Lovecraft non dovrebbe
ricevere l'attenzione che riceve oggigiorno: come autore funziona
quando rimane all'angolo della vista, come un'ombra malevola, una presenza colta con la coda dell'occhio. Una produzione lovecraftiana troppo consapevole di esserlo, troppo incentrata sui miti e sui
mostri rischia di risultare nel migliore dei casi un pastiche,
nel peggiore un'involontaria satira.
Senza dubbio Xavier Dorison aveva in mente il solitario di Providence quando scrisse
l'allucinata sceneggiatura per Santuario, con l'aiuto del disegno
illustre di Christophe Bec. Le vignette a tutta pagina del
“Santuario”, il modo spettrale con cui agita e trascina la
storia, il gusto per l'architettura ciclopica: tutto denota una piena
comprensione del cosmico senso dell'orrore che bene conosciamo.
Eppure Santuario non viene
etichettato come un fumetto lovecraftiano, ma semplicemente come un
buon thriller/fantascienza/horror. E va benissimo così: si apprende
la lezione dai grandi e si va avanti, cercando di creare qualcosa
d'originale, non d'imitarli pedissequamente.
Lo stesso vale per
Tolkien e il Fantasy.