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mercoledì 4 aprile 2018

Il ritorno di Eisenhorn: "The Magos", di Dan Abnett


C'è chi desidera saper scrivere bene come Hemingway, saper scandagliare gli abissi dell'animo umano come Dostojevski, terrorizzare il lettore come Stephen King, guadagnare e diventare famoso quanto George RR Martin. 
Mirare ai grandi, che siano contemporanei o classici, è naturale per qualsiasi aspirante scrittore. 
Ci si forma sui propri autori preferiti, si cerca di imitarli, si desidera il loro successo, il loro riconoscimento. 
Siamo nani sulle spalle dei giganti, anche nell'ambivalenza propria del gigantismo: spesso, dopo anni, questi classici, questi “grandi”, appaiono meno originali e intelligenti di quanto si pensava in gioventù. 
Ad esempio, Neil Gaiman è un grande scrittore. Innegabile. Tuttavia è stato anche uno scrittore estremamente fortunato. Letteralmente, in seguito agli studi, ha trovato impiego come sceneggiatore in seguito alla conoscenza con il dio Alan Moore. 
Non ha faticato presso case editrici, non ha sputato sangue implorando visibilità, ha semplicemente avuto fortuna. 
Il suo lavoro era notevole, ma così lo erano tanti altri, che pure languono nell'oscurità dell'anonimato. 
Spesso, tra questi “giganti”, il fattore fortuna gioca un ruolo talmente cruciale da disarmare qualsiasi proposito d'imitazione. 
A volte si tratta semplicemente di essere uno scrittore negli anni '80/'90 in un paese in lingua inglese e di scrivere il genere che tutti desiderano leggere. 
Questo non sminuisce il valore di quanto si scrive, né sottovaluta i classici. 
Tuttavia mi domando se non sia il caso di prendere come modello scrittori “medi”, quelli che vengono definiti “mestieranti” e considerare con attenzione come sopravvivono e come scrivono. 
A meno di non essere assoluti geni, siamo più vicini a “loro” che a uno Shakespeare, un Dickens, un Asimov. 

lunedì 16 giugno 2014

Il meglio dell'E3 2014 (e un paio di Rant)


Diventa sempre più difficile distinguere realtà e fantasia.
Non perché la grafica nei videogiochi assomigli sempre più al mondo reale, ma perché le pubblicità stanno diventando sempre più ingannevoli. C'è sempre stata una notevole distanza tra quanto veniva presentato come "gioco" e quanto alla prova del fuoco ti trovavi installato sul pc.
Spezzoni di gameplay chiaramente pompati graficamente, giochi only console che girano tuttavia su pc costruiti apposta per la fiera, innovazioni che misteriosamente scompaiono al momento dell'uscita del gioco.
Negli ultimi anni l'escalation di falsità è aumentata ancora e ancora e pertanto quando guardo un video gameplay di un gioco che deve ancora uscire sono ormai scettico. E' un'operazione deprimente, ma occorre sempre ridimensionare il proprio hype e peggiorare mentalmente grafica e animazioni di un abbondante 50%.
Perché per quanto dovrebbero rappresentare la realtà del gioco, spesso non sono che roba preparata apposta per farti sbavare stile Cagnolino di Pavlov.
Quindi, con cauta disillusione, ecco qualche pensiero sui titoli proposti...

- Fuffa pura.

La fuffa, per chi non lo sapesse, erano batuffoli di cotone/scorie tessili che durante la rivoluzione industriale annegavano i polmoni dei poveri operai. Erano in altre parole, spazzatura, spazzatura inutile e pericolosa. Alcune conferenze erano fuffa pura. Promesse gettate lì, spazzatura che molti avranno mangiato con gran gusto. La Bioware è stata senza dubbio la peggiore, in questo. Di concreto non hanno presentato nulla di nulla. Da Mass Effect 2 (che per quanto splendido aveva i suoi bei problemi) sono andati avanti così, promesse dopo promesse, sempre distrutte dalla prova dei fatti. Ho ancora in bocca il saporaccio acre e disgustoso del finale di Mass Effect 3, della completa inconsistenza e frettolosità che avvolgeva Dragon Age 2: non ho intenzione di rinnovarlo. Sono pieno di pregiudizi: sì, cazzo sì, ma come sanno chi studia psicologia, i pregiudizi sono funzionali e in questo caso più che in altri. Dragon Age Inquisition, forse sarà qualcosa di diverso, qualcosa in cui ancora brilla una luce di speranza. Tuttavia, ancora una volta... Guardate l'unico (sottolineo l'unico) video di gameplay presentato: la modalità tattica non viene mai utilizzata, l'hack and slash domina prepotente. Chiaramente si vuole accontentare un po' tutti, che sarà pure un intento nobile, ma che da mondo è mondo e videogioco è videogioco, ha sempre portato a una profonda sciatteria di fondo. De facto, una modalità prevale sempre sull'altra.
E Mass Effect 4? Vogliamo ridere? Ridiamo.
Zero dettagli certi, solo un “ci stiamo lavorando” e “sarà bellissimo”. 
A Leopardi, il cantore dell'Indefinito e del Vago, tutto ciò piacerebbe un sacco; a me un po' meno.

- Il Witcher è rob(b)a solida.

Lo so che a molti sia il primo Witcher che il secondo non piacciono. E va bene così; la mitologia slava, un protagonista così fortemente caratterizzato quale Geralt, il sistema di dialoghi senza faccine a indicare lo stato d'animo, il complicato sistema di scelte multiple. Occorre una certa pazienza e una certa sensibilità letteraria per apprezzare giochi di così ampio respiro, specialmente il primo. Però, anche così, il Witcher 3 spazza la concorrenza. Lo fa, paradossalmente, senza proporre grandi innovazioni: semplicemente si limita a prendere gli elementi buoni del primo e del secondo capitolo ingrandendoli cinque, dieci, cento volte. Non a caso, nelle due sequenze gameplay proposte, il combattimento di Geralt presenta vantaggi e difetti sostanzialmente identici allo Witcher 2. Guardate al di là degli schizzi di sangue, del luccichio dei nuovi effetti speciali: il pattern di combattimento è uguale. Non farsi accerchiare da più di un soldato (altro che Assassin's Creed), uso dei segni, piroette e schivate laterali. Nulla di nuovo.

Speriamo in un po' di sana Lesbomancy (chi ha giocato il secondo capirà coff coff)