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lunedì 27 novembre 2017

Peter Sunde sui Big Data: "Ci siamo fumati tutte le nostre vite sui social e ora non possiamo smettere."


La popolarità non conta nulla.
Un tweet, un articolo, un video popolari possono derivare da buoni contenuti, da un incrocio di fortuna e abilità, dal semplice caso. Il più delle volte quant'è popolare è quant'è banale: gli algoritmi dei social sono cani da caccia che ti inseguono solo se acchiappi immediatamente il lettore, con immediata reazione, che sia il mi piace, la condivisione, il commento. In questo contesto, o il lettore attento mette il mi piace e più tardi legge o si tende al clickbait selvaggio.
In entrambi i casi la qualità del post – che sia scritto, multimediale o altro – va a perdersi.
Anche quando l'utente ripete il successo più e più volte, costruendosi una meritata fama, questo sarà solo dando al lettore cosa si aspetta. Non appena si devia dal tracciato, Disastro! L'articolo non fa attrito, le statistiche deludono, i commenti scompaiono. Sad!


mercoledì 6 settembre 2017

"La pubblicità è il nuovo carbone": Tristan Harris su Internet e i social


La politica americana non è la politica italiana e alcune volte la partecipazione emotiva degli italiani a quanto avviene negli States rasenta il paradosso. La morte di alcune star o di alcuni attori rappresentano occasioni di commemorazione grottesche, che stento a giustificare considerando i macelli di civili e non-civili nel resto del mondo. Tuttavia, è innegabile che per la posizione di equilibrio e controllo geopolitico, tenere un occhio aperto sulle attività nella Casa Bianca non fa mai male, specie per l'interconnessione delle tecnologie digitali che derivano ancora in gran parte dal villaggio (globale) della Silicon Valley. Internet – se si può ancora parlare di Internet – rimane nei suoi server e nella sua struttura di base in territorio americano. Teoricamente, come osservava il fondatore di PirateBay, è ancora possibile “staccare la spina”. Allo stesso modo, decisioni prese negli States possono influenzare le grosse proprietà dei social.
But thanks to the centralization of the internet, (possible) censorship or surveillance tech is a whole lot harder to get around. Also, because the internet was an American invention, they also still have control of it and ICANN can actually force any country top level domain to be censored or disconnected. For me that's, a really broken design. (intervista del 2015 a Peter Sunde, Vice). 

lunedì 7 luglio 2014

Zuckerberg! Chi era costui?


Criticare i Social Network riscuote sempre grande successo – specie se quest'aristocratico disprezzo per i likes e i commenti viene condiviso, diffuso e approvato sul Social Network stesso. Si sviluppa di conseguenza un fenomeno paradossale, per cui Facebook rigurgita di confessioni di gente che si vergogna di essere su Facebook, si vergogna di vivere in funzione di esso, si svela con narcisistica compiacenza puritana al suo pubblico, raccontando peccatucci e miserie cui nessuno importa.

Pinterest, avendo un carattere più raffinato della media, diventa il Social per eccellenza di donnine sciocche su cui fare stalking, Tumblr è solo “un raduno di porno” nonostante sia normale per le università americane usarlo come piattaforma dei corsi, o venga usato nell'ambito della critica videoludica da personcine come Sarkesiaan. Il deprecato, aborrito Facebook viene considerato l'arena del cazzeggio, eppure a stringere contatti più interessanti della Pagina Facebook di Topolino, si scoprono interrogativi e articoli che normalmente non ci si sarebbe nemmeno posti – e siccome tengo in maggior stima le domande che le risposte, dal mio punto di vista trovo che nella giornata giusta Facebook sia un luogo più stimolante di certi ambienti “reali”, a cominciare dalle asfittiche aule dell'università.

Non sono interessato a un peana dei Social Network, ma solo a considerarli quanto sono, ovvero un gigantesco (e visitabile) ufficio del catasto. Indubbiamente la scrittura ha molti difetti, a cominciare dall'indebolimento della memoria, come accusava Platone. E nelle mani sbagliate si può fare un sacco di danni sapendo scrivere – non è forse il detto “la penna ferisce più della spada?” Tuttavia non per questo, a partire da Platone stesso, abbiamo rinunciato alla scrittura. Chi critica i Social Network usandoli nel frattempo non è molto diverso da Platone che critica la scrittura attraverso la scrittura stessa. Certamente l'uso della scrittura condiziona un certo modo di pensare, esattamente come usare i Social Network determina un certo comportamento, un certo atteggiamento mentale.
Tuttavia, non lo domina mai completamente. L'uomo non è uno schiavo della tecnologia, non è una marionetta schiava di un progresso ineluttabile. Il determinismo tecnologico, tipico di Wired, non ha alcuna base scientifica, è un semplice bisogno “di più”: più tecnologia, più progresso, più memoria ram, accessibilità, reti, ram, bit. Non è detto che si debba abbracciare acriticamente ogni nuovo ritrovato tecnologico, e non è detto che per ogni tecnologia esista un unico e possibile modo d'usarla. E sopratutto, con buona pace della moda e di Wired, non usare l'ultima tecnologia del momento non porta alcun ritardo o “handicap”. L'alfabeto – in sé una tecnologia che veniva percepita dall'uomo bianco come “superiore conquista” – venne imparato per necessità dai nativi americani Cherokee nel giro di pochi anni. Non si limitarono a imparare l'alfabeto occidentale, ma ne crearono uno proprio. Nel 1821 stampavano perfino un proprio giornale!
Un apprendimento mostruosamente veloce, per quella che veniva considerata una conquista culturale di lunga durata. Allo stesso modo e anzi di più, maneggiare una periferica, il touch rispetto alla tastiera, è semplice questione di manualità e abitudine. Non è un'ineliminabile tacca del progresso.
Quando passo in rigatteria, a volte mi perdo a sfogliare vecchie riviste di elettronica anni Settanta.
E indovinate? Ogni prototipo, ogni nuova invenzione veniva proposta con lo stesso tono “ineluttabile”: se volete restare al passo, aggiornatevi, non perdete tempo. Se non comprerete l'ultimo modello di registratore, sarete otudated, sorpassati, primitivi che accendono il fuoco coi legnetti anziché colla carbonella.
Il problema ovviamente è che nessuno di queste mirabolanti conquiste pubblicizzate in queste riviste erano roba davvero utile; era per larga parte tecnologia inaffidabile, prototipi con cui si veniva inondati ogni anno. Spazzatura elettronica, oggigiorno nemmeno buona per i musei. 
Ritornando ai Social Network, si sbaglia a ritenerli “ineluttabili” tanto quanto si sbaglia a ritenerli negativi di per sé, come se il progresso c'avesse indirizzato per una cattiva strada e non ci sia più alcun modo per uscirne. Inoltre siamo così sicuri che molte delle caratteristiche di Facebook siano riconducibili (e criticabili) a Facebook stesso e non siano semplice caratteristiche umane?

Prendiamo il caso di un utente che continua ad aggiornare giorno dopo giorno il proprio profilo con foto personali. L'utent(essa), ne decidiamo il sesso, aggiunge continuamnete foto alla bacheca, crea nuove cartelle, si tagga più e più volte. Recupera e scannerizza vecchie foto d'infanzia. L'asilo, le elementari, le medie. Addirittura migliora le sue foto con Photoshop! Orrore!

Ora, una persona del genere e sono il primo a dirlo, risulta irritante, perché troviamo che sia molto narcisista. Ma è proprio vero? E se non fosse che questo continuo profluvio di foto serva piuttosto per fissare un'identità, imprimersi sull'armadio (virtuale) cui ci svegliamo ogni giorno cosa fare e come comportarsi? Spesso riferendosi alle foto su Facebook, la gente sembra parli di un album di famiglia. Ma è un esempio sbagliato sotto tanti aspetti, dei quali il più importante è che le foto di famiglia vanno nel cassetto, sfogliate solo una tantum. Nessuna moglie sana di testa ogni volta che si sveglia va a guardarsi le foto del matrimonio. Tuttavia, molti se non tutti hanno sott'occhio su Facebook le proprie foto e le trattano come immagini diverse dalle fotografie per ricordo.
La chiave credo stia in un passaggio dei Promessi sposi, protagonista Don Rodrigo:

"Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero, terrore de' suoi nemici e de' suoi soldati, torvo nella guardatura, co' capelli corti e ritti, co' baffi tirati a punta, che sporgevan dalle guance, col mento obliquo: ritto in piedi l'eroe, con le gambiere, co' cosciali, con la corazza, co' bracciali, co' guanti, tutto di ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don Rodrigo lo guardava, e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de' litiganti e degli avvocati, a sedere su una gran seggiola coperta di velluto rosso, ravvolto in un'ampia toga nera; tutto nero, fuorchè un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era il distintivo de' senatori, e non lo portavano che l'inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d'estate); macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere; di là un abate, terrore dei suoi monaci: tutta gente insomma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s'arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan... "
Un giovane paperon de paperoni ricorda la propria storia guardando le immagini dei propri antenati
I quadri degli antenati servivano a don Rodrigo come guida al corretto comportamento.
Allo stesso modo, le immagini su Facebook servono all'utente come guida al corretto comportamento, dove ovviamente corretto è da intendersi come la morale/ guida di ciascuno. Riprendendo la nostra utentessa, l'uso dello Photoshop non è troppo lontano dai miglioramenti che i pittori rinascimentali apponevano ai principi che dovevano ritrarre. Solo i masochisti vogliono un'immagine di sé brutta; correggere la lunghezza del naso in punta di pennello o con il cursore del mouse è la stessa, identica operazione; solo traslata in contesti diversi. Senza riferirsi ai Social Network, l'immagine come “rinforzo” e “guida” viene già analizzata dalla filosofia estetica in maniera certo più chiara del sottoscritto:

"Nei palazzi nobiliari si era soliti raccogliere in una stanza o in un corridoio i ritratti degli avi e basta percorrere oggi quelle stanze e quei corridoi per comprendere come una simile galleria di volti dovesse rammentare agli ospiti e agli stessi eredi quale fosse il comportamento d'assumere. Ma se un ritratto può incutere soggezione, un altro può invitarci a un ricordo carico d'affetto e un terzo può darci da pensare. Le funzioni delle immagini sono molte: si possono appendere immagini sacre davanti alla porta di casa per sentirsi protetti, raccogliere fotografie in un album per sorreggere il racconto che si farà sfogliandolo e si può tenere una fotografia della propria famiglia in ufficio per legare due scenari della propria esistenza."
Aggiungere foto su Facebook non è “aumentare il proprio ego”.
Sono convinto che più spesso di quanto si pensi è un modo per costruire una genealogia e cercare di costruire una qualche identità che non sia schiava del consumo e della valutazione. Tutti abbiamo diritto ai nostri quadri e ai nostri antenati e a essere qualcosa fottutamente di più, di consumatori che consumano soddisfatti. Sia coloro che criticano i Social Network, sia coloro che li ritengono “il Futuro” sono d'altronde in genere ostili alla Storia...

Fonti:
Armi, acciaio e malattie, Diamond (rif. all'alfabeto Cherokee, pur con le necessarie pinze, visto che Diamond non è proprio il massimo...)
Simile alle ombre e al sogno, Spinicci (rif doppia citazione)

giovedì 10 gennaio 2013

Aletheia (2/2)



Aletheia (2/2)

Nulla da vedere in televisione, stasera. Un deserto elettrico di reboot, sequel&triti documentary senza sostanza. Mi afferro la fronte fra le mani, chiudo gli occhi. Le pupille pulsano, sotto i polpastrelli. Lampi rossi nella testa. Quell'idea, quel pensiero. L'intero pomeriggio la inseguo, senza sosta. A tratti, in frammenti di lucida consapevolezza sento che si avvicina, che manca un niente, affinchè mi ritorni alla memoria. Ogni tanto ritorna, come quel pizzicare dell'uomo ragno nei vecchi fumetti marvel. Lambire con dita troppo sudate per afferrare, qualcosa che da tempo stai rincorrendo. Spengo la televisione con le viscere annodate dal troppo cercare. E dai resti della pizza surgelata.

Aletheia sente il naso schiacciato dalla canna della pistola. Il contatto osceno di un'appendice di metallo sporca d'olio, fredda. Avverte confusa, nella cortina di sangue e lacrime, il cavaliere-scatola blaterare un ultimo discorso, prima di flettere l'indice sul grilletto. Poi, nell'istante che precede l'accensione della polvere da sparo nel proiettile, l'uomo scompare. Si disgrega quasi, in un sibilo di ozono e gomma bruciata. La scatola al posto della testa vomita una babele di luci e rumori, poi esplode dall'interno, disseminando il deserto di frammenti di vetro e plastica.

Pancia sul divano, mi gratto i capelli sporchi, prima di guardare dal cellulare il mio profilo twitter. Amori spezzati, giochi di parole, link pubblicitari: il solito schifo. Clicco una volta, poi due sul simbolo esc. Dannato schermo touch, non imparerò mai a usarlo...

Aletheia trascina la gamba ferita, si appoggia ai battenti in bronzo del tempio. Guarda con il coraggio che solo la stanchezza può dare il cavaliere canarino sollevare lo shotugun, prendere la mira. Nota la pistola dell'uomo-scatola ai suoi piedi, ma al tempo stesso si rende conto che non riuscirebbe mai ad afferrarla prima che l'impatto del proiettile la spappoli come un fiore calpestato. Si aggrappa alla porta del tempio, spinge in avanti. Allargare la fessura. Entrare. Mettersi in salvo. L'uomo canarino spara. Un boato ravvicinato, un'esplosione. Aletheia per la seconda volta nel giro di pochi secondi chiude gli occhi, li riapre. Il cavaliere azzurro si rotola nella sabbia, cerca disperato di spegnere le fiamme che divorano le sue piume colorate. Quel becco da cartooon è sporco di sangue, spezzato. Un occhio dell'uccello pende dall'orbita, ondeggia per il nervo che ancora lo trattiene. Aletheia si avvicina, inciampa nello shotgun. La canna è deforme, dilaniata dall'interno. Schegge ovunque. " Gli è esploso in faccia! " Esulta, prima che il terzo cavaliere l'accoltelli alla schiena con un affilato bisturi.

mercoledì 9 gennaio 2013

Aletheia (1/2)


Racconto scritto questo Natale, vagamente allegorico. Come fonte dominante, c'è il capolavoro, molto sopravvalutato a mio avviso, di Neil Gailman, American Gods. E conseguentemente, uno dei Tropes che più amo, cioè All Myths Are True. Stupido, ma divertente. Da quanto ricordo, con Gailman gli dei si fermano a Internet, rappresentata- banalissimamente, e in modo parecchio retrogrado- come un bambino grasso e disadattato. Vabbè.
Ho pensato di portare questo concetto avanti, e trasporre lo status di divinità ai social network stessi. Dopotutto, nell'era attuale, non è raro trovare gente che considera la visita giornaliera a Faccialibro ai pari di una preghiera, o che avverte una sincera perdita di fede, quando salta la connessione internet. E già trascuro gli hipster che fotografano ogni cosa che si muove, o gli evangelisti twitteriani, impegnati in feroci crociate contro gli araldi del bianco&blu.
Non è questo, "un mondo che ha perso la fede".


Come sempre, se vi va commentate! Nella mia intenzione, i due differenti piani – prima persona maschile e terza persona femminile di Aletheia - in cui si svolge la vicenda avrebbero dovuto intersecarsi con maggiore chiarezza, ma come ho constatato dal silenzio dei forum di scrittura, in effetti la gente fatica a comprendere cos'ho scritto. Non forse sul piano dell'intelligibilità- fortunatamente! - quanto piuttosto nel fine stesso della vicenda. Il fatto stesso che abbia considerato necessario questo breve preambolo, è un segno che manca chiarezza nel racconto. ^.^

Aletheia (1/2)

Sospiro, mentre tazza di caffè nella sinistra e mano destra sul mouse, aguzzo gli occhi sulle nuove notifiche. I punticini rossi brillano sullo schermo blu. Clicco, clicco frenetico: assaporo con sogghigno sulle labbra la replica irata di un bimbetto caduto nella mia provocazione da troll, osservo con distaccato disinteresse la risposta negativa di un cesso con cui ci stavo provando e termino infine, postando un frammento di Heidegger, che a essere ben sincero non comprendo, ma che ah! Lì sulla bacheca mi trasforma presto, nell'intellettuale impegnato che vorrei sembrare.
Sbatto le palpebre, stropiccio l'occhio arrossato. Sono cinque ore, che chatto online. Cinque ore che batto sulla tastiera, mando email, e di tanto in tanto, compilo distratto gli appunti della nuova lezione che dovrei andare a preparare. La schiena arde al contatto con il cuoio nero della poltrona, le braccia dolgono. La mano destra? Metastasi del tunnel carpale. Sono stanco, ma non riesco... non riesco a smettere. C'è un pensiero che mi tormenta. Dalla pausa in cui bevevo il thè del primo pomeriggio, e guardavo distratto le gru del porto ondeggiare alle raffiche della tempesta a venire. Non è la prima volta che mi sovviene un'idea; e non è certo novità che l'idea in questione appaia come un lavoro geniale, un progetto fantastico, "qualcosa di mai visto prima". Ma nel caso in questione era diverso. Non avevo la chiara sensazione di scrivere il solito, delirante frankenstein d'idee rubate, storpiate, torturate per farle sembrare qualcosa di mio. Stavolta, per la prima volta dopo anni e anni sentivo che un pensiero nuovo aveva fatto capolino. Timido, sbirciava dietro l'angolo. Un po' come il gatto della mia vicina, sempre tanto riluttante alla carezza. O come quelle ragazze che non riesci mai a invitare da nessuna parte, perchè non appena parli, già le vedi indietreggiare, sparire dietro lo scaffale dell'ennesima biblioteca. E così l'ho persa quest'idea, questo pensiero nuovo e autentico. Impegnato in mille altre cose, ho lasciato che si smarrisse nei meandri della mia mente. Tolgo lentamente le cuffie, barcollo con le giunture che gridano vendetta alla finestra. Respiro l'aria carica di pioggia, che picchia in strada in uno scrosciante diluvio. Un'idea, un pensiero di libertà. Mi afferro la fronte fra pollice e indice. Chino il capo. La mia piccola creatura. Perduta!



Aletheia scivola per le dune di sabbia rovente, affonda i sandali in passi faticosi. Impreca, quando superato l'ennesimo dislivello, scruta l'orizzonte vuoto. Il gioco di un dio beffardo, quel mondo. Una distesa desolata di sassi e sabbia. Non una pianta, non un animale. Inclina il capo a fissare il cielo assolato, di un azzurro stinto, divorato da un globo infuocato che risulterebbe riduttivo, definire "sole". Apre le labbra screpolate. Invoca l'acqua, la pioggia. " E già che ci siamo, il mare, e pronta una cazzo di galea a salvarmi! " Chiude gli occhi, li riapre. " Stupida, stupida, stupida! " Si batte il pugno sul peplo, affonda le mani nella sabbia. Pietre. Sbriciolate, arse, trasformate in finissima polvere dorata.
" Dove sono? Dove cazzo sono? " Ricorda ancora le verdi distese dell'Olimpo, la folla di dei, semidei, eroi. A giocare, guerreggiare, schernirsi. Da Zeus ad Atena, alle muse e ai satiri. E poi loro, le mezze cartucce. Gli aborti. Non titani adorati da popolazioni festanti, o dei a cui massacrare cento e cento vergini. Gli dei feccia. Dionisio. Le Graie, le Erinni, le Muse. E poi lei, Aletheia! Nemmeno un dio, nel senso pieno del termine. Ma una parola, un segno. Un'idea nella testolina di un filosofo troppo occupato a pensare. " Siamo scarti " constata Aletheia. Relitti nel folle percorso della ragione. Gli scarti nelle guerre di generazioni e generazioni di filosofi. Difesi da eserciti di critiche e trattati, innalzati all'ultima soluzione, all'ultima verità. Solo per subire l'oltraggio di troppi rivoluzionari, troppi allievi che superano il maestro, troppa destructio spinta al suo spasimo. Non esiste Aletheia. Non esiste verità ultima.

- Nasconditi! Nasconditi, sciocca! -

Una voce sottile, stridula. Aletheia alza il viso, inquadra la sottile silhouette di un airone in volo. L'uccello veleggia verso di lei, si ferma a mezz'aria, sbattendo le ali dai mille colori. Aletheia alza un sopracciglio, perplessa.

- Thot? Il dio della scrittura? Che ci fai...-

- Che ci faccio qui? – Gracchia, socchiude il becco affilato. Con gesto di nauseante autocompiacimento, s'appollaiola sulla spalla di Aletheia, che a stento si regge in piedi al peso gigante dell'airone.

- Sai – La dea stringe i denti, impreca – non sei proprio un leggero pappagallo...-

- E tu non sei solo un'umana sperduta, mia cara. Sei lo scarto della mente di un filosofo, quindi taci e ascolta chi è più vecchio, di te, chiaro? -

- Egizi, greci... Siamo più o meno lì, no? -

Thot chioccia una risata maligna. - Eravamo vecchi quando voi greci ancora vi massacravate con clave e pietre, Aletheia. - L'airone le strofina il becco nero sulla guancia, avvicina l'affilatissima punta all'occhio nero di Aletheia, che sbatte frenetica le palpebre. - Non provocarmi, puttanella -

La dea deglutisce amaro. Azzarda qualche nuovo passo sulla duna in salita. Scivola nella sabbia bollente.

- Parlavi di un pericolo...- Sospira – non è che sapresti dove sono, per le palle di Zeus? -

- Huhu – sibila Thot. - Una così dolce boccuccia che pronuncia parole tanto volgari! -

- Non lo sai, nemmeno tu, vero? - Sogghigna Aletheia. - Sei anche tu intrappolato in questo... Inferno! - 

- Err...- Thot gracchia, stringe gli artigli nel soffice peplo bianco di Aletheia. La ragazza resiste strenuamente all'impulso di grattarsi la spalla, dove macchie di sangue ormai macchiano il tessuto. - No! Va bene, non lo so! - il dio della scrittura sbatte le ali, schiaffeggia Aletheia. - Mi avrà intrappolato l'ennesimo scribacchino disperato, o il solito ragazzino appassionato di piramidi! -

- Quindi... Vorresti dire che siamo nella mente di un umano? Ma com'è...-

- Forse sì, forse no. Cioè, non lo so, Seth si fotta: non lo so! - Thot apre e chiude il becco, ticchetta frenetico – Può essere che siamo solo emanazioni, doppi, tripli della nostra autentica identità. Magari in quest'esatto momento, la vera Aletheia pasteggia nell'Olimpo, mentre la sua ombra bestemmia nel deserto. Chissà! Ma quanto conta, è che non siamo soli! -

- Altri dei? Come noi? Ma se...-

- Erano tre cavalieri, Aletheia. Ma ignoro se siano davvero dei, o cacciatori di questo deserto maledetto. Si muovono lenti, goffi. Gesticolano parolacce, grugniscono. Sono come infanti, bambini che non sanno ancora controllarsi. Ma possono fare male, se non stai attenta – Thot alza un'ala, espone una lacerazione fra le piume, un buco della forma di un cerchio perfetto, gocciolante inchiostro. - Hanno bastoni che tuonano, i bastardi -

- Ma siamo dei, no? Non possiamo morire? -

- E Afrodite, ferita al polso da Diomede, nella vostra ridicola guerra di Troia? E Ade, trafitto da una freccia di Eracle? Possibile che debba essere io, a ricordartelo? Ferire un dio, mutilarlo... E' sempre possibile. -