Non so da
dove derivi quest'idea che il popolo italiano sia esperto di cose
giapponesi. Certo, per carità, siamo stati con la Francia
all'avanguardia con gli anime e col riconoscere agli stessi dignità
artistica; e sempre assieme alla Francia abbiamo tradotto ed
esportato in Europa una larga produzione di fumetti e cartoni, dando
loro piena dignità artistica e di adattamento.
E vi sono
tratti culturali per certi versi sorprendentemente comuni: la mania
di formare grandi conglomerati, il gusto per un etichetta esagerata,
il suono stesso della parola, mai aggrovigliata.
Al di fuori
di queste coincidenze e di un largo e ampio turismo, non possiamo
minimamente paragonarci alla Francia o all'Inghilterra. Accetto nomi
di grandi studiosi italiani del Giappone, se ne avete da consigliare,
ma è un dato di fatto che ci mancano la traduzione della maggior
parte delle opere classiche nipponiche: il romanzo di Genji, ad
esempio, è stato interamente tradotto solo di recente e per altro non so se nell'edizione corretta o in una versione romanzata nel giapponese moderno. Così per i 3/4 dei classici letterari giapponesi che non risalgano al secondo dopoguerra.
Come rilevava Sauro Pennacchioli, persino i manga non sono così
ampiamente tradotti come si potrebbe pensare.
Il mondo
anglosassone è stato il primo ad approcciarsi alle isole del Sol
Levante e mantiene in tal senso il primato di traduzioni, anche a
livello raw, incomplete, vecchie, ma pur sempre disponibili.
La Francia
ha invece una comunanza artistica, un livello eclettico
sorprendentemente simile.
Nel libro di
oggi, Ore giapponesi, di Fosco Maraini, l'autore
osserva sconsolato come i contatti tra il suo popolo e quello
giapponese siano finora stati sporadici e sterili: che il saggio
suoni attuale nel 2016, come nel 1956 in cui veniva
scritto non è affatto una cosa positiva!
Come
definire Ore giapponesi?
L'autore, di
professione fotografo, ritorna in Giappone dopo un lungo periodo di
assenza. Aveva lavorato sulle isole negli anni '30, venendo poi
incarcerato e soffrendo le pene dell'inferno nei campi di prigionia
del Giappone più totalitario. Nonostante tutto, Fosco però non è
affatto così fosco sul suo destino e quello del Giappone: da ogni
pagina trapela infatti l'amore dell'autore per la cultura
giapponese.
Si tratta
dunque di un diario di viaggio?
Solo in un
senso, perché non ne possiede né la brevità, ne completamente il
carattere autobiografico.
Si tratta
dunque di una guida di viaggio?
Ancora una
volta, solo in un certo senso, perché non vi sono espliciti consigli
su cosa visitare, nonostante l'autore effettivamente descriva ed
elenchi località storiche e templi d'interesse.
Si tratta di
un romanzo?
La struttura
è quella di un diario, le vicende sono vere, ma la narrazione scorre
con alcune incredibili coincidenze. Quindi sì, scorre come un
romanzo ben scritto.
Si tratta di
un album fotografico?
Domanda
bizzarra, ma assolutamente sì! Vi sono numerose immagini, anche a
colori nonostante l'anno di fabbricazione del 1956, con alcune
gradevoli illustrazioni interne. Certamente il lavoro di Maraini è
il fotografo: senza le foto, il pur massiccio testo perderebbe
gran parte del suo valore. Nonostante le oltre 500 pagine, ci
troviamo davanti a un testo nato come accompagnamento delle
fotografie. Le più lunghe didascalie siano mai state scritte,
ma pur sempre delle didascalie.
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| “Autunno, incendio di boschi. Momiji in fiore e vecchie lanterne di pietra a Takao, presso Kyoto.” |
