lunedì 1 settembre 2014

Togliere le zanne al mostro: rileggendo Harry Potter e la pietra filosofale


Capolavoro e prodotto di successo sono due concetti completamente differenti e col tempo ho imparato sempre più a distinguere nettamente tra queste due diverse attribuzioni.
Il prodotto di successo, almeno per quanto riguarda il mio metro di giudizio, è un film/libro/videogioco di buon spessore, spesso caratterizzato da un paio d'idee vincenti, una scrittura passabile e un passaparola inatteso. Il prodotto di successo, come intuisce l'etichetta, è tale perché detto brutalmente vende tanto, tantissimo. Sfracella ogni classifica e si pianta saldamente lì per mesi. In altre parole, un prodotto è tanto più di successo quanto più macina denaro. Seguiranno poi altri fenomeni tipici del genere, dai giornalisti/saggisti/professori che salgono sul carro della celebrità alle fanfiction, un'ottima prova della vitalità di un fenomeno, di un autore.
Il prodotto di successo segue dunque questo processo, dal successo immediato, alla conquista di un nucleo sempre più ampio di lettori alla transmedialità, il passaggio di un libro al film, al fumetto, al videogioco, al boardgame. Il prodotto diventa così capillare, pervasivo.

Ma è un capolavoro? Dipende.

La moda attuale, o meglio la confusione attuale! Vuole trasformare ogni prodotto di successo, per quanto minore, in un fenomeno di massa, un capolavoro indimenticabile di generazione in generazione. A volte il giochetto di marketing funziona, a volte fallisce miseramente. 
I Pokemon all'inizio del 2000 erano chiaramente un prodotto nipponico pianificato a tavolino, che tuttavia ha fatto presa. Non ultimo, perché come molti prodotti orientali s'accontentava del Kawaii senza andar in cerca del moralismo disneyano. 
Gli Hunger Games, dai libri (mediocri) ai film stanno invece facendo il buco nell'acqua: i fan sono praticamente scomparsi, i lettori sono passati ad altro. Nonostante l'asfissiante tempesta pubblicitaria, il prodotto di successo non è diventato capolavoro, né lo è mai stato. Erano buoni romanzi, nient'altro. 
Difficile giudicare poi Twilight, su cui è stato lanciato troppo odio per dei romanzi inconsistenti, ma sostanzialmente nemmeno troppo brutti. Là il passaggio di media in media, il successo, è sembrato durare per tre anni, prima di finire nel cestino della dimenticanza. Un successo così così.

Harry Potter è un capolavoro?
Senza dubbio è un prodotto di successo. Come (credo) tutti, quando avevo undici, dodici anni ho letto tutta la saga, ho visto i film, ho anche collezionato un paio di album di figurine. Nulla di che, mi ci divertivo.
Nello stesso periodo, tuttavia, leggevo Il Signore degli Anelli, le Cronache di Narnia e verso i tredici anni assaporavo per la prima volta Lovecraft. Questo non per sottolineare chissà quale superiorità – verso i tredici anni ero anche fermamente convinto che il miglior Fantasy in assoluto fosse Eragon, di Christopher Paolini e solo per questo avrei dovuto essere preso a badilate in faccia – ma per ribadire che leggevo un po' di tutto quello che sapesse di Fantasy.
Dopo quasi un decennio da quelle letture, ho deciso di rileggere la Rowling, sia per spaziare in territori più moderni, sia perchè in cerca di ispirazione per un racconto urban fantasy.
Mi sono fermato a Harry Potter e la pietra filosofale e non credo andrò avanti. 
Era dai tempi di King che non avevo l'impressione di un autore tanto male invecchiato. La questione non è se la Rowling aderisca o meno a un canone a cui tutti gli scrittori devono aderire. Non m'interessa mimare i cultori del manuale americano di narrativa – quando inserire il colpo di scena, come dosare lo show don't tell ecc ecc Specie il primo romanzo della saga di Harry Potter era destinato a una saga infantile, al massimo adolescenziale. Quando incominciò a infuriare qui in Italia, si parlava di “ritorno della letteratura per l'infanzia”. E' ovvio che se lo si analizza in quel modo, si possono trovare migliaia di difettucci che non sono in realtà tali, dalla voce narrante, ai costanti infodump, al protagonista puntualmente salvato da un deus ex machina. Se volessimo davvero comportarci da stronzi, c'è un abuso grammaticale di puntini di sospensione che parte dal primo capitolo e continua imperterrito per tutto il libro. Metà dei dialoghi (alcuni davvero mediocri) di Harry Potter sono frasi intercalate da diluvi di puntini. 
Vi sfido: aprite una pagina a caso che non sia il finale e contate i puntini. Ne sarete sommersi.

Tuttavia, criticare su quest'aspetto Harry Potter sarebbe un esercizio puerile, per me di poco interesse. 
La moda attuale di smembrare un romanzo e citarne i pezzi che servono per una recensione falso-negativa non ha alcuna logica. Ogni romanzo, per quanto perfetto, se tolto dal suo contesto perde senso. 
E' come se catturassimo una conversazione per strada e ne rimescolassimo parole, frasi e interlocutori. Verrebbe fuori una merda, ma è una merda che stiamo combinando noi, togliendo quell'unità testuale che aveva in origine.
Allo stesso modo, non mi danno fastidio le incongruenze, i colpi di scena posticci, le cose illogiche. 
Mi turbano parecchio perchè c'è un'ideologia dietro che trovo spaventosa; un disprezzo verso il Babbano e verso la tecnologia che è tanto assolutizzante quanto stupida. Nel momento in cui scopri di essere mago, i progressi di oltre duemila anni di storia vengono annullati e ridicolizzati. Al contempo, i maghi mantengono un assoluto regime di apartheid verso gli “umani”, nonostante le innumerevoli, geniali possibilità che potrebbe aprire una fusione tra tecnologia babbana e magia umana. 
Nel delirante worldbuilding della Rowling, inoltre, i maghi sono apolitici e vivono felici dentro una sorta di stato liberale, con una pubblica opinione vivace, ma sostanzialmente tenuta a freno dalla scusante di un nemico esterno, Tu-Sai-Chi. 
Un appassionato di Harry Potter a questo punto mi darebbe del ritardato e probabilmente avrebbe ragione: sto cercando sottotesti e rigore da un romanzo per bambini. Esagero probabilmente. Nemmeno questa chiave di analisi, per quanto divertente sarebbe utile. Sul piano della trama, ad esempio, si potrebbe continuare a lungo; Harry Potter è un protagonista che non ha letteralmente nulla all'inizio, ma che già superate le prime cinquanta pagine ottiene praticamente tutto, dai soldi della Gringott alla fama di una superstar. La Rowling supera perfino gli handicap fisici (occhiali, goffezza, corporatura dinoccolata) trasformandolo nell'atleta per eccellenza del Quidditch. 
Il personaggio è letteralmente rovinato perchè parte con un monte (del Fato?) di problemi e termina già a metà libro con tutto, dai gadget del mantello dell'invisibilità, ai soldi, alla vittoria sportiva. Ciononostante, è un romanzo per bambini e questi deus ex machina funzionano, perché tengono sempre alto il ritmo.



La saga di Harry Potter dunque può essere criticata singolarmente per un particolare aspetto, ma difficilmente smontata in toto. Le fondamenta fantasy su cui si regge sono al di fuori delle logiche sia di stile che di trama normalmente usate. In altri casi, con altri generi sarebbero criticabili. Nel mondo di Harry Potter tutto questo invece funziona. Ma qui sorge il problema.
Perchè il mondo fantasy della Rowling non è fantasy. 
Se ancora l'arrivo di Hagrid, la scoperta di essere il prescelto e l'arrivo a Diagon Alley hanno ancora la meraviglia che loro compete, presto tutto si affloscia. Il mondo di Harry Potter continua a svelare i suoi aspetti magici, ma questi non hanno nulla, letteralmente nulla di magico. Sono invenzioni descritte con tono piatto e grigio, più simili agli scherzi di un tendone da circo che alla paura/desiderio reverenziale della vera Magia, quella con la M maiuscola. La Rowling è sempre stata lodata per la quantità di dettagli e di invenzioni che sorprendono il lettore a ogni voltar di pagina. Non si osserva mai però che questa quantità non si accompagna mai alla qualità. Il mondo dei maghi è il riflesso consumista del mondo dei Babbani; è letteralmente pieno di roba “interessante” ma che non è magica. Avrei preferito un singolo incantesimo descritto con la cura e il timore dei veri incantesimi alla massa informe di latinorum scopiazzato della Rowling. La Magia della Rowling è la magia Made in China. 
Va bene un po' a tutti, è chiaramente taroccata, non ha pericoli. In effetti l'idea stessa che la magia possa venire insegnata dentro una scuola è controintuitiva. La magia, se è davvero “magica” non può venire insegnata come se fosse la matematica. La magia è tale proprio perché fuori dalle leggi e fuori dalle regole ordinarie. Inserirla nell'ambiente scolastico equivale a svuotarla di fascino, a ingrigirla. 
A privarla, fattore cruciale!, di ogni carica sovversiva e pericolosa.
Il fantasy non-fantasy della Rowling non si limita alla magia, ma imperversa nel bestiario fantastico.
Non appena entra a Hogwarts, Harry Potter incontra non un fantasma, bensì venti!

Poi accadde una cosa che gli fece fare un salto alto un palmo da terra... Dietro di lui, molti ragazzi gridarono.
<< Ma che cosa...? >>.
Si sentì mancare il fiato, e con lui tutti gli altri. Una ventina di fantasmi erano appena entrati nella stanza, attraversando la parete in fondo. Di color bianco perlaceo e leggermente trasparenti, scivolavano per la stanza parlando tra loro e quasi senza guardare gli allievi del primo anno. Sembrava che stessero discutendo. Quello che assomigliava a un monaco piccolo e grasso stava dicendo: << Io dico che bisogna perdonare e dimenticare; dobbiamo dargli un'altra possibilità... >>
<< Mio caro Frate, non abbiamo forse dato a Pix tutte le possibilità che meritava? Non fa che gettare discredito sul nostro nome, e poi lo sai, non è neanche un vero e proprio fantasma... Ehi, dico, che cosa ci fate qui? >>
Un fantasma in calzamaglia e gorgiera aveva d'un tratto notato gli studenti del primo anno.
Nessuno rispose.
<< Nuovi studenti! >> disse il Frate Grasso abbracciando tutti con un sorriso. << In attesa di essere smistati, suppongo >>.
Alcuni annuirono in silenzio.
<< Spero di vedervi tutti a Tassorosso! >> disse il Frate. << Sapete? E' stata la mia casa >>.
<< E ora, sgombrare! >> ordinò una voce aspra. << Sta per cominciare la Cerimonia dello Smistamento >>.
La professoressa McGranitt era tornata. Uno a uno, i fantasmi si dileguarono attraversando la parete di fronte.

Un fantasma non è una cosuccia da prendere alla leggera.
E' uno spirito dei morti, una prova tangibile dell'esistenza dell'al di là, oltre che un'agghiacciante incursione del soprannaturale. Un solo fantasma ha dato filo da torcere a generazioni di scrittori e poeti. 
C'è un ricco background alle spalle, ma viene sorvolato senza perdere tempo. Nel mondo della Rowling esistono i fantasmi, così come esistono i goblin, gli elfi e altre creature: tutte magiche, tutte ininfluenti. Quello che sto cercando confusamente di comunicare è che non c'è spessore, in quanto descrive la Rowling. 
Non c'è quell'attimo di sospensione, di sublime che dovrebbe accompagnare il soprannaturale. Cazzo, capisco che il mondo di Potter è magico, ma di fronte a un non-morto io fuggirei via urlando!
Sono fantasmi filmici, bonaccioni per tinteggiare un mondo di cartapesta.



Harry Potter non si muove dentro un fantasy realistico, e questo posso accettarlo. Ma non posso accettare che la “magia” della Rowling sia tanto anonima. Non è nemmeno la magia trash di D&d "Il mio mago casta una palla di fuoco sullo scheletro campione..."
E' proprio senza spessore. Ha regole, ma non le segue. Usa il latino, ma lo parodia oltre ogni decenza. 
A tutti gli effetti l'incantesimo viene descritto come una tecnologia “da usare”. I babbani muovono il culo e afferrano la lattina di Coca-cola, i maghi usano Accio. E' una magia castrata alla radice. Posso comprendere perché Alan Moore sia tanto inferocito da Harry Potter. Per chi davvero ci crede, nella magia e nel “diverso” il mondo della Rowling è grigio e piatto. Non starò a elencare le fonti da cui la Rowling copia spudoratamente, perchè sarei ipocrita e pedante; non le ho lette, non posso fare confronti. 
Ma senza dubbio non si può negare la sciatteria.
La Chiesa ha spesso criticato Harry Potter, avvertendo della pericolosità di scambiare finzione e realtà. Harry Potter, insinuano, è pericoloso perché non introduce alcuna frattura tra realtà e magia. Tutto è magico, per la Rowling, argomentano. Di conseguenza il bambino potrebbe confondersi e pensare che davvero un giorno riceverà una lettera che lo inviti a Hogwarts.
Una critica davvero miope! La saga di Harry Potter è particolare proprio perché non è un Fantasy.
Se tutto è magico, in realtà tutto è ordinario. La magia funziona quando trasmessa a piccole dosi. 
Se frastorni il lettore con vagonate di “magia” a ogni voltar di pagina, l'irrazionale diventerà presto la norma. Si tranquillizzino i pretacci e le psicologhe dell'infanzia: Harry Potter mai potrà essere pericoloso perché mai potrà essere un Fantasy. L'irrazionale, il sovrannaturale, la magia sono argomenti da introdurre pian piano, con rispetto e meraviglia. In Harry Potter sono invece la vernice con cui parlare di qualcos'altro. Sono sbattuti in faccia al lettore, degradati ripetutamente. Servono come metafore per triti moralismi senza però nessuna critica seria dietro. Harry Potter non è fantasy a sufficienza. E' questa, la vera critica.
La Rowling prende il mostro delle fiabe e metodicamente gli cava le zanne, trasformando uno splendido drago in una mucca ruspante. Chi ama Harry Potter, ne ama l'ambientazione scolastica. Gli scherzoni da fiera che vengono definiti magia raramente vengono presi sul serio, persino dai fan.

Per citare Zizek, la moda attuale svuota di significato ogni esperienza. Si vuole dunque guardare film horror senza spaventarsi, assumere alcool senza soffrire la sbornia, drogarsi senza diventare dipendenti, fumare senza rovinarsi i polmoni, mangiare senza ingrassare... ecc ecc

Harry Potter pertanto, è perfetto: è un fantasy senza fantasy, e in ciò sta il suo successo.  

Fonti: 
Scans prese dall'opera di Moore sulla Lega degli straordinari gentlemen: 2009

lunedì 18 agosto 2014

La casa delle vacanze, di Clive Barker


"Non volevo tornare"
Quante volte l'abbiamo sentita, questa frase?
Le vacanze ti catturano, letteralmente. 
Abbandoni con stakanovista dispiacere la tua postazione di lavoro, raccogli brontolando i tuoi sudati guadagni, stipi le valigie di beni che non ti servono... via, in vacanza. 
E se il posto è bello, il cibo buono, la compagnia piacevole, perché tornare?
Perché tornare a quel grigio mondo di affari burocratici, parenti serpenti, amichette isteriche, licenziamenti?
Perché invece non restare in vacanza, per sempre?

Febbraio, la grande bestia grigia, si era mangiato vivo Harvey Swick. E lui ora era lì, sepolto nello stomaco di quel mese opprimente, e si chiedeva se sarebbe mai riuscito a trovare una via d'uscita tra le fredde viscere che si estendevano da lì a Pasqua... 

La casa delle vacanze, copertina inglese.
All'inizio di questo romanzo per bambini scritto da Clive Barker, il protagonista Harvey questi problemi non se li pone. D'altronde, è un bambino di dieci anni e nel gustosissimo monologo dell'incipit chiaramente spiega cosa lo sta uccidendo. Non è il cancro, i bulli o la guerra: è per il bambino un male assai più oscuro e temibile: la NoiaHarvey si annoia, non sa cosa fare. 
Le giornate trascorrono lente sotto la pioggia grigia dei compiti in classe, le domande dei maestri, le camminate avanti-indietro verso quel penitenziario chiamato “scuola”.

Barker coglie molto bene la forma mentis di un fanciullo undicenne o giù di lì: sempre garbato nello stile, riesce tuttavia a trasmettere quel senso di Noia che già aggrediva Leopardi e che tutt'ora ricordo trascinava certe mie giornate da bambino. Ricordo che in terza o quarta elementare c'erano settimane dove non avevo altro da fare che ripetere gli stessi giochi, ancora e ancora fino allo sfinimento. Il tedio che può provare un bambino è terribile, perché non hai nessuna delle distrazioni di un adulto, o in mancanza di meglio, delle sue preoccupazioni. Non hai nulla, se non un vago senso di nausea.
Un esempio eccellente di un dialogo infantile e di una capacità di Clive Barker di comprendere il mondo dell'infanzia senza raddolcirlo è dato dal dialogo tra Harvey e sua madre:

«Non dovresti perdere il tuo tempo a star seduto qui,» gli disse la mamma quando lo colse a guardare le gocce che si rincorrevano sul vetro della finestra della sua cameretta.
«Non ho niente di meglio da fare,» rispose Harvey senza neppure voltarsi.
«Bene, allora potresti renderti utile,» ribatté la mamma.
Harvey alzò le spalle. Utile? Era un altro modo di dire «lavoro faticoso». Saltò in piedi sciorinando le sue scuse - non aveva fatto questo, non aveva fatto quello - ma era troppo tardi.

Quante volte abbiamo sentito scambi del genere? 
Sono piccole chicche, che certamente non definiscono un romanzo, ma denotano una finezza psicologica e una capacità di osservazione notevole. Ha mai scritto la Rowling nulla del genere? Dal dolciume marcio di Harry Potter all'insensata violenza del Seggio Vacante, la Rowling rimbalza contro il muro dell'infanzia con tutta l'ottusità degli adulti.


lunedì 11 agosto 2014

Lovecraft: la paura dell'ignoto (2008)


Il grande successo del Cantore di Providence rende sempre più difficile discuterne appropriatamente.
S'identifica Lovecraft con un nucleo piuttosto vago di argomenti e racconti, che costituiscono in realtà una fetta assai ristretta della sua produzione letteraria. Per i “nuovi” appassionati, il simbolo è senza dubbio Cthulhu, ormai presente nella psiche collettiva come la ciclopica silhouette di un gigante, dalla barba fatta di tentacoli. Le opere di Lovecraft andrebbero così ricondotte al solo Ciclo dei grandi Antichi, gettando via gemme come l'intero filone onirico ispirato a Dunsany, per non citare la più rozza produzione giovanile, affettuoso omaggio a Edgar Allan Poe.
Nell'ambito stesso della “mostrologia” lovecraftiana, sembra non sia possibile uscire dai cliché dei tentacoli, dei cultisti e del Necronomicon.
Yog Soggoth, Nyarlathotep, Shub – Niggurath, Azathot...
Non evocano alcuna lettura, alcun ricordo. La conoscenza di questi nuovi lettori è lacunosa, frammentata: tipica di chi più che leggere un argomento e appassionarsene, ne ha sentito parlare e dopo aver visto qualche immagine, letto un paio di paragrafi, abbia deciso di farla propria. Non voglio affermare che si debba dare degli esami, per dichiararsi fan di Lovecraft. Anzi, spero che mai questi autori di nicchia entrino nel pantheon universitario, che mummifica e ingrigisce qualunque argomento, a dispetto del suo potenziale rivoluzionario. Ognuno approfondisce Lovecraft quanto desidera; c'è chi lo prende a meme, chi ne segue gli aspetti più “giocosi” e chi, come il sottoscritto, giunge ad ammirarne la prosa cesellata e barocca. C'è spazio per tutti, lì fuori.
La superficialità della lettura moderna, tuttavia, cela un rischio e questo rischio è nel distorcere, anche inconsapevolmente, la filosofia di Lovecraft. E' noto che fosse meccanicistica, bastardamente atea e amorale, risolutamente intenta a dimostrare come l'uomo non sia che un granello nel Cosmo, una formica al cospetto di intelligenze aliene. Ciò non emerge mai, nei commenti e nelle opinioni dei fan. L'impressione contraria, invece, punta a trasformare Cthulhu in Satana, a travestire la mitologia lovecraftiana nell'ennesimo clone cristianeggiante, Bene vs Male. Vero che già dalla fine dell'impero romano, il cristianesimo cercava sempre d'innestarsi su ogni sostrato possibile, dal paganesimo, alla filosofia antica. Però in quest'ultimo caso, il boccone, questa nuova mitologia atea di H.p., rischia davvero d'ingozzarla a morte. Ovviamente, ci sono precedenti. Fu Derleth, un caro amico di Lovecraft, a presentare lo scontro tra antichi e nuovi dei come uno scontro tra angeli e demoni. Da bravo cattolico, Derleth non poteva sopportare l'idea che l'uomo non fosse all'assoluto centro dell'universo. La confusione s'accresce per il numero di pastiche e imitazioni di amici e lettori; giova ricordare che l'universo di Lovecraft era open-source, accessibile per sperimentazioni e rimandi.

Il documentario Lovecraft Fear of the Unknown (2008), non è nulla di tutto questo.

Pubblicato nel 2008, ora disponibile gratis sul progetto Open Culture, raccoglie le testimonianze di un'ampia schiera di ammiratori di Lovecraft, da Stuart Gordon a Neil Gaiman, raccogliendo lungo il percorso saggisti come S.T. Joshi e padri dell'horror come Ramsey Campbell.
Si parte dalla nascita di Lovecraft, analizzando poi i passi più importanti, dal periodo di “buio” a vent'anni, alla pubblicazione su Weird Tales, ai terribili due anni di povertà a New York passando di racconto in racconto senza trascurare la produzione giovanile. Una piccola retrospettiva verso la fine analizza il successo del fenomeno Cthulhu, senza lontanamente immaginare che avrebbe preso proporzioni davvero gigantesche coll'arrivo di Kickstarter e l'espandersi della Rete.
La durata breve impedisce che sia uno studio approfondito, tuttavia consegna un buon ritratto, affrontando con imparzialità il problema del razzismo e citando autori troppo spesso dimenticati, come Dunsany. 
Se ogni tanto i disegni presi dai diversi artisti possono sembrare trash, le riprese dell'attuale Providence e della magnifica architettura gotica del 600 e 700 contribuiscono parecchio alla giusta atmosfera. 
Manca la testimonianza del Re Nero, alias Stephen King, ma va bene così. Tra le sue idee che Cthulhu sia una gigantesca vagina e che Lovecraft non sappia scrivere dialoghi realistici solo perché non li riempie di parolacce dubito che avrebbe aggiunto qualcosa di utile alla discussione. La vera pecca sono invece che mancano i sottotitoli, sia italiani che inglesi. Le interviste sono comunque lente e gli intervistati professori, che parlano chiaro e scandito.

Degli autori in causa, direi che spiccano Ramsey Campbell, S.T. Joshi, Caitlin r Kiernan e Guillermo del Toro...

lunedì 4 agosto 2014

Modellismo steampunk via Kickstarter: Wolsung, Infamy, Twisted.


Abbiamo tutti le nostre piccole passioni.
C'è chi colleziona francobolli, chi preferisce le monete antiche. 
C'è chi fotografa le scritte dei cessi dell'università, chi completa ogni singolo achievement di ogni singolo videogioco.
Chi veste solo abiti firmati, chi fuma solo quel tipo di sigarette, chi deve correre ogni tot ore. 
Chi colleziona auto da corsa, chi colleziona diamanti, chi deve farsi di cocaina alla sera.
Diverse passioni, diverse fissazioni. Ma certo nessuno è più da compatire di chi, come il sottoscritto, ha l'unica fissazione del modellismo. Chi colleziona miniature, nel particolare. Specie nell'ambito del wargaming, dei giochi tridimensionali, degli ibridi cooperativi e degli Rpg.

Sono sicuro che, a un conto razionale di quanto spendo, mi sorprenderei a trovare una cifra molto bassa. Ne sono sicuro perché da bravo studente-barbone di Lettere, tutti i miei soldi (o almeno il 90%) se ne vanno in grigie fotocopie per tesi e testi d'esame. E ne sono altrettanto sicuro perché vedo amici e conoscenti che spendono molto di più e per cause molto più futili.
Diamine, ho perso il conto dei viziati figli di borghesi dalla triplice auto, che mi raccontano che dopo aver fatto ben due esami in giugno (due sono tanti? Hahaha! E di quale facoltà? Dams o scienze sociali! >.<) andranno in vacanza iperpagata, o si vedranno pagato il bollo dell'autino regalato a diciotto anni. 
Già, a voler infierire, le spese per il motorino o per l'auto non sono proprio cosucce da nulla. Vogliamo poi discutere degli Hobby per ricchi sul serio, come la pesca?

Eppure, anche così, il conto e il prezzo delle miniature e del modellismo sono spesso roba da svuotare il portafoglio e lasciarlo depresso e piangente in un angolo. E' una conseguenza psicologica, perché ripeto, razionalmente le spese sono contenute. Dal mio punto di vista, dopo aver fatto un esame di storia dell'arte greca e romana, non trovo grande differenza dal cittadino greco che comperava le statuette in bronzo e l'italiano (io) che compra le miniature. Nel caso dell'antica Grecia agiva una (minima) spinta religiosa, ma in entrambi i casi sottostava sempre una potente spinta estetica.
E' un fattore che l'irrigidito, stupido consumatore/ essere umano attuale non può comprendere.
Non può capire che non m'interessa acquistare un oggetto, la miniatura. Piuttosto, m'interessa comprare un oggetto d'arte, che come Dorian Gray insegna, è fonte di piacere. Piacere estetico, derivante dalla sua contemplazione. Io non tengo le miniature assemblate sul tavolo perché mi piace vantarmene: le tengo perché guardarle mi provoca – se ben scolpite e dipinte – una vivissima soddisfazione che non ha nulla a che fare con il gioco cui è collegata o col fatto – opinabilissimo – che sia un “giocattolo”. Ma tant'è: gli stessi idioti che marchiano modellismo e action figures come “inutili” sono gli stessi geneticamente incapaci di apprezzare il fumetto, e che ai musei d'arte cercano solo le tele più costose perchè solo quelle “valgono”. Gl'identici coglioni che se gli dai in mano una miniatura, non sono nemmeno in grado di tenerla in mano e la schiacciano, rompendola: è colpa tua, ti diranno, sono giocattoli fragili e inutili. A lungo andare questi critici (numerosissimi come scarafaggi, ma meno utili all'ecosistema) si dedicheranno, per darsi un tono, all'arte astratta, che non è arte e non contiene mai messaggi politici o culturali e che li lascia così soddisfatti alla loro apatia conta-soldi. Si capisce, che li disprezzo?

Ma parlavamo di modellismo. E più nello specifico, modellismo steampunk.
Da quest'estate, sono comparsi in successione tre progetti di miniature steampunk che potrebbero interessare gli appassionati del Dio del vapore. Sono tutti e tre su Kickstarter, la nota piattaforma di crowdfunding ormai consueto passo per gran parte dei progetti di giochi da tavolo.

lunedì 28 luglio 2014

Nemo - Le Rose di Berlino: traduzioni dal tedesco e annotazioni di Jess Nevins


Chi mi segue, sa che rispetto Alan Moore.
Non ne sono un fan, piuttosto un ammiratore
Il fan abbraccia con fervore fondamentalista ogni più piccolo prodotto del suo Dio, verso cui prova una prostrazione ai limiti del masochismo. L'ammiratore, invece ne ammira le qualità, senza tuttavia disumanizzare il suo mentore.
Io ammiro l'anarchia di Moore, la sua abilità di forgiare immagini dalle parole, la sua immensa cultura sia alta che bassa, spesso intrecciata senza soluzione di continuità. Ne ammiro perfino l'aspetto, uno dei pochi che tenta un'apparenza e un abbigliamento che si stacchino dalla comune massa di sceneggiatori e disegnatori in maniche di camicia, t-shirt e pantaloncini di bambinetti invecchiati.
Per dirvi, fino a che punto in qualità di ammiratore, si spinge per l'appunto la mia ammirazione: di Alan Moore apprezzo perfino il vestiario! Quell'aura di artista pazzo che tutti ritenevano smarrita nelle nebbie della Londra di fine 800.
Non a caso, è comparso
nel Movimento Chap!

Tuttavia, proprio perché ammiratore e non fan, non mi faccio problemi ad ammettere che alcune sue opere sono peggiori di altre. Nemo: le rose di Berlino è un albo sottotono, rispetto alle sue opere maggiori. Sembra più di guardare il tuo musicista preferito che tira una schitarrata per farti contento, ma senza reale convinzione. Non c'è nemmeno quella rabbia opprimente dell'ultimo capitolo della Lega, “2009”. Nemo: le rose di Berlino rimane comunque un'opera incastonata in una sceneggiatura ferrea, da promuovere e comprare senza riserve; tuttavia la lode giunge a sorpresa per merito dell'artista, Kevin o Neill, che ritrae con pazienza certosina il miglior omaggio fumettistico alla Metropolis di Lang mai disegnato.

Quest'impressione s'è accentuata rileggendo per la terza volta il volume, onde compilare questa lunga lista di Note prese dalla versione inglese di Jess Nevins. I piccoli dettagli che sono emersi erano tutti visivi, nessuno relativo a sorprese nell'ambito dei dialoghi.
Jess Nevins, esperto di cultura pulp e retrofantascienza, è un autentico luminare delle opere di Moore.
Le sue guide, disponibili gratuitamente in inglese, esaminano ogni singola tavola, ogni singola vignetta delle opere di Moore, scandagliando a fondo i riferimenti alla cultura alta e bassa, al pulp, alla letteratura vittoriana, alle curiosità e agli easter egg dispersi tra le righe. Non c'è da vergognarsi che, specie nel caso della trilogia di Nemo, questa gustosa “seconda lettura” sia fondamentale, per realmente apprezzare il lavoro di Moore. I riferimenti sono sempre più astrusi, i personaggi noti a malapena: una guida è indispensabile.

Come se non bastasse, in Nemo: rose di Berlino, un terzo dei dialoghi sono in tedesco.
Non qualche riga, qualche esclamazione: intere vignette, balloon su balloon. Non avendo amici teutonici, ho tradotto dall'inglese di Nevins, con tutti i problemi che ve ne possono derivare. Il mio livello d'inglese è artigianale e in questo caso abbiamo dialoghi dal tedesco tradotti in inglese e infine ritradotti in italiano.
Non so quanto l'operazione abbia funzionato. Ad ogni modo, adesso avete una sorta di traduzione dal tedesco di Nemo: rose di Berlino.

Per sicurezza, per ogni informazione, non solo il tedesco, fate riferimento alla versione originale in lingua inglese di Nevins. La mia è la traduzione di un appassionato, con qualche nota aggiunta; gli errori sicuramente possono incorrere. Ora, aprite il vostro volumetto della Bao a pagina 1, accendetevi la pipa, versatevi un bicchiere di cognac e vediamo d'iniziare...


Pag 1: L'immagine ricorda molto gli scheletri che si abbracciano in Watchmen.

Pag 2 (dal tedesco): "Capitano Nemo: Pirata Scienziato e Macellaio"
Poster di propaganda tedesco, che raffigura Janni Nemo mentre nei panni di una novella Scilla&Carridi affonda una Nave della Croce Rossa. L'appellativo "macellaio" viene inoltre utilizzato dalla stessa Nemo, nei confronti delle persone che tengono prigionieri Hira e Armand. Come osserva Padraig o Mealoid, è tutta una questione di prospettive.

Pag 5 Vignetta 1: La doppia "X X" è il simbolo delle forze Tomaniane di Adenoid Hynkel.
Verrà più volte ripetuto nel corso della storia.

Vignetta 2: "Heil Hynkel."

Come già scritto nella recensione, non c'è un vero e proprio Adolf Hitler nel mondo degli straordinari Gentlemen, esattamente come non ci sono Mussolini e altre importanti figure storiche. In cambio, abbiamo i loro analoghi letterari o filmici. In questo caso, Hitler è stato rimpiazzato da Adenoid Hynkel, l'alter ego di Hitler nel capolavoro Il grande dittatore di Charlie Chaplin (1940). Ambientato nello stato inventato di Tomania, il Grande Dittatore ritrae l'inarrestabile ascesa al potere di Hynkel.

(dal tedesco, Hynkel) "Sì, sì (Ja ja!). "Quando quei negri lassù si saranno stancati di bruciare
le loro mummie, penso che potremmo fare a meno delle formalità. Che cos'ha
da dire sua maestà reale, riguardo il nostro piano?"

Uno dei modi più dispendiosi per difendersi dalla freddissime notti nel deserto era di bruciare vecchie mummie per tenersi al caldo. Tessuti secolari e friabili, imbevuti di antichi oli... un'ottima esca per il fuoco!


venerdì 25 luglio 2014

E il coyote licantropo ululava alla Luna rossa... (Luna Coyote, di Samuel Marolla)


Avevo già incontrato l'ottimo Samuel Marolla leggendo Imago Mortis, che un paio di mesi fa mi colpì per la vividezza rara di descrizioni e personaggi; la prosa sembrava posseduta da un demone inarrestabile, che sebbene a volte dimenticasse per strada virgole e punti, trascinava il lettore in una storia decisamente senza pause. Il protagonista sniffatore simpatizzava subito col lettore e più che l'elemento fantastico spaventava la giungla urbana in via di totale, inarrestabile disfacimento fisico e morale.

Luna Coyote salta invece al Weird Western, posizionandosi saldamente nell'Ottocento della grande frontiera. Conoscerete, che siate appassionati o meno (io non lo sono), l'intero repertorio del Far West: cowboys e indiani, ranger e messicani. Le ferrovie coi cinesi, i saloon con procaci fanciulle puttane, l'epica delle colt sotto il sole di mezzogiorno e degli sceriffi col cappio pronto alla mano. 
Scriveva Manfredi in un romanzo (bruttino, come tutti i suoi) che gli italiani conoscono meglio l'America di Tex Willer che la propria patria. E' senza dubbio vero, sebbene non riesca a vederci nulla di negativo in quest'amore per la natura e il coraggio intrepido.

Tuttavia... Prendete tutti questi cliché e topos e nel caso di Luna Coyote gettateli via. 
Non c'è nessuno di questi stereotipi nell'opera di Marolla, che sembra invece privilegiare il punto di vista di quanti normalmente nascosti e oppressi: nel primo paragrafo il pov è quello dell'antagonista che è un razzista violento, qual'erano molti più cowboys di quanto i film lascino ammettere. 
Nel secondo caso, il pov è di un negro fattorino – un personaggio a dir poco inconsueto, se non come spalla comica del protagonista.

Oltre ai bordelli vi erano i magazzini dei cinesi.
Quelli se ne stavano fuori, su panche di legno, con le loro tuniche nere, i cappelli di paglia a forma di piatto rovesciato, e lunghi bastoni sui quali si appoggiavano, e con i quali probabilmente si rompevano le ossa a vicenda quando avevano da ridire fra loro. Attendevano i clienti, cioè i bianchi sui carri, che venivano a contrattare la loro merce, a comprarla all'ingrosso, a buoni prezzi, e portarla a tonnellate su a Los Angeles; alcuni compratori venivano addirittura da San Francisco. I cinesi erano i padroni di tutto: i sigari sopratutto erano la loro specialità, ma non solo; anche calzature, pannilani, conserve di frutta. E se volevi costruire qualcosa, su al nord, dovevi rivolgerti a loro.
L'edilizia era esclusivo appannaggio dei figli del drago, e dovevi venire qui, nelle loro comunità costiere, a parlare coi loro pezzi da novanta, i loro anziani, per mettere su una squadra. Quelle vecchie mummie rinsecchite ti trovavano cento manovali esperti in un'ora, te li spedivano a calci su fino a Sacramento, se avevi urgenza, li facevano lavorare giorno e notte finché non gli usciva il sangue dal culo, e il padiglione era bello che pronto. Le scuole, gli ospedali, i tribunali, persino le missioni cattoliche: le costruivano i cinesi, e se volevi trattare con loro, da questa parte della California, beh, dovevi venire qui, o a Monterey, o sulla Punta dei Pini.

mercoledì 23 luglio 2014

Nemo: le rose di Berlino


Inizialmente Janni Drakkar, dalla sua prima comparsa nel volume "1910", non mi piaceva per niente. 
Molto cliché – la fuga dal padre, l'incontro col mondo selvaggio e brutale della città, la vendetta finale – e molto convenzionale. Era un elemento d'attrito interessante che Nemo avesse desiderato un figlio maschio, l'avesse anzi dato per scontato e avesse poi ricevuto un'unica figlia femmina
Ma la trilogia spin off della Lega, con Janni come protagonista, sarebbe stata ambientata un bel po' di anni dopo la morte di Nemo, ormai anziano. Dunque, non era su Nemo, pardon, Janni, che puntavo le carte, ma sull'ambientazione. E invece.

Se il primo volume Cuore di ghiaccio brillava proprio per una protagonista determinata, ma ancora giovane, quasi "ingenua", questo secondo volume mostra una Nemo ormai irrigidita, qualche anno prima che si avvii alla mezz'età. E' forte, quasi "virile" nella sua determinazione ad assumere il mantello del padre ("è solo questo mantello... E' troppo grande e pesante, alle volte" cit. Nemo: cuore di ghiaccio) ma quest'implacabile tenacia a perseguire i propri obiettivi s'esplica in un personaggio molto chiuso in sé stesso.
Nel corso di questa seconda avventura gli sprazzi di emotività e sentimento vengono tutti relegati al vice (e amante) in comando, Broad Arrow Jack. E' Jack a commuoversi per la disgrazia che colpisce a inizio volume, è Jack che commenta disgustato gli orrori del regime di Hynkel, è Jack che sceglie di reagire con rabbia e furore agli antagonisti, mai prima d'ora così crudeli.
Il peso della responsabilità di Lincoln Island, del Nautilus e dei delicati rapporti geopolitici in cui sono invischiati porta Janni a una freddezza che cela un profondo dolore. 
Personaggio, a differenza della Mina Murray, meno generalista e dunque più difficile d'approcciare.

Janni, in questo secondo volumetto, è caduta in una trappola.
La figlia, Hira, s'è sposata con Armand Robur, figlio dell'omonimo Robur costruttore della micidiale aeronave "Il Terrore". Essendo Robur un bravo francese patriottico, Janni ha scelto dunque di schierarsi dalla parte di francesi e inglesi contro la potenza di Tomania, guidata dal fanatico Adenoid Hynkel
Moore nei volumi della Lega gioca con letteratura alta e bassa mescolandola agli eventi storici. Conseguentemente, nel mondo di Nemo non esiste Hitler, ma esiste Hynkel, il dittatoruncolo di Chaplin del film "Il Grande dittatore". Allo stesso modo ci si riferisce a un certo Benzino Napaloni, alter ego del nostro già buffonesco Benito Mussolini. Hynkel regna sulla Tomania, che affianca la Germania imperiale, che a sua volta ha accettato la dittatura di Hynkel.
Inoltre, a complicare le cose, l'inventore delle macchine di “Metropolis”, Rotwang, si è qui dedicato in prima persona alle ristrutturazioni architettoniche per cui era famoso il film; di conseguenza troviamo sia la bella Maria-Robot, lo strumento di "propaganda" donna-macchina, sia i ritmi e gli edifici nello stile Bauhaus.
 E ancora; dovendo citare la cinematografia dell'avanguardia espressionista tedesca, non poteva mancare il dottor Caligari e il criminale Mabuse.
Il primo è tra i prediletti di Hynkel e comanda uno spietato commando di Narco-soldati. Implacabili macchine di carne, mosse dalla potenza del sonno ipnotico saranno un osso duro per gli scontri a fuoco di Nemo. Il secondo, invece nel nome del crimine aiuterà a sorpresa Janni, spezzando così lo stereotipo dei tedeschi tutti-sempre-cattivi.
Con una mossa a sorpresa, Hynkel annuncia d'aver abbattuto il terrore di Robur e aver catturato la coppia di sposini; la lotta contro la pirateria di Janni è infatti voluta dall'alleata africana di Hynkel, l'immortale Ayesha già presente in Cuore di ghiaccio. Un'infuriata Nemo corre a salvare la figlia dalle grinfie dei nazisti... Oops, dei Tomaniani!

Le inquietantissime truppe di Narco-commando

Per certi versi è difficile distinguere oggettivamente se questo volume sia migliore del primo, o costituisca un passo indietro. Le mie preferenze storiche vanno tutte all'età tardo vittoriana, o al primo Novecento. Conseguentemente, Nemo: cuore di ghiaccio per me non può che essere superiore a questo pur profumatissimo Rose di Berlino. C'è inoltre d'osservare come più ci si avvicini all'età contemporanea, più scompaiono i riferimenti letterari e pulp, a segnalare la progressiva discesa per la cuna tipica della cultura di massa.

D'altronde, sul piano della trama quest'episodio fila molto più veloce e divertente del primo.
Siamo nel campo della classica avventura spara-spara contro i cattivi Nazi.
 I dialoghi sono ridotti all'osso, i personaggi agiscono, senza molto discutere. Molte delle linee di dialogo tra Nemo e Jack sono battute, domande brevi e frasi interrotte. Visivamente Kevin O' Neill regala alcuni scorci mozzafiato. Non è da tutti coniugare Metropolis con la Gestapo, o reinventare i toni chiaroscurali di questa Berlino mai così grigia, mai così mefitica. E' come se Alan Moore avesse deposto la penna e consegnato completa carta bianca al suo disegnatore di fiducia. Considerando che vi sono molti più appassionati della Seconda Guerra Mondiale che degli anni 20', l'avventura è molto più abbordabile rispetto a Cuore di ghiaccio.

Io la odio questa gente! (cit)

Alcuni personaggi poi spiccano particolarmente.
Mabuse, Caligari e Hynkel rimangono sullo sfondo, ma Maria-Robot è uno splendido Villain.
Ayesha, invece è il prototipo della stronza arrogante, ma svolge il suo ruolo con efficacia, con tanto di epico duello finale.
Ho già inoltre scritto di Janni, che trovo un personaggio femminile di Moore più riuscito di altri; o se non altro meno maltrattato. In effetti tutta l'avventura è al (quasi) completo femminile; tra Maria-Robot, Ayesha, Hira e Janni Drakkar tutti i personaggi che mettono in moto il plot sono femminili.
Questo lascia tanto più perplessi, quando a un certo punto nella storia, c'è un gratuito ingresso in un “Bordello di stato Tomaniano” in un continuo display di seni e ghiandole mammarie. E' difficile dire, se sia fan service dovuto a Moore che invecchia o un riferimento al postribolo che visita Maria-Robot in Metropolis. Propendo per la seconda ipotesi; c'è inoltre da dire che lo stile graffiante di Kevin O' Neill riesce a rendere aguzze e rettangolari anche le tette, per cui l'elemento “sensuale” risulta praticamente assente.
Gustosissimo infine l'inserto “finto-giornalistico” finale, con le consuete strizzate d'occhio, dall'olezzo della “gigantesca scimmia in decomposizione” (King Kong!) al resoconto di questa seconda guerra mondiale alternativa, con la popolazione di “pacifici troll della Norvegia” perseguitati dai Tomaniani, o con l'abbattimento della “Dinastia Ubu” polacca, i fabbricanti “di candele verdi”.

Promosso, dunque? Sì, sì, ma con riserva. C'è meno carne al fuoco, ma questo per molti costituirà un punto a vantaggio. D'altronde, a ripensare e palpeggiare certe splendide scenografie, certe innovazioni, per non citare la Maria-Robot... Ci si sorprende a consegnare l'ennesima Lode. 

lunedì 21 luglio 2014

Giappone vintage degli anni Ottanta


Non riesco a studiare senz'avere sotto mano qualcosa di radicalmente diverso dall'argomento dell'esame. 
Se studio filosofia, nelle pause preferisco i libri di storia; se studio storia, i libri di filosofia, se studio come nell'ultima sessione contemporaneamente storia, filosofia, psicologia e informatica... Well, la questione diventa alquanto intricata. L'ho risolta pescando dalla libreria di casa testi di architettura – ch'è l'argomento più astruso dai campi che di solito frequento. L'arredamento, la costruzione di condomini, nuclei abitativi e topologia: argomenti che suonavano completamente sconosciuti ai miei occhi e pertanto ottimi per distogliere la mente dall'esame, senza precipitarla in qualcosa che mi appassioni.

In questo caso poco c'è mancato che accantonassi davvero lo studio, perché i libri che avevo scelto erano d'architettura giapponese, e particolare ancor più delizioso incorporavano una gigantesca quantità di aneddoti e fotografie di vita quotidiana, che con l'architettura avevano poco a che fare.
Il mio fido pard all'università, come si riferisce Tex Willer a Kit Karson, accarezza da anni di viaggiare in Giappone al termine della laurea e siamo entrambi d'accordo che sarebbe nelle nostre avventurose intenzioni un viaggio radicalmente diverso dalla moda attuale, che sceglie solo Tokyo e trasforma il viaggio in un itinerario di shopping in cui il turista svolge il ruolo passivo di consumatore/accumulatore, che vede nel Giappone una landa incantata, da cui trarre inesausto bottino di cui godere cogli amici al sospirato rientro nello scarpone terracqueo. Un idrante di piccoli consumatori affamati di beni di lusso innaffia così Tokyo, riversandosi a far compere nell'unico quartiere che sembrano conoscere, cioè Akihabara. Ognuno sceglie il viaggio che vuole, ma dopo il turismo sessuale e le comitive organizzate, il turismo-shopping è la terza categoria più deprimente della classifica.

Non riesco nemmeno a trovare
la copertina in italiano su Google!
Il testo in questione era “Lo stile giapponese, di Suzanne Slesin, Stafford Cliff & Daniel Rozensztroch”. 
Riporto la sinossi sul retro del volume:
“In quasi 800 straordinarie fotografie a colori, la bellezza e lo spirito del Giappone moderno: accanto alle vecchie fattorie col tetto di paglia, alle tranquille case di campagna e ai giardini nei pressi di Kyoto, le moderne, sorprendenti abitazioni di Tokyo.”

Testo di lusso, dalla copertina spessa e rigida, protetta da una sovraccoperta plastificata.

Le pagine sono ampie, spaziose e adatte ad accogliere le foto a grandezza pagina intera.
Dopo un'introduzione comprendente diversi saggi di architettura e dopo aver illustrato le difficoltà dell'impresa legate alla differenza culturale, l'opera in pratica è un catalogo di fotografie, che compara la vecchia architettura giapponese tradizionale alle sperimentazioni e contaminazioni odierne, specie se legate all'uso del cemento e dei nuovi materiali dal 60' in poi.

La prima osservazione che sovviene è quanto sia progredita la qualità dell'immagine negli anni.
Il testo è del 1988, dunque di soli trent'anni fa: eppure quanta differenza in colori e definizione!
Le immagini sono spesso sgranate, imprecise. Se vengono fotografati esseri umani, questi appaiono nella grandezza della pagina sbiaditi, dai contorni della faccia sfumati. Occhi, naso e bocca si distinguono, ma l'ovale del volto sembra deperire per mancanza di dettagli. Migliora se si rimpicciolisce l'immagine e ci si pone ad una distanza ragionevole, oltre i consueti trenta centimetri. Allora, come in certi quadri delle avanguardie del primo Novecento, la foto migliora.
Va meglio con le nature morte e gli arredamenti senza abitanti; la freddezza della solitudine rafforza la qualità dell'immagine. E occorre comunque ricordarsi che stiamo trattando un testo di lusso, destinato esplicitamente a fare dell'elemento visivo il nucleo della lettura! 
A fronte di una così veloce decadenza dell'immagine, mi chiedo quale sarà il futuro della foto.
Man mano che si muove a migliorare l'immagine, questa acquista sempre maggiore nettezza e definizione. L'occhio palpita sempre più veloce, è portato mai quanto prima a passare da immagine in immagine in pochi secondi, pretendendo al contempo la massima qualità possibile. 
E' sempre un “più”. Più pixel, più dettaglio, più reale. Ma socchiudendo gli occhi di fronte all'ultima grafica dell'ultimo videogioco mi viene spesso da chiedere quale sia più ricco di definizione, nettezza, dettagli; se il mondo sullo schermo o quello fuori. E' un inganno potente, questo della foto, di voler imitare a tutti i costi la realtà che la circonda. Tra un decennio, i Blu-ray sembreranno video in bianco e nero degli anni Venti, per dare un'idea dell'evoluzione nella qualità. Un pensiero piuttosto inquietante...

La seconda osservazione riguarda il tipo di società che di tanto in tanto trapela da questo implacabile studio di appartamenti e oggetti. Una società ch'era quella degli anni Ottanta, in vertiginosa crescita per una bolla speculativa che nessuno si aspettava scoppiasse, dunque imperniata su un benessere che gocciola dalle foto, che sebbene prese per strada non mostrano l'accattonaggio e i barboni a cui siamo ormai abituati. 
Una società costretta inoltre a passare attraverso la formina della cultura americana, sagomata a colpi di accetta. Dal sequestro e distruzione delle oltre 5 milioni di spade nel 1946 (unito al divieto di fabbricarne altre!) alla continua esasperata americanizzazione di ogni settore culturale. Nonostante ciò, uno dei saggisti del testo lamenta l'attaccamento alle tradizioni ancora molto vivo. E' curioso che nell'altro documento sul Giappone in mio possesso, una guida turistica del 1974, venga rimarcata un'uguale critica; si loda l'economia in decollo, ma non si comprende ancora questo “fanatico attaccamento”.
D'altronde, dagli anni di Fukuyama e dal termine della storia col suo pinnacolo negli Stati Uniti (sic) non ci si può aspettare nulla di diverso. Semplicemente non si comprende che qualcuno vorrebbe avere gusti e interessi diversi, da quelli atlantico-occidentali.



Terza osservazione, pur con le rimostranze prima espresse, alcune testimonianze scritte degli americani in visita sono notevoli, per capacità di carpe diem e sublime architettonico.
Ne riporto forse la più incisiva, per chiudere in bellezza l'articolo:

Abituato com'ero alle stanze piene di mobili, sia in Occidente sia nel decadente splendore delle vecchie dimore di Pechino dove avevo vissuto i precedenti quattro anni, questa stanza mi apparve come qualcosa di totalmente diverso. Sapevo, naturalmente, dalle fotografie come era una stanza giapponese. Ciò che non avevo recepito nelle fotografie era la perfezione dei particolari, la levigatezza del legno lavorato, lo splendore dello sbalzo laccato del tokonoma, o il sottile gioco delle venature del legno nelle assicelle del soffitto.

Fu allora che guardai l'angolo vicino al tokonoma, il punto in cui il pavimento e due muri si incontravano. Mille volte mi era capitato nella mia vita di osservare degli angoli, senza trovarci alcunché d'interessante, giustamente, e non ero quindi preparato allo shock che mi produceva in quel momento la perfezione di quello che stavo vedendo.

Mi alzai per guardare più da vicino e rimasi lì stupefatto a fissare. Era la congiunzione essenziale di tre piani ad angolo retto l'uno con l'altro, il piano del pavimento di legno pulito a specchio, e le due pareti di argilla ben levigata e dipinta in un marrone tendente al verde (anni dopo avrei scoperto che in Giappone le pareti più belle venivano ottenute con il limo che si trova sul fondo delle risaie coltivate da molto tempo). Quell'angolo, fatto alla perfezione, era anche perfettamente pulito.
Nel punto in cui i tre piani si intersecavano, non una particella di qualsiasi cosa, neppure di polvere, guastava la precisione a filo di coltello del lavoro di falegnameria.

Quel semplice angolo, per leggi naturali né più grande né più piccolo né geometricamente diverso in alcun modo da qualsiasi angolo del mondo, mi aveva mostrato tuttavia che esisteva in Giappone, malgrado la guerra e la sconfitta, una viva tradizione della qualità che non aveva pari sulla Terra.
In quel momento ebbi la certezza che un giorno sarei ritornato.
(David Kidd, emerito direttore della Scuola d'Arte Giapponese Tradizionale di Oomoto, collezionista, scrittore, educatore).

venerdì 18 luglio 2014

La foresta dei Mitago, di Robert Holdstock



Alcune storie hanno la magica capacità di funzionare indipendentemente dal loro recipiente, di variare forma e stile ma restare ugualmente meravigliose. 
La foresta dei Mitago tecnicamente è un fantasy, scritto dal buon Robert Holdstock negli anni Ottanta con lo stile che ci aspetterebbe da uno scrittore di vent'anni fa e dallo stile caratteristico dei libri per l'adolescenza. Mai stupido, ma ciò non di meno piuttosto semplice, lineare. Siamo in prima persona nella testa del protagonista, abbondano le spiegazioni a ogni voltar di pagina e di tanto in tanto quando l'azione si fa concitata, la telecamera scende a inquadrare il furore del combattimento.

Tuttavia, non sarebbe difficile immaginare un'uguale storia scritta a fine settecento da un illuminista francese, o ancor più vergata da un simil-Dickens nel periodo tardovittoriano. Esempi abbozzati per spiegare quanto l'avventura di Holdstock funzionerebbe pur variando elementi e stile, a conferma della bontà della storia. Dopotutto, questo è quanto dovrebbe caratterizzare ogni classico che si rispetti e in misura maggiore ogni Fantasy: una storia che resti avvincente nonostante il passare delle generazioni. Non sono mai le opere letterarie dallo stile aulico e dai sottili messaggi politici a sopravvivere, quanto piuttosto quelle dalla storia migliore. Nel darwinismo letterario, lo Hobbit continua a essere letto proprio perché allegramente slegato da ogni metafora legata al 1937 in cui veniva scritto; e ancor più perché scritto per intrattenere prima di tutto e solo secondariamente per educare.

Cos'è il Mitago?
Citando il diario del padre del giovane protagonista, i Mitago sono entità reali che nascono per azione della magia del bosco e che sono tanto più solide quanto più affondano negli archetipi della cultura del protagonista. La forza primigenia del bosco attinge dalla mente del visitatore modelli culturali e antichi miti, che col tempo se si risiede a sufficienza nel bosco generano queste entità in carne e ossa, i Mitago. 
E' un po' come se Jung avesse deciso di darsi al fantasy!

Chiamo questi periodi particolari interfacce culturali; formano delle zone, limitate nello spazio dai confini del paese, naturalmente, ma limitate anche nel tempo; periodi di alcuni anni, di circa un decennio, in cui le due culture (quella dell'invaso e dell'invasore) si trovano in una fase estremamente angosciosa. I mitago nascono dalla forza dell'odio, dalla paura, e prendono forma nelle aree boscose, da cui possono uscire (come la forma Artù, o Artorius, l'individuo possente dalle doti carismatiche di capo) o in cui possono rimanere, costituendo una forma nascosta di speranza (la forma Robin Hood, Hereward forse, e naturalmente la forma-eroe che io chiamo Twigling, spina nel fianco per i romani in moltissime parti del paese)
(…)
- Secondo il vecchio, tutte le forme di vita sono circondate da un'aura di energia; l'aura umana si manifesta come debole bagliore in presenza di particolari condizioni di luce. In questi boschi antichi, boschi primitivi delle origini, l'aura combinata forma qualcosa di molto più potente, una specie di campo creativo che può interagire col nostro inconscio. Ed è nell'inconscio che si trova quello che lui chiama pre-mitago... Il termine deriva da mito e imago, l'immagine della forma idealizzata di una creatura mitica. L'immagine si materializza in un ambiente naturale, acquista consistenza, sostanza... carne, sangue, indumenti, e come hai visto armi. La forma del mito idealizzato, la figura eroica, muta coi cambiamenti culturali, assumendo l'identità e la tecnologia del tempo –


Stephen è figlio di un bizzarro professore sempre assorto nei suoi studi e vive assieme al fratello Christian a Oak Lodge, una casa di campagna nelle vicinanze di un boschetto che si dice assai antico. Alla chiamata di leva, nel 1944 Stephen è chiamato a combattere in Francia e ritorna in patria solo dopo una lunga convalescenza, dovuta a una ferita di guerra. Sia la madre, che qualche anno dopo il padre, sono deceduti dopo un periodo di follia e meditazione ai margini del boschetto; nel frattempo Christian s'è legato a una ragazza del luogo, una certa Guiwenneth, e leggendo il diario del padre ha scelto di continuare gli esperimenti. Tornato a Oak Lodge, Stephen vi trova suo fratello in uno stato di abbrutimento ai limiti della follia, e scopre che Guiwenneth è una Mitago, un'incarnazione del bosco. La ragazza era la personificazione della ribellione dei celti contro l'oppressore romano, una sorta di Boudicca. Un altro Mitago l'ha uccisa, ma Christian afferma che può farla risuscitare, ritornando nel cuore del bosco e risvegliando il suo archetipo...

Già da questo maldestro tentativi di sinossi dovreste comprendere quanto sia complessa l'opera di Holdstock. Tutto ruota attorno ai Mitago, questi archetipi redivivi, che pensano e agiscono (e amano!) come reali persone. Man mano che Steve giunge a conoscere i poteri del bosco, la situazione s'affolla e complica, in un intreccio di mitologie, ricordi e frammenti di diario. Compaiono gli archetipi più famosi, come re Artù o Robin Hood. Ma Holdstock sembra avere un debole per le popolazioni più antiche, dai villaggi del Neolitico, ai Celti, ai sassoni invasori del V secolo. A loro volta, questi Mitago, queste “mitologie viventi” raccontano altri miti e altre storie, che Holdstock abilmente mantiene astruse e difficili, comunicando efficacissimamente la lontananza dell'uomo moderno dai suoi antenati primordiali. 

L'oggetto più bello era un piccolo cavallo d'avorio, molto stilizzato, col corpo stranamente grasso e le gambe sottili ma scolpite splendidamente. Da un foro nel collo si capiva che si trattava di un ciondolo. Sul cavallo era incisa l'immagine inequivocabile di due esseri umani che copulavano.
“Il Tempio del Cavallo è ancora deserto; ormai, definitivamente, credo. Lo sciamano è tornato nelle terre centrali, oltre il grande fuoco di cui ha parlato. Mi ha lasciato un dono. Il fuoco mi rende perplesso. Perché lui aveva tanta paura del fuoco? Cosa c'è oltre il fuoco?”


I Mitago che più svolgono un ruolo nel plot della storia sono tuttavia due: Guiwenneth e Urscumug.

Guiwenneth, come detto, è il Mitago della resistenza celtica. 
Creata in origine dalla mente del padre di Steve, viene da questi immaginata come l'archetipo della fanciulla bella e indifesa, la personificazione del sole e della primavera.
Dopo la sua uccisione per mano di meno pacifici Mitago, la seconda Guiwenneth, creata dalla mente del figlio, Christian, accentua gli aspetti guerrieri del personaggio. 
Più Boudicca che boutique, si direbbe. Il nuovo Mitago, che dalla nascita dal ventre del bosco acquista un suo carattere e una sua personalità, s'innamora di Christian, che decide di sposarla. Tuttavia, ancora una volta un Mitago ostile la uccide, conducendo il fratello del protagonista alla follia. Nonostante le proteste di Stephen, Christian s'addentra nel boschetto, alla ricerca di un modo per ritrovare l'amata.
E si giunge alla terza incarnazione, la Guiwenneth di Stephen, che congiunge i due aspetti opposti, guerra e amore. Ripetendo un copione già visto, la Guiwenneth compare presso Oak Lodge, acquista una sua indipendenza e fatalmente innamora Steve.

La difficoltà di giudicare questo personaggio è data dall'essere incarnazione dei desideri e dell'archetipo culturale dei diversi creatori. Così la prima Guiwenneth, che conosciamo dal solo diario del padre, è una ragazza indifesa perché la mente del suo creatore è ancora tardovittoriana e di conseguenza per un gentleman la donna non può che essere oggetto di desiderio da salvare.
Nel caso di Stephen, la terza Guiwenneth che vediamo agire e parlare sotto i nostri occhi è di gran lunga più attiva e indipendente, quasi selvaggia. Progressivamente stringerà un forte rapporto col protagonista, fino al ritorno di Christian che la scambierà per la sua Guiwenneth, resuscitata.
Un bel pasticcio...

E' chiaro che ogni critica verso il modo con cui Holdstock tratta Guiwenneth sarebbe tranquillamente giustificabile affermando che eventuali difetti o stupidità sono attribuibili a Stephen. 
Tuttavia, verso metà del libro c'è un paragrafo che stona con quanto detto. La Guiwenneth di Steve, fino ad allora descritta come una donna intelligente, s'innamora e progressivamente viene descritta sempre più stupida e sciocca. Holdstock addirittura la fa retrocedere dal cacciare cinghiali, all'occuparsi della cucina di casa! Com'è possibile che un'incarnazione della cultura celtica trovi entusiasmante il ruolo di casalinga
E' una nota stonata di piccolo conto, ma che mi ha dato parecchio fastidio. Abbiamo un personaggio indubbiamente “forte” (e anche simpatico, cosa piuttosto rara) che viene lobotomizzato per “l'amore”. Da lì in poi, Guiwenneth verrà rapita da Christian e diventerà la classica fanciulla da salvare, un meccanismo narrativo senza più ruolo nella storia. Diventa solo una ricompensa, il loot per la quest di Steve. 
In altre parole, solo un obiettivo da perseguire.


L'Urscumug è il Mitago più terrorizzante. E' l'archetipo più antico di tutti, l'Estraneo. Non lo straniero amichevole a cui dare asilo o con cui commerciare, ma l'invasore, possessore di una tecnologia (o di una cultura: stessa cosa in fondo) che minaccia la comunità. Già presente nel Neolitico, l'Estraneo è inoltre l'unica vera creazione del padre di Stephen; è un essere brutale, mostruoso, nato non dalla speranza, come Guiwenneth, ma dall'odio, dalla frustrazione immensa di un vecchio che non vuole morire. Più in generale nel romanzo è il padre cattivo, che minaccia e soffoca sia Stephen che Christian. Mentre leggevo, lo immaginavo come il Cerv(uomo) prutrefatto di molti Horror nella foresta. Un buon esempio di cos'intendo è il mostro del racconto Una facile preda, di Malpertuis.

Il romanzo di Holdstock, anche soprassedendo sulla povera Guiwenneth, è tutt'altro che perfetto.
Nella prima metà, la vicenda si dipana lentamente, immersa nelle meditazioni del protagonista. L'elemento fantastico è ridotto al minimo, inframezzato dalle pagine del diario del padre.
Noi scrittori fantasy inoltre siamo tutti un po' luddisti e Holdstock non fa certo eccezione.
Steve nonostante sia circondato di selvaggi Mitago dell'età della pietra non usa armi da fuoco.

(…) presi la massiccia lancia con la punta di selce che avevo costruito durante le settimane di dicembre. Era uno strumento di difesa rudimentale e primitivo, però dava un senso di sicurezza soddisfacente, più di qualsiasi arma da fuoco. Che altro dovevo usare contro entità primitive, se non uno strumento primitivo!

Stronzate! Dovessi affrontare creature fantastiche come minimo mi attrezzerei con un fucile per la lunga distanza e una mitraglietta per la breve. Ma non sarebbe risultato altrettanto romantico, suppongo...

Se riuscite a stringere i denti e superare i paragrafi dell'idillio con Guiwenneth, il viaggio di Stephen ripaga ampiamente le fatiche. 
Più ci si avvicina al centro del bosco fatato, più il senso di Wonder s'accentua, anzi straripa senz'argini. I Mitago non sono più semplici persone, diventano interi villaggi, addirittura edifici d'altre epoche. 
Torri del periodo dell'incastellamento, ville romane abbandonato nel V secolo, residenze in stile Tudor... 
Mitologie e popoli si susseguono e sovrappongono l'uno sull'altro, in una confusione di culture straordinaria. Significativamente, Holdstock lascia da parte le religioni del libro. 
Sarebbe stato interessante inserire nella storia un eremita santone in meditazione, o una chiesetta “miracolata” fonte di pellegrinaggio (potente archetipo!). Tuttavia, l'immaginazione di Holdstock è risolutamente pagana. Nonostante i tentativi di amalgama, infatti, il monoteismo male si concilia con gli dell'antichità e con il tipo di mitologie panteiste che ricerca Holdstock. Questa non è una critica a nessuna delle due parti, s'intenda! E' chiaro però che se credi che il bosco abbia una sua “magia” non puoi al contempo ospitarvi dentro una religione che perseguita la magia, è tipica delle città e nasce in opposizione alla natura.

Devo ammettere, che più ci ripenso, più mi rendo conto di quanto mi sarebbe piaciuto un romanzo del genere da bambino. Nonostante i difetti, è da tanto che non leggevo un fantasy così originale sul piano delle idee e della documentazione. Holdstock aveva tutte le carte in regola per diventare un classico; ora invece gli scaffali che dovrebbero ospitarlo vomitano spazzatura firmata Christopher Paolini e Stephenie Meyer. 
Nulla di nuovo sul fronte occidentale del Fantasy!