lunedì 7 settembre 2015

Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, di Mike Davis


Prima di accennare al libro in questione, sono necessarie delle minime cognizioni di climatologia.
Mi scuso con gli esperti, perché sono sicuro che in quanto sto per scrivere vi sono se non delle sciocchezze, degli errori dovuti alla mia ignoranza nel campo.

Mike Davis analizza lo sviluppo di una siccità simultanea nel globo, causata dalla natura attraverso il fenomeno di “El Nino” e dall'Imperialismo occidentale attraverso i dogmi del Libero Mercato applicati in tempi di carestia sia in Africa, che in India, che in Cina, che in Brasile. 
Nello specifico questi periodi di carestia presi in esame vanno dal 1876-79 e dal 1899 al 1902
Le colonie risultano l'India Britannica, le Filippine, alcune porzioni dell'Africa, il Vietnam francese e il Brasile economicamente “schiavo” dei banchieri londinesi.
Davis inoltre, analizza la conquista sia inglese che francese esercitata verso l'Africa piegata in ginocchio dalle carestie, e l'atteggiamento della Cina drogata dalla corruzione occidentale e dall'oppio esportato dai narcotrafficanti vittoriani.
In tutti questi casi, c'è un fenomeno naturale che si fonde con un atteggiamento politico liberale per causare quanto Davis ritiene un vero e proprio olocausto verso le fasce più povere della popolazione.

Il fenomeno di El Nino prevede un riscaldamento dell'Oceano equatoriale, che assieme agli alisei funziona da enorme caldaia che smuove radicalmente di posto i sistemi climatici tropicali. 
Per un breve periodo di anni, il Nino a tutti gli effetti getta da una parte all'altra i climi d'interi continenti, ridistribuendoli radicalmente. Nel periodo di devastante siccità del 1876, vaste regioni asiatiche, africane e sudamericane teleconnesse da El Nino subirono un caldo del tutto anomalo.
Chiunque conosca un minimo la geografia dell'India saprà dell'importante ruolo svolto dalla stagione dei monsoni. Niente piogge, niente raccolti. El Nino elimina totalmente i monsoni, rimpiazzandoli con un cielo azzurro quanto la disperazione dei coltivatori. Ancor più grave, nel caso del 1876 la siccità continuò imperterrita senza interruzioni per due anni interi annientando intere fasce della popolazione. Nel frattempo, l'azione di El Nino garantiva piogge abbondanti e un ottimo raccolto in regioni solitamente riarse dell'America del Nord (!).

Nel 1877, mentre El Nino preparava la più devastante siccità che non fosse mai avvenuta in oltre duecento anni, Vittoria era incoronata Regina delle Indie a Bombay.
La rapidità con cui l'intero continente era stato inserito a forza nel sistema mondiale di trasporti&traffici inglese aveva un che' di stupefacente.
Grazie alla manodopera dei coolies indiani, l'uomo bianco aveva steso oltre 20000 miglia di telegrafo, costruito moderne strade ferrate all'europea, insediato la giustizia britannica, steso ponti laddove non c'era che natura selvaggia e ovunque promosso piantagioni intensive per l'esportazione.
Le ferrovie, costruite nel giro di un decennio, coprivano una buona porzione del continente, con 9000 miglia abbondanti di traversine e locomotive scintillanti.

Eppure, la missione civilizzatrice era distorta dalla fame di denaro delle banche e dei mercati londinesi. Una serie d'imprevedibili conseguenze scaturivano dalla modernizzazione indiana.

Le piantagioni di cotone, ad esempio nel Deccan, avevano sostituito le coltivazioni tradizionali di sussistenza, al punto che c'era carenza di cibo ancor prima della venuta di El Nino. La guerra civile americana aveva creato un'improvvisa necessità di cotone, che fino a quel momento era fornito dalle ricche piantagioni negriere del sud degli Stati Uniti. Il mercato globale aveva risposto con cotone egiziano, cinese e sopratutto indiano. Nel momento in cui la guerra finì, questi mercati finirono in bancarotta: l'Egitto non poteva più pagare i suoi debiti con le potenze europee e il contadino del Deccan divenne un contadino povero.

Il ricordo del Grande Ammutinamento a metà secolo era ancora vivo nella mente sia dei colonizzatori che dei colonizzati. Mentre i libri di storia persistono a definirlo il primo fermento di ribellione del popolo indiano, in realtà l'Ammutinamento era il canto del cigno della casta guerriera – una guerra, per così dire, nel nome dell'Ancient Regime indiano. La repressione fu brutale, persino per gli standard inglesi. I prigionieri erano legati ai cannoni e fatti esplodere in nuvole di frattaglie, interi villaggi di contadini vennero impiccati a mo' di rappresaglia. 
La tolleranza della Compagnia delle Indie, che mirava nel Settecento a conciliare tradizione occidentale e orientale, attraverso la figura del monarca illuminato comune a entrambi i popoli, scomparve. L'indologia ridivenne un hobby per appassionati, alla collaborazione con le caste subentrò un razzismo scientifico nel migliore dei casi paternalista. Per la nobiltà inglese, l'Ammutinamento aveva dimostrato l'immaturità del popolo indiano. L'indiano non era più un uomo da “civilizzare”, ma un pigro selvaggio da spremere fino all'ultima goccia. A tutti gli effetti, negli scritti successivi all'Ammutinamento, si avverte negli inglesi in India un handicap psicologico, la paura di un nuovo tradimento dei propri “servi”.

Con il passaggio dell'India alla Corona, la semplificazione amministrativa mirò a obbedire al Liberalismo selvaggio dei mercanti, più che al colonialismo positivista. I villaggi avevano tradizionalmente ampie riserve di grano da utilizzarsi in caso di carestia. Gli inglesi eliminarono queste riserve, preferendo sostituirle con risparmi monetari. 
Si recintarono le foreste, ora di proprietà di Vittoria, ma nella tradizione indù territorio comunitario per i contadini che ne ricavano legna da ardere e piccola selvaggina. Di conseguenza il contadino medio aveva sì del denaro, ma doveva usarlo per acquistare o legna, o grano (entrambi soggetti alle fluttuazioni del mercato!).

Il positivismo inglese privilegiava le ferrovie (e come dargli torto?). 
I territori aridi dell'entroterra indiano, tuttavia, avrebbero avuto bisogno più dell'irrigazione che del vapore. Nel settecento, come in Cina, i vari principati indù avevano creato una complicata rete di canali, serbatoi e recipienti per l'acqua piovana. Il sistema garantiva sempre una costante riserva di acqua. Manco a dirlo, nel 1877 grazie al disinteresse inglese verso tutto ciò che era “indiano”, il sistema era decaduto fino a diventare largamente inutile. L'acqua veniva persa, o avvelenata. Gli agricoltori giunsero a dipendere totalmente dai monsoni.

Strade moderne, ferrovie e telegrafi acuirono inoltre le fluttuazioni del prezzo del grano. Anziché regolarsi sulle necessità dei singoli villaggi, come nel Settecento, gli inglesi imponevano con la forza i prezzi altissimi stabiliti dal “libero” mercato: i contadini se volevano comprarlo, dovevano lavorare di più. Il paragone di Davis delle ferrovie come “volano dei prezzi” rende bene l'idea.



Mettiamo quindi assieme tutti questi elementi in un esempio concreto.
Sei un piccolo contadino del Deccan. 
Sei già in debito con la casta dei mercanti da anni, perché non riesci a pagare le tasse sulla terra e sul sale (protestate da Florence Nightgale), ma non ti ribelli perché hai ancora vivo in testa il ricordo dei tuoi parenti trucidati nel Grande Ammutinamento. 
Scompaiono i monsoni. Arriva la siccità. Tormentato dalla fame, vendi i tuoi attrezzi agricoli. 
Ricavi quasi nulla, perché la rupia è deprezzata dallo standard aureo internazionale, mentre il grano è inflazionato ad arte dalla casta dei mercanti e da questa cosa chiamata “Liberalismo” del tuo padrone britannico. 
Conservi le semenze acquistate nella speranza di coltivarle con le nude mani nel 1878. 
Nel frattempo ti nutri di erbe e radici, ammalandoti. 
Se sei una donna, vendi per pochi centesimi i figli a quegli avvoltoi dei missionari cristiani, che compatiscono la tua situazione ma non ti danno una briciola di cibo. 
Delle scarse piogge nel 1878 ti spingono a coltivare le semenze acquistate nella siccità del 1877. Le piogge scompaiono all'improvviso e torna la siccità. Il grano avvizzisce senza speranza. 
Ti unisci a folle di altri derelitti ridotti a scheletri viventi, e barcolli verso o le città, o i cantieri di soccorso, o i principati indiani ancora indipendenti.
Se riesci a raggiungere i principati indiani, sei forse salvo: il maraja nonostante il divieto liberista sta dando via gratuitamente le sue riserve di grano.
Se raggiungi le città, i sepoys della polizia ti picchiano fino a ucciderti. In alternativa puoi venir preso come schiavo collies nelle piantagioni oltremare. Nel caso migliore, ti unisci agli slusm di periferia.
Se raggiungi i cantieri di soccorso, scopri che sono un cimitero, dove la razione gratuita di cibo sono poche manciate di riso, senza legumi o proteine di sorta. Strisci fino a una fossa per i cadaveri, alla ricerca di un po' d'ombra. Ti accasci, guardando i corvi mirarti gli occhi. Muori.



Nonostante il liberalismo britannico avesse ingrandito all'intero continente la carestia, un deciso intervento del Viceré avrebbe potuto ancora salvare migliaia di vite. Ma il governatore Lytton non era esattamente la persona adatta: poeta e scribacchino, conosceva poco o nulla dell'India cui era stato appuntato solo per essere il favorito della Regina.
Posto di fronte alla carestia del 1877, Lytton scelse d'ignorarla come un fastidio passeggero. Sapeva che la sua carica di Viceré non saprebbe durata in eterno, e concentrava ogni sua attenzione a un conflitto afgano in funzione anti-russa. Aveva bisogno di una guerricciuola per distinguersi, e nel contempo non la poteva finanziare con i soldi della corona. Di conseguenza usò le tasse indiane per pagare i costi della guerra, mentre nella sua dimora personale sull'Himalaya si strafogava d'oppio.
Sia Lytton che Salisbury, lungi dall'essere “uomini cattivi” erano un prodotto della mentalità anglosassone. Adam Smith, nella Ricchezza delle Nazioni, aveva ammonito contro ogni intervento statale nelle carestie, che avrebbero dovuto autoregolarsi da sé, proprio nel periodo in cui una carestia devastante massacrava il Bengala del 1770! 
Inoltre Lytton era terrorizzato, come molti suoi contemporanei, dalla possibile sovrappopolazione indiana e cinese. La carestia diveniva così un'arma per tenere sotto controllo gli indiani, eliminando i deboli e i poveri che infestavano le città.
Salisbury, da bravo finanziere, rifiutava l'idea di dare un soccorsogratis” agli indiani poveri, perché questo avrebbe comportato un obbligo di sfamarli anche al di fuori delle carestie. 
Il ritornello degli inglesi era il solito: gli indiani erano un popolo pigro, che doveva imparare anche con la forza a guadagnarsi il pane da solo, senza dover contare sulla “carità” inglese. 
5 milioni di “pigri” contadini morirono nei due anni di siccità (1877-79).

Lo scopo di Davis risulta documentare ogni singola siccità causata da El Nino negli intervalli d'anni presi in esame, seguendo tutto il globo. Per semplicità ho scelto le più grosse carestie della prima ondata di El Nino: l'India britannica e la Cina dei Qing.

Se confrontiamo la carestia cinese con quella indiana, quest'ultima ci appare “quasi” ragionevole, un po' come se mettessimo a confronto un'anoressica con la flebo al braccio (l'India) e un superstite di Auschwitz (la Cina).


Una madre vende i figli per comprare il cibo, Chin-Kiang, 1877
La siccità si sviluppò lungo il corso del Fiume Giallo, causando una stima minima di dieci milioni di morti di sola fame, senza contare malattie e repressioni.
Iniziò nel 1876, quando una serie di alluvioni flagellò il sud della Cina, mentre El Nino colpiva il nord con una forte siccità. Lo Shandong inviava già richieste d'aiuto nel giugno del 1876, ma si arrivò alla primavera del 1877 prima che venissero stanziati degli aiuti. Alcune regioni vennero a tal punto depopolate, che l'effetto risultò tale e quale un olocausto nucleare
Il paesaggio dello Shanxi, ad esempio, era una distesa di coltivazioni senz'alberi, che sotto la sferza di tre anni di siccità diventò un deserto di terra spaccata, assolutamente piatto. Le case erano state bruciate per scaldarsi nell'inverno del 1877, le erbacce divorate e ogni filo d'erba o di sostanza commestibile assimilato dalle cavallette. La carestia fu tanto più letale tanto più le province erano isolate dal mare. Lo Shanxi, grande quanto Inghilterra e Galles sommati, divenne una wasteland silenziosa.

Come nel caso indiano, El Nino non è il solo responsabile.
La dinastia Qing combatté per tutto il XIX secolo una guerra costante verso tutto e tutti. Tralasciando le guerre dell'Oppio, una serie di alluvioni nel 50' spinse migliaia di contadini nelle braccia di una serie di ribellioni: le Triadi, il Nian, il Turbante Rosso. Nelle regioni del Gansu e dello Shaanxi (da non confondere con lo Shanxi) gli estremisti islamici conducevano una logorante guerriglia. La rivoluzione Taiping, negli anni 60', causò venti milioni di morti e la dinastia Qing riuscì a “spegnerla” appena nel 1872.
Una serie di spedizioni militari fomentate dai generali cinesi verso l'Asia centrale dissanguarono ulteriormente il tesoro dell'Imperatore, mentre i Nuovi Territori esigevano una loro amministrazione, il che' costò ulteriori tasse...
Il sistema d'irrigazione e serbatoi idrici era in abbondante sfacelo. La coltivazione intensiva nel nord, sommata all'erosione delle basse montagne Chinling aveva posto le basi sia per alluvioni massicce di fango e sabbia, sia per devastanti siccità. Il controllo idrico del Fiume Giallo venne abbandonato a metà ottocento, con i fondi totalmente occupati dalle spese militari. Come i contadini del Deccan, i cinesi erano ora in mercé delle piogge.
La rete di trasporti nelle province cinesi era altrettanto malmessa: la dinastia Qing era risolutamente contraria alle ferrovie e ai telegrafi che le avrebbero permesso di reagire con maggiore prontezza alla carestia. Nel contempo, le strade erano in cattivo stato, e la rete tradizionale di canali insabbiata e ostruita da carcasse di giunche affondate. Nel caso i soccorsi incontrassero un canale navigabile, dovevano pur tuttavia fare i conti con i funzionari cinesi. La corruzione della burocrazia Qing raggiungeva livelli surreali, tali da far vergognare persino i consoli inglesi...
Il crescente debito verso l'estero peggiorò proprio in quegli anni per l'adeguamento allo standard aureo internazionale: come la rupia, l'argento cinese si deprezzò nel mercato globale.


Suicidi come conseguenza della carestia/ I vivi cercano la carne dei morti

Tutti questi fattori colpirono alla loro massima potenza nella carestia del 1876-79.
I Qing agirono con ritardo, stanziando solo una piccola somma di tael per la carestia. I primi resoconti della siccità raggiunsero Pechino appena in autunno. Nel seguente inverno, nell'intero Shaodong i contadini bruciarono le case per scaldarsi, e quando il combustibile finì, si rintanarono pigiati in grandi pozzi sotterranei, alla disperata ricerca di un po' di calore.
I primi aiuti arrivarono in primavera, ma come si suol dire “troppo poco e troppo tardi”. I carri di vettovaglie erano assaliti quotidianamente, le strade erano in stato pessimo e il Grande Canale impraticabile. I funzionari corrotti, intanto, facevano la cresta sul grano trasportato...
Alcune regioni si ribellarono, altre rimasero del tutto isolate. Alcune strozzature nei canali e nelle strade causarono ingenti ingorghi stradali, che rallentavano i soccorsi per intere settimane.
Nell'estate del 1877, le comunità di villaggio collassarono. Il sistema di scambi e i legami familiari scomparvero a favore della sopravvivenza del più forte. I contadini ancora in forze si diressero in grandi masse verso la città. Alcuni si diedero al brigantaggio. Chi sopravviveva, mangiati gli animali, scavava nelle tombe per divorare i cadaveri. Questi “ghoul” cinesi rispettavano ancora i legami parentali. Chi non poteva sopportarlo, s'impiccava in casa: non c'erano più alberi su cui appendere il cappio.
Nel 1878-79, una manciata di province settentrionali mostrò un segno di ripresa, e tornò a piantare i raccolti. Un'epidemia di colera e un'invasione di cavallette falcidiarono presto piante e uomini.
Nel frattempo, intere province restavano chiuse ai soccorso, nella cappa di un caldo soffocante.
Lo Shanxi era già piegato dalle siccità nel 1875, ma pur tra difficoltà, era sopravvissuto grazie alle spedizioni di riso dal vicino Shaanxi, nella vallata del Wei. Ora, con la carestia che colpiva anche le quaranta contee dello Shaanxi, la provincia venne abbandonata a sé stessa.
La testimonianza a questo proposito di un inglese, il console H. R. Forrest, è piuttosto eloquente:
Nessuno si meraviglia più che la gente abbatta la propria abitazione, venda mogli e figlie, mangi radici e carogne e creta e rifiuti... Se ciò non bastasse a indurre alla pietà, ci riuscirebbe la visione di uomini e donne stesi inermi lungo la strada o dei morti sbranati da cani e gazze. E le notizie di bambini bolliti e mangiati che ci giunsero negli ultimi giorni erano tanto terribili da far tremare soltanto a pensarci.”
Spinto dalla fame, il contadino abbatte i propri tabù uno a uno: dapprima mangia l'immangiabile, poi disotterra i cadaveri per cibarsene, quindi divora i vicini e gli stranieri, infine si dà al cannibalismo verso i suoi parenti più cari. L'uomo è ciò che mangia, dicono, e la testimonianza di Richard lo conferma in modo inquietante:
In seguito Richard scoprì che la carne umana veniva venduta alla luce del sole per strada e sentì storie “di genitori che si scambiavano i figli più piccoli perché non trovavano il coraggio di uccidere e mangiare i propri”. Inoltre i locali, che andavano ovunque armati di spade e lance per difendersi, “non osano scendere nei pozzi in cerca di carbone, così necessario per cucinare e scaldarsi, visto che sono scomparsi sia muli che proprietari per essere divorati”.
La testimonianza di Richard risale al 1878.
L'anno successivo, la carestia continuava imperterrita e lo Shanxi continuava a restare isolato.
Un'altra testimonianza, stavolta dal console britannico W. Hillier, descrive un territorio ormai lunare, una terra Elliott(iana):
Molte città e villaggi erano quasi deserti... Non abbiamo sentito nulla a parte l'eco dei nostri passi mentre attraversavamo... le città dei morti. Eravamo curiosi di entrare in una di queste case, ma la visione che ci aspettava diede a tutti e due una scossa tanto tremenda che smettemmo subito... E non parlammo nemmeno granchè di quanto avevamo visto, era un dolore troppo profondo per poterlo descrivere. Soltanto in certe abitazioni i morti erano dentro le bare oppure venivano murati dalla famiglia, questo per evitare la certezza di essere esumati e mangiati dai vicini affamati.
10 milioni di contadini cinesi “storditi dall'oppio” morirono nei tre anni di siccità (1876-78).

Un lettore critico avrà già individuato nel raffronto tra le due siccità dei primi punti deboli nell'argomentazione di Davis.

In primo luogo, solo nell'India britannica gli effetti della carestia vengono esacerbati dal capitalismo occidentale. Nel caso cinese, la responsabilità della fallita gestione della carestia va attribuita unicamente alla corrotta dinastia Qing. Certo, gli inglesi avevano le mani in pasta ovunque, e con lo standard aureo avevano a dir poco distrutto il tael d'argento cinese. Missioni&missionari esportavano l'oppio sotto il privilegio ecclesiastico: i religiosi francesi, in particolare, erano praticamente i “pusher” della Terza Repubblica. Forse Marx con “la religione è l'oppio dei popoli” pensava alla Cina e questa frase la dovevamo intendere letteralmente! La stessa politica delle corazzate danneggiava i Qing.
Tuttavia, non c'è in questo caso un nesso tra occidente e carestia, con buona pace di Davis. Anzi, lo Shaxi sarebbe stato soccorso prontamente, se ci fossero state delle ferrovie inglesi! Il degrado ecologico del territorio, con la completa deforestazione delle alture settentrionali furono già intraprese nell'età d'oro settecentesca dai Qing, dai soli cinesi.
E non va trascurato il colonialismo degli stessi cinesi Han verso lo Xinjaing, i “Nuovi territori”; una conquista che sostituiva l'uomo bianco con il cinese di razza “pura”, ma che nelle modalità e nel trattamento dei conquistati si comportavano come il colonialismo europeo.

Non c'è dubbio che i cinque milioni di morti nel 1877 siano stati causati più dal mercato inglese che dalla siccità. Persino per i contemporanei, era chiaro che Lytton aveva causato la carestia ad arte, esportando grano in quantità all'estero. Tuttavia, non bisogna di fare tutto il colonialismo un unico fascio. Vi furono nel 1877 numerosi lord e proprietari inglesi che combatterono la carestia come potevano. Lord Buckingam, tra i “grandi” dell'India coloniale, combatté e protestò la politica demente di Lytton, così come tanti idealisti che sinceramente credevano nella missione “civilizzatrice” dell'uomo bianco. Sulla sponda opposta del Gange, tanti sovrani sia indù che musulmani si comportavano esattamente come Lytton in tempo di carestia. A volte l'intervento dei cattivi inglesi salvava la popolazione da un tiranno indù
Si veda quest'autogol di Davis:
Così nella remota, stupenda vallata del Kashmir, i funzionari britannici lamentavano “La criminale apatia del maharaja e l'avidità dei suoi burocrati che hanno fatto incetta di scorte di grano da vendersi a prezzi inusitati” affamando un buon terzo della popolazione. “Se Sir Robert Egeton, allora vicegovernatore del Punjab, non avesse insistito a togliere i trasporti e i servizi di fornitura dalle mani del corrotto e incompetente governo del Kashmir, la valle si sarebbe spopolata”.
Quanto sto cercando di fare è distinguere tra colonialismo e liberalismo.
Mike Davis li considera intercambiabili, ed è vero che nella maggior parte dei casi una conquista coloniale aveva lo scopo di aprire le gambe di un territorio vergine al mercato inglese. Per Davis, è tutto molto semplice: El Nino colpisce, ma è l'uomo bianco a imporre il liberalismo con i mezzi colonialisti, trasformando una semplice siccità in cinque milioni di morti.
Tuttavia, qui troviamo una serie di elementi tra loro in contrasto. Il colonialismo inglese e tedesco imponeva di trattar bene i propri sudditi, non al livello di quanto aveva fatto la corona spagnola verso gli indios nel 500', ma pur sempre nell'ideale di spargere la tecnologia e i valori occidentali al resto del globo. Quest'ambizione è in ovvio contrasto con il mercato “libero” che si andava intanto imponendo. Se non fosse stato per Lytton, una percentuale notevole di inglesi residenti in india avrebbe combattuto la carestia; magari con l'assunzione razzista che gli indiani “non si salvano da soli”, ma pur sempre con nobili intenti. C'è una differenza mostruosa, tra i valori che il colonialismo tentò spesso di esportare, in modo più o meno ipocrita, e la fame di denaro della classe commerciale. Nel caso indiano, la grande responsabilità va interamente al Parlamento liberale, ai mercanti liberali, al “libero” mercato azionario londinese. Erano queste le forze che si opponevano strenuamente a un sussidio gratuito per i poveri indiani, per gli intoccabili, che lamentavano come fosse uno spreco nutrire migliaia di contadini alla fame. 
La vera chiave nella siccità del 1877 fu Lytton: battendo i piedi a terra, e imponendo la propria forza di viceré, si sarebbero salvate migliaia di vite. Ma la sirena del denaro e del conto in cassa era troppo forte per il favorito di Vittoria.


Bambini abbandonati dai genitori in India, nella carestia del 1877. Un'illustrazione simile è presente nella History di Digby.
Il caso del Brasile dimostra perfettamente questa distinzione.
Il Brasile non era nel 1877 soggetto a nessun dominio coloniale inglese, o europeo in genere. 
Non c'era il dominio di un elitè bianca su vaste masse d'indigeni.
Eppure, all'arrivo di El Nino, il Brasile divenne un deserto che risucchiò migliaia di vite esattamente come nell'India coloniale. Perchè? Beh, in primo luogo i religiosi definivano El Nino come “la punizione di Dio al Brasile per aver accettato il materialismo dell'Ottocento”. Considerando che a morire furono poveri braccianti che andavano regolarmente a messa, la logica mi sfugge, ma non fa male ricordarsi di qual'era l'atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche.
Sul profilo amministrativo, il debito estero del Brasile era negli artigli di Londra, che aveva tutto l'interesse a impedire che si estinguesse. Nella carestia del 77' e in seguito ogni piano anti-siccità era azzoppato dai continui debiti verso le banche Rotschild che imponevano trattati a tutto vantaggio dei commerci. Se il Nordeste fu abbandonato e rimase totalmente privo di serbatoi e pozzi per l'acqua fino agli anni cinquanta del Novecento, ciò lo si deve alle banche a Londra. A tutti gli effetti prosciugavano buona parte delle tasse incamerate dal Brasile, lasciando quel poco che rimaneva per l'esercito, le città sulle coste e gli allevamenti di bestiame.

A voler poi essere critici, vi sono altri punti semplicemente errati sulla base di studi recenti.
Le industrie di cotone indiano non furono danneggiate dalle fabbriche britanniche del Lancashire; la sproporzione tra una singola regione inglese e l'intero continente asiatico è semplicemente troppo forte. 
Non è nemmeno vero che la rivoluzione industriale inglese fu resa possibile dal colonialismo indiano: i proventi furono privati, gli investimenti funzionarono per proprio conto. La rivoluzione industriale decollò per una coincidenza di depositi di materie prime, capitale privato e coincidenze favorevoli. 

Dire che la Cina non si sia industrializzata perché gli inglesi lo hanno impedito è ridicolo. La Cina aveva raggiunto importanti conquiste nell'agricoltura avanzata, ma l'uso della Tecnica era un anatema per la classe dirigente e per i Qing. Semplicemente, non vedevano che uso utile potesse avere, mettiamo, una locomotiva o un telegrafo. 
La “trappola di equilibrio ad alto livello” che Mike Davis liquida senza confutare, era reale. Il Giappone poteva alternare Shogun e Imperatore a seconda che l'uno o l'altro risultasse inetto. La Cina aveva solo una dinastia, e se cambiamento doveva esserci doveva risultare totale. Mao docet.
I “men on the spot”, i militari e gli avventurieri coloniali non finanziarono la rivoluzione industriale. Questa fissazione nel voler collegare colonialismo e industria è assurda: è provato da più fonti che gli inglesi di ritorno dall'India reinvestivano nella campagna, diventando bravi proprietari terrieri. Se già non lo erano, questi avventurieri volevano entrare nell'alta società, come nobili arricchiti.
Sia in Francia, che in Germania, che in Italia, le colonie non erano economicamente determinanti per lo Stato. C'erano ristrette cerchie di banchieri e industriali che traevano vantaggio dalle colonie, ma per la popolazione erano motivo di orgoglio e poco più. Napoleone era imparentato con le lobbies di piantagioni di zucchero; solo per questo ripristinò la schiavitù sulle lontane isole delle Antille. Le colonie asiatiche e africane diventeranno economicamente importanti solo in seguito alla prima guerra, e per alcuni paesi solo dopo la seconda. Non vi fu alcun drenaggio di risorse dall'India, o dall'Africa, ad arricchirsi risultarono soltanto commercianti e banchieri della più alta società (questo ovviamente cambia dopo il 1918, e dopo il 1945).

Con questo, Olocausti Tardovittoriani, di Mike Davis, è un saggio eccellente e se fossi un professore alle superiori lo imporrei come testo obbligatorio in quinta. 
Tuttavia, sentivo che alcune chiarifiche erano necessarie. 
Consiglierei anche il saggio agli amanti dello steampunk. Ultimamente sembra che la scena steampunk non consista d'altro che nobilotti con ingranaggi appiccicati, che fanno salotto sui dirigibili. Un po' come se leggessimo solo Austen, e niente Dickens.
Davis vi riporta Dickens, con tutto il suo sporco.

Fonti:
Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, di Mike Davis
Non ho sinceramente compreso se sia fuori produzione o meno. Io l'ho preso a prestito dalla Biblioteca di storia e storia dell'arte di Via Economo di Trieste (trovato con Opac).

Le mie critiche sono invece basate sulla Storia del colonialismo, di Reinhard Wolfgang (che è un testo generale, tutt'altro che a favore del colonialismo, ammesso che si possa risultare a favore...) 

L'incisione cinese proviene dal pamphlet cinese Pictures to draw tears from iron.
Rimane una catena d'immagini piuttosto cruda, persino per gli standard moderni.
Per una carrellata completa vi rimando all'ottimo saggio di Kathryn Edgerton-Tarpley, sul sito MIT Visualizing Cultures.

4 commenti:

Marco Grande Arbitro ha detto...

Ho letto tutto di un fiato...
Sono incuriosito e (allo stesso tempo) spaventato dalle nozioni scritte in questo post.
Voglio approfondire, ma so già che per un paio di giorni rimarrò turbato...

Coscienza ha detto...

@Marco Grande Arbitro
Grazie della lettura!
Mi dispiace per il turbamento, ma l'argomento è di per sè sgradevole, non c'è modo di zuccherarlo... Davis per altro ha un debole per le citazioni "orrorifiche", si vede leggendo che l'argomento lo indigna

Alessandro Madeddu ha detto...

Il viceré delle Indie era il figlio di Edward Bulwer-Lytton, quello degli Ultimi giorni di Pompei, che temo di aver letto da ragazzo XD

Coscienza ha detto...

@Alessandro Madeddu
Infatti Mike Davis accenna alla probabilità che abbia plagiato il padre, l'unico ad apprezzarlo come letterato era la regina Vittoria, per tutti gli altri Robert Bulwer-Lytton era un chiaro mediocre...