lunedì 21 luglio 2014

Giappone vintage degli anni Ottanta


Non riesco a studiare senz'avere sotto mano qualcosa di radicalmente diverso dall'argomento dell'esame. 
Se studio filosofia, nelle pause preferisco i libri di storia; se studio storia, i libri di filosofia, se studio come nell'ultima sessione contemporaneamente storia, filosofia, psicologia e informatica... Well, la questione diventa alquanto intricata. L'ho risolta pescando dalla libreria di casa testi di architettura – ch'è l'argomento più astruso dai campi che di solito frequento. L'arredamento, la costruzione di condomini, nuclei abitativi e topologia: argomenti che suonavano completamente sconosciuti ai miei occhi e pertanto ottimi per distogliere la mente dall'esame, senza precipitarla in qualcosa che mi appassioni.

In questo caso poco c'è mancato che accantonassi davvero lo studio, perché i libri che avevo scelto erano d'architettura giapponese, e particolare ancor più delizioso incorporavano una gigantesca quantità di aneddoti e fotografie di vita quotidiana, che con l'architettura avevano poco a che fare.
Il mio fido pard all'università, come si riferisce Tex Willer a Kit Karson, accarezza da anni di viaggiare in Giappone al termine della laurea e siamo entrambi d'accordo che sarebbe nelle nostre avventurose intenzioni un viaggio radicalmente diverso dalla moda attuale, che sceglie solo Tokyo e trasforma il viaggio in un itinerario di shopping in cui il turista svolge il ruolo passivo di consumatore/accumulatore, che vede nel Giappone una landa incantata, da cui trarre inesausto bottino di cui godere cogli amici al sospirato rientro nello scarpone terracqueo. Un idrante di piccoli consumatori affamati di beni di lusso innaffia così Tokyo, riversandosi a far compere nell'unico quartiere che sembrano conoscere, cioè Akihabara. Ognuno sceglie il viaggio che vuole, ma dopo il turismo sessuale e le comitive organizzate, il turismo-shopping è la terza categoria più deprimente della classifica.

Non riesco nemmeno a trovare
la copertina in italiano su Google!
Il testo in questione era “Lo stile giapponese, di Suzanne Slesin, Stafford Cliff & Daniel Rozensztroch”. 
Riporto la sinossi sul retro del volume:
“In quasi 800 straordinarie fotografie a colori, la bellezza e lo spirito del Giappone moderno: accanto alle vecchie fattorie col tetto di paglia, alle tranquille case di campagna e ai giardini nei pressi di Kyoto, le moderne, sorprendenti abitazioni di Tokyo.”

Testo di lusso, dalla copertina spessa e rigida, protetta da una sovraccoperta plastificata.

Le pagine sono ampie, spaziose e adatte ad accogliere le foto a grandezza pagina intera.
Dopo un'introduzione comprendente diversi saggi di architettura e dopo aver illustrato le difficoltà dell'impresa legate alla differenza culturale, l'opera in pratica è un catalogo di fotografie, che compara la vecchia architettura giapponese tradizionale alle sperimentazioni e contaminazioni odierne, specie se legate all'uso del cemento e dei nuovi materiali dal 60' in poi.

La prima osservazione che sovviene è quanto sia progredita la qualità dell'immagine negli anni.
Il testo è del 1988, dunque di soli trent'anni fa: eppure quanta differenza in colori e definizione!
Le immagini sono spesso sgranate, imprecise. Se vengono fotografati esseri umani, questi appaiono nella grandezza della pagina sbiaditi, dai contorni della faccia sfumati. Occhi, naso e bocca si distinguono, ma l'ovale del volto sembra deperire per mancanza di dettagli. Migliora se si rimpicciolisce l'immagine e ci si pone ad una distanza ragionevole, oltre i consueti trenta centimetri. Allora, come in certi quadri delle avanguardie del primo Novecento, la foto migliora.
Va meglio con le nature morte e gli arredamenti senza abitanti; la freddezza della solitudine rafforza la qualità dell'immagine. E occorre comunque ricordarsi che stiamo trattando un testo di lusso, destinato esplicitamente a fare dell'elemento visivo il nucleo della lettura! 
A fronte di una così veloce decadenza dell'immagine, mi chiedo quale sarà il futuro della foto.
Man mano che si muove a migliorare l'immagine, questa acquista sempre maggiore nettezza e definizione. L'occhio palpita sempre più veloce, è portato mai quanto prima a passare da immagine in immagine in pochi secondi, pretendendo al contempo la massima qualità possibile. 
E' sempre un “più”. Più pixel, più dettaglio, più reale. Ma socchiudendo gli occhi di fronte all'ultima grafica dell'ultimo videogioco mi viene spesso da chiedere quale sia più ricco di definizione, nettezza, dettagli; se il mondo sullo schermo o quello fuori. E' un inganno potente, questo della foto, di voler imitare a tutti i costi la realtà che la circonda. Tra un decennio, i Blu-ray sembreranno video in bianco e nero degli anni Venti, per dare un'idea dell'evoluzione nella qualità. Un pensiero piuttosto inquietante...

La seconda osservazione riguarda il tipo di società che di tanto in tanto trapela da questo implacabile studio di appartamenti e oggetti. Una società ch'era quella degli anni Ottanta, in vertiginosa crescita per una bolla speculativa che nessuno si aspettava scoppiasse, dunque imperniata su un benessere che gocciola dalle foto, che sebbene prese per strada non mostrano l'accattonaggio e i barboni a cui siamo ormai abituati. 
Una società costretta inoltre a passare attraverso la formina della cultura americana, sagomata a colpi di accetta. Dal sequestro e distruzione delle oltre 5 milioni di spade nel 1946 (unito al divieto di fabbricarne altre!) alla continua esasperata americanizzazione di ogni settore culturale. Nonostante ciò, uno dei saggisti del testo lamenta l'attaccamento alle tradizioni ancora molto vivo. E' curioso che nell'altro documento sul Giappone in mio possesso, una guida turistica del 1974, venga rimarcata un'uguale critica; si loda l'economia in decollo, ma non si comprende ancora questo “fanatico attaccamento”.
D'altronde, dagli anni di Fukuyama e dal termine della storia col suo pinnacolo negli Stati Uniti (sic) non ci si può aspettare nulla di diverso. Semplicemente non si comprende che qualcuno vorrebbe avere gusti e interessi diversi, da quelli atlantico-occidentali.



Terza osservazione, pur con le rimostranze prima espresse, alcune testimonianze scritte degli americani in visita sono notevoli, per capacità di carpe diem e sublime architettonico.
Ne riporto forse la più incisiva, per chiudere in bellezza l'articolo:

Abituato com'ero alle stanze piene di mobili, sia in Occidente sia nel decadente splendore delle vecchie dimore di Pechino dove avevo vissuto i precedenti quattro anni, questa stanza mi apparve come qualcosa di totalmente diverso. Sapevo, naturalmente, dalle fotografie come era una stanza giapponese. Ciò che non avevo recepito nelle fotografie era la perfezione dei particolari, la levigatezza del legno lavorato, lo splendore dello sbalzo laccato del tokonoma, o il sottile gioco delle venature del legno nelle assicelle del soffitto.

Fu allora che guardai l'angolo vicino al tokonoma, il punto in cui il pavimento e due muri si incontravano. Mille volte mi era capitato nella mia vita di osservare degli angoli, senza trovarci alcunché d'interessante, giustamente, e non ero quindi preparato allo shock che mi produceva in quel momento la perfezione di quello che stavo vedendo.

Mi alzai per guardare più da vicino e rimasi lì stupefatto a fissare. Era la congiunzione essenziale di tre piani ad angolo retto l'uno con l'altro, il piano del pavimento di legno pulito a specchio, e le due pareti di argilla ben levigata e dipinta in un marrone tendente al verde (anni dopo avrei scoperto che in Giappone le pareti più belle venivano ottenute con il limo che si trova sul fondo delle risaie coltivate da molto tempo). Quell'angolo, fatto alla perfezione, era anche perfettamente pulito.
Nel punto in cui i tre piani si intersecavano, non una particella di qualsiasi cosa, neppure di polvere, guastava la precisione a filo di coltello del lavoro di falegnameria.

Quel semplice angolo, per leggi naturali né più grande né più piccolo né geometricamente diverso in alcun modo da qualsiasi angolo del mondo, mi aveva mostrato tuttavia che esisteva in Giappone, malgrado la guerra e la sconfitta, una viva tradizione della qualità che non aveva pari sulla Terra.
In quel momento ebbi la certezza che un giorno sarei ritornato.
(David Kidd, emerito direttore della Scuola d'Arte Giapponese Tradizionale di Oomoto, collezionista, scrittore, educatore).

7 commenti:

Alessandro Madeddu ha detto...

Chissà cosa acquista il samurai :)

Coscienza ha detto...

Me lo chiedo anch'io... Si accettano ipotesi ^^

Se t'interessa, l'immagine è di un articolo del National Geographic di qualche anno fa (Samurai, l'ombra del guerriero, dicembre 2003).

Alessandro Madeddu ha detto...

Una katana di Hello Kitty :P

Coscienza ha detto...

Non può essere! Qualcosa di così poco virile! :P

amnell9891 ha detto...

Qui ci vuole la fangirl che linka questa cosa e dice "chi ha detto che Hello Kitty non è virile?"
[img]http://24.media.tumblr.com/2666803335534ac1d1a3ec33b0d8bdf9/tumblr_n5bjktDLAQ1rxd2h4o1_500.jpg[/img]
Comunque, a parte lo "sbav :Q___" di rito per l'architettura asiatica, è proprio una gran bella cosa che l'ansia di imitare gli occidentali non sia più così parossistica, per quanto le contaminazioni già avvenute continuino a fare danni (nei canoni estetici come nella percezione che il popolo ha della propria storia). Rimangono però i giappoyankee biondi che per colazione mangiano riso e bacon. :D

Coscienza ha detto...


Quel Capt. America... Arghhh XD

I Giapponyankee sono un grave problema (si scherza, eh!) però il fatto che tutte le vacanze in Giappone di cui legga avvengano a Edo (emh, cioè Tokyo, scusate u.u) impedisce di sentire qual'è la reale atmosfera generale, di sentire il "polso" del paese.

Ilaria ha detto...

Viaggio in Giappone *-*