sabato 21 giugno 2014

Infernalia, di Clive Barker


Alzi la mano chi si ricorda di Clive Barker.
Io no, ad esempio.
Rammento che doveva rubare lo scettro dell'horror a Stephen King tra la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila, ma da allora la sua produzione letteraria è progressivamente scesa, prima di spegnersi negli ultimi anni. Il buon Clive è un esempio di quelli che in America vengono considerati “artisti rinascimentali”: scrive romanzi, disegna (con abilità notevole, per altro), sceneggia film – la farina di quanto c'è di buono nei primi due Hellraiser è sicuramente merito suo – compone poesie e ha addirittura fondato una sua casa editrice di fumetti, la Razorline, dalle cui fauci infernali sono uscite serie come Ectokid e Saint Sinner.

Infernalia è la prima delle raccolte di racconti che prendono il nome di “Libri di Sangue”.
Pubblicata nel 1984, sarà la prima di sei antologie di racconti pubblicate nel brevissimo lasso di due anni d'iperattività. Sarà da questo nucleo iniziale, che Clive comincerà a delineare la sua personale mitologia. 

Dal punto di vista dello stile l'elemento che può dare più fastidio è la pigrizia di un Clive ancora giovane. 
Se possiamo sorvolare sull'infodump, fastidiosissimo è invece il modo in cui si salta dal punto di vista del protagonista al punto di vista di un personaggio secondario, senza né preavviso, né cambio di paragrafo. Ci si orienta, questo è certo, ma ci si sente, più che spaesati, presi in giro. La conosco quella sensazione: sei a tal punto entusiasta di quanto scrivi, che scegli di volta in volta il personaggio che ti permette di progredire il più velocemente possibile.
L'ansia di raccontare è una bella cosa, ma va imbrigliata.

giovedì 19 giugno 2014

La piovra nella cultura giapponese (e non solo)


Quest'articolo vorrebbe essere una veloce carrellata del ruolo dell'Octopus, o meglio in italiano del “polpo”, all'interno della storia dell'arte, con particolare riferimento al Giappone e in secondo luogo all'Europa nell'Ottocento. Potreste considerarlo un collage d'immagini che spaziano in più campi e sareste perfettamente nel giusto. Non m'interessa scrivere un saggio – tanto non lo leggereste – ma piuttosto rintracciare un filo rosso tra diverse raffigurazioni.

Molto dello sforzo non è mio, ma di diversi blog inglesi, a cui pago tributo nelle fonti in fondo all'articolo. Inoltre, per quanto sia benissimo consapevole delle differenze tra octopus/ piovra/ polipo ho scelto di usarli come sinonimi, altrimenti l'articolo diventava ridondante. 
Diciamo che parliamo di tentacoli umidi, curiosi e appiccicaticci. Non me ne vogliano i biologi marini.

La piovra (o meglio l'octopus) è sempre stato un simbolo popolare per indicare la rapacità della grande finanza, o del regime tirannico che opprime i piccoli popoli. L'idea del grande male finanziario che strozza e annichilisce l'individuo è un classico; costituisce per così dire la satira della “mano invisibile del mercato” tanto diffusa e potente da diventare groviglio di tentacoli avidi.

In questo caso, l'octopus rappresenta la Standard Oil, che stritola con un primo tentacolo Capitol Hill, con un secondo stringe un'altra State Capitol mentre con il terzo si fa strada verso la Casa Bianca. Altri tentacoli in lontananza fanno a pezzi mercati stranieri mentre in primo piano un buffo gruppetto di uomini d'affari americani in vestito bianco si dimena nella terribile stretta.



In questo caso, invece, la piovra è un simbolo del popolo slavo in lotta contro la tirannide Zarista. La piovra rappresenta dunque l'imperialismo moderno, a cui si contrappone la figura romantica di un uomo medievale con un'affilata ascia nelle braccia nerborute. I diversi nomi sui tentacoli sono le caratteristiche del regime zarista, che nella Russia d'inizio Novecento non erano abilmente mascherate come nei regimi liberali europei e oltreoceano.



La Francia intrappolata dalla piovra.
La testa “pensante” della piovra rappresenta un ufficiale di alto grado francese, forse il generale Boisdeffre o il generale Gonse. Veste un cappello piumato con la scritta “Militarismo”. A ogni braccio della piovra, saldamente fissa su Parigi, corrispondono una diversa etichetta: il tentacolo “Corruzione” stringe il petto di una fanciulla con la Bilancia (Giustizia); il tentacolo “Assassinio” fa svenire la fanciulla “Onore”; due ufficiali militari, Albert Piquard e un certo Alfred Dreyfus si dibattono inermi nella terribile morsa del “Tradimento” e del “Disonore”. 
Unico a combattere ancora è Zolà, lo scrittore dagli occhialetti tondi, che punzecchia il tentacolo con una penna acuminata “Ti accuso!”.


Ario Maru stava passeggiando sulla spiaggia, perso nei propri pensieri, diretto a Kikai-jima alla ricerca del suo maestro in esilio Shunkan, quando venne attaccato da una piovra gigante. 
O almeno così dice la leggenda. Stampa di Kuniyoshi (datata al 1833-35)



E' assai probabile che il disegno di Kuniyoshi abbia ispirato nel 1806 un'illustrazione di Toyohiro (1773-1828). Una gigantesca piovra con grossi occhi sporgenti sta assalendo una nave piena di passeggeri spaventati. L'intrepido Ario Maru è l'unico ad alzare intrepido la spada per mozzar via il tentacolo del mostro più vicino. L'esempio viene dalla collezione della Waseda University.



Una piovra attacca proditoriamente un bambino che da piccolo Ercole si divincola nella terribile morsa. Stampa di Koryusai del 1772. Dalla Mead Art Museums a Amherst, Mass.



Una piovra strangola un pescatore di perle nella Baia di Shido, da una serie di schizzi di Yoshitoshi (1839-1892) del 1882.



Un esempio su questa tematica compare già nel 1773-74. 
Mostra una gigantesca piovra che cerca un appiccicoso Hug da una pescatrice di perle alquanto carina. Stampa della collezione del Los Angeles County Museum of Art.



Questa è forse l'immagine più famosa di Hokusai.
Una nuotatrice viene assalita da due polipi: il più grande l'attacca alle gambe, il secondo, più piccolo, la bacia. Non è la mia stampa preferita e devo ammettere che almeno per me è un tantino disgustosa; anche se stando a chi conosce il giapponese la descrizione è piuttosto esplicita... 
Con tanto di risucchi e rumori onomatopeici.




Tra i tanti noiosi divieti che opprimono al vita di un monaco buddista, non dobbiamo dimenticare il divieto di mangiare carne (o pesce, o altri esseri viventi). Tuttavia, con un certo voltafaccia, Ikkyu Sojun (1349-1481) scrisse una volta, riferendosi alla bontà di mangiare un polpo:

“Tantissime braccia, come la Dea Kammon; sacrificato per me, guarnito con cedro, ti riverisco altrettanto! Il gusto del mare, a dir poco divino! Mi dispiace, Budda, questo è un altro precetto che non posso tenere.”

Il caso di Ikkyu non è solo il caso di un buddista devoto che aveva deciso di mangiare un octopus, ma è direttamente collegato a un episodio moraleggiante: 

“Un giorno, la madre di Zenko cadde gravemente malata. 
Disse al figlio che sarebbe potuta guarire solo mangiando carne di polpo. 
Essendo un monaco buddista, Zenko non poteva mangiare esseri viventi, ma decise di rompere i suoi voti per andare incontro al bisogno della madre. Alcuni dei paesani del luogo videro Zenko acquistare un polpo da un pescatore e lo rimproverarono. Quando Zenko allora si mise a pregare Yakushi invocando un aiuto, il polpo si trasformò in una serie completa di otto pergamene sutra, dalle cui pieghe uscivano mirabili raggi di luce che andavano in ogni direzione. I paesani che avevano criticato Zenko si misero tutti a elevare grandi preghiere e abbassarono le proprie mani insieme in onore del Budda Yakushi. Quando nominarono il nome di Yakushi, le pergamene miracolosamente si (ri)trasformarono nel polpo, che subito saltò nello stagno del Tempio; il polpo si trasformò poi in Yakushi stesso, che emanò una luce azzurra del colore dei lapislazzuli. Quando la luce colpì la madre di Zenko, questa guarì immediatamente. 
Da quel momento in poi, Eifukuji diventò ovunque famoso come il Tempio del Polpo Yakushi.”

La storiella proviene dal testo “Medicine Master Buddha: The Iconic Worship of Yakushi in Heian Japan”. Trappole per polpi – Sogni fluttuanti sotto la luna d'estate.


Minuscolo oggetto d'avorio collegato a una poesia di Basho composta nel 1688. 
Basho compose questo poema nell'aprile del 1688, e lo pubblicò nelle “Backpack Notes”.
Le trappole per i polpi vennero preparate nel pomeriggio e alzate la mattina seguente, dopo che le piovre c'erano finite dentro. Gli octopus nei vasi – che stanno chiaramente a simboleggiare le truppe del Clan Heicke che furono massacrate su quelle spiagge alla fine del XII secolo e i cui fantasmi apparvero in seguito davanti al viaggiatore nell'opera “Backpack Notes” – stanno avendo “sogni fluttuanti” non sapendo che stanno per essere raccolti e uccisi. Allo stesso modo infatti le truppe del clan vennero uccise sulla spiaggia, scoperte addormentate nel loro accampamento. Basho giustappone la “luna estiva” (natsu no tsuki) che la tradizione classica riteneva tanto breve quanto la notte estiva e che associavano all'effimero, con la trappole per polpi (takotsubo), una parola “bassa”, del dialetto del luogo, rinnovando così il tema della transitorietà della vita. Il poema intendeva essere sia umoristico che triste al tempo stesso.

Kuniyoshi divenne famoso con i suoi disegni di prodi guerrieri.
Una serie in particolare appare chiaramente ispirata, se non plagiata, da una delle maggiori opere cinesi, I Briganti (Suikoden). Un tipico classico cinese di banditi adorabili mascalzoni che combattono un potere tirannico. In questo caso Kuniyoshi non segue la storia cinese del tutto fedelmente, in quanto nella versione originale solo uno dei banditi cinesi era tatuato – in questo caso invece lo sono tutti! Molto probabilmente si può dire che Kuniyoshi “giapanizzò” la leggenda cinese.


Nel disegno in questione l'uomo ha un tatuaggio sulla spalla sinistra, che raffigura una piovra che lotta contro l'attacco di un grosso calamaro. Sulla parte sinistra del petto si può inoltre scorgere il tatuaggio di un'aragosta.

Illustrazione di Kyosai (1831-89) proveniente dal primo volume del romanzo di Robun, pubblicato nel 1872. Il Reverendo Octopus predica ai Pesci:
“Consapevoli che c'era una modernizzazione in corso sulla terraferma, i pesci hanno deciso di rendere moderno anche il loro mondo. L'Octopus predica su come arrivare a ciò.”



Illustrazione presa dal pannello centrale di un trittico che mostra un gruppo che recita ben 1,000,000 preghiere attorno a un gigantesco octopus. La piovra in questione rappresenta lo smidollato governo Tokugawa, mentre il corpo avvolto dalle fiamme di fronte all'octopus è l'assassinato Li Naosuke. Vicino al cadavere, il Ronin Mito che aveva attaccato Li viene ritratto con in mano un ventaglio con sopra scritto “colpo diretto”.
Informazioni prese da Comic Genius: Kawanabe Kyosai, pag. 188.



Ritorniamo a Kuniyoshi, artista che riusciva a essere prolifico, senza tuttavia abbassare mai l'altissima qualità dello stile. In questo caso abbiamo una piovra gigante che lotta contro un orso. L'arbitro del “ring” è un Tombo, un tipo di libellula, tradizionale simbolo del Giappone.



Polipi che giocano. – Stampa giapponese di Kuniyoshi della collezione del British Museums.
Scrive Timothy Clark al riguardo:

“ Gli octopus imitano i giochi degli umani usando foglie da piante di patata come ombrelli, armi e altri oggetti. Sono ritratti con nasi camusi e occhi sporgenti che sono fissi in un'espressione accigliata alquanto comica. Kuniyoshi non ha altre intenzioni che far ridere gli spettatori, anche se non si può non ammirare l'economia di linee e al contempo l'energia del disegno. Vengono rappresentate cinque diverse scene: un acrobata con un musicista e un annunciatore; il duello tra Benkei e Ushikawa; un mercante di strada che vende dolci a dei bambini, una danza e un giudice di Sumo con alcuni lottatori.”



Uno dei sette Dei propiziatori travestito da polpo – Scrive a questo proposito Mock Joya:

“Racconti popolari e stampe presentano Tako come una figura grottesca con un'espressione imbronciata e un hachimaki (una bandana di tessuto) avvolta intorno alla testa colorata di rosso. Danza tenendo un ventaglio con una delle otto gambe. Dall'immagine del Tako “danzante” deriva il termine di uso comune Tako-nyudo, usato per riferirsi scherzosamente alle persone calve.”


Quali altri collegamenti vi vengono in mente?
Ci sarebbe tutto il mondo del cinema, da toccare... Il Kraken, i pirati dei Caraibi... 
Per non parlare della raffigurazione invece occidentale della Piovra e delle creature marine mostruose... 
E che dire del Doodle di Google, che qualche giorno fa mostrava un allegro polipo che doveva scegliere alla vittoria dei Mondiali?
E i romanzi? Ventimila leghe sotto i mari, di cui il capitolo dell'attacco della piovra al Nautilus era quello che più impressionava i giapponesi (non a caso...) .
Imbracciamo la scure e difendiamo il vascello dai tentacoli, presto! ^___^

Fonti:
Il blog da cui ho preso (e tradotto: faticaccia!) parte dell'itinerario è Vegder's Blog- Octopi Wall Street. Il blog è pieno di articoli interessantissimi, se vi piacciono stampe giapponesi e mitologie varie. I've taken all the images and most of the information from the excellent site Vegder's Blog, a wonderful place for any Japan addict. 

lunedì 16 giugno 2014

Il meglio dell'E3 2014 (e un paio di Rant)


Diventa sempre più difficile distinguere realtà e fantasia.
Non perché la grafica nei videogiochi assomigli sempre più al mondo reale, ma perché le pubblicità stanno diventando sempre più ingannevoli. C'è sempre stata una notevole distanza tra quanto veniva presentato come "gioco" e quanto alla prova del fuoco ti trovavi installato sul pc.
Spezzoni di gameplay chiaramente pompati graficamente, giochi only console che girano tuttavia su pc costruiti apposta per la fiera, innovazioni che misteriosamente scompaiono al momento dell'uscita del gioco.
Negli ultimi anni l'escalation di falsità è aumentata ancora e ancora e pertanto quando guardo un video gameplay di un gioco che deve ancora uscire sono ormai scettico. E' un'operazione deprimente, ma occorre sempre ridimensionare il proprio hype e peggiorare mentalmente grafica e animazioni di un abbondante 50%.
Perché per quanto dovrebbero rappresentare la realtà del gioco, spesso non sono che roba preparata apposta per farti sbavare stile Cagnolino di Pavlov.
Quindi, con cauta disillusione, ecco qualche pensiero sui titoli proposti...

- Fuffa pura.

La fuffa, per chi non lo sapesse, erano batuffoli di cotone/scorie tessili che durante la rivoluzione industriale annegavano i polmoni dei poveri operai. Erano in altre parole, spazzatura, spazzatura inutile e pericolosa. Alcune conferenze erano fuffa pura. Promesse gettate lì, spazzatura che molti avranno mangiato con gran gusto. La Bioware è stata senza dubbio la peggiore, in questo. Di concreto non hanno presentato nulla di nulla. Da Mass Effect 2 (che per quanto splendido aveva i suoi bei problemi) sono andati avanti così, promesse dopo promesse, sempre distrutte dalla prova dei fatti. Ho ancora in bocca il saporaccio acre e disgustoso del finale di Mass Effect 3, della completa inconsistenza e frettolosità che avvolgeva Dragon Age 2: non ho intenzione di rinnovarlo. Sono pieno di pregiudizi: sì, cazzo sì, ma come sanno chi studia psicologia, i pregiudizi sono funzionali e in questo caso più che in altri. Dragon Age Inquisition, forse sarà qualcosa di diverso, qualcosa in cui ancora brilla una luce di speranza. Tuttavia, ancora una volta... Guardate l'unico (sottolineo l'unico) video di gameplay presentato: la modalità tattica non viene mai utilizzata, l'hack and slash domina prepotente. Chiaramente si vuole accontentare un po' tutti, che sarà pure un intento nobile, ma che da mondo è mondo e videogioco è videogioco, ha sempre portato a una profonda sciatteria di fondo. De facto, una modalità prevale sempre sull'altra.
E Mass Effect 4? Vogliamo ridere? Ridiamo.
Zero dettagli certi, solo un “ci stiamo lavorando” e “sarà bellissimo”. 
A Leopardi, il cantore dell'Indefinito e del Vago, tutto ciò piacerebbe un sacco; a me un po' meno.

- Il Witcher è rob(b)a solida.

Lo so che a molti sia il primo Witcher che il secondo non piacciono. E va bene così; la mitologia slava, un protagonista così fortemente caratterizzato quale Geralt, il sistema di dialoghi senza faccine a indicare lo stato d'animo, il complicato sistema di scelte multiple. Occorre una certa pazienza e una certa sensibilità letteraria per apprezzare giochi di così ampio respiro, specialmente il primo. Però, anche così, il Witcher 3 spazza la concorrenza. Lo fa, paradossalmente, senza proporre grandi innovazioni: semplicemente si limita a prendere gli elementi buoni del primo e del secondo capitolo ingrandendoli cinque, dieci, cento volte. Non a caso, nelle due sequenze gameplay proposte, il combattimento di Geralt presenta vantaggi e difetti sostanzialmente identici allo Witcher 2. Guardate al di là degli schizzi di sangue, del luccichio dei nuovi effetti speciali: il pattern di combattimento è uguale. Non farsi accerchiare da più di un soldato (altro che Assassin's Creed), uso dei segni, piroette e schivate laterali. Nulla di nuovo.

Speriamo in un po' di sana Lesbomancy (chi ha giocato il secondo capirà coff coff)

venerdì 13 giugno 2014

Atomic Dream (racconto)


Era da un bel po' che non postavo nessun racconto, così ho pensato di rimediare.
Questo è un esperimento onirico tentato qualche settimana fa. Non so sinceramente quanto sia riuscito. C'è una spiegazione per le "stranezze" mascherata da dialogo nel finale, e il tentativo di tradurre in parole una certa sensazione onirica. Magari commentate che vi pare, se riuscite a leggervelo tutto. ^__^
Una mentina ammuffita per ogni volenteroso!

Atomic Dream 

Sempre la stessa faccenda.
Guido la mia Toyota lungo la Statale, costeggiando una bianca fila di pale eoliche. Marianna giocherella con la fede nuziale, guardando dal finestrino sporco di polvere distese di campi color cenerognolo. Nei sedili posteriori, Tommaso, Pietro e Luigi litigano sull'ultimo episodio del loro ultimo cartone animato preferito. Action toys picchiati a viva forza contro mostriciattoli di gomma. Gridolini. Onomatopee di cannoni laser e ruggiti primordiali.
Pigio un pulsante dell'autoradio, scelgo l'ennesimo canale di musica classica. Bach riempie la Toyota come un airbag di pura sonorità. Fischietto allegro, poi il sole comincia a picchiare sulla lamiera dell'auto, accuso i primi colpi di stanchezza. Parlotto con Marianna, decidiamo che alla prossima piazzetta inizieremo un picnic. 
Lunch Time!
Il tavolino sorge in una radura dirimpetto la Statale. I tavoli sono forme squadrate, sagomate con colpi di accetta. Lunghe panche consunte dalle chiappe di tanti altri turisti in ferie. Trangugio un toast, mi bagno le labbra con qualche sorso di vino rosso subito nascosto da quella puritana di Marianna. I bambini giocano con dei rami, accompagnando ogni fendente con rumorini che vorrebbero imitare delle spade laser. Ho poco appetito. Vado a passeggiare. Dalla radura dirimpetto l'auto, un sentiero per boscaioli s'inerpica sulla collina. Sulla sommità, le macchie di aguzze conifere si diradano per lasciar spazio a un cocuzzolo circolare, dove cresce un orticello smagrito. Una vacca pascola mugolando sommessa. Indossa una lunga, serpentina maschera antigas che giunge fino al terreno dove sugge nell'acqua di un abbeveratoio. Vicino all'orticello sorge una casupola di lamiere, carta stagnola e plastica raccogliticcia che sembra mantenersi in piedi per miracolo. Mi avvicino alla vacca. La maschera antigas l'hanno sagomata su misura, le corna spuntano tranquille.
La porta della baracca si apre. Esce un ometto curvo negli anni, dalle mani intarsiate dalle rughe. Indossa anche lui una maschera antigas, un vecchio modello della guerra del Golfo. Mi punta sul petto un forcone arrugginito. Muggisce qualcosa dietro la maschera. Nel riflesso del vetro, l'occhio è affogato in capillari sanguigni. Scappo via. Mi scarpina dietro, il forcone infilza il tronco di un albero a poca distanza dalla mia nuca.
Marianna e i bambini sono già in auto. Salgo, giro la chiave di accensione. Le ruote girano impazzite, ma a quel punto...

- A quel punto il sogno termina – Interviene lo psicanalista. Si strucca uno dei tanti bubboni sul viso con una penna biro. Il bubbone sotto la spinta concentrata della punta della penna si deforma, diventa bianco. Poi esplode. Un lento rivolo di pus giallo cola sulla guancia barbuta dello specialista. – Il suo è un caso tipico – Sorride. – L'uomo dalla maschera rappresenta il suo lato oscuro. Le sue fobie. I suoi desideri. La vacca la sua passività. –Blatera avanti. Cazzate, as usual. Ottengo finalmente quanto cercavo con quell'appuntamento: una prescrizione per una massiccia dose di sonniferi che non elargiscono in farmacia. Annuisco, intasco il foglio. Vittoria.
Marianna aspetta nella Toyota. Ci scambiamo un rapido bacio, la mia proboscide che s'infila nella sua. Ci scambiamo diversi ettolitri di saliva. Cerco la chiave di accensione, spingo il pedale. Discutiamo ridendo dell'interpretazione in chiave freudiana offerta dallo specialista. Con quella pelle lì, tutta butterata e con più corna che capelli, vivere non dev'essere facile. Guido verso casa. Marianna mi racconta gli ultimi progressi di Tommaso. Se la cavicchia nelle materie scientifiche, ma rischia il debito in latino. Maluccio. Dovrò fargli una ramanzina. Nelle materie sportive invece eccellono. Per forza, con quegli zoccoli di capra con cui sono nati, un'autentica fortuna...
Salgo a casa. Il giardinetto nel cortile è più rigoglioso che mai. Con l'avvento della primavera, la ruggine ha divorato gli ultimi lembi di terra, mentre la quercia esibisce una nuova escrescenza carnosa, color verdolino marcio. I cespugli di rose carnivore strisciano su e giù sulla ruggine, strascicando i tentacoli artigliati, in cerca del pasto pomeridiano. Dopo dovrò passare in drogheria per acquistare un paio di sacchi di ratti da laboratorio, perché mangino il meglio.
Entro in casa. Tommaso corre ad abbracciarmi, sbircia deluso nel sacchetto di medicine aspettandosi qualche giocattolo. Spiace deluderlo, ma il regalo stavolta sarà una casa tranquilla. C'è anche il suo amico di prima superiore, Marco. Abbassa la sua chela in un rispettoso inchino. Controllo che il cassonetto della spazzatura non abbia accumulato troppe radiazioni. Il filtro dell'aria comincia a essere intasato, talmente tanti pollini finiscono dispersi nell'aria. Il doppio cono della vicina centrale nucleare sarà letteralmente sovraccarico di alghe mangia radiazioni. D'altra parte, basta camminare in strada per sentire come ogni essere vivente, perfino la più minima cellula senta il desiderio di figliare, riprodursi.
A cena, il coleottero gigante abbattuto alla periferia di Milano ha un sapore classico. Chitinoso tra i molari, ma dalla polpa deliziosa, con vago sapore marinaresco. Discutiamo sulle ultime tasse. Sembrano mirate ai giardini, e ci costringeranno con tutta probabilità a vendere quel piccolo fazzoletto di terra. Ero affezionato all'erba-ruggine, sebbene cominciassi a stancarmi della voracità dei cespugli di rose carnivore.
A letto, stento ad addormentarmi. Il terrore di ripiombare in quel dannato sogno vacanziero, con quell'orrida figura su due gambe coperta dalla maschera, è più forte che mai. I sonniferi stanno cominciando a fare effetto, ma per il momento l'impulso a tenere spalancate le palpebre impera.
Marianna, la cara Marianna, azzarda una teoria.

- E se in qualche modo, fosse la memoria di un tuo antenato, maritino mio? -

- Sembra in effetti un mondo diverso. Molto più brutto. - Aggiungo – Pensa – Le pizzico il culo squamoso – Nel sogno sei tutta rosa e liscia! E il tuo volto è piatto, con solo due piccoli fori dove adesso sta la tua proboscide! -

- Ma è terribile – Appare sgomenta. Si strofina la proboscide, inspirando l'aria. - E quel pover'uomo, anche lui tutto rosa? -

- Sì. Ma indossa una maschera antigas e una tuta protettiva. Come se temesse di venire contaminato. Bizzarro, no? -

- Sai... -
Sospiro, soffoco con estremo sforzo di volontà uno sbadiglio

- Avanti, Marianna. Spara la tua cazzata -

- Sai... Secondo una mia collega, in origine eravamo tutti così, come c'immagini nel sogno. Rosa, lisci, anonimi. Poi – Marianna alza le mani, per sottolineare che è solo opinione di una collega, una voce superstiziosa – L'inquinamento, l'effetto serra ci ha trasformato e adattato. Peggiorato. Abbiamo avvelenato a tal punto il suolo da costringerci a una repentina trasformazione. –

- Minchiate. Roba da vegani rott'in culo – sbotto. Il sonno sta arrivando, dolce riposo di un Morfeo strafatto di medicinali. – Le centrali atomiche fanno bene. C'è scritto chiaro e tondo in ogni pubblicazione scientifica, Marianna. Solo uno stolto penserebbe il contrario. Lo dice la scienza. Altrimenti perché ogni ospedale è stato edificato per decreto legge in prossimità di una Centrale Nucleare. Perché le radiazioni sono positive. Ci rafforzano e garantiscono vita duratura. Più mutazioni crescono, meglio viviamo. - Gonfio i polmoni, soddisfatto della tirata. Sento che quello stupido sogno non mi disturberà, oggi.

- Ma... –
Apre, chiude la bocca come un pesce giraffa che abbia appena abboccato un'esca elettrica.

- Che ne pensi di una nuova lavatrice? – Afferro al volo il tono risentito, petulante. – Quella nuova marca che pubblicizzano alla televisione! Il marito della mia collega gliel'ha regalata così, come sorpresa, di ritorno dal lavoro! –

- D'accordo. Domani andiamo in supermarket e te la prendo –
Soddisfatta per la richiesta, giriamo la schiena, corpo avvolto nelle lenzuola. La mia proboscide vibra al ritmo di quella di Marianna. Chiudo gli occhi.

Guido la mia Toyota lungo la Statale 26, costeggiando una lunga bianca fila di pale eoliche... Non di nuovo, dannazione! Dovrò tornare dallo psicologo con le corna... 


venerdì 6 giugno 2014

Sepolta in fondo al mar...


Bioshock Infinite è il tipico gioco sottovalutato perché tutti lo reputano sopravvalutato.
Tra giocatori che rifiutano di giocarlo per conservare il “bel ricordo di Bioshock” (sic!), giocatori che accusano il gameplay old style di essere troppo semplicistico, ma lodano senza remore giochi indie altrettanto ripetitivi e semplicemente recensori che smerdano ogni gioco nuovo per far vedere quanto sono duri&severi, il titolo di Ken Levine non se l'è passata affatto bene. Ed è un peccato. Perché specie con gli ultimi due Dlc, il lavoro di ricamo e raccordo dell'imponente background del mondo di Ken Levine ha raggiunto ottimi risultati.

Rapture, del primo Bioshock, è un'utopia Randiana dove l'egoismo di uomini troppo intelligenti per essere umani è degenerata in una società senza né legge né morale, dove uomini deformati dall'abuso di sostanze psicotrope vivono sul fondo di una magnifica città sottomarina art deco.

Columbia, di Bioshock Infinite, è un'utopia ottocentesca dove una gigantesca cittadella volante che simboleggia l'orgoglio degli stati Uniti d'America s'è resa indipendente, fluttuando di cielo in cielo preda di una violenta guerra civile tra l'ultracapitalismo dei Padri Fondatori, cocktail di religione, industria e razzismo anglomane e l'anarchia comunitaria della Vox Populi, operai e schiavi guidati da Daisy Fitzroy, figura ricalcata sui molti, troppi rivoluzionari che a fine 800 vengono consumati dalle loro stesse lotte intestine.

Se Ken Levine nel primo Bioshock svergognava i Libertari per cui lo Stato non esiste e solo il più forte deve sopravvivere, in Bioshock Infinite la satira inarrestabile è diretta contro un capitalismo selvaggio che sfrutta la religione cristiana per giustificare un classismo asfissiante e una Xenofobia più mostruosa dei suoi stessi mostri che accusa. Nel primo (ma ancor di più nel secondo) c'è davvero tanto, di quel materiale da mettere sotto esame. Se c'è un gioco da tesi di laurea, è questo.
Incidentalmente, Bioshock Infinite è anche la perfetta satira dello steampunk: laddove la moda attuale è di dipingere con toni nostalgici il passato della Bell'Epoque, come un “bel mondo” dove “vigeva l'ordine” qui il velo (di Maya?) viene strappato e gli Stati Uniti svelano un volto selvaggio, dove la scienza serve i padroni dell'Industria e la più totale assenza di legge domina rapporti di tipo schiavistico tra classi borghesi e operai-macchine.

Ahh il salutismo di Rapture! ^^
E poi c'è Elizabeth. L'obiettivo di Bioshock Infinite. La ragazza da salvare. O ancora: la ragazza medium che apre squarci temporali in più mondi, più luoghi, più tempi. Autentico passepartout narrativo che permette di saltare di luogo in luogo, Elizabeth è la chiave per imbastire distopie altrimenti irrealistiche e metter in moto una trama eccezionalmente complicata.
Ovviamente questo poco importa al recensore: la sceneggiatura è sbrigativamente chiusa con un “è pieno di mindfuck!” e se va bene, esce un 8, un 7, un 5. Gameplay scarso, scarso, scarso! Mah. Datemene altri, di giochi con gameplay così scarso ma trame, ambientazioni, originalità, tette del genere. Il mercato ormai obbedisce sempre più agli input degli utenti, e (purtroppo) con input del genere difficilmente faremo molta strada.

Quindi non sorprende che quest'ultimo Dlc di Levine, autentico testamento d'addio, sia passato tanto in silenzio. L'Elizabeth di Columbia (o almeno una delle sue tante incarnazioni) finisce su Rapture e viene progressivamente trascinata in un'avventura sanguinosissima e sibillina, che cerca a furia di manifesti e varchi nel tempo di intrecciare le due distopie, la Città del Cielo (Columbia) e la Città del Mare (Rapture). Il lavoro di Levine abbonda di contraddizioni e errori logici e ciò non di meno lo sforzo è d'ammirare. Il momento in cui si mescolano i ricordi della prima giocata di Bioshock e quelli d'Infinite fanno sentire davvero straniti, un po' come se un chirurgo da strapazzo ti rovistasse nel cervello. Non a caso una delle scene di quest'ultimo Dlc ti getta a confrontarti con l'aguzzo ago di un torturatore che vorrebbe operarti una lobotomia transorbitale. E' una scena di gioco che vista dalla prospettiva della vittima risulta davvero disturbante, fin troppo ben fatta.

Tutta l'avventura, in effetti, nello sforzo d'immergere il giocatore nella mente di Elizabeth risulta profondamente disturbante. In parte sopratutto per la misoginia di Ken Levine che non sembra comprendere il concetto che una protagonista femminile possa cavarsela da sé. Ragazze guerriere? Nahhh! Di scenario in scenario, il fantasma registrato di Booker ri-compare, a volte contestualizzato nella svolta narrativa, ma nel 90% dei casi buttato lì come deus ex machina a salvare la protagonista. Elizabeth è un personaggio dalla psicologia di gran lunga più sfaccettata di Booker, ritrovarsi tra le tette la vocina di Booker che ti commenta in sottofondo è piuttosto irritante. Avete presente quegli amici che continuano a tormentarvi convinti che potrete trovare felicità e sicurezza solo con loro, o certi appiccicosissimi parenti? Ecco, la sensazione è simile.

Al di fuori di tante sbavature, la maniera con cui Levine trasmette l'ideologia delle sue Distopie è sempre efficace. Secondo una definizione che ne dava il buon Zizek nella Pervert's guide to ideology...

According to our common sense, we think that ideology is something blurring, confusing our straight view. Ideology should be glasses, which distort our view, and the critique of ideology should be the opposite, like, you take off the glasses so you can finally see the way thigs really are. This precisely, and here the pessimism of the film, of They Live, is well justified, this precisely is the ultimate illusion: Ideology is not simple imposed on ourselves. Ideology is our spontaneous relationship to our social world – how we perceive each meaning and so on and so on. We in a way enjoy our ideology. To step out of ideology – It hurts. It's a painful experience...

martedì 27 maggio 2014

Quando Martin scriveva fantascienza


A trattare la scelta tra libro cartaceo e ebook, spesso si trascura che il discorso non si svolge mai in un piano di parità. E' difficile, se non impossibile che ogni lettore abbia un'ampia disponibilità finanziaria per comprare libri in massiccio cartonato, metterli sulla scansia, ammirarli in tutta tranquillità soddisfatto d'aver garantito la sopravvivenza della "libreria" di quartiere o altre del tutto romantiche e inventate realtà locali. Spesso la scelta dell'ebook è semplice necessità: non ho i mezzi materiali per la vanità di possedere un libro. Potrei andare in biblioteca per prendere quanto mi serve, ma da assiduo (una volta) frequentatore, vi assicuro che il prestito del libro è una faccenda sgradevole, un non-possesso di gran lunga peggiore al gettare qualche euro per l'ebook. Senza ovviamente contare che ebook e libri cartacei possono benissimo sussistere, come viene lapalissianamente dimostrato da diversi anni...

Questa contorta introduzione per spiegare che spesso alcune scelte anche in un ambito triviale quale la scelta del libro sono certo più motivate dalla disponibilità personale di denaro e mezzi, che da immaginarie e del tutto fantasiose scelte morali. Ad esempio, nel mio caso, non avrei mai considerato la rigatteria un posto dove andare, se non fosse che di anni in anno la disponibilità monetaria si riduce drasticamente sempre di più, e come Lovecraft s'adoperava per comprare una giacca "da gentleman" nei negozi delle pulci mercanteggiando ironicamente con quei brutti negri e meticci che dichiarava d'odiare nei propri racconti, così io giro nelle rigattiere frugando tra schifezze dimenticate da Dio alla ricerca di qualche romanzo interessante per cui buttare cinquanta penny cent o nel caso più generoso, addirittura un euro. Spesso ritorno con il braccio insozzato fino al gomito di mestruo e sperma delle trame d'isterici harmony senza sostanza, ma in altri casi un decesso, o un improvviso abbandono d'interessi portano a valanghe di roba interessante.
Il tizio muore, i “simpatici” parenti decidono che è ora di liberarsi di tutto quell'immondezzaio chiamato “libreria” (sic!) vendendo tutto il lotto al rigattiere, che si lecca i baffi. Immaginatelo come un gatto davanti a un piatto di lische: non andrete troppo lontani dalla realtà.

Ad esempio, ultimamente ho recuperato un paio di numeri di Robot di fine anni 70. Giganteggiava il nome di George rr Martin in copertina, e col pensiero “vado sul sicuro” li ho presi entrambi.
  • Anno III Gennaio 77' L.800: in Questo numero: un romanzo breve di George RR Martin
  • Anno III Giugno 78' L. 1000: in questo numero: racconti di George RR Martin
Robot è una rivista di fantascienza ancora viva nel panorama (decadente) della sf italiana: l'ho vista un paio di volte in diverse librerie, ne ho letto qualche numero recente, insomma è una realtà ancora attuale. Che al di fuori del prezzo il formato sia rimasto in colore e dimensioni identico a quant'era trentanni fa la dice lunga sul conservatorismo italiano, ma sorvoliamo...

Il romanzo breve era Una canzone per Lya, lunga novella vincitrice del Premio Hugo 1976. 
Il romanzo sviluppa un tema assai vivo nella fantascienza sia vintage che attuale; la telepatia, la possibilità di leggere emozioni e pensieri degli individui. Lyanna è una telepate che riesce a leggere i pensieri di chi le sta di fronte; Robb riesce a leggere invece il miscuglio di emozioni che agita il suo interlocutore. Insieme, formano una coppia formidabile, sia come fidanzati che in quanto colleghi di lavoro. Alle prese col mistero della società aliena degli Shkeen, vengono gradualmente introdotti in un giallo/ horror metafisico piuttosto complesso, ricco di risvolti etici e morali difficili da descrivere senza scadere nello spoiler. C'è il tema (banale a leggerlo così) della felicità eterna, c'è il tema di Dio (un dio alieno e ben incarnato sulla terra, stavolta), c'è il tema della metempsicosi, c'è il tema del suicidio e dell'amore. Non sono tematiche che vengono sparate in faccia al lettore; le sto estrapolando io, adesso, in sede di commento. L'enfasi, ed è in questo il valore dell'opera, sta nelle descrizioni vive, nei sentimenti dei personaggi, nella continua, esasperata ricerca di dettagli concreti. E' vero che, partendo dalla prima persona, sfuggono diversi infodump, ma la resa dell'emozione è sempre subordinata alla descrizione del mondo circostante. 
“Robb è infelice” non lo troverete mai in Martin (ma nel fantatrash italiano sì).

Al mattino calano le nebbie è invece il racconto del 78'. E' un “raccontino”, focalizzato stavolta sul mistero del pianeta degli Spettri, un emisfero avvolto dalla nebbia perenne, al cui interno, così si dice, abitano Spettri in grado di cacciare prede umane. Il focus non è sul mistero degli Spettri, o sull'eventuale loro (sc/in)contro con l'essere umano: piuttosto è sul fenomeno sociale di questa mitologia nata dai primi esploratori del pianeta, più sulla credenza nel fantastico, nel soprannaturale che nell'effettiva esperienza di esso.
Un passaggio di dialogo verso il termine esemplifica bene tutto questo:

- Forse – rispose Sanders. – Ma è l'unica cosa di cui abbiamo bisogno? Non credo. Penso che abbia anche bisogno del mistero, della poesia e del romanticismo. Penso che abbia bisogno di qualche domanda senza risposta, per farlo meditare e stupire –
Dubowski si alzò, improvvisamente corrucciato. – Questa conversazione è inutile come la sua filosofia, Sanders. Nel mio universo non c'è posto per le domande senza risposta –
- Allora lei vive in un ben povero universo, dottore –

Come ho già sottolineato, questa conversazione non mostra il soprannaturale di cui discutono; ne parlano piuttosto, l'uno con tono nostalgico, l'altro con acceso scientismo. Questo rimpianto misto a nostalgia per un fantastico perduto è spesso presente (mia impressione, eh!) nella fantascienza martiniana. L'uomo vive nello spazio, viaggia su razzi spaziali, è a capo di un evoluto umanesimo: eppure è poco soddisfatto di quanto ha fatto e scoperto. Sente d'aver perso qualcosa.

Possiamo dunque dire che la fantascienza di Martin è la teoria, mentre il suo fantasy, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, costituiscono la prassi? Nel primo caso si parla e si discute di un fantastico che rimane sempre ai margini, ma che è fortissimamente desiderato. Nel senso, il fantastico viene per l'appunto messo direttamente in scena, è il nocciolo (l'etichetta!) stessa della storia. 
O se preferite un paragone più calzante se siete scrittori; la fantascienza di Martin Racconta il fantastico; il fantasy di Martin lo Mostra direttamente.

Un altro aspetto interessante è dato dalla breve biografia esposta in Robot del Gennaio 77'. Martin viene incaricato di presentarsi ai lettori di Robot e scrive una breve, ma concisa relazione delle sue attività. Non voglio perder tempo a contare quante parole sono, ma occupa a stento mezza paginetta, pure includendo una grossa foto di un Martin insospettabilmente giovane, magro (ma fieramente barbuto). 
Una modestia rimarcabile, se consideriamo che (cito)

Ho poco più di ventotto anni (…) ho pubblicato una trentina circa di opere brevi, e sono giunto in finale a più premi di quanto non meriti. Dal 1973 ad oggi sono riuscito a perdere tre Hugo e tre Nebula, ma ho anche vinto un Hugo: per A Song of Lya, miglior romanzo breve del 1974.

venerdì 16 maggio 2014

Il fumetto come geroglifico? Scrittura e arte con Barry Windsor-Smith


Leggere un fumetto non è come leggere un libro. O ammirare un'opera d'arte. 
Un libro si legge; si decifra un codice, che permette di tradurre alcuni segni in parole e queste parole in oggetti, sentimenti, scene, storie. Un'opera d'arte, molto banalmente, si guarda. La si osserva. Si forma un'interessante paradosso, per cui l'immagine in se cessa di esistere come qualcosa di "materiale" per diventare qualcos'altro di vincolato, ma al contempo indipendente dal supporto fisico. Quel quadro tanto stupendo da rapirti in un'altra dimensione. Quella fotografia in cui vedi qualcos'Altro dalla semplice, fotorealistica appunto, resa del soggetto fotografato. Non un pezzo di realtà, ma un'immagine di quella realtà. E' capitato a tutti di guardare la foto della propria tessera d'identità e guardare un estraneo in un altro luogo, un altro tempo. 
La scrittura, codice. L'arte, un'immagine, un "guardare dentro". 
Sono questioni su cui è già stato scritto a sufficienza in quegli ambiti all'intersezione dell'Estetica e della Semiotica.

Tuttavia, nel caso del fumetto, pongono interrogativi interessanti: devo "leggere" un fumetto come un romanzo? O piuttosto ammirare le sue immagini, come fossero un manuale di opere d'arte?
Non è un po' lo stesso quesito che pongono i geroglifici?
La parola cane, scritta su una lavagna, per quanti significhi un cane, non raffigura un cane.
E un cane disegnato, non corrisponde alla parola scritta "cane".
Ma nel caso di un geroglifico? Un geroglifico del "cane" mettiamo, raffigura il cane e al contempo significa quella data parola. I fumetti non sono in un certo senso, dei geroglifici? 
La fusione parola+immagine permette di realizzare questo paradosso e al contempo genera non poche difficoltà. Spesso, come con i videogiochi, si attribuisce la fumetto uno status inferiore al "film", e per quanto la situazione sia in parte cambiata, il numero di fumettari che continuano a essere fumettari superata una certa soglia d'età è infima, se non spaventosamente piccola. Confrontando quante persone leggono Topolino alle elementari e quante persone leggono graphic novels all'università, la percentuale si alza e si abbassa a dismisura, come un encefalogramma che precipiti. Certamente, è questione di gusti e temperamento. Ma d'altronde, non si comprende pienamente perché se un bambino passa da leggere le fiabe a leggere i classici, o dal guardare i cartoni a guardare i film, non possa compiere lo stesso passo nel campo fumettistico. 
Perché a un certo punto il fumetto viene "accantonato"?
Era questo, il punto sollevato da Alan Moore in una sua vecchia intervista, dove i suoi più deboli "fan" hanno cominciato a dire "che è andato fuori di testa".

"Non ho mai letto un fumetto di supereroi da quando finii con Watchmen. Odio i supereroi. Penso siano degli abomini. Non significano più ciò per cui sono stati usati per significare. Sono stati inizialmente nelle mani di scrittori che avrebbero dovuto espandere l’immaginazione di un pubblico di nove e tredici anni. Era questo ciò che dovevano fare e lo stavano facendo in maniera eccellente.
Oggigiorno, i fumetti di supereroi non sono più pensanti per un pubblico di quell'età, non hanno niente a che fare con loro. Si tratta di un pubblico in gran parte di trentenni, quarantenni, cinquantenni e sessantenni, solitamente uomini."

Siete liberi d'intenderlo in senso ironico.

Quanto voleva sottolineare Moore, era che leggere di fumetti Marvel a quarant'anni è come guardare cartoni animati anziché film. E' ovvio, che de facto, Topolino ospiti storie stupende, graficamente e narrativamente parlando, superiori alla media delle stronzate autobiografiche che affollano troppe graphic novels. Tuttavia, Topolino è pur sempre rivolto (giustamente) a una certa fascia di lettori. Lo si apprezza, ma lo si trova anche un po' sciocco. Allo stesso modo come si trovano sciocchi i cartoni animati a quarant'anni. E' un fatto di crescita, no? Avremmo un inferno di bambini-adulti, se non fosse così. Non è questo dopotutto l'obiettivo della Disney, o di molte corporazioni o della chiesa? Il bambino obbedisce. Il bambino paga, sopratutto. Spende senza pensare. Il capitalista perfetto. Il fumetto può e deve fare di più. Deve crescere. Deve maturare. Ma grazie a quella bella invenzione chiamata “supereroi” è davvero dura che lo faccia.

Un secondo motivo collegato all'abbandono del fumetto è che, come il videogioco, è decisamente impegnativo. Topolino non è impegnativo, perché come già detto, è rivolto a un certo pubblico. Le vignette sono tutte in fila, i disegni chiari e calibrati, i paperi parlano come beh... Come paperi.

MA ZIO PAPERINO! UFFA! CHE BLOG NOIOSO!...

Coi manga già la situazione si complica, e con il mercato dei supereroi, che pure tranne qualche eccezione si mantiene a livello medio/basso, serve un certo allenamento, per non stancarsi. Dopotutto, perché non afflosciarsi in poltrona e godersi qualcosa alla cara vecchia Tele, piuttosto che comprare albi (sempre più costosi) e mettersi lì a impegnare gli occhi a seguire il flusso delle vignette e a integrare parola e immagine. Fatica, troppa fatica, pur nelle trame spacca&distruggi che dominano.
A volte, se il lettore non è pratico coi fumetti da anni, il risultato è particolarmente comico. 
Molto semplicemente, non capisce cosa sta leggendo. Volta le pagine freneticamente, ruota l'albo da una parte a l'altra e mostra la più totale confusione. Roba per bambino, impreca. 
E getta il povero fumetto in un angolo.

mercoledì 14 maggio 2014

La pochezza dei romanzi per bambini


Una delle cose che più rattrista nell'età contemporanea, è quanto siano diventati patetici i nobili intenti degli scrittori per bambini. Secoli di pedagogia hanno ampiamente convenuto che i bambini sono "spugne; assorbono di tutto!". Che sono facilmente influenzabili nel comportamento e nel modo di fare da quanto viene loro insegnato, trasmesso, e non ultimo da quanto leggono.
I libri per bambini plasmano l'adulto che diventeranno, se non al 50%, cerchiamo di stimare quantomeno un 5, 10%. Ovviamente molto dipenderà da quanto legge, come, perché, dove... Tantissime variabili. 
Ma l'influenza che un romanzo per bambini può esercitare è forte e immensa.

E dunque, posti di fronte a tutto ciò, come reagiscono questi "romanzieri-pedagoghi"? 
Male, direi. Malissimo. In primo luogo, per quanto non si può, ovviamente, far leggere D'Annunzio a un bambino delle elementari, questo non vuol dire si debba sprofondare nell'idiozia linguistica. Dovete scrivere un romanzo semplice, non un handicappato mentale che mugola con quattro parole in croce. Esistono una cosa chiamata "Note a piè di pagina”. Le capisce un adulto, può capirle benissimo un bambino. Se siete indecisi se ripetere l'ennesimo termine trito e ritrito, o infilarne uno nuovo, infilate quello nuovo, e vicino aggiungete una semplice annotazione: Significa bla bla Ora imparalo, lettore bambino. Progredisci veramente.

In secondo luogo, ed è l'appunto più desolante: proprio perché il bambino assorbe di tutto, non vedo perché
dobbiate proporre l'ennesimo scenario "cittadino", "attuale", con un protagonista (ovviamente) "bambino". Basta! Quando Tolkien scrisse un romanzo per bambini scrisse quel fottuto capolavoro de Lo Hobbit , non un romanzetto giallo con un bambino che viveva nella campagna inglese con un padre imprenditore e una madre segretaria "con l'hobby della cucina". Rabbrividisco all'idea. Scrisse invece di una piccola razza con piedi pelosi che viveva in un mondo fantastico razionalmente creato, con una trama e personaggi nell'insieme più che complessi e caratterizzati. Ripeto: non scrisse nessun edificante romanzo con protagonisti dei "bambini". Scrisse un romanzo con protagonista un "Hobbit" con ben nove "Nani" al seguito, in un'ambientazione straniante. Come on'! I bambini non sono deficienti (lo sono però i "fan" cinquantenni che citano Tolkien come il Dogma o la Rowling come l'Essenza Ultima), potete inserire il vostro messaggio "edificante" in una cornice molto più piacevole del giovane mago/studente/cavaliere/vampiro nell'ennesima scuola anonima/ villaggio/paesino di campagna (sic!).

E sempre a proposito del messaggio "edificante", terzultimo punto. Non serve. Non perché non si debbano trasmettere degli ideali. Ma proprio in virtù degli ideali stessi; se sentite di doverli "trasmettere" vuol dire che non li sentite davvero. Altrimenti li avreste già interiorizzati, resi parte di voi. Non sentireste di dover inserire qualcosa, verbo "inserire” che d'altronde già denuncia ampiamente quanto sia "estraneo" quest'inserimento. Non c'è bisogno di specificare che un romanzo per bambini debba avere tra i suoi messaggi l'amicizia. E' ovvio, che debba essere così. Nella storia che andrò a costruire, mi verrà "naturale" inserire temi quali l'amicizia e l'onore. Non dovreste accorgervene neppure, d'inserire tematiche del genere: dovreste piuttosto concentrare l'attenzione sulla storia, sul fluire degli eventi, delle situazioni. Non ripeto, sul "messaggio" che se sentite davvero l'ideale che volete trasmettere, esso verrà da solo.

Certo, è pieno di uomini vuoti, a questo mondo. E' possibile che vogliate "non comunicare alcun messaggio". La neutralità vigliacca che tutti amano, in questo tempo. In tal caso, rassicuratevi: state già trasmettendo un messaggio, ed è il trito conservatorismo tollerante e capitalista, l'ennesima fantasia liberale (no, purtroppo non è il fantasy tradizionale; è senza elfi, o nani: troppo nobili e idealisti i primi, troppo proletari e solidali i secondi). Una citazione di Tolkien, sebbene non pertinente al cento per cento riassume bene l'atteggiamento d'assumere:

Tolkien, a proposito della domanda: << E' vero? >> osserva come << Non è una domanda cui si possa rispondere in modo avventato o distratto >>.
Egli aggiunge che molto più importante, per il bambino, è la domanda: << E' stato buono? E' stato cattivo? Cioè (al bambino) sta più a cuore capire chiaramente chi è dalla parte del giusto e chi dalla parte del torto >>.

Gettate nel fuoco i vostri trattatelli di psicologia e le vostre piccole, meschine intenzioni di scrivere "solo" un romanzo per bambini. Proprio perché per bambini, quel romanzo necessariamente dovrà essere costruito con estrema cura, attenzione e serietà. Nella mia (probabilmente dispotica^.^) Repubblica Ideale, permetterei solo agli scrittori più bravi e con alle spalle le opere più eccelse, di scrivere romanzi per bambini. Troppo spesso, a passare in libreria e a gettare per curiosità un'occhiata fugace a quella sezione, trovo che il Fantasy per bambini, e il libro in generale per l'infanzia stia recedendo a narrativa di serie B, per autori in fondo un po' "bambini", che non hanno voglia d'impegnarsi.
Proprio al contrario, dovrebbero occuparsene gli adulti più adulti.

Fonti:
Il romanzo di formazione, di Franco Moretti.
Per la citazione, "Albero" di Tolkien, Come il Signore degli Anelli ha segnato la cultura del nostro tempo. 

lunedì 12 maggio 2014

E vissero felici e contenti e con un botto di punti esperienza - Child of Light


Gioco molto delicato, Child of Light. Una volta dal rigattiere ho maneggiato un servizio di tè in porcellana antica che molto probabilmente era l'unico pezzo di reale valore del negozio, tantè che quando il mio amico ha chiesto il prezzo, ha ricevuto uno "snort" sdegnato dal possessore che sembrava uscito da un fumetto. Quella porcellana era terribilmente delicata e solo un sussulto l'avrebbe infranta al suolo in tanti, piccoli pezzi. Eppure, era delicata anche nel senso più puccioso del termine; trasmetteva un'impressione di delicatezza (appunto!) adorabile. Una certa uguale impressione la si riceve giocando Child of Light, che in ogni dettaglio, dall'apertura iniziale all'acquerellato dell'ambientazione, ai dialoghi in strofe in rima baciata manda quest'inconsueta sensazione d'un fiaba raccontata a letto.

Il mio personaggio preferito: un topino mercantilista
Se l'incipit ci segue ancora impacciati in un mondo bidimensionale denso di pericoli, procedendo l'avventura velocemente si alleggerisce sul versante ludico. Nelle fasi iniziali ancora non possediamo il potere del volo, che risulta fondamentale nell'esplorazione dei fondali attentamente dipinti. Il combattimento, invece, è nella tradizione degli Jrpg; duro all'inizio quando ancora non si padroneggia a fondo, tende a risultare ripetitivo sul lungo periodo. Graficamente, è stupendo: dalle animazioni che nonostante non siano legnose mantengono un “qualcosa” delle figurine di carta, ritagliate con carta e penna e mosse da un bambino, alla stessa disposizione sui doppi lati dell'arena delle forze che si fronteggiano, in un modo artefatto che ricorda molto la finzione teatrale. Child of Light o in generale gli Jrpg come nuove Opere teatrali? C'è sicuramente qualcosa, nello stile volutamente enfatico. Un frammento di un'intervista a Rock Paper Shotgun (tradotto) trasmette quest'impressione:
Una delle battaglie venne ispirata dalla scena di un'Opera – le luci, la nebbia e quel genere di cosa. L'Opera lirica era un'altra delle cose che avevamo in mente (...)
Penso che ci sia qualcosa della lirica, per me, nelle battaglie. Sono teatrali. Gli Jrpg sono teatrali, perché tutti i personaggi sono da una parte. Quando inizia una battaglia, sembra di essere su un palcoscenico. Non è come in un rpg strategico. Lì i personaggi cambiano posto, e passano da una posizione all'altro. Stavo dicendo, mi piacerebbe avere una battaglia alla Cirque de Soleil, uno scontro teatrale che si senta sia viscerale che teatrale.