martedì 15 luglio 2014

La rigatteria Hipster: un fenomeno bizzarro


Le rigatterie sono raramente bei posti.
Si passi dallo straccivendolo al libraio, dal mobilificio al venditore di quadri, il rigattiere soffre d'una cronica mancanza di spazio, di acquirenti, di un continuo, estenuante surplus di materiale da sbolognare. 
Per quanto bassi siano i prezzi, per quanto umilianti siano le condizioni di acquisto, c'è sempre gente disposta a vendere quanto altri getterebbero nella spazzatura.
Ad esempio, in media i libri che dal rigattiere vendono a un euro vengono acquisiti in blocco per prezzi irrisori da grandi magazzini; o sono acquistati per la media di trenta centesimi ciascuno. Trenta romanzi fanno appena appena nove euro, per il rigattiere! Non è difficile capire come possano risolversi gli affari. E ne consegue – è piuttosto ovvio – che una rigatteria fiorente compri più di quanto possa vendere. La merce comincia ad accumularsi, dapprima sulle scansie, poi sui tavoli, infine accatastata in grandi pile.
L'analogia con la discarica è offensiva, ma fin troppo calzante.

In tutto questo, dovete inserire il Fenomeno Hipster
L'avete presente; barbe lunghe ma curatissime, baffetti alla Dalì, camicie a quadrettoni vendute nei discount acquistate a prezzi folli, musica tanto indie che neppure gli Indios la conoscono ecc ecc Tante piccole strane manie concentrate in una moda. Non c'è nulla da condannare: voler fare gli eccentrici, specie di questo tempo, è un fenomeno affatto strano, considerando l'appiattimento generale. Voler spiccare nella massa è normale; è volerlo fare in modo tanto spocchioso che scatena la condanna. Una volta li chiamavano “snob”.

Riuscite a immaginare un hipster in Rigatteria? Io no.
Gli Hipster adorano i luoghi asettici, puliti, immacolati. Luoghi senza bordi, senz'angoli taglienti, come la tecnologia Apple che tanto amano (o è Linux? Anche l'Hipsterismo ha tanti livelli!).
La rigatteria è l'esatto contrario. E' buia, maltenuta, sporca, con più ciarpame che oggetti preziosi.
Però... Dovete ammetterlo, la rigatteria, che sia una bancarella dell'usato o una rivendita di cianfrusaglie, sembra adattarsi bene all'immagine dell'Hipster. Cioè, ci sono innanzitutto 
1. Cianfrusaglie e ammennicoli “strani” o “vecchi” che l'Hipster amata tanto mischiare indiscriminatamente
2. Vestiti di secoli fa di gente morta per denutrizione o sifilide o qualche orribile malattia. Ottimi per conferire quell'aspetto alla “spaventapasseri” che gli Hipster amano tanto 
3. Libri degli anni Sessanta, un casino di roba dal secondo dopoguerra davvero. Interminabili testi sovietici del genere “Il problema agrario secondo Lenin”, libri del sessantotto, romanzi e riviste dagli anni ottanta/novanta. Sopratutto: libri di carta! Perché a che diamine serve leggere se nessuno ti guarda farlo? La copertina makes the book! (sic)

Eppure... la rigatteria è sporca, disordinata... Molto poco chic, poco “in”!
Qualche abile piccolo imprenditore fai-da-te dev'essersi accorto di questa nicchia di mercato colpevolmente poco sfruttata, e ha pensato bene di riempirla.
Così, qualche mese fa, ho svoltato l'angolo e ho sbattuto il naso sulla vetrina della prima rigatteria Hipster. Per un attimo ho pensato fosse un negozio per bambini, perché aveva le pareti ricoperte di quel compensato ligneo che trovate nei negozi di abbigliamento per bambini, o nelle giocatollerie artigianali. Ma i bambini di solito non acquistano vecchie siringhe di metà novecento o macchine da scrivere rotte, per cui...
La vetrina aveva:
  • Una corolla di fiori secchi e appassiti, perché se non c'è un'aura di depressione, l'hipster s'allontana
  • Sedie rotte e rovesciate a costruire un castello di legno (non in vendita, almeno spero)
  • Vecchi testi per ragazzi con illustrazioni finto ottocentesche; la cicogna, i bambini in calzoncini hitleriani che giocano, la lady in corsetto ecc ecc
  • Borse in pelle per commesso viaggiatore, valigie sfondate, ventiquattr'ore distrutte 
  • Testi in russo, scritti in russo (e quando intendo russo intendo in cirillico)
  • Fotografie sessantottine di vari Hippie che fumano canne
  • Un quadretto con una citazione marxista di Foucault piuttosto generica (Abolition du le societè di classe, mi pare)
Al che credo che il buon Foucault se fosse ancora vivo&vegeto s'incazzerebbe alquanto, a vedersi inglobato e inserito nel sistema mercato come molti altri, letteralmente “venduto” per succhiare soldi a ragazzini dal papà imprenditore che vogliono “distinguersi”.


Questa è stata la prima rigatteria Hipster che abbia mai visto. Rapidamente ne ho individuate altre due, abilmente mimetizzate, ma sempre a pochi passi da un bar. Non mi sono sorpreso a vederci sempre dentro gente della mia età, sui vent'anni, a volte trentenni, quarantenni che avvampano d'emozione a toccare oggetti d'arte così antichi, che possono acquistare per potersene vantare cogli amici. Non si discute il gusto estetico e sono il primo a essere contento che s'acquisti qualcosa di diverso dall'ultimo smartphone in circolazione; ma non posso fare a meno di notare come le stesse, identiche cose le vendano anche i rigattieri normali, quelli brutti e poco “trendy”. Quanto viene acquistato e imballato per un cinquantone, sarebbe sbrigativamente consegnato impolverato ma U-G-U-A-L-E da un normale rivenditore di usati, a meno di metà del prezzo proposto.
Ma così va il mondo, “infighettendosi” ma svuotandosi di sostanza, e accanto alle Boutique della Bao (una volta le chiamavano, indovinate un po'? Edicole!) ora abbiamo le Hipster-rigattierie.
Ma forse un po' Hipster lo sono anch'io, a voler criticare chi preferisce il pulito e l'affabile allo sporco e al disordinato... #maancheno

venerdì 11 luglio 2014

Nelle tempeste d'acciaio, Ernst Junger


C'è sempre stata abbondanza di autobiografie e testimonianze sulla prima guerra mondiale e com'è ovvio l'anniversario 1914-2014 ha portato ristampe e nuove testimonianze.
Ammirevole, in tal senso, l'operazione inglese, che ha reso disponibile la bellezza di 4 milioni di testimonianze (in continuo aumento) di documenti di fanti e ufficiali sul fronte, liberamente disponibili al pubblico. Se iniziative di vario genere sono inoltre attive in Francia e in Italia, la Germania vegeta in una curiosa indifferenza.
La ricorrenza non desta interesse, o viene tenuta viva da piccole cerchie di storici e eccentrici. Un bell'articolo della BBC indagava il curioso fenomeno. Un peccato, perché il testo che volevo proporre in quest'articolo è proprio tedesco e nella cronologia tormentata dei reduci dalla Grande Guerra, è tra le prime testimonianze. Si tratta dei diari di Ernst Junger, Nelle tempeste d'acciaio.

Non senza provare un certo brivido, mi ricordo che durante quella colazione tentai di svitare uno strano, piccolo apparecchio, trovato davanti ai miei piedi sul fondo della trincea; credetti di riconoscere, Dio sa perché, una «lanterna da assalto». Soltanto molto più tardi capii che l'oggetto col quale avevo scherzato era una bomba a mano già priva di sicura.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Remarque?
Data della prima edizione: 1929
Un anno sull'altopiano, di Emilio Lussu? 1938
E in tutto questo Nelle tempeste d'acciaio data già al 1920!
Il flemmatico Junger aveva raccolto i suoi scritti di trincea, li aveva raccolti, riordinati e li aveva subito mandati alle stampe, con peraltro ottimi risultati di vendita.
Il dato è importante, perché senza nulla togliere al grande valore letterario delle opere precedentemente citate, più ci si avvicina cronologicamente a un evento storico, più – com'è logico- la testimonianza si fa attendibile.

Non è certo una novità che occorra prendere con le pinze le testimonianze storiche “viventi” di chi abbia vissuto di prima persona un conflitto; specie infatti se la testimonianza è orale, il retroterra dell'attuale panorama politico-culturale risulterà impossibile da eliminare. Non si fanno domande in piena oggettività, ci si aspetta sempre una risposta, o quantomeno una risposta di un certo tipo. Così, in Friuli Venezia Giulia, le prime ricerche sui Benandanti degli anni Sessanta incontravano l'ostilità dei contadini, che rispondevano di non aver mai saputo nulla di superstizioni del genere; sapevano bene che la superstizione pagana era vietata e ridicolizzata da preti e gente istruita e preferivano così tacere. Ma dopo neanche vent'anni, la situazione cambia: i ricercatori vengono accolti benevolmente, le superstizioni vengono spiegate, a volte arricchite con particolari inventati. Il contadino è ora consapevole che non lo si sta ridicolizzando; è ormai in pensione, sa cos'è il lavoro di antropologo e l'importanza di conservare le tradizioni. Quella dei Benandanti non diventa più “superstizione” da nascondere.
Piccolo esempio, ma credo utile per chiarire come l'oggettività estrema in storia non esista e come purtroppo non possiamo viaggiare indietro nel tempo e lasciare telecamere che ci diano la visione “fredda e scientifica” che vorremmo.*
Di conseguenza ogni testimonianza sceglie cosa e come trasmettere e su quale tema battere cassa.

Quest'aspetto va tenuto in grande considerazione quando si analizza Junger.
Oltre al suo valore di scrittore, che va al di là del suo ruolo della grande guerra, ma attraversa il novecento con una grande messe di scritti, il nostro giovane tenente annota i suoi diari con stile laconico, lento e preciso.

Il diario esordisce con il suo arrivo al fronte nel 1914 e procede di anno in anno, superando snodi fondamentali, come la sua prima battaglia e la sua prima ferita e arrivando infine al 1918, quando ferito per la quattordicesima volta ricevette la stella d'onore Pour le Meritè.
E persino nei suoi momenti più concitati, il tono è flemmatico, calmo; con nelle vene più ghiaccio che sangue. Il modo con cui viene descritta la trincea del 1915 ricorda più l'aratura dei campi che una fortificazione. Il modo con cui tranquillamente l'autore decide di “fare un giro d'esplorazione” nella trincea nemica, ricorda una scampagnata con gli amici, un picnic mortale. Non c'è sventatezza, in queste descrizioni, o incoscienza; più una sorta di... umh... non saprei come descriverlo, se non la soddisfazione del lavoro ben fatto. Junger, a differenza degli sfortunati coscritti francesi e italiani, si arruola perché lo vuole. Apprezza il lavoro del soldato, lo sente suo.
Ovviamente, questo per un lettore contemporaneo è inaccettabile.
Junger sembra volersi porre in un interstizio, un limbo che non viene mai previsto dagli attuali schieramenti Guerrafondai Vs Pacifisti.
La guerra che combatte non è una guerra “giusta”, combattuta per la pace o per liberare dalla tirannia un popolo.
Non è nemmeno una guerra nazionalista, nel senso di difendere la propria patria o annientare una volta per tutte il nemico.
Per Junger, la guerra è solo guerra. E' un conflitto, che ha valore di per sé stesso, una macchina che carbura esseri umani, ma che non lo spinge a odii insensati o all'amore per l'uccisione.
Con grande abilità, Junger si tira fuori da tutte queste “prese di posizione” pro o contro.
Il lettore di conseguenza è infastidito da tanta indifferenza, perchè abituato a essere imboccato di giudizi netti e severi, di condanne morali lanciate dal cielo. Ma dalla penna di Junger non esce mai né lode né critica.
La guerra è un universo a sé, che trasforma gli uomini in qualcos'altro, al di là del bene e del male.
Le condanne le lancino i preti.

Solo un tenente e un sergente erano riusciti a passare il reticolato. Il tenente cadde benché portasse una corazza sotto l'uniforme, perché una pistolettata tiratagli da Reinhardt a bruciapelo gli aveva conficcato un pezzo di metallo della corazza nel ventre. Il sergente ebbe le gambe quasi amputate dalle bombe a mano; tuttavia tenne fino alla morte, con stoica flemma, la sua corta pipa stretta fra i denti. Anche lì, come del resto dovunque ci scontrammo con gli inglesi, riportammo una favorevole impressione di audacia e di coraggio virile.
In quella mattinata di successi, me ne andavo attraverso la trincea osservando il tenente Pfaffendorf che, sulla piazzola di una sentinella, con gli occhi fissi al binocolo a forbice, dirigeva il fuoco dei suoi lanciabombe. Notai subito un inglese che, dietro la terza linea nemica, camminava al di sopra della copertura, disegnandosi netto sull'orizzonte con la sua uniforme kaki. Strappai di mano alla sentinella più vicina il fucile, regolai l'alzo a seicento metri, presi di mira l'uomo un poco avanti alla testa e premetti il grilletto. Quello fece ancora tre passi, poi cadde sul dorso, come se gli avessero tolto le gambe di sotto il corpo, agitò le braccia e rotolò nel cratere di una granata; attraverso le lenti vedemmo brillare ancora a lungo la sua manica marrone fuori dell'orlo.

lunedì 7 luglio 2014

Zuckerberg! Chi era costui?


Criticare i Social Network riscuote sempre grande successo – specie se quest'aristocratico disprezzo per i likes e i commenti viene condiviso, diffuso e approvato sul Social Network stesso. Si sviluppa di conseguenza un fenomeno paradossale, per cui Facebook rigurgita di confessioni di gente che si vergogna di essere su Facebook, si vergogna di vivere in funzione di esso, si svela con narcisistica compiacenza puritana al suo pubblico, raccontando peccatucci e miserie cui nessuno importa.

Pinterest, avendo un carattere più raffinato della media, diventa il Social per eccellenza di donnine sciocche su cui fare stalking, Tumblr è solo “un raduno di porno” nonostante sia normale per le università americane usarlo come piattaforma dei corsi, o venga usato nell'ambito della critica videoludica da personcine come Sarkesiaan. Il deprecato, aborrito Facebook viene considerato l'arena del cazzeggio, eppure a stringere contatti più interessanti della Pagina Facebook di Topolino, si scoprono interrogativi e articoli che normalmente non ci si sarebbe nemmeno posti – e siccome tengo in maggior stima le domande che le risposte, dal mio punto di vista trovo che nella giornata giusta Facebook sia un luogo più stimolante di certi ambienti “reali”, a cominciare dalle asfittiche aule dell'università.

Non sono interessato a un peana dei Social Network, ma solo a considerarli quanto sono, ovvero un gigantesco (e visitabile) ufficio del catasto. Indubbiamente la scrittura ha molti difetti, a cominciare dall'indebolimento della memoria, come accusava Platone. E nelle mani sbagliate si può fare un sacco di danni sapendo scrivere – non è forse il detto “la penna ferisce più della spada?” Tuttavia non per questo, a partire da Platone stesso, abbiamo rinunciato alla scrittura. Chi critica i Social Network usandoli nel frattempo non è molto diverso da Platone che critica la scrittura attraverso la scrittura stessa. Certamente l'uso della scrittura condiziona un certo modo di pensare, esattamente come usare i Social Network determina un certo comportamento, un certo atteggiamento mentale.
Tuttavia, non lo domina mai completamente. L'uomo non è uno schiavo della tecnologia, non è una marionetta schiava di un progresso ineluttabile. Il determinismo tecnologico, tipico di Wired, non ha alcuna base scientifica, è un semplice bisogno “di più”: più tecnologia, più progresso, più memoria ram, accessibilità, reti, ram, bit. Non è detto che si debba abbracciare acriticamente ogni nuovo ritrovato tecnologico, e non è detto che per ogni tecnologia esista un unico e possibile modo d'usarla. E sopratutto, con buona pace della moda e di Wired, non usare l'ultima tecnologia del momento non porta alcun ritardo o “handicap”. L'alfabeto – in sé una tecnologia che veniva percepita dall'uomo bianco come “superiore conquista” – venne imparato per necessità dai nativi americani Cherokee nel giro di pochi anni. Non si limitarono a imparare l'alfabeto occidentale, ma ne crearono uno proprio. Nel 1821 stampavano perfino un proprio giornale!
Un apprendimento mostruosamente veloce, per quella che veniva considerata una conquista culturale di lunga durata. Allo stesso modo e anzi di più, maneggiare una periferica, il touch rispetto alla tastiera, è semplice questione di manualità e abitudine. Non è un'ineliminabile tacca del progresso.
Quando passo in rigatteria, a volte mi perdo a sfogliare vecchie riviste di elettronica anni Settanta.
E indovinate? Ogni prototipo, ogni nuova invenzione veniva proposta con lo stesso tono “ineluttabile”: se volete restare al passo, aggiornatevi, non perdete tempo. Se non comprerete l'ultimo modello di registratore, sarete otudated, sorpassati, primitivi che accendono il fuoco coi legnetti anziché colla carbonella.
Il problema ovviamente è che nessuno di queste mirabolanti conquiste pubblicizzate in queste riviste erano roba davvero utile; era per larga parte tecnologia inaffidabile, prototipi con cui si veniva inondati ogni anno. Spazzatura elettronica, oggigiorno nemmeno buona per i musei. 
Ritornando ai Social Network, si sbaglia a ritenerli “ineluttabili” tanto quanto si sbaglia a ritenerli negativi di per sé, come se il progresso c'avesse indirizzato per una cattiva strada e non ci sia più alcun modo per uscirne. Inoltre siamo così sicuri che molte delle caratteristiche di Facebook siano riconducibili (e criticabili) a Facebook stesso e non siano semplice caratteristiche umane?

Prendiamo il caso di un utente che continua ad aggiornare giorno dopo giorno il proprio profilo con foto personali. L'utent(essa), ne decidiamo il sesso, aggiunge continuamnete foto alla bacheca, crea nuove cartelle, si tagga più e più volte. Recupera e scannerizza vecchie foto d'infanzia. L'asilo, le elementari, le medie. Addirittura migliora le sue foto con Photoshop! Orrore!

Ora, una persona del genere e sono il primo a dirlo, risulta irritante, perché troviamo che sia molto narcisista. Ma è proprio vero? E se non fosse che questo continuo profluvio di foto serva piuttosto per fissare un'identità, imprimersi sull'armadio (virtuale) cui ci svegliamo ogni giorno cosa fare e come comportarsi? Spesso riferendosi alle foto su Facebook, la gente sembra parli di un album di famiglia. Ma è un esempio sbagliato sotto tanti aspetti, dei quali il più importante è che le foto di famiglia vanno nel cassetto, sfogliate solo una tantum. Nessuna moglie sana di testa ogni volta che si sveglia va a guardarsi le foto del matrimonio. Tuttavia, molti se non tutti hanno sott'occhio su Facebook le proprie foto e le trattano come immagini diverse dalle fotografie per ricordo.
La chiave credo stia in un passaggio dei Promessi sposi, protagonista Don Rodrigo:

"Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero, terrore de' suoi nemici e de' suoi soldati, torvo nella guardatura, co' capelli corti e ritti, co' baffi tirati a punta, che sporgevan dalle guance, col mento obliquo: ritto in piedi l'eroe, con le gambiere, co' cosciali, con la corazza, co' bracciali, co' guanti, tutto di ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don Rodrigo lo guardava, e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de' litiganti e degli avvocati, a sedere su una gran seggiola coperta di velluto rosso, ravvolto in un'ampia toga nera; tutto nero, fuorchè un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era il distintivo de' senatori, e non lo portavano che l'inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d'estate); macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere; di là un abate, terrore dei suoi monaci: tutta gente insomma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s'arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan... "
Un giovane paperon de paperoni ricorda la propria storia guardando le immagini dei propri antenati
I quadri degli antenati servivano a don Rodrigo come guida al corretto comportamento.
Allo stesso modo, le immagini su Facebook servono all'utente come guida al corretto comportamento, dove ovviamente corretto è da intendersi come la morale/ guida di ciascuno. Riprendendo la nostra utentessa, l'uso dello Photoshop non è troppo lontano dai miglioramenti che i pittori rinascimentali apponevano ai principi che dovevano ritrarre. Solo i masochisti vogliono un'immagine di sé brutta; correggere la lunghezza del naso in punta di pennello o con il cursore del mouse è la stessa, identica operazione; solo traslata in contesti diversi. Senza riferirsi ai Social Network, l'immagine come “rinforzo” e “guida” viene già analizzata dalla filosofia estetica in maniera certo più chiara del sottoscritto:

"Nei palazzi nobiliari si era soliti raccogliere in una stanza o in un corridoio i ritratti degli avi e basta percorrere oggi quelle stanze e quei corridoi per comprendere come una simile galleria di volti dovesse rammentare agli ospiti e agli stessi eredi quale fosse il comportamento d'assumere. Ma se un ritratto può incutere soggezione, un altro può invitarci a un ricordo carico d'affetto e un terzo può darci da pensare. Le funzioni delle immagini sono molte: si possono appendere immagini sacre davanti alla porta di casa per sentirsi protetti, raccogliere fotografie in un album per sorreggere il racconto che si farà sfogliandolo e si può tenere una fotografia della propria famiglia in ufficio per legare due scenari della propria esistenza."
Aggiungere foto su Facebook non è “aumentare il proprio ego”.
Sono convinto che più spesso di quanto si pensi è un modo per costruire una genealogia e cercare di costruire una qualche identità che non sia schiava del consumo e della valutazione. Tutti abbiamo diritto ai nostri quadri e ai nostri antenati e a essere qualcosa fottutamente di più, di consumatori che consumano soddisfatti. Sia coloro che criticano i Social Network, sia coloro che li ritengono “il Futuro” sono d'altronde in genere ostili alla Storia...

Fonti:
Armi, acciaio e malattie, Diamond (rif. all'alfabeto Cherokee, pur con le necessarie pinze, visto che Diamond non è proprio il massimo...)
Simile alle ombre e al sogno, Spinicci (rif doppia citazione)

sabato 21 giugno 2014

Infernalia, di Clive Barker


Alzi la mano chi si ricorda di Clive Barker.
Io no, ad esempio.
Rammento che doveva rubare lo scettro dell'horror a Stephen King tra la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila, ma da allora la sua produzione letteraria è progressivamente scesa, prima di spegnersi negli ultimi anni. Il buon Clive è un esempio di quelli che in America vengono considerati “artisti rinascimentali”: scrive romanzi, disegna (con abilità notevole, per altro), sceneggia film – la farina di quanto c'è di buono nei primi due Hellraiser è sicuramente merito suo – compone poesie e ha addirittura fondato una sua casa editrice di fumetti, la Razorline, dalle cui fauci infernali sono uscite serie come Ectokid e Saint Sinner.

Infernalia è la prima delle raccolte di racconti che prendono il nome di “Libri di Sangue”.
Pubblicata nel 1984, sarà la prima di sei antologie di racconti pubblicate nel brevissimo lasso di due anni d'iperattività. Sarà da questo nucleo iniziale, che Clive comincerà a delineare la sua personale mitologia. 

Dal punto di vista dello stile l'elemento che può dare più fastidio è la pigrizia di un Clive ancora giovane. 
Se possiamo sorvolare sull'infodump, fastidiosissimo è invece il modo in cui si salta dal punto di vista del protagonista al punto di vista di un personaggio secondario, senza né preavviso, né cambio di paragrafo. Ci si orienta, questo è certo, ma ci si sente, più che spaesati, presi in giro. La conosco quella sensazione: sei a tal punto entusiasta di quanto scrivi, che scegli di volta in volta il personaggio che ti permette di progredire il più velocemente possibile.
L'ansia di raccontare è una bella cosa, ma va imbrigliata.

giovedì 19 giugno 2014

La piovra nella cultura giapponese (e non solo)


Quest'articolo vorrebbe essere una veloce carrellata del ruolo dell'Octopus, o meglio in italiano del “polpo”, all'interno della storia dell'arte, con particolare riferimento al Giappone e in secondo luogo all'Europa nell'Ottocento. Potreste considerarlo un collage d'immagini che spaziano in più campi e sareste perfettamente nel giusto. Non m'interessa scrivere un saggio – tanto non lo leggereste – ma piuttosto rintracciare un filo rosso tra diverse raffigurazioni.

Molto dello sforzo non è mio, ma di diversi blog inglesi, a cui pago tributo nelle fonti in fondo all'articolo. Inoltre, per quanto sia benissimo consapevole delle differenze tra octopus/ piovra/ polipo ho scelto di usarli come sinonimi, altrimenti l'articolo diventava ridondante. 
Diciamo che parliamo di tentacoli umidi, curiosi e appiccicaticci. Non me ne vogliano i biologi marini.

La piovra (o meglio l'octopus) è sempre stato un simbolo popolare per indicare la rapacità della grande finanza, o del regime tirannico che opprime i piccoli popoli. L'idea del grande male finanziario che strozza e annichilisce l'individuo è un classico; costituisce per così dire la satira della “mano invisibile del mercato” tanto diffusa e potente da diventare groviglio di tentacoli avidi.

In questo caso, l'octopus rappresenta la Standard Oil, che stritola con un primo tentacolo Capitol Hill, con un secondo stringe un'altra State Capitol mentre con il terzo si fa strada verso la Casa Bianca. Altri tentacoli in lontananza fanno a pezzi mercati stranieri mentre in primo piano un buffo gruppetto di uomini d'affari americani in vestito bianco si dimena nella terribile stretta.



In questo caso, invece, la piovra è un simbolo del popolo slavo in lotta contro la tirannide Zarista. La piovra rappresenta dunque l'imperialismo moderno, a cui si contrappone la figura romantica di un uomo medievale con un'affilata ascia nelle braccia nerborute. I diversi nomi sui tentacoli sono le caratteristiche del regime zarista, che nella Russia d'inizio Novecento non erano abilmente mascherate come nei regimi liberali europei e oltreoceano.



La Francia intrappolata dalla piovra.
La testa “pensante” della piovra rappresenta un ufficiale di alto grado francese, forse il generale Boisdeffre o il generale Gonse. Veste un cappello piumato con la scritta “Militarismo”. A ogni braccio della piovra, saldamente fissa su Parigi, corrispondono una diversa etichetta: il tentacolo “Corruzione” stringe il petto di una fanciulla con la Bilancia (Giustizia); il tentacolo “Assassinio” fa svenire la fanciulla “Onore”; due ufficiali militari, Albert Piquard e un certo Alfred Dreyfus si dibattono inermi nella terribile morsa del “Tradimento” e del “Disonore”. 
Unico a combattere ancora è Zolà, lo scrittore dagli occhialetti tondi, che punzecchia il tentacolo con una penna acuminata “Ti accuso!”.


Ario Maru stava passeggiando sulla spiaggia, perso nei propri pensieri, diretto a Kikai-jima alla ricerca del suo maestro in esilio Shunkan, quando venne attaccato da una piovra gigante. 
O almeno così dice la leggenda. Stampa di Kuniyoshi (datata al 1833-35)



E' assai probabile che il disegno di Kuniyoshi abbia ispirato nel 1806 un'illustrazione di Toyohiro (1773-1828). Una gigantesca piovra con grossi occhi sporgenti sta assalendo una nave piena di passeggeri spaventati. L'intrepido Ario Maru è l'unico ad alzare intrepido la spada per mozzar via il tentacolo del mostro più vicino. L'esempio viene dalla collezione della Waseda University.



Una piovra attacca proditoriamente un bambino che da piccolo Ercole si divincola nella terribile morsa. Stampa di Koryusai del 1772. Dalla Mead Art Museums a Amherst, Mass.



Una piovra strangola un pescatore di perle nella Baia di Shido, da una serie di schizzi di Yoshitoshi (1839-1892) del 1882.



Un esempio su questa tematica compare già nel 1773-74. 
Mostra una gigantesca piovra che cerca un appiccicoso Hug da una pescatrice di perle alquanto carina. Stampa della collezione del Los Angeles County Museum of Art.



Questa è forse l'immagine più famosa di Hokusai.
Una nuotatrice viene assalita da due polipi: il più grande l'attacca alle gambe, il secondo, più piccolo, la bacia. Non è la mia stampa preferita e devo ammettere che almeno per me è un tantino disgustosa; anche se stando a chi conosce il giapponese la descrizione è piuttosto esplicita... 
Con tanto di risucchi e rumori onomatopeici.




Tra i tanti noiosi divieti che opprimono al vita di un monaco buddista, non dobbiamo dimenticare il divieto di mangiare carne (o pesce, o altri esseri viventi). Tuttavia, con un certo voltafaccia, Ikkyu Sojun (1349-1481) scrisse una volta, riferendosi alla bontà di mangiare un polpo:

“Tantissime braccia, come la Dea Kammon; sacrificato per me, guarnito con cedro, ti riverisco altrettanto! Il gusto del mare, a dir poco divino! Mi dispiace, Budda, questo è un altro precetto che non posso tenere.

Il caso di Ikkyu non è solo il caso di un buddista devoto che aveva deciso di mangiare un octopus, ma è direttamente collegato a un episodio moraleggiante: 

“Un giorno, la madre di Zenko cadde gravemente malata. 
Disse al figlio che sarebbe potuta guarire solo mangiando carne di polpo. 
Essendo un monaco buddista, Zenko non poteva mangiare esseri viventi, ma decise di rompere i suoi voti per andare incontro al bisogno della madre. Alcuni dei paesani del luogo videro Zenko acquistare un polpo da un pescatore e lo rimproverarono. Quando Zenko allora si mise a pregare Yakushi invocando un aiuto, il polpo si trasformò in una serie completa di otto pergamene sutra, dalle cui pieghe uscivano mirabili raggi di luce che andavano in ogni direzione. I paesani che avevano criticato Zenko si misero tutti a elevare grandi preghiere e abbassarono le proprie mani insieme in onore del Budda Yakushi. Quando nominarono il nome di Yakushi, le pergamene miracolosamente si (ri)trasformarono nel polpo, che subito saltò nello stagno del Tempio; il polpo si trasformò poi in Yakushi stesso, che emanò una luce azzurra del colore dei lapislazzuli. Quando la luce colpì la madre di Zenko, questa guarì immediatamente. 
Da quel momento in poi, Eifukuji diventò ovunque famoso come il Tempio del Polpo Yakushi.”

La storiella proviene dal testo “Medicine Master Buddha: The Iconic Worship of Yakushi in Heian Japan”. Trappole per polpi – Sogni fluttuanti sotto la luna d'estate.


Minuscolo oggetto d'avorio collegato a una poesia di Basho composta nel 1688. 
Basho compose questo poema nell'aprile del 1688, e lo pubblicò nelle “Backpack Notes”.
Le trappole per i polpi vennero preparate nel pomeriggio e alzate la mattina seguente, dopo che le piovre c'erano finite dentro. Gli octopus nei vasi – che stanno chiaramente a simboleggiare le truppe del Clan Heicke che furono massacrate su quelle spiagge alla fine del XII secolo e i cui fantasmi apparvero in seguito davanti al viaggiatore nell'opera “Backpack Notes” – stanno avendo “sogni fluttuanti” non sapendo che stanno per essere raccolti e uccisi. Allo stesso modo infatti le truppe del clan vennero uccise sulla spiaggia, scoperte addormentate nel loro accampamento. Basho giustappone la “luna estiva” (natsu no tsuki) che la tradizione classica riteneva tanto breve quanto la notte estiva e che associavano all'effimero, con la trappole per polpi (takotsubo), una parola “bassa”, del dialetto del luogo, rinnovando così il tema della transitorietà della vita. Il poema intendeva essere sia umoristico che triste al tempo stesso.

Kuniyoshi divenne famoso con i suoi disegni di prodi guerrieri.
Una serie in particolare appare chiaramente ispirata, se non plagiata, da una delle maggiori opere cinesi, I Briganti (Suikoden). Un tipico classico cinese di banditi adorabili mascalzoni che combattono un potere tirannico. In questo caso Kuniyoshi non segue la storia cinese del tutto fedelmente, in quanto nella versione originale solo uno dei banditi cinesi era tatuato – in questo caso invece lo sono tutti! Molto probabilmente si può dire che Kuniyoshi “giapanizzò” la leggenda cinese.


Nel disegno in questione l'uomo ha un tatuaggio sulla spalla sinistra, che raffigura una piovra che lotta contro l'attacco di un grosso calamaro. Sulla parte sinistra del petto si può inoltre scorgere il tatuaggio di un'aragosta.

Illustrazione di Kyosai (1831-89) proveniente dal primo volume del romanzo di Robun, pubblicato nel 1872. Il Reverendo Octopus predica ai Pesci:
“Consapevoli che c'era una modernizzazione in corso sulla terraferma, i pesci hanno deciso di rendere moderno anche il loro mondo. L'Octopus predica su come arrivare a ciò.”



Illustrazione presa dal pannello centrale di un trittico che mostra un gruppo che recita ben 1,000,000 preghiere attorno a un gigantesco octopus. La piovra in questione rappresenta lo smidollato governo Tokugawa, mentre il corpo avvolto dalle fiamme di fronte all'octopus è l'assassinato Li Naosuke. Vicino al cadavere, il Ronin Mito che aveva attaccato Li viene ritratto con in mano un ventaglio con sopra scritto “colpo diretto”.
Informazioni prese da Comic Genius: Kawanabe Kyosai, pag. 188.



Ritorniamo a Kuniyoshi, artista che riusciva a essere prolifico, senza tuttavia abbassare mai l'altissima qualità dello stile. In questo caso abbiamo una piovra gigante che lotta contro un orso. L'arbitro del “ring” è un Tombo, un tipo di libellula, tradizionale simbolo del Giappone.



Polipi che giocano. – Stampa giapponese di Kuniyoshi della collezione del British Museums.
Scrive Timothy Clark al riguardo:

“ Gli octopus imitano i giochi degli umani usando foglie da piante di patata come ombrelli, armi e altri oggetti. Sono ritratti con nasi camusi e occhi sporgenti che sono fissi in un'espressione accigliata alquanto comica. Kuniyoshi non ha altre intenzioni che far ridere gli spettatori, anche se non si può non ammirare l'economia di linee e al contempo l'energia del disegno. Vengono rappresentate cinque diverse scene: un acrobata con un musicista e un annunciatore; il duello tra Benkei e Ushikawa; un mercante di strada che vende dolci a dei bambini, una danza e un giudice di Sumo con alcuni lottatori.”



Uno dei sette Dei propiziatori travestito da polpo – Scrive a questo proposito Mock Joya:

“Racconti popolari e stampe presentano Tako come una figura grottesca con un'espressione imbronciata e un hachimaki (una bandana di tessuto) avvolta intorno alla testa colorata di rosso. Danza tenendo un ventaglio con una delle otto gambe. Dall'immagine del Tako “danzante” deriva il termine di uso comune Tako-nyudo, usato per riferirsi scherzosamente alle persone calve.


Quali altri collegamenti vi vengono in mente?
Ci sarebbe tutto il mondo del cinema, da toccare... Il Kraken, i pirati dei Caraibi... 
Per non parlare della raffigurazione invece occidentale della Piovra e delle creature marine mostruose... 
E che dire del Doodle di Google, che qualche giorno fa mostrava un allegro polipo che doveva scegliere alla vittoria dei Mondiali?
E i romanzi? Ventimila leghe sotto i mari, di cui il capitolo dell'attacco della piovra al Nautilus era quello che più impressionava i giapponesi (non a caso...) .
Imbracciamo la scure e difendiamo il vascello dai tentacoli, presto! ^___^

Fonti:
Il blog da cui ho preso (e tradotto: faticaccia!) parte dell'itinerario è Vegder's Blog- Octopi Wall StreetIl blog è pieno di articoli interessantissimi, se vi piacciono stampe giapponesi e mitologie varie. I've taken all the images and most of the information from the excellent site Vegder's Blog, a wonderful place for any Japan addict. 

lunedì 16 giugno 2014

Il meglio dell'E3 2014 (e un paio di Rant)


Diventa sempre più difficile distinguere realtà e fantasia.
Non perché la grafica nei videogiochi assomigli sempre più al mondo reale, ma perché le pubblicità stanno diventando sempre più ingannevoli. C'è sempre stata una notevole distanza tra quanto veniva presentato come "gioco" e quanto alla prova del fuoco ti trovavi installato sul pc.
Spezzoni di gameplay chiaramente pompati graficamente, giochi only console che girano tuttavia su pc costruiti apposta per la fiera, innovazioni che misteriosamente scompaiono al momento dell'uscita del gioco.
Negli ultimi anni l'escalation di falsità è aumentata ancora e ancora e pertanto quando guardo un video gameplay di un gioco che deve ancora uscire sono ormai scettico. E' un'operazione deprimente, ma occorre sempre ridimensionare il proprio hype e peggiorare mentalmente grafica e animazioni di un abbondante 50%.
Perché per quanto dovrebbero rappresentare la realtà del gioco, spesso non sono che roba preparata apposta per farti sbavare stile Cagnolino di Pavlov.
Quindi, con cauta disillusione, ecco qualche pensiero sui titoli proposti...

- Fuffa pura.

La fuffa, per chi non lo sapesse, erano batuffoli di cotone/scorie tessili che durante la rivoluzione industriale annegavano i polmoni dei poveri operai. Erano in altre parole, spazzatura, spazzatura inutile e pericolosa. Alcune conferenze erano fuffa pura. Promesse gettate lì, spazzatura che molti avranno mangiato con gran gusto. La Bioware è stata senza dubbio la peggiore, in questo. Di concreto non hanno presentato nulla di nulla. Da Mass Effect 2 (che per quanto splendido aveva i suoi bei problemi) sono andati avanti così, promesse dopo promesse, sempre distrutte dalla prova dei fatti. Ho ancora in bocca il saporaccio acre e disgustoso del finale di Mass Effect 3, della completa inconsistenza e frettolosità che avvolgeva Dragon Age 2: non ho intenzione di rinnovarlo. Sono pieno di pregiudizi: sì, cazzo sì, ma come sanno chi studia psicologia, i pregiudizi sono funzionali e in questo caso più che in altri. Dragon Age Inquisition, forse sarà qualcosa di diverso, qualcosa in cui ancora brilla una luce di speranza. Tuttavia, ancora una volta... Guardate l'unico (sottolineo l'unico) video di gameplay presentato: la modalità tattica non viene mai utilizzata, l'hack and slash domina prepotente. Chiaramente si vuole accontentare un po' tutti, che sarà pure un intento nobile, ma che da mondo è mondo e videogioco è videogioco, ha sempre portato a una profonda sciatteria di fondo. De facto, una modalità prevale sempre sull'altra.
E Mass Effect 4? Vogliamo ridere? Ridiamo.
Zero dettagli certi, solo un “ci stiamo lavorando” e “sarà bellissimo”. 
A Leopardi, il cantore dell'Indefinito e del Vago, tutto ciò piacerebbe un sacco; a me un po' meno.

- Il Witcher è rob(b)a solida.

Lo so che a molti sia il primo Witcher che il secondo non piacciono. E va bene così; la mitologia slava, un protagonista così fortemente caratterizzato quale Geralt, il sistema di dialoghi senza faccine a indicare lo stato d'animo, il complicato sistema di scelte multiple. Occorre una certa pazienza e una certa sensibilità letteraria per apprezzare giochi di così ampio respiro, specialmente il primo. Però, anche così, il Witcher 3 spazza la concorrenza. Lo fa, paradossalmente, senza proporre grandi innovazioni: semplicemente si limita a prendere gli elementi buoni del primo e del secondo capitolo ingrandendoli cinque, dieci, cento volte. Non a caso, nelle due sequenze gameplay proposte, il combattimento di Geralt presenta vantaggi e difetti sostanzialmente identici allo Witcher 2. Guardate al di là degli schizzi di sangue, del luccichio dei nuovi effetti speciali: il pattern di combattimento è uguale. Non farsi accerchiare da più di un soldato (altro che Assassin's Creed), uso dei segni, piroette e schivate laterali. Nulla di nuovo.

Speriamo in un po' di sana Lesbomancy (chi ha giocato il secondo capirà coff coff)

venerdì 13 giugno 2014

Atomic Dream (racconto)


Era da un bel po' che non postavo nessun racconto, così ho pensato di rimediare.
Questo è un esperimento onirico tentato qualche settimana fa. Non so sinceramente quanto sia riuscito. C'è una spiegazione per le "stranezze" mascherata da dialogo nel finale, e il tentativo di tradurre in parole una certa sensazione onirica. Magari commentate che vi pare, se riuscite a leggervelo tutto. ^__^
Una mentina ammuffita per ogni volenteroso!

Atomic Dream 

Sempre la stessa faccenda.
Guido la mia Toyota lungo la Statale, costeggiando una bianca fila di pale eoliche. Marianna giocherella con la fede nuziale, guardando dal finestrino sporco di polvere distese di campi color cenerognolo. Nei sedili posteriori, Tommaso, Pietro e Luigi litigano sull'ultimo episodio del loro ultimo cartone animato preferito. Action toys picchiati a viva forza contro mostriciattoli di gomma. Gridolini. Onomatopee di cannoni laser e ruggiti primordiali.
Pigio un pulsante dell'autoradio, scelgo l'ennesimo canale di musica classica. Bach riempie la Toyota come un airbag di pura sonorità. Fischietto allegro, poi il sole comincia a picchiare sulla lamiera dell'auto, accuso i primi colpi di stanchezza. Parlotto con Marianna, decidiamo che alla prossima piazzetta inizieremo un picnic. 
Lunch Time!
Il tavolino sorge in una radura dirimpetto la Statale. I tavoli sono forme squadrate, sagomate con colpi di accetta. Lunghe panche consunte dalle chiappe di tanti altri turisti in ferie. Trangugio un toast, mi bagno le labbra con qualche sorso di vino rosso subito nascosto da quella puritana di Marianna. I bambini giocano con dei rami, accompagnando ogni fendente con rumorini che vorrebbero imitare delle spade laser. Ho poco appetito. Vado a passeggiare. Dalla radura dirimpetto l'auto, un sentiero per boscaioli s'inerpica sulla collina. Sulla sommità, le macchie di aguzze conifere si diradano per lasciar spazio a un cocuzzolo circolare, dove cresce un orticello smagrito. Una vacca pascola mugolando sommessa. Indossa una lunga, serpentina maschera antigas che giunge fino al terreno dove sugge nell'acqua di un abbeveratoio. Vicino all'orticello sorge una casupola di lamiere, carta stagnola e plastica raccogliticcia che sembra mantenersi in piedi per miracolo. Mi avvicino alla vacca. La maschera antigas l'hanno sagomata su misura, le corna spuntano tranquille.
La porta della baracca si apre. Esce un ometto curvo negli anni, dalle mani intarsiate dalle rughe. Indossa anche lui una maschera antigas, un vecchio modello della guerra del Golfo. Mi punta sul petto un forcone arrugginito. Muggisce qualcosa dietro la maschera. Nel riflesso del vetro, l'occhio è affogato in capillari sanguigni. Scappo via. Mi scarpina dietro, il forcone infilza il tronco di un albero a poca distanza dalla mia nuca.
Marianna e i bambini sono già in auto. Salgo, giro la chiave di accensione. Le ruote girano impazzite, ma a quel punto...

- A quel punto il sogno termina – Interviene lo psicanalista. Si strucca uno dei tanti bubboni sul viso con una penna biro. Il bubbone sotto la spinta concentrata della punta della penna si deforma, diventa bianco. Poi esplode. Un lento rivolo di pus giallo cola sulla guancia barbuta dello specialista. – Il suo è un caso tipico – Sorride. – L'uomo dalla maschera rappresenta il suo lato oscuro. Le sue fobie. I suoi desideri. La vacca la sua passività. –Blatera avanti. Cazzate, as usual. Ottengo finalmente quanto cercavo con quell'appuntamento: una prescrizione per una massiccia dose di sonniferi che non elargiscono in farmacia. Annuisco, intasco il foglio. Vittoria.
Marianna aspetta nella Toyota. Ci scambiamo un rapido bacio, la mia proboscide che s'infila nella sua. Ci scambiamo diversi ettolitri di saliva. Cerco la chiave di accensione, spingo il pedale. Discutiamo ridendo dell'interpretazione in chiave freudiana offerta dallo specialista. Con quella pelle lì, tutta butterata e con più corna che capelli, vivere non dev'essere facile. Guido verso casa. Marianna mi racconta gli ultimi progressi di Tommaso. Se la cavicchia nelle materie scientifiche, ma rischia il debito in latino. Maluccio. Dovrò fargli una ramanzina. Nelle materie sportive invece eccellono. Per forza, con quegli zoccoli di capra con cui sono nati, un'autentica fortuna...
Salgo a casa. Il giardinetto nel cortile è più rigoglioso che mai. Con l'avvento della primavera, la ruggine ha divorato gli ultimi lembi di terra, mentre la quercia esibisce una nuova escrescenza carnosa, color verdolino marcio. I cespugli di rose carnivore strisciano su e giù sulla ruggine, strascicando i tentacoli artigliati, in cerca del pasto pomeridiano. Dopo dovrò passare in drogheria per acquistare un paio di sacchi di ratti da laboratorio, perché mangino il meglio.
Entro in casa. Tommaso corre ad abbracciarmi, sbircia deluso nel sacchetto di medicine aspettandosi qualche giocattolo. Spiace deluderlo, ma il regalo stavolta sarà una casa tranquilla. C'è anche il suo amico di prima superiore, Marco. Abbassa la sua chela in un rispettoso inchino. Controllo che il cassonetto della spazzatura non abbia accumulato troppe radiazioni. Il filtro dell'aria comincia a essere intasato, talmente tanti pollini finiscono dispersi nell'aria. Il doppio cono della vicina centrale nucleare sarà letteralmente sovraccarico di alghe mangia radiazioni. D'altra parte, basta camminare in strada per sentire come ogni essere vivente, perfino la più minima cellula senta il desiderio di figliare, riprodursi.
A cena, il coleottero gigante abbattuto alla periferia di Milano ha un sapore classico. Chitinoso tra i molari, ma dalla polpa deliziosa, con vago sapore marinaresco. Discutiamo sulle ultime tasse. Sembrano mirate ai giardini, e ci costringeranno con tutta probabilità a vendere quel piccolo fazzoletto di terra. Ero affezionato all'erba-ruggine, sebbene cominciassi a stancarmi della voracità dei cespugli di rose carnivore.
A letto, stento ad addormentarmi. Il terrore di ripiombare in quel dannato sogno vacanziero, con quell'orrida figura su due gambe coperta dalla maschera, è più forte che mai. I sonniferi stanno cominciando a fare effetto, ma per il momento l'impulso a tenere spalancate le palpebre impera.
Marianna, la cara Marianna, azzarda una teoria.

- E se in qualche modo, fosse la memoria di un tuo antenato, maritino mio? -

- Sembra in effetti un mondo diverso. Molto più brutto. - Aggiungo – Pensa – Le pizzico il culo squamoso – Nel sogno sei tutta rosa e liscia! E il tuo volto è piatto, con solo due piccoli fori dove adesso sta la tua proboscide! -

- Ma è terribile – Appare sgomenta. Si strofina la proboscide, inspirando l'aria. - E quel pover'uomo, anche lui tutto rosa? -

- Sì. Ma indossa una maschera antigas e una tuta protettiva. Come se temesse di venire contaminato. Bizzarro, no? -

- Sai... -
Sospiro, soffoco con estremo sforzo di volontà uno sbadiglio

- Avanti, Marianna. Spara la tua cazzata -

- Sai... Secondo una mia collega, in origine eravamo tutti così, come c'immagini nel sogno. Rosa, lisci, anonimi. Poi – Marianna alza le mani, per sottolineare che è solo opinione di una collega, una voce superstiziosa – L'inquinamento, l'effetto serra ci ha trasformato e adattato. Peggiorato. Abbiamo avvelenato a tal punto il suolo da costringerci a una repentina trasformazione. –

- Minchiate. Roba da vegani rott'in culo – sbotto. Il sonno sta arrivando, dolce riposo di un Morfeo strafatto di medicinali. – Le centrali atomiche fanno bene. C'è scritto chiaro e tondo in ogni pubblicazione scientifica, Marianna. Solo uno stolto penserebbe il contrario. Lo dice la scienza. Altrimenti perché ogni ospedale è stato edificato per decreto legge in prossimità di una Centrale Nucleare. Perché le radiazioni sono positive. Ci rafforzano e garantiscono vita duratura. Più mutazioni crescono, meglio viviamo. - Gonfio i polmoni, soddisfatto della tirata. Sento che quello stupido sogno non mi disturberà, oggi.

- Ma... –
Apre, chiude la bocca come un pesce giraffa che abbia appena abboccato un'esca elettrica.

- Che ne pensi di una nuova lavatrice? – Afferro al volo il tono risentito, petulante. – Quella nuova marca che pubblicizzano alla televisione! Il marito della mia collega gliel'ha regalata così, come sorpresa, di ritorno dal lavoro! –

- D'accordo. Domani andiamo in supermarket e te la prendo –
Soddisfatta per la richiesta, giriamo la schiena, corpo avvolto nelle lenzuola. La mia proboscide vibra al ritmo di quella di Marianna. Chiudo gli occhi.

Guido la mia Toyota lungo la Statale 26, costeggiando una lunga bianca fila di pale eoliche... Non di nuovo, dannazione! Dovrò tornare dallo psicologo con le corna... 


venerdì 6 giugno 2014

Sepolta in fondo al mar...


Bioshock Infinite è il tipico gioco sottovalutato perché tutti lo reputano sopravvalutato.
Tra giocatori che rifiutano di giocarlo per conservare il “bel ricordo di Bioshock” (sic!), giocatori che accusano il gameplay old style di essere troppo semplicistico, ma lodano senza remore giochi indie altrettanto ripetitivi e semplicemente recensori che smerdano ogni gioco nuovo per far vedere quanto sono duri&severi, il titolo di Ken Levine non se l'è passata affatto bene. Ed è un peccato. Perché specie con gli ultimi due Dlc, il lavoro di ricamo e raccordo dell'imponente background del mondo di Ken Levine ha raggiunto ottimi risultati.

Rapture, del primo Bioshock, è un'utopia Randiana dove l'egoismo di uomini troppo intelligenti per essere umani è degenerata in una società senza né legge né morale, dove uomini deformati dall'abuso di sostanze psicotrope vivono sul fondo di una magnifica città sottomarina art deco.

Columbia, di Bioshock Infinite, è un'utopia ottocentesca dove una gigantesca cittadella volante che simboleggia l'orgoglio degli stati Uniti d'America s'è resa indipendente, fluttuando di cielo in cielo preda di una violenta guerra civile tra l'ultracapitalismo dei Padri Fondatori, cocktail di religione, industria e razzismo anglomane e l'anarchia comunitaria della Vox Populi, operai e schiavi guidati da Daisy Fitzroy, figura ricalcata sui molti, troppi rivoluzionari che a fine 800 vengono consumati dalle loro stesse lotte intestine.

Se Ken Levine nel primo Bioshock svergognava i Libertari per cui lo Stato non esiste e solo il più forte deve sopravvivere, in Bioshock Infinite la satira inarrestabile è diretta contro un capitalismo selvaggio che sfrutta la religione cristiana per giustificare un classismo asfissiante e una Xenofobia più mostruosa dei suoi stessi mostri che accusa. Nel primo (ma ancor di più nel secondo) c'è davvero tanto, di quel materiale da mettere sotto esame. Se c'è un gioco da tesi di laurea, è questo.
Incidentalmente, Bioshock Infinite è anche la perfetta satira dello steampunk: laddove la moda attuale è di dipingere con toni nostalgici il passato della Bell'Epoque, come un “bel mondo” dove “vigeva l'ordine” qui il velo (di Maya?) viene strappato e gli Stati Uniti svelano un volto selvaggio, dove la scienza serve i padroni dell'Industria e la più totale assenza di legge domina rapporti di tipo schiavistico tra classi borghesi e operai-macchine.

Ahh il salutismo di Rapture! ^^
E poi c'è Elizabeth. L'obiettivo di Bioshock Infinite. La ragazza da salvare. O ancora: la ragazza medium che apre squarci temporali in più mondi, più luoghi, più tempi. Autentico passepartout narrativo che permette di saltare di luogo in luogo, Elizabeth è la chiave per imbastire distopie altrimenti irrealistiche e metter in moto una trama eccezionalmente complicata.
Ovviamente questo poco importa al recensore: la sceneggiatura è sbrigativamente chiusa con un “è pieno di mindfuck!” e se va bene, esce un 8, un 7, un 5. Gameplay scarso, scarso, scarso! Mah. Datemene altri, di giochi con gameplay così scarso ma trame, ambientazioni, originalità, tette del genere. Il mercato ormai obbedisce sempre più agli input degli utenti, e (purtroppo) con input del genere difficilmente faremo molta strada.

Quindi non sorprende che quest'ultimo Dlc di Levine, autentico testamento d'addio, sia passato tanto in silenzio. L'Elizabeth di Columbia (o almeno una delle sue tante incarnazioni) finisce su Rapture e viene progressivamente trascinata in un'avventura sanguinosissima e sibillina, che cerca a furia di manifesti e varchi nel tempo di intrecciare le due distopie, la Città del Cielo (Columbia) e la Città del Mare (Rapture). Il lavoro di Levine abbonda di contraddizioni e errori logici e ciò non di meno lo sforzo è d'ammirare. Il momento in cui si mescolano i ricordi della prima giocata di Bioshock e quelli d'Infinite fanno sentire davvero straniti, un po' come se un chirurgo da strapazzo ti rovistasse nel cervello. Non a caso una delle scene di quest'ultimo Dlc ti getta a confrontarti con l'aguzzo ago di un torturatore che vorrebbe operarti una lobotomia transorbitale. E' una scena di gioco che vista dalla prospettiva della vittima risulta davvero disturbante, fin troppo ben fatta.

Tutta l'avventura, in effetti, nello sforzo d'immergere il giocatore nella mente di Elizabeth risulta profondamente disturbante. In parte sopratutto per la misoginia di Ken Levine che non sembra comprendere il concetto che una protagonista femminile possa cavarsela da sé. Ragazze guerriere? Nahhh! Di scenario in scenario, il fantasma registrato di Booker ri-compare, a volte contestualizzato nella svolta narrativa, ma nel 90% dei casi buttato lì come deus ex machina a salvare la protagonista. Elizabeth è un personaggio dalla psicologia di gran lunga più sfaccettata di Booker, ritrovarsi tra le tette la vocina di Booker che ti commenta in sottofondo è piuttosto irritante. Avete presente quegli amici che continuano a tormentarvi convinti che potrete trovare felicità e sicurezza solo con loro, o certi appiccicosissimi parenti? Ecco, la sensazione è simile.

Al di fuori di tante sbavature, la maniera con cui Levine trasmette l'ideologia delle sue Distopie è sempre efficace. Secondo una definizione che ne dava il buon Zizek nella Pervert's guide to ideology...

According to our common sense, we think that ideology is something blurring, confusing our straight view. Ideology should be glasses, which distort our view, and the critique of ideology should be the opposite, like, you take off the glasses so you can finally see the way thigs really are. This precisely, and here the pessimism of the film, of They Live, is well justified, this precisely is the ultimate illusion: Ideology is not simple imposed on ourselves. Ideology is our spontaneous relationship to our social world – how we perceive each meaning and so on and so on. We in a way enjoy our ideology. To step out of ideology – It hurts. It's a painful experience...