lunedì 18 gennaio 2016

Arma Infero - Il Mastro di Forgia, di Fabio Carta


Del seguente romanzo ho ricevuto una review copy. L'autore, Fabio Carta, mi aveva contattato via mail per chiedermi un'opinione sul romanzo, ancora l'estate scorsa. Non ho francamente idea se l'aver comprato o meno un'opera influisce sull'attendibilità della recensione. Sostenendo, come in ogni mia recensione, i vari pregi e difetti con citazioni e appositi argomenti, non credo che la mia opinione sia stata influenzata, ma per amore della chiarezza vi avverto comunque.

Muareb è un pianeta desertico e arido, un Marte flagellato da tempeste radioattive.
Nel passato, questa palla di sabbia è stata terraformata dagli umani, trasformata in un pianeta vivo e ospitale, dove la zootecnica ha creato piante e animali adatti alla sopravvivenza. La bestia che ha popolato Muareb è stata il Fauno, un animale d'allevamento in grado di produrre uova, latte e pelliccia, caratteristico per le corna ondulate e il becco uncinato. I primi esperimenti di Fauno, abbandonati nell'ambiente inospitale del pianeta morirono uno a uno, tranne che per un mitico sopravvissuto, un Fauno che resistette ai predatori e divenne egli stesso predatore per eccellenza: il Pagan. La società dei Padri di Muareb sviluppò col passare del tempo un culto guerriero che considerava il Pagan come un Dio.

Il romanzo parte con un flashback. Il protagonista, Karan, è un vecchio che sopravvive in una Muareb devastata da un olocausto nucleare. A una platea di deformi sopravvissuti racconta di come egli abbia realmente conosciuto il Lakon di cui parlano come un mito quando ancora giovane maniscalco lavorava nella Muareb pre apocalisse. Un alieno umanoide, dal volto e gli organi artificiali, Lakon, era stato catturato dai cavalieri per cui Karan fabbricava armi e armature. E da quell'episodio, Lakon era diventato poi l'essere che tutti conoscono, il Martire Tiranno conosciuto nelle stelle più lontane. Si snoda così una lunga avventura in prima persona di Karan e Lakon, dalla cerca del Pagan, alla guerra contro i Mercanti, alle tortuose vicende che condurranno Karan all'essere il vecchio che racconta la vicenda.


venerdì 15 gennaio 2016

Liberate lo Spoiler


Se si studia filosofia estetica, o anche solo se si è familiari con la storia dell'arte contemporanea, si saprà che nel '900 lo sforzo principale vuole l'abbandono dell'immagine tradizionale.
Sintetizzo: l'immagine non vuole più essere rinchiusa nel quadro/cornice, né limitata alla prospettiva rinascimentale, all'uso della pittura, alla raffigurazione umana. Sopratutto, si cerca di far sì che l'immagine diventi immagine di se stessa; non “qualcosa” che raffigura “qualcos'altro”, non uno strumento alternativo alla fotografia, ma un'arte a sé stante.
L'immagine non deve per forza raffigurare qualcosa di realmente esistente lì fuori, né rappresentare qualcos'altro al di fuori di sé stessa, ovvero dell'immagine. Si cerca pertanto di mostrare la nuda immagine, esposta come essere puro, astratto dalla realtà.
I quadri travalicano le cornici, i muri del museo, le costrizioni delle pitture tradizionali.

Ovviamente, con il romanzo non è avvenuto nulla di altrettanto rivoluzionario o straniante: sebbene vada osservato che se la pittura esiste da secoli, il romanzo nasce appena con il capitalismo borghese del '700 (Robinson Crusoe di Defoe, Pamela di Richardson, ecc ecc). Tuttavia, nel '900 le avanguardie e numerose sperimentazioni hanno dimostrato come anche il romanzo possa superare il corsetto di convenzioni imposte nell'Ottocento, sviluppandosi a scapito di alcuni punti fissi che si riteneva fondamentali.
Non sono un laureato in lettere, ma la prima metà del ventesimo secolo, le avanguardie, James Joyce e lo stream of consciousness a mio giudizio hanno molto contribuito a liberare il romanzo dalla sua cornice, esattamente come il quadro. Questo tentativo non ha prodotto opere “leggibili”, ma sul piano delle idee si sono compiuti passi da gigante.

La Condizione Umana I, Magritte, 1933, dettaglio

lunedì 11 gennaio 2016

Ma gli androidi sognano videogiochi interessanti?


Guardavo a dicembre i #gameawards per i migliori videogiochi dell'anno e rimanevo alquanto perplesso. Non per i premi in sé, che le classifiche e i totem interessano solo i fan idolatri, ma per le presentazioni dei nuovi giochi e le polemiche loro correlate.
Ho la netta impressione che si voglia sinceramente tentare qualcosa di nuovo sia nel gameplay che negli argomenti, senza tuttavia che questo “nuovo” si realizzi affatto.

Il luogo comune vuole che l'innovazione arrivi dai videogiochi indie, ma è chiaro per chiunque navighi il settore che anche la scena dei piccoli sviluppatori sia altrettanto conservatrice: spesso, dietro la scusa di un gioco complesso, si nascondono clunky mechanism che non verranno mai considerati dal giocatore se non per rassicurarlo che sta giocando qualcosa di autenticamente complicato. Penso in particolare a molte delle statistiche degli rpg dove in effetti la quantità di numeri e cifre sommerge anche il giocatore più paziente. Senza voler poi infierire sulla narrazione o su certi stilemi che sono se possibile ancor più stereotipati che nei giochi normali.

Ma non è sul gameplay che voglio discutere, quanto sulle tematiche proposte. Che in molti casi annunciano e trombettano di essere rivoluzionarie, delicate, sottili, intriganti ecc ecc senza mai dimenticare l'aggettivo forse più diffuso attualmente: dinamiche. Quanto ci piace essere dinamici (e flessibili, naturalmente, flessibilissimi...) oggigiorno. Ne andiamo davvero pazzi.
Addio alla narrazione inesistente di soldatacci all'attacco, di strane creature intente a correre e saltare, di omaccioni con complicate mosse X+Y+Y da eseguire per soddisfacenti punteggi.
Roba vera, (quasi) impegnata. Matura, finalmente.

Abbiamo dunque Far Cry Primal. Uno spin off di Far Cry dove nell'età della Pietra dobbiamo cacciare, combattere e ammaestrare animali conquistando il predominio contro tribù di cannibali e scimmie antropomorfe. Un'idea nuova, che incorpora la caccia, che tanto piaceva negli episodi precedenti, aggiungendo il bonus di un elemento “cuccioloso” quali le bestie d'addomesticare.

Detroit Become Human. Androidi sotto carica. 
Abbiamo dunque Detroit Become Human, dove un androide di nuova produzione sembra destinato a una grama vita di servitore degli umani, letteralmente box retail per i porci desideri di qualche ricco acquirente. Androidi il cui perfetto servizio è ingiustamente boicottato da luddisti che rischiano così di perdere il loro (già precario, essendo Detroit) lavoro. Una musica da brivido per una sequenza d'immagini d'impatto, una protagonista interessante, critica sociale ecc ecc

Abbiamo dunque Ghost Recon The Wildlands, dove al comando di un'unità d'elitè delle forze speciali statunitensi andremo a investigare i cartelli della droga nel sud america, attraverso un innovativo sistema flessibile e dinamico di scenari e gestionale affrontabili a seconda delle proprie inclinazioni e tattiche preferite. Un gioco realistico, maturo, firmato Tom Clancy...

venerdì 8 gennaio 2016

Il Sole dei soli, di Karl Schroeder - Analisi dell'ambientazione


In un lontano futuro, l'umanità ha popolato la Galassia.

Nella sua corsa alle stelle, accanto alla più consueta terraformazione, si è scelto di creare habitat ex novo, costituiti da bolle di atmosfera della grandezza d'interi sistemi solari. Questi micro (macro?) ambienti vengono poi “accesi” dall'interno creando piccoli soli artificiali, in grado di sostentare e dare vita a minuscoli insediamenti. La gravità è data dalla rotazione dell'insediamento stesso, così come le materie prime dal materiale già disperso nello spazio prima che venisse “incapsulato”.
E' una sorta di acquario al contrario, o se si preferisce un palloncino al cui interno viva un suo piccolo mondo. Col tempo, le dimensioni gigantesche di questi habitat, la naturale frammentazione dei loro insediamenti, l'accendersi e spegnersi dei piccoli soli causano la nascita di vere e proprie nazioni in lotta fra loro. Nel mezzo, il buio, le tenebre, l'assenza di vita. I paesi che non hanno un sole forte, o il cui sole sta morendo sono presto relegati alla periferia; chi non può permettersi una gravità forte soccombe militarmente alle nazioni più vaste, in grado di dare maggiore solidità (nel senso letterale del termine) ai propri cittadini. Sopra tutto, a generare materia prima e calore, c'è il Sole dei soli del titolo, Candesce.
Intanto, al di fuori di queste bolle, l'accelerazione tecnologica prosegue senza sosta: l'umanità diventa incorporea, spettri digitalizzati che vivono in paradisi artificiali governati dall'entità chiamata “Natura Artificiale”. Nelle bolle, al contrario, il livello tecnologico resta fermo agli anni 20/30 del 900 tra aeronavi, monarchie costituzionali, spade e uniformi. C'è il gusto dell'antico.
Secolo dopo secolo nella popolazione si diffonde l'idea che non c'è altro, al di fuori della bolla, che il mondo di Virga sia l'unica realtà possibile. L'assenza di gravità, i soli artificiali e la lotta tra nazioni sono la normalità, mentre nomi come stelle, pianeti e animali perdono significato.

Hayden Griffin non era che un bambino quando i suoi genitori accesero un sole pirata.
La nazione cui apparteneva, Aerie, non aveva avuto possibilità contro la potenza militare di Slipstream, un regno il cui sole gravita attorno a un asteroide, che fornisce la gravità alla capitale. I vassalli di Slipstream non hanno scelta se non aggregarsi all'elisse irregolare che l'asteroide compie attorno al Sole dei soli. L'alternativa dopo la sconfitta, sarebbe stata restare al buio, in periferia di Virga, decadendo a poco a poco. I genitori di Hayden, tuttavia avevano preparato un alternativa: un sole pirata, attorno cui far rinascere Aerie.
Il fallimento dell'accensione kamikaze di questo sole artificiale parte il romanzo. 
Hayden, persi i genitori entra nell'ambiente politico di Slipstream, con l'unico obiettivo di vendicare i genitori: ma scoprirà presto che esistono nemici e minacce molto più grandi e pericolose che il piccolo regno di Slipstream nella piccola bolla di Virga...

mercoledì 6 gennaio 2016

L'orrore claustrofobico di Gou Tanabe - Il Mastino e Altre Storie


Per il Capodanno appena trascorso, ero a Bassano del Grappa in visita a un mio collega di studi universitario, cui avevo promesso di venire un giorno. Come ogni volta che viaggio in qualche luogo nuovo, la prima cosa da fare è cercare quant'è, per noi nerd, un rifugio sicuro per un alpinista disperso in montagna: una fumetteria, una libreria, un negozio di giochi.
C'è stato un qui pro quo, per cui il negozio di Atom Plastic che pensavo, dal titolo, essere un negozio di modellismo, si è rivelato un'ottima fumetteria. L'autobus partiva, aveva ricominciato a nevicare, mi rifiutavo di uscire a mani vuote: così ho comprato il primo fumetto che attirasse la mia attenzione, ovvero questo "Il Mastino e Altre Storie", di Gou Tanabe.

Ciò per spiegare che normalmente non ho i soldi per comprare fumetti a scatola chiusa, né per altro l'abitudine di comprare al volo, solo perché attirato dalla copertina. Leggo volentieri i manga ( a proposito, potremmo davvero chiamarli “fumetti giapponesi”, esattamente come esistono i fumetti francesi, invece che relegarli nel recinto dei termini esotici!) ma li compro e li assaporo comunque raramente. Va da sé, che se siete di chi è convinto che il fumetto orientale sia inferiore e ridicolo per principio perché non imita l'assoluto (ir)realismo degli universi Marvel e Dc Comics, potete anche sgombrare, passate a leggere altro. Altrimenti, Il Mastino e Altre Storie è un buon libro.

Gou Tanabe ha scelto per questa raccolta di storie strettamente fedeli ai racconti di Lovecraft tre episodi piuttosto iconici: il Tempio, il Mastino (in Italia noto come Il Cane) e La Città senza Nome.

lunedì 4 gennaio 2016

La Signora del Lago di Andrzej Sapkowski, o come il Fantasy nell'Est Europa lo sanno scrivere


La Torre della Rondine si concludeva con l'autentica protagonista della saga, Ciri, la Fiamma di Cintra, in fuga dal cacciatore Leo Bonhart attraverso il portale di Tor Zirael. Un elfo intento a suonare un'allegra melodia accoglieva infatti una stranita Ciri all'arrivo, ingannando il lettore con la speranza che la sfortunata striga avesse incontrato un amico.
Se fossimo nel mondo di Tolkien, sarebbe probabilmente così, ma vivendo nel mondo di Sapkowski, Ciri scopre presto che la società di elfi che vive al di là del portale desidera solo tenerla prigioniera per avere da lei un figlio e permettere a questa razza di salvarsi dal non-luogo in cui sono esiliati. Più simili ad alieni che agli elfi tolkeniani, chiamano Ciri La Signora del Lago, e lasciano a intendere che non se ne andrà mai via di lì, se non incinta. Un suo figlio magico è l'unico lasciapassare permesso. Ma grazie alla magia instabile del mondo in cui è arrivata, Ciri progetta presto una fuga per suo conto...

Con l'arciera Milva, la prosperosa Angouleme, il rinnegato Cahir e il vampiro Regis, Geralt ormai dispone di una vera Compagnia Brancaleone, che nell'accompagnarlo alla ricerca di Ciri giunge al regno di Toussaint. Tanto piccolo quanto ignorato da tutti, Toussaint ricorda una provincia francese stereotipata, dove cavalieri erranti cacciano mostri tra filari di vigneti e dove ogni parola sembra richiedere perifrasi e cerimoniale normalmente sufficiente per un'incoronazione.
Stanco, malato e bloccato sia dall'inverno che dall'indecisione, Geralt decide di restare per un po' a Toussaint, ma come con La Signora del Lago di Ciri, è in realtà una prigionia dorata...

Intanto, la guerra espansionistica di Nilfgaard raggiunge il suo parossismo, mentre ogni genere di uomo, nano, elfo, mezzuomo e mercenario si getta nella mischia. 
Temeria e Redania adunano le loro forze, L'Imperatore si prepara allo scontro decisivo: per il popolino stesso questa sarà la guerra che terminerà tutte le guerre. Illusione sia storica che fantasy...

In occasione del Lucca Comics&Games del 2015 ho guardato molte interviste a Sapkowski, dove il baffuto polacco raccontava la genesi del suo personaggio, Geralt, dall'idea di una soluzione capitalista a come risolvere il vecchio problema delle fiabe: uccidere il mostro, orco o drago che sia. La soluzione realistica sarebbe stata, punzecchiava, pagare un professionistaCioè, uno witcher, uno strigo, un cacciatore di taglie a livello due punto zero. Geralt, appunto.
Inoltre, dopo quest'aneddoto, Sapkowski chiariva sempre come de La Signora del Lago non ricordasse assolutamente nulla. Non ricordava nulla della trama, dei personaggi, del tema. Certo, aveva ben presente il mondo di Geralt e si mostrava felice delle royalties garantite dalle vendite e dai videogiochi, ma chiariva bene come Geralt fosse una sua creazione del passato. In effetti, è innegabile: La Signora del Lago fu pubblicato appena nel 1999 e solo ora, nel 2015, possiamo leggerlo in italiano. Dopotutto, non dovremmo nemmeno lamentarci; la nostra editoria, assieme a quella spagnola è l'unica in assoluto ad aver tradotto il Maestro. Gli inglesi devono accontentarsi di una traduzione – piuttosto mediocre – delle raccolte di novelle. Possiamo andarne giustamente orgogliosi, per una volta. Probabilmente, nell'asfittico panorama delle grandi case editrici, l'epopea di Sapkowski è tra le poche davvero meritevoli di lettura, scogli di sangue e spade nel mare di Young Adult. Tuttavia, resta pur sempre il fatto che il libro che in questo momento tengo in mano fu pubblicato appena nel 1999 e bisognerebbe anche contestualizzarlo in quegli anni. In tal senso, le lamentele di già visto, o certi piagnucolii che parlano di ingenuità narrativa non dovrebbero davvero avere luogo.

lunedì 28 dicembre 2015

Un Anello per leggerli, un Anello per guardarli, un Anello per giocarli.


Alcune volte, quando si legge un libro che si ha già letto o di cui si è già visto il film, è difficile sottrarsi dal fare paragoni. A comparare l'immagine mentale dei personaggi con l'immagine filmica, teatrale, o fumettistica. A chiedersi inoltre se i due personaggi, il protagonista del film e il protagonista del libro, siano diventati un tutt'uno, o siano ancora ben marcati.

E' ovvio che più il film sa riassumere l'essenza del libro, più i contorni si sfumano e confondono. 
Di rado un brutto film cancella la bella esperienza del libro da cui è tratto. Qualche attore può restare “incastrato” nella sostanza cartacea, narrativa del libro, un volto, un'espressione, una scena... Ma è raro si rimuova interamente il ricordo della precedente lettura.

Mi pongo questi quesiti, perchè nel caso del Signore degli Anelli la questione è incredibilmente complessa. Non c'è dubbio al riguardo, a dispetto de Lo Hobbit, la trilogia di Jackson riassume con incredibile fedeltà la vicenda di tutti e tre i libri, specie se li si guarda con il coadiuvante dell'edizione estesa. Jackson (assieme all'indispensabile, per sua stessa confessione, aiuto della moglie sceneggiatrice) ha saputo cogliere le parole e i discorsi più rappresentativi di tutti e tre i capitoli, rivitalizzando nel contempo alcune scene sbiadite nel libro e tagliando alcuni dettagli sgradevoli, come i deliri sulla purezza del sangue numeroano.
Mentre rileggo Il Signore degli Anelli, non posso perciò esimermi da un continuo confronto mentale tra le scene dei film e dei libri, e in alcuni casi addirittura dei videogiochi.
Alcuni volti restano, altri vedono il ritorno del re di come li immaginavo una volta.
In primis, a suo tempo avevo terminato la lettura del Signore degli Anelli in tempo per la visione al cinema del Ritorno del Re. Dunque la terza parte rimane per me incorrotta dalla celluloide e i personaggi, da Faramir, a Denethor, alle lande di Mordor, rimangono molto diversi dalla versione filmica.
Diversi non vuol dire migliori: per me Faramir era uno smilzo uomo vestito alla Robin Hood e Mordor una terra industriale, una wasteland di crateri e pozzi che non sfigurerebbe nelle Fiandre della Prima Guerra Mondiale.
Frammenti della Compagnia dell'Anello e delle Due Torri rimangono “estranee” al film e pertanto nella mia mente vedono un grottesco cambio d'abiti: il Frodo pre film sostituisce nella pausa sulle Tumulilande il Frodo post-film ed è un po' come vedere delle controfigure darsi il cambio su una scena. Sono sicuro vi sarà capitato questo genere di confusione. E' anche il motivo per cui tutta la prima parte nella Contea fino a Brea riveste per me tanto interesse. E sempre per restare nei Decumani, aver tagliato il ruolo di Saruman e dei furfanti nel devastare la Contea è stato un grave errore: nel libro chiude perfettamente il tradimento finale a Frodo, con il richiamo omerico all'Odissea. Ulisse s'illude d'aver terminato le sue imprese, ma sorpresa delle sorprese la sua casa è invasa dai (porci) Proci e non resta che un sanguinoso massacro. Ugualmente, la terra natale dei quattro hobbit è una landa distrutta e violata da (porci) Furfanti e non resta che una sanguinosa battaglia.
Alcuni volti s'intestardiscono e rimangono: Samvise Gamgee per me sarà sempre Sean Astin, così come Viggo Mortensen Aragorn, Sean Bean Boromir e Ian McKellen Gandalf. Già il personaggio di Gimli è un diverso discorso, perchè viene ridotto a macchietta nelle Due Torri, meccanismo comico che manca totalmente nel libro in cui la sua amicizia con Legolas mantiene invece un peso di tutto rispetto.
Sempre a questo proposito, è un vero peccato che si sia persa la storia d'amore tra Faramir ed Eowin, nonostante nel libro alla fine la sminuisse, perchè di fatto la relegava nel suo ruolo “naturale” (per Tolkien) chiarendo la fine dell'anomalia della guerriera femmina (di nuovo, per Tolkien).
Infine, Gollum resta Gollum. Inclassificabile, sia su carta che su schermo.

lunedì 21 dicembre 2015

A spasso per la Contea: birra, funghi e Tom Bombadil


Non ho idea se, come il sottoscritto, amate tenere un certo numero di libri a portata di mano sul tavolo o sul comodino per poterli consultare o sfogliare in quei momenti della giornata in cui siete preda della noia, dell'indecisione o di entrambe le cose. Sfogliare un libro e leggerne stralci a caso è uno dei più soddisfacenti diritti del lettore.
Ultimamente sono tornato a rileggere Il Signore degli Anelli e dopo essermi accorto di aver letto di fila diversi capitoli delle Due Torri ho deciso che era tempo di una sana rilettura.
Al momento il mio entusiasmo si è perso da qualche parte nel capitolo di Frodo e Sam sulle paludi, ma per amore della brevità concentreremo l'attenzione di questo articolo sulla Compagnia dell'Anello, dal compleanno di Bilbo all'arrivo a Gran Burrone.
Cito i passi dall'edizione in mio possesso, la Bompiani del duemila a cura di Quirino Principe e con l'introduzione di Elemire Zolla. Ignoro se sia mutato qualcosa nei termini delle edizioni più recenti. So ad esempio che ne Lo Hobbit cambiano spesso il nome dei Vagabondi, che diventano alle volte Troll, Uomini Neri e così via... Ma non so molto della filologia tolkeniana in Italia e dunque se c'è un esperto tra i lettori, raccontatemi pure come sono mutati nel tempo le traduzioni di nomi e personaggi.

Spesso, rileggendo fantasy che nell'infanzia trovavo avvincenti, rimango deluso.
Nel caso di Tolkien non ne ho mai veramente abbandonato la lettura e devo ammettere che come lo trovavo eccellente a undici anni, lo trovo altrettanto a ventitré: il flusso di pensieri, dialoghi e ambientazioni scorre senza mostrare minimamente la sua età, anzi arricchendosi a ogni rilettura di ulteriori strati di storia, miti e canzoni. La solidità del worldbuilding del professore di Oxford resta davvero solida, a dir poco maniacale persino nella sua opera meno lirica (se comparata al Silmarillion...).
Il gergo di elfi, nani e hobbit suona naturale e l'unica sbavatura è tra gli umani di sangue reale, come Aragorn, i cui scambi di parole oscillano pericolosamente tra l'epica e il ridicolo, specie quando elencano per mezza pagina, senza un istante per tirare il fiato titoli nobiliari, alberi genealogici e nomi guerrieri. Inoltre l'insistere sulla purezza di sangue dei Dunedain, per quanto comprensibile nell'ambito della mitologia medievale cui si fa riferimento, è decisamente malsana.
Discorso (musica?) diversa per le canzoni, che odiatissime quando le leggevo da bambino le trovo oggi uno degli inserti più interessanti, che avevo colpevolmente trascurato. Almeno nella Compagnia dell'Anello si può notare come gli argomenti prevalenti, persino tra i borghesi hobbit, siano malinconia e rimpianto: si parte con le prime strofe in cui si descrive un'elegiaca felicità, legata a una donna, un paesaggio, la vita quotidiana, per poi stravolgerla nell'avventura o nella tragedia di un male che proviene da fuori. Nelle ultime strofe, ci si riallaccia così alla felicità iniziale, ora rimpianta: l'Era degli Uomini non nasce per un rinnovato vigore della razza umana, ma per il decadere inarrestabile di ogni razza che lentamente scompare nelle brume del tempo.
Un'Era di trapasso, una vittoria di Pirro. Almeno così l'ho intesa dalla rilettura del primo libro: non sono gli uomini a farsi grandi, ma elfi e nani a farsi “piccoli”.
Lo stile di scrittura di Tolkien resta comunque diverse spanne (uso le unità di misura britanniche, considerando l'argomento...) sopra la media sia dei suoi contemporanei che dei nostri: basti confrontare l'orrido stile di Lewis alla finezza di Tolkien, per accorgersi del confronto.
Moorcock stesso, nel sopravvalutato manifesto Epic Pooh, ammette che Tolkien è quantomeno superiore al tono legnoso di Lewis, criticandolo comunque per il suo tono sdolcinato e al fondo paternalista, un provinciale inglese.
Consiglierei la lettura del manifesto, perché se ne parla spesso senza averne davvero cognizione: non c'è infatti quella distruzione del professore di Oxford che tanto diverte i Tolkien haters, ma al contrario un'analisi a tutto tondo molto più vasta ed estesa di quanto si possa supporre.

Il Cavaliere Nero, di John Howe. 

martedì 15 dicembre 2015

Laureato!


Nelle ultime settimane avevo deciso di sospendere momentaneamente gli articoli in lavorazione sul blog, dopo aver finalmente ricevuto la data della mia laurea triennale. Lunedì, dopo alcune terribili ore d'ansia mi sono finalmente laureato e considerando che ho nel frattempo completato un corso di primo soccorso, l'appellativo di “Dottore” per quanto ridicolo suona comunque bene.

Cos'ho imparato dalla mia tesi triennale di storia?

Un indizio sull'argomento (e il periodo storico) della Tesi ;)