lunedì 7 marzo 2016

J. R. R. Tolkien: Autore del secolo, di Tom Shippey.


Difendere Tolkien vuol spesso significare difendere il Medioevo: i critici favorevoli all'autore anglosassone se non percorrono il viottolo spicciolo dell'interpretazione cattolica, preferiscono il rurale, la campagna, quel medioevo certo così violento, eppure così incontaminato.
In realtà, è Tolkien stesso a specificare nel Signore degli Anelli il suo amore per gli oggetti creati dall'uomo, per le invenzioni belle, ma ingegnose, per l'artigianato così come per l'industria.
Gli anelli magici, che siano elfici, dei nani o degli uomini sono in primo luogo tecnologie, manufatti di artigianato che vengono creati e forgiati grazie all'abilità di un artista inventore, quale Celebrimbor.
In occasione del compleanno di Bilbo, i giocattoli dei nani sono considerati “meravigliosi”, al punto che i giovani hobbit “scordavano di mangiare”, perché sono oggetti di natura meccanica. Come chiaramente spiega il narratore onnisciente, la grande capacità ingegneristica dei nani permette giocattoli semoventi, parzialmente automatizzati.
Saruman, in tal senso, non è cattivo perchè usa la tecnologia; al contrario, perchè la usa eccessivamente, sfruttandola all'esagerazione, pervertendola allo solo scopo militarista.
E' l'(ab)uso della tecnica, l'incriminato per Tolkien.
Tom Shippey, in J. R. R. Tolkien autore del secolo (XX, si intende...) argomenta in modo magistrale questo punto:
La prima interpretazione è sicuramente l'ingegnosità meccanica, un artigianato che si trasforma in abilità ingegneristica. Barbalbero dice di Saruman che ha “un cervello fatto di metallo e ingranaggi”: i suoi orchi impiegano una specie di polvere da sparo al Fosso di Helm; e in seguito usa contro gli Ent qualcosa di molto simile al napalm, forse (secondo le memorie belliche di Tolkien) un Flammenwerfer. Dal punto di vista etico tutto questo potrebbe rimanere neutro, e Tolkien ha sempre avuto nella sua vita una forte simpatia per i comportamenti creativi (si pensi alla forgiatura dei Silmaril e “l'amore per le cose belle costruite dalla mano e dall'ingegnosità e dalla magia”, il “desiderio dei cuori dei nani” che Bilbo comprende per un istante ne Lo Hobbit).

martedì 1 marzo 2016

Providence 02: The Hook, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Sono da tre mesi che leggo Providence nella edizione in volume proposta dalla Panini Comics, che raccoglie le prime quattro storie di una serie di dodici tutt'ora in svolgimento.
E continuo a sorprendermi.
Sono come un minatore con una piccozza e una lanterna, che scoperto un filone continua a scavare, e scavare e scavare... all'infinito. Esagero, ma la quantità di materiale che è possibile trarre anche solo da questo secondo numero di Providence, The Hook, è incredibile.

L'elemento orrorifico, inteso come spavento puro e semplice del lettore, è presente: anche a una lettura sfogliata, disattenta, saltando qui e lì le nuvolette di dialogo, si fanno di certi balzi sulla sedia... Lo spavento non è confinato a un elemento splatter, che pure con Burrows funzionerebbe assai bene, ma attraverso l'uso delle vignette, i contorni (!) delle stesse, i giochi di luce, le inquadrature. 
A differenza di molti suoi colleghi, Moore semplifica (nella sua complessità) la sua composizione della tavola: vignette orizzontali, classiche, quattro per pagina nei momenti di “calma”; vignette verticali, squadrate, tre per pagina nei momenti di “inseguimento del mostro”.
Almeno a livello personale, trovo che ci sia tanto da imparare in una scenografia così attenta sommata però a una simile semplicità di vignette.

Ovviamente, giunto con grande difficoltà a redarre e tradurre dall'inglese questo secondo numero di Providence, The Hook, mi è difficile dire che Providence sia “facile”.
Certo che non lo è.
Richiede tanto dal lettore, sia in attenzione che in cultura.
Richiede, obbligatoriamente, di conoscere Lovecraft e i suoi racconti, per lo meno nella sua ultima versione pop degli ultimi anni.
Richiede, obbligatoriamente, di accettare un fumetto molto “verboso” che alterna paragrafi di pure spiegazioni a passaggi del tutto “visivi” senza nemmeno un'onomatopea.
Richiede, non è fondamentale ma quasi, di aver letto il racconto cui di volta in volta Alan Moore si basa per la sua avventura: nel caso di The Yellow Sign, Aria fredda, in questo The Hook, L'Orrore a Red Hook.
Richiede di fare qualche ricerca via Internet, o per lo meno di leggere le note dei fan inglesi, come per Jess Nevins e la Lega, a costo di avere dettagli della storia che restano insoluti.

Tuttavia, se queste condizioni sembrano restrittive, al contempo non c'è momento migliore per attuarle: la Rete permette di aggiornare le annotazioni e le osservazioni dei critici all'istante, gestendo un lavoro di gruppo da parte dei fan impensabile negli anni '80 e '90.
Inoltre, mai Lovecraft è stato così popolare: che un'occasione del genere si ripresenti è difficile, probabilmente siamo negli anni migliori per lanciare sul mercato un fumetto del genere (e di genere) e sperare venga recepito, compreso e apprezzato dal pubblico.

A proposito di questo secondo numero di Providence, The Hook, valgono le spiegazioni già date in The Yellow Sign, che se non avete letto vi consiglio di fare: le citazioni che traggo da Lovecraft provengono dai Grandi Tascabili Economici Newton, le annotazioni sono tradotte dall'incredibile sito di appassionati inglese, Facts in the case of Alan Moore's Providence
La numerazione delle pagine segue dalla copertina delle rispettive storie, in poi: la copertina di Hook è pagina 0, la pagina che segue pagina 1 e così via.
Se la guida vi è stata utile, condividetela e passatela a chi sta per leggere (o rileggere) Providence...
Se ci sono errori, commentate direttamente sotto, ho perso diversi Punti Follia per scrivere certi nomi “lovecraftiani”...


The Hook

lunedì 22 febbraio 2016

Comprare libri di autori morti


La libreria come negozio non mi interessa da tanto tempo. Come con l'automobile e le annesse rivendite e officine, trovo che siano luoghi anacronistici: non ho, nella maggior parte delle volte, alcun stimolo a comprare. Questo non impedisce alle librerie di essere vive&vegete: solo, razionalmente discutendo, non trovo alcun vantaggio nella libreria tradizionale.
Se la libreria come negozio non mi interessa, non è nemmeno per colpa degli ebook. Se valuto di tanto in tanto i miei (radi) acquisti mi accorgo di comprare ancora libri cartacei al 50% coi libri elettronici. Soltanto, i primi provengono d'altri fonti. Innanzitutto, considerando che la saggistica esiste solo via cartacea (tranne che per le aborrite copie pirata) devo ordinarla via Ibs, o Amazon, perchè se la cerco in libreria si rifiutano di ordinarla additando scuse pietose, o mi arriva dopo mesi e mesi (davvero, non capisco perchè: a casa non aspetto più di due settimane, di solito).
Per tutto il resto, le rigatterie forniscono gli stessi testi delle librerie, ma al decimo del prezzo. Mi ha davvero impressionato, negli ultimi cinque anni, quanto si sia decuplicato il commercio in quel settore. Togliendo anche le eredità libresche dei defunti, di cui i figli preferiscono sbarazzarsi, rimane comunque un'incredibile massa di romanzi. Finalmente le persone sembrano aver abbandonato ogni remora nel confronto dell'oggetto-libro, che è “brutto” vendere, buttar via, riciclare ecc ecc
Al contrario, constato giorno dopo giorno un via vai di cittadini ansiosi di fare finalmente spazio in casa, sbarazzandosi di quanto fino a dieci anni fa erano considerate preziose “reliquie”.
Senza accorgermene sto anche omettendo le biblioteche, che continuano a fornirmi la maggior parte dei testi, specie relativi all'università e alla saggistica storica. Una grande vergogna che feccia come il sottoscritto osi leggere libri gratuitamente in biblioteca, me ne rendo ben conto: probabilmente, per la mentalità dei talebani capitalisti, volersi istruire senza avere alle spalle lo spazio e i soldi per comprare ogni singolo libro che si voglia leggere è un abominio... una distanza incommensurabile dall'atteggiamento anglosassone (o del resto dell'Europa, in effetti) dove le biblioteche formano i lettori, li creano ex novo e dove sono gli scrittori in primis a offrire i loro romanzi alle biblioteche, consci che un lettore che ha letto gratis i tuoi testi in biblioteca ti andrà a cercare in libreria all'uscita dei tuoi prossimi romanzi/saggi/fumetti...


Tornando alla libreria, la visito spesso come luogo, più che come negozio. Le grandi catene sono ottime in casi del genere, il senso di spaesamento e i grandi scaffali che tanto inorridiscono i clienti affezionati mettono a proprio agio. Dipende immagino dal punto di vista, c'è chi vuole farsi notare e chi no e nel mio caso preferisco starmene in pace a sfogliare qualche libro, piuttosto che sentire il fiato del commesso sul collo. In tal senso, le grandi librerie (ad esempio a più piani, o all'ultimo piano di un centro commerciale periferico) sono perfette.

venerdì 12 febbraio 2016

L'inganno fotografico del Giappone Meiji


La fotografia inganna, perchè ancor più della pittura, si propone di imitare la realtà, di rappresentarla come forma fedele e convincente. Un'imitazione, la fotografia vorrebbe fermare in un istante il reale, “fotografarlo” per l'appunto nella sua concretezza.
Pretese ingenue, tranne che per le anime semplici.
La pittura di un quadro raffigurante una scena realmente esistente, posta sotto gli occhi del pittore, mettiamo un ritratto, è in realtà un'operazione chimica. Il pittore dipinge le fattezze dell'uomo/donna ritratto registrando con l'uso del pennello e dei colori la disposizione della luce. L'apparato oculo-visivo registra uno certo spettro di colori, che altro non sono una variazione di luci. Attraverso questo spettro di colori, questa disposizione della luce “vediamo” la figura, riconosciamo l'esistenza di un oggetto, o in questo caso un essere umano. Il ritratto “realistico” registra queste impressioni della luce ritrasmettendole sulla tela. In tal senso, scrivevo di operazione chimica. Il quadro è un imitazione, in questo ristretto ambito dell'arte, di quanto vediamo, dell'operazione di codifica compiuto dal nostro apparato visivo.
E' tanto diversa, la fotografia, se ci riflettiamo attentamente? 
Invece che una tela, c'è una pellicola fotosensibile che registra al click del nostro otturatore una certa disposizione della luce che corrisponde a quanto definiamo “fotografia”, che altro non è che un'immagine.
Come con il ritratto, però, la fotografia non è per forza una copia attendibile della realtà. Un ritratto commissionato da una figura di rilievo può venire migliorato, un mecenate può chiedere che quel suo brutto naso venga raddrizzato dalla “magia” del pennello, o che scompaia quel brufolo sulla guancia ecc ecc La fotografia non offre, contrariamente a quanto si pensa, maggiore affidabilità. Senza citare photoshop, o nel '900 le grossolane opere di falsificazione dei vari governi totalitari, la fotografia è sempre parziale. Lo zoom, l'angolatura dell'apparecchio e le richieste di mettersi in posa al soggetto – anche solo il “cheese!” tradizionale – sono inganni della presunta “affidabilità” della fotografia. Ci si aspetta un certo risultato dalla macchina fotografica e si chiede alla realtà (il soggetto ritratto) di aiutarci a raggiungerlo.

Usare la fotografia come documento storico non è pertanto così ovvio come potrebbe sembrare. Specie nell'Ottocento e nei primi del Novecento, la delicatezza delle macchine e il costo della procedura rendevano l'affare fotografico particolarmente delicato. Non solo nei ritratti di famiglia, ma anche nelle foto di “vissutoquotidiano occorre considerare che erano sempre scene in posa, accuratamente studiate e richieste. Non c'è in altre parole naturalezza, nella fotografia del XIX secolo: c'era sempre un fine dichiarato, un'ideologia ben precisa. Questa può essere tanto banale quanto becera, che si spazi dalle foto ricordo prima di partire per la guerra, alle foto politiche o alle prime foto pornografiche. Quelle che spesso sembrano le foto “naturali” sono spesso ricreate in studio, attraverso complicati procedimenti.
Va inoltre osservato che, a differenza dei governi attuali, nell'età vittoriana si capiva con acume il valore di queste nuove tecnologie e sia il loro pericolo che potenziale nei confronti delle masse.

Per quanto riguarda le foto nel Giappone dalla caduta dello Shogunato in poi, in piena età Meiji, (dal 1868 al 1906) questa considerazione va sempre tenuta a mente. Dal '60 in poi, il Giappone conosce una spettacolare modernizzazione, sia tecnologica, che politica, che militare.
Il paese era considerato per gli standard europei il modello guida per le nazioni in oriente: nel suo adottare senza compromessi la via europea, era divenuto tra gli anni '70 e '80 un'imitazione dell'Inghilterra. (1) Gli ambasciatori e i diplomatici comparavano in modo incessante i due paesi, Cina e Giappone, come due modelli antitetici: da un lato le piccole isole coraggiosamente avviate verso il futuro, dall'altro il gigante immobile e stagnante, troppo ciccione, troppo pigro per progredire. La situazione non era ovviamente così semplice, a partire da tanti fattori: il carattere di arcipelago del Giappone, la sua impenetrabilità ai commerci dell'oppio, una classe di samurai di gran lunga più flessibile dei funzionari cinesi e sopratutto l'alternativa tra Shogun e Imperatore, con la possibilità di alternare i due a seconda di quanto richiesto dal periodo storico. Se dunque la Cina ha sempre dovuto progredire con cambiamenti giganteschi, del genere “o tutto, o niente”, i pragmatici samurai sono sempre riusciti ad alternare il sostegno a una delle due figure, a seconda di quale potesse meglio guidare la nazione.



mercoledì 10 febbraio 2016

The Coffeist Manifesto (o i proletari del caffè)


Nel 2014 dalle mie parti, a ottobre, c'era stato il TriestEspresso Expo
Lavorando come volontario di Italia Nostra presso la Centrale Idrodinamica – che dava dirimpetto al magazzino adibito per la Fiera – vedevo passare diversi personaggi alquanto particolari. Scienziati, magnati e avventurieri del caffè, sia grandi che piccoli: il migliore era un turco dai baffi arricciati e impomatati, uscito direttamente da un romanzo a 50 cent di Salgari.
Pur essendo la Fiera rivolta agli investitori e alle start up, l'Expo vedeva anche una sua nutrita fetta di curiosi, così come di assaggiatori di professione del caffè. A questo proposito: il degustatore che assaggia il caffè per poi sputarlo per evitarne gli effetti, dopo una decina di tazze soffre comunque la caffeina, perchè le papille della lingua assorbono il liquido. E' lo stesso principio per cui “rischiano” gli assaggiatori di vino, o perché i fumatori di pipa, pur assaporando solo col palato e non inalando coi polmoni, riescono a sentire comunque il gusto del tabacco.
C'era un unico elemento distintivo in tutto ciò: ogni membro della Fiera, dal billionaire dei chicchi del Guatemala al triestino con troppi soldi da spendere, erano convinti di appartenere a un élite, a un gruppo privilegiato di grandi intenditori. Dopo aver provato, senza successo, a chiacchierare con le carine responsabili del servizio informazioni, ne ero rimasto sbigottito: non c'era singolo visitatore che non si sentisse in dovere di calpestarti sotto le proprie suole verniciate.
In realtà, a livello locale, Trieste non è da tempo la capitale del caffè. Fino agli anni novanta il porto godeva di una speciale esenzione dalle tasse sul caffè, il che permetteva ovviamente un florido commercio. Tuttavia, dal duemila la concorrenza globale ha morso a fondo la fetta di commercio triestino e dubito, successo o meno delle diverse fiere, che la situazione migliori.
Sicuramente non è realistico aspettarsi una crescita del turismo locale, considerando i termini al limite dell'esoterico con cui chiamiamo i nostri caffè (cossa la vol? Cappo in b, grassie).



venerdì 5 febbraio 2016

Apologia della guerra di trincea


La prima guerra mondiale è stato l'unico conflitto dove la fanteria ha combattuto nelle trincee. Dal momento della nascita del carro armato, la fata turchina degli armamenti ha deciso che le trincee non sarebbero mai state più usate e che la guerra sarebbe diventata mobile. La seconda guerra mondiale è infatti caratterizzata dall'assenza delle trincee. La guerra di trincea sul fronte orientale, il Vallo Atlantico, la linea Sigfrido, la guerra di trincea nelle città sotto assedio, dalla Francia, al Belgio, alla Germania. La corsa alla capitale, Berlino. Sebastopoli. Stalingrado. Varsavia. In ciascuna di queste occasioni, così come in Africa e sul fronte giapponese a Iwo Jima, le trincee e la guerra di logoramento hanno svolto un ruolo tutt'altro che “marginale”.
Le trincee non sono nemmeno nate con la Prima Guerra Mondiale.
Negli assedi dal XVII al XVIII secolo, così come nelle battaglie campali dove gli elementi naturali lo permettevano, trincerarsi era la tattica tradizionale. Nell'epoca post napoleonica, l'assedio sanguinoso e interminabile a Sebastopoli (1) è stata senza alcun dubbio guerra di trincea. La guerra di Crimea risulta, per l'uso delle tecnologie e per l'attrito evidente tra tattiche tradizionali e nuove tecnologie, una chiara antesignana della prima guerra mondiale.
La guerra civile americana è una successione di assedii e battaglie campali dove sia i nordisti che i sudisti si trincerano. L'artiglieria ha talmente progredito dall'era napoleonica che assaltare in massa risulta una tattica suicida.
La guerra russo-giapponese del 1905, l'ennesimo esempio di guerra di trincea. La dottrina occidentale dell'elan, applicata dai giapponesi, si infrange sul filo spinato, sulle mitragliatrici e sulle trincee russe di Port Arthur.

(1914)

venerdì 29 gennaio 2016

Providence 01: The Yellow Sign, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni.


Ultimamente la saggistica mi interessa molto di più che la narrativa. Non capisco da quando è successo; dopo aver infatti scritto la tesi mi aspettavo un certo senso di disgusto all'idea di tornare a leggere saggi di storia, ma al contrario ne ho ricavato uno sprone ad approfondire sempre di più determinati argomenti di mio interesse. Inoltre, per quanto suoni paradossale, trovo che i saggi in lingua inglese siano molto più leggibili dei romanzi: certo, è in parte a riprova di un livello molto basso della prosa universitaria oltreoceano, però è così. Sempre più di frequente con molti romanzi che nemmeno cito qui sul blog, sopravviene la noia. Non sono scritti per forza male, o non sono mal costruiti: tuttavia dover ogni volta leggere “del giovane protagonista”, contro “l'antagonista”, con i colpi di scena presenti dove devono esserci e il percorso di crescita dell'eroe, e il dialogone finale... Non sono i difetti che mi fanno sbadigliare (quelli piuttosto mi fanno incazzare...), è l'estrema prevedibilità della struttura narrativa, con quel dato eroe, quel dato “nemico”, quel dato svolgimento.

La serie di Providence, di Alan Moore, mi ha finalmente riportato a una narrativa in grado di combattere ad armi pari con la saggistica. Per la prima volta da qualche mese ho avuto l'impressione di leggere un qualcosa che di fronte alla saggistica non si rintanasse nei soliti schemi, ma anzi le desse battaglia, senza perdere colpi. Providence, in tal senso, mi ha soddisfatto: è una serie solida, incredibilmente profonda e complessa, dove (finalmente!) trovo carne al fuoco su cui discettare.

La serie (composta di dodici capitoli) segue le vicissitudini di Robert Black, giornalista del New York Herald nel 1919. Il nostro giovane protagonista, emigrato a New York dalla cittadina di Milwaukee, indagando per conto del suo giornale su alcuni fatti di cronaca, conosce il Dr Alvarez, che in seguito ad alcune sue domande su un testo ritenuto maledetto, Sous le Monde, gli rivela il primo gradino di un mondo sotterraneo e nascosto, di testi antichi e strani rituali.
Black, ancora traumatizzato dal suicidio del fidanzato Jonathan Russell, ne approfitta per chiedere un permesso al direttore dell'Herald e imbarcarsi in un'investigazione ai limiti del soprannaturale tra il New England e il Massachusetts... il suo intento è di scrivere un romanzo che documenti la storia del soprannaturale nell'America pre moderna.

Alan Moore chiaramente escogita Robert Black come una (voluta) confusione tra caratteri antitetici di H.P. Lovecraft: da un lato, è un immigrato ebreo, omosessuale; dall'altro però ricorda Lovecraft perchè è un giovane scrittore insicuro, timido, fobico, con ambizioni di romanziere “impegnato” che non riesce però a concretizzare niente al di là della narrativa breve.

A questo personaggio già in contraddizione, Moore aggiunge un'ambientazione e una storia che gioca abilmente con i racconti brevi di Lovecraft senza però riconoscervene il canone, ma anzi citandolo con lievi correzioni che in apparenza innocue distorcono l'edificio “classico” lovecraftiano fino a farlo crollare. Un po' come quando rimuoviamo un sassolino da una montagna e la vediamo crollare in una valanga di schegge e sassi. Come se non bastasse, il sassolino tolto è dato proprio da quegli elementi che in Lovecraft sono sempre stati più controversi: nei quattro episodi finora tradotti compaiono infatti il meticciato e la purezza di sangue, gli immigrati, l'occulto e sopratutto il “rimosso”, cioè il sesso, le donne e nel caso del protagonista stesso, l'elemento antisemita.

Fare leva su questi elementi per atteggiarsi ad autore rivoluzionario nel frattempo confezionando l'ennesima opera becera e banale è già stato fatto tante volte. Sedicenti liberal ansiosi di dimostrare la loro (inesistente) superiorità di vedute rispetto a quel brutto razzista di Lovecraft hanno tante volte inserito a forza gli elementi che reputavano “mancassero”. Il risultato è sempre stato rozzo, un'operazione di chirurgia che degenerava in un macello. Perchè al di là di una non specificata “superiorità culturale”, non c'è alcun lavoro ne di documentazione, ne di analisi del corpus di testi su cui si vorrebbe operare. E il risultato è sempre bambinesco. 

Non così con Providence. 
Sarebbe superfluo citare il lavoro di documentazione, che costituirebbe già una storia a sé. Sopratutto, però, è magistrale come Moore sappia creare un'opera fobica, che sembra concentrare in vignette calme e lente una terribile ansia. Providence può venir letto sia come sovversione del canone lovecraftiano, sia paradossalmente come una sua dimostrazione. Questo perchè il fumetto giunge a incarnare tutte le fobie che Lovecraft aveva, concentrandole nel nevrastenico protagonista, che è in tal senso un vero intellettuale nella tradizione dei Miti. Se nel Neonomicon c'era una violenza di fondo, una forzatura rispetto ai testi di Lovecraft, qui in Providence la forzatura c'è, ma non si vede: proseguendo con l'analogia Moore ha scassinato il canone lovecraftiano senza lasciare la minima traccia, nel più assoluto silenzio.
E nella casa/canone che ha scassinato ha lasciato però un vero casino di mobili spaccati, materassi svuotati e insomma un canone completamente rivoltato a metà. Ma il modo in cui l'ha fatto! Ah, un furto con scasso raffinatissimo, poco da dire. 

L'edizione della Panini Comics raggruppa le prime quattro puntate.
Considerando che altre case editrici per l'identico prezzo avrebbero avuto la faccia tosta di proporre un volume in formato piccolo, ritengo che tutto sommato ci è andata bene. La copertina è solida, le pagine ampie e spaziose danno modo di mostrare i dettagli delle vignette, invero minuziosi. In coda al fumetto, ci sono le pagine con le copertine alternative, così come un breve saggio di Antonio Solinas, davvero ben fatto rispetto alla media del genere.

Le note che seguono sono in parte mie, in parte tradotte dall'ottimo sito Facts in the case of Alan Moore's Providence. Mi sono limitato alle annotazioni ufficiali ufficiali, evitando di tradurre le annotazioni relative ai testi in appendice a ogni singolo numero (Il Common Place Book, di Robert Black). Se volete davvero scendere in profondità vi consiglio il sito in lingua inglese e se volete proprio perdervi nella Tana del Bianconiglio, i commenti deliranti in calce a ogni articolo.
La traduzione della Panini Comics ha mescolato parole inglesi e italiane, con rese alterne. Avrei infatti preferito che si traducesse il titolo ad esempio, The Yellow Sign, così come alcuni degli slang newyorkesi risultano va da sé traducibili solo perdendo la connotazione locale. Vedremo come va con i numeri 5-8.
L'idea è di compilare, come avevo fatto con Nemo, delle note a piè di pagina per tutti e quattro i capitoli presenti in questa prima raccolta. Fatemi sapere che vi sembra e se l'idea suscita interesse, è un lavoraccio...


The Yellow Sign 

venerdì 22 gennaio 2016

La foresta dei suicidi, di Jeremy Bates


Difficile giudicare se un romanzo è da discount quand'è acquistato in formato ebook.
Non intendo con questa definizione dare addosso al romanzo da supermercato: semplicemente sono libri, che nella loro rozzezza, tengono il lettore appiccicato alle pagine nell'ansia di scoprire cosa diamine succederà ai personaggi. Lots of fun, but intelligent fun, se il romanzo è scritto degnamente.
Ecco, questo Suicide Forest, di Jeremy Bates, è sicuramente un romanzo da leggo-e-getto-via.
Questo non vuol dire che i personaggi siano scarsi, o che la storia manchi di spessore. In questo caso, il romanzo è palesemente da consumo indiscriminato, perchè scritto con stile molto, molto basso. Non siamo certo in campi letterari “alti”, ma nemmeno nella narrativa di genere di pregio.
Paradossalmente, tuttavia, lo stile diretto e senza fronzoli gioca inaspettatamente a nostro vantaggio, considerando che non siamo perfetti english speakers, ma lettori italiani. Al di fuori della saggistica e dei fumetti, è uno dei libri in inglese che ho letto con maggior scioltezza.
Chiarito ciò, benvenuti a Junkai...


mercoledì 20 gennaio 2016

La Disneyland Lovecraftiana di Claudio Vergnani


Secondo il filosofo Baudrillard, Disneyland è presentata come un luogo “immaginario”, un parco giochi artificiale, ma in realtà è tutta l'America a essere artificiale e infantile, esattamente come Disneyland, la cui esistenza, simbolicamente, serve a nascondere l'inganno perpetuato dal parco giochi. Allo stesso modo, il carcere, al di là della sua ovvia funzione detentiva, serve per nascondere che in realtà è l'intera società a essere carceraria, nei suoi obblighi e regole di cui è intessuta.
Abbiamo dunque nei due esempi citati due luoghi che sono presentati come “eccezioni”, ma risultano in realtà simbolo di una condizione pre esistente, nel primo caso l'infantilismo e l'irrealtà della società statunitense, nel secondo caso il carattere detentivo e punitivo della società moderna.
Il testo cui faccio riferimento – e che sto orribilmente generalizzando – è Simulations (1983) e sembra stranamente bene adattarsi al romanzo di Claudio Vergnani Lovecraft's Innsmouth.

Il nucleo sia della novella iniziale pubblicata nel ciclo Cthulhu Apocalypse che nel romanzo vero e proprio è il parco giochi di Innsmouth. Costruito sull'esempio dell'omonimo racconto del Solitario di Providence, è un vasto villaggio fatiscente, in cui comparse camuffate dai mutanti/abitanti fingono di terrorizzare i turisti, mentre si mimano le diverse fasi del racconto. Dalle offerte a Dagon, al sacrificio (in questo caso di una bella fanciulla, abile attrice), all'irruzione dei mostri nelle camere dell'albergo. Al contempo, a tanta serietà corrispondono i feticci di ogni buon parco giochi: dal ristorante, al bar, ai negozi di souvenir, alle camere con wi fi nell'albergo solo in apparenza malmesso e putrido ecc ecc
Il parco vuole ricreare a beneficio degli appassionati di H.P. un'atmosfera autentica e fedele all'opera originaria, non risparmiando alcun dettaglio per quanto truculento od eccessivo. Al contempo, nessun luogo d'intrattenimento può privare il visitatore occidentale dei suoi amati non-luoghi, quale per l'appunto il ristorante già citato. Inoltre, l'esasperata ricerca dell'iper realismo di quella che tuttavia è un'opera “di fantasia” si scontra con la necessità di smussare gli angoli, evitando ogni possibile inconveniente o pericolo per il cliente pagante: i vetri rotti sono in realtà smussati, le armi sono di gomma, le zone pericolose lungo la scogliera recintate, l'appartamento lurido l'atrio di una nascosta stanza d'affitto iper accessoriata ecc ecc
Si forma già un paragone col discorso su Disneyland di Baudrillard: Lovecraft's Innsmouth vorrebbe essere niente più che un parco divertimenti, ma il suo realismo, il suo “prendersi sul serio” smentisce questa finzione e proclama a gran voce l'esistenza di una Innsmouthreale”. Sarebbe per altro d'approfondire come un ciclo, quale I Miti di Cthulhu, totalmente inventato, venga dal parco giochi preso tanto sul serio. E' come se, in virtù del successo di Lovecraft, quanto abbia scritto non sia più un'opera di fantasia, ma una descrizione di un luogo esistente, da replicare con piglio di storico attento alle fonti.
A romanzo ormai inoltrato, senza far spoiler, il personaggio di Claudio, essendo la parte “riflessiva” del duo, se ne rende presto conto:
E, al di là di questo, quel posto mi dava la sensazione di essere sempre sul punto di rivelarsi, magari mostrando una realtà verminosa sotto la patina innocua, ma senza farlo mai davvero. Un luogo che, per far soldi, fingeva di essere un altro posto e che magari, alla fine, era proprio quel posto. A meno che tu non chiedessi in giro, naturalmente. Nel qual caso tutti a giurare e spergiurare che si trattava solo di una baracconata.