venerdì 19 agosto 2016

L'Anello che non tiene, di Lucio Del Corso e Paolo Pecere: un saggio da gettare nel Monte Fato


A marzo di quest'anno, in seguito agli articoli su Tolkien che avevo scritto a dicembre/gennaio mi era stato chiesto, in via informale, se mi interessava trasformarli in un saggio “tolkeniano” a tutti gli effetti, da pubblicare in formato ebook.
Avevo cominciato a lavorarci in fretta, perché sapevo che con l'inizio dei corsi e degli esami non avrei avuto tempo per scrivere alcunché. Infatti, tra aprile e luglio mi sono limitato ad alcuni lavori di bibliografia, ma il saggio è rimasto fermo.
Grazie alla pausa agostiniana – la calma prima della tempesta! - spero di riuscire a completare una prima stesura, completa di citazioni, note, bibliografia.
Già; la cara, vecchia bibliografia. E' inquietante quanti studenti con laurea triennale conosco che non sappiano cosa sia Opac (il motore di ricerca bibliotecario) o che non sappiano cercare un libro tra gli scaffali, o ancora che non conoscano le basi per citare un testo. Al di fuori degli studenti di letteratura e storia, il vuoto è pressoché totale. E se lo posso comprendere per uno studente di biologia, dove il materiale è tutto su Internet e sulle pubblicazioni scientifiche, lo posso comprendere molto meno per uno studente di scienze sociali, di psicologia, di legge, di arte, di filosofia, di architettura, di archeologia, di... Insomma, mi sembra impossibile che per scrivere una tesi abbiate usato solo il materiale fornitovi dal professore, senza che questi vi spingesse ad alcuna ricerca.
Sassolino dallo stivale tolto, si può trovare anche a Trieste della saggistica tolkeniana, anche se nascosta, marginale e dispersa tra le diverse sedi.
In biblioteca Attilio Hortis trovate il saggio di Tom Shippey, nell'archivio tesi un saggio su Gollum di fine anni '90 (tesi di una studentessa di lettere), nella Quarantotti Gambini Tolkien in abbondanza come autore (Signore degli Anelli, Silmarillion, lo Hobbit ecc ecc Significativamente il luogo dov'è più presente Tolkien è dentro una biblioteca popolare, segno che non è ancora mummificato dall'intellighenzia) e infine... nella biblioteca della Scuola traduttori il saggio di Del Corso e Pecere, L'Anello che non tiene, Tolkien tra letteratura e mistificazione.

Il saggio che sto cercando di scrivere vorrebbe essere strutturato sulla pianta stessa del Signore degli Anelli: ovvero ogni capitolo del saggio corrisponde alla rilettura del libro, con osservazioni che si “innestano” di volta in volta sul progredire della trama. Ad esempio, i primi capitoli trattano la Contea e sfruttano citazioni e situazioni relative a Frodo e Sam in cammino verso Brea.
Per quanto molte delle osservazioni siano genuine e alcuni dei capitoli siano dedicati ad argomenti “bassi” (che non reputo tali) come gli adattamenti di Jackson, i videogiochi e i giochi da tavolo e le loro influenze sul lettore, altri capitoli necessitano di una bibliografia, per alcune affermazioni più impegnative. Molto del materiale purtroppo non ho altra scelta che procurarmelo in inglese.
Ad esempio, spero di scrivere a breve sul commovente Ent, Elves and Eriador, sulla conservazione dell'ambiente secondo Tolkien.

Purtroppo, nel caso in questione il saggio non merita una menzione, se non come nota negativa a margine. L'Anello che non tiene vorrebbe trattare l'appropriazione politica di Tolkien da parte della cultura di destra a partire dalla sua traduzione in italiano dagli anni '70. Il sottotitolo “mistificazione” vuole infatti sottintendere il travisamento operato dai “Tradizionalistievoliani nei confronti del Signore degli Anelli, dove si è voluto vedere in maniera tendenziosa solo quanto si voleva vedere, estrapolando e tagliando, senza alcun rigore accademico.
Alle prime pagine, quando si tratta di mappare questo genere di ambiente e atmosfera, Del Corso e Pecere svolgono un buon lavoro, evidenziando tre differenti fasi:
  • Uno studio malposto, tuttavia nell'insieme sincero, che cita Dumezil, Evola e Zolla nel trattare Tolkien.
  • Una fase di transizione, dove con un'incredibile forzatura si cerca di rintracciare questi temi della “Tradizione” nel fantasy oltreoceano, di matrice americana.
  • La fase attuale, post Jackson, dove Il Signore degli Anelli viene usato, citato e abusato a scopo di marketing, con immagini dei film, gadget e richiami linguistici (riunioni e convegni “politici” intitolati con richiami ai capitoli e ai nomi dell'opera: Gandalf, Una festa a lungo attesa ecc ecc).
Un primo elemento di critica è lo stile del saggio, con un atteggiamento di condiscendenza, di gratuita arroganza, di disprezzo (nascosto) verso il fantasy tout court. Sembra di sentire la risatina beffarda dell'intellettuale che si sente superiore a queste storielle di nani, elfi, orchi e via dicendo.
Anche quando si vuole fornire un'immagine positiva di Tolkien, ne emerge un vegliardo viziato dall'università, un professore-stereotipo senza troppe idee, un ometto semplice. (1)
Howard e i suoi cicli di heroic fantasy, per quanto diversi da Tolkien, hanno suscitato interessanti ricerche in America; nel saggio invece Del Corso le tratta come opere di un rimbambito, considerando Howard come un bruto della penna, il cui Conan merita solo sbeffeggi.
Vi sono poi alcuni errori qua e là, come il seguente:
Così, Howard fu inventore di Conan il Cimmero, il suo personaggio più popolare, ma anche di figure meno note come Solomon Kane, anch'egli salutato da un discreto successo (il cui ciclo è stato recentemente ristampato con le puntuali “storie integrative” dello scrittore di “fantasia eroica” Gianluigi Zuddas)

Zuddas è stato autore negli anni novanta di alcuni bei romanzi di heroic fantasy con protagonista una barbara guerriera che smonta scena dopo scena gli stereotipi del/di genere. Tuttavia, non ha mai scritto racconti di Solomon Kane, che io sappia.
Mentre gli amori di Eowyn si riducono a questo mero bacio e a qualche sospiro per Aragorn, nel film Le Due Torri il possibile triangolo Eowyn-Aragorn-Arwen viene disgraziatamente sfruttato attraverso una serie di scene – inserite arbitrariamente dagli sceneggiatori – caratterizzate da sguardi languidi e flashback color seppia.

Non c'è alcun color seppia, ne vi sono flashback nel film: le sequenze cui ci si riferisce (in una luce blu, a meno di non essere daltonici) sono frammenti onirici. L'idea del triangolo fu abbandonata in sede di sceneggiatura (assieme all'idea di resuscitare Boromir, ad esempio) e non vi sono sguardi languidi, a meno di considerare le esercitazioni alla spada della damigella di Rohan.
Al contrario, in tutta la battaglia al Fosso di Helm, pure presentata come asperrima, Tolkien evita persino di utilizzare la parola sangue.

Falso, come si evince da questa citazione dal Signore degli Anelli:
Improvvisamente si udirono grida possenti e dalla Diga giunsero coloro che erano stati respinti nel Fosso: arrivò Gamling il Vecchio ed Eomer figlio di Eomund, e accanto a loro Gimli il Nano. In testa non portava l'elmo, bensì una fascia di lino macchiata di sangue, ma la sua voce era forte e tonante come sempre.

Inoltre spesso la parola rosso ricorre nel capitolo dell'assedio per indicare proprio il sangue, che scorre in abbondanza.
Oppure, in riferimento alla prima volta che nomina Conan il Cimmero:
Quello del film di John Milius Conan il barbaro (USA, 1981), con Arnold Schwarzenegger nei panni del protagonista.

Falso, perchè chiunque abbia letto Howard sa bene che il Conan “scritto” sia diverso dal Conan del film, senza nulla togliere all'opera di Milius.
Questo genere di errori non pregiudicano la qualità del testo o la stessa argomentazione, ma accumulandosi pagina dopo pagina sono il classico sassolino che diventa una valanga.

Ovviamente, il “reale” e il romanzo realistico devono mantenere la priorità nei confronti del Fantasy, la cui unica ragione d'esistere sembra sia nell'Evasione.
Una visione ristretta, “povera” intellettualmente verso un genere tanto complesso!
Persino la fuga del prigioniero di tolkieniana memoria non andrebbe affatto intesa come il “pensare ad altro”, come un ripiego da perdente.
Come argomenta Tom Shippey, il genere fantasy permette di affrontare i dilemmi morali del presente in un ambiente ad hoc, fornendo perciò risposte a quesiti filosofici d'importanza fondamentale. Piaccia o meno, il Signore degli Anelli offre una risposta al Novecento: il disprezzo dell'allegoria di Tolkien va inteso come disprezzo dell'allegoria semplicista, che vede in quel personaggio fantasy quel personaggio storico.
Il corpus di opere sulla Terra di Mezzo descrivono una serie di aporie e dilemmi in apparenza insolubili che chiunque abbia studiato il Novecento conosce; e grazie all'ambiente in provetta del Fantasy ne offre diverse, possibili soluzioni. Nostalgiche, conservatrici, aperte a quel dileggio che Del Corso e Pecere amano tanto... ma pur sempre soluzioni.
Il carattere modernista che già affiora ne Lo Hobbit non viene minimamente considerato nel saggio, che dedica davvero pochi capitoli e pochi passaggi a scrivere del Tolkien di cui pure disquisiscono.
Tom Shippey viene nominato, ma senza che sia stato letto e/o compreso.
Fatto più grave, manca sia un indice dei nomi che una bibliografia in coda al volume. Il sospetto che il saggio sia stato scritto in fretta e per una vendita di massa viene anche confermato dal bizzarro formato: sì 214 pagine, compresse però in un'edizione tascabile che ne maschera l'insufficienza.
I critici “classici” di Tolkien della scena inglese? Non pervenuti.
In compenso, L'Anello che non tiene cita come “migliore” un saggio di Oriana Palusci, considerato da Franco Manni (il curatore sia di Introduzione a Tolkien che di J. R. R. Tolkien Autore del secolo) “in assoluto, il libro italiano più ostile a Tolkien, ai suoi ideali, al valore letterario della sua opera”.

Un esempio su tutti, emblematico di quest'atteggiamento: verso la fine del saggio si cita un episodio di un cartone di South Park. La descrizione dell'episodio, in dettaglio e con rispetto quasi sacrale per le volgarità di un'immagine animata, fanno davvero un bizzarro contrasto con l'irrisione verso Tolkien. In particolare, fa sorridere che ci si scagli così tanto verso gli statunitensi che scrivono libri su Tolkien&Star Trek, ma si citi un episodio di South Park come “altamente significativo”.
Inoltre, perchè poi accostare nel testo Star Trek e Tolkien come se fossero opere simili, considerando che siamo in epoche storiche, media e fandom completamente diversi? Il sospetto che nessuna delle due sia stata letta (o vista, o giocata) è forte.
Si tratta di opere di fantasy; perché documentarsi?


D'altronde, il capitolo dedicato alle società tolkeniane è un'invettiva dietro l'altra, dove la puzza sotto il naso costringe a pinzarselo con una molletta da bucato.
Le società tolkeniane sono società di appassionati, diffuse sopratutto in America e Inghilterra. Dal secondo dopoguerra promuovono lo studio e la diffusione delle opere del professore di Oxford, sia con iniziative folkloristiche (cosplay, banchetti, ritrovi, caffè) che con pubblicazioni “serie”, di solito con uscite mensili o raccolte annuali.
I critici ufficiali di Tolkien – Carpenter, Shippey, Hammond – più volte hanno lodato questo genere di associazioni, ribadendo come siano fondamentali anche nel campo degli studi serii, permettendo uno sguardo “fresco”, con insight fuori dalla norma.
Il confine stesso tra membri di società tolkeniane e membri dell'università è assai sottile, specie in ambiente statunitense. Succede che professori di letteratura inglese siano nella società anche appassionanti di Tolkien e che abbiano pubblicato con la società ricerche al riguardo.
Quest'attività innocente, al fondo lodevole, viene dipinta a tinte fosche da Del Corso e Pecere, definita a ripetizione “inquietante”. Perchè? Cosa diamine c'è di così sbagliato nel caso di un professore che nel tempo libero si diletti a studiare Tolkien? Farei rispettosamente notare come queste pubblicazioni siano a spese della società tolkeniana stessa, non siano fondi dell'università sottratti per personale vanagloria.
Un fulgido esempio è la recente grammatica di lingue elfiche compilata da Edouard J. Kloczko, in cui vengono esaminate puntualmente fonologia, sintassi dei casi (sapevate che l'elfico ha solo due declinazioni?), sistemi verbali e quant'altro, accanto ovviamente a un'indispensabile glossario (un oggetto, insomma, che meriterebbe di essere inviato nello spazio come documento dell'assurdità della specie umana).

Passaggio offensivo, con una punta d'invidia. La grammatica di Kloczko è un formidabile lavoro redatto per divertimento dello stesso, un'opera che già come esercizio linguistico è molto più utile di questo saggio (oltre a essere gratis, tanto per dire...).
Una lingua inventata non è inutile, Esperanto docet. Vi sono raduni di appassionati e studiosi dell'elfico, perchè questo, come la lingua alla sua radice (il finlandese), è una bella lingua.
E' tutto qui il motivo: la bellezza di una lingua. Per chiunque non sia un orco insensibile, l'elfico è una bella lingua, come il finnico antico cui deriva. Sentirla è un piacere per l'orecchio, volerla imparare uno scopo nobile.
Come nell'arte, la bellezza non trova altra sua giustificazione che in se stessa. Davvero, non comprendo il problema. E' ovvio che per chi coltiva il culto dell'utile, del realistico, del materiale, del denaro, tutto il genere fantasy è un'antitesi, uno spreco di tempo se non come romanzo da vendere alle stupide masse.

L'anello che non tiene è un saggio che funziona egregiamente quando si tratta di studiare la cultura di destra che si era “appropriata” del Signore degli Anelli. Tuttavia, nel passaggio dalla critica della critica all'oggetto dell'argomento, Tolkien stesso, rivela lacune spaventose.
Forse un indizio è fornito dal (brutto) saggio in coda al volume:
Questo libro dà voce a un fastidio simile. E al contempo – piaccia o meno Tolkien (per inciso a me, a differenza di Wagner, piace assai poco) –, insiste su un punto cruciale del nostro panorama mentale.

Già, non vi piace Tolkien. E allora perchè diamine ne scrivete?

(1) Nonostante l'incarico di professore, per gran parte della sua vita Tolkien fu sempre in estreme ristrettezze economiche, ostracizzato dai colleghi universitari e ridicolizzato dal mondo accademico. Veterano dell'inferno delle Somme, in uno dei reparti con più onori al valore militare dell'esercito: un “pantofolaio” più che giustificato.

3 commenti:

AndreaP ha detto...

Ciao, in realtà sì, Zuddas ha contibuito in maniera rilevante alle edizioni italiane di Solomon Kane, integrando alcuni frammenti incompiuti howardiani e scrivendo alcuni racconti ex-novo (mi pare un paio). Lo puoi verificare facilmente osservando sia le vecchissime edizioni Fanucci che le più "nuove" della Nord. Ignoro se esistano edizioni italiane più recenti che abbiano recuperato filologicamente i testi howardiani, dato che da molti anni non seguo più le pubblicazioni locali. Consiglio, a riguardo, la bella edizione della Del Rey "The Savage Tales of Solomon Kane". Un saluto.

Coscienza ha detto...


Ohilà Andrea P. è sempre bello sentirti.
Per Zuddas avevo solo consultato il catalogo Vegetti e da lì mi sembrava ci fossero solo integrazioni parziali, non racconti veri e propri:
http://www.fantascienza.com/catalogo/autori/NILF15854/gianluigi-zuddas/

Mea culpa, ma non redime il saggio in questione. :-D
Di Solomon Kane era uscito qualcosina in occasione del pulp(oso) film, nessuna raccolta completa però.

A proposito di Howard, consigli la lettura del ciclo di Dark Agnes?

http://www.elaralibri.it/cat/fan/fan-004.htm

Mi interessava, ma la recente traduzione di Elara Edizioni è piuttosto costosa...


AndreaP ha detto...

Purtroppo ho poco tempo per scrivere, ma i tuoi post li seguo sempre perché sono molto interessanti. Tendo sempre a consigliare qualunque cosa scritta da REH poiché (contrariamente all'opinione di questi saggisti, a quanto pare) mi sembra abbia nella sua prosa una forza narrativa che altri solo sognavano, pur con tutti i limiti dati dalle stereotipizzazioni dovute al genere popolare che proponevano i "pulps". In questo caso si tratta di due personaggi minori (Agnes e Cormac Fitzgeoffrey) che leggerei senz'altro dopo i "classici" (Kull, Solomon Kane eccetera), ma che trovo godibili. Non so niente dell'edizione italiana, perché li ho letti nel volume Del Rey a loro dedicato: "Sword Women and Other Historical Adventures".

In tutta onestà conosco anche poco o niente della saggistica tolkieniana recente, ma non ho affatto un pessimo ricordo del vecchio saggio della Palusci che viene citato. Per quanto mi riguarda, per una corretta comprensione del clima storico-letterario in cui JRRT si è mosso, ritengo sufficienti i due libri di Shippey oltre ai due testi biografici di Humphrey Carpenter (Tolkien e Inklings). Pur non essendo un tema privo d'interesse, lascerei le (per me sterili) diatribe politiche a chi gradisce occuparsi di quel settore e non di letteratura. Meglio invece leggere e apprezzare le fonti cui egli attinse in prima persona per le proprie suggestioni: Kalevala, Edda, Beowulf e simili.

Un caro saluto.