lunedì 29 giugno 2015

Siamo tutti neocon, ora


La sempre maggiore disponibilità di documenti pubblici e al contempo la sempre maggior facilità d'accesso ai suddetti documenti, rende il lavoro dello storico sempre più facile. Ad esempio, studiando storia della Francia, sono rimasto sorpreso di come intere annate di archivi e dibattiti parlamentari del periodo rivoluzionario siano state interamente scannerizzate e rese disponibili allo studio di esperti e (non) esperti, con tanto di motori di ricerca appositi (semantic web&compagnia).
Annotazioni d'incidenza di nomi, lessico e statistiche che normalmente avrebbero richiesto anni di lavoro nell'archivio vengono ora realizzati nell'arco di un pomeriggio. Gli stessi giornali, riviste normalmente disponibili solo attraverso una ricerca in loco possono venir consultate da chiunque abbia un minimo di accesso a Internet e un minimo di capacità di ricerca.
Senza drammatizzare, il passaggio dell'archivistica ( e della diplomatica, e della storiografia) al supporto digitale, sta permettendo passi da gigante. Magari ininfluenti per chi di storia o d'umanistica non s'interessa, ma comunque impressionanti. Un professore che conoscevo paragonava questo passaggio all'introduzione delle macchine tessili nell'industria inglese di fine 700' (regione del Lancashire, ad esempio) che permisero di centuplicare la produzione di tessuti fino ad allora realizzati a mano.
Come sa bene chiunque frequenti i blog di “storia” (obbligatorie le virgolette), tanta facilità d'accesso (1) non si traduce automaticamente in prodotti di qualità. Spesso la mancanza di metodo porta semplicemente a inseguire le proprie personali manie, nascondendole dietro la cortina fumogena di scan e vecchi documenti. Manca totalmente l'idea che un'esposizione dovrebbe procedere usando i dati con accortezza e inserendoli nel contesto, che si dovrebbe rispondere alle critiche argomentate con altre critiche argomentate e non appellandosi a un'inesistente superiorità di uno studio autodidatta rispetto al “politically correct” (?) studio universitario.
Questa facilità d'accesso, può tuttavia venire applicata senza problemi a documenti anche più recenti, potendo infatti disporre di maggior materiale su cui azzannare i denti. Trovo particolarmente interessanti i quotidiani e le riviste, specie degli anni ottanta e novanta, relativamente all'area americana. Le dichiarazioni e le riflessioni che vi sono dispiegate continuano a stupirmi per la loro ingenuità e candore; la concezione di geopolitica che vi si nutre è talmente netta, talmente semplicistica nel contrapporre il sistema americano (sempre nel giusto, nel buono, nel divertente, nel sacro) a qualunque altro sistema, automaticamente assimilato al male. Un male, va da sé, canaglia, inumano, a cui viene sempre negato lo status di nemico “onorevole”.

L'effetto risulta grottesco, specie quando si leggono e si guardano gli articoli e le trasmissioni tv che seguirono alla conquista dell'Iraq nel 2003 – dopo tre settimane vittoriose di guerra in aprile – in maggio si agitavano le bandierine della vittoria: un malvagio tiranno era caduto, un altro sistema si apriva al “buon” liberalismo, pa-pa-pa-ra! Viva Bush figlio, Viva il Bene Assoluto! Per noi che non siamo più nel 2003, e neppure nel 2006, ma nel 2015 inoltrato (!) leggere queste testimonianze lascia straniti: sembra di stare su un altro mondo.

Dopo una falsa partenza che lasciava sperare una conclusione rapida del conflitto, la “pulita” guerra in Iraq sarebbe degenerata in un conflitto di guerriglia confuso e sanguinoso, dove l'assoluto disinteresse Usa a studiare l'area, a procurarsi interlocutori che parlassero arabo, a sottovalutare i conflitti etnico-religiosi del paese avrebbe portato a una balcanizzazione dello stato, a un disastro sia monetario, che politico, che religioso. Con la conclusione nel 2011, la guerra in Iraq ha distrutto a tutti gli effetti la popolarità americana nel Medio Oriente, con l'unico fine raggiunto di aprire il paese al liberalismo occidentale... Mentre intanto l'area del Golfo Persico continua a bollire come un calderone infernale.

I seguenti estratti non hanno valenza di uno studio accurato, ma esplicitano con efficacia l'ubriacatura vittoriosa di quegli anni – che prendeva a calci chi si opponeva la guerra e proponeva come sempre una soluzione “concreta” e “pragmatica” a problemi che in realtà richiederebbero tutt'altre soluzioni che semplicistiche “crociate”.
Il Presidente incontra membri dell'equipaggio della nave USS Abraham Lincoln, dopo esser sbarcato sulla S-3B Viking. Annuncerà la fine della guerra in Iraq, dopo una guerra lampo per il possesso della capitale. 

martedì 23 giugno 2015

Tele-Visione (racconto)


In questo periodo sono ancora indaffarato con esami vari, ma mi piangeva il cuore non poter aggiornare il blog. Vi regalo perciò un racconto scritto or ora in maggio, inizialmente per il racconto La Serra Trema. non riuscivo a scendere sotto le 1000 parole prescritte, dunque finisce qui, sul blog. 
Come sempre, commenti&pareri sono graditi! 
P.S. No, non ho nulla contro gli interisti, è semplicemente la prima squadra di calcio che mi è venuta in mente... ^^

Tele-Visione  



Luca fissava le immagini scorrere sul televisore senza vederle realmente.
Per lui, erano finte: nient'altro che pitture rupestri sulle pareti di una grotta. Il giornalista tentava di denunciare la violenza in corso, ma non riusciva a trarre alcun pathos dal servizio.
La città in fiamme sembrava un set cinematografico a basso costo; le urla dei soldati comparse svogliate; i tuoni del bombardamento fuochi d'artificio. Guarda, guarda! Quelle due tracce di colore sono un bisonte, un vero bisonte... E quello è un cervo, non uno sbavo della pittura... Come! Non vedi quei due cacciatori avvicinarsi, le lance puntate... 

- E mostrami la partita, stronzo! -

Brontolò Luca, il pugno grassoccio sul braccio della poltrona.
Afferrò una bottiglia di coca cola delle dimensioni di un estintore, ne tracannò una lunga sorsata. Aprì il suo terzo sacchetto delle patatine e ci immerse il grugno, il sale croccante sotto i molari. Diede un'occhiata in giro in cerca del telecomando. Per un attimo, gli si gonfiò la pancia d'orgoglio ammirando come sempre la panoplia di trofei: la bandiera interista, il copriletto interista, le magliette interiste, il pallone autografato e sopratutto il plagio tarocco della coppa del campionato.
Trovò il telecomando sotto il comodino e subito saltellò tra i diversi canali.
Dovunque andasse, trasmettevano lo stramaledetto telegiornale.
Bestemmiò con tutto il fiato possibile fino a quando un rigurgito di tosse per poco non lo strangolò. Con un sospiro, ritornò sul canale della partita.
Alzò il volume per ascoltare quel barbogio dell'inviato di guerra.
Era un uomo in giacca e cravatta, le scarpe lucide nella polvere dei combattimenti. I capelli fulvi, d'un colore rossiccio, avevano due cornetti di ciocche ribelli. Parlava con tono suadente.

- La situazione al momento è terribile, assolutamente terribile -

Sorrise, nel dirlo.

- Il fronte di liberazione sta bombardando la città da giorni con artiglieria russa acquistata da mercanti kazaki. Abbiamo stimato morti e feriti nella popolazione ben al di sopra dell'ottanta per cento. Nel frattempo – Il tossire di un ak 47 costruito in casa gli destò un sogghigno – Le forze repubblicane hanno lanciato un contrattacco con gli autoblindo. Un intervento di pace della Nato ha distrutto oltre cinquanta di questi veicoli - 

Il giornalista ridacchiava, ora. Apertamente.

- Assieme alla bellezza di un migliaio di civili. Per tutta rappresaglia il fronte di liberazione ha giustiziato tutti i suoi prigionieri. Si stimano tra le duecento e le cinquecento vittime uccise a sangue freddo, per la maggior parte bambini -

Il giornalista si sganasciò dal ridere.

- Oh, non posso smettere, amici! Non posso! Vi rendete conto? La vita media da queste parti gira sui vent'anni al massimo. Quale magnifico paese! - 

Un soldato dall'elmetto della Nato chiamò il giornalista con un inglese imbastardito. Annuì e ringhiò al cameraman di inquadrare il civile accanto il soldato.
Tremava a tal punto da ricordare una marionetta strapazzata.
Era un ometto sui sessant'anni, il mento sporco di schiuma da barba. Tra calcinacci e bossoli fumanti indossava due pantofole da casa. Igor si sfregò gli occhi, incredulo: controllò che la coca non avesse additivi o sua sorella non l'avesse scambiata con l'alcool. Quell'ometto indossava un pigiama! Era chiaramente un pigiama a righe, il patchwork di colori con una bella immagine di topolino schiaffata sul petto. L'intervistato si aggiustò gli occhialetti sul naso, cercando nel frattempo di lisciarsi i capelli.  

- Allora, allora. Pensavamo di avere messo in salvo tutti gli italiani nell'ambasciata e invece cosa abbiamo qui? Una vittima degli eventi! Qual'è il suo nome? - 

- Bertrando Spaventa - 

- Un cognome azzeccato! Da quanto vive in questa magnifica città? -

- Ma io non vivo qui! -

- Beh, certo, non può viverci più con la guerra -

- No, lei non capisce. Io non so cosa sia questo posto. Io vivo a Torino. Non so dove sono - 

Il giornalista sollevò le sopracciglia. Mormorò alla camera, girato di schiena, in tono confidenziale: dev'essere un po' confuso, sapete il trauma...

- Va bene, va bene, L'accontento. Lei vive a Torino. Cosa faceva stamattina? -

- Mi radevo, come sempre. E guardavo il telegiornale. Avevano questo buffo servizio su una zona di guerra... – Un sospetto attraversò il volto dell'uomo – Ehi, ma era proprio come questa zona... Era questa! Era... - 

Il giornalista cercò invano di lisciarsi uno dei cornetti di ciocche, ma infine annuì al soldato.

- Come avete visto, cari telespettatori, la guerra esige un terribile tributo alla mente umana. Pur di negare un fatto, essa ricerca le più raffinate fantasie... - 

Luca annuì col doppio mento che tremolava, confuso. Volle alzarsi per prendere altra coca cola, ma scoprì che non riusciva a staccare l'attenzione dallo schermo della tv. Si appellò a ogni suo grammo di forza per distogliere lo sguardo, ma sentiva gli occhi incollati, vincolati per le pupille da un filo invisibile che lo incatenava al tubo catodico. Con lentezza, la filigrana dello schermo si contorse, si modellò. Scese gocciolando dal recinto di plastica dell'hardware: un flusso di dati nella forma di un fluido luminescente. Luca intravide riflesso i colori e il suono del telegiornale. Poi quel vomito di bit e megabit gli morse la caviglia, gli risalì il ginocchio. L'inguine divenne freddo, in quella melma intelligente. Prima che potesse solo afferrare quanto succedeva Luca vide il fluido soffocargli la gola, il mento. Avvolgerlo in un bozzolo d'immagini sconnesse e spezzate.
Scomparve nel suono di un silenzio sbigottito. Inghiottito dal televisore.
E riapparve nella sua maglietta sporca, un piede infilato nell'infradito e l'altro no. In pantaloncini corti, nel mezzo di una strada devastata dall'artiglieria. La carcassa sventrata di un autoblindo bruciava, mentre mezzo metro distante diversi cadaveri imputridivano sotto il sole africano. Luca si girò, ansimando. Com'era possibile? Com'era... Calpestò col piede nudo un chiodo arrugginito. Inciampò, urlò e rotolò nella polvere. Singhiozzando, si sedette in ginocchio. La strada apparteneva a una città africana. I cartelli stradali erano vergati in arabo, le case basse e dal tetto piatto. Ogni finestra aveva le serrande sprangate. Uno scalpiccio di piedi attirò la sua attenzione. Balbettò:

- Ma questo è un incubo, un fottuto incubo! -

Una decina di guerriglieri gli correvano incontro. La pelle nera rivestita di caffettani colorati, turbanti rossi avvolti sulla testa. Sparavano alla cieca con mitragliette cinesi, mentre l'ultimo in coda trasportava un rpg. Il loro capo era un nero gigantesco, la cui canottiera strappata mostrava muscoli scolpiti. Diversi denti in argento gli brillavano nella bocca. Maneggiava un machete sozzo di plasma e pezzi di carne umana. Si fermò e con lui l'intera banda. Lo puntò col dito.
Luca, nello shock, riconobbe il colore rosso della banda, i tatuaggi tribali. Era il fronte di liberazione! Il fronte del telegiornale... Stette per dire qualcosa quando il nero alzò il machete.
Vide il cielo rotolare su e giù, poi sbatté le palpebre. L'ultima cosa che vide fu il suo corpo decapitato tra le risate dei guerriglieri.

venerdì 5 giugno 2015

Conan il pirata (Fantacollana 26)


Conan il pirata nell'ordine cronologico della vita di Conan è il terzo volume della Fantacollana, dopo il grugnito adolescenziale di Conan! e le avventure tra i ghiacci di Conan il cimmero.
Dopo la nobile professione del ladro, del guerriero, del mercenario prezzolato, del sicario, del capitano delle guardie di palazzo di re/regine/imperatori che prontamente gli muoiono tra le braccia, Conan intraprende una ruspante carriera piratesca. A dire il vero l'attività di pirata compariva già in Conan di Cimmeria, nel bel racconto La Regina della Costa Nera, ma in questa terza raccolta i temi pirateschi sono più frequenti. 

Leggendo Howard sto cercando di non esagerare; non voglio “stancarmi” del mondo hyboriano tanto presto, sciaguratamente abbuffandomi su quanti più racconti possibili. Cerco quando possibile di alternare con altre letture – e non è facile, considerando che sono anche sotto esami, e sono anche intento a scrivere di mio racconti, e sono anche sotto commissione di un paio di recensioni – tuttavia davvero non voglio dover aprire il prossimo volume della Fantacollana con basso entusiasmo, col pensiero “boh leggiamolo dai, così facciamo in fretta la recensione e aggiorniamo sto' blog!”. Pianificare gli articoli del blog e portarsi avanti con la scrittura è sempre un'idea saggia, ma non bisogna mai costringersi alla lettura di alcuni romanzi, di alcuni saggi con l'unica motivazione di recensirli altrove. Leggete perché vi piace quello che state leggendo, e lasciate l'obbligo della lettura ad altri ambiti; lavoro, studio, editing ecc ecc
Tutto ciò per rimarcare ancora che ho tutta l'intenzione di continuare la lettura dei volumetti hyboriani, ma con tempi e modalità lente, senza volersi affrettare.

lunedì 1 giugno 2015

Stampanti 3D e giochi di miniature in scala 1/1: Home Raiders, Panzerfauste


Siamo ancora agli albori di quanto si potrebbe fare con le stampanti 3D.
Prendiamo solo i giochi di miniature – tabletop wargaming, per usare l'espressione inglese, che risulta più azzeccata, più settoriale. Al momento si usano le stampanti per tagliare i costi di produzione, proporre miniature su “ordinazione” e permettere alle aziende di medie dimensioni di produrre miniature al doppio della normale velocità. Ma al di fuori d'occasionali tentativi di offrire direttamente ai giocatori i mezzi per creare le loro miniature, il processo resta molto tradizionale: si producono giochi fantasy, che imitano il colosso Warhammer, o scelgono la strada del fantasy “generico”; oppure si producono giochi sci fi, che imitano il futuro di tute potenziate e alien(i) tracciato da Heinlein&Warhammer 40000. Occasionalmente, si tentano strade diverse, ma pur sempre nell'alveo di prodotti convenzionali: lo sci fi ultra stilistico d'Infinity, il mash-up di Malifaux, il cyberpunk di Hint, e di tanti altri. Ma sopratutto si continua a fare l'occhiolino alle grandi produzioni, come a sottolineare al giocatore continuamente, che sì, non c'è problema, abbiamo il nostro sistema di regole, ma l'importante è che puoi usare questo generico soldato-spaziale-con fucilone per il tuo gioco “grande”, che sia l'ennesimo imperatore sul trono, o il jedi di turno, o l'agente cyberpunk della Corporation...
Al di fuori della Wyrd Entertainment, chi cerca davvero d'offrire giochi con una loro anima, una loro identità, slegati dai soliti setting... Sono piuttosto rari.
Quanto sarebbe bello un gioco da tavolo ambientato ai giorni nostri, magari con un piglio horror che rubacchi dalla body horror del primo Cronenberg, con bande di derelitti dalla carne fusa con televisori&co in lotta contro sette barkeriane? O quanto sarebbe bello un gioco che riproduca con scala 6mm una moderna riot, incorporando gli ultimi studi sul comportamento delle folle e il loro controllo (con magari due giocatori, l'uno che protesta, l'altro che argina la massa?). Certo, giochi difficili. Da realizzare e tradurre in meccaniche convincenti. Tuttavia, sperimentare con scale e modelli diversi è ora possibile, rischiando infinitamente meno rispetto al passato. Sono convinto che più andremo avanti, più vedremo modelli e prototipi decisamente distanti dagli schemi convenzionali.

Videodrome, artbook.


martedì 26 maggio 2015

M'rara, di Alessandro Forlani (Collana Robotica)



Quattordicesimo anno fascista. 
Mentre gli ingranaggi del mondo si preparano a masticare milioni di uomini nell'olocausto della seconda guerra mondiale, il regime continua l'opera di bonifica delle paludi, per aumentare la coltivazione del grano, com'è desiderio del Duce.
Nello scavo tra San Marco e il Lido, gli operai rinvengono un gigantesco monolite assiso nella mota, che funge da pinnacolo di un'anticamera sotterranea. Il professor Mario Luna, archeologo di Stato, riceve una lettera d'aiuto d'un vecchio amico, Alberto: il monolite sembra antico, addirittura proto-etrusco. Sul posto già investiga un veterano degli scavi in Libia, l'ingegnere De Marinis. Mentre Luna esamina la scoperta, strane cose iniziano a succedere: l'assicella graduata impazzisce sui centimetri di larghezza e lunghezza, angosciosi incubi perseguitano gli uomini e gli operai superstiziosi si rifiutano di scendere giù nel sepolcro, sotto l'architrave...
Dopo essersi fatto coraggio, Luna rinviene nella camera sotterranea migliaia di frammenti di specchi infranti, cocci di un tenebroso ex voto. Uno studio dei reperti rivela un nome ricorrente tra i secoli, dai goti, ai bizantini, ai romani, all'homo paleolitico dell'età della Pietra. E' m'rara, un acronimo impronunciabile, un qualcosa che non è né mostro, né maledizione. Dove m'rara compare, piccole figure stilizzate si contorcono, distolgono terrorizzate lo sguardo. La faccia di queste silhouette appare scavata, erosa via...

"M'rahra" Bozzetto di Forlani. 
La produzione di Lovecraft si divide in fasi. Faccio qui riferimento alla suddivisione che pratica S. T. Joshi nella sua gargantuesca biografia, che è poi la suddivisione adottata dalla gran parte delle antologie che raccolgano il maestro di Providence. Nelle ultime opere di H.P. la spinta fantascientifica è preponderante. Lo sforzo di verosimiglianza che aveva da sempre spinto Lovecraft è qui particolarmente pronunciato, esplicandosi nell'incredibile (specie per l'epoca) lavoro di worldbuilding delle Montagne della Follia o dell'Ombra venuta dal tempo. 
Nel pantheon degli omaggi lovecraftiani, M'rara si colloca con fierezza nel meglio della produzione dell'orrore puro di Lovecraft. Sia nello stile e in certe scelte d'incipit, potremmo benissimo inserire questa novella negli anni tra il 1917 e il 1926, in cui vennero scritte perle come La Tomba, o La deposizione di Randolph Carter. Il motore del racconto è orrorifico al cento per cento, mirando con assoluta forza kamikaze a inquietare il lettore, a trarne sofisticate sensazioni di nichilismo cosmico. Beninteso, queste sensazioni abbondano anche negli ultimi lavori. Ma nel campo della narrativa breve di quel periodo non sono “levigati” da qualsiasi descrizione oggettiva, spiegazione razionale balbettata da corpi in fin di vita, o diluita da rivelazioni di carattere fanta-antropologico. E' orrore puro, spinto dall'acceleratore della prima persona di un racconto breve.
Naturalmente, M'rara è una novella, non un romanzo. Ed è in assoluta prima persona, dall'inizio alla fine. Che questa prima persona rimanga “persona” man mano che l'orrore pre-etrusco avanza... beh, questo è un giudizio che spetta al lettore.
Non sono un filologo lovecraftiano e dunque dovete prendere queste osservazioni cum grano salis.
Tuttavia, sarebbe davvero facile confondere l'incipit di qualsiasi dei primi due capitoli della novella, per un racconto lovecraftiano. Si consideri, innanzitutto:
Gli agenti lo invitarono a entrare nell'auto.- Due parole con il collega – supplicò De Marinis – se ho ragione, non ci vedremo per molto tempo –Si accostò, mi sorrise e mi abbracciò con l'allegrezza che in quell'ultima settimana certe orribili circostanze soffocarono a entrambi: ma i capelli gli restavano, da ieri notte e per sempre, ingrigiti tutto a un tratto su una fronte di trentenne; gli tremavano le ginocchia, le mani, ed era livido e rauco.

E' il 30 di novembre del 1935, anno XIV del calendario fascista. Ora sono alieno tutta un'era geologica dal mondo che credete di conoscere: eppure son trascorsi sette giorni, soltanto! Da che viaggiavo sulla linea adriatica con l'espresso che da Bologna mi portò fino a Fermo.

Nel primo caso, tratto dal cap. 1, disponiamo d'un classico strumento narrativo: l'amico che implora di non recarci in quel dungeon/hotel/castello/stanza maledetta. Appare orribilmente trasformato e per quel meccanismo perverso che conosciamo tanto bene, la sua supplica ci spinge ancora di più a investigare. Notiamo l'uso dell'esclamativo a termine del primo capitolo, così come nell'incipit del secondo (soltanto! Da che...) usato come occasionale intercalare anche da Lovecraft, generando così l'effetto di un lamento, quasi il guaito di animale intellettuale. L'era geologica, inoltre, aggiunge una dimensione temporale, introducendo il concetto di un tempo ultraterreno, molto al di là dei nostri limiti. Eoni, non secoli. 
Per meglio chiare la somiglianza, cito l'incipit del racconto di Lovecraft Da altrove (1920, From Beyond)
Orribile, al di là di ogni immaginazione, era il mutamento verificatosi nel mio migliore amico, Crawford Tillinghast.
Non lo avevo più rivisto dal giorno in cui, due mesi e mezzo or sono, mi aveva rivelato a che cosa mirassero le sue ricerche fisiche e metafisiche e, in risposta alle mie timide e quasi spaventate rimostranze, mi aveva scacciato dal suo laboratorio e dalla sua abitazione in preda ad una esplosione d'ira incontenibile. (…)Non è certo piacevole vedere un uomo robusto come lui diventare magro d'improvviso, ed ancor peggiore è lo spettacolo di una pelle flaccida ingiallita e ingrigita, di occhi incavati, cerchiati e accesi da una luce inquietante, di una fronte venata e raggrinzita, e di mani tremanti scosse da involontarie contrazioni.

Come Mario Luna constata stupefatto l'invecchiamento precoce di De Marinis, così il narratore di From Beyond descrive con dolorosa accuratezza di dettagli la metamorfosi di Crawford Tillingast.
L'uso di questo genere d'incipit, alternato a descrizioni nichiliste del mondo destinato alla distruzione totale, è tipicamente lovecraftiano. Per averlo così fedelmente “mimato” occorre uno studio impressionante, lontano (beyond? Ahah!) dalla trita e ritrita imitazione dei miti di Cthulhu. 
Segue un altro esempio, collegato stavolta all'esordio del secondo capitolo di M'rara. Il riferimento è al racconto Il Tempio (The Temple, 1920). Ancora una volta Forlani imita con efficacia la descrizione particolareggiata di geografia&date qui elencate da H.P. pedissequamente:
Il giorno 20 agosto 1917, io, Karl Heinrich, conte di Altberg-Ehrenstein, comandante in seconda della Marina Imperiale Germanica e responsabile del sottomarino U-29, affido questa bottiglia e il documento in essa contenuto all'oceano Atlantico, in un punto del quale ignoro l'esatta posizione ma che presumo sia di 20 gradi di latitudine Nord e 35 gradi di longitudine Ovest. Qui la mia unità giace in avaria sul fondo dell'oceano.

La ripresa fedele d'un certo stile mi appare evidente. Questo d'altronde, viene anche bene esemplificato dall'uso del corsivo, applicato con giusta cura per dare una pennellata aliena a parole altrimenti innocue.

Un altro luogo comune di Lovecraft, che può venir conosciuto da chi H.P. lo legge per davvero, senza aggregarsi alle orde di lettori che condividono Cthulhu vs Godzilla, è lo strambo senso delle misure. Spesso può succedere che gli strumenti scientifici non funzionino, o diano risultati fuorvianti e/o impossibili. Un classico in tal senso è l'angolo-che-non-c'è nel racconto La casa delle streghe. Geometrie non euclidee, o generiche “misurazioni possibili” si contano a iosa nella produzione di serie b, sia di fantascienza che d'horror. M'rara non fa eccezione:
D'improvviso riluttante e sudato, coi pensieri incastrati tra i denti, l'amico inghiottì; si tolse dalle tasche un'assicella graduata:
- Quant'è grande, secondo te? -
- Un metro e mezzo sul lato corto, due metri e mezzo sul lato lungo. –
- Misurala – mi prestò l'assicella. Sbagliai qualche centimetro in eccesso sui lati. – E fissala, adesso: per alcuni secondi. –
- E allora, che succede? –
Ritornò, con lo strumento, sul perimetro della lastra: a occhio era identico, ma mancavano centimetri in altezza e lunghezza.
Vacillai di vertigine: gli alberi, gli sterpi, la fossa e le pozzanghere mi apparirono, in quell'istante, fuori posto e ribaltati, e il terreno mi mancò sotto i piedi. Mi sostenni al granito, inspirai profondamente; resistetti al calore e i vapori malarici, cui attribuii quell'improvviso malessere.
- Deve essere un'illusione: come quelle di certi quadri ed edifici barocchi. –
- L'occhio umano può essere ingannato: ma un metro da falegname... riprovaci cento volte: io ci ho perduto tutt'un'intera giornata. –
In particolare, la scenetta mi ha sovvenuto il paragone con Xenos, di Dan Abnett (per restare nella fantascienza derivativa, d'intrattenimento). Abnett compie una buona descrizione dell'incommensurabile, chiaramente ispirato a Lovecraft:
- Quanto è grande? – domandai a Midas.
- Cosa? –
- Questo... posto –
- Non saprei – rispose indicando gli strumenti. – Cento, duecento... trecento chilometri. Forse migliaia. –
- Non puoi essere più preciso? –
Mi rivolse uno sorriso preoccupato.
- Gli strumenti dicono che non ha confini, il che è impossibile, quindi suppongo che siano fuori uso e non posso fidarmi di loro. –
- Allora come fai a mantenere la rotta? –
- Con gli occhi... o con il fondoschiena, dipende da cosa trovi più rassicurante. –
Dan Abnett, che pure ammiro molto, è solo un abile mestierante. Xenos è un romanzo ambientato nel mondo di Warhammer 40000, che è tanto più interessante quanto più si allontana dal backgroud tradizionale. Eppure, pur essendo fantascienza d'azione “bassa” incorpora notevoli elementi lovecraftiani. E come in Xenos, così in tanta narrativa d'intrattenimento potremmo rivenire influenze nettamente cthuliane.

La narrativa breve lovecraftiana difficilmente funzionerebbe altrettanto bene se trasportata nel ventunesimo secolo. Occorre aggiornarla radicalmente, installare un'upgrade che terrorizzi a nuovo il lettore. E' quanto gli autori di pastiche lovecraftiani proprio non comprendono, limitandosi a un'avvilente riproposizione di tropos ormai consunti.
M'rara tuttavia aggira questo dilemma, restando semplicemente ancorata agli anni trenta. Di conseguenza, le inquietudini filosofiche di H.P. restano attuali, senza doverle traslare al presente.
Mario Luna, ad esempio, è una versione italiana del gentleman puritano inglese, la cui professione di archeologo sottintende bene l'amore viscerale per il passato. Inoltre il cast scelto da Forlani riflette una suddivisione tradizionale: pochi uomini di scienza, pronti a dar di matto davanti all'inspiegabile, attorniati dalla solita plebe superstiziosa, da un'amministrazione incompetente e dall'assenza di personaggi femminili.
L'ambientazione fascista, anziché naufragare negli usuali nostalgismi, si pone fin dalle prime righe apertamente ostile a Mario Luna e De Marinis: il regime vuole grano, non cultura. Il monolite e quanto contiene vanno spianati dai bulldozer, cancellati dalla faccia della Terra. L'archeologia interessa solo quando legittima la dittatura, quand'è limitata all'impero romano: nel nome di alcuni secoli, se ne cancellano altri.
Volendo, si possono rintracciare dei riferimenti al presente in alcuni dialoghi, alcune punzecchiature. Ma questi meta-riferimenti li lascio volentieri ad altri. Quello che mi preme sottolineare, è l'ostilità preponderante di un'ambientazione storica bruta e ignorante, che martella un Mario Luna già stranito dall'orrore nel sepolcro.
Particolarmente pregnante a questo proposito il seguente dialogo:
- L'essenziale è la terra da coltivare! –
- Sono certo che a Roma non la pensino così – insinuò De Marinis – esporrò a chi di dovere. -
- Interessano i risultati, il consenso del popolo: che è un popolo d'operai, di contadini, di figli. Ci ponete un'alternativa assolutamente ridicola: granoturco o cultura? E noi abbiamo scelto che cosa?! Voi ridurrete questo bivacco di moscerini a un agro gaio e verde: è inteso, Ingegnere?! E farete il più presto! Voi, professore, non vi immischiate di queste cose. -
L'inaspettata moda di Lovecraft che imperversa ormai da (quasi) un decennio ha superato diverse tappe importanti: dal semplice ritorno in forze dell'autore in libreria, a nuovi&necessari chiarimenti saggistici, ai primi dichiarati omaggi divenuti letture mainstream. Oggigiorno, nell'ambito geek se dici “Cthulhu!” tutti riconoscono il riferimento, o per dirla all'inglese “get the joke”. Tuttavia, per quanto la mitopoiesi degli Antichi sia importante, occorre non smarrire l'importante nozione che H.P. Lovecraft è molto più di questo. E' un filosofo che scrisse acuti testi di analisi filosofico-letteraria, è un grafomane con alle spalle centinaia di migliaia di lettere, è uno scrittore dell'orrore completo, con una produzione di tutto rispetto ben prima che giungessero tentacoli e divinità dall'oltrespazio. M'rara, di Alessandro Forlani è un innegabile omaggio lovecraftiano, ma nel contempo si discosta sdegnato dall'usare semplicemente la mostrologia già creata dal Solitario di Providence. Al contrario, pur nella stretta aderenza del canone, segue una sua strada con molta più efficacia. Oltre che una lettura avvincente, M'rara dovrebbe illuminare la via per future opere di altri autori. Altrimenti, il passo successivo alla popolarità di un'opera è la sua trasformazione in commedia, aspetto che con i Miti di Cthulhu sta già avvenendo.
Per evitare ciò, dobbiamo scoprire tutto Lovecraft, senza limiti di sorta.
Diversificazione, anche nell'orrore.

Erik Kriek, presa da Fumetti di Carta
Fonti:
M'rara, di Alessandro Forlani (Pagina Amazon)
Nel campo dei giochi da tavolo, il gustoso Kingsport Festival, le cui descrizioni sono opera di Forlani, vedrà un'espansione a tema M'rara.

Le citazioni dei racconti di Lovecraft sono tratte dall'edizione Newton&Compton (Grandi Tascabili Economici). So che non è il massimo, ma l'avevo comprata a quattordici anni, quando le preoccupazioni filologiche ancora non mi attanagliavano! ^___^
Xenos, di Dan Abnett (traduzione Hobby&Work). 

venerdì 15 maggio 2015

Il femminismo di Mad Ma(r)x: Fury Road (intervista)


Nei videogiochi il sandbox identifica arene di gioco liberamente esplorabili, in cui si sviluppa la storia e dove il giocatore si aggira a suo piacimento. Gli esempi più famosi derivano dalla Bethesda: la noia ripetitiva di Elder Scrolls, le desolazioni post-bomba di Fallout. Il sandbox è letteralmente lo “scatolone” di sabbia dove il giocatore può sbizzarrirsi a esplorare l'ambiente, forgiando una sua personale storia: come il bambino nella sabbiera del parco, o in spiaggia costruisce con paletta&secchiello città e villaggi in cui ambientare le proprie storie, ugualmente al giocatore è dato un “sandbox” con cui giocare ed esplorare.
Ovviamente, un bambino senza fantasia si diverte poco, e ugualmente un gioco sandbox mal fatto o poco ispirato può avere risultati disastrosi. E' obbligatorio che il mondo sia oltre che esplorabile, credibile; deve offrire al giocatore fondamenta solide, npc dignitosi, quest ben scritte e in ultima analisi un'attenzione maniacale ai dettagli. Dev'essere un mondo vivo, reale: il giocatore non deve interrogarsi se è dentro un videogioco; deve crederci nel momento in cui gioca. 


Possiamo applicare il modello sandbox a un film?
Ovviamente, esistono limiti e vantaggi, derivanti dal passaggio di medium, ma nel caso di questo Mad Max: Fury Road, possiamo legittimamente parlare di sandbox. Il mondo – desertico e sabbioso, ahah – di George Miller appare esplorabile su così tanti livelli da perdere il conto.
E' un mondo vivido, sgargiante, lontanissimo da quei teatrini di carta a base di supereroi e commediucce familiari che vanno tanto di moda rispettivamente tra adolescenti e pensionati. 
Il mondo postapocalittico di Fury Road è un panorama talmente straripante di dettagli che risulta impossibile per qualsiasi vedente dubitare della sua esistenza. Riesce nell'impresa a dir poco rara di mostrare un panorama alieno, governato da regole arcaiche e assurde. Gli npc che vagano per queste lande devastate fanno sembrare gli abitanti di Borderlands, di Fallout, di Rage, di Mad Max: Thunderdom cittadini educati e civili. Hanno talmente abbandonato la propria umanità da lasciare alle spalle un guscio vuoto, un corpo umano abitato da sentimenti e culture lontanissime dalla nostra. Già di per sé l'aggettivo “post” implica un abbandono del mondo precedente, ma nel caso di Fury Road abbiamo un post-post!
Siamo “post”(eriori) la civiltà precedente: l'apocalisse.
Ma siamo anche post il survivalismo e la ricostruzione che normalmente segue. Il post-apocalittico, per l'appunto.
In Mad Max: Fury Road siamo a post a sua volta il post-apocalittico stesso: la civiltà – ma dovremmo chiamarla zoologia – che ne è emersa non condivide nulla col mondo precedente. E' per l'appunto totalmente aliena.
Eppure, nonostante questa “alienità”, Miller confeziona un mondo completamente credibile.
Mentre il film procede sembra davvero di poterlo esplorare in lungo e in largo; che dando un colpetto alla telecamera potremmo inquadrare un altro dettaglio del posto, e non le tende del set, o dei furgoncini degli effetti speciali. Questo carattere si somma bene al sandbox di generi e tematiche; il motore del plot macina ogni genere di critica, bruciando ogni politica e ogni tematica contemporanea per alimentare una trama di scoppi di azione convulsa.
In tal senso il film è un sandbox, perché lo spettatore ci potrà confezionare il messaggio e la storia che vuole, oscillando a un aspetto all'altro. Esattamente come il sandbox è riutilizzabile a piacimento per avere nuove esperienze, ugualmente Mad Max: Fury Road può venir guardato e riguardato anche solo mutando protagonista su cui concentrare l'attenzione.

Il tema maggiore del nuovo Mad Max: Fury Road è chiaramente il tema femminista. Considerando che non ho le competenze per giudicare e recensire i film, non proseguo quest'abbozzo di recensione: ma vi porgo invece questa intervista condotta dal Time a Eve Ensler.

L'ho tradotta in questi giorni. Trovo che dia una prospettiva diversa al film, rispetto a quanto ne hanno parlato i recensori di lingua italiana, troppo intenti a diatribe “Non c'è Mel Gibson!!1 Bruttoh!” o a inutili nostalgie anni 80' dei precedenti film della saga. 
Ovviamente va preferita la versione in originale, e ovviamente eventuali errori/distorsioni della traduzione si devono alla mia incapacità... ^___^

Time: E' davvero raro che un film blockbuster con grandi produttori tratti questi temi, per non parlare di coinvolgere qualcuno con il tuo background sul set per delle consultazioni. 
Com'è potuto succedere?

Eve Ensler: Ha sorpreso tanto me quanto ha sorpreso te, che è poi il motivo per cui ho deciso di accettare. Penso che il (regista) George Miller mi abbia sentito dare un discorso sui diritti umani a Sidney. Mi ha chiesto se fossi disposta a venire in Namibia per una settimana, dove stavano girando e lavorando con i membri del cast – le mogli in particolare. Voleva che dessi loro una prospettiva sulla violenza contro le donne intorno al mondo, in particolare nelle zone di guerra.
Ho letto la sceneggiatura e sono rimasta sbalordita. Una donna su tre su questo pianeta verrà stuprata o picchiata nell'arco della sua vita – è un tema centrale dei nostri tempi, e questa violenza è legata a ingiustizie economiche e sociali. Il film affronta questi argomenti senza paura. Penso che George Miller sia un femminista, e abbia diretto un film femminista. E' davvero straordinario da parte sua riconoscere che gli servisse una donna che avesse conoscenze dell'argomento per aiutarlo.

mercoledì 13 maggio 2015

La Cthulhu Apocalypse: Lovecraft's Innsmouth di Claudio Vergnani e R'Lyeh: Dal Profondo, di Daniele Picciuti.


La Cthulhu Apocalypse è finalmente arrivata.
Negli ultimi mesi la Dunwich Edizioni ha lanciato una nuova serie di romanzi lovecraftiani, che partono dal caciarone presupposto che tutto quanto il buon H. P. ha scritto sia tratto da fatti reali e che dunque Cthulhu, Shoggoth, Dagon&compagnia sono vivi e reali, pronti a sbranare l'umanità pezzo per pezzo. L'esistenza di queste creature è tenuta segreta solo dal duro lavoro di un Ordine di Custodi, che vigila su questa terribile verità. L'idea, che sa un po' d'action dell'Asylum, è tuttavia narrata con notevole abilità nelle prime due novelle della serie, Lovecraft's Innsmouth, di Claudio Vergnani e R'Lyeh: Dal Profondo, di Daniele Picciuti.


L'idea di partenza mi sembra buona, indubbiamente furba dal punto di vista delle vendite; inserire ormai la parola “Cthulhu”, “Dunwich” e “Lovecraft” garantisce in questo periodo di revival dell'horrore cosmico almeno una vendita sicura. Non dobbiamo in questo caso aspettarci una ripresa alta del maestro di Providence, alla maniera di un Ligotti oltremare, nel caso della Cthulhu Apocalypse le atmosfere ricordano i Resident Evil, i complottismi alla Dan Brown. Non aspettatevi in queste prime due novelle il senso di annichilimento cosmico, di formica al cospetto di Dei imperscrutabili che attanaglia il lettore nelle più riuscite opere di questo filone. Ai maledetti uomini-pesce si risponde con un colpo di shotgun, all'arrivo di Dagon si detona una testata atomica.
L'etichetta Cthulhu Apocalypse può inoltre trarre in inganno, dipingendo nella mente del lettore scenari d'incubo da fine dei tempi, d'Apocalisse appunto. Al contrario, la Cthulhu Apocalypse della Dunwich Edizioni muove le sue trame nel gioco d'ombre di congiure e società segrete. 
Nel caso di Lovecraft's Innsmouth e R'Lyeh Dal Profondo gli autori hanno scelto di riprendere protagonisti già comparsi in precedenti romanzi, “adattandoli” alla nuova minaccia soprannaturale della Cthulhu Apocalypse. Non ho ancora letto i romanzi cui gli autori fanno riferimento, pertanto mi scuso se eventuali osservazioni sui protagonisti trovano spiegazione nei volumi precedenti.

Claudio è un operaio edile in un cantiere allo sfascio, gestito da compagni tagliagole e capi aguzzini. Dopo essersi licenziato e aver rischiato l'ennesima zuffa, sceglie di lavorare come guardia del corpo assieme al suo vecchio amico Vergy, al servizio di un tranquillo professore universitario chiamato Franco Brandellini. L'anziano è un appassionato di H.P. Lovecraft, che ardentemente desidera visitare un nuovo parco giochi costruito in suo onore: Lovecraft's Innsmouth. Il parco riproduce a pochi chilometri dalla reale Innsmouth il villaggio di pescatori dell'opera “Shadow Over Innsmouth”. Ma giunti a destinazione, la nuova Disneyland si rivelerà decisamente più realistica di quanto ci si sarebbe aspettati...

Il romanzo di Vergnani, giacché il primo della serie Cthulhu Apocalypse, si accolla l'ingrato dovere di fare d'apripista per le opere successive. Di conseguenza compaiono qui le prime spiegazioni, come il primo tentativo di mettere in atto il setting escogitato dalla Dunwich edizioni.
Franco Brandellini, personaggio che ritornerà nell'opera di Piciutti, è in realtà il custode di un ordine segreto, col compito di nascondere una terribile verità: tutto quello che aveva scritto Lovecraft non è un'invenzione, non è opera di fantasia, ma trae radici dalla realtà. Gli Antichi esistono, vivono tra noi; ghoul infestano le fogne delle nostre città, mentre divinità acquatiche masticano sommergibili sul fondo degli oceani. L'idea può venir resa con toni drammatici alla Dan Brown, sprofondandola facilmente nel ridicolo. Vergnani la introduce invece poco a poco, acclimatando i suoi eroi dapprima alla finzione letteraria del racconto di Innsmouth, in seguito inserendoli nella finzione di “Luna park” e per ultimo rivelando la verità sul ruolo del “turista professore”. L'idea pertanto suona convincente, trasmessa com'è dalla voce narrante di Claudio:
«Dagon è quel pagliaccio che esce di colpo dall'acqua come una rana cui abbiano strinato il culo e si avvinghia a un obelisco falliforme emettendo versi da deficiente», riassunse Vergy.
«Un'ottima sinossi da seconda di copertina», riconobbi. «Essenzialmente, sì. »
«E il tipo che racconta la storia trova il tempo di scrivere una cosa tipo Alla finestra! Alla finestra! Prima di buttarsi di testa come un tuffatore cinese alle Olimpiadi...»
«Ancora una volta, sì.»
«Un uomo scrupoloso, niente da dire. Mi meraviglio che non abbia trovato modo di descrivere anche la quantità di merda che si è fatto nelle mutande.»
«Il libro non ne parla. Probabilmente quello è un dettaglio che ha preferito omettere.»
Vergy scosse il capo. « Certa gente legge proprio di tutto. Mi ricordo che ogni due righe c'era sempre qualcosa di mostruoso, indicibile, abnorme, blasfemo, innominabile...»

lunedì 11 maggio 2015

La Gallipoli di Peter Jackson



Come ho già sostenuto più volte, non sono d'accordo con chi definisce la Grande Guerra un'inutile strage. Quell'aggettivo “inutile” vanifica di colpo il coraggio e l'eroismo di migliaia su migliaia di soldati, coprendo ogni discussione col rumore del piagnisteo ipocrita dell'ennesimo ignorante.
L'anniversario 1914 – 2014 aveva tutte le potenzialità per essere un'occasione di riscoperta e rivalutazione di un conflitto troppo spesso relegato a stereotipi&cliché: ma con la notevole eccezione della Gran Bretagna, le “vecchie” potenze sono rimaste indifferenti.
Ad esempio, invece d'infognarsi nel cliché della trincea piena di fango e inabitabile, sarebbe risultato interessante analizzare e spiegare altri luoghi del conflitto, di solito bistrattati dai libri di storia: l'oriente, l'Africa, le battaglie navali. O nel caso di quest'articolo, Gallipoli.

Nel 1915 l'Intesa decise di aprire un nuovo fronte, cercando di spezzare la guerra di posizione sul continente, che già si mostrava ferma su posizioni stabili, specie sul fronte occidentale.
Come la guerra di trincea con mitragliatrici e artiglieria costituiva un'esperienza radicalmente diversa dalle guerre ottocentesche, ugualmente l'invasione anfibia di Gallipoli fu una mossa tattica nuova e avventata. Come succederà nel corso di tutta la Grande Guerra, l'attaccante sottovalutò sia il nemico che il suo livello tecnologico, compiendo errori tattici sulla pelle di migliaia di soldati. Il senso d'impellenza dal governo inglese sommato al disprezzo verso i turchi spinsero gli ufficiali a mosse insensate, con errori che sì, possiamo una buona volta giudicare “un'inutile strage”.
Gallipoli è la guerra che i pacifisti adorano: sporca e crudele, con soldati giovani e inesperti spediti al macello da una gerarchia militare del tutto incompetente.

La spedizione alleata comprendeva per lo più reggimenti di leva dall'Australia e dalla Nuova Zelanda, nuovi alle armi. Il massiccio rinforzo dell'artiglieria navale lasciava sperare che la penisola di Gallipoli cadesse dopo pochi giorni, liberando i Dardanelli e l'accesso al Mar Nero. Sarebbe così stato possibile conquistare Costantinopoli in breve tempo e portare velocemente rifornimenti alla Russia zarista.
Otto mesi dopo, gli australiani continuavano a morire a dozzine sulla spiaggia, Gallipoli era saldamente nelle mani di Mustafa Kemal (Ataturk, per gli amici) e le “deboli” difese turche venivano rinforzate da esperti ufficiali tedeschi... La battaglia di Gallipoli era persa, e con lei le vite di 8709 australiani e 2721 neozelandesi.

La notizia dello sbarco il 25 aprile, i vuoti in famiglie che finora non erano state toccate dalla guerra perché in continenti lontani: tutto questo colpì profondamente la mente di australiani e neozelandesi, che dichiararono dal 1915 il 25 aprile giorno di commemorazione nazionale. Nel corso della storia, l'Anzac Day (com'era stato soprannominato) è diventato un simbolo di orgoglio nazionale, e si sono moltiplicate le iniziative al riguardo.
In occasione dell'anniversario, il direttore del museo “Te Papa” della Nuova Zelanda, si è accordato col regista Peter Jackson e con l'azienda Weta degli effetti speciali del Signore degli Anelli per offrire una mostra sulle trincee della Grande Guerra. Sir Peter Jackson – ricordiamolo, è stato nominato cavaliere! – è un appassionato di modellismo da quand'era bambino, e vanta una formidabile collezione di aerei della grande guerra. Sir Richard Taylor, a capo della Weta, è un autentico veterano di plastici e di cari, vecchi effetti speciali fatti in casa.
Raramente nominati nelle news internazionali ma altrettanto importanti, hanno collaborato a progetto i gemelli Perry, che chi mastica Warhammer sicuramente conoscerà. Sono abili scultori che nel duemila scolpirono l'intera vecchia gamma del gioco di miniature del Signore degli Anelli, mentre ancor prima misero mano a bretoniani e mercenari. Attualmente si dilettano nel campo del modellismo storico, con eccellenti risultati.

La mostra include ogni genere di diorama, sia in scala reale che 1/32. Consiglio vivamente di spulciarsi al riguardo la pagina Facebook del Museo. Per chi ha intenzione di visitare la Nuova Zelanda, l'esposizione resterà disponibile al pubblico fino al 2018.

Il piatto forte del museo, tuttavia, è il diorama della battaglia del Çunukbahir.
Gli organizzatori hanno scelto l'area di Chunuk Bair nella zona di Gallipoli, riproducendola in scala con tecnologia al laser, identica fino all'ultimo dettaglio. Nello specifico le trincee scelte – The Quinn's Post – furono tra le più combattute e mortifere dell'intera campagna.
Questa non è una vetrina polverosa di un modellista borioso: è il lavoro di un'intera equipe, impegnata per mesi in una costruzione gargantuesca, con oltre dieci metri di lunghezza!

Un rozzo riparo/centro di comando del generale di brigata Johnston. E' la miniatura seduta al tavolo, con la testa fra le mani. Stando infatti alle fonti storiche, la mattina della battaglia aveva un forte mal di testa post sbornia...

giovedì 30 aprile 2015

Annientamento, di Jeff VanderMeer


Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.
Capita pertanto spesso che i siti di fantasy, horror&scifi lamentino (giustamente) l'assenza di traduzioni, iniziative editoriali, pubblicazioni coraggiose sul mercato italiano. Tutto vero, tutto sacrosanto. È un mercato disperatamente sonnacchioso. D'altro canto, però, quando le pubblicazioni richieste arrivano sugli scaffali e quando lo sforzo viene premiato... ecco che con spinta masochista, gli stessi siti che piangevano sulla situazione italiana ignorano le nuove uscite, o addirittura le insultano. Ancillary Justice non va comprato “perché sicuramente la traduzione sarà scadente”, Sapkowski è solo “un mediocre scribacchino pulp”, e così via...
Non sono certo un'eccezione di questo circolo vizioso. Quand'ero infatti in libreria cercando Annientamento di Jeff VanderMeer, il mio primo impulso è stato di scartabellare nella sezione fantasy e in seguito nei più polverosi meandri della libreria. Ero fermamente convinto che la pubblicazione avrebbe seguito le solite modalità: una, due copie incuneate tra cloni tolkeniani e vampiri d'accatto. Un'edizione di nicchia. Gentilmente, il commesso mi ha invece additato il settore delle novità, e lì in grandiose pile in bella vista c'era il libro che cercavo.
E' dopotutto un bel segno, che ci spinge a un cauto ottimismo: cinque anni fa nell'identica posizione di VanderMeer avevamo quell'orrore delle Cronache del Mondo Emerso!