lunedì 7 settembre 2015

Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, di Mike Davis


Prima di accennare al libro in questione, sono necessarie delle minime cognizioni di climatologia.
Mi scuso con gli esperti, perché sono sicuro che in quanto sto per scrivere vi sono se non delle sciocchezze, degli errori dovuti alla mia ignoranza nel campo.

Mike Davis analizza lo sviluppo di una siccità simultanea nel globo, causata dalla natura attraverso il fenomeno di “El Nino” e dall'Imperialismo occidentale attraverso i dogmi del Libero Mercato applicati in tempi di carestia sia in Africa, che in India, che in Cina, che in Brasile. 
Nello specifico questi periodi di carestia presi in esame vanno dal 1876-79 e dal 1899 al 1902
Le colonie risultano l'India Britannica, le Filippine, alcune porzioni dell'Africa, il Vietnam francese e il Brasile economicamente “schiavo” dei banchieri londinesi.
Davis inoltre, analizza la conquista sia inglese che francese esercitata verso l'Africa piegata in ginocchio dalle carestie, e l'atteggiamento della Cina drogata dalla corruzione occidentale e dall'oppio esportato dai narcotrafficanti vittoriani.
In tutti questi casi, c'è un fenomeno naturale che si fonde con un atteggiamento politico liberale per causare quanto Davis ritiene un vero e proprio olocausto verso le fasce più povere della popolazione.

Il fenomeno di El Nino prevede un riscaldamento dell'Oceano equatoriale, che assieme agli alisei funziona da enorme caldaia che smuove radicalmente di posto i sistemi climatici tropicali. 
Per un breve periodo di anni, il Nino a tutti gli effetti getta da una parte all'altra i climi d'interi continenti, ridistribuendoli radicalmente. Nel periodo di devastante siccità del 1876, vaste regioni asiatiche, africane e sudamericane teleconnesse da El Nino subirono un caldo del tutto anomalo.
Chiunque conosca un minimo la geografia dell'India saprà dell'importante ruolo svolto dalla stagione dei monsoni. Niente piogge, niente raccolti. El Nino elimina totalmente i monsoni, rimpiazzandoli con un cielo azzurro quanto la disperazione dei coltivatori. Ancor più grave, nel caso del 1876 la siccità continuò imperterrita senza interruzioni per due anni interi annientando intere fasce della popolazione. Nel frattempo, l'azione di El Nino garantiva piogge abbondanti e un ottimo raccolto in regioni solitamente riarse dell'America del Nord (!).

Nel 1877, mentre El Nino preparava la più devastante siccità che non fosse mai avvenuta in oltre duecento anni, Vittoria era incoronata Regina delle Indie a Bombay.
La rapidità con cui l'intero continente era stato inserito a forza nel sistema mondiale di trasporti&traffici inglese aveva un che' di stupefacente.
Grazie alla manodopera dei coolies indiani, l'uomo bianco aveva steso oltre 20000 miglia di telegrafo, costruito moderne strade ferrate all'europea, insediato la giustizia britannica, steso ponti laddove non c'era che natura selvaggia e ovunque promosso piantagioni intensive per l'esportazione.
Le ferrovie, costruite nel giro di un decennio, coprivano una buona porzione del continente, con 9000 miglia abbondanti di traversine e locomotive scintillanti.

Eppure, la missione civilizzatrice era distorta dalla fame di denaro delle banche e dei mercati londinesi. Una serie d'imprevedibili conseguenze scaturivano dalla modernizzazione indiana.

Le piantagioni di cotone, ad esempio nel Deccan, avevano sostituito le coltivazioni tradizionali di sussistenza, al punto che c'era carenza di cibo ancor prima della venuta di El Nino. La guerra civile americana aveva creato un'improvvisa necessità di cotone, che fino a quel momento era fornito dalle ricche piantagioni negriere del sud degli Stati Uniti. Il mercato globale aveva risposto con cotone egiziano, cinese e sopratutto indiano. Nel momento in cui la guerra finì, questi mercati finirono in bancarotta: l'Egitto non poteva più pagare i suoi debiti con le potenze europee e il contadino del Deccan divenne un contadino povero.

Il ricordo del Grande Ammutinamento a metà secolo era ancora vivo nella mente sia dei colonizzatori che dei colonizzati. Mentre i libri di storia persistono a definirlo il primo fermento di ribellione del popolo indiano, in realtà l'Ammutinamento era il canto del cigno della casta guerriera – una guerra, per così dire, nel nome dell'Ancient Regime indiano. La repressione fu brutale, persino per gli standard inglesi. I prigionieri erano legati ai cannoni e fatti esplodere in nuvole di frattaglie, interi villaggi di contadini vennero impiccati a mo' di rappresaglia. 
La tolleranza della Compagnia delle Indie, che mirava nel Settecento a conciliare tradizione occidentale e orientale, attraverso la figura del monarca illuminato comune a entrambi i popoli, scomparve. L'indologia ridivenne un hobby per appassionati, alla collaborazione con le caste subentrò un razzismo scientifico nel migliore dei casi paternalista. Per la nobiltà inglese, l'Ammutinamento aveva dimostrato l'immaturità del popolo indiano. L'indiano non era più un uomo da “civilizzare”, ma un pigro selvaggio da spremere fino all'ultima goccia. A tutti gli effetti, negli scritti successivi all'Ammutinamento, si avverte negli inglesi in India un handicap psicologico, la paura di un nuovo tradimento dei propri “servi”.

Con il passaggio dell'India alla Corona, la semplificazione amministrativa mirò a obbedire al Liberalismo selvaggio dei mercanti, più che al colonialismo positivista. I villaggi avevano tradizionalmente ampie riserve di grano da utilizzarsi in caso di carestia. Gli inglesi eliminarono queste riserve, preferendo sostituirle con risparmi monetari. 
Si recintarono le foreste, ora di proprietà di Vittoria, ma nella tradizione indù territorio comunitario per i contadini che ne ricavano legna da ardere e piccola selvaggina. Di conseguenza il contadino medio aveva sì del denaro, ma doveva usarlo per acquistare o legna, o grano (entrambi soggetti alle fluttuazioni del mercato!).

Il positivismo inglese privilegiava le ferrovie (e come dargli torto?). 
I territori aridi dell'entroterra indiano, tuttavia, avrebbero avuto bisogno più dell'irrigazione che del vapore. Nel settecento, come in Cina, i vari principati indù avevano creato una complicata rete di canali, serbatoi e recipienti per l'acqua piovana. Il sistema garantiva sempre una costante riserva di acqua. Manco a dirlo, nel 1877 grazie al disinteresse inglese verso tutto ciò che era “indiano”, il sistema era decaduto fino a diventare largamente inutile. L'acqua veniva persa, o avvelenata. Gli agricoltori giunsero a dipendere totalmente dai monsoni.

Strade moderne, ferrovie e telegrafi acuirono inoltre le fluttuazioni del prezzo del grano. Anziché regolarsi sulle necessità dei singoli villaggi, come nel Settecento, gli inglesi imponevano con la forza i prezzi altissimi stabiliti dal “libero” mercato: i contadini se volevano comprarlo, dovevano lavorare di più. Il paragone di Davis delle ferrovie come “volano dei prezzi” rende bene l'idea.



martedì 1 settembre 2015

Il piccolo mondo provinciale della Rowling: rileggendo Harry Potter e il calice di fuoco


Lo scorso agosto mi sono divertito a rileggere nel tempo libero la saga di Harry Potter. L'anno passato avevo recensito il primo volume, La pietra filosofale; quest'anno ho scelto di saltare fino al volume da molti considerato il migliore: Harry Potter e il calice di fuoco.

Possiamo levarci fin d'ora alcuni sassolini dalla scarpa ammettendo che sì, la Rowling come scrittrice in alcune cose è indubbiamente brava.
Innanzitutto, Il calice di fuoco è strutturato fin dall'inizio con un'outline progettata con accuratezza.
L'azione si sussegue senza sosta, collegando i paragrafi con uno scoppio di fuochi d'artificio di novità, sorprese e battute umoristiche. E' davvero raro incontrare una pagina che si avverta superflua rispetto alla trama, o di tentennare di fronte a un dialogo chiaramente inutile.
Tranne che nell'ultimo capitolo finale, quando la Rowling sente l'insopprimibile istinto di dover “tirare le fila”, di rado ci si annoia.
Secondariamente, pochi recensori hanno mai osservato il grande senso dell'umorismo, abilmente mimetizzato in sottofondo. 
Ron Weasley, in particolare, funziona come una macchietta comica alla Stanlio&Ollio, o se preferite come Watson con Sherlock Holmes.
Se c'è bisogno di mostrare il cervello fino di Harry, la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se c'è bisogno di mostrare un comportamento adolescenziale e immaturo, la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se c'è bisogno di mostrare il razzismo nel mondo dei maghi (es. gli elfi domestici), la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se c'è bisogno che qualcuno faccia qualcosa di buffo, o di disastroso (le due cose spesso coincidono), quello sarà Ron.
Manca davvero che Harry a un certo punto s'infili in bocca la pipa e declami “Magicamente elementare, mio caro Ron”, perchè il paragone con Arthur Conan Doyle si completi.
A questo proposito, è interessante notare che, come Sherlock è un asociale che non comprende il mondo quotidiano (ruolo a cui assolve Watson, con il suo atteggiamento terra-terra) allo stesso modo Harry Potter deve sempre riferirsi a Ron per comprendere il mondo dei maghi, a lui estraneo.
Il mondo “normale” di Ron è invece un mondo multiforme e cangiante per Harry, che ancora dopo tre libri si meraviglia per le bizzarrie dei normali maghi. In questo, Ron svolge il ruolo dell'uomo comune che guida il “genio” a disagio con le cose di ogni giorno. O se preferite, Harry è l'aristocratico inglese che non sa inserirsi nel mondo borghese, mentre Ron è il fedele servitore che sa ordinare cibo&birra alla locanda e chiamare la carrozza. Questo è il genere di paragone che viene solitamente evocato nella relazione tra Frodo e Sam; con i dovuti distinguo funziona bene anche passando dal mondo di Tolkien al mondo della Rowling. Comune anglofilia...
Di sfuggita, possiamo anche notare che Neville Paciock funziona in questo punto della saga come pura caricatura di Ron: errori e goffezza che sono presenti nel primo, appaiono moltiplicati nel secondo. Va da sé che l'unico scopo di queste scene è far progredire il vero eroe, cioè Harry.
Bisogna tuttavia ammettere che la trama è strutturata davvero bene. Ogni nodo narrativo, e ogni colpo di scena lo si passa al pettine nel convulso finale, e c'è una buona alternanza tra scene umoristiche e scene d'azione. Certo, nulla di straordinario, il peggiore Jeffery Deaver saprebbe offrirvi un finale a sorpresa dieci volte più complesso.
Resta però, che nell'attenuante dei libri precedenti, e dell'etichetta di “letteratura per l'infanzia” (1), la sceneggiatura architettata dalla Rowling è notevole.
L'evento della Coppa del Mondo, ad esempio, prevede una sequela di eventi l'uno più incredibile dell'altro: la tensione cresce già all'arrivo del primo gufo a casa Vernon, per svilupparsi a casa Weasley, per “scoppiare” nell'imprevisto assalto dei Mangiamorte, a cui fa seguito il confuso inseguimento nel bosco.
Il torneo Tremaghi, dal suo canto, determina l'intero andamento del romanzo: vi sono picchi di tensione nei capitoli dedicati alle tre prove, e una cauta costruzione dell'ansia e della paura di Harry Potter nei capitoli d'intermezzo. A questo proposito, le magie della Rowling sono un utile asso nella manica: non avendo mai descritto il principio di funzionamento della magia, può inventarsi le più strambe corbellerie, e usarle per riempire quei piccoli paragrafi di collegamento altrimenti noiosi.
A tutti gli effetti, il romanzo ha un andamento sinusoide, che serpeggia su e giù a seconda che Harry sia in pericolo o meno.

In origine la copertina italiana del 1998 per Harry Potter e la pietra filosofale non aveva né gli occhiali, né la saetta!
Si cercò di rimediare all'(o)errore in tutta fretta...

venerdì 21 agosto 2015

I romanzi di Age of Sigmar


Il Caos ha trionfato, l'apocalisse si è compiuta. Il Vecchio Mondo si è consumato in un'orgia d'insensata distruzione, prima di frammentarsi in otto diversi reami, nient'altro che balocchi per i prescelti di Khorne, Nurgle e Tzeench. Le tribù imbarbarite di quanti erano un tempo fiere nazioni civilizzate fuggono dai mastini caotici, inseguiti e braccati come animali.

Sigmar, sconfitto e annichilito sceglie di voltare le spalle ai regni mortali. E' la fine dell'Era del Mito. Umani, elfi e nani vengono sottoposti a genocidio dalle potenze caotiche.
Ora, dopo secoli e secoli di oppressione, Sigmar è tornato. Dalle forge celestiali del suo mondo ha creato martelli e armature della più resistente della leghe, destinati alle più coraggiose anime che si sono battute nel suo nome. Questa armata di reincarnati, questi Sigmariti celestiali, saranno lo strumento della vendetta e della liberazione degli otto mondi che una volta dominava.

L'Era dei Miti è finita. L'Era di Sigmar è iniziata.

Un tempo, Vandus Hammerhand era un umano, nel Vecchio Mondo. Prima di morire combattendo. Prima di vedere la sua intera tribù trucidata dai servitori dell'Oscurità. La sua anima venne richiamata da Sigmar, e riforgiata nel fuoco dei suoi mondi. Dopo secoli di attesa, finalmente guida il primo esercito di Sigmariti che abbia messo piede sui mondi mortali. Deve riaprire i Cancelli di Azyr, permettendo una breccia extratemporale che permetta alle forze di Sigmar di fare ritorno.

Khorgos Khul era il prescelto di Khorne. Dopo secoli di combattimenti, regna sul suo mondo come un re annoiato dall'alto del suo trono. Chiunque gli si opponesse è stato sconfitto, e sulle piane distese di cenere ha eretto una colossale piramide di teschi nel nome di Khorne. Gli manca un solo teschio per terminare la raccolta, e così ascendere al rango di Principe Demone. Il teschio di un guerriero valoroso... ma non ce ne sono più. Vaga con il suo esercito alla ricerca di combattimenti onorevoli, quando incontra dei strani cancelli, e un'altrettanto strana armata...

Lo scontro ha inizio.

Martelli! Martelli ovunque!

lunedì 17 agosto 2015

I Stranimondi di Dagon (Kickstarter)


Volevo tornare a segnalare progetti interessanti su Kickstarter, cercando in particolare d'avere un occhio di riguardo per i progetti italiani. Nel nostro caso parleremo oggi di Dagon, di Paolo Gaudio e di Stranimondi, di Zona 42.
Dal 16 giugno 2015, Kickstarter ha reso possibile presentare i propri progetti direttamente sul sito, senza il necessario intermediario di un'azienda sul suolo americano. Auspicabilmente, vedremo così finalmente sparire tanti publisher fantoccio che in tutta Europa venivano sfruttati per poter usufruire di Kickstarter (e del suo vasto bacino di utenti, nemmeno lontanamente paragonabile a quello stagno che sono Ulule, Indiegogo, Eppela, ecc). La Monolith, ad esempio, il cui Conan ha raggiunto a febbraio la sciocchezzuola di tre milioni di dollari, aveva dovuto creare un publisher statunitense finto per poter proporre il progetto e raccogliere i sudati money. Il che ha creato numerosi problemi dal punto di vista legislativo e burocratico, non ultimo per il semplice fatto che l'azienda di riferimento non era che una scatola di fogli senza veri uffici e personale!
Man mano che Kickstarter si allarga alle principali contrade europee vedremo finalmente sparire il ricorso a questi mezzucci, e contemporaneamente vedremo più progetti, più concorrenza, più offerte. Tutte cose che tradizionalmente fanno bene al mercato. A riprova della demenza dei giornalisti italiani, l'entrata di Kickstarter in Italia è stata presentata come la fine dei “piccoli” progetti che senza l'ombrello “accogliente” delle diverse piattaforme non potranno più nemmeno raccogliere quei pochi spicci che raggiungevano normalmente. Premessa, che a voler fare il darwinista sociale, progetti tanto minuscoli e tanto modesti meriterebbero sì di sparire; ma anche così si trascura che Kickstarter ha un bacino di possibili “compratori” di gran lunga maggiore di tutti i suoi concorrenti messi assieme. I progetti italiani che normalmente raccoglierebbero, mettiamo, 500 euro, ora con Kickstarter hanno la possibilità di raddoppiare quella cifra, triplicarla: molto banalmente perché il mercato cui si rivolgono non è più un mare chiuso, ma un oceano.

martedì 4 agosto 2015

1939 (racconto)


In questo periodo sto cercando di scrivere duemila parole al giorno per completare alcuni racconti lunghi, e mettendo a posto l'hard disk sono incappato in questo racconto trash/pulp scritto un annetto fa.
L'avevo mandato a un concorso in cui se ricordo bene occorreva ambientare l'intera vicenda nella stanza di un albergo, senza sfociare le 5000 parole o giù di lì. Il titolo del racconto doveva anche essere il nome della stanza. Un'idea originale, peccato sia stata abbandonata a sé stessa...
Nel mio caso, ho barato facendo sì che il numero della stanza corrispondesse all'anno in cui la vicenda è ambientata. Mi verrebbe da definirlo un racconto pulp (nazisti, donne naziste, Brasile, magia, donne naziste...) ma questo giudizio lo lascio a voi commentatori :-D

1939


Artista Earl Norem.

Kora colse con un'occhiata la forma della stanza, un ovale foderato con lunghe, bianche strisce di legno di acero invecchiato. Il colore chiarissimo ricordava una pelle invecchiata, lasciava aperti ampi squarci di intonaco rosso.
Il garzone, ragazzo esile dal torace scosso da spasmi di tisi, rovesciò sul letto l'ampia valigia di pelle. Accennò un inchino, protrasse infine la mano per una mancia.
Kora gli chiuse la porta in faccia, girò la chiave senza guardarlo.
Si stiracchiò le braccia intirizzite dalla pioggia lì fuori, poi afferrò la valigia e la sistemò sul letto. Con due giri di chiave, fece scattare la serratura. Velluto e colletto di tre camicie, cappellino, gonna lunga, gonna corta. Spazzolino, una capsula di cianuro. Passaporto timbrato dall'Asse. Una Luger oliata, che svolse dal panno rosso. Una cassetta in piombo, venti centimetri per venti, sigillata. Infilò la chiave che teneva appesa al collo. All'interno, un'ampolla di cristallo tanto minuscola da stare nel palmo di una mano. Girò l'interruttore, accese l'abat jour. Sottili filamenti di coriandoli dorati avvolgevano un nucleo pulsante di nero ossidiana. Bollicine salivano dal basso dell'ampolla assediando il tappo fuso nella ceralacca.
“Perché no? Perché a lui? Un goccio, nient'altro.”
Imballò nuovamente l'ampolla, seppellì la valigetta metallica sotto il materasso. Controllò che la pistola fosse carica, prima d'infilarla nel secondo cassetto del comodino. Strapazzò la brochure dell'Hotel poggiata sul letto.
“Accidenti. Gestori tedeschi. Dall'Austria. Dei miei compatrioti, insomma. Emigrati in questo buco del culo chiamato Brasile.”
Masticò qualche biscotto secco preso dalla borsa.
“Per una volta, potrei rischiare un pasto pubblico. Quei due segugi stelle e strisce si saranno stancati, con questa pioggia...”
Lenzuola pulite, cuscino morbido. Sulla radio, solo cicalecci confusi.
Si addormentò alla terza sigaretta.

Freddo gelo in testa. Aprì gli occhi. Il buco nero di una rivoltella puntato alla fronte. Impugnato dal braccio nervoso di un trench imperlato di pioggia. Un odore acre di sudore, tabacco e cuoio bagnato aleggiava nell'aria.

- Che vuoi? – Domandò la donna, tentando di voltare la testa verso l'abat jour spento. Verso il comodino e il secondo cassetto.

“Una distrazione, nient'altro. E li secco in due secondi.”

- Che vogliamo piuttosto, signorina! -

Un secondo trench uscì dall'ombra, giocherellando con la fiamma di un accendino. L'uomo poggiò il cappello in feltro sul comodino, prima di sedersi sull'unica sedia dell'appartamento. Pescò un mozzicone di sigaretta dalla tasca, cominciò a masticarlo spento, prima di risputarne i resti sulla faccia di Kora.

- Agenti Pinkerton, suppongo – Sospirò la donna. - Cagnolini di pallemoscie Franklin Roosevelt -

- Supponi bene, donna. Dicci dov'è la fiala -

- La fiala di cianuro? Nella mia borsa. Con tutto il resto -

- Non quella fiala, piccola fanatica. Intendo il tesoro che avete rivenuto, l'acqua magica -

- Sei pazzo. Era una spedizione geografica, con scopi naturalistici. Nient'altro -

- Il Fuhrer ti ha mandato, stronzetta. - L'uomo estrasse una cartellina di fogli, li passò in rassegna, puntando l'indice verso continue file di cifre, di annotazioni, di timbri del Brasile.

- Avete assoldato una guida locale, venti servitori, tende e munizioni sufficienti per conquistare un impero azteco. Al ritorno, avete eliminato uno dopo l'altro guida e servitori. Li abbiamo trovati in fosse comuni scavate alla meglio, un proiettile a testa –

- Fatalità, americano. Bruti senza cervello. Muscoli al soldo. – La donna scrollò le spalle – Abbiamo sprecato un bel po' di munizioni, questo sì, che è uno spreco -

- Ma non li avete eliminati tutti, dì la verità. Non è così, forse? Ne abbiamo trovato ancora uno, delirante ma vivo -

Kora digrignò i denti e l'agente con la pistola puntata oscillò da un piede all'altro, nervoso.

- Delirante, ti ricordo. Delirante! - Soffiò la donna in un sussurro.

L'uomo si accese un secondo mozzicone, che stavolta consumò sovrappensiero.
– Ma non al punto da dimenticare quanto aveva passato – La faccia dell'agente s'illuminò di meraviglia – La fontana della giovinezza, non è così? Avete trovato la mitica fontana che tanto narrano le leggende dei conquistadores! Disseccata, ma ancora con un tenue flusso di goccioline. Che avete prontamente raccolto, fino a estinguere la sorgente alla foce. –

- Il Fuhrer desidera la vita eterna e noi assecondiamo il suo desiderio – acconsentì la donna – A ogni modo – Guardò verso l'armadio, spalancato. File di appendini erano state distrutte, calpestate. Avevano sventrato la valigia dalla manopola al fondo, insozzando il pavimento di biancheria e dentifricio. "Possibile che non abbiano ancora frugato nel materasso?" - Non avete ancora menzionato il sacerdote -

- Non... Stai mentendo, puttanella! -

- Il sacerdote azteco. Forse quell'indios subumano che avete interrogato è spirato prima che potesse raccontarvelo -

L'agente Pinkerton sollevò plateale un sopracciglio.

- Stai mentendo per salvarti la vita, non è così? -

Kora rise secca, la pistola ondeggiò sulla sua fronte bianca.

- Andiamo; pensate davvero che gli aztechi avrebbero mai lasciato qualcosa di così sacro, di così meraviglioso, incustodito? C'era un guardiano, ovviamente. Un vecchio sacerdote demente, l'ultima biascicante eredità di generazioni su generazioni corrotte nel sangue. Gli sparai in testa e il suo sangue nerastro mi sporcò le mani, scese gocciolando nella fontana. -

- Stai dicendo che in quella fiala c'è acqua e sangue? Che... –

- Sto dicendo che dovremmo prima testarla. Se come progettano i nostri scienziati agisce sulle singole cellule, è possibile che sangue vecchio e malato possa avere effetti... ecco... Indesiderati –

- Una montatura. Ci vuoi semplicemente dissuadere dal nostro obiettivo. –

- Se lo dici tu, bello. Il rischio è tutto vostro... –

L'uomo calpestò al suolo un terzo mozzicone, poi annuì all'agente silenzioso.

- D'accordo, non vuole dirci dov'è. Stupidamente prevedibile. John per favore, convinci la signorina con mezzi più... Più diretti, ecco –

L'agente silenzioso assentì, litigò goffamente con la cintura dei pantaloni continuando a tenere sotto grilletto Kora.

- Io vi ammazzo. Non so quando né come, ma siete carne morta -

- Bastano poche parole, Kora. Questione di scelta. -

Bussarono alla porta. Un mormorio soffocato, un tossicchiare convulso. Il garzone che trascinava le lenzuola. Pietrificato per un istante, l'agente chiacchierone si azzittì. Il bruto invece voltò la testa, puntò la pistola verso la porta. “Una sola parola, e se ne andrebbe immediatamente...” Kora strinse i denti, raccolse le forze per scattare come una molla sotto torsione. Non pronunciò parola.
La chiave girò nella serratura, il garzone entrò. Pistola nel cuscino, lo sparo risuonò come un educato colpo di tosse. Il garzone si fermò, fissando attonito l'inchiostro rosso che lentamente allagava lo sparato bianco della camicia. Kora rotolò come un gatto giù dal letto, afferrò dal comodino la Luger. Rimbombò uno sparo, uno sbuffo di fumo. L'omone della Pinkerton singhiozzò di dolore, la mano spappolata. Cartilagine insanguinata bagnava la moquette. La pistola dell'uomo rimbalzò a terra, scattò il grilletto nell'impatto. Il proiettile si conficcò nella spalla di Kora, che spostò la mira di qualche tacca e gli sparò una seconda volta, in testa.

- Fine della corsa, piccola – Ansimò l'agente della Pinkerton sopravvissuto. Si fronteggiarono con le pistole puntate l'uno alla testa dell'altro. Kora sentiva il proiettile nella spalla mordere la carne, mentre un lento flusso di sangue arrossava il grigio del vestito. Tremò, prima di cedere in ginocchio. Con un tonfo, le sfuggì la Luger dalle mani sempre più deboli.

- Ma guardati – Sogghignò l'agente. – Stai morendo dissanguata. Magari – Inclinò il capo – Se mi dicessi dov'è la fiala, potrei aiutarti... –

- Il materasso... –

La scatola era intatta, la fiala cullata nella paglia. Il Pinkerton la prese, guardandola da vicino, affascinato dal gioco di nero e oro del liquido nel vetro.

– Il vostro piccolo Fuhrer morirà come tutti gli esseri mortali, mia cara – proclamò trionfante.

Kora gli tirò un calcio da sotto il letto. L'uomo saltellò indietro, scivolò sulla moquette insanguinata. La fiala gli sfuggì di mano, s'infranse sul pavimento. Kora guardò perplessa l'uomo strisciare sul pavimento, lappare con la frenesia di un gatto succhia latte le poche gocce che filtravano dalla moquette. Deglutì con un gran sorriso e Kora sbottò, infastidita.

– Non eri un agente della Pinkerton, vero? –

L'uomo ridacchiò di gusto.

- Un americano, sì. Ammalato di cancro, per l'esattezza. Ma tutto il resto è vero; vi seguivo da un po'. – Si massaggiò la pancia – Sono un piccolo petroliere del sud del Texas. Secondo il mio medico non mi restava che un anno di vita. Ho fatto tutto quello che potevo, una volta giunto a sapere della vostra spedizione, Kora. Ma ora – Allargò le mani – Vivrò per sempre! –

A metà del gesto, ansimò prima di vomitare bile nerastra. Sotto l'occhio febbricitante di Kora, l'uomo tremava, si sformava come plastilina modellata da uno schizofrenico. Le guance s'incurvarono, scesero cascanti fino alle spalle prima di coprirsi di peli ispidi. Le narici del naso esplosero in un grugno di scrofa. In ginocchio, le mani s'innervarono nel muggito di sofferenza dell'uomo in un duro, resistente strato di pelle a scaglie. Dall'osso occipitale eruttò attraverso un'esplosione di visceri una lunga coda di lucertola. Gli occhi dilatati in un'espressione di orrore totale si allungarono, assunsero il colore stinto e miope delle pupille di un indios, di un sacerdote vecchio e ritardato.
“Quella fontana era inquinata!” comprese Kora “Coccodrilli, cinghiali, antilopi, indigeni: in quanti ci avranno bevuto, vomitato e pascolato?” Kora guardò quella confusa cellula di zoccoli e artigli, di scaglie verdi di coccodrilli infanti e pelle olivastra degli indigeni del luogo e per la prima volta sentì quella debolezza mortale che il Fuhrer definiva pietà.

venerdì 17 luglio 2015

Nemo: Fiume di Spettri - Annotazioni di Jess Nevins e traduzioni dal tedesco


Se in maggio vi stavate chiedendo dove fosse la traduzione delle note di Jess Nevins relative a Nemo: Fiume di Spettri, sappiate che non le stavo scrivendo per una semplicissima ragione: non sapevo fosse già uscito nella traduzione italiana! I due precedenti volumetti erano entrambi scivolati a luglio inoltrato, e davo dunque per scontato che anche questo Nemo: Fiume di Spettri avesse incontrato uguale fine. Tanto di cappello (a tuba) alla Bao Publishing per esser riuscita a mantenersi nelle scadenze. Certo, qualche pubblicità in più sull'uscita del volume non avrebbe guastato: di rado ho visto un'opera di Alan Moore maggiormente bistrattata dalle librerie e dai forum di fumetti.

Qui su Cronache Bizantine da sempre abbiamo un debole per le opere più incomprese e bistrattate del Bardo di Northampton, da Promethea alla Ballata di Halo Jones, e dunque non potevamo certo fare un'eccezione per questo magnifico Nemo: Fiume di Spettri.

Nemo: Cuore di Ghiaccio resta senza dubbio il capitolo migliore della trilogia. L'avventura tra i ghiacci di Janni e della sua ciurma regala pagina dopo pagina visioni tanto orrifiche quanto magnifiche. La mescolanza di Verne, Poe e H.P. Lovecraft fa accapponare la pelle (e non solo per il freddo...) Se confrontiamo Nemo: Cuore di Ghiaccio con Le Rose di Berlino e con Fiume di Spettri, la netta sensazione è che Cuore di Ghiaccio possedesse sostanza narrativa, oltre che visuale. C'erano romanzi, documentazione, idee che nei due volumetti che sono seguiti mancano (quasi) totalmente.

Nemo: Le Rose di Berlino proseguiva la tradizione Mooriana, inoculando in un sostrato di citazioni e idee molto ricco ulteriori livelli di complessità, sia meta-narrativi, che strutturali, che storici. Non si può dire che Nemo: Le Rose di Berlino fosse inferiore al primo volume. Le annotazioni di Jess Nevins a tratti strabordano, azzardano ipotesi, battono vie finora inesplorate. Vi ho apprezzato personaggi carismatici, come Hynkel e Maria, di Metropolis, così come alcune soluzioni visive notevoli (l'attacco aereo al cuore della Berlino “tomaniana”, nelle ultime pagine).
Tuttavia, Le Rose di Berlino prometteva d'affrontare l'argomento nazista. E non lo fa. E' questa la sua grave pecca. Hynkel e i Tomaniani agiscono nelle vignette come automi a orologeria – o a ipnosi, nel nostro caso – senza tuttavia dare mai profondità al fumetto. Un'occasione del genere nel mondo della Lega avrebbe permesso una riflessione di grande respiro sugli orrori nazifascisti, sul fascino perverso della svastica (via, della doppia x...). Al contrario, Moore sceglie uno stile che è un po' comico, un po' action, perdendo così preziose opportunità.

Nella ricezione critica, Nemo: Fiume di Spettri doveva uscire col botto, e invece è uscito col freno a mano tirato. Perchè? Non hanno certo aiutato alcune recensioni negative, che per quanto mi ritrovino d'accordo su alcune questioni, mancano sia di acume critico che di necessaria documentazione. Mi pare che l'esempio più lampante sia la critica mossa da “Evil Monkey” su Fumettologica.
Non è vero che Nemo: Fiume di Spettri è un lavoro marginale, perchè Moore cercava il fantomatico milione di parole del suo romanzo Jerusalem.” La Bibbia Mooriana è stata conclusa da un pezzo; lo confermano alcune letture, così come numerose dichiarazioni. E non è nemmeno vero che Nemo: Fiume di Spettri è stato accantonato a favore di Providence: la nuova serie lovecraftiana – di cui a proposito dovrò fare di mio pugno un sistema di annotazioni – è in lavorazione da moltissimo tempo, e non potrebbe essere altrimenti visto l'insano livello di verosimiglianza che Moore ci sta gettando dentro.
E' falso, e basterebbe leggere mezza paginetta di annotazioni di Nevins per rendersene conto, che in Nemo: Fiume di Spettri Moore lavori “di evidenziatore”. Al contrario, Nemo: Fiume di Spettri dell'intera trilogia è l'opera più chiusa e misteriosa: Nevins per la prima volta individua riferimenti a cui non sa dare spiegazione! Molte delle strizzate d'occhio Mooriane vedono addirittura spiegazioni multiple da più commentatori diversi, senza che nessuna di queste risulti determinante.
A pagina 24, nella vignetta grande, nascosto nell'angolo in alto a destra, c'è un dinosauro cavalcato da un essere umano stilizzato.
A pagina 21, nella prima vignetta c'è il Tranqilax nascosto nell'angolo in basso a destra.
A Pagina 19, quinta vignetta, l'Ecco Fatto è una citazione da Desperate Dan, fumetto inglese del 1937.
Se questo per voi è “lavorare d'evidenziatore”, allora siete o dei genii, o dei lettori superficiali. Purtroppo, considerando anche la brevità della recensione, la seconda ipotesi è quella giusta.


I nazisti/tomaniani di Nemo: Fiume di Spettri non sono gli stessi di Nemo: Le Rose di Berlino. Questo punto a molti è sfuggito. Nella Berlino di tenebra del secondo capitolo, si teme per la vita di Janni. E' un luogo pericoloso, ricco d'enigmi e passaggi segreti. I soldati di Adenoid Hynkel sono nemici reali. In Nemo: Fiume di Spettri i nazisti sono pure caricature. Sono tritacarne, bambole (termine che non sto usando a caso) da distruggere. Se gli elementi fantastici del mondo della Lega appaiono sempre inseriti in un mondo vivo e “realistico”, i nazisti sudamericani sono la prima invenzione Mooriana a sembrare “fuori posto”. Quest'effetto non è una conseguenza di una narrazione mediocre, come vorrebbero i suoi detrattori. Al contrario, rappresenta l'esplicita volontà di mostrare un'ideologia reazionaria e grottesca, che rivive solo per un artificio della tecnica: la clonazione e la robotica. Himmler e Goldfoot rappresentano un Male già vecchio in partenza, un tumore calcificato che solo attraverso una blasfema fusione d'interessi americani&tecnologia poteva sopravvivere.
Si capisce pertanto il fanatismo di riflesso di Janni Dakkar, esacerbato dall'età della protagonista:
Questo luogo rappresenta una dottrina ritenuta estinta per trent'anni. Dev'essere sterilizzato.

Janni Nemo è ormai anziana. Dai recensori, questo punto non è nemmeno stato argomentato. Abbiamo qui, circostanza a dir poco rara, una protagonista femminile che è contemporaneamente un'ottuagenaria, una guerriera, e una leader. Se mi sapete citare un altro fumetto dove la protagonista è un'anziana combattente, sarei lieto di leggerlo. Ma è piuttosto difficile da trovare. 
L'età di Janni comporta alcune conseguenze piuttosto ovvie: un cancro in divenire, smemoratezza e rigidità mentale. Ma comporta anche la saggezza di saper evitare lo scontro quando necessario, o d'evitare, grazie all'esperienza, la trappola del duello d'onore. È interessante on passant, che Ayesha (la donna bianca per eccellenza) non possa invecchiare. Il suo potere è legato al corpo, e all'aspetto giovanile. Superato l'involucro, tuttavia, non c'è più nulla: come nelle donne-robot che i tomaniani stanno costruendo.


Si potrebbe discutere se il cuore di Nemo: Fiume di Spettri siano le scene d'azione verso il termine, o le vignette grandi che mostrano i panorami fantastici del Sud America.
Sarebbero entrambe assunzioni sbagliate: il vero nocciolo del Fiume degli Spettri sono i discorsi tra Coghlan e Janni Dakkar, alla sera, tra nostalgie e contemplazioni della natura. Sono gli ultimi, significativi, addii di una guerriera che sente la Morte vicina, ma non la teme.

Le note che seguono sono tradotte dalla pagina di Jess Nevins. Se masticate l'inglese, la versione originale è ovviamente da preferire. Ho aggiunto qua e là mie considerazioni, e quando possibile, ho linkato la versione italiana del film/romanzo/personaggio storico in questione. Se vi è stata utile, considerate l'idea di linkarla a chi interessato, in modo che tutti ne possano usufruire.


lunedì 13 luglio 2015

Teocrazia e Surveillance Systems: un nesso?


A questo titolo sono necessarie due premesse particolari.

La prima premessa invita, nell'ambito dei discorsi della privacy e dei sistemi di sorveglianza, a limitare il nostro “protagonismo”. Tranne che per rari casi di grave depressione, ci consideriamo al centro dell'universo, perchè nella nostra vita d'ogni giorno vediamo quanto ci circonda dalla “nostra” prospettiva, che essendo la nostra ci appare più importante di tante altre. Ci consideriamo importanti, perchè attribuirci tanta importanza è necessaria in primis per la nostra sopravvivenza, in secondo luogo per il nostro successo nella vita. Considerarsi “importanti” spinge con forza a risolvere i nostri desideri basilari, a inseguire una vita soddisfacente e per assolvere a questa soddisfazione ci spinge a riprodurci – da cui la spinta biologica che scusa questo protagonismo. Tuttavia, se riusciamo a uscire da questa limitata prospettiva, i comuni cittadini di uno stato occidentale non hanno questa grande importanza come singoli. Possiamo magari considerare importante che i nostri messaggi su Facebook, le nostre email, le nostre foto di quand'eravamo bambini o i nostri diari segreti vengano rispettati e non vengano esposti all'occhio “pubblico” o ancor peggio all'inquisitorio sguardo delle autorità. Pur tuttavia, queste informazioni sono per noi importanti solo in virtù di un nostro protagonismo: oggettivamente, allo stato o multinazionale non interessa minimamente conoscere il nostro numero di cellulare o il nostro colore preferito.

Internet, questo luogo così sicuro <3 <3 
Queste informazioni possono risultare utili per le ricerche di mercato delle multinazionali, modulando ad hoc le pubblicità a seconda dell'utente e dei suoi possibili desideri come consumatore. Questo pericolo – questa realtà, anzi – rientra nel generale trend di vendere qualunque prodotto a qualunque consumatore, inseguendo il massimo profitto a discapito della morale dello stesso. E' così che ad esempio che chi frequenta pagine Facebook dedite alla religione cattolica, a studi pastorali e alla Bibbia - lo confermo, ahimé! dalla cronologia di molti parenti - vedrà le pubblicità modularsi su corsi di studio dei vangeli, medagliette papali e pregiate bibbie in offerta su Amazon. Ugualmente, come, procedendo in campi molto simili, chi frequenta pagine nazifasciste, xenofobe e omofobe vedrà consigliati libri, prodotti e gadget di esponenti dell'estrema destra americana. Il sistema pubblicitario s'automodella sui desideri dell'utente, ignorando dati che sarebbero teoricamente di sua privacy. Per di più, il sistema cerca di arricchirsi a discapito che una sua convinzione possa danneggiare gli altri: l'importante è sempre fare affari. 
Non c'è qui alcuna differenza dai venditori di armi da fuoco ai paesi del terzo mondo. 
Lo Zuckerberg di Facebook E' il Nicolas Cage di Lord of War.

Tuttavia, nonostante questo pericolo, la nostra importanza come singoli nel sistema statale ed economico è molto relativa. A meno che non siate star del cinema, o politici, i vostri piccoli segreti, le vostre piccole informazioni anagrafiche non interessano a nessuno. Nonostante il titolo, vorrei dunque purgare quest'articolo dai complottari di turno, dalla feccia che crede d'avere chip nel cervello e che le telecamere tallonino ogni suo passo. Non siete importanti. Non abbiamo sufficiente potere per esserlo.

La seconda premessa vuole scusarsi se alcune delle argomentazioni qui esposte feriscono le vostre convinzioni religiose. Non posso fare nulla per evitarlo, perchè sono convinto che la privacy non sia una virtù religiosa, e senza dubbio non una virtù per le religioni monoteiste. Se questo vi offende, mi scuso. Dopotutto, la Chiesa Cattolica dell'ultimo decennio adora scusarsi per colpe passate ignorando le presenti, e anch'io riconosco quanto sia una tattica efficace: nel momento in cui ti sei scusato, nessuno può più accusarti di nulla. Ehi, mi sono scusato! Come osi tirar fuori quel brutto, vecchio argomento? E' tutto magicamente cancellato! E non costa nulla, poi. Un discorsetto, un momento pubblico, una (finta) umiltà.

Sono sempre rimasto colpito con quanta virulenta velocità i social network si siano diffusi nel Bel Paese. E' vero forum e blog dominavano già la scena precedentemente, e in gran numero. Ma non li si può paragonare minimamente alla creazione massiccia di social account in ogni dove. Anche smarriti quei due anni di febbre “da Facebook” il numero di persone che si registrano, o tornano a registrarsi dopo essersi cancellate è decisamente alto. Antropologi stranieri che studiano l'italiano medio (inesistente creatura mitologica) osservano come nello scarpone mediterraneo alcune tecnologie vengano assorbite molto lentamente, mentre altre conoscono una diffusione epidemica. I blog non hanno mai qui raggiunto lo status o la diffusione che hanno in Nord America. Stiamo ancora crescendo, lentissimamente. Dall'altro, pensiamo a Facebook. La sua diffusione ha un che' di stupefacente. Una libreria, un'edicola, un negozio di vestiti non penserebbe mai e poi mai di aprire un blog per pubblicizzarsi, nonostante questa sarebbe una mossa ragionevole. Al contrario, (quasi) sicuramente creeranno una pagina Facebook. Non è strano? Un blog potrebbe collegarsi a un online store e vendere ulteriormente a più clienti, anche lontani. Fornirebbe un guadagno maggiore. Una pagina Facebook invece fornisce avvisi, e nient'altro. 
O ancora: perché la diffusione dei cellulari ha preceduto la diffusione dei computer fissi? 
Molto prima che il cellulare diventasse un apparecchio fondamentale, la diffusione qui in Italia era in crescita rapidissima. Stiamo citando cellulari grandi quanti telefoni, ben poco “portatili”. Eppure diffusissimi, molto più dei loro contemporanei computer fissi. Perchè? Il computer fisso, paragonato a un cellulare forniva a inizio 2000' un range di opzioni molto più grande, un'insieme di possibilità incredibili per l'epoca. Il cellulare... Certo, forniva funzioni “diverse”. Ma non lo si poteva definire altrettanto utile. E non è sicuramente il caso dell'Inghilterra, o dell'America, dove la funzione del computer fisso veniva considerata di maggior importanza rispetto ai primi triviali prototipi di cellulare.
Financial considerations, though, do not help to explain other aspects of Italian technophobia. Italians were, for example, among the Europeans slowest to equip themselves with personal computers and to take advantage of the Internet. The most common reason given was that computers were “useless” or “uninteresting.” (...) 
Da John's Hooper's The Italians (2015), dalle note del Bittanti.

mercoledì 1 luglio 2015

Nel cuore di tenebra di Dubai: Spec Ops The Line


In questi (caldi) giorni, stavo valutando se compilare o meno l'usuale listone di giochi presentati all'E3 losangelino. Non credo lo farò, alla fine, per il semplice motivo che mi è sembrata la fiera più fiacca e stanca da tantissimo tempo da questa parte: Fallout 4 è una copia carbone di Fallout 3, osannato dall'esatta folla che si lamenta poi dell'(inesistente) downgrade grafico di The Witcher 3; Dishonored 2, Tomb Raider 2, Deus Ex 2... Giochi interessanti, per carità, ma è quel “2” che mi dispiace, quando dalla maggior fiera mondiale ci si aspetta giochi nuovi, nuove Ip, nuovi azzardi...
Non mi sono dispiaciuti Horizon Zero Dawn e Unravel, scoppiettanti entrambi, a loro modo, di ambientazioni fresche e idee nuove. Certo, il primo ha dovuto lottare per avere una protagonista femminile, mentre il secondo viene dalla ghiacciata Svezia, a conferma che idee e creatività sono ormai ostacolate e ben lontane dall'ombelico videoludico delle grandi case di produzione.
E c'è poi la faccenda delle presentazioni stesse, che nel 2015 inoltrato mostrano ancora linguaggi, costumi e modi di fare degni di dieci, vent'anni anni fa. Presentatori in t-shirt, che incespicano sulle parole, che usano linguaggi d'adolescente, che sembrano più che sviluppatori o designer, imbonitori di mezza tacca. Piccoli passi in avanti per la presenza femminile in alcune delle convention – EA e Ubisoft – timidi tentativi che ho debitamente apprezzato. Ma il tono generale ancora non riesce a raggiungere la serietà di un festival del cinema; con buona pace di chi continua a sostenere la pari eguaglianza dei due (diversissimi) medium. La situazione cambierà solo quando cambieranno giornalisti e videogiocatori. E no, non commento nemmeno le “marionette” della presentazione Nintendo: i trip da psicoacidi sono cose che si dovrebbero mantenere tra le mura domestiche, non dovrebbero diventare strumenti aziendali.
Si è spesso detto che i giochi diventeranno maturi quando i giocatori, crescendo, richiederanno giochi sempre più maturi: ma il nerd medio, con il suo sperticato elogio dell'infanzia, del retrogaming, della violenza “ludica” svuotata d'ogni minima riflessione contraddice continuamente ques'assunto. E' difficile sperare che il videogioco scelga strade più complesse, quando i suoi fruitori stessi odiano la complessità...

E parlando invece di giochi maturi che gli appassionati sembrano aver dimenticato, ho (ri)giocato di recente Spec Ops The Line, sparatutto in terza persona uscito nel 2012.


lunedì 29 giugno 2015

Siamo tutti neocon, ora


La sempre maggiore disponibilità di documenti pubblici e al contempo la sempre maggior facilità d'accesso ai suddetti documenti, rende il lavoro dello storico sempre più facile. Ad esempio, studiando storia della Francia, sono rimasto sorpreso di come intere annate di archivi e dibattiti parlamentari del periodo rivoluzionario siano state interamente scannerizzate e rese disponibili allo studio di esperti e (non) esperti, con tanto di motori di ricerca appositi (semantic web&compagnia).
Annotazioni d'incidenza di nomi, lessico e statistiche che normalmente avrebbero richiesto anni di lavoro nell'archivio vengono ora realizzati nell'arco di un pomeriggio. Gli stessi giornali, riviste normalmente disponibili solo attraverso una ricerca in loco possono venir consultate da chiunque abbia un minimo di accesso a Internet e un minimo di capacità di ricerca.
Senza drammatizzare, il passaggio dell'archivistica ( e della diplomatica, e della storiografia) al supporto digitale, sta permettendo passi da gigante. Magari ininfluenti per chi di storia o d'umanistica non s'interessa, ma comunque impressionanti. Un professore che conoscevo paragonava questo passaggio all'introduzione delle macchine tessili nell'industria inglese di fine 700' (regione del Lancashire, ad esempio) che permisero di centuplicare la produzione di tessuti fino ad allora realizzati a mano.
Come sa bene chiunque frequenti i blog di “storia” (obbligatorie le virgolette), tanta facilità d'accesso (1) non si traduce automaticamente in prodotti di qualità. Spesso la mancanza di metodo porta semplicemente a inseguire le proprie personali manie, nascondendole dietro la cortina fumogena di scan e vecchi documenti. Manca totalmente l'idea che un'esposizione dovrebbe procedere usando i dati con accortezza e inserendoli nel contesto, che si dovrebbe rispondere alle critiche argomentate con altre critiche argomentate e non appellandosi a un'inesistente superiorità di uno studio autodidatta rispetto al “politically correct” (?) studio universitario.
Questa facilità d'accesso, può tuttavia venire applicata senza problemi a documenti anche più recenti, potendo infatti disporre di maggior materiale su cui azzannare i denti. Trovo particolarmente interessanti i quotidiani e le riviste, specie degli anni ottanta e novanta, relativamente all'area americana. Le dichiarazioni e le riflessioni che vi sono dispiegate continuano a stupirmi per la loro ingenuità e candore; la concezione di geopolitica che vi si nutre è talmente netta, talmente semplicistica nel contrapporre il sistema americano (sempre nel giusto, nel buono, nel divertente, nel sacro) a qualunque altro sistema, automaticamente assimilato al male. Un male, va da sé, canaglia, inumano, a cui viene sempre negato lo status di nemico “onorevole”.

L'effetto risulta grottesco, specie quando si leggono e si guardano gli articoli e le trasmissioni tv che seguirono alla conquista dell'Iraq nel 2003 – dopo tre settimane vittoriose di guerra in aprile – in maggio si agitavano le bandierine della vittoria: un malvagio tiranno era caduto, un altro sistema si apriva al “buon” liberalismo, pa-pa-pa-ra! Viva Bush figlio, Viva il Bene Assoluto! Per noi che non siamo più nel 2003, e neppure nel 2006, ma nel 2015 inoltrato (!) leggere queste testimonianze lascia straniti: sembra di stare su un altro mondo.

Dopo una falsa partenza che lasciava sperare una conclusione rapida del conflitto, la “pulita” guerra in Iraq sarebbe degenerata in un conflitto di guerriglia confuso e sanguinoso, dove l'assoluto disinteresse Usa a studiare l'area, a procurarsi interlocutori che parlassero arabo, a sottovalutare i conflitti etnico-religiosi del paese avrebbe portato a una balcanizzazione dello stato, a un disastro sia monetario, che politico, che religioso. Con la conclusione nel 2011, la guerra in Iraq ha distrutto a tutti gli effetti la popolarità americana nel Medio Oriente, con l'unico fine raggiunto di aprire il paese al liberalismo occidentale... Mentre intanto l'area del Golfo Persico continua a bollire come un calderone infernale.

I seguenti estratti non hanno valenza di uno studio accurato, ma esplicitano con efficacia l'ubriacatura vittoriosa di quegli anni – che prendeva a calci chi si opponeva la guerra e proponeva come sempre una soluzione “concreta” e “pragmatica” a problemi che in realtà richiederebbero tutt'altre soluzioni che semplicistiche “crociate”.
Il Presidente incontra membri dell'equipaggio della nave USS Abraham Lincoln, dopo esser sbarcato sulla S-3B Viking. Annuncerà la fine della guerra in Iraq, dopo una guerra lampo per il possesso della capitale.