giovedì 14 febbraio 2013

San Valentino in salsa Houellebecq

Se non sono rimasto intrappolato in qualche strano vortice temporale, oggi dovrebbe essere San Valentino.
Era mio fermo proposito evitare sia post a tema / guardate, guardate quante belle visite ho avuto!/ sia occasionali post festivi, a tema Pasqua o Natale o simili.

Tuttavia, stavo appena terminando un'intensa lettura della biografia di Lovecraft, a opera del cinico Houellebecq, quando mi sono capitate sotto gli occhi le seguenti frasi, che ho trovato adatte a descrivere un certo disgusto nei confronti della festività in questione. Disgusto, intendiamoci privo di reale motivazione; siete liberi d'affermare che sono un idealista fossilizzato in epoche ormai lontane, o un rosicone più sfortunato nel gioco che nell'amore, o ancora uno di quei brutti ceffi che non vedano tutta sta' grande varietà e libertà nel magico ventunesimo secolo.

<< Si può facilmente immaginare cosa penserebbe della società del nostro tempo. Da quando Lovecraft è morto, la società non ha smesso di evolversi in una direzione che gliel'avrebbe resa ancor più odiosa.

La meccanizzazione e la modernizzazione hanno ineluttabilmente distrutto quel modo di vivere cui Lovecraft era attaccato con tutte le sue forze. (e d'altronde egli non si fa alcuna illusione sulle possibilità dell'uomo di controllare gli eventi: come scrive in una lettera, “tutto in questo mondo moderno non è che la conseguenza assoluta e diretta della scoperta delle applicazioni del vapore e dell'energia elettrica su grande scala”).

Gli ideali di libertà e di democrazia, che aborriva, si sono affermati in quasi tutto il pianeta. L'idea del progresso è diventata un credo indiscusso, quasi inconscio, che farebbe imbestialire l'uomo che dichiarava: “A esserci insopportabile è semplicemente il cambiamento in quanto tale.”

Il capitalismo liberale ha allargato la propria presa sulle coscienze; di pari passo sono andati affermandosi il mercantilismo, la pubblicità, il culto bieco e grottesco dell'efficienza economica, l'appetito esclusivo e immorale per le ricchezze materiali. Peggio ancora, il liberalismo è passato dal campo economico al campo sessuale. Tutte le convenzioni sentimentali sono andate in pezzi. La purezza, la castità, la fedeltà, la decenza sono diventate marchi infamanti e ridicoli. Oggigiorno il valore di un essere umano si misura tramite la sua utilità economica e il suo potenziale erotico: cioè esattamente le due cose che Lovecraft detestava più di ogni altra... >>


martedì 12 febbraio 2013

Dead space 3: prime impressioni


Sono al livello della trivella, meno difficile di quanto mi aspettassi.
Impressioni fulminanti, alla spicciola.
  • Che hanno fatto a Ellie? Nel secondo Dead Space introduceva un elemento umano indispensabile per un Isaac Clarke sempre più allucinato, sperduto in una psicosi in bilico fra follia e realtà. Competeva con Nicole nell'indispensabile ruolo di Angelo custode/memento dell'eroe impegnato nella sua eterna quest. In un contesto poi spesso solitario forniva quel minimo di calore e umanità che nei picchi brutali del secondo capitolo mancava.

    Quindi, che è successo a Ellie? In questo terzo capitolo si presenta lontana, distante; Isaac è fuggito, per dimenticare il suo passato e al contempo proteggerla. In generale l'idea che la musa di Isaac non abbia perso tempo a procurarsi un nuovo fidanzato non è male; e anzi per il giocatore stesso, vedere dopo interminabili macelli la propria amata abbracciata dall'ennesimo bellimbusto in divisa è un bel calcio in bocca.
    Che siano videogiochi o libri, la gelosia funziona sempre!

    dead space 2, prima...
    Dal punto di vista della grafica Ellie è forse la prova peggiore della mania americana di pompare- e non solo metaforicamente- i propri personaggi; se nel secondo Dead space Ellie era un'asciutta figura longilinea, un'ingegner(essa) dai lineamenti piuttosto affilati... Un po' come il suo modo di fare, spesso acido, o scostante. In questo terzo capitolo- orrore!- è una mogliettina con tutte le odiose caratteristiche di una borghesuccia dalle lacrime agli occhi, grottesco negli iperviolenti contesti della saga. Nel viso, le labbra sono state gonfiate, come il seno, mentre parte dei lineamenti stravolti. Collagene&silicone, insomma; e tanti saluti all'originalità. (1)

    E dopo, dead space 3 -.-''

  • Dead space 3 è forse fra i giochi, assieme a Devil May Cry, più assalito dalla critica, e obbedienti pecore, dai videogiocatori "abituali". Si parte dall'accusare alcuni difetti minori, senza per altro comprenderne la presenza, per poi scavare e scavare nel tentativo di rovinare il più possibile le vendite del videogioco ( o film) in questione. Un atteggiamento tanto più ridicolo, quando giocando il titolo in questione ci si accorge che in realtà i difetti tanto sbandierati si risolvono nell'essere chiari punti di forza, e che dunque per dirla con lessico giovanile, la critica ha toppato alla grande. (2)

venerdì 8 febbraio 2013

Lincoln


Ultimamente vado molto al cinema.

Il multisala è lento, macchinoso. La prenotazione è spesso fallace, abbondano i furbetti che occupano le ultime file. Dalle mie parti, forse per economizzare spazio, lo schermo appare praticamente incollato alla faccia. E c'è sempre un silenzio da sepolcro egizio. Non una parola. Tutti zitti, a fissare e sgranocchiare. 
Ci avete mai pensato quanto sia innaturale? 
Ma come, insorgeranno critici e intenditori, il male del cinema E' proprio la gente che parla in sottofondo!
Well, non mi trovo così d'accordo. Nel senso che trovo piacevole ogni tanto scambiare una battuta con l'amico vicino, o gesticolare animosamente a determinate scene. 
Insomma, ci dev'essere un rapporto attivo con il film. Starsene immobili per due, tre ore a mo' di mummia egizia, con tutto che spesso il film è quello che è, mentre la poltroncina ti morde le chiappe e tu pensi che a quel'ora potevi andare avanti a rigiocarti per l'ennesima volta the witcher...
Insomma, non sono lo spettatore ideale.

Tuttavia, non esistono solo i multisala. Esistono anche i vecchi cinema.
Dinosauri con ampie sale, posti che ti piazzi dove Vuoi, cinque euro a biglietto e spettatori al contagocce.
E alla fine ho ceduto; certo l'immagine è spesso sgranata, a volte persino scattosa. 
Ma alla resa dei conti importa poi tanto? 
Come si dice coi videogiochi... Non si gioca per la grafica, ma è il gameplay che conta.

Lincoln, in questo senso non fa rimpiangere il multisala. E' un film con più attori che comparse, in cui Spielberg ha chiaramente giocato al risparmio. Le diverse vicende che si susseguono funzionano come altrettante scene a teatro, dominate di volta in volta da politici con grandi barbe, o dalla figura a spaventapasseri di Lincoln, un anoressico gigante dal cappello a tuba.

lunedì 4 febbraio 2013

Tempo di elezioni


Tempo di elezioni.

Riflettevo in questi calamitosi tempi d'elezioni&politica, in cui trasversale sui mass media infuria la caccia agli elettori, come in effetti la partecipazione alle urne sia ormai scesa a livelli d'operetta.

Nessuno più vota, strombazzano le statistiche. E come dar torto a sondaggi e grafici? Sono oggettivi, sono scientifici, per forza devono esser veri. Quindi dobbiamo rendere atto di questa verità ultima. Ovvero che... la democrazia funziona alla grande!
Rifletteteci! Se nessuno vota, vuol dire che stiamo bene così come siamo. Quindi abbiamo al momento il miglior governo che si possa immaginare, l'economia va così a gonfie vele che nessuno si preoccupa di regolamentarla... Insomma si sta talmente bene che un cambiamento non serve.
Perché voler cambiare qualcosa, mutare? Se nessuno partecipa, vuol dire che si sta benissimo così.

Quindi rallegriamoci, e speriamo che queste buffe minoranze di demagoghi e populisti non corrompa l'intelligente popolo italiano. Non c'è bisogno di migliorare, figurarsi.

Votare? Impegnarsi? " Brutte, scomode cose! Fanno arrivare tardi a cena. "



sabato 2 febbraio 2013

La Ballata di Halo Jones


Quante ricchezze si possono scoprire curiosando nella baia svedese! Autentico ciarpame seedato d'anonimi benefattori, scannerizzato da vetuste paginone anni ottanta. Sto parlando ovviamente di fumetti, e più nello specifico fumetti firmati Alan Moore. Curiosare sul nuovo volume della LDSG mi aveva (in) volontariamente auto-hypato, e così ero andato allo scandaglio delle prime produzioni Alan Moore. Verso gli anni Ottanta e novanta, curiosando qua e là sono giunto a scoprire la sua collaborazione con la rivista so british 2000 AD, famosa fra gli appassionati per la saga fantascientifica Rogue Soldier e il più noto Judge Dredd, che fra quelle pagine di scarsa qualità ha consumato le sue migliori avventure.

La Ballata di Halo Jones è un'opera dalle sfaccettature spesso multiformi, per quanto "semplice", quasi grezza se confrontata alle opere omnie di Alan Moore. La quarta di copertina è un'imbarazzante dimostrazione di quali eccessi possa raggiungere l'editoria, quando conscia che l'opera in questione- non essendo famosa- deve colpire più lettori possibili con poche frasi. Nessuna accusa beninteso; il lettore bisogna pur convincerlo! Tuttavia...

La Magic Press è fiera di presentare il grande classico La ballata di Halo Jones, una space opera femminista scritta dalla leggenda del fumetto Alan Moore (V for Vendetta, La lega degli straordinari Gentlemen) e disegnata da Ian Gibson (Robo-Hunter, Star Wars). 

Halo Jones è annoiata dalla sua vita nel Cerchio, un mondo futuristico in cui il lavoro è scarso e l'eccitazione inesistente. Decide così di vedere la galassia ad ogni costo. Ma riuscirà a soppravvivere agli alti e bassi che incontrerà lungo la strada, tra cui un interminabile periodo come hostess a bordo di una cosmonave di linea e un turno di servizio in una terribile guerra che sfida la fisica dello spazio e del tempo?

Incominciamo dal tarlo maggiore, ovvero l'etichetta di "femminista". La ballata tessuta d'Alan Moore non è più femminista di quanto sia ogni altra opera con protagonista una donna; e più nello specifico era nelle intenzioni stesse di Moore inquadrare un personaggio comune, un cittadino di un futuro non troppo lontano. Halo certo mostrerà più di una volta d'essere di pasta alquanto coriacea, ma siamo lontani sia dalle psicopatiche ai limiti dell'asessualità a cui spesso arrivano certe produzioni fanta/sy/scientifiche (emblematico Alien in tal senso, sia per quanto riguarda il maggiore Vasquez che per Ripley) D'altra parte non si può nemmeno affermare che Halo sia la classica Damsel in mistress, non tanto per il suo carattere, quanto perché per un libro e mezzo non compaiono uomini, volendo anche citare pochi sparuti alieni di vago sesso maschile.
A voler citare un'opera di Moore "femminista" ( ma cosa designa un'opera femminista? E cosa vuol dire quest'etichetta? E a che serve?) menzionerei piuttosto quel formidabile manifesto a metà fra la magia / filosofia/ che era Promethea, ma non certo questa bizzarra ballata.

martedì 15 gennaio 2013

Il cyberpunk polacco alla riscossa


" Che begli occhi! Dove li hai trovati? "
" Da Parts 'N Programs, nella sotterranea. Sono Kiroshis, naturalmente... "
Conversazione nel New Harbor Mallplex.


Ho sperimentato il mio periodo di letture cyberpunk fra terza e quarta superiore. Ignoro se corrispondesse a qualche ribellione intellettuale, o se più semplicemente adorassi l'estetica del cyberpunk; fatto sta che divorai ogni cosa che trovavo sia di Gibson che Sterling, arrivando anche a lambire " La macchina della realtà", che abbandonai alla prima lettura perchè all'epoca ancora disinteressato al periodo vittoriano.
Successivamente ho ripreso quest'estate l'opera, regalandomi devo ammettere grandi soddisfazioni, per l'estenuante – ma non per me – mole di dettagli. 
Nel cyberpunk ricordo, oltre al citatissimo Neuromante di Gibson, i vari saggi che Sterling già si dilettava a scrivere. Tutt'ora compila ogni anno un rapporto tanto simpatico quanto la carta vetrata sulle nuove tendenze di Hipster, subculture e mondo digitale. E in generale all'approccio con le nuove tecnologie. Credo sia il campo in cui meglio esprime se stesso, persino quando spara dubbi giudizi sulla politica italiana, arrogandosi un titolo di osservatore civilizzato in terra straniera, fornito dal suo quieto vivere a Torino.
Ma ripensandoci, quando scrive cose del genere:

"Gli italiani non sono secondi a nessuno in termini di "capitale sociale", il che è una delle ragioni fondamentali per cui il loro governo è così disfunzionale. L'Italia non è una "nazione" dotata di un "governo", è piuttosto un insieme di città-stato estremamente civili a cui è stato imposto un lifestyle nazionalistico negli anni '60 del diciannovesimo secolo. Se i predatori francesi e austriaci non avessero inventato l'idea del governo nazionale, dubito che gli italiani l'avrebbero mai sviluppata da soli. Oggi che il social network è entrato in questo mix, la cosa mi fa pensare. Non si tratta del governo o della società civile o del capitale sociale... I locali li adorano ovviamente, ma uno non può fare a meno di interrogarsi sugli effetti a lungo termine [dei social network]. Cosa dirà la gente tra venti o quarant'anni anni?"(riporto dal sempre interessante filosofo Bittanti)

Non è poi che abbia tutti i torti, se si riesce a mandar giù l'amaro boccone.
Ma sto divagando. Non esiste solo Sterling, e in quegli anni delle superiori c'era un manuale stampato di traforo dopo averlo scaricato dal mulo ronzinante che adoravo- e ditemi cosa c'è di più cyberpunk che scaricarsi il manuale di ruolo a sua volta di un gioco cyberpunk- ovvero:




venerdì 11 gennaio 2013

Moore, un po' di Lovecraft e un nuovo volume della LDSG: Nemo, Cuore di ghiaccio


O la leggenda degli uomini straordinari. O the league of extraordinary gentlemen, valenza inglese che preferisco per una sua intrinseca eleganza, rara nella lingua barbara delle isole britanniche.
In ogni caso, tenevo d'occhio la notizia con una certa costanza, prima che sia divenuto ufficiale: esce a febbraio un nuovo volume della saga della lega, Nemo: Heart of Ice.

Il nuovo volume sicuramente non è tre cose: primo, non è il seguito della LDSG, già degnamente conclusa sulle note dell'allucinato "2009"; secondo, non è nemmeno un volume "tipico" della saga, uno spin off qual'era lo strambo, ma apprezzabile "Black Dossier"; terzo, è un volume di "sole", 56 pagine, dunque un lavoro certo apprezzabilissimo, ma piuttosto contenuto.

La trama ruota attorno alle disavventure della figlia di Capitano Nemo, Janni Drakkar, che dopo i traumatici eventi di "1910", s'avventura in una decade di razzie e anarchica distruzione. In cerca di redenzione, desiderosa di riconquistare almeno un'esigua parte del consenso dell'Europa, intraprende una missione nella quale persino suo padre, Nemo, aveva fallito: esplorare l'Antartide, favoleggiata terra di ghiacci e tesori. 

Secondo le poche informazioni a nostra disposizione incontrerà nel suo percorso tre geniali inventori americani (?), assoldati da un famoso magnate (Charles Foster Kane?) per rintracciare e recuperare le spoglie di una regina africana, congelate nella morte bianca del Polo. Ma oltre a questo, basta un'attenta sbirciata alla cover, per scoprire la fonte principale d'ispirazione: Lovecraft. E più nello specifico il racconto-romanzo a cui forse Lovecraft teneva di più, ovvero " Alle montagne della Follia".
Alan Moore contro Lovecraft, ancora una volta?
Un'eroina dal cuore di ghiaccio- Janni- i classici eroi pulp gettati a combattere nel crudo mondo reale, e infine- dulcis in fundo! - mostri Cthuloidi?

You sold it, Alan Moore. You sold it.

giovedì 10 gennaio 2013

Aletheia (2/2)



Aletheia (2/2)

Nulla da vedere in televisione, stasera. Un deserto elettrico di reboot, sequel&triti documentary senza sostanza. Mi afferro la fronte fra le mani, chiudo gli occhi. Le pupille pulsano, sotto i polpastrelli. Lampi rossi nella testa. Quell'idea, quel pensiero. L'intero pomeriggio la inseguo, senza sosta. A tratti, in frammenti di lucida consapevolezza sento che si avvicina, che manca un niente, affinchè mi ritorni alla memoria. Ogni tanto ritorna, come quel pizzicare dell'uomo ragno nei vecchi fumetti marvel. Lambire con dita troppo sudate per afferrare, qualcosa che da tempo stai rincorrendo. Spengo la televisione con le viscere annodate dal troppo cercare. E dai resti della pizza surgelata.

Aletheia sente il naso schiacciato dalla canna della pistola. Il contatto osceno di un'appendice di metallo sporca d'olio, fredda. Avverte confusa, nella cortina di sangue e lacrime, il cavaliere-scatola blaterare un ultimo discorso, prima di flettere l'indice sul grilletto. Poi, nell'istante che precede l'accensione della polvere da sparo nel proiettile, l'uomo scompare. Si disgrega quasi, in un sibilo di ozono e gomma bruciata. La scatola al posto della testa vomita una babele di luci e rumori, poi esplode dall'interno, disseminando il deserto di frammenti di vetro e plastica.

Pancia sul divano, mi gratto i capelli sporchi, prima di guardare dal cellulare il mio profilo twitter. Amori spezzati, giochi di parole, link pubblicitari: il solito schifo. Clicco una volta, poi due sul simbolo esc. Dannato schermo touch, non imparerò mai a usarlo...

Aletheia trascina la gamba ferita, si appoggia ai battenti in bronzo del tempio. Guarda con il coraggio che solo la stanchezza può dare il cavaliere canarino sollevare lo shotugun, prendere la mira. Nota la pistola dell'uomo-scatola ai suoi piedi, ma al tempo stesso si rende conto che non riuscirebbe mai ad afferrarla prima che l'impatto del proiettile la spappoli come un fiore calpestato. Si aggrappa alla porta del tempio, spinge in avanti. Allargare la fessura. Entrare. Mettersi in salvo. L'uomo canarino spara. Un boato ravvicinato, un'esplosione. Aletheia per la seconda volta nel giro di pochi secondi chiude gli occhi, li riapre. Il cavaliere azzurro si rotola nella sabbia, cerca disperato di spegnere le fiamme che divorano le sue piume colorate. Quel becco da cartooon è sporco di sangue, spezzato. Un occhio dell'uccello pende dall'orbita, ondeggia per il nervo che ancora lo trattiene. Aletheia si avvicina, inciampa nello shotgun. La canna è deforme, dilaniata dall'interno. Schegge ovunque. " Gli è esploso in faccia! " Esulta, prima che il terzo cavaliere l'accoltelli alla schiena con un affilato bisturi.

mercoledì 9 gennaio 2013

Aletheia (1/2)


Racconto scritto questo Natale, vagamente allegorico. Come fonte dominante, c'è il capolavoro, molto sopravvalutato a mio avviso, di Neil Gailman, American Gods. E conseguentemente, uno dei Tropes che più amo, cioè All Myths Are True. Stupido, ma divertente. Da quanto ricordo, con Gailman gli dei si fermano a Internet, rappresentata- banalissimamente, e in modo parecchio retrogrado- come un bambino grasso e disadattato. Vabbè.
Ho pensato di portare questo concetto avanti, e trasporre lo status di divinità ai social network stessi. Dopotutto, nell'era attuale, non è raro trovare gente che considera la visita giornaliera a Faccialibro ai pari di una preghiera, o che avverte una sincera perdita di fede, quando salta la connessione internet. E già trascuro gli hipster che fotografano ogni cosa che si muove, o gli evangelisti twitteriani, impegnati in feroci crociate contro gli araldi del bianco&blu.
Non è questo, "un mondo che ha perso la fede".


Come sempre, se vi va commentate! Nella mia intenzione, i due differenti piani – prima persona maschile e terza persona femminile di Aletheia - in cui si svolge la vicenda avrebbero dovuto intersecarsi con maggiore chiarezza, ma come ho constatato dal silenzio dei forum di scrittura, in effetti la gente fatica a comprendere cos'ho scritto. Non forse sul piano dell'intelligibilità- fortunatamente! - quanto piuttosto nel fine stesso della vicenda. Il fatto stesso che abbia considerato necessario questo breve preambolo, è un segno che manca chiarezza nel racconto. ^.^

Aletheia (1/2)

Sospiro, mentre tazza di caffè nella sinistra e mano destra sul mouse, aguzzo gli occhi sulle nuove notifiche. I punticini rossi brillano sullo schermo blu. Clicco, clicco frenetico: assaporo con sogghigno sulle labbra la replica irata di un bimbetto caduto nella mia provocazione da troll, osservo con distaccato disinteresse la risposta negativa di un cesso con cui ci stavo provando e termino infine, postando un frammento di Heidegger, che a essere ben sincero non comprendo, ma che ah! Lì sulla bacheca mi trasforma presto, nell'intellettuale impegnato che vorrei sembrare.
Sbatto le palpebre, stropiccio l'occhio arrossato. Sono cinque ore, che chatto online. Cinque ore che batto sulla tastiera, mando email, e di tanto in tanto, compilo distratto gli appunti della nuova lezione che dovrei andare a preparare. La schiena arde al contatto con il cuoio nero della poltrona, le braccia dolgono. La mano destra? Metastasi del tunnel carpale. Sono stanco, ma non riesco... non riesco a smettere. C'è un pensiero che mi tormenta. Dalla pausa in cui bevevo il thè del primo pomeriggio, e guardavo distratto le gru del porto ondeggiare alle raffiche della tempesta a venire. Non è la prima volta che mi sovviene un'idea; e non è certo novità che l'idea in questione appaia come un lavoro geniale, un progetto fantastico, "qualcosa di mai visto prima". Ma nel caso in questione era diverso. Non avevo la chiara sensazione di scrivere il solito, delirante frankenstein d'idee rubate, storpiate, torturate per farle sembrare qualcosa di mio. Stavolta, per la prima volta dopo anni e anni sentivo che un pensiero nuovo aveva fatto capolino. Timido, sbirciava dietro l'angolo. Un po' come il gatto della mia vicina, sempre tanto riluttante alla carezza. O come quelle ragazze che non riesci mai a invitare da nessuna parte, perchè non appena parli, già le vedi indietreggiare, sparire dietro lo scaffale dell'ennesima biblioteca. E così l'ho persa quest'idea, questo pensiero nuovo e autentico. Impegnato in mille altre cose, ho lasciato che si smarrisse nei meandri della mia mente. Tolgo lentamente le cuffie, barcollo con le giunture che gridano vendetta alla finestra. Respiro l'aria carica di pioggia, che picchia in strada in uno scrosciante diluvio. Un'idea, un pensiero di libertà. Mi afferro la fronte fra pollice e indice. Chino il capo. La mia piccola creatura. Perduta!



Aletheia scivola per le dune di sabbia rovente, affonda i sandali in passi faticosi. Impreca, quando superato l'ennesimo dislivello, scruta l'orizzonte vuoto. Il gioco di un dio beffardo, quel mondo. Una distesa desolata di sassi e sabbia. Non una pianta, non un animale. Inclina il capo a fissare il cielo assolato, di un azzurro stinto, divorato da un globo infuocato che risulterebbe riduttivo, definire "sole". Apre le labbra screpolate. Invoca l'acqua, la pioggia. " E già che ci siamo, il mare, e pronta una cazzo di galea a salvarmi! " Chiude gli occhi, li riapre. " Stupida, stupida, stupida! " Si batte il pugno sul peplo, affonda le mani nella sabbia. Pietre. Sbriciolate, arse, trasformate in finissima polvere dorata.
" Dove sono? Dove cazzo sono? " Ricorda ancora le verdi distese dell'Olimpo, la folla di dei, semidei, eroi. A giocare, guerreggiare, schernirsi. Da Zeus ad Atena, alle muse e ai satiri. E poi loro, le mezze cartucce. Gli aborti. Non titani adorati da popolazioni festanti, o dei a cui massacrare cento e cento vergini. Gli dei feccia. Dionisio. Le Graie, le Erinni, le Muse. E poi lei, Aletheia! Nemmeno un dio, nel senso pieno del termine. Ma una parola, un segno. Un'idea nella testolina di un filosofo troppo occupato a pensare. " Siamo scarti " constata Aletheia. Relitti nel folle percorso della ragione. Gli scarti nelle guerre di generazioni e generazioni di filosofi. Difesi da eserciti di critiche e trattati, innalzati all'ultima soluzione, all'ultima verità. Solo per subire l'oltraggio di troppi rivoluzionari, troppi allievi che superano il maestro, troppa destructio spinta al suo spasimo. Non esiste Aletheia. Non esiste verità ultima.

- Nasconditi! Nasconditi, sciocca! -

Una voce sottile, stridula. Aletheia alza il viso, inquadra la sottile silhouette di un airone in volo. L'uccello veleggia verso di lei, si ferma a mezz'aria, sbattendo le ali dai mille colori. Aletheia alza un sopracciglio, perplessa.

- Thot? Il dio della scrittura? Che ci fai...-

- Che ci faccio qui? – Gracchia, socchiude il becco affilato. Con gesto di nauseante autocompiacimento, s'appollaiola sulla spalla di Aletheia, che a stento si regge in piedi al peso gigante dell'airone.

- Sai – La dea stringe i denti, impreca – non sei proprio un leggero pappagallo...-

- E tu non sei solo un'umana sperduta, mia cara. Sei lo scarto della mente di un filosofo, quindi taci e ascolta chi è più vecchio, di te, chiaro? -

- Egizi, greci... Siamo più o meno lì, no? -

Thot chioccia una risata maligna. - Eravamo vecchi quando voi greci ancora vi massacravate con clave e pietre, Aletheia. - L'airone le strofina il becco nero sulla guancia, avvicina l'affilatissima punta all'occhio nero di Aletheia, che sbatte frenetica le palpebre. - Non provocarmi, puttanella -

La dea deglutisce amaro. Azzarda qualche nuovo passo sulla duna in salita. Scivola nella sabbia bollente.

- Parlavi di un pericolo...- Sospira – non è che sapresti dove sono, per le palle di Zeus? -

- Huhu – sibila Thot. - Una così dolce boccuccia che pronuncia parole tanto volgari! -

- Non lo sai, nemmeno tu, vero? - Sogghigna Aletheia. - Sei anche tu intrappolato in questo... Inferno! - 

- Err...- Thot gracchia, stringe gli artigli nel soffice peplo bianco di Aletheia. La ragazza resiste strenuamente all'impulso di grattarsi la spalla, dove macchie di sangue ormai macchiano il tessuto. - No! Va bene, non lo so! - il dio della scrittura sbatte le ali, schiaffeggia Aletheia. - Mi avrà intrappolato l'ennesimo scribacchino disperato, o il solito ragazzino appassionato di piramidi! -

- Quindi... Vorresti dire che siamo nella mente di un umano? Ma com'è...-

- Forse sì, forse no. Cioè, non lo so, Seth si fotta: non lo so! - Thot apre e chiude il becco, ticchetta frenetico – Può essere che siamo solo emanazioni, doppi, tripli della nostra autentica identità. Magari in quest'esatto momento, la vera Aletheia pasteggia nell'Olimpo, mentre la sua ombra bestemmia nel deserto. Chissà! Ma quanto conta, è che non siamo soli! -

- Altri dei? Come noi? Ma se...-

- Erano tre cavalieri, Aletheia. Ma ignoro se siano davvero dei, o cacciatori di questo deserto maledetto. Si muovono lenti, goffi. Gesticolano parolacce, grugniscono. Sono come infanti, bambini che non sanno ancora controllarsi. Ma possono fare male, se non stai attenta – Thot alza un'ala, espone una lacerazione fra le piume, un buco della forma di un cerchio perfetto, gocciolante inchiostro. - Hanno bastoni che tuonano, i bastardi -

- Ma siamo dei, no? Non possiamo morire? -

- E Afrodite, ferita al polso da Diomede, nella vostra ridicola guerra di Troia? E Ade, trafitto da una freccia di Eracle? Possibile che debba essere io, a ricordartelo? Ferire un dio, mutilarlo... E' sempre possibile. -