lunedì 27 aprile 2015

Irradiazioni. Diario 1941-45, di Ernst Junger


Mi viene da pensare che spesso il giudizio che ci affrettiamo a dare sui siti e sui social sia viziato senza speranza dal contesto e dall'ambiente in cui viviamo.
E' chiaro che un conto è leggere un libro sul bus verso lavoro, un altro è gustarlo nella comodità della propria poltrona, un altro leggerlo accoccolato sotto le lenzuola in attesa di morfeo, un altro ancora leggerlo per lavoro allo scopo di dedurne punti di forza e difetti...

Non ho dubbi che sul libro di oggi, questo “Irradiazioni. Diario 1941 – 45”, il peso del luogo e delle circostanze abbia influenzato a fondo il giudizio finale. Nella (unica) versione cartacea, sono oltre seicentotrenta pagine di diario scritte negli anni più sanguinosi di un secolo già eccezionalmente sanguinoso, intervallate d'aforismi, riflessioni erudite, filosofismi molto lontani dal nostro pensiero.
E' una lettura insomma difficile, molto difficile: adatta a una lettura “lenta”, che soppesi parola per parola, disposta a concedere a uno Junger ormai adulto e pienamente filosofo qualche “libertà” in termini di quanto consideriamo dati&verità assodate.
Non posso non osservare che se non fossi andato a Praga e se non ci fossi andato in pullman, non sarei mai riuscito a leggere questo “Irradiazioni”. Mai più a casa o in bus sarei riuscito a digerire un diario così ricco, l'occhio come una mina vagante verso altre forme di distrazione.
Il pullman invece si è rivelato una perfetta alcova per la lettura del diario: tante ore di viaggio, l'unica compagnia del lettore ebook, il cullare del motore a scoppio all'assalto della strada. Senza voler offendere chi soffre di mal d'auto, leggere in pullman offre un ottimo allenamento visivo; dopo infatti aver letto per mezz'ora, un'ora, basta levare lo sguardo verso il finestrino per distendere gli occhi verso paesaggi lontani. In biblioteca l'unica distensione sarebbe quella di un muro crepato, o dell'ennesima tuta da ginnastica dell'ennesima studentessa col naso giù a studiare. Al contrario, per tutto il viaggio di ritorno, dove divorai oltre trecento pagine del diario, potevo riflettere su quanto appena letto guardando il paesaggio austriaco: paesini ordinati, trenini e montagne, boschi e cime innevate. E' un po' naif sottolinearlo, ma la differenza si sente, eccome!

Nelle tempeste d'acciaio era uno splendido spaccato della prima guerra mondiale, scritta da un giovane il cui culo fortuna l'aveva portato a prendere la Pour le Mérite, al termine d'un percorso degno di un eroe dell'antichità classica.
Irradiazioni, al contrario, ribalta totalmente il diario della prima guerra: Junger ormai ha quarant'anni, è sposato, ha figli nell'esercito. Ha terminato da nemmeno un anno il romanzo Sulle scogliere di marmo, che circola negli ambienti dell'esercito: per quanto lo permetta un partito nazista sempre più burocratico e insofferente del “vecchio” eroe di guerra, Junger è uno scrittore con il suo pubblico, con i suoi lettori. Il valore nelle precedenti battaglie assieme al fascino contorto di Hitler per Le tempeste d'acciaio salveranno Junger dalle grinfie dai cani rabbiosi delle SS e della Gestapo. In cambio, il suo atteggiamento ambivalente verso il nazismo gli causerà problemi col governo alleato. Sorvolerò sul perchè Junger non abbia tradito il regime nel 1945, quando l'esito del conflitto era ormai chiaro. Il problema non m'interessa. La fedeltà – fedeltà a denti stretti, fedeltà indifferente – è un concetto che non entra nel cervello italiano, talmente abituato a saltare sul carro del vincitore da considerare scemo o fanatico chi preferisce mantenere l'obbedienza che deve in quanto membro dell'esercito. “Fare i furbi” è un modo di dire italiano, intraducibile nella lingua (ma anche nell'etica...) tedesca. Per Junger, specie nel biennio 1944-45, continuare a vestire l'uniforme di ufficiale è una scelta di puro pragmatismo. Col potere che gliene deriva potrà se non altro attenuare le durezze dei soldati al suo comando, limitare gli abusi di una polizia ormai fuori controllo e salvare quel poco che si può salvare. Scelta discutibile, come molte altre del libro: ma più che comprensibile, venendo da un uomo che perde in questo quinquennio sia il padre che il figlio, ammazzato in Italia.


lunedì 20 aprile 2015

Hugo del 2015 e fantascienza militare: Big Boys Don't Cry, di Tom Kratman


Sono rimasto sgradevolmente sorpreso che nella blogosfera italiana nessuno si sia occupato a fondo dell'ultima polemica in terra d'America sugli Hugos.
Probabilmente mi sono perso articoli importanti da siti che non seguo, ma ho l'impressione che al di fuori di un articolo “forte” pubblicato da Fantascienza.com e un altro da Players, nessuno abbia trattato a fondo l'argomento. Non si può negare che sia un argomento complesso, con più opinioni da menti illustri come John Scalzi e George rr Martin; e tuttavia un dibattito italico sarebbe risultato interessante.
Il problema in pillole per chi se lo sia perso: gli Hugo, premio di fantascienza popolare attivo dal 1953, quest'anno sono stati vigliaccamente sabotati da due gruppi di fantascienza destrorsa americana, i Sad Puppies e i Rabid Puppies. Entrambi i movimenti rivendicano maggior spazio alle opere di fantascienza a loro giudizio lette “dal popolo” contro quelle che ritengono premiazioni “viziate” da un eccessivo favoritismo verso minoranze e radical-chic. In altre parole, Larry Correia tra i portavoce dei Sad Puppies ritiene che nell'ultimo decennio il politically correct abbia sabotato il giudizio degli Hugos, che sono andati a solo beneficio dei “favoriti” del momento, senza considerare il reale valore dell'opera.
I Rabid Puppies invece, il cui leader Vox Dei (!) è finlandese, contestano gli Hugos con maggiore violenza, esprimendo le uguali proteste di Correia, ma corredandole con diverse accuse, tutte più o meno retard, dalla misoginia internettiana di reminiscenze del Gamergate ai solit rant complottisti.
Si può riconoscere la validità di alcune proteste di Correia e dei Sad Puppies, ma in ambedue i casi alla base c'è quel cultural marxism, che ipotizza un improbabile complotto di sinistra a danni del bistrattato “uomo bianco medio”. 
I Sad Puppies non sembrano accorgersi che da quando gli Hugos vennero introdotti nel 1953, sono stati premiati autori di ogni estrazione politica senza reali preferenze. Al di fuori della decisione sgradevole di rovinare la fantascienza con esplicite posizioni politiche, i Sad Puppies peccano d'ignoranza storica, lodando autori come Heinlein che dopo aver scritto fantascienza militare come Starship Troopers, iniziava quel romanzo hippie che è Straniero in terra straniera.


Convinti dunque che gli Hugos fossero irrimediabilmente corrotti dall'interno, i Sad Puppies hanno compilato una lista di opere – all'insaputa degli autori dei suddetti romanzi, s'intende – e hanno deciso che li avrebbero promossi con ogni mezzo possibile. Fin qua, tutto regolare: si vuole promuovere fantascienza che si ritiene di qualità, tramite un'organizzazione di appassionati. Più che giusto. Tuttavia, per votare le opere che si desiderano, occorre comprare una quota d'iscrizione di 40 dollari. La quota include le opere vincitrici e la possibilità di accedere al voto. E' una scelta ragionata per scremare i vecchi appassionati dai lettori occasionali cui piace premere a ripetizione sui bottoni delle liste. La cattiveria dei Sad Puppies è stata acquistare più biglietti possibili per accaparrarsi quanti più voti disponibili. E' una mossa sleale, ai limiti della legalità. Affonda nell'idea di una leva di massa generale, dove si vuole sommergere il nemico con il proprio numero. Non c'è alcun tentativo di argomentazione, o di giustificazione: sono le stesse tecniche di spam e harrassing tipiche del Gamergate. Quanti, di questi lettori “comprati” dai Sad Puppies, hanno letto effettivamente le opere in gara? Quanti sono effettivamente appassionati di fantascienza, come il vecchio zoccolo duro che vota ogni anno? Credo pochi, se non nessuno.
Larry Correia, in uno scambio telematico con George rr Martin, è un buon rappresentante della categoria dei Sad Puppies. Mescola rivendicazioni prive di fondamento a inesistenti discriminazioni. Afferma di esser stato maltrattato agli Hugos solo perché mormone e libertario, ma risulta incapace di citare situazioni dove effettivamente questo fantomatico bullismo si sia verificato. Molto pacatamente, Martin gli fa notare che neppure lui fu trattato bene agli Hugos negli anni 70' e che nessuna delle circostanze che cita sono straordinarie. Sfugge a Correia la semplice idea che, se non ha raggiunto i premi che voleva, è solo perché non scrive ancora sufficientemente bene. D'altronde, Grimnoir Chronicles, nonostante sia un buon romanzo (ehi, lo consigliava Giobblin!) mostra una caratterizzazione psicologica e una cura nella ricostruzione storica del tutto assente
Ma eh, no! Se Correia e altri valenti autori non sono stati premiati, la colpa è sicuramente di malvagie femministe-ebree-socialiste... >__< 

L'atteggiamento generale in Italia sembra quella del boicottaggio: gli Hugo – almeno nelle categorie della narrativa breve – sono stati sabotati, dunque non li pubblicheremo, né daremo loro visibilità. Non sono molto d'accordo. In primo luogo, i Sad Puppies hanno sempre piagnucolato d'esser vittima di un sistematico boicottaggio che proibiva loro alcun premio. Di conseguenza semplicemente allinearsi ai loro pregiudizi boicottandoli a loro volta non mi sembra una mossa geniale, quanto piuttosto una conferma ai loro rant complottisti. Ugualmente, la proposta di votare NO AWARD in ogni categoria come protesta verso il sabotaggio rischia di eliminare quelle opere in gara “fuori” dalle liste dei Sad Puppies, che a fatica erano riuscite a qualificarsi.
Pertanto, la scelta migliore per quanto mi riguarda è leggere senza pregiudizi ogni opera premiata, cercando di estrapolare quanto c'è di valido senza boicottare indiscriminatamente tutto. In questo modo, si potrà premiare quanto c'è di buono nell'establishment, dimostrando ai Sad Puppies che sì, possono venire premiate opere di ogni estrazione a patto che siano ben scritte.
E' con questa disposizione di spirito, che ho letto Big Boys Don't Cry.

In un lontano e oscuro futuro (cit.) la guerra è affare di pertinenza di giganteschi carri corazzati. Questi monumentali tank, della grandezza di interi edifici, comprendono un vasto arsenale di cannoni, lanciarazzi, armi a energia e decine di torrette. Sono un esercito in una sola macchina, un mostruoso conglomerato di forza bruta inviata per sedare ribellioni e conquistare pianeti. 
Mentre la fanteria umana e i droni d'appoggio vivono nel ventre della macchina e svolgono funzioni di supporto, il tank è comandato da una sofisticata intelligenza artificiale, capace di compiere decisioni autonome e coordinare con perfetta precisione le diverse torrette. A tutti gli effetti, questi carri armati sono esseri pensanti, dotati di un loro carattere e umore.
Seguiamo perciò le avventure di Maggie, un'intelligenza artificiale femminile che ha vissuto centinaia di conflitti e la cui unica debolezza è un amore per i fiori nel database delle informazioni sulla Terra...

Il romanzo breve parte con un'imboscata di una razza aliena, gli Slugs. Questi molluschi antropomorfi combattono una guerra di schermaglie e agguati. Maggie, colta in un'imboscata, sceglie di sacrificarsi fino all'ultimo bullone per permettere la ritirata al grosso delle truppe: il primo quarto del romanzo è infatti la descrizione di una battaglia campale disperata, dove gli Slugs/persiani muoiono a migliaia contro Maggie/Sparta. Il carro sopravvive, ma è talmente malmesso che viene recuperato da una squadra di manutenzione umana per venire dismesso... e demolito.
Da lì in poi, Maggie rivive le sue memorie di guerra nella galassia, mentre gli operai le staccano gli occhi/visori, i polmoni/tubi d'energia e lentamente la spengono.


venerdì 17 aprile 2015

Di ritorno da Praga


Scusate se negli ultimi giorni sono stato piuttosto assente sul fronte internettiano, ma ho avuto l'opportunità più unica che rara di lavorare a Praga per cinque giorni. Ero parte di un gruppo di scambio culturale Trieste-Praga, imperniato sul mio precedente volontariato alla Centrale Idrodinamica e a diversi concerti di musica classica tra il conservatorio triestino e la scena musicale praghese. Nella pratica, il sottoscritto era tra gli aiutanti/facchini/cammelli porta-roba (cit. Domani) incaricati di spostare pannelli, allestire la mostra e dare una mano quando serviva.
Com'è andata? Piuttosto bene, tutto sommato. 
Non ero mai andato fuori dall'Italia (1) dal viaggetto a Londra post-maturità e visitare luoghi nuovi rappresenta sempre una boccata d'aria per cervelli pantofolai come il mio. Ovviamente nei preparativi dei giorni prima avevo immediatamente preventivato una lunga lista di disastri, dal pullman dirottato, alla mafia russa, a truffe e agguati di ogni genere. E' lo svantaggio di avere un cervello fantasioso: l'immaginazione si fonde con l'ansia della partenza, generando improbabili scenari di distruzione.
Mi scuso qui se non ho risposto a eventuali email/messaggi e se ho messo i commenti in moderazione; ma non potendo accedere a reti internet al di là della cortina di ferro non avrei avuto modo di controllare i commenti, e l'ultima cosa che volevo ritrovare al ritorno era una lunga discussione incontrollata. Solo il povero Madeddu è finito in moderazione, quindi non devo aver fatto troppi danni! ;-) Adesso potete di nuovo commentare come vi pare, non che solitamente vi affolliate per farlo...

by Matty17art, Deviant Art
Un paio di annotazioni su Praga e sul viaggio di lavoro: mi perdonerete se vi suoneranno banali, ma viaggio poco, specie fuori dall'Italia.
  • La campagna austriaca ricorda quella inglese: nei primi dieci minuti la trovi ordinata e “carina”, dopo mezz'ora “troppo” ordinata, dopo quattro ore inizi a implorare di vedere un graffito, un mucchio di letame, il rottame di un'auto... Qualunque cosa, purché infranga quello specchio di perfezione tedesca. Il passaggio dall'Austria alla Repubblica Ceca è infatti dapprima tattile: senti sotto i tuoi piedi le ruote del pullman sussultare sotto un asfalto malmesso e pieno di buche. Seguono villaggi abitati da greggi di pecore e casette raccogliticce, mentre lo sguardo inorridisce sull'invasione di pubblicità capitaliste ai bordi delle strade.
  • Sembra “far fine” sottolineare quanto sia brutta l'architettura sovietica. Va di moda in particolare prendersela con i casermoni operai ai margini delle città, giganteschi parallelepipedi con finestre piccole e strette. E, per carità, tutto vero: il marchio distintivo degli edifici popolari è sempre stata la bruttezza funzionale. Perdi più nel servizio di un vecchio National Geographic dell'85' questi appartamenti sono neri di carbone, risultando se possibile ancor più opprimenti. Quindi, nessuna nostalgia. Tuttavia, dobbiamo notare che identici edifici costellano la periferia parigina, come i quartieri operai inglesi e irlandesi o le aree di boom “urbano” del giappone degli anni sessanta. Sono, in altre parole, abbondantemente presenti nei quartieri in espansione industriale, e non sono certo prerogativa dell'ex blocco sovietico.
  • L'alloggio era una divertente via di mezzo tra un ospedale psichiatrico e un albergo degli anni sessanta. Pareti gialle attorniavano un materasso più rigido di una lastra di legno, col solo accompagnamento di una coperta dallo spessore del piombo isolante. Tubature scorticate dalla ruggine seguivano a una sgangherata maniglia pronta a cadere solo a guardarla. Io ho apprezzato cotanto realismo socialista, la mia schiena un po' meno... In cambio la colazione era eccellente.
  • Per gli addicted alle miniature, Praga offre qualche chance. Nel viale di S. Venceslao, sotto l'insegna “Rococo” troverete una galleria nello stile art nouveau, con un negozietto di giochi da tavolo. I prezzi sono convertiti dalla sterlina prima all'euro e infine alla corona ceca. Pertanto non farete grandi affari, ma il personale è molto gentile. Vi trovate anche un paio di giochi usciti via kickstarter negli ultimi due anni, in particolare sotto la supervisione del colosso Cool Mini or Not. Un'estenuante ricerca nei quartieri a sud del National Museum, tra le viuzze dei quartieri popolari dovrebbe farvi scoprire un club/ negozio di wargaming interessante. Lo trovate in via Moravska, vicino a una scuola media. Purtroppo era chiuso, e sono rimasto agonizzate a fissare le miniature in vetrina. C'era accanto alla “solita” Games Workshop, le miniature del gioco steampunk Dystopian Wars. Con una considerevole dose di culo abilità, sono anche inciampato nel negozio di modellismo statico/da collezione Pecka-Modelar. Lo trovate nella via laterale Karoliny Svetle 3 del centro storico. Il negoziante se la cava coll'inglese, ma le scale sono quelle dei collezionisti, 1/35 e 1/72. Si risparmiano dai venti ai trenta euro, rispetto all'acquisto in terra italica.
  • Spiace dirlo, ma di rado ho incontrato compagni di viaggio più snob, arroganti e insensibili degli studenti del Conservatorio. Posso comprendere che in effetti per dei diplomati che suonano, l'idea di dover viaggiare assieme a feccia come il sottoscritto, che è lì per svolgere un'attività manuale, debba disgustare. Tuttavia fare un segno con la mano, salutare o intrattenere semplicemente una conversazione di cortesia non costano nulla. E' triste dover constatare nel ventunesimo secolo, tra “giovani” fratture di classe così profonde.
  • Il sacrificio di Jan Palach contro il regime comunista fu un gesto ammirevole e coraggioso. Tuttavia sarebbe stato altrettanto ammirevole lasciare almeno quella parte della piazza che circonda il suo rogo immune dalle pubblicità e dalle multinazionali che affollano il viale.
  • A proposito delle multinazionali, è desolante osservare come intere porzioni della città siano virtualmente indistinguibili dalle città americane, o europee. L'architettura viene coperta dai cartelloni pubblicitari, il germe di Starbucks, MacDonald e delle solite marche cancella un'identità altrimenti forte. Persino la folla parla più in inglese che ceco. Si avverte chiaramente che l'anima locale viene “biancheggiata”, svuotata di significato.
  • Il museo Nazionale della Tecnica di Praga è una fermata obbligatoria per qualunque steampunk che sia tale. La ricchissima esposizione comprende all'ultimo piano un'esposizione di motocicli e velocipedi che comprendono alcuni prototipi alquanto bizzarri. Le rassegne di motociclette dai primi modelli di fine ottocento agli ultimi degli anni cinquanta possono anche interessare, ma vera gemma del museo sono le due bellissime locomotive del 1850. Ho preso un po' di appunti tecnici, osservando inoltre come la tecnologia ottocentesca sia molto più grande, chiassosa e ingombrante di come venga raffigurata negli attuali romanzi steampunk. E' un dato che occorre tener presente. La miniaturizzazione della tecnologia è un fenomeno recentissimo, che dobbiamo stare attenti a non trasporre troppo nella fantascienza ottocentesca.
  • Sempre nel museo della Tecnica è possibile ammirare la Mercedes in cui il gerarca nazista Heydrich venne assassinato nel 1941, grazie a due paracadutisti cechi addestrati a spese dell'Inghilterra. E' un bestione di metallo verniciato di nero, che dopo l'attentato venne ricostruito coi vetri antiproiettile. Guardandola dal vivo, si comprende subito perché sorgano tante leggende metropolitane sulle macchine “assassine” o demoniache, sull'esempio della novella Imperial, di Alessandro Girola.
  • E per concludere, ho scoperto che nella piazza di Mala Strana v'era nell'ottocento un monumento dedicato al conte Josef Radetzky, il generale (di nazionalità ceca!) passato alla storia per aver inflitto le due batoste di Custoza e Novara, cui deriva la ben nota Marcia.
    Davanti alla statua, sorgeva nella belle epoque il magnifico Radetzky Cafè.
    Ma erano tempi più civili: ora c'è solo uno Starbucks e con questo ho detto tutto.   
(1) Coll'eccezione della Slovenia, ovviamente... 

martedì 7 aprile 2015

Boomstick Award 2015!



Le cerimonie di premiazioni tra blogger mi sono sempre sembrate qualcosa d'esotico, un po' come guardare due tribù indigene che si scambiano doni. Probabilmente perché non sono mai stato premiato guardavo questo genere di cose con cauto scetticismo.
Nulla di male nel farsi regali, dopotutto l'economia del dono è una bella cosa, propria in effetti di quel genere di tribù polinesiane per cui gli antropologi vanno matti...


E' quindi con grande sorpresa che ringrazio Marco Grande Arbitro del blog GiocoMagazzino! La Lega del Ludo e Hendioke del blog Hendioke's Lair- In the deep of the dragon per avermi entrambi attribuito il premio “Boomstick Award” in origine inventato dal luciferino Germano Hell Greco del blog Book and Negative
Marco non è una presenza nuova sul blog, lo vedete spesso comparire nei commenti, mentre Hendioke è un fedele twitteriano di cui ho sempre apprezzato la verve nei commenti dei “grandi blog”. Le motivazioni sono:
Zeno Saracino (Cronache Bizantine), perché parla di tutto e lo fa sempre con l’immutata capacità di andare a fondo, con determinazione, precisione ed estro, che si tratti di un libro, un documentario o la colazione. Inoltre scrive bei racconti brevi. (Hendioke)

4) Cronache Bizantine: Coscienza è un blogger che ci piace tanto. Abbiamo molti punti in comune, ci piace il suo occhio critico nel trattare gli argomenti. Il blog parla di libri, fantasy, steampunk e anche di mondo ludico. Meritato al 100%! (Marco) 

Aggiornamento 10/04/2015, da Il Pozzo e lo Straniero.
(3) Coscienza di Cronache Bizantine, perché rilegge Conan per chi non l’ha letto e per mille altri motivi (basta leggere le sue recensioni). (Stabile) 
Vi riporto come previsto dal regolamento il perché del mitico premio, estrapolando dalle faq:

- Cos’è il Boomstick?
È il bastone di tuono di Ash ne L’Armata delle Tenebre. Una doppietta Remington, canne d’acciaio blu cobalto, grilletto sensibilissimo. Magazzini S-Mart, i migliori d’America.
- Perché un Boomstick?
Perché il blog è il nostro Bastone di Tuono!
- Come si assegna il Boomstick?
Niente di più facile: dal momento che in giro è un florilegio di premi zuccherosi per finti buoni (o buonisti) & diplomatici, il Boomstick Award viene assegnato non per meriti, ma per pretesti.
O scuse, se preferite. Nessuna ipocrisia, dunque.
E ricordate, il Boomstick non ha alcun valore, eccetto quello che voi attribuite a esso.

E le rigidissime regole...

Per conferirlo, è assolutamente necessario seguire queste semplici e inviolabili regole:
1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore.
2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione.
3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto.
4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite.

Dopo averci pensato un po' ho deciso di escludere per forza di cose sia i blog più famosi, sia i blog di chi l'ha già ricevuto il Boomstick Award, sia i blog che per forza di schieramenti opposti o appartenendo a diverse tribù ignorerebbero la premiazione.
C'ho anche un po' pensato di premiare qualche pagina facebook, come “Non si sevizia un cinefilo”, che in qualità di contenuti non ha nulla d'invidiare a molti blog. E si potrebbe fare un identico discorso per certe fanzine, o per molti siti “fissi”... L'attuale dispersione degli articoli tra siti “autoriali”, blog, tweet e note su Facebook ha reso molto più semplice seguire la singola persona tramite un account social, piuttosto che mettersi a cercare uno a uno gli articoli che scrive sui diversi siti. Viviamo in una fase di Internet – anzi pardon! Google, Internet è morto da un pezzo – dove si segue più la persona che il suo sito, e dove pertanto non c'è più un unico “blog contenitore” dove puoi trovare tutte le ultime novità. Io ad esempio seguo su Facebook Cara Ellison, che è una brava scrittrice di articoli videoludici: tuttavia tra Rock Paper Shotgun, Polygon, note sui social&affini seguirla senza un aggregatore sarebbe impossibile.
Scrive tanto, tantissimo. Ma non sul suo blog. Non unicamente, almeno.

Ad ogni modo, vi sento brontolare! Avanti con le prevedibili premiazioni...

1 - Il Grande Avvilente, di Alessandro Forlani. (Pagina Facebook
Seguo la scrittura di Forlani dai tempi di Forum Gw Tilea, quando quel forum era ancora un luogo vagamente civile. Il Grande Avvilente è una miniera di racconti, work in progress e disegni da far contento il Bosh che è in noi. Dopo un po' che lo leggerete, il vostro vocabolario personale s'allargherà di almeno una cinquantina di nuovi e meravigliosamente desueti vocaboli...

2 - La spelonca del libro, di Paolo Nardi (Account Twitter
L'affollato e invero disordinato blog di Paolo Nardi è un unico, gigantesco archivio di saggi tolkeniani, dalle mappe, alle analisi junghiane, alle ultime novità negli studi saggistici su Tolkien.
Gli devo quantomeno una pinta al Puledro Impennato per avermi fatto scoprire perle quali Santi Pagani nella Terra di Mezzo. Ultimamente ha iniziato la lettura del polacco Sapkowski, presenza di casa dalle nostre parti...

3 - La tana dello sciamano, di Matteo Poropat 
Non un blog, ma IL blog per gli appassionati di librogames. Leggevo la Tana da quand'era (un paio d'anni fa?) impostata con tante immagini e brevi articoli e d'allora il sito ha attraversato tante di quelle trasformazioni da perdere il conto. Un giro obbligato per gli appassionati di fantasy, videogiochi e... buone ricette. Merita un salto il forum di LibroGameCreator e la pagina facebook del saggio I giochi di Cthulhu.

4 - Atari, magari, di Andrea P
In un mondo normale, blog come Atari magari sarebbero la norma: articoli bene documentati, tradotti e accurati con l'attenzione e la professionalità d'un giornalista. Ma siamo in Italia, e nella blogosfera italiana Atari magari spicca come un faro di ricerca e professionalità. I temi trattati, che sono di carattere nerd-storico potrebbero sembrarvi noiosi, ma è il genere di lavoro di archivio di cui abbiamo un disperato bisogno. Nonostante anime e fumetti giochino un ruolo rilevante, vorrei in particolare evidenziare lo splendido articolo Il Lovecraft dimenticato della Rai, tra radio e televisione.
Da seguire e diffondere.

5 - Amnell; Guerre antiche e vecchi libri, sarcasmo e gusto dell'orrido
Amnell era tra le mie prime commentatrici qui sul blog. Il suo sito è un'ottima raccolta di articoli polemici, storicità greco-romana e un bel po' di recensioni cattive di classici che se le meritano, come l'orrido La chimera, di Vassalli. Non viene aggiornato da secoli, ma lo volevo premiare ugualmente. Come incoraggiamento per i tempi futuri (e avendo io problemi di tempo pur in una facoltà “facile” come quella umanistica, non oso immaginare l'impegno richiesto dall'ingegneria...)

6 - Il Pozzo e lo Straniero, di Marco Stabile (Pagina Facebook
Marco Stabile, alias Argonauta Xeno, regge con mano ferma il suo nuovo sito, un blog di riflessioni e recensioni letterarie di prim'ordine. E' ancora un po' scarno, perché l'ha lanciato da poco, ma vi trovate già numerosi articoli gustosi, spaziando dai fumetti, agli ebook, alla saggistica, ai film.
Potete anche scaricare la vecchia raccolta di racconti, 3Narratori. Good stuff!

7 - frottole/ la verità è merce rara e qui l'abbiamo finita (Pagina Facebook
Il blog di Alessandro Madeddu è un ottimo locale dove andare a farsi un paio di risate ironiche, tra amare riflessioni sulla burocrazia italiana, sacrosante prese in giro di complottisti e occasionali recensioni letterarie. Madeddu sta scrivendo un saggio sull'epopea spaziale sovietica da un po', tanto per ricordare che sì, sulla Luna ci siamo andati e che sì nello spazio ci sono andati anche i malvagi comunisti (cit). Merita anche un'occhiata il collettivo Il paese degli Sputnik.

E questo è tutto.
Sette blogger, sette fucili remington.
Occhio a quell'armata di scheletri e buona caccia al Necronomicon!  

lunedì 6 aprile 2015

Conan di Cimmeria (Fantacollana 24)


No, non ho dimenticato la promessa di leggere i volumetti della Fantacollana dedicati al buon Conan. Tuttavia, volendo seguire il corretto ordine cronologico di Sprague de Camp, ho subito incontrato l'ostacolo di un volume mancante: Conan di Cimmeria. Ero appena alla seconda tappa dei muscoli guizzanti del barbaro preferito di sempre e già mi mancava un volume. Una veloce ricerca in biblioteca mi ha svelato l'orrida realtà, che il terzo volume – Conan il pirata – era già disponibile mentre Conan di Cimmeria non era proprio in rete.
Potevo immediatamente leggere il terzo volume e recensirlo senza perder tempo, o affannarmi a rintracciare il secondo volume. Visto che sono un masochista filologo, ho scelto la seconda opzione.
E così, a parecchie settimane di distanza, possiamo finalmente riprendere la lettura.
La buona notizia è che non ci vorrà molto prima di leggere Conan il pirata, mentre il quarto volume, Conan lo zingaro (!), è allegramente disponibile in biblioteca, sebbene a Gorizia. Il che non mi sorprende, dopotutto per delle avventure girovaghe, è giusto che girovaghi anch'io. Certo pur considerando la distanza di anni dalla pubblicazione (1980) mi sfugge perché non tradurre quel Wanderer col ben più accattivante “viandante”, o addirittura “pellegrino”. Si ricercava forse una sfumatura esotica...
Gustando le avventure di questa seconda Fantacollana ho constatato una spaccatura decisa tra le opere originali di Howard, pubblicate quando in vita e le diverse imitazioni e rimaneggiamenti di Lin Carter e Sprague de Camp. Nessuno di questi racconti è brutto per davvero, e tuttavia la differenza di qualità si sente sia nel contenuto che nello stile.
Howard non perde tempo, incalza sempre. Non si sprecano dettagli superflui nella narrazione, è tutto scintille e sforzi muscolari. Se vi sono descritti pensieri, questi non interrompono mai il flusso di azioni del barbaro. Al contrario, i pastiche di Sprague de Camp sembrano volersi spesso soffermare nel dettaglio su quella o quell'altra azione, a volte descrivendo il flusso di pensieri di Conan. Il puntiglio con cui Lin Carter riepiloga dov'è il barbaro, cosa sta facendo, in quale punto della mappa si trova può far piacere ai giocatori di ruolo o ai cartografi, ma stona nell'ambientazione hyboriana. Inoltre, nelle tematiche narrate è sorprendente come siano le opere “posteriori” a risultare fiabesche e ingenue, mentre i racconti originali di Howard spesso tentano l'uso di mostri più fantascientifici che fantasy. Conan, specie se calato nelle giungle del sud, alle prese con città e necropoli abbandonate, fronteggia una mostrologia di sub-umanoidi, primati e creature alate che hanno davvero molto a che fare con Lovecraft. Trapela uno sforzo ammirevole di dare verosimiglianza a nemesi&mostri partorite dall'evoluzione naturale e da linee di sangue corrotte, lontane dal mostro “perchè fantasy”.

martedì 31 marzo 2015

Basta supereroi, please


In origine Batman non era un supereroe, ma un investigatore. Proprio così, esatto.
Negli anni quaranta/cinquanta, le avventure di Batman erano dei gialli: occorreva trovare un colpevole sulla base d'un certo numero di indiziati, scovare gli indizi e infine scatenare una “sana” scazzottata. Certo, Batman era un investigatore con mantello, calzamaglia e orecchie da pipistrello. Ma pur sempre un supereroe investigativo. Se il furfante, o la malvagia mafia italiana, osava reagire a volte usava una pistola, o qualche primo “bat-aggeggio”.
Se non mi credete, prima di sputare sentenze leggetevi i fumetti dell'epoca, gratuitamente disponibili sul ComicBookPlus, come sul Open Culture. Scott McCloud, il noto decano del fumetto, sottolinea chiaramente nella monumentale opera “Reinventare il fumetto” le reali origini di Batman:




Le origini del nostro giustiziere mascherato sono dunque chiare: poliziotto vigilantes, sul fascistoide andante. Per l'epoca, tolte quella sospensione dell'incredulità per le orecchiette di gomma, è un normale eroe da fumetto. Non differisce significativamente dal tipico eroe pulp mascherato, quale gli anni quaranta e cinquanta continuavano a sfornare senza sosta. L'oracolo Jess Nevins ve ne saprebbe elencare molti altri, alcuni certo più intelligenti e interessanti del nostro Batman.
L'uomo pipistrello è figlio dunque d'un epoca diversa dalla nostra, quella degli anni cinquanta.
Maccartismo, americanismo rampante, guerra fredda, misoginia&tabagismo, colonialismo del dollaro oltreoceano... Una mentalità puritana che privilegia gli scontri Bene vs Male, dove il Bene è lo status quo e il Male micidiali concentrati di fobie socialiste.
Nulla di piacevole e nulla di particolarmente aggiornato ai giorni nostri.
L'americano dei primi anni cinquanta è una creatura profondamente diversa dall'americano della liberazione sessuale degli anni settanta; così come quest'ultimo inorridirebbe di fronte all'americano repubblicano dell'epoca di Reagan; e questi pure brontolerebbe più di un anatema al vedere la tanto decantata “fine della storia” smentita dal terrorismo dell'ultimo decennio.
Chi la storia la studia, si rende rapidamente conto quanto cambino gli uomini e quanto cambino usanze&società. Questi cambiamenti non si misurano in secoli, ma in decenni. Cercare un filo rosso comune alle vicende storiche o pretendere che, alla base, l'essere umano rimanga uguale è profondamente sbagliato. La storia non ripete sé stessa, non è maestra di vita. E' ingannevole immaginare che l'uomo con pipa e giornale degli anni cinquanta ragioni e agisca come l'uomo collo smartphone e la t-shirt del ventunesimo secolo.
Persone diverse, epoche diverse.
L'americano degli anni cinquanta non è l'americano d'oggi e allo stesso modo i supereroi degli anni cinquanta non possono essere i nostri.
Eppure, qui il meccanismo si inceppa.
Nonostante ci separi infatti un abisso in termini di mode&mentalità dal secondo dopoguerra, ci ostiniamo a leggere Batman. Nonostante ci separi un crepaccio inenarrabile dagli anni sessanta e dagli x-men, ci ostiniamo a leggere di Wolverine. E badate. Non è la distanza o l'interesse che spinge a leggere questi supereroi: non abbiamo con loro la distanza (il gusto?) mentale che abbiamo coi classici quali Dickens, Melville, Poe ecc ecc Non li leggiamo, perché li sentiamo capostipiti. Piuttosto, leggiamo Batman perché lo riteniamo un nostro eroe, un supereroe del nostro tempo. Ma non è del nostro! E' degli anni cinquanta. Un giustiziere mascherato da pipistrello non è un'idea moderna. Non potrà mai esserlo. Trascinati, costretti fuori dal loro naturale ambiente questi supereroi letteralmente impazziscono. Un pensionato vede il mondo cambiare e diventa un feroce reazionario, non per la direzione verso cui il mondo cambia, ma per la paura del cambiamento stesso.
Allo stesso modo, gli attuali supereroi sono pensionati; gli aggiornamenti si limitano a cambi di make up, di trucco e tecnologie, ma in nuce restano supereroi d'un altro secolo. Sono feroci, reazionari... Un po' frustrati, ammettiamolo. Il Batman filmico di Nolan è un Batman violentemente conservatore, come osservava Zizek; e questo non per voluta scelta di Nolan, ma perché un giustiziere del genere, nel ventunesimo secolo, con un'ideologia del genere, deve per forza essere reazionario. Se prendiamo i valori degli anni cinquanta e li trasportiamo nel ventunesimo secolo sembreranno tragicamente antiquati. L'unico modo per imporli risulterà la violenza. Il fascismo, non a caso, è il tentativo di fissare “per fermi” un set di valori e un modello patriarcale di società, pur mantenendo l'accelerazione tecnologica caratteristica della modernità. Batman fa proprio questo: si aggiorna nelle tecnologie, ma continua a venire dal lontano 1939. E li mantiene quei valori! Nonostante alcune opere geniali, come il Batman rincoglionito di Frank Miller e il Batman fiabesco e ingenuo di Burton, il supereroe della DC è risolutamente conservatore.




Vogliamo parlare della Marvel? 

Gli x-men potrebbero sembrare un esempio positivo, ma non lo sono. Emarginati, incompresi e temuti dal normale essere umano, gli x-men vivono segregati dal mondo. Sono simbolo di tolleranza e nonostante l'odio che li circonda soccorrono sempre il “fratello uomo”. Tuttavia, ancora una volta la pervicacia di trasportare valori degli anni sessanta nel ventunesimo secolo ha prodotto risultati aberranti: chiarissimo ad esempio, come gli x-men sostanzialmente siano segregati. Una forma di apartheid durissima, dove non è consentito mescolarsi agli esseri umani. La scuola “speciale”, l'estraniarsi dal razzismo “umano” sono per il ventunesimo secolo sconfitte: perché significano che non c'è stata integrazione tra esseri umani e mutanti.
Gli x-men negano la possibilità di mescolare le razze, negano la possibilità – pure attualissima – di coesistenza tra persone diverse. Chi possiede handicap se ne deve filare. In un'altra classe, in un'altra scuola. Un'idea di tolleranza sì, ma degli anni sessanta!
Il discorso vale in generale sia per i film che per i fumetti. Il film ovviamente farà riferimento all'archetipo per eccellenza del supereroe in questione e per forza di cose ne reitererà i valori. Esistono certo eccezioni, il già citato Burton, e Sam Raimi per la trilogia di Spiderman. Tuttavia il passaggio alla celluloide ha sostanzialmente eliminato quei pochi progressi fatti negli anni; riportando tutto alle origini. Again.
Non voglio ovviamente suscitare sensi di colpa. Non c'è nulla di male nei fumetti di supereroi e c'è molto di buono nella produzione sia passata che attuale. Se il lettore “tipico” di supereroi è ostile per principio al nuovo non è perchè intrinsecamente cattivo.
E' perchè costretto a leggere avventure sorpassate di supereroi sorpassati.
E' perchè costretto a leggere avventure reazionarie in un universo immobile e stagnante.
E' perchè costretto a leggere solo fumetti di supereroi, come se il fumetto non possa essere altro... Se non era per i manga – che poi andrebbero chiamati fumetti giapponesi – anch'io avrei continuato a pensare che Fumetto = Supereroe.
Se ci pensate, Marvel&DCComics sopravvivono dal secondo dopoguerra.
Mezzo secolo di supereroi stantii. Non sarebbe ora di finirla?
Di dare alle nuove generazioni linfa vitale, senza per forza dover rivitalizzare il vecchio?
Siamo nel ventunesimo secolo, diamine. Dobbiamo superare quanto hanno fatto i nostri predecessori. La società, sia europea che americana attuale è tra le più complesse, delicate e mescolate siano mai state create. Non abbiamo più l'omogeneità etnica, sociale, politica che avevamo nella guerra fredda. E per quanto ci sforziamo, non l'avremo mai.
Come possiamo pretendere che supereroi tanto semplicistici riescano a catturare le masse?
Come possiamo pretendere di dar voce a società tanto complesse e delicate con adolescenti spara-ragnatele e uomini pipistrello?
Dobbiamo abbracciare la molteplice visione di culture e società che vengono oggi presentate. Abbracciarle e sfruttarle come un'opportunità più unica che rara di creare qualcosa di nuovo.
Nessuno vuole che il ventunesimo secolo sia un'imitazione da discount del ventesimo.
Credo meriti di meglio.
Un certo Alan Moore, nel lontano 2013, lo spiegò piuttosto chiaramente:

AM: Yeah, that was it. I was seven, seven or eight, something like that, and they were fine, they were brilliant entertainment for children of that age. But it seems to me that – surely the people of the 21st Century deserve something of their own, something that was actually crafted in their times, with their sensibilities in mind.I don’t really see – I mean, much as I would love to just recycle the 1960s forever – we need never have bothered with another decade, in my opinion, if we’d have just rerun it every ten years, that would have been great. But – that is actually what we’re doing, and I don’t think it’s very good.
I really don’t see that – why we should be rerunning variations upon the music of the sixties and seventies. Yeah, I loved it, but this is 2013, you know. It’s – that’s not good enough. This century needs its own music, it needs its own comics, it needs its own concepts, and I – I am also a little worried that perhaps – I mean, I have said that, in the 1980s, comics didn’t actually grow up. I know that there were all those newspaper articles that said ‘Bam! Sock! Pow! Comics have grown up,’ but actually Bam! Sock! Pow! No they haven’t. No, it’s – what they did was, I think, and this might be a controversial statement, but, I think they met the emotional age of the general public, coming the other way. It’s like – there has been a retreat, I think, in this century. I think that because of the burgeoning levels of complexity that assail the entirety of our culture – yes, this is understandable. It’s too much for a lot of people. We were not designed to take complexity like this, and no previous human generation has ever had to take complexity like this. I can understand why people would want to retreat from that. I could understand why they would perhaps be more comfortable with the things that they enjoyed when they were children in simpler times. I can understand all of this. I just don’t think that it is what is best, either for people individually, or for culture. And also, I really just hate to see people having a good time, and enjoying themselves. [audience laughter]


Questa frattura Supereroi Vs Realtà era magari accettabile negli anni ottanta, ma ora in un 2015 mai prima d'ora così complesso e variegato risulta grottesca. Certo, come osserva Moore, un mondo complesso richiede narrazioni complesse, e narrazioni complesse richiedono maggiore impegno dal lettore e dallo scrittore. E in un'epoca dove tutto cospira per privilegiare la doppietta velocità+semplicità, dove il passatempo preferito sembrano le serie tv e dove si continua ostinatamente a fingere di vivere negli anni ottanta (!) questo appello risulta fastidioso.
A scanso di equivoci: non sono contro i supereroi.
Sono contro personaggi vecchi e stravecchi, che provengono dal fondo dell'abisso stantio del fumetto americano e pervicacemente continuano a fare appello a una fascia di lettori sempre più chiusa.
Un vero supereroe del ventunesimo secolo dovrebbe rivolgersi in primo luogo alla sua prima fascia d'età, i bambini. E proporre supereroi adatti a chi è nato negli anni duemila. Non negli anni cinquanta, non negli anni sessanta, non nei stramaledetti anni ottanta. Per chi è nato adesso. Questo non impedirà a chi è adulto di apprezzarli comunque, come non cancellerà quanto di stupendo ha prodotto il fumetto americano nelle ultime decadi. Tuttavia, un cambiamento radicale è necessario.
La Marvel ci sta provando, a “rammodernare” il parco-macchine dei suoi supereroi. Si sa, Captain America afroamericano, Ms Marvel musulmana ecc ecc. Un'uguale svolta l'ha intrapresa la DC, ripartendo da zero con tutte le sue serie. Tuttavia ancora una volta questi non sono che palliativi.
Non basta ridipingere la facciata di un edificio a pezzi per farla sembrare nuova: occorre demolirlo pezzo per pezzo e ripartire dalle fondamenta. Al nocciolo, anche dopo questa (falsa) ripartenza, i fumetti di supereroi che vedono continuano a essere i soliti, mentre le nuove leve di fine anni novanta sono, se possibile, ancor più in minoranza.
Ma naturalmente, che parlo a fare! Chi osa criticare i supereroi è automaticamente contro i supereroi e contro il fumetto, esattamente chi osa criticare alcuni aspetti dei videogiochi è automaticamente “contro” questi medium emergenti.
Non tange nessuno che, perchè un medium venga riconosciuto, lo si deve rendere oggetto di critica. Il mondo dei romanzi non sarebbe quello che è senza secoli di critica letteraria, esattamente come la cinematografia, la musica, l'arte... perchè il medium cresca occorre la maturità di accettarle, alcune critiche. Di accettare che non è perfetto, che c'è molto da migliorare.
Ma d'altronde, avendo citato Moore, sono gli stessi che amano il Bardo di Northampton per Watchmen e V per vendetta e quando gli citi il bellissimo The Swamp Thing, o Prometethea, o Tom Strong spalancano gli occhi ingenui...

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Fonti:
Citazione dalla serata londinese trascritta dall'eccellente Pádraig Ó Méalóid:
Lance Parkin’s Magic Words: An Evening with Alan Moore – A Transcription

lunedì 23 marzo 2015

Il Trono della Luna Crescente, di Saladin Ahmed


Dhamsawaat è una grande città nel mezzo del deserto: una metropoli araba sul modello di Samarcanda, o delle innumerevoli città che costellavano il medioriente nel basso medioevo. Nasce attorno a una fonte d'acqua, si sviluppa in un confuso agglomerato di casupole e minareti dalle alte guglie sulle fondamenta di civiltà più antiche, di probabile matrice ellenistica/egiziana (gli dei morti). E' retta da un potere centrale, il Califfo, con una sua corte di maghi, indovini e sacerdoti. Il Califfo governa Dhamsawaat con pugno di ferro, grazie al potere conferitogli dal trono della luna crescente.
Adoulla Makhslood è un uomo anziano, membro dell'ordine dei Cacciatori di Ghul. E' un esperto nelle arti mistiche, a suo agio a combattere contro demoni e mostri partoriti dall'adorazione dei vecchi dei pagani. Lo aiuta Raseed, un giovane derviscio esperto nel combattimento a mani nude e con la scimitarra. D'agilità spaventosa, è tuttavia poco più di un ragazzo cresciuto come un monaco guerriero. Raseed aiuta Adoulla nei combattimenti, mentre Adoulla aiuta Raseed nelle occasioni sociali, cercando di sciogliere un po' la rigida mentalità del ragazzo.
Proprio mentre Adoulla gusta una tazza di tè al cardamomo riflettendo d'essere troppo vecchio per questo genere d'imprese, scopre una terribile minaccia all'ordine di Dhamsawaat. Una coppia che viveva nelle paludi è stata brutalmente assassinata, l'unico sopravvissuto il figlio, che racconta balbettando di demoni soprannaturali, altrimenti chiamati ghul. Sul luogo dello scontro, Adoulla e Raseed vengono salvati da un'imboscata di ghul solo per intervento di Zamia, una selvaggia dalle tribù del deserto. La ragazza è l'unica sopravvissuta della tribù, massacrata dagli identici nemici soprannaturali che devono affrontare Adoulla e Raseed. Zamia inoltre è una mutaforma, in grado di trasformarsi in una leonessa ringhiante, le cui zanne sono tra le rare armi in grado di ferire un ghul. E' ormai chiaro che c'è la mano di un mago votato all'Angelo Traditore, in tutto questo...


lunedì 16 marzo 2015

Il Rinascimento nero di Nova Aetas, il post apocalittico di The Edge e altre meraviglie soldatesche


Ero piuttosto indeciso se continuare a scrivere di modellismo e miniature qui sul blog, considerando le diverse tematiche che tratto di solito. E' vero, c'è un chiaro nesso tra molti appassionati di fantasy e fantascienza e giochi tridimensionali, ma all'opposto c'è anche una vasta maggioranza di persone che all'idea di giochi di miniature&dadi comincia a schiumare e sbraitare “immaturo!”, “rimbambito!” e altri antipatici epiteti. 
D'altronde, basta visitare un negozio di modellismo storico per sperimentare la spiacevole sensazione che per la fascia (anziana) di modellisti, non esista altro che la seconda guerra mondiale, l'età napoleonica e ovviamente i trenini. Dal lato opposto della barricata, i giocatori da tavolo considerano i giocatori di miniature collezionisti monomaniacali e non hanno nemmeno torto!
Ad ogni modo, rant a parte, penso che un articolo mensile di segnalazioni sia una bella idea. Non ingombra il fulcro del blog, ovvero libri e scrittura, ma permette una divagazione leggera. L'ultimo esperimento in tal senso è stato debitamente apprezzato: vi segnalavo il kickstarter di Conan, che mi sembrava promettente. Non mi sbagliavo affatto, perché il progetto di gioco “filologico” ha avuto un successo straordinario, ben oltre le mie aspettative quando ve ne parlavo. Hanno (abbiamo!) raccolto oltre 3 milioni di dollari! Non male per un giochino di soldatini ispirato a un'ambientazione violenta e immatura con un barbaro protagonista (cit.) Ancora una volta, al di là dell'irrealistica data di consegna, che dovete immaginare rimandata di almeno 6 mesi, vi consiglierei di nutrire basse aspettative verso le miniature in questione. E' vero, dalle foto sembrano splendide e gli sculpt sono di una maestria rara... Epperò sono solo prototipi in resina, non il prodotto finale. L'amalgama di plastica e resina che hanno deciso di utilizzare sembra buono e conterrà un buon livello di dettagli. Sarebbe tuttavia stupido aspettarsi una qualità altissima, pari alle foto mostrate. Purtroppo i progetti di Kickstarter sono pieni di questo generi di trucchetti, di detto-non detto.
E' lecito, se contenuto entro certi limiti.

Dopo un mese sonnacchioso, marzo si sta rivelando semplicemente esplosivo.
Solo nella scorsa settimana il numero di giochi di miniature lanciati è stato altissimo per gli standard del genere. Sono per lo più piccole case di produzione, ormai specializzate a usare il crowdfunding come volano pubblicitario e formidabile mezzo di marketing. Va da sé che più “ricca” è la società che ci sta dietro, più immorale è il tutto. Andrebbe giudicato caso per caso, valutando con attenzione. Non andrebbe ad esempio mai supportata un'azienda che non ha ancora consegnato il prodotto di un precedente kickstarter e ne apre invece un altro. In quel caso, tranne per le aziende più grandi come la Mantic Games, vi stanno fregando: il precedente kickstarter ha richiesto più soldi del previsto e si cerca di “rattoppare” i debiti usando i clienti di kickstarter come una banca. Della serie, “raccogliamo i soldi e si vedrà...” Sono casi rari, ma insegnano come sia sempre bene non investire grandi somme, a meno di progetti che non stiano veramente a cuore.
Io sono al verde – sai che novità – quindi mi limito a guardare e analizzare.


Il primo progetto di Kickstarter ha l'onore d'essere italiano!
Lanciato il 4 marzo a mezzanotte, è un gioco da tavolo con miniature con sistema di crescita progressivo e una sofisticata intelligenza artificiale al posto del master. Ogni giocatore controlla un eroe e la banda nel suo insieme affronta diverse avventure in una campagna appositamente scalata. E' tutto incluso nella scatola, dagli scenari alle case, persino gli alberi!

lunedì 9 marzo 2015

Conan! (Fantacollana 13)


Ho letto per la prima volta Conan quando avevo tredici anni e ho passato, come con Lovecraft, il mio periodo di Conan-mania, in cui leggevo tutto quello che riuscivo a trovare sull'irsuto barbaro di R. E. Howard.

Negli ultimi tempi, in concomitanza col kickstarter del gioco da tavolo di Conan e dopo aver rivisto il film di Milius, che non assaporavo da tanti anni, ho deciso che era giunto il momento per una sana rilettura. Quando lessi Conan, lo lessi nelle edizioni della Fantacollana, comodi volumetti con aggiunte spurie del grande Sprague de Camp. Già all'epoca introvabile, si poteva tuttavia prendere a prestito in biblioteca ed è in effetti proprio quello che feci. Per questa rilettura mi son detto: perché non rifarlo? Dopotutto, non ho certo intenzione di spendere denaro su denaro per rintracciare ogni singolo racconto in ogni singola edizione in cui è attualmente dispersa la produzione di Howard. Sono baldanzosamente andato nella stessa biblioteca in cui andavo da piccolo, ho svolto una piccola ricerca e voilà, i libri erano ancora disponibili dopo tutti questi anni. E' un piccolo miracolo, detto considerato che solitamente urania&fantasy sono i primi libri a venire eliminati dal catalogo, Cthulhu solo sa perchè... (1)

Spezzetterò questa rilettura di Conan in diversi articoli man mano che, compatibilmente con altre letture e altri impegni, progredisco nelle avventure della magnifica Hyboria. Seguiremo la suddivisione della mitica edizione della Fantacollana, di conseguenza analizzeremo prima le avventure del Conan giovane, poi del Conan mercenario, re, pirata ecc ecc
Andremo pertanto in ordine di anzianità. Non mi limiterò a citare i racconti howardiani puri, ma andremo a leggere anche le rielaborazioni e pastiche di Sprague de Camp&soci. Sono normalmente contrario alla fan fiction, ma Sprague de Camp è tanto bravo quanto deplorevolmente ignorato dai lettori.
Questa prima tappa coprirà pertanto le avventure del Conan giovane e inesperto, che s'improvvisa ladro e confida nella pura forza e istinti del barbaro per raggiungere la vittoria.