martedì 27 maggio 2014

Quando Martin scriveva fantascienza


A trattare la scelta tra libro cartaceo e ebook, spesso si trascura che il discorso non si svolge mai in un piano di parità. E' difficile, se non impossibile che ogni lettore abbia un'ampia disponibilità finanziaria per comprare libri in massiccio cartonato, metterli sulla scansia, ammirarli in tutta tranquillità soddisfatto d'aver garantito la sopravvivenza della "libreria" di quartiere o altre del tutto romantiche e inventate realtà locali. Spesso la scelta dell'ebook è semplice necessità: non ho i mezzi materiali per la vanità di possedere un libro. Potrei andare in biblioteca per prendere quanto mi serve, ma da assiduo (una volta) frequentatore, vi assicuro che il prestito del libro è una faccenda sgradevole, un non-possesso di gran lunga peggiore al gettare qualche euro per l'ebook. Senza ovviamente contare che ebook e libri cartacei possono benissimo sussistere, come viene lapalissianamente dimostrato da diversi anni...

Questa contorta introduzione per spiegare che spesso alcune scelte anche in un ambito triviale quale la scelta del libro sono certo più motivate dalla disponibilità personale di denaro e mezzi, che da immaginarie e del tutto fantasiose scelte morali. Ad esempio, nel mio caso, non avrei mai considerato la rigatteria un posto dove andare, se non fosse che di anni in anno la disponibilità monetaria si riduce drasticamente sempre di più, e come Lovecraft s'adoperava per comprare una giacca "da gentleman" nei negozi delle pulci mercanteggiando ironicamente con quei brutti negri e meticci che dichiarava d'odiare nei propri racconti, così io giro nelle rigattiere frugando tra schifezze dimenticate da Dio alla ricerca di qualche romanzo interessante per cui buttare cinquanta penny cent o nel caso più generoso, addirittura un euro. Spesso ritorno con il braccio insozzato fino al gomito di mestruo e sperma delle trame d'isterici harmony senza sostanza, ma in altri casi un decesso, o un improvviso abbandono d'interessi portano a valanghe di roba interessante.
Il tizio muore, i “simpatici” parenti decidono che è ora di liberarsi di tutto quell'immondezzaio chiamato “libreria” (sic!) vendendo tutto il lotto al rigattiere, che si lecca i baffi. Immaginatelo come un gatto davanti a un piatto di lische: non andrete troppo lontani dalla realtà.

Ad esempio, ultimamente ho recuperato un paio di numeri di Robot di fine anni 70. Giganteggiava il nome di George rr Martin in copertina, e col pensiero “vado sul sicuro” li ho presi entrambi.
  • Anno III Gennaio 77' L.800: in Questo numero: un romanzo breve di George RR Martin
  • Anno III Giugno 78' L. 1000: in questo numero: racconti di George RR Martin
Robot è una rivista di fantascienza ancora viva nel panorama (decadente) della sf italiana: l'ho vista un paio di volte in diverse librerie, ne ho letto qualche numero recente, insomma è una realtà ancora attuale. Che al di fuori del prezzo il formato sia rimasto in colore e dimensioni identico a quant'era trentanni fa la dice lunga sul conservatorismo italiano, ma sorvoliamo...

Il romanzo breve era Una canzone per Lya, lunga novella vincitrice del Premio Hugo 1976
Il romanzo sviluppa un tema assai vivo nella fantascienza sia vintage che attuale; la telepatia, la possibilità di leggere emozioni e pensieri degli individui. Lyanna è una telepate che riesce a leggere i pensieri di chi le sta di fronte; Robb riesce a leggere invece il miscuglio di emozioni che agita il suo interlocutore. Insieme, formano una coppia formidabile, sia come fidanzati che in quanto colleghi di lavoro. Alle prese col mistero della società aliena degli Shkeen, vengono gradualmente introdotti in un giallo/ horror metafisico piuttosto complesso, ricco di risvolti etici e morali difficili da descrivere senza scadere nello spoiler. C'è il tema (banale a leggerlo così) della felicità eterna, c'è il tema di Dio (un dio alieno e ben incarnato sulla terra, stavolta), c'è il tema della metempsicosi, c'è il tema del suicidio e dell'amore. Non sono tematiche che vengono sparate in faccia al lettore; le sto estrapolando io, adesso, in sede di commento. L'enfasi, ed è in questo il valore dell'opera, sta nelle descrizioni vive, nei sentimenti dei personaggi, nella continua, esasperata ricerca di dettagli concreti. E' vero che, partendo dalla prima persona, sfuggono diversi infodump, ma la resa dell'emozione è sempre subordinata alla descrizione del mondo circostante. 
“Robb è infelice” non lo troverete mai in Martin (ma nel fantatrash italiano sì).

Al mattino calano le nebbie è invece il racconto del 78'. E' un “raccontino”, focalizzato stavolta sul mistero del pianeta degli Spettri, un emisfero avvolto dalla nebbia perenne, al cui interno, così si dice, abitano Spettri in grado di cacciare prede umane. Il focus non è sul mistero degli Spettri, o sull'eventuale loro (sc/in)contro con l'essere umano: piuttosto è sul fenomeno sociale di questa mitologia nata dai primi esploratori del pianeta, più sulla credenza nel fantastico, nel soprannaturale che nell'effettiva esperienza di esso.
Un passaggio di dialogo verso il termine esemplifica bene tutto questo:

- Forse – rispose Sanders. – Ma è l'unica cosa di cui abbiamo bisogno? Non credo. Penso che abbia anche bisogno del mistero, della poesia e del romanticismo. Penso che abbia bisogno di qualche domanda senza risposta, per farlo meditare e stupire –
Dubowski si alzò, improvvisamente corrucciato. – Questa conversazione è inutile come la sua filosofia, Sanders. Nel mio universo non c'è posto per le domande senza risposta –
- Allora lei vive in un ben povero universo, dottore –

Come ho già sottolineato, questa conversazione non mostra il soprannaturale di cui discutono; ne parlano piuttosto, l'uno con tono nostalgico, l'altro con acceso scientismo. Questo rimpianto misto a nostalgia per un fantastico perduto è spesso presente (mia impressione, eh!) nella fantascienza martiniana. L'uomo vive nello spazio, viaggia su razzi spaziali, è a capo di un evoluto umanesimo: eppure è poco soddisfatto di quanto ha fatto e scoperto. Sente d'aver perso qualcosa.

Possiamo dunque dire che la fantascienza di Martin è la teoria, mentre il suo fantasy, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, costituiscono la prassi? Nel primo caso si parla e si discute di un fantastico che rimane sempre ai margini, ma che è fortissimamente desiderato. Nel senso, il fantastico viene per l'appunto messo direttamente in scena, è il nocciolo (l'etichetta!) stessa della storia. 
O se preferite un paragone più calzante se siete scrittori; la fantascienza di Martin Racconta il fantastico; il fantasy di Martin lo Mostra direttamente.

Un altro aspetto interessante è dato dalla breve biografia esposta in Robot del Gennaio 77'. Martin viene incaricato di presentarsi ai lettori di Robot e scrive una breve, ma concisa relazione delle sue attività. Non voglio perder tempo a contare quante parole sono, ma occupa a stento mezza paginetta, pure includendo una grossa foto di un Martin insospettabilmente giovane, magro (ma fieramente barbuto). 
Una modestia rimarcabile, se consideriamo che (cito)

Ho poco più di ventotto anni (…) ho pubblicato una trentina circa di opere brevi, e sono giunto in finale a più premi di quanto non meriti. Dal 1973 ad oggi sono riuscito a perdere tre Hugo e tre Nebula, ma ho anche vinto un Hugo: per A Song of Lya, miglior romanzo breve del 1974.

venerdì 16 maggio 2014

Il fumetto come geroglifico? Scrittura e arte con Barry Windsor-Smith


Leggere un fumetto non è come leggere un libro. O ammirare un'opera d'arte. 
Un libro si legge; si decifra un codice, che permette di tradurre alcuni segni in parole e queste parole in oggetti, sentimenti, scene, storie. Un'opera d'arte, molto banalmente, si guarda. La si osserva. Si forma un'interessante paradosso, per cui l'immagine in se cessa di esistere come qualcosa di "materiale" per diventare qualcos'altro di vincolato, ma al contempo indipendente dal supporto fisico. Quel quadro tanto stupendo da rapirti in un'altra dimensione. Quella fotografia in cui vedi qualcos'Altro dalla semplice, fotorealistica appunto, resa del soggetto fotografato. Non un pezzo di realtà, ma un'immagine di quella realtà. E' capitato a tutti di guardare la foto della propria tessera d'identità e guardare un estraneo in un altro luogo, un altro tempo. 
La scrittura, codice. L'arte, un'immagine, un "guardare dentro"
Sono questioni su cui è già stato scritto a sufficienza in quegli ambiti all'intersezione dell'Estetica e della Semiotica.

Tuttavia, nel caso del fumetto, pongono interrogativi interessanti: devo "leggere" un fumetto come un romanzo? O piuttosto ammirare le sue immagini, come fossero un manuale di opere d'arte?
Non è un po' lo stesso quesito che pongono i geroglifici?
La parola cane, scritta su una lavagna, per quanti significhi un cane, non raffigura un cane.
E un cane disegnato, non corrisponde alla parola scritta "cane".
Ma nel caso di un geroglifico? Un geroglifico del "cane" mettiamo, raffigura il cane e al contempo significa quella data parola. I fumetti non sono in un certo senso, dei geroglifici? 
La fusione parola+immagine permette di realizzare questo paradosso e al contempo genera non poche difficoltà. Spesso, come con i videogiochi, si attribuisce la fumetto uno status inferiore al "film", e per quanto la situazione sia in parte cambiata, il numero di fumettari che continuano a essere fumettari superata una certa soglia d'età è infima, se non spaventosamente piccola. Confrontando quante persone leggono Topolino alle elementari e quante persone leggono graphic novels all'università, la percentuale si alza e si abbassa a dismisura, come un encefalogramma che precipiti. Certamente, è questione di gusti e temperamento. Ma d'altronde, non si comprende pienamente perché se un bambino passa da leggere le fiabe a leggere i classici, o dal guardare i cartoni a guardare i film, non possa compiere lo stesso passo nel campo fumettistico. 
Perché a un certo punto il fumetto viene "accantonato"?
Era questo, il punto sollevato da Alan Moore in una sua vecchia intervista, dove i suoi più deboli "fan" hanno cominciato a dire "che è andato fuori di testa".

"Non ho mai letto un fumetto di supereroi da quando finii con Watchmen. Odio i supereroiPenso siano degli abomini. Non significano più ciò per cui sono stati usati per significare. Sono stati inizialmente nelle mani di scrittori che avrebbero dovuto espandere l’immaginazione di un pubblico di nove e tredici anni. Era questo ciò che dovevano fare e lo stavano facendo in maniera eccellente.
Oggigiorno, i fumetti di supereroi non sono più pensanti per un pubblico di quell'età, non hanno niente a che fare con loro. Si tratta di un pubblico in gran parte di trentenni, quarantenni, cinquantenni e sessantenni, solitamente uomini."

Siete liberi d'intenderlo in senso ironico.

Quanto voleva sottolineare Moore, era che leggere di fumetti Marvel a quarant'anni è come guardare cartoni animati anziché film. E' ovvio, che de facto, Topolino ospiti storie stupende, graficamente e narrativamente parlando, superiori alla media delle stronzate autobiografiche che affollano troppe graphic novels. Tuttavia, Topolino è pur sempre rivolto (giustamente) a una certa fascia di lettori. Lo si apprezza, ma lo si trova anche un po' sciocco. Allo stesso modo come si trovano sciocchi i cartoni animati a quarant'anni. E' un fatto di crescita, no? Avremmo un inferno di bambini-adulti, se non fosse così. Non è questo dopotutto l'obiettivo della Disney, o di molte corporazioni o della chiesa? Il bambino obbedisce. Il bambino paga, sopratutto. Spende senza pensare. Il capitalista perfetto. Il fumetto può e deve fare di più. Deve crescere. Deve maturare. Ma grazie a quella bella invenzione chiamata “supereroi” è davvero dura che lo faccia.

Un secondo motivo collegato all'abbandono del fumetto è che, come il videogioco, è decisamente impegnativo. Topolino non è impegnativo, perché come già detto, è rivolto a un certo pubblico. Le vignette sono tutte in fila, i disegni chiari e calibrati, i paperi parlano come beh... Come paperi.

MA ZIO PAPERINO! UFFA! CHE BLOG NOIOSO!...

Coi manga già la situazione si complica, e con il mercato dei supereroi, che pure tranne qualche eccezione si mantiene a livello medio/basso, serve un certo allenamento, per non stancarsi. Dopotutto, perché non afflosciarsi in poltrona e godersi qualcosa alla cara vecchia Tele, piuttosto che comprare albi (sempre più costosi) e mettersi lì a impegnare gli occhi a seguire il flusso delle vignette e a integrare parola e immagine. Fatica, troppa fatica, pur nelle trame spacca&distruggi che dominano.
A volte, se il lettore non è pratico coi fumetti da anni, il risultato è particolarmente comico. 
Molto semplicemente, non capisce cosa sta leggendo. Volta le pagine freneticamente, ruota l'albo da una parte a l'altra e mostra la più totale confusione. Roba per bambino, impreca. 
E getta il povero fumetto in un angolo.

mercoledì 14 maggio 2014

La pochezza dei romanzi per bambini


Una delle cose che più rattrista nell'età contemporanea, è quanto siano diventati patetici i nobili intenti degli scrittori per bambini. Secoli di pedagogia hanno ampiamente convenuto che i bambini sono "spugne; assorbono di tutto!". Che sono facilmente influenzabili nel comportamento e nel modo di fare da quanto viene loro insegnato, trasmesso, e non ultimo da quanto leggono.
I libri per bambini plasmano l'adulto che diventeranno, se non al 50%, cerchiamo di stimare quantomeno un 5, 10%. Ovviamente molto dipenderà da quanto legge, come, perché, dove... Tantissime variabili. 
Ma l'influenza che un romanzo per bambini può esercitare è forte e immensa.

E dunque, posti di fronte a tutto ciò, come reagiscono questi "romanzieri-pedagoghi"? 
Male, direi. Malissimo. In primo luogo, per quanto non si può, ovviamente, far leggere D'Annunzio a un bambino delle elementari, questo non vuol dire si debba sprofondare nell'idiozia linguistica. Dovete scrivere un romanzo semplice, non un handicappato mentale che mugola con quattro parole in croce. Esistono una cosa chiamata "Note a piè di pagina”. Le capisce un adulto, può capirle benissimo un bambino. Se siete indecisi se ripetere l'ennesimo termine trito e ritrito, o infilarne uno nuovo, infilate quello nuovo, e vicino aggiungete una semplice annotazione: Significa bla bla Ora imparalo, lettore bambino. Progredisci veramente.

In secondo luogo, ed è l'appunto più desolante: proprio perché il bambino assorbe di tutto, non vedo perché
dobbiate proporre l'ennesimo scenario "cittadino", "attuale", con un protagonista (ovviamente) "bambino". Basta! Quando Tolkien scrisse un romanzo per bambini scrisse quel fottuto capolavoro de Lo Hobbit , non un romanzetto giallo con un bambino che viveva nella campagna inglese con un padre imprenditore e una madre segretaria "con l'hobby della cucina". Rabbrividisco all'idea. Scrisse invece di una piccola razza con piedi pelosi che viveva in un mondo fantastico razionalmente creato, con una trama e personaggi nell'insieme più che complessi e caratterizzati. Ripeto: non scrisse nessun edificante romanzo con protagonisti dei "bambini". Scrisse un romanzo con protagonista un "Hobbit" con ben nove "Nani" al seguito, in un'ambientazione straniante. Come on'! I bambini non sono deficienti (lo sono però i "fan" cinquantenni che citano Tolkien come il Dogma o la Rowling come l'Essenza Ultima), potete inserire il vostro messaggio "edificante" in una cornice molto più piacevole del giovane mago/studente/cavaliere/vampiro nell'ennesima scuola anonima/ villaggio/paesino di campagna (sic!).

E sempre a proposito del messaggio "edificante", terzultimo punto. Non serve. Non perché non si debbano trasmettere degli ideali. Ma proprio in virtù degli ideali stessi; se sentite di doverli "trasmettere" vuol dire che non li sentite davvero. Altrimenti li avreste già interiorizzati, resi parte di voi. Non sentireste di dover inserire qualcosa, verbo "inserire” che d'altronde già denuncia ampiamente quanto sia "estraneo" quest'inserimento. Non c'è bisogno di specificare che un romanzo per bambini debba avere tra i suoi messaggi l'amicizia. E' ovvio, che debba essere così. Nella storia che andrò a costruire, mi verrà "naturale" inserire temi quali l'amicizia e l'onore. Non dovreste accorgervene neppure, d'inserire tematiche del genere: dovreste piuttosto concentrare l'attenzione sulla storia, sul fluire degli eventi, delle situazioni. Non ripeto, sul "messaggio" che se sentite davvero l'ideale che volete trasmettere, esso verrà da solo.

Certo, è pieno di uomini vuoti, a questo mondo. E' possibile che vogliate "non comunicare alcun messaggio". La neutralità vigliacca che tutti amano, in questo tempo. In tal caso, rassicuratevi: state già trasmettendo un messaggio, ed è il trito conservatorismo tollerante e capitalista, l'ennesima fantasia liberale (no, purtroppo non è il fantasy tradizionale; è senza elfi, o nani: troppo nobili e idealisti i primi, troppo proletari e solidali i secondi). Una citazione di Tolkien, sebbene non pertinente al cento per cento riassume bene l'atteggiamento d'assumere:

Tolkien, a proposito della domanda: << E' vero? >> osserva come << Non è una domanda cui si possa rispondere in modo avventato o distratto >>.
Egli aggiunge che molto più importante, per il bambino, è la domanda: << E' stato buono? E' stato cattivo? Cioè (al bambino) sta più a cuore capire chiaramente chi è dalla parte del giusto e chi dalla parte del torto >>.

Gettate nel fuoco i vostri trattatelli di psicologia e le vostre piccole, meschine intenzioni di scrivere "solo" un romanzo per bambini. Proprio perché per bambini, quel romanzo necessariamente dovrà essere costruito con estrema cura, attenzione e serietà. Nella mia (probabilmente dispotica^.^) Repubblica Ideale, permetterei solo agli scrittori più bravi e con alle spalle le opere più eccelse, di scrivere romanzi per bambini. Troppo spesso, a passare in libreria e a gettare per curiosità un'occhiata fugace a quella sezione, trovo che il Fantasy per bambini, e il libro in generale per l'infanzia stia recedendo a narrativa di serie B, per autori in fondo un po' "bambini", che non hanno voglia d'impegnarsi.
Proprio al contrario, dovrebbero occuparsene gli adulti più adulti.

Fonti:
Il romanzo di formazione, di Franco Moretti.
Per la citazione, "Albero" di Tolkien, Come il Signore degli Anelli ha segnato la cultura del nostro tempo. 

lunedì 12 maggio 2014

E vissero felici e contenti e con un botto di punti esperienza - Child of Light


Gioco molto delicato, Child of Light. Una volta dal rigattiere ho maneggiato un servizio di tè in porcellana antica che molto probabilmente era l'unico pezzo di reale valore del negozio, tantè che quando il mio amico ha chiesto il prezzo, ha ricevuto uno "snort" sdegnato dal possessore che sembrava uscito da un fumetto. Quella porcellana era terribilmente delicata e solo un sussulto l'avrebbe infranta al suolo in tanti, piccoli pezzi. Eppure, era delicata anche nel senso più puccioso del termine; trasmetteva un'impressione di delicatezza (appunto!) adorabile. Una certa uguale impressione la si riceve giocando Child of Light, che in ogni dettaglio, dall'apertura iniziale all'acquerellato dell'ambientazione, ai dialoghi in strofe in rima baciata manda quest'inconsueta sensazione d'un fiaba raccontata a letto.

Il mio personaggio preferito: un topino mercantilista
Se l'incipit ci segue ancora impacciati in un mondo bidimensionale denso di pericoli, procedendo l'avventura velocemente si alleggerisce sul versante ludico. Nelle fasi iniziali ancora non possediamo il potere del volo, che risulta fondamentale nell'esplorazione dei fondali attentamente dipinti. Il combattimento, invece, è nella tradizione degli Jrpg; duro all'inizio quando ancora non si padroneggia a fondo, tende a risultare ripetitivo sul lungo periodo. Graficamente, è stupendo: dalle animazioni che nonostante non siano legnose mantengono un “qualcosa” delle figurine di carta, ritagliate con carta e penna e mosse da un bambino, alla stessa disposizione sui doppi lati dell'arena delle forze che si fronteggiano, in un modo artefatto che ricorda molto la finzione teatrale. Child of Light o in generale gli Jrpg come nuove Opere teatrali? C'è sicuramente qualcosa, nello stile volutamente enfatico. Un frammento di un'intervista a Rock Paper Shotgun (tradotto) trasmette quest'impressione:
Una delle battaglie venne ispirata dalla scena di un'Opera – le luci, la nebbia e quel genere di cosa. L'Opera lirica era un'altra delle cose che avevamo in mente (...)
Penso che ci sia qualcosa della lirica, per me, nelle battaglie. Sono teatrali. Gli Jrpg sono teatrali, perché tutti i personaggi sono da una parte. Quando inizia una battaglia, sembra di essere su un palcoscenico. Non è come in un rpg strategico. Lì i personaggi cambiano posto, e passano da una posizione all'altro. Stavo dicendo, mi piacerebbe avere una battaglia alla Cirque de Soleil, uno scontro teatrale che si senta sia viscerale che teatrale.

mercoledì 7 maggio 2014

Nemo Propheta in Antartide


Nemo - Cuore di ghiaccio- Guida alla lettura

I testi di Moore non sono mai testi facili.
Specie la saga degli Straordinari gentlemen, che si presenta stratificata a più livelli, con un gran numero di dettagli che vanno facilmente persi. Ad aggravare il tutto, se i primi due volumi della saga ambientati nell'Ottocento sono godibili senza troppe difficoltà interpretative, è negli ultimi volumi che Moore dispiega un armamentario di metafore, simbologie e riferimenti che spesso sovrastano il puro piacere della storia.

E' il caso di Nemo, cuore di ghiaccio.

Primo volumetto di un'agile trilogia, per il momento mi ha colpito più per il personaggio di Janni che per la sceneggiatura in sé. Nel volume Century - 1910 della Lega era un personaggio ancora in fieri, in una trama di rape&revenge. Nella nuova trilogia è invece un personaggio femminile forte, nel senso positivo del termine. Non forte fisicamente, ma con una psicologia ben delineata, determinata e se vogliamo giocare al piccolo multiculturalista americano, un capitano femminile di nazionalità indiana a capo di un equipaggio di pirati-reietti di ogni angolo del globo. Non male, no?
Già l'idea in sé di un'eroina indiana cozza violentemente contro le attuali protagoniste, improntate al biancore abbronzato degli Stati Uniti, del pallore svedese, se non albine in alcuni casi. A voler leggere davvero Alan Moore, invece che piagnucolare su articoli di giornalisti-scarafaggi, è davvero difficile considerarlo un violento esagitato; si riscontra invece la continuità con la linea anarchico-comunitaria di Michael Moorcock, volta a decostruire prima il “buono” impero coloniale inglese, poi il “libero” (mercato?) dell'Americanismo. Ma per carità, questa è solo una mia opinione...

Dal punto di vista della lettura, Nemo, cuore di ghiaccio rimane tuttavia un'opera stancante, molto cripitca nel gioco citazionista imbastito da Moore.
Ci viene allora in soccorso Jess Nevins, esperto di cultura vittoriana e pulp, la cui cultura enciclopedica si dispiega in fenomenali articoli su Io9. Conoscevo Jess Nevins per la definizione che forniva di steampunk
"Steampunk is What Happens when Goths discover Brown"
Ma sembra che non sia nuovo a compilare appunti sulle opere di Moore; sua è infatti è una guida interpretativa ai primi due volumi (esatto, quelli ultimamente ri-pubblicati in formato tascabile dalla Bao) che con mia grande sorpresa è anche stata tradotta dalla Delos. (La Lega/ Vol. 1 Eroi e mostri). Cercherò di procurarmela in futuro. Le guide sono comunque facilmente rintracciabili su Internet, a disposizione di tutti per volontà dell'autore. Il riferimento alle pagine inglesi mette in difficoltà, ma le sto trovando illuminanti; sembra finalmente di avere una chiave d'accesso a qualcosa che guardavi dall'esterno restandone affascinato, ma senza capirci troppo.
Utile, insomma.

Nel caso di Nemo, cuore di ghiaccio avevo promesso una guida e ho così deciso di cannibalizzare il lavoro di Nevins, riorganizzandolo in riferimento alle pagine e alle vignette dell'edizione della Bao: Nemo Cuore di ghiaccio. Spero possa esservi utile. Non ho tradotto e riportato tutto quello che diceva Jess Nevins, ed eventuali errori sono tutti dovuti alla mia incapacità. Per una visione estensiva e completa, consiglio vivamente di leggere le notazioni nel testo in inglese (Annotations/Nemo's Heart of Ice).
Pagina 1.
In alto, il motto "Mobilis in Mobili" è il tradizionale motto di Nemo nel Nautilus Verniano, di Ventimila Leghe sotto i mari.

Pagina 2.
Locandina pubblicitaria.
Kor è il nome di una capitale di una civiltà decadente e morta da tempo presente nei romanzi vittoriani di H. Rider Aggard, quelli con protagonista Allan Quatermain, membro "umano" della Lega degli Straordinari Gentlemen.

White Star – Linea Titan

Nella versione "storica" esisteva una Linea Star, una compagnia commerciale britannica che possedeva il Titanic. Nel mondo "alternativo" di Moore, il Titanic non è mai affondato, e in cambio domina la linea Titan, colossale trasporto passeggeri.
Non deve ovviamente sorprendere nessuno ch'esista un romanzo scritto nel 1889 in cui la linea Titan affonda colpita da un iceberg: Futility, or the Wreck of the Titan di Morgan Robertson.
Colori e stile della finta locandina riprendono un'iconica locandina art Deco di quei tempi (Normandie poster)


venerdì 18 aprile 2014

Lo Scorpione Grigio di Misty Bay


L'Ora Più Buia è il titolo di una raccolta di racconti d'avventura di Andrea Sfiligoi, che mescola arti marziali orientali all'impianto pulp tipico degli anni trenta. Misty Bay: una città inventata, ma saldamente radicata nel peggio della realtà urbana americana. Gray Scorpion: un eroe mascherato di quelli che ne hanno perso lo stampo, ma esile, senza superpoteri e di provenienza cinese.
L'ebook si compone di due racconti, il primo di lungo respiro che sviluppa un massacro pirotecnico nel covo di uno dei cattivi della storia, il secondo dilatato nell'occhio di un sicario incaricato di rimuovere (permanentemente) Gray Scorpion.

Assassino veloce e letale, lo Scorpione Grigio è un giustiziere della notte veloce e cavalleresco, che colpisce per un binomio arti marziali/razionalità abbastanza inconsueto. Solitamente l'eroe senza poteri soprannaturali spinge molto sull'azione violenta, uno sforzo muscolare che liberi la situazione. Gray Scorpion al contrario, essendo alla fin fine un piccolo cinese esperto in arti marziali, preferisce un approccio più tattico, dove perfino nelle situazioni più concitate la mente freddamente enumera i dati a disposizione e agisce di conseguenza.
Un Batman più sagace, meno ricco, più umano.
Nel concitatissimo racconto “L'Ora più Buia” Gray Scorpion già accecato da un acido, viene assalito alle spalle dalla presa strangolatrice di un assassino di professione. E' un passaggio piuttosto emblematico del binomio appena espresso:
Il giustiziere mascherato fece appello a tutta la concentrazione di cui era capace.
Usando le dita come pugnali, lanciò una ridda di colpi contro i fianchi dell'uomo, cercandone i punti vitali con tecniche di digitopressione.
Ma le sue dita incontrarono una resistenza inaspettata.
L'uomo indossava qualcosa – piccole lamelle di materiale freddo e liscio, non metallico, che componevano un vero e proprio giubbotto, duro e flessibile allo stesso tempo. Quel materiale, oltre a proteggere l'uomo dai colpi, impediva allo Scorpione di sentire il fluire del c'hi nel corpo dello strangolatore. (…) La sue mente osservava dall'esterno con la solita freddezza di chi sapeva di vivere giorni presi in prestito.

mercoledì 16 aprile 2014

Suffragette Ninja!



Come tutti i movimenti Sindacali delle Trade Unions operaie e allargando il campo come per ogni movimento di emancipazione, il movimento delle suffragette fu un affare duro e sanguinoso.

Nei libri di storia le pretese degli operai vengono inseriti nel flusso di un progresso generale, dove i diritti del lavoratore vengono man mano integrati nel più generale processo di industrializzazione. Tuttavia, se il movimento di scioperi e proteste ebbe successo fu per la testardaggine dei lavoratori, difficilmente per un'immaginaria “apertura” degli imprenditori e dei lavoratori delle fabbriche. 
L'idea che mi sono fatto è che le richieste dei diversi movimenti operai nel corso dell'Ottocento fossero violentemente in contrasto con l'ordinamento che si andava imponendo. Infatti, a ogni puntuale crisi economica, guerra (di produzione e/o militare) le suddette conquiste venivano metodicamente annullate. L'Inghilterra era una monarchia parlamentare pesantemente classista e poté raggiungere questo alto grado d'industrializzazione proprio in virtù di un classismo teorizzato e legiferato dalla Gentry. La Francia tormentata da continue rivoluzioni politiche e sociali, perse infatti il passo: troppo potere al popolino, troppa apertura alla democrazia. La Prussia che andava unificando la Germania invece, non a caso in virtù del suo rigidissimo sistema che l'avvicinava all'Inghilterra (e forse la superava) poté industrializzarsi con rapidità spaventosa. 
Lo vediamo tutt'oggi: la direzione centralizzata della Cina sta conquistando i mercati molto più rapidamente della Russia post-comunista, che liberalizzando completamente il mercato andò rapidamente nello sfascio più completo. Questo per dire che non c'è alcun necessario nesso Democrazia-Industria-Progresso, anzi il primo temine lo escluderei decisamente.


In questo ambito, come detto, il movimento delle suffragette fu un affare singolarmente sanguinoso.
Gli scioperi della fame risultarono una sgradita novità per le carceri inglesi, che scelsero un'alimentazione forzata che non possedeva certo la delicatezza delle Flebo endovena moderne: dovete immaginare tubi che spaccano i denti di bocche risolutamente serrate, sbobba ficcata in gola, rigurgiti&vomiti, gente soffocata e altre simili piacevolezze.


In questo contesto la situazione verso il 1913 raggiunse un autentico “punto di ebollizione”.
Sylvia Pankhurst giunse a consigliare le sue seguaci d'imparare le arti marziali e prese a raccomandare che ognuno si portasse randelli e 

We have not yet made ourselves a match for the police, and we have got to do it. The police know jiu-jitsu. I advise you to learn jiu-jitsu. Women should practice it as well as men.
Don’t come to meetings without sticks in future, men and women alike. It is worth while really striking. It is no use pretending. We have got to fight.


L'esortazione di Sylvia Pankhurst non andò inascoltata, anzi: per proteggere i diversi leader del movimento dagli assalti di arrabbiati difensori dello status quo, la Women's Social and Political Union scelse di creare una Bodyguard, un corpo di guardie del corpo femminili, che proteggessero le Suffragette nei momenti più violenti dei numerosi Comizi in piazza. Venticinque, trenta donne che scelsero d'imparare il jiu-jitsu. Questa particolare arte giapponese era già stata introdotta in Inghilterra quindici anni prima dalla leggendaria figura di Edward William Barton-Wright, il fondatore del Bartitsu, l'arte marziale di autodifesa usata da Arthur Conan Doyle nei racconti di Sherlock Holmes! I giornalisti non appena vennero a conoscenza del fatto deliziati coniarono l'impronunciabile neologismo Jujitsusufragettes!

E ora veniamo allo scontro in cui dove più la Bodyguard di suffragette diede prova di sé: 

La battaglia di Glasgow (Battle of Glasgow)



venerdì 11 aprile 2014

Una mamma perfetta


A studiare il nemico, c'è sempre il forte pericolo che si diventi quanto s'aveva duramente combattuto.
Si studia, si studia e si giunge all'agghiacciante conclusione che il nemico aveva ragione, tu avevi torto e dopotutto agiva a fin di bene. La conversione al nemico, che sia una semplice posizione culturale o una conversione religiosa; un fenomeno tanto banale quanto comune.

Tuttavia, c'è un processo perfino più insidioso, che bene riflette l'atteggiamento di molti parassiti, che entrati sotto pelle manovrano e succhiano energia a un corpo che crede di avere libero arbitrio, pieno controllo di corpo e pensieri. E' il caso dell'opposizione che finisce per lodare, o meglio per dogmaticamente proporre proprio il modello che vorrebbe combattere con tutte le sue forze. A volte finisce addirittura per rafforzarlo. E' un processo singolare, ma che ha un senso, nella società contemporanea. 
L'oppositore opponendosi diventa sostenitore e viceversa.

Ad esempio, quando qualche settimana addietro ero in libreria a frugare nella sezione Fumetti, non ho potuto non ascoltare una conferenza che vi si andava tenendo. Ho imparato da tempo che alle conferenze, specie se in luoghi pubblici come una libreria, un folto pubblico non è per forza buona cosa. Se c'è tanta gente, stanno aspettando solo una cosa: il rinfresco. E se non c'è rinfresco, la conferenza ha come protagonista un personaggio che il pubblico spera pittoresco: c'era tanta gente per Mauro Corona, per Sgarbi ecc ecc. In questo caso, la relatrice era una donna, l'argomento era femminista e il pubblico era scarso: tutti ottimi indizi che il discorso fosse interessante. E da quel poco che ho ascoltato lo era parecchio. Nulla di nuovo per la carità; filava sul pattern di stampo antropologico, che confrontava certi modelli di politica e comportamento svedesi e finlandesi con una certa arretratezza latente tipica del Peggio dei paesi mediterranei coniugato col peggio della beceraggine anglosassone. Avendo frequentato un corso di antropologia con una professoressa piuttosto...umh...critica, conosco già gran parte degli argomenti e vi concordo. Almeno, facendo eccezione del totale disprezzo che gli antropologi provano per ogni conquista tecnologica, per non citare tutte quei noiosi rimproveri “alla kattiva civiltà occidentale” che ha “schiavizzato” le “pacifiche culture non eurocentriche”. Ho qualche difficoltà a considerare popolazioni come gli Zulu o gli schiavisti guerrafondai del Dahomey pacifici, ma sto divagando.

Il vero problema era un altro e me ne resi conto solo scarpinando a casa. 
Tra un pensiero e l'altro, analizzavo componenti e parti del discorso e volevo trarne per così dire un modello pratico di comportamento. Ovvero; se era chiaro chi disprezzava e chi odiava, verso tuttavia quale persona (ideale) si rivolgeva l'elogio femminista

La risposta mi sorprese; era la madre. 
Una madre forte, fiera, indipendente, ma pur sempre una madre. La dottoressa che alla levata di scudi
dell'obiezione di coscienza dei medici diventa l'unica specialista che pratica aborti, ma che in realtà vorrebbe anche far nascere qualche bambino di tanto in tanto. La madre che abbandonata dal marito tira avanti da sola e si rende conto di come autonomamente viva meglio di quand'era sotto il tetto familiare. And so on.
Il nodo debole dell'argomentazione è, per l'appunto, questo. Se modello positivo del femminismo è una “supermadre” cosciente, autonoma, ma per l'appunto super, cosa la differenzia, mettiamo, con la Maria piena di Grazia del Cristianesimo? In entrambi i casi, sia nel modello religioso che laico c'è un modello di donna che si realizza nella maternità, un modello estremo, indubbiamente di grande potenza. Qual'è il passo in avanti, nell'individuare nella lode sperticata alle “tante madri coraggiose” l'esempio femminista per eccellenza?
Non si può utilizzare un lessico cristiano, e pertanto capitalista, per combattere una situazione per l'appunto di dominio capitalista. Usare il fuoco per combattere il fuoco porta solo all'autocombustione.
Non proprio una grande conquista.
Sarebbe stato piuttosto interessante interlocutire la relatrice e chiederle se provenisse da un entroterra cristiano, se la sua famiglia fosse cristiana; se fosse credente. Non è il meccanismo forse dell'inconscio stesso, questo seppellire certe credenze che si credevano estinte per poi riproporle credendole proprie, genuinamente convinti di aver trovato qualcosa di nuovo? Una verniciata superficiale e via, totalitarismi paternalisti (ri)proposti come “nuovi”, come modelli innovativi, ingannevolmente emancipatori. 
E in un orrendo circolo vizioso ci si ritrova così con un discorso che vuole essere "emancipatore" ma in realtà corteggia esattamente quello stereotipo trito e ritrito della buona madre di famiglia che tutto sopporta pur di crescere i bambini e rendere felice la famiglia. Bizzarro, no?

Non ho messo alcun link nelle fonti, stavolta, perché son riflessioni che ho partorito (sic) per conto mio e che probabilmente possono facilmente venire smontate :-D

Involontario Fail.

lunedì 7 aprile 2014

A caccia di Tigri Reali del Bengala a (quasi) mani nude


Sono contrario alla caccia, ma non certo perché la reputi un'attività particolarmente crudele. 
Diciamo che in tempi di collasso ecologico andarsene in giro per foreste sovraffollate di quei peculiari animali chiamati “vacanzieri”, con una doppietta sulla spalla non evoca immagini di grande eroismo. 
Non ha molto senso impallinare alberi e occasionali lupi smagriti.

Posso però capire il fascino che quest'attività esercitava nei secoli passati. 
Nella Prima Guerra Mondiale gli Imperi centrali conquistarono un'iniziale vantaggio in termini di fucili e mirini di sniper proprio per l'amore della caccia che nutrivano i giovani Junger, dalla mira infallibile allenata a colpire nel folto delle foreste del nord. La caccia era propedeutica alla guerra, un'attività di fianco a tante altre, tanto naturale quanto respirare. 
In campo inglese, la vastità dei territori coloniali, a stento tallonata in terra d'Africa dai successi francesi, garantiva un ampio territorio di safari esoticoSareste persone terribilmente tristi per considerare “brutta” l'immagine di guerrieri indigeni che scudo e zagaglia in mano “battono” la giungla per stanare la terribile preda che il cacciatore bianco, rossa uniforme in velluto dai ricami d'oro, punta col fucile, con glaciale freddezza.
Uno sbuffo di fumo, un acclamare di lance e urla tribali. E una nuova pelle decora la grande Hall di qualche club londinese, memento di quanto sottile sia il confine tra coraggio e temerarietà.
Bellissima, bellissima scena!
Tigre! Tigre! Divampante fulgore Nelle foreste della notte, Quale fu l'immortale mano o l’occhio Ch'ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria? (cit. Blake)

La tigre di Blake. Non proprio un cucciolo. 
Ovviamente, non esisteva solo l'Africa. In India, il Bengala fu tra le prime zone che venne colonizzato dagli Inglesi nella prima metà del XVIII secolo; l'influenza olandese e portoghese andava scomparendo lasciando ampia rivalità al crescente antagonismo Anglo-Francese.
Verso la metà dell'Ottocento, L'India, più che una colonia inglese era un continente talmente vasto da costituire uno stato inglese a sé, il più eminente gioiello dell'impero Britannico. A questo proposito è interessante notare come nel 1700, per quanto cominci a delinearsi un progetto imperialista, ancora il termine "impero" non è in uso, mentre domina invece il lessico d'età vittoriana...
E ovviamente in questo fiore all'occhiello le prede abbondavano, e su tutte la più ambita era la Tigre mangiauomini...

E' in un contesto di questo genere e con questo spirito d'animo che dobbiamo inserire l'avventura del Luogotentente Colonello Frank Sheffield, che scrisse nel 1902 un piccolo libro che raccontava un suo sfortunato incontro con la Fauna locale del Bengala. 
Il mio principale proposito nello scrivere questo libriccino era di porre a testimonianza scritta una descrizione della mia stupefacente conservazione dalla morte in un incontro causale con una Tigre Reale del Bengala. La mia vita era a tal punto avventurosa a quei tempi. Ho partecipato a diversi grandi safari di vario tipo. Ma quest'episodio, talmente bizzarro in sé, risultò fondamentale per la mia vita in seguito e per il mio carattere; segnò inoltre la fine della mia carriera come cacciatore di grossa taglia.

Il 25 gennaio 1871 il nostro Frank Sheffield scelse di andare a caccia nei pressi di Palaspai, nel Midnapore, uno dei più importanti e ricchi distretti del Bengala britannico. Passò la mattina “a sparare” e sulla via del ritorno ebbe un incontro che difficilmente avrebbe dimenticato a breve.

Il nostro cacciatore, bisogna dirlo, apparteneva la genere degli improvvisatori.
Contrariamente a quanto si pensa, i Kattivi Bianchi Kolonialisti non cacciavano sempre contro il parere degli indigeni, ma spesso erano gli autoctoni stessi del luogo a richiedere cacciagione. In questo caso, un nativo chiese al nostro Sheffield se volesse abbattere una tigre. Sheffield aveva solo un vecchio fucile per la caccia agli uccelli, ma scelse comunque di tentare il colpaccio. Aveva infatti due proiettili esplosivi nella tasca e li sagomò per poterli inserire nel fucile. Era inoltre convinto che la superstiziosa plebe del luogo avesse scambiato un piccolo leopardo per una tigre. Un errore di malafede non indifferente...