lunedì 7 aprile 2014

A caccia di Tigri Reali del Bengala a (quasi) mani nude


Sono contrario alla caccia, ma non certo perché la reputi un'attività particolarmente crudele. 
Diciamo che in tempi di collasso ecologico andarsene in giro per foreste sovraffollate di quei peculiari animali chiamati “vacanzieri”, con una doppietta sulla spalla non evoca immagini di grande eroismo. 
Non ha molto senso impallinare alberi e occasionali lupi smagriti.

Posso però capire il fascino che quest'attività esercitava nei secoli passati. 
Nella Prima Guerra Mondiale gli Imperi centrali conquistarono un'iniziale vantaggio in termini di fucili e mirini di sniper proprio per l'amore della caccia che nutrivano i giovani Junger, dalla mira infallibile allenata a colpire nel folto delle foreste del nord. La caccia era propedeutica alla guerra, un'attività di fianco a tante altre, tanto naturale quanto respirare. 
In campo inglese, la vastità dei territori coloniali, a stento tallonata in terra d'Africa dai successi francesi, garantiva un ampio territorio di safari esotico. Sareste persone terribilmente tristi per considerare “brutta” l'immagine di guerrieri indigeni che scudo e zagaglia in mano “battono” la giungla per stanare la terribile preda che il cacciatore bianco, rossa uniforme in velluto dai ricami d'oro, punta col fucile, con glaciale freddezza.
Uno sbuffo di fumo, un acclamare di lance e urla tribali. E una nuova pelle decora la grande Hall di qualche club londinese, memento di quanto sottile sia il confine tra coraggio e temerarietà.
Bellissima, bellissima scena!
Tigre! Tigre! Divampante fulgore Nelle foreste della notte, Quale fu l'immortale mano o l’occhio Ch'ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria? (cit. Blake)

La tigre di Blake. Non proprio un cucciolo. 
Ovviamente, non esisteva solo l'Africa. In India, il Bengala fu tra le prime zone che venne colonizzato dagli Inglesi nella prima metà del XVIII secolo; l'influenza olandese e portoghese andava scomparendo lasciando ampia rivalità al crescente antagonismo Anglo-Francese.
Verso la metà dell'Ottocento, L'India, più che una colonia inglese era un continente talmente vasto da costituire uno stato inglese a sé, il più eminente gioiello dell'impero Britannico. A questo proposito è interessante notare come nel 1700, per quanto cominci a delinearsi un progetto imperialista, ancora il termine "impero" non è in uso, mentre domina invece il lessico d'età vittoriana...
E ovviamente in questo fiore all'occhiello le prede abbondavano, e su tutte la più ambita era la Tigre mangiauomini...

E' in un contesto di questo genere e con questo spirito d'animo che dobbiamo inserire l'avventura del Luogotentente Colonello Frank Sheffield, che scrisse nel 1902 un piccolo libro che raccontava un suo sfortunato incontro con la Fauna locale del Bengala. 
Il mio principale proposito nello scrivere questo libriccino era di porre a testimonianza scritta una descrizione della mia stupefacente conservazione dalla morte in un incontro causale con una Tigre Reale del Bengala. La mia vita era a tal punto avventurosa a quei tempi. Ho partecipato a diversi grandi safari di vario tipo. Ma quest'episodio, talmente bizzarro in sé, risultò fondamentale per la mia vita in seguito e per il mio carattere; segnò inoltre la fine della mia carriera come cacciatore di grossa taglia.

Il 25 gennaio 1871 il nostro Frank Sheffield scelse di andare a caccia nei pressi di Palaspai, nel Midnapore, uno dei più importanti e ricchi distretti del Bengala britannico. Passò la mattina “a sparare” e sulla via del ritorno ebbe un incontro che difficilmente avrebbe dimenticato a breve.

Il nostro cacciatore, bisogna dirlo, apparteneva la genere degli improvvisatori.
Contrariamente a quanto si pensa, i Kattivi Bianchi Kolonialisti non cacciavano sempre contro il parere degli indigeni, ma spesso erano gli autoctoni stessi del luogo a richiedere cacciagione. In questo caso, un nativo chiese al nostro Sheffield se volesse abbattere una tigre. Sheffield aveva solo un vecchio fucile per la caccia agli uccelli, ma scelse comunque di tentare il colpaccio. Aveva infatti due proiettili esplosivi nella tasca e li sagomò per poterli inserire nel fucile. Era inoltre convinto che la superstiziosa plebe del luogo avesse scambiato un piccolo leopardo per una tigre. Un errore di malafede non indifferente...


venerdì 4 aprile 2014

Il Fantasma nel Guscio della Nexo Digital (Ghost in the Shell: Arise)


Giubbotto allacciato, familiare peso del talismano magico chiamato “libretto universitario” nella tasca sinistra. Camminata veloce attraverso la città al crepuscolo. Gruppetti di ragazzine che papereggiano presso il sacro tempio chiamato Burger King. Barbe&baffi travestite da esseri umani che formano minuscoli gruppetti presso il cinema. Non è ancora il momento. Mentre procedo nel Viale, gli edifici cominciano a liquefarsi, a decadere in calcinacci e tapparelle abbassate.
Suono all'ennesimo condominio di piccole stanze per piccoli budget per piccoli studenti. 
Portone, ascensore, corridoio.
...Ora senti, forse il tuo metodo di massaggi è diverso dal mio ma sai... toccare i piedi di sua moglie e infilare la lingua nel più sacro dei suoi buchi non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato...

Per meglio distrarsi dall'esame sul pessimismo leopardiano, l'Amico di Cinema mangia la sua cena guardando Pulp Fiction. Un tostapane che sembra uscito dall'ultima guerra (cioè la guerra boera, ovviamente!) riscalda panini poco appetitosi. Fobicissimi entrambi di file e posti a sedere esauriti, decidiamo che mezz'ora di anticipo è il minimo indispensabile. Ghost in the Shell: Arise ci aspetta. Oh yeah!
Una birra, due, tre.
Usciamo. Il Cinema lampeggia, ma non c'è fila, solo un solitario cinese, qualche barbuto panzone uscito direttamente dagli stereotipi anni Ottanta e un paio di pensionati, che sono come il prezzemolo, stanno bene dovunque. Constatiamo con fastidio libertariano il divieto di portarsi drinks dall'esterno. Sempre la stessa storia, misure protezioniste everywhere. E non c'è nemmeno la bisaccia per contrabbandare qualche panino, qualche lattina sotto costa, per rifocillare i nostri poveri corpi.
Rassegnati, tormentiamo la piccola commessa perché ci fornisca le locandine promesse. Good! Il bambino pacioccone che è in tutti noi nerdacci che si rispettino esulta.
Entriamo in sala...


Questa è stata un'introduzione diversa dal solito, spero vi abbia divertito ^^
Un mese fa ho sperimentato la maratona di Ghost in The Shell della Nexo Digital e ne sono rimasto piuttosto soddisfatto. Costosetta certo, ma erano anni che non guardavo un'anime sul grande schermo.
Quand'ero, ironicamente, ragazzino (tredici, quattordici anni) consideravo qualunque cosa non fosse un film con attori reali, una cosina “per bambini” indegna di attenzione. Col tempo, questo pregiudizio è perdurato sottopelle, fin a quando mi sono accorto, che sì, stranamente anche i cartoons possono risultare interessanti, e anzi vantare sceneggiature niente male. Ghost in the Shell è una delle poche serie anime che abbia visto quand'ero giovine e una delle poche di cui abbia visionato credo tutto, dagli Oav alle due serie tv, in particolare la 2nd Gig per quanto terribilmente lenta vantava una sceneggiatura fenomenale.

Della maratona, la rivelazione era risultato l'Attacco dei Cyborg; 2004, appena uscita la computer grafica, Mamoru Oshii voleva provare qualcosa di nuovo. E l'aveva provato dannazione! La quantità di riferimenti, giochi temporali, illusioni virtuali e pure orgie visive t'imprimevano sulla cornea una sensazione indescrivibile di sublime, (quasi) di sacro terrore.

Ghost in the Shell: Arise, strutturato in tre parti da un'ora ciascuno (OAV) ha un'impostazione molto più Ghost Pain ha un'andatura nell'insieme lenta rispetto a Ghost Whispers, e fa meno presa sullo spettatore. Gli eventi devono ancora ingranare. C'è qualche bella intuizione: il corpo del Maggiore sovvenzionato dall'esercito e conseguentemente di sua proprietà, gli usuali interrogativi uomo-macchina, un lavoro in termini di Worldbuilding sociopolitico assai imponente. C'è sempre stato un fondo di astrattismo intellettuale, nelle avventure del maggiore Kusanagi, specie nella seconda serie tv. E quest'astrattismo ritorna nel primo episodio, che cede poi sul fronte dell'azione con Ghost Whispers.
tradizionale. Gli stessi disegni, oscillano da un'impostazione paesaggistica fino ad allora assente, a modelli dei diversi personaggi a volte poco precisi, stilizzati quasi. Delle due parti,

Motoko Kusanagi in questo prequel è una Maggiore piuttosto arcigna, che nel corso dei due episodi si rivela alquanto brutale in confronto alle precedenti serie tv. C'è un'interessante cortocircuito del fan service, il quale più che risultare contenuto, viene invalidato dalla protagonista stessa, che risulta troppo giovane, troppo androgina se confrontata con le sue precedenti incarnazioni.
Nella sigla iniziale, c'è qualche momento “stuzzichevole” (odio quest'aggettivo) tuttavia man mano che l'episodio si dipana, l'esile silhouette dell'esperta di cervelli elettronici acquista sempre meno corporeità. Un fan service digitalizzato non è fan service. E di questo sono molto contento.
Grazie alla matrice poliziesca il primo episodio butta lì diversi momenti introspettivi che ho personalmente apprezzato: Kusanagi è intralciata oltre dall'ingenuità dei primi anni, da un corpo cibernetico nell'insieme debole, se paragonato alle mostruosità metallo-carne che affronta di volta in volta. C'è una sensazione di disparità nelle forze in campo che finora mancava.

E quindi? Nell'insieme? Valsa la pena? 
Risponderei Ni: questi due episodi hanno un ritmo troppo classico, troppo “normale” se confrontati con i mostri sacri che li precedevano. Tuttavia, scorrono piacevolmente. Mancando inoltre ancora due episodi, in realtà è impossibile fornire un giudizio definitivo. In ogni caso, rincontrare la Maggiore Kusanagi è sempre una gioia. *_____*

lunedì 31 marzo 2014

Chiedo tanto?


Qualche anno fa, quando leggevo di dungeon master disperati perché non trovavano un luogo adatto per le sessioni di ruolo con i giocatori fellow, ridevo. Nel senso: trovavo che fosse un'esagerazione, che non si trovasse un luogo tranquillo dove giocare. Insomma, una città di medie dimensioni dovrebbe avere per forza un cazzo di luogo tranquillo dove starsene a leggere, scrivere o chiacchierare.

Devo invece ammettere che non è così. Io non sono un dungeon master, ma ultimamente quando devo trovare un luogo tranquillo dove scribacchiare in santa pace, sono sempre più in crisi (e non solo economica).

Andiamo con ordine.

Tutt'ora, scrivo a casa. Il mio portatile non è portatile affatto, se non “con grande dispendio di forze ed energia”. Di scrivere a mano non se ne parla: ritrascrivendo tutto sul computer stravolgo sempre come minimo l'ottanta per cento di quanto avevo già scritto a mano, impiegando come minimo il triplo di quanto normalmente starei a comporre. Uno spreco totale.
Il problema è che... A scrivere a casa, fra Parentame vario trovare la giusta concentrazione è praticamente impossibile. Non si può. Questo brutto articolo lo sto scrivendo in una pausa in cui (Alleluja!) si son levati tutti dai coglioni, e stranamente la casa è silenziosa. 
Ma normalmente c'è più chiasso qui che al mercato di Costantinopoli.



Passiamo al piano B: Biblioteche.
Scrivevo nella biblioteca popolare e tutto andava bene. Fino a qualche mese fa; quando cambiata gestione, scomparse le vecchie bibliotecarie che conoscevo le hanno rimpiazzate con grassone indolenti e inutili (tanto più che il prestito è ormai elettronico, ordunque hanno decisamente esaurito la loro già magra funzione). 
La fila di computeroni anni novanta style sono stati etichettati, catalogati, muniti di connessione Internet: per cui al momento è possibile accedervi solo dopo trafila burocratica che prevede registrazione, password, nuova registrazione e altre cazzate varie. Puoi restarci solo un ora, o giù di lì (una miseria, per chi scrive) e teoricamente puoi usarli solo per navigare su Internet. In alternativa, cinque computer sono stati riconvertiti per guardare film... E nient'altro. Ne ho acceso uno, ed ero lì che pacificamente correggevo un capitolo sanguinosissismo di Katherina quando una quarantenne obesa mi ha fatto segno che no, lì non potevo stare assolutamente perché sono computer solo per visione di video, e nient'altro. Faccio notare che altri tre computer erano liberi, ma la pervicacia teutonica di servire la legge evidentemente scorreva forte in lei.
Ah, per la cronaca: doveva guardare Twilight (sic).

Ho lo stesso carattere di un Nano fantasy di basso livello, compreso amore per l'oro e rancori che perdurano secoli e secoli per cui ho depennato la biblioteca dalla lista. Non ci andrò mai più.

Che resta?

venerdì 28 marzo 2014

Ultima, di Carlo Vicenzi - steampunk post apocalittico


Ultima è, letteralmente, l'Ultima città. 
In un futuro post apocalittico dove l'umanità è regredita a "bastoni e pietre" dopo un conflitto nucleare, una piccola città nel nucleo dello scarpone italico è sopravvissuta, formando una rozza caricatura di una società vittoriana. Classista, crudele, spinta da una tecnologia a vapore oliata più dal sangue che dall'olio di macchina. Ogni quartiere rappresenta un mondo a parte, in termini videoludici una gilda con le sue caratteristiche, le sue peculiarità e vantaggi... Ogni quartiere gareggia per avere il diritto di governare la città nel Palio delle Contrade, una competizione sportiva ultraviolenta che sancisce di anno in anno quale Contrada guiderà la città. Ma in questo fragile equilibrio qualcuno ha scelto di giocare più sporco del solito...

La scrittura di Carlo Vicenzi è incalzante. 
Dovessimo affrontare un testo proveniente dalla tradizione anglosassone, non calcherei più di tanto la mano su quest'aspetto: ma è per una volta bello affrontare un romanzo in italiano di una piccola casa editrice che presenta chiaramente una narrazione senza fronzoli eccessivi, metaforone o maledette catene di avverbi. Non so se sia merito di Carlo Vicenzi, o dell'editing di Mauro Saracino: in ogni caso il romanzo è fluido, senza scarti, con qualche lungaggine di troppo solo nel finale eccessivamente strascicato.

L'incipit parte con il protagonista Demetrio Deisanti che nel corso dell'ultimo palio giunge a ferire mortalmente un suo contendente: qualcuno ha manomesso la sua asta, sabotandola con una lama celata. Condannato già nel primissimo paragrafo, torturato, esiliato dalla cerchia di appartenenza: un reietto, insomma.
"Appena le ferite si chiusero venni gettato in strada, come spazzatura. I miei vestiti erano ridotti a stracci, le gambe non mi sostenevano. Usai un'asse di legno trovata in un vicolo per camminare, diretto al rione dell'ovest. Per strada, la gente non aveva pietà per me, solo disprezzo.
I marciapiedi in marmo della grande strada maestra erano calpestati da migliaia di persone, mentre al centro si muovevano eleganti carrozze a vapore. La città era attraversata da rotaie su cui transitavano grossi mezzi pubblici carichi di lavoratori e cittadini. Zoppicai fino a una fermata e cercai di salire su un vagone.
Un ragazzo di non più di vent'anni mi si parò davanti.
<< Tu non puoi salire, merda Senza Cerchia. >>
Con uno spintone mi fece cadere a terra, tra i passanti. Il mezzo partì sbuffando, allontanando le risate di quel figlio di puttana. Non avevo nemmeno fatto in tempo a vedere a che Contrada appartenesse."

martedì 25 marzo 2014

Medicina in Giappone dal X secolo al Periodo Edo



La medicina è una scienza utile, ma per quanto sia evidente anche a un masochista quanto sia fondamentale, ha avuto una storia dura. Capire come funziona il corpo umano non è cosa da videocassetta, specie se vivevi nel Giappone medievale.

Il più antico trattato di medicina giapponese è Ishinho: scritto da Yasuyori Tamba nel 982 d.C. è lungo trenta pagine ricche d' informazioni su malattie e relativi trattamenti. Gran parte delle conoscenze elencate sono già presenti in testi cinesi precedenti: le illustrazioni che presento provengono invece da una copia del libro effettuata nel 1860.

 ♫ Ma quant'è bello avere un figlio!  ♪ ♫


Nel quattordicesimo secolo il monaco Majima Seigan ebbe un terribile sogno in cui Buddha gli rivelava come curare le malattie agli occhi. Quando si svegliò la mattina seguente, Majima vagò fino alla statua di un Buddha in un tempio, dove trovò un libro misterioso pieno di rimedi per curare gli occhi: il primo manuale di Oftalmologia giapponese, recapitato dai droni di Amazon da Buddha in persona. Il monaco si diede alla medicina itinerante da quell'episodio. Molte copie del suo trattato risalgono al XVII secolo.

 

venerdì 21 marzo 2014

Il battesimo del fuoco, di Andrzej Sapkowski - Finalmente il seguito!


In Italia, il nome di Sapkowski è indissolubilmente legato al successo del primo videogioco polacco di ruolo, The Witcher, che riprendeva e approfondiva una delle tante storie di questo cacciatore di mostri, il Witcher, appunto, Geralt di Rivia. La traduzione dal polacco è partita con il Guardiano degli Innocenti nell'ormai lontano 2010, proseguendo con la Spada del Destino, che raccoglieva forse i suoi migliori racconti per inaugurare poi una serie di lungo respiro, che inserisce Geralt di Rivia in un contesto socio-politico che porta a domandarsi se il mostro sia il Drago o il Politico.
La risposa è ovviamente scontata.

Il battesimo del fuoco
Ne Il tempo della Guerra, Geralt aveva fallito: Ciri, ragazzina dai grandi poteri magici cardine di una profezia elfica e ultima erede del trono di Cintra è scomparsa, dispersa a Nilfgaard, mentre l'imperatore di questo regno del male usa una bambina fantoccio per affermare la supremazia.
Geralt, profondamente mutilato dallo scontro sanguinoso a Thanedd, guarisce le sue ferite nel bosco delle driadi, Brokilon. Continui incubi che attentano alla vita di Ciri gli impediscono di darsi pace, fino a quando, zoppicante e aiutato da Milva, un'arciera umana allevata dalle driadi, Dandelion Ranuncolo e altri pittoreschi personaggi, decide che è tempo di una missione di salvataggio.

Sotto molti aspetti Il battesimo del fuoco è un balzo in avanti, rispetto al Tempo della Guerra, che nonostante fosse una piacevole lettura, decisamente in alcuni tratti arrancava. 
In primo luogo, Nilfgaard, potenza che Sapkowski stesso ha definito nazistoide, muove all'assalto dei divisi regni del nord. Il viaggio di Geralt verso Ciri diventa pertanto un'avventura in una terra di nessuno flagellata da eserciti in conflitto.
Il clima di fragilità, violenza e disordine è reso efficacemente, anzi; domina la storia. Scorribande, conflitti occasionali e saccheggi sono un'utile trovata narrativa che mantengono il romanzo sempre sul filo del rasoio. Non c'è svolgimento lineare e dietro ogni angolo, ogni voltare di pagina c'è l'ombra di un combattimento. 
Il tasso di azione, di eventi casuali, aumenta.

"Erano diretti a est, tra il fuoco e il fumo, tra la pioggerella e la nebbia, e davanti ai loro occhi si dispiegava l'arazzo della guerra. Quadri.
Il quadro dell'asta di un pozzo che sporgeva come un grosso frego nero tra le rovine di un villaggio incendiato. All'asta era appeso un cadavere nudo. A testa in giù. Il sangue uscito dall'inguine e dal ventre massacrati gli era colato sul petto e sul viso, e ormai rappreso, gli pendeva dai capelli come tanti ghiaccioli. Sulla schiena del cadavere si vedeva la runa ard. Tracciata con un coltello.
<< Un an'givare >>, disse Milva allontanando i capelli bagnati dalla nuca. << Gli Scoiattoli sono passati di qui. >>
<< Che cosa significa an'givare? >>
<< Delatore. >> "


lunedì 17 marzo 2014

37 Days- In corsa verso la catastrofe della Grande Guerra


37 Days, letteralmente 37 Giorni, è una serie tv della BBC che comprende tre episodi della lunghezza di un'ora ciascuno, articolati in un più ampio progetto volto a sensibilizzare la popolazione a interessarsi ai retroscena della prima guerra mondiale, nel contesto del centenario 1914-2014.
Abbiamo bombardato la Libia nel 1912 e siamo tornati a bombardarla nel 2012, una guerra europea è scoppiata nel 1914 e ora nel 2014 un nuovo Tzar muove i suoi soldatini di piombo. Se dovessimo credere alla storia che ripete sé stessa del filone revisionista di Furet, si direbbe che il 1917 Oops il 2017 sarà un anno molto, molto interessante... Ma sto divagando.

Il poco simpatico Gavrilo Princip
37 Days si propone dunque di concentrare la lente focale su questo maledetto problema delle cause e vuole mettere in luce gli aspetti finora considerati di minor interesse cinematografico: rapporti diplomatici, burocrazia, intrallazzi fra politici e parlamentari.
L'azione segue le spalle di un giovane assistente del diplomatico inglese Edward Grey, incaricato di dover sostenere il ruolo dell'Inghilterra dapprima nell'assassino dell'Arciduca Francesco Ferdinando, in seguito costretto negli ingranaggi sempre più intrincati della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa, che lentamente lo stritoleranno portandolo a supportare la Francia in una piena guerra contro la Germania.

Il secondo protagonista si trova invece sull'altro fronte; è un giovane assistente del Cancelliere Bethmann-Hollwegg che fedelmente accompagnerà l'entrata in guerra del Kaiser, inizialmente interessato più a una guerra contro la Russia che contro la Francia e in seguito incoraggiato da Moltke e dal suo pallino per “La guerra totale”.

Chiariamo fin da subito: non è la serie migliore della BBC.
Riesce nell'intento di raffigurare il caos di misunderstandings, piccole rivalità e orgogli provinciali che portarono allo scoppio della guerra. Paradossalmente riesce a mostrare quanto la nozione di “causa” in storia sia eccezionalmente sopravvalutata. Non c'è un singolo personaggi che non sia pedina di una catena inarrestabile di eventi che lo costringono in un angolo, generando di fatto scelte obbligate, in cui Onore e Raziocinio centrano ben poco. Il laccio si chiude e nella fine del terzo episodio un pacifista convinto quale Edward Grey diventa il più convinto sostenitore del conflitto. Non c'è altra scelta, se non rifiutare la scelta stessa, e dimettersi dall'incarico, come faranno altri membri del Cabinet.

Ian McDiarmuid.
You know, Crowe, you should really take up cricket.
It teaches one an awful lot about life!
La parte “inglese” della serie funziona bene, mescolando dialoghi ben scritti a un'ambiguità di fondo che di tratto in tratto viene lasciata riaffiorare. La Serbia oppressa? Una tragedia, ma in fondo tanto diversa dall'Irlanda? In entrambi i casi abbiamo un impero che opprime: l'Austria/ Impero Britannico. E una nazione ingiustamente oppressa: Serbia/Irlanda. Viene inoltre colta molto bene quanto poco “Europea” venisse sentita la Russia: lo Tzar è una figura minacciosa per tutti, Nemici&Alleati, un Tiranno con a disposizione migliaia su migliaia di uomini, letteralmente milioni da gettare all'attacco. E' quanto sbaglia chi scrive Steampunk: il Kattivone se volete davvero restare fedeli alla mentalità vittoriana dev'essere la Russia. Nonostante fosse in realtà molto più debole di quanto all'epoca si ritenesse, era la Russia la potenza che nel passaggio di secolo si temeva “dominatrice”.
I prussiani d'accordo, pericolosi, industriosi: ma erano i cosacchi l'autentico terrore.

martedì 11 marzo 2014

Cara oggi niente Van Gogh per pranzo, che dopo mi resta sullo stomaco...


L'iniziativa è partita dalla raccolta fondi della società inglese non-profit Art Fund, che ha lanciato il bando per il progetto Edible Masterpieces, letteralmente Capolavori che si possono mangiare, masticabili. 
L'idea è di costruire riproduzioni di opere d'arte in miniatura utilizzando materiale commestibile, alla base, in modo che all'occorrenza, dopo averli creati possano servire come deliziosi dessert. L'iniziativa non è originalissima, e come il sito Hyperallergic osserva, “pasti” del genere erano già popolari al Caffè Blue Bottle del museo di Arte Moderna di San Francisco.

In composizioni con miniature di piccoli visitatori a dare il senso delle dimensioni alcune di queste raffigurazioni valgono un'occhiata. Il dolcetto Pollock richiede

“splash[ing] the four colours [of icing] over the cake until you are satisfied that you have done Pollock justice, or maybe even out-done him.”

" schizzare i quattro colori sul tortino fino a quando non ti sembra d'aver fatto giustizia a Pollock, o addirittura ti sembra d'averlo superato in foga "

Un Pollock assai originale... :D

venerdì 7 marzo 2014

Giochiamo al piccolo cultista? - Kingsport Festival


In altri tempi, dichiarare il proprio amore per H.P. Lovecraft era un atto temerario.
Le reazioni erano principalmente due: la “scrollata di spalle” di chi non conosce e non vuole conoscere (Lovecraft! Chi era costui?) e nel caso peggiore il disprezzo del lettore intellettuale, che rifiuta di considerare qualsiasi cosa non sia puro mainstream (Lovecraft? Poe? Una lettura malata, di “genere”: per lettori imbambiniti cui piace alimentare perversioni malate).

Lovecraft nell'immaginario Pop americano è penetrato tuttavia da un pezzo, spinto da quell'irresistibile Gioco di ruolo che risultò essere Call of Cthulhu, diffondendosi poi su Internet a macchia d'olio, in forme sempre più stilizzate; slogan Cthuloidi condensabili in pochi elementi facilmente riconoscibili dai diversi “fan”.
In questo processo, un 80% dell'H.P. Lovecraft originario è andato desolatamente perso.
Cthulhu stesso è un amalgama riconosciutissimo di elementi che difficilmente erano tanto “dogmatici” nell'opera originaria: la silhouette a dinosauro, il barbaglio di tentacoli alla bocca, il colore verde squamoso della pelle. Sono elementi tanto codificati che metterli in discussione esporrebbe al ludibrio, eppure basti guardare agli anni ottanta, e più nello specifico allo Speciale Lovecraft dell'Ottobre 1979 dell'Heavy Metal Magazine per rintracciare una ricchezza e un'inventiva che vengono oggigiorno eliminate. 

Nei giochi da tavolo, o nel surrogato ora più diffuso, il videogioco, i Miti di Cthulhu hanno molto sofferto per quest'ambiguità di base, questa tensione fra il pessimismo dell'opera originaria e la tentazione del pastiche fracassone. Come analizza magistralmente Matteo Poropat nel saggio “I giochi di Cthulhu”, il genere più volte ha subito la furia unidirezionale dello Sparatutto classico e solo in rari casi, sono state sperimentate soluzioni in grado di calcolare Salute mentale e Paura del personaggio, dando bene l'impressione della “passività” del protagonista giocante di fronte alla minaccia aliena. E' il caso della Frictional Games, che aveva già un suo predecessore spirituale nell'ottimo Dark Corners of the Earth.

Un giro su Kickstarter evidenza bene l'attuale bipolarismo del gioco lovecraftiano attuale, continuamente preso da roboanti dichiarazioni di amore nei confronti dell'opera “originaria” ma sempre pronto a snaturarla con passo deciso, picchiando nell'unica direzione che garantisca un congruo numero di clienti: azione sfrenata, tanti dadi, eventi casuali. Sconfiggere Nazisti alleati con gli Uomini-pesce di Dagon, abbattere con raffica di missili teleguidati un Cthulhu-Godzilla che infuria a New York. Meccaniche soddisfacenti, dall'azione caciarona; ma sotto sotto giochi di una ripetitività straziante.

Così, quando l'occhio (il tentacolo?) mi è caduto su Kingsport Festival, ennesimo gioco da tavolo dall'ennesimo sfondo Cthuliano, non ero entusiasta. Fino alla sinossi, almeno (pagina facebook):