. Va anche riconosciuto come il racconto si proponga di rispondere a una domanda piuttosto specifica, ovvero l'origine del Mare Nostrum e in tal senso, come ogni mito, sia volutamente generico.

I dialoghi sono legnosi, un po' rigidi, persino per un fantasy. 
Insopportabile il maiuscolo quando il personaggio urla o si desidera sottolineare un evento drammatico:

«NON POSSIAMO LASCIARCI PORTAR VIA LE NOSTRE DONNE…»
«O IL NOSTRO CIBO…»
«NO… NOI DOBBIAMO COMBATTERE…»
«BASTA!»
Alonso mise fine a quella bagarre inutile.
«Qualcosa dobbiamo pur farla.»

E' difficile usare lo stampatello nei racconti senza causare un effetto involontariamente cartoonesco, proprio di un fumetto di paperi parlanti. Pur limitando il maiuscolo a poche parole, persino Stephen King fallisce nell'usarlo correttamente; si legga ad esempio alcune scene di Shining.

Da segnalare la descrizione del ponte, particolareggiata e suggestiva, nonostante le divagazioni:

Davanti a loro il passaggio che tutti conoscevano come Il Ponte della Morte. Si diceva facesse paura al diavolo stesso che l’aveva creato. Era largo sei passi e lungo mille. E incuteva terrore. Alla loro sinistra il Grande Mare batteva furioso contro il fianco del camminamento che fungeva da diga a contenerlo, alla loro destra il baratro che faceva da preludio alla Grande Depressione, una enorme area sotto il livello delle altre terre intorno, deserta. Cadere a destra o a sinistra non avrebbe fatto differenza: morte certa in entrambi i casi.
Il gruppo di armati procedeva con estrema prudenza. Benché tutti lo chiamassero ponte, ponte non era affatto, ma una barriera di roccia livida e frammentata che separava il Grande Mare dalla conca desertica.
Si raccontava che una volta lì non c’era nessun attraversamento e c’era a sinistra il Grande Mare a destra il Mare Interno. Poi c’era stata una gigantesca frana, mezza montagna era venuta giù e aveva creato quello sbarramento. Il Grande Mare non se ne era neanche accorto, ma il Mare Interno pian piano era evaporato e, nell’arco di millenni, scomparso, lasciando una depressione di polvere e sale nella quale nessun tipo di vita poteva sopravvivere. Ai bordi superiori della valle la vegetazione era rigogliosa e la popolazione lì insediata viveva una vita abbastanza normale.

“Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, inveiva Calgaco nell'Agricola di Tacito e la citazione mi è sembrata appropriata per introdurre il racconto di Andrea Berneschi, “Il figlio di Asterione”, dove la protagonista, Similce, è una donna cartaginese in fuga dall'oppressore romano, in seguito alla caduta di Cartagine. Con altri tre compagni, Similce fugge a Creta, scoprendo un'isola fantastica e maledetta, dove avrà la possibilità di stringere un patto che un cristiano definirebbe “demoniaco”.

Scritto con proprietà di linguaggio, è un racconto piacevole, anche se la giovane protagonista non sembra avere molto carattere, al più una bella apparenza. Il rovesciamento delle parti, con i romani all'orizzonte e i cartaginesi in fuga, permette uno scenario di notevole suggestione, arricchito dalle atmosfere soffuse e sognanti dell'isola di Creta.

Il passaggio dove Similce ricorda la città di Cartagine ha un che' delle descrizioni oniriche lovecraftiane, non a caso comprendendo il tempio di un certo “Dagon”...
Lo stile di scrittura incespica sull'uso orrendo delle parentesi, senza alcuna motivazione, inserite per di più dentro una scena d'azione. Segnalo in questo contesto la comparsa di un automa, presenza sicuramente gradita per gli appassionati di sandal-punk:

A un tratto, come in un sogno, lo videro. Chi era, quel mostro di fuoco in forma umana? Nella destra impugnava un’ascia bipenne dal lungo manico, incandescente come il resto del suo corpo; nella sinistra stringeva il collo di un uomo morente, che a contatto col suo calore (non c’erano altre parole per dirlo), si stava cuocendo. Fiamme spuntavano isolate dai cespugli accanto alla creatura, altre divampavano dal corpo della vittima; un orrendo puzzo di carne bruciata colpì le narici degli astanti. Chi era quello sventurato? Facile riconoscerlo da ciò che rimaneva dei suoi vestiti: si trattava di Archalos. I suoi uomini sembravano conoscere il mostro; gli rivolgevano suppliche.

Il finale contiene un interessante (e crudele) colpo di scena, ma se confrontato con il resto della storia appare piuttosto affrettato, posticcio.
Un racconto divertente, comunque, con una certa cattiveria.

La possibilità di applicare una mod a un videogioco, ovvero la modifica di un appassionato, dal semplice cambio di colore a radicali cambiamenti nel gameplay, può stravolgere totalmente un'esperienza di gioco. Solitamente però ci si limita a cambiare i vestiti e le apparenze esteriori, conservando sotto il cofano dell'auto videoludica il motore di gioco.

Francesco Brandoli, nell'opera “Una ballata di fuoco e mare”, stravolge totalmente l'impianto di base di una vicenda storica realmente accaduta, aggiungendovi nuovi elementi e limitandosi invece per quanto riguarda le forze in campo, a cambiare nomi e definizioni. In altre parole “modda” la storia: gli elementi sono sempre gli stessi, ma ci si è limitati a sovrapporre nomi e descrizioni diverse... Nulla da obiettare: Harry Turtledove, dall'alto delle sue interminabili serie di storia alternativa, è un esempio lampante di questa tecnica di scrittura.

Quindi, riepilogando: nel 1173 l'Imperatore Honstall, detto Barba d'Oro (Barbarossa) assedia la coraggiosa Repubblica di Ankon (Ancona) alleato con Venias (Venezia). Le forze sono immense, l'assedio brutale: gli abitati di Ankon sembrano condannati, fino a quando...

Il racconto di Brandoli si differenzia dall'essere una semplice copia degli eventi storici introducendo diversi elementi horrorifico-fantastici, legati all'alleanza di Barba d'Oro con un druido nordico, a tutti gli effetti un negromante che ricorda un mostruoso spaventapasseri, un “burattinaio”.
Il druido è un esperto nella “coltivazione dei cadaveri” e agli ordini dell'Imperatore comanda un'orda di non-morti obbedienti e sotto il suo stretto controllo. Non sono zombie: non mangiano cervelli, non mordono, non vagano a caso, ma sono pupazzi di carne umana sotto il completo dominio del negromante. La Repubblica è inoltre stretta nell'assedio di una cupola artificiale, composta di una sostanza limacciosa, simile a un gigantesco blob: è una medusa astrale, un'entità lovecraftiana che aleggia sui tetti di Ankon, afferrando di tanto in tanto uno “spuntino” con i tentacoli ectoplasmatici...

Occasionalmente, alcuni sfilacci, simili a tentacoli, erano calati dalla membrana subombrellare, cercando a tentoni nutrimento. Un giovane aveva visto la sorella essere sollevata da terra e trascinata in aria, dentro una voragine apertasi nel cielo. Una bocca famelica – con una ridda di denti sottilissimi, a cerchio, simili a uno sfiatatoio seghettato – aveva inghiottito la ragazza, ancora urlante. Ne era seguito uno stillicidio più intenso, che aveva persino danneggiato parte delle scarse provviste rimaste.

Il resoconto dell'assedio è ricco di trovate, dalle mani non-morte, agli scontri con gli zombie. 
E' inoltre una boccata d'aria fresca leggere un racconto ambientato nel Medioevo comunale e non nell'ennesima riproposizione fantasy dell'Impero romano.

Alcune note di passaggio; Stamira, la giovane anconese protagonista, non ha alcuna motivazione per combattere, al di fuori dell'amor di patria e una certa tendenza al martirio; non ha poi alcun senso sfruttare un'ambientazione pseudo fantasy per evitare di “annoiare” con la storia salvo poi perdersi in divagazioni storico-geografiche; alcuni tecnicismi di passaggio sono fastidiosi, tra tutti “endoderma subombrellare”.


Shardana”, di Riccardo Brunelli, è un racconto breve, ma incisivo.
La Sardegna, abitata dagli Shardana, i Popoli del Mare, viene invasa dalle orde sanguinarie e tecnologicamente avanzate dei cartaginesi. Il protagonista, Dannu, è un sardo che combatte con quanto rimane della sua gente un'impossibile lotta di guerriglia contro l'invasore. La cultura dell'isola mi ha ricordato i celti di Slaine (2000 AD), così come l'azione sanguigna e violentissima. I cartaginesi sono i “cattivi” della situazione, ma nemmeno gli Shardana sono un popolo pacifico.
Brunelli conferisce una sfumatura assiro-babilonese ai cartaginesi, descritti come un popolo sanguinario e decadente:

Era certamente un guerriero esperto e sicuro di sé, essendo solo in terra nemica. Il sole rimbalzava sull’armatura lucente, lunga fino ai piedi. La barba nera come la notte sbucava da sotto un imponente elmo appuntito e prezioso. Ai lati del carro erano sistemati due scudi ovali, con borchie di metallo. Lance e frecce riempivano le faretre, sistemate accanto al guerriero.

Mentre Dannu è armato con elmo di bronzo, scudo e lancia come un oplita greco, il carrista cartaginese ha la barba orientale e le sue genti, oltre ad adorare demoniaci idoli, compiono sacrifici umani. Il racconto contiene in assoluto le migliori scene di combattimento dell'antologia: una mescolanza di sangue, sudore, violenza convulsa, trasmesse dalla telecamera sbattuta di Dannu.

Il banchetto”, di Lorenzo Camerini e Andrea Gualchierotti, ci riporta nell'alto medioevo delle invasioni barbariche, tra vandali, goti e l'Impero Romano d'Oriente. Un settingbarbaro”, nel senso filologico della parola, dove il protagonista Basilio si destreggia tra il richiamo degli dei pagani e la nuova fede cristiana. La datazione temporale non è immediatamente chiara, di conseguenza si rimane indecisi sulla collocazione storica fino a quando la terminologia latina e i riferimenti a Costantinopoli chiariscono al lettore dove si trova.

Il capitano Basilio accetta di trasportare sul suo dromone il comes Callisto e la sua bellissima figlia, Eliana: tuttavia a metà del viaggio un'incursione dei vandali obbliga il capitano a cercare la fuga in una tempesta, che schianta il suo equipaggio sulle spiagge della Sicilia. Alla ricerca di un riparo, Basilio e il suo secondo, Venanzio, vengono accolti in una misteriosa e decadente Villa romana, dove nulla è ciò che sembra...

Il racconto dimostra una cura maniacale nella ricostruzione storica, con speciale riferimento al lessico; i termini, almeno per quanto mi è sembrato, sono accurati e precisi, così come l'azione e lo svolgimento della storia. La Villa riveste a tutti gli effetti il ruolo del castello gotico o della casa infestata nell'horror tradizionale; è un luogo di magie, una trappola infernale che metterà a dura prova il coraggioso Basilio. Se i mostri rientrano nella mitologia tradizionale, la natura “ingannevole” della Villa, che strega i suoi occupanti, è resa bene.

Basilio smise per un momento di lavarsi, turbato da quelle parole che avevano risvegliato un istinto sopito. Per un momento la sua vista vacillò e invece delle pareti intonacate e affrescate con eleganti rappresentazioni floreali, vide delle vecchie mura diroccate e cadenti, e sentì nelle narici il fetore della muffa e del vecchiume. Ma poi udì le voci dei due marinai scherzare, e quella macabra visione scomparve improvvisamente come era iniziata.

Più tenace della morte”, di Enzo Conti, propone un'ardita rilettura del mito di Alcesti e Admeto, dove la storia viene narrata dalla prospettiva femminile della Morte e dall'altro dei giovani protagonisti. Antagonista, una Lamia effettivamente disgustosa e pressoché invincibile.
Rispetto alle storie precedenti, qui siamo in un campo più afferente al fantasy puro, se non proprio mitologico, che all'heroic fantasy sporco e terra-terra. Se vi compaiono scene di sesso e violenza, argomenti e stile appaiono decisamente classici.
Tutto sommato il racconto funziona bene, anche se appare rallentato tanto nell'incipit, quanto nei paragrafi dove il punto di vista appartiene alla morte, verbosi e logorroici. 
Carina la gara degli indovinelli.

Alessandro Forlani, un veterano da lungo tempo presente su Cronache Bizantine, propone il “Culto degli Abissi”, arguto spin off delle avventure principali di Arabrab di Anubi. La Assassin's Creed egiziana appare stavolta impegnata in una missione di ricerca, dovendo ritrovare la Lacrima di Geb, magico artefatto rubato dai Preti Pesce e custodito nell'isola di Poseidonia.

La ricostruzione storica, molto più heroic fantasy che documentario televisivo, mescola mitologie e realtà, lessico esotico e azione diretta: nella sua avventura Arabrab viene affiancata dal greco guascone Filottete da Micono, più ladro che guerriero e ancora una volta, ha modo di riflettere sulla sua natura di giovinetta in realtà immortale. Riferimenti cinematografici alla Torre dell'Elefante e al Conan di Milius si mescolano indissolubilmente con la bellezza delle descrizioni, dove la vivacità del luogo si contrappone all'interiorità funerea di Arabrab, a tutti gli effetti “mummia” di un altro secolo, eroina sacrificatasi interamente ad Anubi.

Nubiani italici fenici greci babilonesi nordici iberici; vasi di spezie, giare per l’olio, gli otri di vino e le stoffe e l’oro. Tuareg seduti a fumare pipe nell’ombre torride e irrespirabili delle tende; i muggiti, il blaterare e gli starnazzi del bestiame. Sfingi, stele, propilei e obelischi scintillavano accecanti contro il ceruleo del cielo limpido, ai raggi e la canicola del sole meridiano. Un alito delicato, salmastro da settentrione, soffiò nei vicoli e le piazze vaste a accarezzarle la pelle nuda.

Le descrizioni e il lessico elaborato cedono poi il passo a un'azione scatenata, che non risparmia respiro nelle scene di combattimento, dove Arabrab non indietreggia da nessuna esagerazione, non importa quanto action o pulp. Si potrebbe rinominare il racconto come “Arabrab Vs Cthulhu”... Ma se per voi questo è un difetto, siete cattivi cultisti persone.


La spada di Aeskylos”, di Alberto Henriet, è un notevole passo in avanti rispetto all'illeggibile “Mai Scommettere la Testa con Vlad”, dell'antologia di Dracula. 
L'eroe greco, Aeskylos, dopo aver vinto la battaglia di Maratona, viene trasportato da un'invisibile energia nel Mare Egeo e sottoposto a un'infinita serie di prove per il divertimento del pantheon pagano.

Come si può giudicare un racconto di questo genere?
Le descrizioni sono affascinanti e ricche di dettaglio, ma non si svolge una storia autentica, piuttosto un'infinita collezione di scene senza un reale collante narrativo. Aeskylos non affronta un nemico reale, non compie alcuna fatica nello sconfiggere i suoi nemici, grazie all'aiuto di un onnipresente (e letterale!) deus ex machina. Non sembra di leggere una storia o un racconto compiuto, quanto piuttosto un'avventura onirica spaventosamente sfilacciata.

Intorno alla villa, si muovevano due scorpioni giganti in metallo, animati dalla magia nera dello stregone: erano le guardie del Laboratorio Ermetico di Nekros. La gemma di Poseidone cominciò ad emettere un tenue bagliore cangiante, che sembrava pulsare ritmicamente, ora attenuandosi, ora intensificandosi.

Il dilemma nel giudicare un racconto di questo genere, se davvero racconto si può definire, sta nella sua natura evidentemente esoterica: chiaramente, se si hanno estese conoscenze nel campo dell'alchimia, i riferimenti e le simbologie di Henriet risulteranno ovvi e arguti. Tuttavia, non avendo interesse nell'occultismo se non come curiosità, devo giudicare la storia come, emh, “storia”. 
E qui il giudizio non può che essere negativo.

Mauro Longo recupera con “L'artiglio della fenice nera” il personaggio di Sheban Due Piastre, ladruncolo e simpatico ceffo già presente in altre sue opere. Il racconto soffre di un'eccessiva lunghezza, ma rimane l'unica storia a proporre finalmente un fantasy medio orientale, tra le sabbie di un Egitto heroic fantasy, piacevolmente reminiscente del meglio di Conan.
Sheban e il suo compare, Zanklios, sono inseguiti dal dio Moloch, che ha giurato di eliminarli per la profanazione del suo tempio a Tarsis. Perseguitati dalla sfortuna e con una profezia da adempiere, la coppia incontra dapprima l'antipatia e in seguito il soccorso dell'affascinante principessa Kellah dell'Antilope. E' un'ammissione che faccio con riluttanza, ma bisogna ammettere come Longo riesca a mettere assieme elementi fantasy tradizionali, melensi – la principessa, la profezia, il prescelto, il “cattivo” accolito – e li trasformi in qualcosa di fresco... persino per le aride sabbie dell'ambientazione. Il combattimento finale scade nel cliché e qualcosa dei dialoghi andava tagliato, ma nell'insieme è tra le storie migliori della raccolta.

Gli occhi di Angizia”, di Adriano Monti Buzzetti Colella, conclude l'antologia tornando nel cuore dell'Impero romano, con protagonisti un gruppo di legionari alle prese con una minaccia demoniaca, un orrore partorito dallo spirito di ribellione della popolazione locale, gli italici Marsi.

Mentre altri racconti dell'antologia difficilmente seguono una storia con i suoi crismi, ovvero con un incipit, uno svolgimento e una conclusione, “Gli occhi di Angizia” sembra quasi un modulo per un'avventura di ruolo, con un'investigazione all'inizio, la comparsa di un comprimario dagli speciali poteri, un disperato combattimento e infine lo scontro con il “boss” finale.

Purtroppo si deve rilevare alcuni passaggi, specie nelle descrizioni, piuttosto contorti, a partire dal primo paragrafo, con “Greve ed impassibile come una macina da mulino, la stagione del gelo appenninico opprimeva la terra con la sua dispotica legge di pietra e di ghiaccio.” Si è già sottolineato la pesantezza della stagione con il paragone della macina, non occorre accanirsi con l'ampollosa espressione “dispotica legge”.

Nonostante il nemico sia soprannaturale, i romani si ritrovano in una terra conquistata, dove i nativi non collaborano, se non sono attivamente ostili: il racconto pertanto ricorda una sorta di Vietnam fantasy, con un collaboratore “amico”, un pugno di legionari/marines e un ambiente ostile.

6 commenti:

Mauro Longo ha detto...

Grazie per la recensione, ma poi perchè questa "riluttanza???" :D

Secondo me il Fantasy Mediterraneo è una questione di atmosfere, paesaggi, leggende e miti di riferimento, e non necessita di essere "più storico" del fantasy normale, né tantomeno per forza historic fantasy.

Coscienza ha detto...

@Mauro Longo

Benvenuto sul blog!

Come ti avevo risposto su Facebook, c'è un certo rischio di trashaggine quando si gioca con elementi classici quali la fanciulla da salvare, il coraggioso ladro e il malvagio accolito delle tenebre. In questo caso, però, tutto fila, anche se avrei accorciato il periodo dedicato al "servaggio" presso la principessa Kellah (opinione personale, eh)

Il Fantasy Mediterraneo è legato a determinati paesaggi e atmosfere, ma questi a loro volta sono radicati nella geografia e nella storia europea.

Va bene, d'accordo, si tratta di "deserti"; ma questi sono deserti nord africani o medio orientali, con tuareg, beduini, piramidi, ecc ecc

Oppure, se si tratta di templi e obelischi, sono costruzioni che chiaramente, anche quando l'ambientazione non è europea, si rifanno ad Atene, Roma, all'Antico Egitto... a cominciare dal nome, non sarebbe Fantasy Mediterraneo se non citasse il Mare Nostrum. Quindi in tal senso è molto "historic fantasy", anche se ovviamente sarebbe necessario discutere cos'è mitologia e cos'è storia antica, ma non è il mio campo, quindi taccio :-D

Giuseppe Franco ha detto...

"A questo riguardo ci si potrebbe domandare se il mondo dei giochi di ruolo e dei fumetti possa offrire esempi di Fantasy Mediterraneo forse più calzanti delle produzioni narrative nostrane. E' una domanda che lascio agli esperti di quei mondi."

Come non citare Lex Arcana, rilanciato, tra l'altro da una recente campagna KS?
E Mediterrano, gioco di ruolo mini della QualityGames che magari si trova anche in giro e che abbiamo giocato quando eravamo così piccoli da non conoscere il significato della parola "peplo". =)

D'

Coscienza ha detto...

@Giuseppe Franco

Ottimi consigli, avevo sentito parlare di Lex Arcana, ma non di Mediterraneo.

Dici che potrebbe rientrare nel genere anche il vecchio gioco di ruolo "Ars Magica"? Se ricordo bene l'ambientazione è un Medioevo "mitico" e lontano dal fantasy "tradizionale"...

Giuseppe Franco ha detto...

I due giochi di ruolo che ho citato sono entrambi realizzati da autori italiani, contrariamente a Lex Arcana.
Diciamo che mi sono mantenuto sul nazional-popolare.
Ars Magica fu anche tradotto in italiano da I Giochi dei Grandi e Das, se non sbaglio e aveva un'ambientazione più mittleuropea.
Comunque mai giocato.

=)

D'

Giuseppe Franco ha detto...

Errata. Ovviamente nel primo paragrafo intendevo Ars Magica e non Lex Arcana.

D'