lunedì 23 febbraio 2015

Magia polacca: La Torre della Rondine, di Andrzej Sapkowski


Vysogota di Corvo è un anziano eremita che vive nelle paludi. 
Esiliato, cacciato dall'università per idee sovversive, vive una vita tranquilla tra pesca e meditazione. Un giorno, trova una fanciulla svenuta, dalle ferite lancinanti. 
E' Ciri, la principessa delle leggende: l'ultima discendente del trono di Cintra, un incrocio più unico che raro tra profezie millenarie e sangue elfico. Mentre accudisce la giovane convalescente, la Fiamma di Cintra inizia a raccontare la sua storia...
Ranuncolo è un bardo col debole per le ragazze. 
Al tramonto, mentre siede con Geralt, Milva e Regis intorno al fuoco, scrive le sue avventure che ha già pomposamente nominato “Cinquant'anni di poesia”. E' dai frammenti di questo tubus che apprendiamo le ultime fatiche dello strigo Geralt...
Kenna Selbourne è una soldatessa di Nilfgaard. 
Svolge il ruolo di spia e ha poteri da sensitiva. E' processata da un tribunale imperiale, accusata di tradimento. Sotto lo sguardo del giudice inizia la sanguinosa testimonianza della caccia a una pericolosa banditessa di nome Falka, pseudonimo di Ciri...

Ho tentato in questa rozza sinossi di mostrarvi la principale caratteristica dell'ultima fatica della Casa editrice Nord, ovvero la traduzione della Torre della Rondine del polacco Sapkowski. 
Il tratto principale dell'ultimo romanzo di Sapkowski è la struttura a clessidra.
Mentre i racconti dell'autore polacco ricordano delle fiabe e ne ricalcano la struttura lineare, dove abbiamo un (anti)eroe, Geralt, alle prese con un mostro che raramente si mantiene tale, nel romanzo La Torre della Rondine la struttura appare singolarmente complessa. La testimonianza di Ciri all'eremita Vysigota apre una parentesi che si manterrà stabile per quattrocento pagine sulle cinquecento del libro. La testimonianza – scritta stavolta – del menestrello Ranuncolo occupa un intero capitolo, mentre Kenna Selbourne permette una variante giuridica di questa tecnica, permettendo uno sguardo “dall'interno” nel mondo di tagliagole e spie che insegue Ciri.
Una struttura a clessidra, perché in alcuni punti Geralt, Ciri, Ranuncolo, Kenna e molti altri finiscono per incrociare i rispettivi sentieri in un incontro/scontro piacevolmente sanguinoso.
Verso il termine del romanzo queste rispettive linee sfumano, man mano che l'azione ritorna nel presente: Ciri abbandona Vysogota, il punto di vista ritorna fisso su Geralt, s'aprono occasionali parentesi su diversi personaggi secondari utili alla trama.

Il mondo di Sapkowski non è mai stato sfaccettato, ricco di riferimenti e vivo come in quest'ultimo romanzo. Se già Ciri e Geralt sono personaggi ricchi psicologicamente, afflitti dall'introspezione filosofica e un certo nichilismo di fondo, il fantasy polacco si arricchisce di co-protagonisti credibili, moderni nel pensiero e nelle accuse che lanciano. 
Il cacciatore di taglie Bonhart, un sadico sull'orlo della pensione. 
La determinazione ben poco femminile di Yennefer, maga ormai in esilio dalle sue stesse consorelle. I compagni di Geralt: dall'arciera Milva a Ranuncolo (ovviamente!), da Angouleme al rinnegato Cahir. A ognuno, anziché relegarli nello stereotipo, Sapkowski concede largo spazio, cercando d'inserirvi nuovi tic, nuovi tratti di personalità. Aiuta, in tal senso la mole enorme di dialoghi, fedelmente rispecchiata nei videogiochi. Tutti parlano, discutono, si lanciano in monologhi e imprecazioni contro la “cattiva” natura umana. Dalla critica degli outsider di Sapkowski non sfugge nessuno: a finire accusati piombano tutti, dalla nobiltà, al clero, ai mostri, agli elfi terroristi, ai druidi persino, in una delle scene a mio parere forse tra le più intense del libro.

mercoledì 18 febbraio 2015

Un gioco hipster: Life Is Strange (episodio 1)


Non ho mai compreso la paura delle imitazioni in campo artistico, che siano narrative, videoludiche o cinematografiche. Se uno certo stile, un certo argomento diventano mainstream, si moltiplicheranno inevitabilmente le opportunità di prodotti originali e ben fatti. Nella massa delle imitazioni scadenti quella minuscola percentuale di prodotti innovativi e ben fatti non è da sottovalutare. E va da se che maggior successo reclama la moda, maggiore sarà la percentuale di prodotti ben fatti. Se vanno forte i vampiri, senza dubbio verremo inondati di ciarpame e schifezze, ma tra queste avremo finalmente dei buoni prodotti. Un film sull'argomento dopo anni che la produzione ristagnava, un romanzo dopo decenni che l'attenzione del soprannaturale era fissa altrove. Certo, questo non eliminerà Twilight e le sue imitazioni, ma non si può nemmeno negare il loro ruolo di “apripista” che sollecitino l'attenzione di produttori e clienti.
Per evitare fraintendimenti, lo ripetiamo: imitare non basta. Le imitazioni non piacciono a nessuno e neppure i plagi sfrontati. Tuttavia la pura imitazione è davvero rara. Anche nelle più becere operazioni commerciali, si preferisce variare degli elementi, aggiungere una variazione alla consolidata struttura di base. Nel campo dei videogiochi, Lords of Fallen era un chiaro plagio di Dark Souls. Eppure aggiungeva del suo alla miscela giapponese, non sono nella grafica, ma nella stessa curva della difficoltà, addolcita quant'era giusto. Un voto basso lo meritava per l'astronomica quantità di bug, ma certo non per aver osato imitare Dark Souls.


Ugualmente il gioco di oggi, Life Is Strange, nasconde davvero a stento d'aver imitato stile&scelte morali che hanno (giustamente) reso famosa la saga della Telltale. The Walking Dead, Game of Thrones... La Telltale sembra essersi specializzata in questo genere di produzioni, dove l'avventura grafica vira sull'emotivo strappalacrime, con una struttura di scelte volutamente lancinanti.
Life Is Strange, in apparenza, sembra riprendere proprio questi elementi. 
E' un'avventura grafica post avventure grafiche, dove non esistono indovinelli ostici e abbondano invece dialoghi e scelte che impattino sulla trama. Tuttavia, questi elementi vengono in Life Is Strange a tal punto mescolati, a tal punto migliorati che il modello Telltale sbiadisce all'orizzonte.
La principale ragione sta nell'aver costruito un videogioco che è un vero videogioco, non solo video interattivo: gli ambienti sono esplorabili, il controllo sulla fragile protagonista esiste, la sensazione del giocatore/trice di controllare il mondo che lo circonda è piuttosto forte. Si può tranquillamente dire che l'allievo, la Dotnod Entertainment, ha superato il maestro, la Telltale.

Partiamo dalla protagonista, che immersa nel mondo dell'adolescenza è un personaggio finalmente libero da certe convenzioni che vogliono la donna nel videogioco “tosta&gnocca” per relegarla poi a comprimario, ricompensa o tappezzeria.
D'altronde, il primo Lara Croft usciva nel 1996. Tempi duri, dove farsi accettare era un affare difficile. In videogiochi come Duke Nukem il testosterone sembra letteralmente gocciolare dallo schermo, mentre Doom già dall'uscita presenta mod per tappezzare di manifesti pornografici i corridoi infestati. (1) Per sopravvivere in un ambiente del genere occorrono una coppia di pistole e una taglia di seno (esagonale) abbondante, altrimenti addio vendite e addio protagonista femminile.
Tempi incivili, che molti rimpiangono.
Certo non il sottoscritto, che è invece felicissimo di giocare finalmente con una protagonista “normale”. Maxine non è né una furiosa killer senza paura, né un piagnucoloso pacco-regalo al termine di una quest di bassa macelleria, pronta per essere recapitata al mittente-cavaliere.
E' semplicemente una ragazza liceale, con i suoi difetti e tutto il suo essere “normale”, per quanto può ovviamente consentirlo la finzione. Non a caso i recensori hanno faticato a definirla, avvicinandola per età a Ellie di Last of Us, ma precisando che le manca il carattere forte di quest'ultima. In campo videoludico in realtà il range di personaggi femminili a cui fare riferimento è talmente ridotto (al di fuori degli Rpg) che provare a fare paragoni evidenzia solo la povertà del settore. Quindi segniamoci la data sul calendario coll'evidenziatore fluorescente, finalmente dopo anni siamo arrivati a una protagonista femminile che è un essere umano e non un'appendice del protagonista maschile o in alternativa delle fantasie del giocatore maschio che via joystick la comanda.

lunedì 16 febbraio 2015

Pashazade, di Jon Courtenay Grimwood


E' ormai moda affermare che per descrivere in modo efficace un'ucronia l'infodump è indispensabile. Che si tenti un dialogo o un'intromissione del narratore omnisciente, l'infodump risulterà inevitabile, perchè un'ucronia storica presuppone un cambiamento talmente profondo, talmente radicale che il lettore rischia di restare spiazzato, confuso. Non avendo il background di studio e/o documentazione che possiede lo scrittore, il lettore fatica a farsi strada e dev'essere “imboccato” con un bell'infodump all'inizio del libro. Potrà poi procedere tranquillo nella storia, passato l'olio di ricino di uno stile tanto rozzo.

Ovviamente, è tutto falso.
L'infodump danneggia l'attenzione del lettore ed è una tecnica brutale e becera, che dà la fastidiosa impressione di sentire un professore che ti parla all'orecchio, discorso noioso dopo discorso noioso. Ma sopratutto la necessità dell'infodump in un romanzo di fantascienza ucronica viene contraddetta in continuazione. Il romanzo Pashazade, ad esempio, è un'ottima dimostrazione che un'ucronia non deve per forza spiegare tutto e subito, ma anzi farsi forza proprio del mistero della sua ambientazione.

Nell'ucronia di Jon Courtenay Grimwood, la prima guerra mondiale è terminata bruscamente nel 1915, attraverso un accordo diplomatico negoziato dagli americani. Di conseguenza quella che conosciamo come “Grande Guerra” è in realtà una delle tante guerre balcaniche d'inizio Novecento; l'impero germanico è forte e vigoroso, l'Austria-Ungheria continua a duellare con un Impero Ottomano tanto gigantesco quanto frammentato. Di conseguenza il Medio Oriente e i territori del Nord Africa risultano aree sì sottosviluppate, ma pacifiche, perché l'attenzione politica e militare del mondo occidentale risulta concentrata altrove. 
Nella provincia egiziana dell'impero ottomano, El Iskandryia (abbreviata per semplicità in Isk) è una città portuale ricca e fiorente, uno scalcagnato aggregato di arabi, ebrei, greci e occidentali. Il giovane governatore la dirige sotto pesanti influenze del Kaiser.
Quello che fa Grimwood è prendere l'instabile situazione dell'impero ottomano di fine ottocento/inizio novecento e stabilizzarla nei suoi fermenti interni, dalle spinte nazionaliste alle spinte religiose. L'impero viene poi congelato e trasportato di peso nel futuro del ventunesimo secolo, arcaismi religiosi e slanci tecnologici tutto incluso nello stesso pacchetto.
Il lavoro di ricostruzione fantascientifica funziona sotto un profilo romanzesco. L'abilità di Grimwood di coniugare introspezione psicologica, azione e descrizione del setting è impressionante. Arriviamo a sapere che la prima guerra mondiale non è terminata nel 1918 solo tramite un dialogo casuale a metà libro, ma da tanti, tantissimi dettagli sappiamo fin da subito che siamo dentro un'ucronia storica, una realtà alternativa pseudo ottocentesca. L'ambiente in cui si muovono i protagonisti viene lentamente “infiltrato” da piccoli dettagli che discordano dai nostri studi di storia. La meravigliosa Isk si colora di arabesco in arabesco un passo alla volta e la sensazione del lettore è di scuotere una fotografia fresca di fabbrica, intravedendo i colori che lentamente “emergono” dalla carta.
- No, – rispose Raf. - Linee temporali alternative. Vanno alla grande negli Stati Uniti. - Era vero. – Servono a capire cosa è successo, analizzando quello che invece non è successo, ma sarebbe potuto succedere... Per esempio, se l'America avesse partecipato alla terza guerra balcanica...- Ma è rimasta neutrale, come noi.- Non nel conflitto del 1966-1975, – disse Raf. – Parlo della terza guerra balcanica, 1914-15. Mettiamo che Woodrow Wilson non avesse strappato un accordo tra Berlino e Londra ma avesse inviato le sue truppe a fianco di quelle britanniche. Londra avrebbe potuto vincere. Il Kaiser ne sarebbe uscito indebolito in modo decisivo...- Il Kaiser avrebbe vinto comunque, – disse categorico Hamzah. – La storia è scritta da Dio.Raf sospirò. – Sì, ma immaginate, – disse. – L'impero prussiano crolla nel 1923, com'è quasi successo a quello austro-ungarico. In tal caso, gli ottomani avrebbero seguito la stessa sorte? Cosa sarebbe successo al Khedivé egiziano?

lunedì 9 febbraio 2015

The Black Power Mixtape 1967 – 1975 (documentario)


Mi risulta sempre difficile scrivere di cinema, perchè in questo campo più che in altri avverto una forte mancanza professionale. Internet rigurgita di esperti e recensioni, ma trovare chi, tra questi, ne sappia davvero è un'impresa molto, molto difficile. Ogni canale Youtube contiene un aspirante cinefilo, ogni studente di cinema deve possedere la sua pagina, il suo blogghino di piccole opinioni.
Perfino nell'ambito delle bacheche e dei profili privati tutti, dal vicino di casa al postino, sembrano aver una laurea cum lode nelle più raffinate tecniche cinematografiche. Va da sé, che tolti i paroloni e smascherate certe mode, i veri esperti scompaiono all'improvviso.

Un recensore che sappia davvero recensire dovrebbe avere un set di valori e parametri tecnici cui attenersi, che mescolino abilità oggettive (saper riconoscere le inquadrature, i colori, la regia, gli effetti speciali, saper compiere le necessarie storiografie e cronologie...) e giudizi morali (laddove questa moralità non deve tramutarsi in moralismo, né sopraffare il giudizio tecnico).
E' preferibile leggere una recensione onesta, dove l'autore ammette il suo background culturale e le sue convinzioni, che l'ennesima trita&ritrita analisi pseudoggettiva, dove i pregiudizi del soggetto vengono mascherate da puntigli di carattere tecnico. 
A proposito ad esempio dell'ultimo trailer dei Fantastici Quattro, preferirei che i nerd che si lamentano del cambio di pelle dell'uomo torcia ammettano pacificamente che si tratta di un loro, personale pregiudizio. Lamentarsi della negritudine della Torcia Umana come insopportabile (?) tradimento del canone originale non è essere nerd, è “essere razzista”. 
D'altronde gli stessi recensori che piangono sui Fantastici Quattro hanno accolto con piacere la notizia che Motoko Kusanagi, la protagonista giapponese dell'anime giapponese (e in alcuni punti anti-americano) Ghost in The Shell, verrà interpretata da Scarlett Johansson. Perchè scegliere un'attrice bianca per interpretare un ruolo orientale in un film ambientato nella Tokyo cyberpunk anni novanta è qualcosa che francamente mi sfugge. Tanto più che il resto della squadra della Maggiore è a sua volta giapponese e sempre a sua volta agisce nelle tradizioni e nei costumi giapponesi. Questa violazione del canone ovviamente è stata accolta con favore, perchè permette di occidentalizzare una trama che altrimenti - poveri ciccioni americani - sarebbe troppo difficile da comprendere.
Un recensore dovrebbe dunque giudicare un film in totale astrazione, sulla base di una serie di parametri fissi che si è posto. In questo modo prescinderebbe sia dalle mode del momento, che giudicano un film a seconda dell'attenzione che vi riserva il pubblico, sia da un certo conservatorismo cinefilo, che automaticamente promuove un film sull'unica base dell'anzianità del regista. Big Eyes di Tim Burton, pellicola da consigliare solo agli insonni, diventa così un capolavoro... non sulla base di argomentazioni oggettive, ma solo perché l'ha girato Tim Burton!
E' dunque preferibile in questi casi leggere le recensioni di chi magari ammette senza problemi la sua ideologia e proprio per questo scrive con chiarezza e senza peli sulla lingua; le recensioni cattoliche di Frozen, o di Avatar sono pungenti, ma se non altro oneste. Sulla base di alcuni valori, si decide di rigettare il film. Tralasciamo che per me Frozen, con il merchandising e con la sua pubblicità esasperata rappresenta il peggio del turbocapitalismo disneyano... (1)

Questi “attrezzi”, questi strumenti per recensire non li possiedo. Non guardo film a sufficienza per poter esprimere giudizi. Quello che posso fare, come in quest'articolo, è segnalare prodotti interessanti, che reputo criminalmente misconosciuti. E pur con questa premessa non voglio scusare mie eventuali gaffe o errori di ricerca, di cui mi scuso fin da subito con gli specialisti dell'argomento, o con chi di cinema ha studiato (buon per lui!).



In questo caso la segnalazione è Black Power Mixtape 1967 – 1975. E' un documentario. Quest'etichetta ovviamente peggiora le cose, perché evoca immediatamente tutte le sensazioni che siamo soliti associare ai documentari: savane, zebre e tigri, noiosi commentari di vecchi bacucchi sugli ecosistemi dell'africa subequatoriale... Il documentario come viene inoltre proposto di solito è associato all'istruzione e prevede un fine didattico che prevarica sul piacere dell'immagine. La tipica cosa che si fa quando si guarda un documentario è fare i compiti per l'ora di lezione successiva o in alternativa starsene a letto con la febbre. Non è questo il caso e vi posso citare almeno altri cinque documentari degli ultimi dieci anni che riscattano il genere sia sul profilo stilistico che contenutistico. In questo caso dunque non abbiamo l'ennesimo lacrimevole documentario sull'Africa nera, ma in un certo senso il collegamento sussiste, perché dal vecchio continente ci spostiamo nel nuovo e sono gli afroamericani degli anni sessanta i protagonisti, mentre il colore nero oscilla dall'esterno dei protagonisti, al nero (dentro) del marciume capitalista che proprio in quegli anni del Vietnam e di Nixon, comincia a rialzare la testa.

lunedì 2 febbraio 2015

Alien Dungeon (racconto)


Era da un po' che non postavo un racconto. Al momento – a dire il vero tre settimane fa – sto lavorando su due diversi racconti lunghi (novelle), l'uno dall'ambientazione ottocentesca, l'altra dall'ambientazione (gulp!) fantasy. Quando terminerò la prima stesura di entrambe, magari ve ne scriverò per avere un parere. In questo caso volevo scrivere qualcosa di semplice e diretto. L'idea era di prendere il classico protagonista di uno sparatutto e inserirlo in un racconto full action. Scrivendo in prima persona ho avuto la conferma: per essere il protagonista di uno sparatutto devi essere muscoloso, brutale, disciplinato. In altre parole: un coglione militarista pieno di testosterone, un po' come il protagonista di American Sniper o come molti nerd vorrebbero essere, tolte patatine&Coca Cola. Buona lettura e non scordate di commentare!

Alien Dungeon 



Il corridoio è una sottile linea nera, le pareti brillano ogni tre metri per gli ologrammi color rosso neon. Faccio un passo, poi un altro. Gli stivali rinforzati strisciano silenziosi sul pavimento.  
Il fucile a impulsi pesa maledettamente sul braccio, i chili di oltre venti caricatori affastellati sulla schiena diminuiscono il movimento, rallentano. Li ho raccolti uno dopo l'altro dai cadaveri dei nemici, laggiù nel labirinto. Mi fermo un momento per aprire la culatta del fucile, far scattare uno dopo l'altra le munizioni. Click, click, click. Stringo sulla vita la cintura, allaccio le stringhe del giubbotto in kevlar, strofino via lo sporco dallo stemma sul braccio. 
Araldica rossa e bianca, un incrocio di filamenti sopra uno sfondo blu scuro. 
Great Britain Elite Corps fucking yeah! 
Riprendo a camminare nel corridoio, puntando il fucile ora a destra, ora a sinistra. Gli ologrammi brillano intensi, poi si affievoliscono al chiarore di un lumicino rossastro. Alzo il fucile, allineo alla spalla. Punto verso l'estremità del corridoio. Nel momento stesso in cui una silhouette s'affaccia dall'ologramma stringo il grilletto, scarico una raffica. La figura si piega in due, emette un grido strozzato. Corro in avanti, la raggiungo. E' una donna impaludata in un ampio mantello azzurro, il capo avvolto da un turbante. Tossisce, sputacchia sul vestito un'ampia boccata di sangue. Crepa con un rantolio. La frugo con il calcio del fucile a impulsi, sondando le profondità della veste. 
Niente pistola, niente fucile, niente coltello. 
Azzo' un civile questo mi toglie punti!
Gli ologrammi rosso sangue sulle pareti risplendono nuovamente. 
Alle mie spalle, a sei metri e due ologrammi di distanza, compaiono due nuovi nemici. 
Rotolo a terra, mi volto. Esito, il mirino settato sul torso delle due silhouette immerse nel buio. 
Una raffica mi straccia il braccio sinistro.
Bestemmio, mi getto rasente alla parete più vicina. Coll'avambraccio intatto sventaglio il fucile a impulsi. Sussulta come una bestia ferita, vomitando una gragnola di raggi verso il nemico. 
La prima silhouette falciata al torso scoppia lontano, sbriciolandosi con un glup di piastrine. La seconda striscia a terra, le gambe fracassate. La inchiodo con due colpi secchi alla testa. 
Il braccio ferito stilla sangue sul pavimento nero. Mi accuccio, libero dalla fondina la pistola. 
La poso a terra, pronta all'uso. Poi apro lo zaino, ne estraggo la catena di granate e delicatamente afferro una borsa bianca con una croce ricamata. Arrotolo le bende sul braccio, vi spruzzo una passata di anestetico. Il kevlar della tuta è sbrindellato in lunghe strisce che penzolano inutili. 
Gli ologrammi risplendono ancora, due metri in avanti. Una bassa silhouette compare da destra, solleva il profilo aguzzo di una mitraglietta. Scarico l'intero caricatore della pistola laser nella pancia della minaccia. Zoppico, mi rialzo. Recupero il fucile a impulsi, saccheggio i due nemici. 
Vestono una tuta a strisce bianche e nere. I volti scimmieschi, deformati dalla barba e dall'assenza di chirurgia estetica, sono irrigiditi dal trauma della morte. Un collare puntuto sporge dal collo rigonfio di vene del primo, mentre il secondo esibisce un tatuaggio sul petto villoso. Getto nello zaino i caricatori, poi mi rivolgo al terzo aggressore. 
Da quant'è basso, dev'essere per forza un robot warrior. 
Il volto di un bambino di dieci anni mi fissa dall'orlo di un casco colorato di blu. Stringe ancora spasmodico la mitraglietta, dal caricatore ormai scarico. Il torso è sventrato da costola a costola dall'impatto della Glock al laser. Gli strappo la medaglietta e controllo l'età, con una certa soddisfazione: dieci anni, esatto. 
Per le baby gang sono un sacco di punti in più. Piccoli, dannati teppisti!
Dopo un quarto d'ora di cammino, il corridoio si biforca. 
A destra gli ologrammi al neon si estendono nell'oscurità, mentre a sinistra il corridoio è nero, qualcuno ha massacrato ologramma dopo ologramma a colpi di mazza. Mi tolgo il guanto destro, sollevo l'indice a tastare l'aria immobile. Un lieve refolo proviene dal corridoio buio. 
Con la forza dell'abitudine ricarico il fucile a impulsi. 
Click, click, click. Mi calo sulla faccia il visore notturno e vado dentro. 

***

Il visore è una maschera dalle fattezze di un insetto sotto amfetamina, il bulbo con visori a infrarossi analizzano il terreno affamati di calore. Ma le mie pupille dilatate non scoprono nulla. E' solo un corridoio deserto, che dopo dieci metri non rivela altro dai cocci rotti sotto gli stivali. Ogni singolo ologramma è distrutto, infranto. 
Deglutisco, la gola secca. Depongo il fucile a terra, frugo nello zaino fino a trovare la borraccia. Inghiotto un sorso di acqua rancida. Sovrappensiero, allungo le dita fino a toccare il muro del corridoio. Le ritraggo di scatto, i polpastrelli in fiamme. La pietra del muro è bollente. A toccarla, sembra che qualcuno vi abbia acceso dietro un gran fuoco. Ma gli infrarossi non rivelano la minima traccia di calore. Traffico con le rotelle, aumento e diminuisco l'intensità dell'affare. Il muro rimane freddo. Eppure... Ah! Al secondo contatto, il guanto brucia come uno zolfanello. La gomma si squaglia, impreco mentre la mia pelle ribolle, arrossata. 
Dopo altri dieci metri di corridoio, mi blocco per una seconda volta. Guardo indietro verso il sottile luccichio all'entrata del tunnel. Confronto le dimensioni del corridoio, tiro una bestemmia. Il corridoio si sta restringendo, quelle maledette pareti infuocate si avvicinano sempre più. Stringo i denti – niente ologrammi, se non altro – e tiro avanti. 
La mia spalla struscia per mezzo secondo sul muro, esalando una lunga, bituminosa striscia di cuoio e kevlar bruciato. Il puzzo mi riempie le narici, mi schizza fino al cervello, stimola i centri del vomito. Barcollo con la lingua annegata nel sapore acre del rigurgito. Incespico in avanti. 
Il corridoio si è a tal punto ristretto che devo posizionarmi di lato, avanzare a passo di gambero. Un braccio col fucile puntato in avanti, il torso posizionato di sghembo, con la schiena contratta. Striscio per altri dieci metri, fino a strofinare il mento sul muro. Urlo, l'odore della pelle bruciata che olezza nel corridoio. Mi ricorda una grigliata coi vicini. Ma non sarò io il porco a finire sotto i ferri. Accelero, striscio ormai senza più ritegno stivali e spalline sul fuoco. Il verde dell'uniforme è picchiettato di cenere, sento un'intera spalla ustionata. Pulsa, le vene esposte sotto la carne fritta, squagliata. Sono meno di trenta centimetri nell'anfratto che continuo a chiamare corridoio. Con un'ultima spinta, disintegro bottoni e giubba per passare. Grido animalesco, quando fuoriesco dal buco. – Sì! Cazzo! Sì! – Getto via frenetico la giubba, i resti in fiamme dell'uniforme. Calpesto sotto gli stivali deformati dal calore il visore. Ho nella guancia schegge di plastica fuse nella pelle, mentre il lobo dell'orecchio è un grumo informe, un tutt'uno con il collo. 
Controllo che il fucile a impulsi sia carico, esamino la piazzola in cui sono finito. 
E' una perfetta circonferenza, all'incrocio di due tunnel, uno davanti e uno dietro. Quello dietro è la sottile rientranza cui sono appena fuggito, quello davanti è invece illuminato con lampade a incandescenza. E' bianco, pulito e asettico. Non scorgo ologrammi e al tatto la parete è liscia, senza grammo di polvere. Sbircio all'entrata del corridoio. Non ho molta scelta. O quello, o la rientranza infuocata. Gambe conserte decido per una pausa. Il mio cervello implora una sosta, ma le mani continuano a muoversi, spinte dall'automatismo dell'addestramento militare. 
Estraggono la pistola laser, la smontano nelle sue diverse parti, dal calcio al caricatore. Puliscono la canna, sgrossano dallo sporco le celle di energia. Intanto rifletto. Posso ancora ricordare il mio nome, John O' Connor. Il lavoro sporco come contractor in Repubblica Centrafricana, il successivo impiego come scorta a un divo metallaro nei Balcani. E l'inferno in Afghanistan. Unità di rinforzo del contingente di pace inglese. L'imboscata di notte, il fuoco degli rpg. L'odore di cordite e terra bruciata. L'abduzione dall'alto. Sono come noi, gli alieni, lo sapete? Hanno una testolina grigia e piccola, bassi come un nanerottolo del circo e (quasi) altrettanto cattivi. E come noi, amano giocare. Noi guardiamo alla tivù i wrestler che se le danno di santa ragione e applaudiamo a ogni colpo. Loro ci rapiscono, ci ficcano dentro un labirinto e ci guardano. Ci guardano giocare. Ammazzarci a vicenda come cani rabbiosi. Non è tanto diverso dall'aizzare i galli l'uno contro l'altro. O dai cari, vecchi scontri nelle arene della Roma imperiale. E ci danno tanti giocattoli con cui giocare. Questa pistola, ad esempio. Lo scatto, il grilletto. Tutto motherfucking uguale a una pistola glock. Ma dentro è tutta diversa. E i raggi che spara vaporizzerebbero la testa di una tigre. Vogliamo poi parlare di questo maledetto dungeon? Ogni stanza, ogni corridoio, ogni ologramma: una trappola. Ne ho incontrati altri, nel labirinto. Ho calpestato lo scheletro calcinato di uno spetznaz con Uzi e coltello. Un narcos bianco di cocaina ha perso in successione una gamba, un braccio e quel poco di cervello sotto il mio fucile a impulsi. Feccia. Ci prendono, ci rapiscono. E sanno che non esistiamo, siamo solo cifre di un tabellone. Soldati, donne e bambini che nessuno vede, nessuno conta. 
Tempo di muoversi. Bevo un sorso dalla borraccia, mi getto nel corridoio bianco. 
E se fosse questa l'uscita? 
Un riflesso sugli occhiali antischegge mi fa voltare. Sussulto, poi salto trenta centimetri in alto. Un laser intravisto con la coda nell'occhio nel riflesso del vetro mi saetta sotto la punta dei piedi. Poi ne scatta un altro, stavolta dall'alto in basso come una falce rossastra. Mi getto pancia a terra, sento che sfiora il casco. Una sottile lamina di kevlar cauterizzato rimbalza sul pavimento. Mi rialzo, scruto ansioso il corridoio. 
Un suono sottile, di cavalletta impazzita preannuncia l'arrivo di un terzo laser. Obliquo, dall'alto a destra dritto in basso a sinistra. Mi getto, protendo il corpo in avanti. Passo per pochi centimetri. Sento l'alluce dello stivale puzzare. Cauterizzato fino alla radice. Atterro sul pavimento, rotolo. Zoppico avanti. Sono tre metri alla fine del tunnel. La melodia infernale scampanella per tutto il corridoio. Mentre zoppico frenetico in avanti, il piede mutilato che striscia sul pavimento, mi volto. Il laser ha formato una griglia, giunge a velocità supersonica. Corro, abbandono il fucile. Esco dal corridoio un secondo prima che la griglia arrivi a destinazione. 
Guardo il fucile a impulsi. E' un colabrodo informe di plastica, metallo, cubetti liquefatti. Singhiozza olio sul pavimento immacolato. Continuo a stringere la pistola con mani che ancora tremano dallo shock mentre cogli occhi frugo il nuovo punto d'arrivo. 

***

E' un'aula conferenze dal pavimento in pietra e tredici file di sedie. Due poltrone ergonomiche sono parcheggiate di fronte a un tavolino con una bottiglia d'acqua e tre bicchieri di plastica. Dietro il palco, uno schermo al plasma trasmette un video, il sonoro disattivato. Zoppico nella stanza. Punto la pistola verso lo schermo, ma non osservo reazioni. La cinepresa del video inquadra a mezzobusto un ometto grigio, giacca e cravatta nere su camicia azzurrognola. Trattengo a stento il grilletto, quando mi accorgo che dal colletto della camicia emerge il collo sottile e segaligno di un alieno. Gli occhietti nerastri senza pupilla mi fissano, sormontati dal frinire di due antenne iridescenti.

- Contractor John O' Connor – Annuncia, sfogliando un cumulo di carte tra le chele. – Trentasette anni, dieci in servizio nell'esercito inglese, nove come mercenario indipendente. Bangladesh, Liberia, Serra Leone, Sicilia, Serbia e Montenegro. Abduction effettuata nell'imboscata a nord dell'Afghanistan, nel corso di un'operazione Search&Destroy. Quarantotto uccisioni nel Labirinto, tre prove del fuoco, diciassette trappole superate con pieno successo. Uso del laser: efficacia all'80%. Uso degli impulsi: efficacia al 93 %. Lieve paranoia da stress di guerra. Nessuna addizione a fumo&alcool. Stato psicofisico: eccellente. In virtù del codice del Labirinto la promuoviamo di livello. Ha conquistato il rango di soldato delle forze speciali nel Sas.  –

Un formidabile mal di testa mi martella il cranio con chiodi incandescenti. Grugnisco, poso la pistola laser sulla sedia più vicina. Mi avvicino allo schermo, ci traffico intorno. Col naso a cinque centimetri dal plasma, socchiudo gli occhi. Fisso l'alieno. Boccheggio, il cervello si contorce a negare il fatto. Quella roba lì non è un alieno. E' un omuncolo di plastica anni novanta. Distinguo ora le chele riciclate da un set di Sharknado. L'ossatura dell'alieno è un vecchio pupazzo di ET camuffato con dello spray. Il baluginio all'angolo dello schermo puzza di ritocco digitale da quattro soldi. L'alieno sembra ritrarsi, a vedermi trafficare così vicino. Avverto il cicaleccio delle telecamere nascoste come una prurigine ai capelli. L'immagine sfarfalla, si esaurisce bruscamente in uno zip terminale. Afferro di nuovo la pistola, tolgo la sicura. Scavalco le sedie, le rovescio a farmi spazio. Lentamente giro su me stesso, la pistola puntata. Non ci sono aperture, né porte né tunnel. Il soffitto è pietra dura, cemento colato in blocchi massicci. Nella pietra delle pareti non scorgo intersezioni. Ho il respiro accelerato, il cuore batte un colpo di più a ogni intuizione. E' vero, a diciotto anni compilai un questionario per l'arruolamento. Pretesi di fare il Sas più di ogni cosa. Ma il Sas non getta vecchi contractor in labirinti gestiti da alieni. Non ti danno armi laser da usare in distopici dungeon da videogioco... Non...
Una sezione della parete slitta all'indietro, scivola su rotaie idrauliche fissate al pavimento. Lo scricchiolio dei meccanismi accompagna lo scintillare dell'olio di macchina. Una coltre di polvere sporca l'ultima fila di sedie. Dall'apertura entrano tre soldati con maschere antigas, giubbotto anti proiettile e fucile a impulsi. Un esoscheletro sperimentale potenzia i muscoli rigonfi sotto l'uniforme nera. Stringono le impugnature, tolgono al sicura. Si posizionano a falange nella sala. 
Dietro, emerge la silhouette slanciata di un uomo sulla cinquantina. Indossa una giacca bianco panna in tono con una cravatta rosa. Il viso sorride, le grinze di un intervento plastico su labbra e guance sono in tensione come cerotti su una ferita. Spolvera una sedia, si accomoda con le gambe incrociate. Un sorriso sul volto finemente abbronzato da lampade solari. 

- Signor John O' Connor! Finalmente! Per un attimo, a guardarla saltare il laser del corridoio bianco, abbiamo temuto il peggio –
Sollevo un sopracciglio. – Lei non è del Sas – 

Scatarra una risata cavallina tanto acuta da far male alle orecchie. Fruga in tasca, estrae una maschera di gomma. Ci ficca dentro la mano, la gonfia fino a riempire con indice e medio i buchi per gli occhi. E' una brutta riproduzione di un alieno. Le zanne in gomma, la pelle grigia, le antenne stroboscopiche. – Intendeva Mister Alieno, vero? L'abduction, come lo chiamiamo. Un piccolo scherzo del nostro settore reclutamento. Le reclute sono motivate, se pensano di trovarsi in un labirinto alieno. O no? – 

- Certo le terrorizzate a morte. Ma questo non è il Sas? – 

- Certo che lo è. Questo labirinto è di proprietà del Sas, ovvero della Società Azionaria per lo Svago. In sintesi. Sas. Siamo una multinazionale in contratto con le principali agenzie per il divertimento internazionale. Abbiamo stretto patti decennali con la Disney, Hasbro, Ea games, Ubisoft e in generale con ogni possibile agenzia per il divertimento, specie elettronico. Siamo altresì al servizio dei principali Social network, Google+ escluso. Non avrà pensato certo che fossimo il Sas al servizio della Regina, vero? Quegli straccioni statali non hanno potere da un pezzo, ormai. Il nostro braccio armato è una milizia privata, sissignore. E ne andiamo maledettamente fieri. – 

- Mai sentito di questa... Società Azionaria per lo Svago. Sas. Cosa implicherebbe il vostro coinvolgimento nel Labirinto? – 

- L'abbiamo creato noi, non l'ha capito? – 

- Avete creato un labirinto con trabocchetti e nemici per... cosa? – 

- Per il reclutamento, ovviamente. I principali stati al mondo ci forniscono liste di mercenari e soldati fuori servizio. Tutti con ottime referenze, tuttavia ormai al di fuori delle normali giurisdizioni. Noi li rapiamo e vi gettiamo qui dentro. Siamo al momento in una lontana contrada asiatica, signor O' Connor. Il Labirinto è ancora in costruzione e prevediamo il suo completamento verso il 2036. Ma si è già rivelato molto, molto efficiente. – 

- Ma non è illegale... – 

- Cosa? Rapire normali cittadini? Se lo stato è d'accordo, e non vedo come potrebbe opporsi, è perfettamente normale. Tutta la nostra attuale milizia ha passato il labirinto e scelto di unirsi alla Sas. – 

- Ma i tizi uccisi... – 

Il manager agita la mano, seccato. – Non li nomini. Spazzatura, nient'altro. Li raccogliamo da carceri e slums in tutto il mondo e li gettiamo in questo tritacarne. Le autopsie che ci procurano sono utili per lo sviluppo delle armi sperimentali che lei già impugna, e con notevole maestria aggiungerei. – 

- Ho ucciso bambini e donne... –

- Un bambino europeo ucciso è un'immane tragedia, concordo con lei. Ma un teppistello delle periferie sudamericane è solo una statistica. Lei ha girato il mondo, no? Ha visto e ucciso “cose”. Non si nasconda dietro queste bugie – 

- Ma gli alieni... – 

- Gliel'ho detto, un utile travestimento. Tutti credono agli omini grigi, no? Non possiamo essere soli a quest'universo, bla bla bla – 

- D'accordo. E se accettassi di entrare nella milizia, cosa comporterebbe questo lavoro? – 

- Le solite cose. Destituire dittatori, torturare blogger, bombardare violatori di copyright e proteggere manager di alto livello. Sono sicuro che si troverà a suo agio. La sua paga sarà il doppio dei contractors, il triplo di un soldato regolare e il quintuplo di una guardia di sicurezza. Allora, cosa ne pensa? – 

Rinfodero la pistola, mi ripulisco dal sudore la fronte. 
Scatto in piedi, il corpo dritto come un fuso. 
La  palma della mano sulla fronte, un saluto militare sincero come non ne facevo da anni. 

- Ai suoi ordini, signore! Dove devo firmare? –

Fonte:
L'immagine in copertina è del disegnatore Kukez, presa dal Tumblr Animate me.

martedì 13 gennaio 2015

Il giuoco di miniature di Conan, il reboot di Warhammer Fantasy e altre meravigliose notizie


Allora, al momento sul mio tavolo c'è una lista bella grossa di articoli in fase di progettazione, di recensioni e riflessioni che prima o poi vorrei mettere su carta. Ma complice l'avvicinarsi degli esami e la perdita del mio unico (pseudo)lavoro, i tempi si sono ristretti e non ho tempo per gli articoloni a me tanto cari.

Tuttavia, potevo esimermi dal commentare le ultime news di miniature? Certo che no!
Nuovo anno, nuovi progetti. 
Nuovo anno, nuovi boardgames. 
Nuovo anno, nuovi splendidi capolavori in scala ventotto mm. 
Non posso farci nulla al riguardo: trovo che assemblare, modificare e dipingere miniature rimanga una soddisfazione unica, difficilmente descrivibile.
Alle superiori continuavo a chiedermi quando avrei perso questo “vizio” che a detta dei coetanei era un terribile -ibbile -ibbile segno d'immaturità bambinesca. Poi col tempo mi sono stancato di farmi domande inutili e ho seguito il consiglio del mio secondo baffutone preferito, Nietzsche.



Nel campo di Kickstarter, Conan by Monolith Board Game LLC, è un progetto che aspettavo da un anno intero. Gli sviluppatori sono francesi e l'attenzione ai dettagli è a dir poco sublime. Il gioco ti permette di comandare Conan e i diversi personaggi tratti dai romanzi di Robert E. Howard (Shevatas, N'Gora, Valeria, ecc ecc) in un'epica campagna tra castelli infestati di mostri lovecraftiani, agguati di selvaggi e salvataggi d'ignude donzelle da da giganteschi serpenti. L'aspetto ludico è strettamente connesso alla fedeltà narrativa: il team ha perfino assoldato un esperto delle storie pulp di Conan, Patrice Louinet. Che un gioco da tavolo con "pupazzetti" risulti più fedele a Howard dell'ultimo remake filmico è un ottimo segno di quanto stia progredendo il gioco e regredendo, all'opposto, il cinema Hollywoddiano. Ovviamente, questo non v'impedisce di ricreare gli scontri del buon Milius, ma la scelta di privilegiare la fonte scritta consegna una scelta molto più ampia di giocattoloni ludici, tra pirati, maghi e mostriciattoli. Ad esempio, i Pitti, che nell'immaginario comune sono selvaggi scarni e agili venivano invece descritti da Howard come nanerottoli palestrati. L'effetto è una boccata d'aria, in termini di design. Ah, e c'è quel geniale villain che è Thak! :-D



venerdì 2 gennaio 2015

Il futuro che vorrei


E' mia ferma convinzione che per avere un futuro migliore occorra per prima cosa immaginarlo.
L'immaginazione gioca un ruolo potente quando si tratta d'influenzare le scelte di politici e tecnici.
La gente comunemente accetta che una certa visione, una certa filosofia possa risultare causa dell'azione concreta di un individuo. E' normale per un partito politico o per un movimento attivista riferirsi a un dato pensatore, fare riferimento a un certo ideale di comunità, o di modello.
Niente Illuminismo, niente Rivoluzione francese. Niente teoria, niente pratica.
Le guerre d'idee precedono sempre i conflitti reali. Senza Rousseau, senza Voltaire, senza Diderot non avremmo avuto i giacobini, Robespierre, Napoleone e il nuovo codice civile. Un bel po' di risultati concreti, per degli “intellettuali ammuffiti”!
Le idee, o nel caso peggiore l'ideologia, precedono sempre guerre e cambiamenti.
Si veda al capitolo: guerre religiose.
Si veda al capitolo: prima guerra mondiale.
Si veda al capitolo: guerre per la pace nel mondo.

La fantascienza plasma il nostro futuro. 
Se ammettete che la saggistica, e sì anche la letteratura possano influenzare il Reale (per il semplice motivo che gli uomini reali si rapportano alla realtà inventata di romanzi e saggi per agire) dovete anche ammettere l'importanza della fantascienza.
Lungi dall'essere solo “fuga”, il fantastico influenza il reale.
Immaginando mondi migliori, otterremo mondi migliori.
Criticando distopie in divenire, le bloccheremo sul nascere.
Criticando tecnologie sempre più vacue e schizofreniche, spingeremo verso nuovi, inediti utilizzi.


Sono convinto che molti, se non tutti dei difetti dell'attuale Web 2.0 siano dovuti all'afflosciarsi del movimento cyberpunk. Scomparse le idee, scomparsa l'audacia anarco-aristocratica di voler immaginare qualcosa di più che l'ennesimo parco giochi capitalista, Internet è decaduta rapidamente. Vogliamo davvero parlare dell'esplorazione spaziale? Scomparso il pungolo delle astronavi e del brivido della scoperta, la Nasa è marcita in progetti sempre più inconcludenti, dilaniata dall'assenza di fondi.
Non dobbiamo disperare. Gli esempi positivi continuano a superare gli esempi negativi. Cory Doctorow, sia pure nel suo insopportabile buonismo1, è uno scrittore che ha fatto molto per la Rete. Leggere X alle attuali generazioni sarebbe d'obbligo per maturare un uso della tecnologia se non consapevole, quantomeno più fruttuoso dell'attuale zapping tra Facebook e Youtuber d'accatto.
Senza trascurare i tanti, tantissimi modi in cui s'immaginava la realtà virtuale negli anni novanta, o quale gigantesco debito di riconoscenza abbiamo verso gli schermi sottili, minimalisti di buona parte della fantascienza dagli anni sessanta, 2001: Odissea nello spazio in poi. Il touch screen non è fondamentale. Come non lo sono molti degli accessori, dei giocattoli con cui ci gingilliamo nella vita di ogni giorno. Star Trek ci ha messo lo zampino, ammettiamolo.2

Nell'ultimo decennio tuttavia, il meccanismo s'è incartato. Le distopie incutono orrore più per l'incapacità degli scrittori che per lo scenario distopico raffigurato, mentre la fantascienza “ottimista” ormai si risolve nello Young adult supereroistico. Non basta vestire la gente di grigio, mostrare qualche poliziotto antisommossa e un paio di uniformi militari, per poter dire “è distopico”. 3 Bisognerebbe al contrario sentire l'aura di disperazione del setting, mostrare (non raccontare!) torture e fucilazioni di massa, diabolici aggeggi di surveillance e polizie segrete.
Inoltre il continuo richiamo a 1984 risulta ormai superato. Il mondo contemporaneo è molto più vicino a Il mondo nuovo, di Huxley, piuttosto che alla dittatura ipertrofica e burocratica di Orwell. Il sovraccarico dell'informazione, l'apatia delle masse erano pericoli chiaramente immaginati da Huxley.



Kevin Kelly è stato il cofondatore della rivista Wired, oltre a scrittore attualmente di grande successo. In italiano è uscito tradotto il suo ultimo libro, Quello che vuole la tecnologia (2010).
Non conosco il personaggio a sufficienza per giudicarlo. Non ho letto i suoi libri, ma leggo il suo blog, che sebbene aggiornato raramente contiene spunti interessanti. Non condivido il suo ottimismo verso la tecnologia di qualunque genere, specie nei confronti dei progressi dell'ultimo decennio. A questo proposito, risulta illuminante citare Sterling:
Nel settore della musica, della letteratura, dell’arte, dell’intrattenimento, della cultura in generale, nell’editoria, nel settore militare, nel giornalismo, nella politica, nel settore produttivo... Sostanzialmente, in tutti i contesti possibili ed immaginabili... Ad eccezione della finanza, della sanità, della legge, del business delle carceri e di alcuni settori militari... Il che spiega perché pochi privilegiati sono pieni di soldi mentre la maggior parte degli esseri umani, quelli che secondo la leggenda metropolitana avrebbero beneficiato della rivoluzione digitale, faticano a sbarcare il lunario. Confermo: le nuove tecnologie sono dirompenti: non fanno prigionieri. (...) Nessuno si rende conto di quello che abbiamo perso. I vantaggi sono minimi se consideriamo tutto quello che ci siamo bruciati negli ultimi anni. La situazione cambia rapidamente... Il passato prossimo viene immediatamente ignorato perché... passato, vecchio, andato. Tutti sbavano per la nuova frontiera elettronica. Nessuno si preoccupa della foresta che abbiamo raso al suolo con le seghe elettriche e gettato nei fiumi per fare spazio al nuovo. E l’idea che il “nuovo” sia sempre “meglio” è una favola pericolosa. Quando m’imbatto in gente che dice “usiamo la tecnologia per migliorare il mondo” specie in posti come SXSW, li guardo con compatimento. Non tanto perché sono ipocriti, ma perché la loro ingenuità infantile mi fa quasi tenerezza. Questa gente non comprende che il mondo presenta aspetti tragici, non capisce che la tecnologia non è la soluzione. In molti casi, è parte del problema. Le cose non migliorano. Il mondo è pieno di deserti. Dopo la mezza età, il declino metabolico degli individui accelera. E’ dal 2008 che la situazione va peggiorando e la tecnologia, per certi versi, ha accelerato la crisi. Le strategie dell’austerity hanno miseramente fallito. E’ persino peggio del panico! Oggi, nel 2013, ogni aspetto delle nostre esistenze è deteriorato: il livello della cultura è peggiorato. I governi sono peggiorati. Le infrastrutture sono in evidente declino. Il business è peggiorato. Nella Silicon Valley, un mucchio di gente vive per le strade. Anche per quanto concerne la moda, la situazione è grama. Se non altro, abbiamo tutti perso qualche chilo... Sono tempi difficili.

Sono d'accordo con Sterling che abbiamo perso più di quanto guadagnato. 
Forse col tempo la situazione tornerà a riequilibrarsi, ma per il momento resta fosca. E' inoltre profondamente irrazionale aspettarsi che magicamente i problemi causati dalla tecnologia vengano risolti dalla tecnologia stessa. 4

Kevin Kelly, a ogni modo, fedele all'idea che la fantascienza influenzi le invenzioni dell'uomo, e l'agire degli scienziati, ha voluto lanciare un appello: cento parole per descrivere un futuro che vorreste tra cent'anni. Il futuro doveva obbligatoriamente essere:
  • Positivo, senza risultare utopico. Un futuro possibile, per quanto sia difficile crederlo. Kevin Kelly infatti si definisce “a protopian” (bellissimo termine, per altro!)
  • A favore del progresso: il futuro da voi desiderato non deve consistere nel tornare “indietro”. Al contrario, il progresso tecnologico deve continuare a piccoli passi, con i suoi difetti, ma anche con i suoi vantaggi. Va da sé che per Kevin Kelly i vantaggi superano sempre i difetti, asserzione di fede sulla quale non sarò mai, mai d'accordo!
  • Un futuro credibile, senza balzi fantasy troppo arditi (niente stronzate hippie come “vivremo per sempre nell'armonia e nella beatitudine dell'era dell'acquario”, grazie!)
Al vincitore di queste cento parole per descrivere il nostro futuro sarebbero andati cento dollaroni!
Piccola parentesi: è triste che persino in questi piccoli concorsi in America si premi il vincitore, invece che farlo lavorare gratis qual'è la moda in Europa. Un concorso col premio di novanta euro sarebbe un'autentica utopia in Italia! (O piuttosto un futuro desiderabile...)
La sfida è comunque dura, durissima d'affrontare. Posti sulla carta, facciamo davvero fatica a immaginare un futuro che non consista in qualche rinuncia al life style del secondo dopoguerra.
Il ritorno all'antico è una tentazione fortissima sul piano teorico, sebbene difficilmente attuabile nella realtà. Per esercizio teorico, io ho buttato giù questo schizzo:

2115. Frammentazione dello stato-nazione in realtà regionali autogestite, in continua cooperazione/competizione. Scomparsa dei mezzi di trasporto individuali. Sfruttamento dell'energia solare. Scomparsa dell'aereo a favore di ferrovie transoceaniche. Sovrappopolazione rediretta verso gigantesche colonie fluttuanti nello spazio. Scomparsa del concetto di proprietà individuale rimpiazzato dall'idea dell'accesso. Esempio: il giardino di casa non è tuo, ma io comunque non ci cammino sopra perché non ne ho l'accesso. L'accesso è regolato dal “dono” e dalla consuetudine. Grazie alla mia “cortesia” e a doni che presuppongono altri “doni” in risposta, ricevo l'accesso al tuo giardino. Conseguente scomparsa sia del denaro, che del suo “accumulo”.
Un'economia basata sull'agire cortese.

Se volete, perché non mi commentate quale futuro vorreste?
Cercando se possibile di evitare sia la barzelletta, che l'utopia assolut(ist)a.
Ricordate: cento parole per un futuro tra cent'anni.
Ovviamente l'appello di Kevin Kelly è terminato da un pezzo, ma sarebbe interessante sentire cosa proponete. Non preoccupatevi di suonare troppo ridicoli, temo che già la mai idea di futuro faccia ridere da qui all'eternità, specie i miei arcigni colleghi che studiano economia all'università...
Una volta che avrete commentato, inserirò man mano le vostre risposte sotto questo spazio.
Aggiungerò anche Blog/pagina Facebook/Sito, se siete tra gli affamati di Seo e visite :-D

***
"Da quel poco che vedo e leggo, e da questo tuo post, direi che stiamo vivendo nell'era del "far fare". Abbiamo per tanto tempo ambito a quel futuro che ci era stato promesso nel quale le macchine avrebbero fatto il nostro lavoro a tal punto che oggi diamo in pasto a qualsiasi cosa contenga un microprocessore ogni aspetto della nostra vita.Abbiamo qualcun'altro che fa le cose giuste, qualcun'altro che sbaglia, stiamo dando corpo e anima al bisogno di trovare un colpevole, un elemento esterno, che viva al nostro posto. Google cerca per noi, il gps viaggia per noi, il tablet accumula per noi cose che non leggeremo mai, abbiamo trovato chi fa "il lavoro duro" in modo che noi si possa fare altro.Peccato che abbiamo dato via proprio la nostra vita, tenendoci il tempo per rimirare il vuoto che rimane quando ciò che conta, e che richiede sempre uno sforzo, lo fa la macchina che abbiamo pagato." Matteo Poropat - Blog - La tana dello sciamano. 
Di seguito ho tradotto alcune delle proposte elencate sul blog di Kevin Kelly.

Nuove fonti d'energia 

Energia solare e da fusione hanno eliminato l'energia dalle considerazioni pratiche. Grazie all'automazione, solo il 20% della popolazione è occupata, principalmente in lavori creativi. Il PIL mondiale è cresciuto esponenzialmente, rendendo praticabile per i governi fornire una vita confortevole senza la necessità di lavorare. Vasti progetti stanno riparando il danno ecologico. Africa e il Medio Oriente si stanno rapidamente sviluppando agli standard del resto del mondo. L'educazione è stata riprogettata per aiutare le persone a raggiungere soddisfazione nella vita e ad apprezzare la gioia dell'imparare. Scoperte nella natura della motivazione hanno permesso di sviluppare intelligenze artificiali che abbiano una vita ricca per tutti come obiettivo primario.
– Douglas Summers-Stay

2030: L'ultimo edificio costruito su energie non rinnovabili e politica fiscale crolla all'emergere di una nuova intelligenza globale. Abbiamo il vento nelle nostre vele. Bilioni di persone muovono rapidamente dall'essere schiavi del salario a partecipare in un'economia decentralizzata, sostenibile, opt-in che fornisce loro il tempo d'innovare e sostenere dal basso uno tsunami di soluzioni. 2060: la biodiversità fiorisce. La coscienza è sotto il nostro pieno controllo. Puoi fisicamente vivere su Marte, Antartide, Nuova Atlantide o la cintura degli asteroidi. Molti scelgono una vita nella mente dei server distribuiti e vivono secoli in una settimana. 2090: annoiarsi è impensabile. Popolazione conscia: 10^20. Bioma restaurato. 2114: inizia la Seconda Terra. – Luke Cockerham.

L'alba dell'intelligenza artificiale

Mi preoccupavo non sarei mai stato benestante quanto i miei genitori. Non mi aspettavo questo. La chiamiamo "L'Età dell'Euforia". E' sopra ogni limite, ma è una buona descrizione di cosa succede quando sostituisci il giudizio umano con l'ottimizzazione algoritmica. Ci volle un po' ai sistemi per auto-aggiustarsi. Andai nel panico quando il mio dottore venne rimpiazzato da un'app. Il denaro divenne presto scarso. Ma c'era sempre abbastanza da mangiare, tuttavia. L'aria divenne più pulita; Internet e il servizio di trasporto (via Amazon) divennero ancora più veloci. Abbiamo smesso di preoccuparci di cosa fare. E abbiamo iniziato a guardare in che modo vivere la nostra vita. Insieme. – Andy Hickl.

L'immortalità ha spostato l'attenzione dagli obiettivi a breve termine, a obiettivi a lungo termine. Una nuova era di responsabilità è sorta. Modificazioni del corpo e ringiovanimenti erano solo a un passo di distanza (nuove opzioni esotiche erano disponibili sul mercato) e tante persone iniziarono a cambiare aspetto settimanalmente, per stare al passo con le ultime mode. Ciò ha reso nulle le abitudini passate di giudicare a seconda di razza e sesso; ora distinguiamo le persone solo dall'abilità e dall'esperienza. Da quando i robot coltivano il cibo di cui abbiamo bisogno e costruiscono le nostre case, ci siamo riuniti in gruppi tribali di nostra scelta con forme di governo indipendenti scelte da noi. Gli umani erano liberi d'immaginare e creare mondi utopici con più arte e ricerca che mai prima d'ora. – Jean Rintoul

Il cibo è lo stesso, ma non è costruito geneticamente. Viaggiare in aereo è diventato estremamente costoso. Le Compagnie fanno soldi dallo squilibrio nell'informazione al vendere segreti. I consumatori pagano per preservare le loro esperienze e condividere dati sulla loro vita segretamente e in privato, e pagano per gadget che permettano loro di processare più dati contemporaneamente (o in altre parole di essere un super uomo). Un'incubatrice per start up diventa l'università numero 1 nel mondo. I guidatori devono abilitare il pilota automatico sull'autostrada. Una compagnia di gadget intelligenti possiede il 50% del traffico dati nel mondo. Senza faccia-a-faccia o voce, è difficile dire se la persona con la quale stai interagendo è un robot o un umano. – Jackie Lee

Internet e graffiti

Quando avremo “l'Internet delle cose” e sensori onnipresenti, ecco un piccolo uso che potrebbe riscaldare il mio cuore: anti-vandalismo. Considera i graffiti: prima di tutto, gli spray non funzioneranno su una superficie, se non hai il permesso del possessore di quella superficie. Se qualche giovane punk in qualche modo riesce a tracciare un paio di graffiti, la sua identità è catturata, e sente, per nome, che è stato multato. A un secondo tentativo, non solo la sua multa si moltiplica, ma uno sciame di droni spara-vernice traccia graffiti sui suoi capelli, sul suo corpo, sui suoi vestiti, sulla sua borsa, e sulla sua moto. - Rodney Offman

Dormo di solito con il mio impianto addosso. Permette che i miei sogni si mescolino con quelli dei miei amici, diluendo l'ansia, aumentando la creatività. Mi sveglio naturalmente, pieno di energia, eccitato dall'idea d'iniziare la mia giornata. Il mio impianto si chiude automaticamente per la mia toilet mattutina. Cucino la colazione alla solita, vecchia maniera. Bollire un uovo, spremere del succo fresco. Il pane che ho fatto ieri possiede ancora una magnifica crosta croccante. Apro il mio impianto, ascoltando quello che i miei amici stanno creando, di che cos'hanno bisogno e aggiungendo un paio delle mie personali aspirazioni. Quindi prendo i miei strumenti e ci mettiamo tutti al lavoro. – Steve Hoefer.

Una nuova umanità

I sopravvissuti al cambio climatico, dal cuore spezzato per la massiccia morte di massa, sono il pool genetico per la nuova fase evolutiva dell'uomo. Nell'adattarsi a un ambiente ostile, l'inclinazione latente alla compassione e alla generosità diventano tratti ereditari. Sistemi, cultura, commercio, e governo hanno lo scopo esplicito di fornire un bene comune per tutti. Condividere la propria conoscenza è riverita come la più celebrata propensione umana. Questo risulta in una corteccia cerebrale consapevole di sè stessa: l'umanità funzionante come neuroni, reti di un sistema nervoso. Gli scienziati imparano a programmare la conoscenza umana su fluttuazioni quantiche che possono sopravvivere il calore mortale dell'universo, nonostante per quale fine rimanga un enigma. – Alan Chamberlain.

La visione di Kevin Kelly

2121. Popolazione 4 bilioni: 85% urbano. Boom delle città, le periferie si svuotano e lottano per non scomparire. Acri di agricoltura ridotti con l'uso degli Ogm. La natura è monitorata quantitativamente: le aree verdi aumentano con l'ingegneria genetica. Energia solare, nucleare, piccole centrali generano energia a basso costo. Adattamento al cambio climatico. La nuova maggioranza è borghesia media, in grado di viaggiare globalmente. Piloti computerizzati rendono il viaggio per tutto il globo comune internazionalmente. Turismo ecologico e storico sono la fonte primaria per i più poveri. I robot prendono possesso degli ultimi lavori di fatica in Asia e Africa. Internet di tutto prosegue fisicamente. Biblioteche universali ed educazione accessibile a ogni età gratis per tutti. Tutti gli esseri umani sulla rete sempre. Interfacce per il cervello, indossabili. Monitoraggio onnipresente. Quantificazione per la medicina personalizzata. Tecno-alfabetizzazione (gestione) delle competenze obbligatoria. – Kevin Kelly

***

Ho scelto questi esempi perché li trovavo i più interessanti.
Kevin Kelly ci azzecca abbastanza, per quanto l'idea di una borghesia creativa in eterno movimento affiancata dalle classi basse che lavorano col turismo sia una visione deprimente. Abbiamo la divertente nonchalance con cui Chamberlain affronta l'idea di una morte di massa, come parte necessaria di un futuro piacevole (!!!). La chiesa Pro-Facebook (o pro-Twitter) colpisce ancora, con un futuro con impianti che ti mettano in diretto contatto con le sensazioni dei tuoi “amici”. Brr.
Offman ha chiaramente visto Demolition Man troppe volte e altrettanto chiaramente deve avere qualche risentimento verso i punk, che per inciso non tracciano i graffiti, quelli sono i graffitari!
Jackie Lee traccia un futuro abbastanza credibile, tanto di cappello. Anche Rintoul traccia un futuro tecno-primitivo molto piacevole, che tutto sommato non mi dispiacerebbe. Per altro il tribalismo è già un fenomeno diffuso d'almeno un decennio, che piaccia o meno.
Andy Hickl invece fa affidamento sulla matematica e sull'imparzialità delle macchine. Impossibile giudicare una fiducia così religiosa nella tecnica.
Luke Cockerham infine gioca (quasi) sull'onirico, ma la fiducia nel crowdfunding è bene riposta, a mio parere. Inoltre la suddivisione per date trasmette un'efficace visione del futuro per gradi, lasciando come ogni buon narratore il meglio all'immaginazione del lettore.
E voi? Quali sono i vostri preferiti?

Fonti:
The Technium – Il sito di Kevin Kelly.
Nel futuro di Kevin Kelly non so come tradurre il termine co-veillent. Qualche idea?
Un'intervista in italiano trovata per caso – Kelly dovrebbe farsi una bella chiacchierata con un certo Foucault. Imparerebbe che è in ultima analisi il potere dominante a detenere le redini della tecnologia, anche di quella “rivoluzionaria”.

1. Se non mi credete provate a seguire Cory Doctorow via Twitter. Vi si cariano i denti dopo due giorni, se non meno...

2. Un testo che sembra interessante a questo proposito sembra essere “Make It So: Interaction Design Lessons from Science Fiction”. Prima o poi dovrò leggerlo.

3. Un certo coff coff (tossicchiare imbarazzato) … Hunger Games … coff coff

4. Vedasi i menefreghisti sull'ambiente. – Sì, la situazione dell'ambiente è disperata, ma la scienza ci aiuterà, basta aspettare... La clonazione per le specie minacciate... Quando arriverà... Basta aspettare... Sì, la crisi economica è grave, ma vedrai i social network ci salveranno, Internet aprirà nuove meravigliose opportunità... – Il bello brutto è che in quest'ultimo caso i social&compagnia sono arrivati, ma non hanno portato assolutamente nulla. Anzi, hanno aggravato inutilmente un divario già ampio. Un ottimo esempio di eterogenesi dei fini!

lunedì 29 dicembre 2014

Lancia in resta verso il 2015!


Per i blogger il Natale è una gran festa di statistiche, resoconti dell'anno appena trascorso, masturbazioni sui migliori post dell'anno senza dimenticare i listoni nello stile del catalogo dell'Ikea su cosa comprare, su cosa evitare, su cosa boicottare, su cosa dovete-assolutamente-avere.
Per carità, è normale. 
E' normale voler tirare le somme, così com'è normale voler prendere posizione a tutti i costi su quello, o quell'altro argomento. Quindi via di post – non darei loro la dignità di articoli – sul perché il Natale è una festa consumista, sul perché non lo è, sul perché il Natale può essere festeggiato solo se sei 100% purissimo cattolico maschio bianco benestante. Senza dimenticare le consuete apologie del regalo, dal ricatto morale al rimprovero della povertà (sei tirchio, allora? Sei tirchio?? Sei tirchio???).

Un blog microscopico :(
Da giugno/luglio 2014 ho cambiato marcia al blog. 
I due migliori rappresentanti di questo cambiamento sono le due guide di Jess Nevins, tradotte e rielaborate per renderle un minimo comprensibili a tutti. Jess Nevins, nel suo ambito, è un uomo geniale. Tuttavia le sue guide sono brutte&scomode: niente più che annotazioni a margine redatte su un foglio bianco, arricchite e occasionalmente corrette da un grande stuolo di esperti e fan.
La pubblicazione della guida in occasione programmata con la pubblicazione dell'edizione italiana di Nemo, le rose di Berlino è stato un buon esempio di quel genere di serietà che mi piacerebbe replicare. Articoli scritti perché servano anche ai lettori, che non si limitino a un – sacrosanto, intendiamoci – catalogo di punti di forza e difetti. La traduzione dal tedesco delle vignette è stato linkato da due diversi forum di fumetti e in generale sono piuttosto soddisfatto dal risultato complessivo. Ringrazio a questo proposito Magoz, del forum comicus.forumfree.org. (Aggiornamento 30/12/2014 Sono riuscito a trovare anche il secondo Forum! E' www.dcleaguers.it/forum. Ringrazio l'utente "Paolo Papa" per il link). 
In agosto, mentre studiavo&sudavo sotto un sole cocente, mi sono messo sotto a programmare il blog per settembre/ottobre 2014. Abituato a pubblicare articoli “sul momento”, mi sembrava una cosa assurda, ma statistiche e commenti mi hanno smentito. L'articolo su Harry Potter è stato un buon colpo, sebbene sconfiggere la fan base della Rowling sia impresa degna di un Titano.
Ho anche ricevuto il mio primo commento trollone! ^___^



Le mie critiche a Harry Potter non sono tuttavia di carattere tecnico, ma squisitamente filosofico. Mi piacerebbe definirmi Mooriano, nel senso che alla rilettura delle avventure del quattr'occhi magico ho alternato la rilettura della lega degli straordinari gentlemen (2009) che mi ha decisamente influenzato in stesura di recensione. Ovviamente citare Alan Moore non va più di moda da quando ha dichiarato la sua avversione per i supereroi, quindi suppongo conti poco...
Per altro Harry Potter ha grandi pregi, che sarebbe stupido negare. “Demolire” un libro non era e non è nelle mie intenzioni, la demolizione lasciamola alle costruzioni in muratura...

L'articolo su Ufo Robot Goldrake è stato un altro gran bel successo. L'ho scritto in agosto, più volte riscritto e incredibilmente pur essendo un articolo lungo (orrore!), con poche immagini (doppio orrore!), con citazioni lunghe un braccio (triplo orrore!) ha raccolto 56 mi piace nei due giorni di pubblicazioni. Non mi era mai successo di vedere il pollice di Zuckenberg salire tanto velocemente.
Non l'ho spammato da nessuna parte e non conosco nessuno di quei 56 mi piace, per cui vi ringrazio, misteriosi condivisori. Per altro, alcuni mesi dopo l'articolo è stato anche citato come fonte affidabile da Riccardue in una discussione sul venerabile forum GoNagaiForumfree!

Ma forse l'articolo che stranamente più mi ha soddisfatto quest'anno è stata la recensione dell'ottimo saggio su Bioshock di Filippo Zanoli. Senza dubbio devo recuperare altra saggistica videoludica dalla collana Ludologica – per il momento quello che ho letto mi ha soddisfatto molto.
L'articolo è stato segnalato sul sito ufficiale dal Bittanti (“un blogger triestino”), segnalazione che assolutamente non mi aspettavo, ma che mi ha fatto molto piacere. Per chi legge il blog da un po' il mio fanboyismo per il Bittanti non è certo una novità, quindi capirete la mia soddisfazione.

Pensando alle letture dell'anno appena trascorso mi viene da dire che il livello si è mantenuto sulla media. Di romanzi fantasy e di fantascienza ho letto tanta bella roba, nulla tuttavia di eccezionale. Questo non dev'essere per forza un male; preferisco leggere tre libri buoni e un libro brutto, che tre libri brutti e un capolavoro. Non so se rendo l'idea. Certo, nulla vieta di leggere quattro capolavori e nessun libro brutto, ma in quel caso vi auguro tanta fortuna. 
Di fantasy continuo ad apprezzare la traduzione di Sapkowski, che ricordiamocelo prima di criticarlo a testa bassa, è disponibile altrimenti solo in polacco. Dunque prima di azzoppare le vendite recensendolo negativamente solo per sentirsi “fighi” pensateci un attimo, grazie. Se negli ultimi libri il fascino del folklore polacco è scomparso a favore degli intrighi politici alla Gheim ovv Tronss, il nuovo capitolo della serie dovrebbe ripristinare gli equilibri già dal titolo, La Torre Della Rondine.

Dovrebbe concludersi questa primavera – e se la Bao sarà veloce nella traduzione in estate per noi – la trilogia dei “libretti” di Janni Drakkar, la figlia di Nemo. Una piratessa anziana intraprende un ultima avventura in Amazzonia, tra nazisi Oops, intendevo Tomaniani! Secondo Moore sarà il fumetto avventuroso per eccellenza. Non credo sarà nulla di che, come non era nulla di che Nemo, le rose di Berlino, ma rimango terribilmente curioso.

Quest'anno ho provato pochissimi videogiochi. 
Mentirei se dicessi perchè troppo impegnato con lavoro o studio. La verità è che il salto generazionale delle nuove console ha definitivamente superato il mio portatile, che nel frattempo avrebbe anche bisogno di una nuova batteria e probabilmente di chissà quante altre cose. Di conseguenza sono riuscito a giocare solo roba indie, scoprendo tuttavia perle che non avrei altrimenti considerato. Ricordo con soddisfazione Banner Saga, Transistor e le diverse serie della Telltale. Il premio tuttavia lo do senza problemi a This War of Mine, che è un videogioco da evitare se depressi, ma da provare assolutamente se si vuole qualcosa di diverso. 
E' incredibile come con una semplice struttura da casa di bambole e un gestionale attento con luci e ombre gli sviluppatori siano riusciti a impattare emotivamente sul giocatore in maniera devastante. Stando ad alcuni articoli che ho letto, sia in Shadow of Mordor, sia in Watchdogs si è finalmente riusciti a togliere “l'anonimo” dal volto del nemico ucciso, che assume pertanto una sua (debole) personalità. L'uccisione del nemico così non si limita al superamento di livello, o alla ricompensa (quanti punti esperienza?) ma cerca di far capire al giocatore le conseguenze del suo atto. A mio parere è un punto importante, che non è detto sia per forza disgiunto dal videogioco. In This War of Mine il combattimento porta sempre al lutto e inevitabilmente alla tragedia. Eppure, si è costretti al combattimento... Se si vuole sopravvivere. Il gioco di conseguenza mostra chiaramente che non sopravvivono i buoni, ma i più adatti alla sopravvivenza, che spesso sono manipolatori, assassini, malviventi. La guerra sui civili di conseguenza diventa terribile non solo per i suoi effetti più banali – uccisioni, fame, bombardamenti – ma per quanto i civili sono costretti a fare per sopravvivere.

La saggistica si è rivelato quest'anno invece ricca di letture interessanti. Non credo d'aver mai letto per puro interesse personale così tanti saggi, pertanto raramente annoiandomi. Non dispongo ancora di sufficienti testi per buttar giù una personale bibliografia sull'Austria-Ungheria, ma ci vado vicino.
Scoperta singolarissima inoltre Alain de Benoist, sostanzialmente attraverso la segnalazione di un professore che ne ha parlato tanto male da spingermi a leggerlo. Quello che si dice un'azione controproducente! De Benoist è riuscito nell'impresa unica di spiazzarmi: è davvero difficile classificarlo in categorie precise. E' un filosofo interessato maggiormente alle idee che alla loro posizione culturale o politica. Una posizione che l'ha portato ad alcune fusioni singolari, che suonano “strane” culturalmente, ma che sono sensate sul piano razionale. Attualmente ad esempio è approdato su posizioni terzomondiste che l'hanno felicemente emarginato anche dagli ultimi conservatori che lo sostenevano – rimane nel suo limbo incompreso, allegramente citato a sproposito. 

Prendiamo ad esempio “Come si può essere pagani” il suo testo che finora mi è piaciuto di più. Scritto nel pieno del suo Nietschianesimo è un saggio formidabile intellettualmente, ma con cui a tutti gli effetti smerda un po' tutti: i neopagani vengono ridicolizzati, i liberali pure. Ma il testo assume una posizione antagonista proprio contro i cristiani – è un testo che Nietzsche approverebbe nel senso che pone l'uomo con le sue potenzialità al centro di tutto, rifiutandosi testardamente di sminuirlo, di togliervi potenza per darla a qualcun'altro, in quest'ovvio caso a un Unico Dio. Gli dei greci provenendo dal mondo non vi sono estranei, come non sono estranei all'uomo: sono dei umanizzati, che considerano l'uomo come una creazione che può liberamente giungere a eguagliarli, se non detronizzarli. Non c'è nessuna posizione fissa, ma un continuo scorrere di forze, come direbbe Eraclito. E' una mia idea che de Benoist con questo saggio si è dato la proverbiale zappa sui piedi, perchè s'è alienato le simpatie anche delle diverse fasce di tradizionalisti e conservatori, che da buoni cristiani non hanno gradito un testo tanto provocatorio. A completare il quadro, de Benoist riesce anche a separare il paganesimo dal semplice godere casereccio che spesso vi è assegnato, che si traduce spesso e volentieri in disordinate feste dionisiache o nel naturalismo esasperato di molte sette ambientaliste. Ah, senza dimenticare (ovviamente!) che punzecchia marxisti, tecno guru e filo-americani. Zero compromessi, zero salamalecchi. Non sono d'accordo con tutto, ma tanto di cappello per il rigore argomentativo.
E visto che la critica usuale a Come si può essere pagani è di voler formare “un'aristocrazia nazista” (LoL!) mi permetto di citare una porzione dell'intervista in calce al saggio:
La posizione di de Benoist a questo proposito mi sembra ben argomentata.

Alcuni critici del neopaganesimo, seguaci della reductio ad hitlerum, denunciata tempo addietro da Leo Strauss, sostengono che il nazismo può essere interpretato come un grande movimento pagano del XX secolo (diventando, i neopagani, improvvisamente neonazisti!). Qual'è esattamente il rapporto del nazismo con la religione?

La favola di un "paganesimo nazista" non ha cessato di essere alimentata da alcuni con palesi fini propagandistici. L'esaltazione degli "antichi Germani" sotto il III Reich sembrava convalidarla, mentre non aveva che un carattere puramente nazionalista e non aveva un significato più "pagano" dell'esaltazione di Vercingetorige sotto il regime di Vichy.
Il nazismo è innanzitutto un puro prodotto della modernità. (...) Il suo motto (Ein Reich, Ein Volk, Ein Fuhrer) con la sua insistenza sull'Uno deriva chiaramente dal "monoteismo" politico. Nato in Baviera, terra cattolica per eccellenza, il partito nazista, sebbene meno monolitico di quanto si potesse pensare (il Fuhrerstaat era sotto tanti aspetti una policrazia) secolarizza inoltre il concetto cattolico dell'istituzione. Si presenta come una Chiesa diretta da un papa debole (il Fuhrer), con il suo clero (i funzionari del partito), la sua elitè di "gesuiti" (la SS), le sue verità dogmatiche, le sue scomuniche, le sue persecuzioni contro gli "eretici".  


E per il 2015? 
Il primo, prudente avviso è che partirò col freno a mano. 
Non aspettatevi tanti articoli per almeno i primi due mesi, gennaio e febbraio, perché sarò occupato a farmi macellare dal Leviatano Universitario. Farò del mio meglio, ma non prometto nulla. Preferisco un articolo ogni due settimane fatto bene a un articoletto inutile al giorno. Certo, nè i commentatori nè le statistiche sembrano saper distinguere tra le due tipologie, ma vabbè, io ci provo. 
Idealmente, rispettivamente per tematiche e tipologia ho le idee abbastanza chiare... Come sempre il vero dilemma è trovare il tempo per scrivere! Non mi azzardo pertanto come negli anni trascorsi a promettere articoli nello specifico. Piuttosto ho ripulito questa vecchia vignetta del mitico Heavy Metal e ho disegnato una lista, sia per tematiche (primo baloon) che per tipologia (secondo baloon).


Vediamo come andrà... Sono pessimista verso questo nuovo anno.