E'
consolante come da bambino si apprezzi una storia per quello che al
fondo è, cioè una storia, bella o brutta. Solo successivamente, con
un bagaglio culturale alle spalle, ci si rende conto di quanto un
autore avesse insistito su quella metafora, su quell'allegoria, su
quel messaggio ecc ecc
Tuttavia, a
una lettura “ingenua” nulla di tutto ciò emerge, ci si limita a
leggere e gustare l'avventura. Non è un'ammissione d'ignoranza, ma
al contrario una rassicurazione su come, per l'ennesima volta, non si
debba considerare il bambino come un idiota che assimila qualsiasi
ideologia gli si proponga, ma anzi, un soggetto che sa badare a ciò
che conta per davvero, protagonisti e trama. Nel caso in questione,
un bambino che legge Il leone, la strega e l'armadio, non riconoscerà
mai l'allegoria cristiana dietro, per altro molto spicciola – il dolcetto turco per il frutto proibito del Giardino dell'Eden, il leone Aslan come
Gesù, la sua morte e resurrezione come una Via crucis fantasy ecc
ecc – si limiterà invece a leggere una storia che troverà
divertente. Se anche uscisse fresco fresco da quel tempio
dell'inutilità che è l'oratorio, non riconoscerà mai l'allegoria.
Valuterà il romanzo in base all'intrattenimento e alla piacevole
immedesimazione che gli permette; senza dubbio da quel punto di vista
C. S. Lewis è un bravo narratore, piacevolissimo.
Man mano che
le Cronache di Narnia proseguono e le invettive di Lewis aumentano,
quest'incapacità del bambino di percepire il sotto fondo
“ideologico” si rivela sempre più fortunata.
Consideriamo
ad esempio il penultimo libro, La Sedia d'Argento. Scomparsa l'epica
alla Tolkien del primo libro, come il gusto per la scoperta e
l'avventura metafisica del Viaggio del veliero, La Sedia d'Argento
già preavverte la pesantezza morale de L'Ultima Battaglia. Dietro
gli animali parlanti e le battutine che un rimbambito pronuncerebbe,
ma non un bambino, Lewis sta diventando un rauco urlatore, un
pensionato reazionario. Un giudizio eccessivo? Torniamo alla Sedia
d'Argento, e (purtroppo) vediamolo confermato fin dalle prime righe.
Eustachio,
il ragazzo “nuovo” nel Viaggio del veliero, è ora studente di
una prestigiosa scuola d'élite, dove ha stretto amicizia con uno
scricciolo di ragazza chiamata Jill Pole.
Già dal
primo capitolo, “Dietro la palestra”, vediamo confermato come
alla lettura del testo corrispondano due diverse interpretazioni, a
seconda che il lettore sia un bambino, o un novello analfabeta, o sia
invece un adulto più smaliziato.
Nel primo
caso, da quanto ricordavo alle medie, Eustachio frequenta una scuola
sgradevole e grigia, dov'è pieno di bulli e dove il corpo insegnanti
è passivo, completamente disinteressato a punire i cattivi. Questa è
la visione base, di chi legge prestando attenzione alla storia.
Rileggendo
invece La Sedia d'Argento avanti cogli anni, le intromissioni e le
gomitate del narratore onnisciente (cioè, Lewis stesso) risultano
oltremodo fastidiose. Non ci si limita a spezzare l'immersione, a
rovinare la lettura: sembra di assistere a una bel discorso
continuamente interrotto da un urlatore che megafono alla mano deve
spiegarti come stanno le cose.
Ora, dal momento che la storia che sto per raccontarvi non ha niente a che vedere con la scuola, vi darò solo qualche piccola informazione sull'Istituto di Jill: il che, detto fra noi, non è un argomento piacevole.
