martedì 15 settembre 2015

Grandezza e caduta dell'impero asburgico (1815-1918), di Alan Sked - Leggende storiografiche e spauracchi liberali



L'uomo comune che domanda consigli su cosa leggere a proposito di quel periodo storico, che sia il medioevo, il rinascimento o l'ottocento, mette sempre in crisi il saggista più disponibile.
Non esiste un manuale che riassumi in modo esauriente mille anni di storia, esattamente come non esiste un testo sintetico a sufficienza d'abbracciare il XIX secolo, o comprendere con sufficiente rigore i meccanismi del ventesimo.
Abbisognerebbe un'intera collana, e persino così si trascurerebbero inevitabilmente informazioni importanti. In linea generale, più un libro di storia è ristretto a un argomento preciso, limitato nel tempo e nel luogo, più alte sono le probabilità che sia davvero esauriente e scientifico nel trattare la materia.
Ma il più delle volte, chi chiede consigli su un buon libro sul Medioevo risulta in realtà interessato agli ultimi tre secoli, e a quell'immagine kitsch che hanno trasmesso i romanzi ottocenteschi. Esattamente come chi chiede consigli sull'età vittoriana vorrebbe leggere un saggio sull'Inghilterra nel 1880, e vi guarderebbe con disprezzo se gli consigliaste un bel testo sull'evoluzione politica della Francia post napoleone, o sull'avventura risorgimentale.

Nel caso dell'Austria-Ungheria, neppure queste aspettative vengono soddisfatte: lungi dal volersi informare su materiale saggistico, il lettore si accontenta di leggere La marcia di Radetzky e dichiararsi “esperto” di tutto le cose “austro-ungariche” senza magari neppure conoscere la battaglia di Sadowa del 1866, e perpetuando un'infinita lista di dannosi stereotipi.
Se doveste domandarmi un buon testo sull'Austria-Ungheria, io v'indirizzerei a questo Grandezza e caduta dell'Impero Asburgico 1815 – 1918 (pubblicato nel 1989), che è invece un primo step verso degli studi seri.
In seguito alla guerra fredda, numerosi storici dell'est, emigrati in America dopo la seconda guerra e ferventi anticomunisti, recuperarono lo studio della scomparsa Austria-Ungheria in chiave nostalgica.
Se gli Asburgo non fossero caduti, allora Hitler non avrebbe trionfato.
Se gli Asburgo non fossero caduti, allora Stalin non avrebbe oppresso le terre dell'Europa orientale.
Il contesto in cui scrive Alan Sked è proprio questo: ma tra gli apologeti all'epoca abbondanti, preferisce prendere un taglio più critico, e in tal senso ironizza spesso su chi difende Metternich contro Churcill, proponendo paragoni politici che ora nel ventunesimo secolo risuonano completamente grotteschi. Il compromesso di Alan Sked – sicuramente migliore di quello austro-ungarico! – ci permette pertanto una posizione mediata tra gli (ora) separatisti filo asburgici e i liberali che reputano e reputavano i territori asburgici la prigione di popoli sofferenti.

Nel XIX secolo, l'Impero Austriaco era il secondo stato più vasto dopo la Russia.
Nel 1848, comprendeva:

- I territori austriaci: gli arciducati dell'Alta e Bassa Austria; i Ducati di Stiria, Carniola e Carinzia; le Contee del Tirolo e di Voralberg; Gorizia e Gradisca; il margraviato d'Istria; Trieste e lo sbocco sul mare.

- I territori della Corona ungherese: Ungheria, Croazia e Slavonia; Fiume; il granducato di Transilvania; i confini croato-slavone e serbo-ungheresi.

- I territori della Corona Boema: la Boemia; il Margraviato di Moravia; il ducato dell'Alta e Bassa Slesia.

- Il regno Lombardo-Veneto.

- Il Regno di Galizia e il granducato di Cracovia.

- Il granducato di Bucovina.

- Il regno di Dalmazia.

- Il ducato di Salisburgo.

Un bel casino, neh?
Se questo vasto collage di stati e staterelli vi sembra un grande impero, non va dimenticato di sovrapporre alla cartina politica, la cartina geografica
Il collage apparirà allora ancor più variegato e bizzarro.
In linea generale, l'Austria-Ungheria era per due terzi costituita da montagne e colline, ben poco utili sia per la coltivazione che per l'industria.
Nel suo piccolo, la Boemia – una delle poche regioni fortemente industrializzate – era separata dall'Austria-Ungheria, ma collegata alla Germania tramite un efficiente sistema fluviale.
Il collegamento via mare era limitato al mare Adriatico, e per di più a un unico porto fondamentale, Trieste.
Galizia e Bucovina erano tagliate fuori dal territorio principale austroungarico da imponenti catene montuose.
Il Voralberg era collegato con la produzione tessile della Svizzera e della Svevia, ma non aveva collegamenti con i territori propriamente austroungarici.
La navigazione fluviale sul Danubio era universalmente ritenuta difficile e pericolosa, mentre Trieste stessa non aveva efficaci collegamenti ferroviari con il resto del paese – almeno fino agli anni sessanta dell'Ottocento.

La composizione nazionale era un allegro minestrone con a capo l'elemento tedesco, che verrà lentamente diluito nel XIX secolo dall'elemento slavo.
Nel 1848, Alan Sked stima su 37,5 milioni di abitanti:
  • tedeschi (8 milioni)
  • magiari (5,5 milioni)
  • italiani (5 milioni)
  • cèchi (4 milioni)
  • ruteni (3 milioni)
  • romeni (2,5 milioni)
  • polacchi (2 milioni)
  • slovacchi (quasi 2 milioni)
  • serbi (1,5 milioni)
  • croati (quasi 1,5 milioni)
  • sloveni (oltre 1 milione)
  • ebrei (750000, concentrati a Vienna)
  • mezzo milione di zingari, armeni, bulgari e greci
Come se non bastasse, Francesco Giuseppe rivendicava formalmente ex territori asburgici persi secoli prima: la Lorena, l'Alta e Bassa Lusazia, Kyburg e Hasburg e perfino il medievale Regno di Gerusalemme (!). 

Il modo migliore per comprendere la geopolitica dell'Austria-Ungheria non è di considerarla uno “stato”, quanto piuttosto un insieme di terreni di proprietà del sovrano.
Una persona qualunque colleziona nella sua stanza diversi mobili e oggetti, che conserva nonostante l'apparente diversità, perché comprati e ceduti in viaggi e disavventure. Ugualmente, gli Asburgo non possedevano uno stato, quanto piuttosto una variegata collezione di terreni, o di popoli-souvenir, risalenti a diverse epoche e diverse conquiste.
Come un aristocratico spiaggiato però difficilmente vuole rinunciare a vendere i suoi gioielli, ugualmente gli Asburgo non accettavano nell'Ottocento di sgretolare i territori di famiglia. Così di volta in volta, persino quando la situazione avrebbe permesso una soluzione pacifica a patto di perdite territoriali, gli Asburgo preferivano combattere... per conservare l'onore, ma inevitabilmente perdere.

Una composizione così variegata e complessa è il motivo per cui è tanto interessante studiare l'Austria-Ungheria: come pesci tropicali nell'acquario, studiare la storia dell'Austria-Ungheria è ammirare cosa succede quando metti troppi (pesci) popoli nello stesso territorio (boccia d'acqua). 
E' guardare dall'occhio del tempo un assurdo microcosmo di popoli ed etnie che convivono a forza, più o meno pacificamente. E sarebbe stata un eccellente lezione per l'Unione Europea studiarne i meccanismi ed evitarne gli errori: ma sembra proprio che una monarchia costituzione con un Imperatore arteriosclerotico funzioni meglio che le moderne assemblee, quando si tratta di far ragionare più popoli.
Forse – ma sto divagando – con tutti i loro difetti questi vecchi monarchi avevano più a cuore l'onore che il denaro: e qui sta tutta la differenza.

Francesco Giuseppe, foto ricolorata

L'argomento è talmente vasto che non basterebbe certo un articolo per spiegarlo approfonditamente.
Ho scelto pertanto tre diversi eventi, d'approfondire adeguatamente:

Le vittorie militari di Radetzky nel 1848, che evitarono un altrimenti probabile tracollo degli Asburgo e immortalarono l'ottantenne (!) generale.

- Il concordato/compromesso (Ausgleich) del 1867, che diede vita all'Austria-Ungheria propriamente detta. I suoi effetti, i suoi pro e contro, la sua (scarsissima) popolarità.

- L'Austria-Ungheria nel 1914, che nonostante le falsità tramandate nei libri di testo era vitale, forte e in piena ascesa economica (e probabilmente federalistica, una volta morto Francesco Giuseppe).

L'idea che nel 1848 gli austriaci fossero preponderanti per numero e organizzazione, e dunque che la causa italiana fosse persa “in partenza” è un'impressione falsata da chi legge a ritroso la storia.
Per chi nel 1848 ci viveva, giunse come una completa e sgradita sorpresa, che gli austriaci riuscissero a conservare il Lombardo-Veneto.
L'esito sembrò a lungo a favore sia di Milano che Venezia, insorte con tale rapidità da stupire persino i suoi stessi insorti. 
Radetzky, che aveva giurato non avrebbe mai abbandonato Milano, fuggiva con la coda tra le gambe dopo soli cinque giorni di combattimenti. A Venezia i marinai italiani erano di ovvie simpatie italiane, mentre tra gli operai dell'Arsenale c'era un pericoloso malcontento, che sarebbe presto sfociato in una sollevazione. L'ammiraglio Martini, giustamente preoccupato, aveva inondato di missive Radetzky, che diede tuttavia risposte evasive, e rifiutò di privarsi di soldati. La conseguenza fu la perdita di Venezia, proclamata Repubblica.
Difetti di lunga data esacerbavano una situazione per l'Austria già cattiva di suo.
L'esercito, mal equipaggiato e inferiore numericamente all'esercito piemontese, viveva forti contrasti nazionali. Secondo una leggenda storiografica, nel “malvagio” impero, le truppe erano dislocate a seconda delle nazionalità in modo che non combattessero mai nel “loro” territorio.
Gli ungheresi combattevano in Italia, gli italiani in Ungheria, e così via...
L'idea, per quanto affascinante, conferirebbe in realtà agli Asburgo una genialità infernale, che per (s)fortuna non possedevano. I fatti contraddicono pienamente quest'idea: l'esercito di Radetzky aveva numerose truppe italiane, che si ritrovavano nello sgradito ruolo di dover combattere i loro stessi compatrioti.
Dei 61 battaglioni di fanteria di Radetzky:
  • 9 erano ungheresi
  • 6 cechi
  • 10 slavi meridionali
  • 12 austriaci
  • 24 italiani
Ironia delle ironie, il 40 per cento delle fanterie di Radetzky era italiano, e l'attempato generale era il primo a constatare tristemente la loro inaffidabilità:
Dove impiegarli? In prima linea? Potrebbero passare al nemico, rivolgere le armi contro di noi, e creare un vuoto molto pericoloso nel fronte di battaglia. Come riserve, minaccerebbero le mie retrovie; tenerli nelle fortezze sarebbe anche più rischioso, perché potrebbero consegnarle al nemico. L'unica cosa è frazionarli in modo da rendere possibili solo defezioni parziali e graduali; nelle circostanze peggiori potrei disarmali e sciogliere i reparti.

A conti fatti, sia nel 1848 che nel 1914 le diverse nazionalità dell'Impero continuarono a restare pervicacemente fedeli all'esercito, combattendo fino alla fine. E' vero che nel 1848 i reparti italiani avevano un alto tasso di diserzioni, ma in battaglia combatterono con valore pari agli altri battaglioni, dimostrando che la disciplina e (forse?) l'austriacità erano ancora valori vivi.
Nel 1918, negli ultimi mesi di guerra, l'esercito asburgico era composto per i due terzi da quelle stesse nazionalità slave che l'avrebbero poi smembrato; la percentuale di austriaci doc era ormai minima.
Va anche riconosciuto a Radetzky d'aver risolto ogni diatriba tra ungheresi e croati (slavi meridionali): mentre l'Ungheria minacciava la rivoluzione, i soldati ungheresi erano altrettanto inaffidabili degli italiani. Il sostegno croato, dal suo canto, era invece ambiguo, e mirava a strappare forti concessioni autonomiste dalla monarchia.

Con un esercito malandato, Radetzky doveva anche fronteggiare le rimostranze di Vienna: dopo aver perso Milano e Venezia il generale era caduto in disgrazia presso la corte; i più pretendevano una soluzione pacifica, che mirasse a cedere la Lombardia conservando il Veneto.
Gli accordi tra Londra, insorti Lombardi, Piemonte e Austria risultarono tuttavia impossibili. Non si riusciva a separare i lombardi dai piemontesi, mentre dal suo canto l'Inghilterra, guidata da Palmerston, non mediava affatto tra le parti in causa, ma favoriva apertamente gli italiani.
Giocò qui un ruolo decisivo la sicurezza dei lombardi, ormai convinti d'aver vinto la guerra.
Presa Milano, si dava per scontato il successo della rivoluzione.
Dal punto di vista geografico, tuttavia, Radetzky era fuggito sì, ma in una posizione strategica, detta del Quadrilatero. Era una robusta posizione strategica con i quattro angoli a vertice con le piazze fortificate di Verona, Mantova, Legnago e Peschiera.
Nel frattempo, Radetzky non era ancora stato informato dei tentativi diplomatici.
Il rubizzo generale non prese molto bene la notizia:
Tratterò, disse al ministro della Guerra, conte Latour, soltanto con la spada in pugno.

All'idea di una soluzione diplomatica, Radetzky minacciava di abbandonare il comando di generale:
Come fedele suddito, io non posso far altro che obbedire. Ma in tal caso sarei costretto a deporre il comando.

Quando gli si propose di negoziare lui stesso la tregua, scrisse:
Siamo caduti in basso, ma perdiò non ancora così in basso.

Intanto, la situazione verteva lentamente a favore del generale.
Carlo Alberto non immaginava di dover invadere la Lombardia; prima della dichiarazione di guerra l'esercito si preparava a reprimere una rivolta a Genova. 
Di conseguenza l'esercito non aveva mappe, tende, cavalli, e provviste sufficienti.
Carlo Alberto peggiorò la situazione tassando nelle regioni conquistate i contadini, che gli diedero il nomignolo di “re dei signori”. In sostanza Carlo Alberto mirava a ingraziarsi la borghesia e l'aristocrazia lombarda, pesantemente tassata dal governo asburgico.
Nel luglio del 1848, Carlo Alberto inoltre era ingenuamente convinto che le cinque giornate di Milano avessero già sfiancato alla morte l'esercito di Radetzky. Pertanto, non cercò minimamente di attaccare il feldmaresciallo, già di suo saldamente arroccato nel Quadrilatero.
Oltre che lento nel cervello, Carlo Alberto temeva che le tendenze repubblicane diffuse tra i patrioti si diffondessero dal Veneto alla Lombardia e al Piemonte. Vietò quindi ai volontari lombardi di tagliare agli austriaci le vie di rifornimento attraverso il Tirolo, e non chiese minimamente aiuto ai francesi.
Solo con molta riluttanza permise alla Legione polacca, del poeta Adam Mickiewicz, di partecipare alle battaglie e di reclutare entusiasti volontari dai prigionieri di guerra austriaci.

In luglio, di fronte al tremebondo Carlo, Radetzky prendeva l'iniziativa: il 24-25 spazzava via l'esercito piemontese nella battaglia di Custoza:
Una vittoria decisiva è stata il risultato di questa calda giornata.

Il 6 agosto, inneggiato dai contadini lombardi, rientrava a Milano.
Nel marzo 1849, Carlo Alberto ci riprovava, e Radetzky lo massacrava nuovamente nel giro di una settimana. Nel frattempo gli ungheresi venivano sconfitti e persino la coraggiosa Repubblica di Venezia s'arrendeva nell'agosto del 1849.

Spero che a questo punto della narrazione abbiate compreso quanto la vicenda italiana fosse in realtà in bilico. Vienna, la dinastia, la burocrazia erano tutte favorevoli a una soluzione pacifica. Gli italiani davano per scontato un'annessione rapida e indolore, mentre gli inglesi preferivano ovviamente una potenza liberale agli Asburgo.
In ultima analisi, se la Rivoluzione fu scongiurata, fu per l'incredibile testardaggine di Radetzky, e del suo genio militare.

Custoza, carica del Genova Cavalleria
Dopo il 1849, Radetzky modellò anche il governo del Lombardo-Veneto
Il feldmaresciallo non dava per perdute la fedeltà di quelle regioni, e sperava di riconquistare il popolo alla causa asburgica attraverso la lotta di classe.
Radetzky aveva correttamente osservato come la rivoluzione scaturisse dalla nobiltà e dalla borghesia industriale lombarda, e non dai contadini. Di conseguenza, argomentava di poter riconquistare il popolo tassando i nobili e risparmiando i contadini.
Scriveva infatti, rivolgendosi a Schwarzenberg:
Umiliare i ricchi refrattari, proteggere i cittadini fedeli, ma sopratutto esaltare la classi contadine più povere come in Galizia dovrebbe essere d'ora in avanti il principio ispiratore del governo nel Lombardo- Veneto.

Alan Sked osserva che il suo capo di Stato Maggiore, il generale Hess, era ancora più esplicito:
Il popolo ci ama; i nobili ci odiano; perciò dobbiamo annientarli.

Una forma di paternalismo, un po' reazionaria. Ma personalmente, un'idea che avrei anch'io appoggiato. Negli anni 50' e 60', la nobiltà lombarda fu così spietatamente tassata, nel tentativo (fallito) di eliminarne ogni base economica e sociale.
Usando come scusa l'insurrezione milanese del febbraio 1853, il governi confiscò le terre nobiliari.
I nobili lombardi accedevano alla corte solo se imparavano il tedesco, ma ovviamente per orgoglio nazionale la nobiltà lombarda conosceva solo l'italiano.
Radetzky esagerò a tal punto che Palmerston lo accusò di “comunismo”!
Alan Sked annota:
Palmerston disse che la sua politica era odiosamente oppressiva, enunciava “una dottrina propria soltanto dei discepoli del comunismo”, ed era “sovvertitrice delle fondamenta stesse dell'ordine sociale”

Radetzky comunista... In fondo è un complimento.

Purtroppo, la politica del feldmaresciallo non funzionava: danneggiando la nobiltà, danneggiava anche l'economia della regione e per sua diretta conseguenza anche gli strati inferiori. Inoltre, nonostante tutti gli sforzi, i contadini restarono sospettosi di ogni governo: temevano che dietro alla politica di Radetzky stesse in agguato la coscrizione obbligatoria per l'esercito - autentico spauracchio per le famiglie contadine.

Trieste sotto l'Austria-Ungheria
Non dovrebbe sorprendere che il Compromesso che seguì alla sconfitta a Sadowa nel 1866 era universalmente deprecato da ogni singola nazionalità dell'Impero Asburgico.
Francesco Giuseppe lo concluse in fretta e furia, senz'alcuna attenzione ai dettagli, ma pressato dall'ansia di raggiungere un accordo.
Dal punto di vista legislativo, l'accordo era tra Francesco Giuseppe e i dirigenti ungheresi, e non aveva seguito alcuna via popolare, democratica, o aperta.
L'imperatore lo impose alla metà austriaca del paese, i politici ungheresi alla metà magiara.
Le nazionalità minori lo consideravano una truffa legalizzata.
Ciò non di meno, il Compromesso andrebbe valutato per come concretamente funzionava; e a questo proposito non si può dire abbia funzionato male.
Il vituperato, odiato, vigliacco, difettoso, ridicolo Compromesso durò tranquillamente cinquant'anni, e com'ha scritto lo storico Macartney:
Della bontà di una torta... ci si accerta solo quando la si mangia, e a questa stregua il Compromesso, se non proprio appetitoso, almeno conteneva abbastanza vitamine per nutrire cinquanta milioni di persone per cinquant'anni.

Certo, la sopravvivenza del Compromesso era unicamente legata alla testardaggine dell'Imperatore e degli ungheresi. A ogni proposta ungherese, Francesco Giuseppe minacciava di modificare il Compromesso: fu così che i dirigenti magiari presero a considerarlo un'assicurazione del futuro del popolo ungherese. Il Compromesso aveva loro assicurato privilegi che nel “normale” Impero pre-Sadowa difficilmente avrebbero mai ottenuto.
Nella pratica, gli ungheresi rifiutavano di tornare indietro, mentre l'Imperatore rifiutava di andare avanti.
La soluzione pratica restava un Compromesso.

Generazioni di storici nazionalisti ungheresi hanno perpetrato l'immagine di un'Ungheria forte, che costretta nel Compromesso viene indebolita dal “vampiro” austriaco.
Alan Sked cita gli studi di John Komlos, The Habsburg Monarchy as a custom Union, Economic development in Austria-Hungary in the nineteenth century, che mostrano statistiche alla mano come fosse l'Ungheria a sfruttare l'Austria, crescendo economicamente solo grazie all'autarchia del Compromesso:
l'Ungheria non fu sfruttata economicamente dall'Austria; invece essa trasse considerevoli benefici dai suoi speciali legami con l'economia austriaca. L'Austria costituiva un mercato sicuro per i suoi prodotti agricoli e, cosa anche più importante, era una fonte indispensabile di capitali e di lavoro qualificato. Dal “matrimonio fra tessuti e frumento” l'Ungheria guadagnò molto più dell'Austria. A questi vantaggi fu dovuta in gran parte la mobilitazione dell'agricoltura e dell'industria ungheresi... In linea di massima è presumibile che una economia più piccola, specie se situata geograficamente in modo così sfavorevole come quella ungherese, derivi da legami di questo genere maggiori vantaggi di un'economia più ampia e più avanzata. (L'Austria, anche alla fine del nostro periodo, produceva beni e servizi per un valore doppio dell'economia ungherese, e il 44 per cento in più su base pro capite).

Esistono a fine ottocento tre stati balcanici indipendenti, da paragonare all'Ungheria: Romania, Bulgaria e Serbia. 
Ebbene, nessuno di questi tre stati sviluppa una rete ferroviaria, un'istruzione, una burocrazia, un sistema di assicurazioni e prestiti con tanta velocità quanto l'Ungheria.
A meno di non delirare sulle virtù del superiore “uomo ungherese” ne dobbiamo dedurre che l'Ungheria fosse cresciuta grazie al Compromesso e grazie all'aiuto dell'Austria.

Lo storico David F. Good, nell'opera L'ascesa economica dell'impero asburgico dal 1750 al 1914, dimostra ulteriormente i vantaggi del Comrpomesso.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, persino le regioni periferiche dell'Ungheria avevano buone reti ferroviarie.
  • 96 chilometri ogni 100000 abitanti in Transilvania, nel 1910
  • 82 chilometri ogni 100000 abitanti nella Croazia Slavonia, nel 1910
Romania, Bulgaria e Serbia aveva invece:
  • 49 chilometri ogni 100000 abitanti in Romania
  • 42 chilometri ogni 100000 abitanti in Bulgaria
  • 31 chilometri ogni 100000 abitanti in Serbia.
Meno della metà!

La variazione regionale del reddito pro-capite nell'Austria-Ungheria era minore che in Italia e Svezia; un chiaro indice che sotto la spinta dell'industria le diseguaglianze si andavano lentissimamente diradando.
David F. Good ha inoltre un'intuizione geniale, paragonando l'Austria-Ungheria agli Stati Uniti.
Superata la sorpresa, si ritrovano parecchie analogie che possono aiutarci a comprendere l'utilità del Compromesso.
Sia gli Asburgo che gli Stati Uniti avevano spaccature regionali molto forti:
  • tra Nord/Sud negli Stati Uniti
  • tra Est/Ovest nell'Austria-Ungheria
Questa divisione corrisponde in entrambi i casi a un diverso sistema sociale:
  • Schiavitù e campi di cotone nel Sud degli Stati Uniti
  • servaggio feudale nell'Est della Monarchia
A questa spaccatura sociale corrispondevano inoltre diversi sistemi politici: con l'eccezione che in America le divisioni portarono alla guerra civile, mentre in Europa vennero risolte con il Compromesso, e la spaccatura economica lentamente riassorbita nell'ultimo quarto dell'Ottocento.
In un certo senso, gli Asburgo risolsero il problema del servaggio molto più di quanto gli Americani abbiano risolto il problema della schiavitù!

Se questo paragone non vi piace, resta un fatto fondamentale: tra il 1870 e il 1913 l'economia austriaca cresceva con un tasso medio dell'1,32 per cento.
In eta edoardiana, solo, e ripeto solo, la Germania ha tassi di crescita simili.
Qualunque altro perfetto-etnicamente-omogeneo-liberale stato europeo rimane indietro.
L'Austria-Ungheria, per usare una terminologia “moderna” era in pieno boom economico.
Boom tardivo, diseguale, e presto seguito dal boom “reale” di un certo terrorista a Sarajevo... Ma pur sempre crescita economica.
E a voler infierire, l'Ungheria cresceva ancora più rapidamente, a tassi dell'1,7 per cento!
David F. Good scrive:
Presi insieme, la prestazione molto cospicua dell'Austria e il più rapido tasso di crescita dell'Ungheria implicano che la relativa arretratezza dell'impero era meno grave nel 1913 che nel 1870.

Per approfondire a dovere le tante questioni del Compromesso ci vorrebbero altri dieci articoli come questo, tra politica, esercito e altre nazionalità.
Spero se non altro d'avervi dimostrato che l'Austria-Ungheria era tutt'altro che al collasso nel 1914, e che dal punto di vista della crescita economica il Compromesso sembrava funzionare.

Nel discutere sulle simpatie dei diversi gruppi nazionali interni all'Austria-Ungheria bisogna sempre tener conto che stiamo parlando di gruppi borghesi, e di gruppi di borghesi sinceramente interessati alla politica asburgica.
L'atmosfera, il sentimento generale, l'umore tra le fabbriche e le campagne era raramente politicamente orientato. Fino allo scoppio della guerra, il popolo nella metà austriaca dell'Impero era disinteressato a questioni politiche. Gli artisti e scrittori viennesi sguazzavano nella decadenza e nel narcisismo introspettivo; alla notizia dell'assassinio di Francesco Ferdinando, gli intellettuali rimasero se non contenti, indifferenti: l'erede era universalmente odiato dalla popolazione.
Ho visto le foto di una mostra asburgica che commemorava l'anniversario del 1914, esibendo in quell'occasione le foto delle visite di Francesco Giuseppe alle periferie dell'impero. Non c'era una singola foto dove i contadini non acclamassero con piena sincerità l'Imperatore; e si accetta che il “Vecchio” era considerato con grande affetto dalle classi più povere.
Comunque, per quel che serve, le simpatie della borghesia variavano a seconda che favorissero l'alleanza con la Germania Guglielmina in funzione anti-slava, o al contrario preferissero una più stretta alleanza con la potenza zarista, o ancora rincorressero il sogno ormai impossibile dell'Alleanza dei tre Imperatori – lo Zar, l'Asburgo, e il Kaiser.
Come sempre, la situazione appariva straordinariamente incasinata:

I tedeschi erano unicamente interessati alla riunione con la Germania del Kaiser; se liberali, erano anti-russi ma non desideravano una guerra aperta contro lo zar.

- Gli ungheresi erano meno entusiasti dell'alleanza con la Germania, ma la preferivano a un'alleanza russa. Guardavano ai piccoli stati dei Balcani come possibili alleati contro l'orso dell'Est. La politica estera avrebbe dovuto concentrarsi sull'Europa orientale. 

- I cechi avrebbero voluto una collaborazione con la Russia in funzione anti-tedesca.

- Serbi e romeni non erano così contrari a una collaborazione con la Germania, ma come i cechi avrebbero preferito di gran lunga una collaborazione con la Russia.

- I polacchi, come sempre, avevano ambizioni smisurate del tutto sproporzionate ai loro mezzi: erano infatti sia anti-tedeschi, che anti-russi.

Come osserva Istvan Dioszegi, uno dei massimi storici ungheresi dell'Austria-Ungheria, a prevalere era tuttavia un'ottusa indifferenza:
Tuttavia nel nazionalismo delle popolazioni austriache prevaleva spesso, verso gli interessi imperiali e anche la politica estera, una indifferenza che aveva conseguenze pesantemente negative.

C'era un pericoloso vuoto, che sia l'esercito che l'Ungheria riempiva con proposte spesso avventate e guerrafondaie. Potete comunque osservare che in proprio nessuno dei gruppi nazionali citati c'è la minima traccia d'indipendenza: le simpatie di politica estera non comportarono mai una dissoluzione dell'Impero, che nella mente persino dei cechi e dei serbi, e dei polacchi restava una realtà ineliminabile.
Ironicamente, gli unici a pretendere una spaccatura nell'Impero erano gli ultra-nazionalisti tedeschi di von Schonerer, che desideravano la riunione dei tedeschi d'Austria con l'impero germanico degli Hohenzollern.

La politica europea nel 1914: una partita di calcio con dei ritardati in campo
Nonostante la politica estera dell'Impero tra il 1900 e il 1913 sia uno dei pochi argomenti su cui gran parte degli storici sono d'accordo, rimane un periodo complesso.
L'Ungheria gioca senza dubbio un ruolo fondamentale con Andrassy, che rappresenta l'archetipo del diplomatico abile, ma spericolato: aveva realizzato il Compromesso (1867), negoziato l'Alleanza dei Tre Imperatori (1873), modificato il Trattato di Santo Stefano nel Congresso di Berlino (1878). Aveva strappato da Bismark la Duplice Alleanza del 1879, a condizioni favorevolissime per l'Austria: se attaccata, la Germania era obbligata a soccorrerla militarmente, ma se era la Germania a venire attaccata dalla Francia, l'Austria non era vincolata a nessuna alleanza.
E tuttavia, Andrassy si muoveva più nell'ambito della politica magiara, che del più vasto interesse imperiale. In ogni sua azione, era la Russia il nemico. L'uomo era letteralmente ossessionato dalla Russia, che al contrario sarebbe potuta essere un alleata naturale, come provavano anni e anni di diplomazia sotto Metternich.
Alan Sked annota significativamente i seguenti aneddoti:
Il console prussiano a Pest riferiva che per Andrassy la Russia era “una preoccupazione continua, notte e giorno”; e un deputato ungherese lamentò che la Questione d'Oriente era per lui una “assurda infatuazione”.

Quest'ossessione di Andrassy divenne presto un'ossessione per i generali austriaci, per la corte e infine per Francesco Giuseppe stesso.
I Balcani erano l'unica area dove l'Austria potesse esercitare una politica di grande potenza; nel contempo l'imperatore era ben conscio che non poteva assolutamente annettere altri territori slavi senza modificare in modo irrimediabile l'alleanza con l'Ungheria.
A complicare la situazione, l'Impero perdeva progressivamente il controllo sulla Serbia, che divenne presto un'altra spina nel fianco per le gerarchie militari. In seguito alle guerre balcaniche (1912-13) nell'esercito si parlava apertamente di dover “liquidare” la Serbia, prima che diventasse un magnete per le popolazioni slave del sud.

In questo contesto, l'occupazione della Bosnia e Erzegovina grazie a un accordo a Berlino di Andrassy non fu poi quel trionfo che sembrava ai contemporanei.
Attribuire la Bosnia e Erzegovina all'Austria, o all'Ungheria: un dilemma insolubile, perchè avrebbe in ambo i casi capovolto all'aria un sistema di convivenza già instabile di suo.
La tarocca soluzione risultò affidare la Bosnia al Ministro delle finanze in comune tra le due metà (1878): un'idea tutt'altro che felice, considerando che vietava ai bosniaci di avere una qualsiasi cittadinanza austriaca o magiara, lasciandoli in una sorta di “limbo” coloniale.

Il trattamento della Bosnia e Erzegovina, con cui voglio concludere quest'estenuante pamphlet, non mostra il lato migliore dell'Austria-Ungheria. Non c'è vera differenza dai possedimenti coloniali, mettiamo, degli inglesi in Africa. Le modalità con cui i bosniaci venivano trattati non differivano molto dai neri dell'Africa equatoriale.
L'occupazione iniziò malamente, con il rifiuto dell'Ungheria di estendere la sua rete ferroviaria alla Bosnia, volendo infatti tutelare il porto magiaro di Fiume e la politica tariffaria delle ferrovie ungheresi.
In seguito i kmet, i contadini soggetti ai grandi proprietari terrieri maomettani non furono emancipati, mentre l'attesa riforma agraria venne rinviata a data a destinarsi.
Le tasse furono quintuplicate – una caratteristica propria di ogni colonia sui “selvaggi” - e la burocrazia passò da 120 impiegati a un esercito di 9533 burocrati (1908).
Come l'imperialismo oltremare di Francia e Inghilterra, gli Asburgo usavano una politica del divide et impera: opponevano i croati ai serbi, e ben sapendo che i serbi erano il 42 per cento della popolazione, si appoggiavano ai grandi proprietari terrieri ottomani.
Senza per altro considerare una sanguinosa guerriglia, con tanto di presidi militari in “terra straniera”...

Questa è l'opinione di Alan Sked; che presentando fatti e numeri, non posso certo contraddire.
Dal mio canto, osservo che pur con tutti questi difetti, l'occupazione asburgica portò 36 anni di pace ininterrotta, che la Bosnia non godette certo nel resto del 900'. Senza considerare che una primitiva rete di ferrovie fu comunque formata, così come una giustizia liberale, certo migliore del precedente lassismo ottomano. Si crearono infine i primi embrioni di un'industria e il tenore di vita aumentò.
Poco, certo, ma aumentò.
Un'autentica rarità: Francesco Giuseppe allegro e (quasi) sorridente
A proposito della prima guerra mondiale, e del ruolo dell'Austria-Ungheria, ho già scritto in precedenti articoli, a proposito in particolare della serie tv della BBC dedicata a Sarajevo.
L'Austria scelse di guerreggiare, e senza alcuna pressione tedesca scelse d'invadere la Serbia.
Gli avvenimenti che seguirono dimostrano quanto una guerratotale” possa rovesciare un trono, e per volontà liberale (inglese) e per l'iniziativa di piccoli gruppi nazionalisti disgregare un grande Impero multinazionale.
Dopotutto, già Francesco Giuseppe intuiva questa sorte nel 1866, quando scriveva che bisognava
resistere il più a lungo possibile, fare il proprio dovere fino all'ultimo e infine perire con onore.”

Molto bello, un “tantino romantico” (Sked).
Ma constatando i milioni morti nell'esercito austriaco, anche molto pericoloso.

Fonti: 
Grandezza e caduta dell'impero asburgico (1815-1918), di Alan Sked.
Il testo è fuori produzione, ma lo trovate con facilità in biblioteca. Il mio l'ho preso dalla Biblioteca di Storia e storia dell'Arte di Trieste. 

lunedì 7 settembre 2015

Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, di Mike Davis


Prima di accennare al libro in questione, sono necessarie delle minime cognizioni di climatologia.
Mi scuso con gli esperti, perché sono sicuro che in quanto sto per scrivere vi sono se non delle sciocchezze, degli errori dovuti alla mia ignoranza nel campo.

Mike Davis analizza lo sviluppo di una siccità simultanea nel globo, causata dalla natura attraverso il fenomeno di “El Nino” e dall'Imperialismo occidentale attraverso i dogmi del Libero Mercato applicati in tempi di carestia sia in Africa, che in India, che in Cina, che in Brasile. 
Nello specifico questi periodi di carestia presi in esame vanno dal 1876-79 e dal 1899 al 1902
Le colonie risultano l'India Britannica, le Filippine, alcune porzioni dell'Africa, il Vietnam francese e il Brasile economicamente “schiavo” dei banchieri londinesi.
Davis inoltre, analizza la conquista sia inglese che francese esercitata verso l'Africa piegata in ginocchio dalle carestie, e l'atteggiamento della Cina drogata dalla corruzione occidentale e dall'oppio esportato dai narcotrafficanti vittoriani.
In tutti questi casi, c'è un fenomeno naturale che si fonde con un atteggiamento politico liberale per causare quanto Davis ritiene un vero e proprio olocausto verso le fasce più povere della popolazione.

Il fenomeno di El Nino prevede un riscaldamento dell'Oceano equatoriale, che assieme agli alisei funziona da enorme caldaia che smuove radicalmente di posto i sistemi climatici tropicali. 
Per un breve periodo di anni, il Nino a tutti gli effetti getta da una parte all'altra i climi d'interi continenti, ridistribuendoli radicalmente. Nel periodo di devastante siccità del 1876, vaste regioni asiatiche, africane e sudamericane teleconnesse da El Nino subirono un caldo del tutto anomalo.
Chiunque conosca un minimo la geografia dell'India saprà dell'importante ruolo svolto dalla stagione dei monsoni. Niente piogge, niente raccolti. El Nino elimina totalmente i monsoni, rimpiazzandoli con un cielo azzurro quanto la disperazione dei coltivatori. Ancor più grave, nel caso del 1876 la siccità continuò imperterrita senza interruzioni per due anni interi annientando intere fasce della popolazione. Nel frattempo, l'azione di El Nino garantiva piogge abbondanti e un ottimo raccolto in regioni solitamente riarse dell'America del Nord (!).

Nel 1877, mentre El Nino preparava la più devastante siccità che non fosse mai avvenuta in oltre duecento anni, Vittoria era incoronata Regina delle Indie a Bombay.
La rapidità con cui l'intero continente era stato inserito a forza nel sistema mondiale di trasporti&traffici inglese aveva un che' di stupefacente.
Grazie alla manodopera dei coolies indiani, l'uomo bianco aveva steso oltre 20000 miglia di telegrafo, costruito moderne strade ferrate all'europea, insediato la giustizia britannica, steso ponti laddove non c'era che natura selvaggia e ovunque promosso piantagioni intensive per l'esportazione.
Le ferrovie, costruite nel giro di un decennio, coprivano una buona porzione del continente, con 9000 miglia abbondanti di traversine e locomotive scintillanti.

Eppure, la missione civilizzatrice era distorta dalla fame di denaro delle banche e dei mercati londinesi. Una serie d'imprevedibili conseguenze scaturivano dalla modernizzazione indiana.

Le piantagioni di cotone, ad esempio nel Deccan, avevano sostituito le coltivazioni tradizionali di sussistenza, al punto che c'era carenza di cibo ancor prima della venuta di El Nino. La guerra civile americana aveva creato un'improvvisa necessità di cotone, che fino a quel momento era fornito dalle ricche piantagioni negriere del sud degli Stati Uniti. Il mercato globale aveva risposto con cotone egiziano, cinese e sopratutto indiano. Nel momento in cui la guerra finì, questi mercati finirono in bancarotta: l'Egitto non poteva più pagare i suoi debiti con le potenze europee e il contadino del Deccan divenne un contadino povero.

Il ricordo del Grande Ammutinamento a metà secolo era ancora vivo nella mente sia dei colonizzatori che dei colonizzati. Mentre i libri di storia persistono a definirlo il primo fermento di ribellione del popolo indiano, in realtà l'Ammutinamento era il canto del cigno della casta guerriera – una guerra, per così dire, nel nome dell'Ancient Regime indiano. La repressione fu brutale, persino per gli standard inglesi. I prigionieri erano legati ai cannoni e fatti esplodere in nuvole di frattaglie, interi villaggi di contadini vennero impiccati a mo' di rappresaglia. 
La tolleranza della Compagnia delle Indie, che mirava nel Settecento a conciliare tradizione occidentale e orientale, attraverso la figura del monarca illuminato comune a entrambi i popoli, scomparve. L'indologia ridivenne un hobby per appassionati, alla collaborazione con le caste subentrò un razzismo scientifico nel migliore dei casi paternalista. Per la nobiltà inglese, l'Ammutinamento aveva dimostrato l'immaturità del popolo indiano. L'indiano non era più un uomo da “civilizzare”, ma un pigro selvaggio da spremere fino all'ultima goccia. A tutti gli effetti, negli scritti successivi all'Ammutinamento, si avverte negli inglesi in India un handicap psicologico, la paura di un nuovo tradimento dei propri “servi”.

Con il passaggio dell'India alla Corona, la semplificazione amministrativa mirò a obbedire al Liberalismo selvaggio dei mercanti, più che al colonialismo positivista. I villaggi avevano tradizionalmente ampie riserve di grano da utilizzarsi in caso di carestia. Gli inglesi eliminarono queste riserve, preferendo sostituirle con risparmi monetari. 
Si recintarono le foreste, ora di proprietà di Vittoria, ma nella tradizione indù territorio comunitario per i contadini che ne ricavano legna da ardere e piccola selvaggina. Di conseguenza il contadino medio aveva sì del denaro, ma doveva usarlo per acquistare o legna, o grano (entrambi soggetti alle fluttuazioni del mercato!).

Il positivismo inglese privilegiava le ferrovie (e come dargli torto?). 
I territori aridi dell'entroterra indiano, tuttavia, avrebbero avuto bisogno più dell'irrigazione che del vapore. Nel settecento, come in Cina, i vari principati indù avevano creato una complicata rete di canali, serbatoi e recipienti per l'acqua piovana. Il sistema garantiva sempre una costante riserva di acqua. Manco a dirlo, nel 1877 grazie al disinteresse inglese verso tutto ciò che era “indiano”, il sistema era decaduto fino a diventare largamente inutile. L'acqua veniva persa, o avvelenata. Gli agricoltori giunsero a dipendere totalmente dai monsoni.

Strade moderne, ferrovie e telegrafi acuirono inoltre le fluttuazioni del prezzo del grano. Anziché regolarsi sulle necessità dei singoli villaggi, come nel Settecento, gli inglesi imponevano con la forza i prezzi altissimi stabiliti dal “libero” mercato: i contadini se volevano comprarlo, dovevano lavorare di più. Il paragone di Davis delle ferrovie come “volano dei prezzi” rende bene l'idea.



martedì 1 settembre 2015

Il piccolo mondo provinciale della Rowling: rileggendo Harry Potter e il calice di fuoco


Lo scorso agosto mi sono divertito a rileggere nel tempo libero la saga di Harry Potter. L'anno passato avevo recensito il primo volume, La pietra filosofale; quest'anno ho scelto di saltare fino al volume da molti considerato il migliore: Harry Potter e il calice di fuoco.

Possiamo levarci fin d'ora alcuni sassolini dalla scarpa ammettendo che sì, la Rowling come scrittrice in alcune cose è indubbiamente brava.
Innanzitutto, Il calice di fuoco è strutturato fin dall'inizio con un'outline progettata con accuratezza.
L'azione si sussegue senza sosta, collegando i paragrafi con uno scoppio di fuochi d'artificio di novità, sorprese e battute umoristiche. E' davvero raro incontrare una pagina che si avverta superflua rispetto alla trama, o di tentennare di fronte a un dialogo chiaramente inutile.
Tranne che nell'ultimo capitolo finale, quando la Rowling sente l'insopprimibile istinto di dover “tirare le fila”, di rado ci si annoia.
Secondariamente, pochi recensori hanno mai osservato il grande senso dell'umorismo, abilmente mimetizzato in sottofondo. 
Ron Weasley, in particolare, funziona come una macchietta comica alla Stanlio&Ollio, o se preferite come Watson con Sherlock Holmes.
Se c'è bisogno di mostrare il cervello fino di Harry, la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se c'è bisogno di mostrare un comportamento adolescenziale e immaturo, la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se c'è bisogno di mostrare il razzismo nel mondo dei maghi (es. gli elfi domestici), la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se c'è bisogno che qualcuno faccia qualcosa di buffo, o di disastroso (le due cose spesso coincidono), quello sarà Ron.
Manca davvero che Harry a un certo punto s'infili in bocca la pipa e declami “Magicamente elementare, mio caro Ron”, perchè il paragone con Arthur Conan Doyle si completi.
A questo proposito, è interessante notare che, come Sherlock è un asociale che non comprende il mondo quotidiano (ruolo a cui assolve Watson, con il suo atteggiamento terra-terra) allo stesso modo Harry Potter deve sempre riferirsi a Ron per comprendere il mondo dei maghi, a lui estraneo.
Il mondo “normale” di Ron è invece un mondo multiforme e cangiante per Harry, che ancora dopo tre libri si meraviglia per le bizzarrie dei normali maghi. In questo, Ron svolge il ruolo dell'uomo comune che guida il “genio” a disagio con le cose di ogni giorno. O se preferite, Harry è l'aristocratico inglese che non sa inserirsi nel mondo borghese, mentre Ron è il fedele servitore che sa ordinare cibo&birra alla locanda e chiamare la carrozza. Questo è il genere di paragone che viene solitamente evocato nella relazione tra Frodo e Sam; con i dovuti distinguo funziona bene anche passando dal mondo di Tolkien al mondo della Rowling. Comune anglofilia...
Di sfuggita, possiamo anche notare che Neville Paciock funziona in questo punto della saga come pura caricatura di Ron: errori e goffezza che sono presenti nel primo, appaiono moltiplicati nel secondo. Va da sé che l'unico scopo di queste scene è far progredire il vero eroe, cioè Harry.
Bisogna tuttavia ammettere che la trama è strutturata davvero bene. Ogni nodo narrativo, e ogni colpo di scena lo si passa al pettine nel convulso finale, e c'è una buona alternanza tra scene umoristiche e scene d'azione. Certo, nulla di straordinario, il peggiore Jeffery Deaver saprebbe offrirvi un finale a sorpresa dieci volte più complesso.
Resta però, che nell'attenuante dei libri precedenti, e dell'etichetta di “letteratura per l'infanzia” (1), la sceneggiatura architettata dalla Rowling è notevole.
L'evento della Coppa del Mondo, ad esempio, prevede una sequela di eventi l'uno più incredibile dell'altro: la tensione cresce già all'arrivo del primo gufo a casa Vernon, per svilupparsi a casa Weasley, per “scoppiare” nell'imprevisto assalto dei Mangiamorte, a cui fa seguito il confuso inseguimento nel bosco.
Il torneo Tremaghi, dal suo canto, determina l'intero andamento del romanzo: vi sono picchi di tensione nei capitoli dedicati alle tre prove, e una cauta costruzione dell'ansia e della paura di Harry Potter nei capitoli d'intermezzo. A questo proposito, le magie della Rowling sono un utile asso nella manica: non avendo mai descritto il principio di funzionamento della magia, può inventarsi le più strambe corbellerie, e usarle per riempire quei piccoli paragrafi di collegamento altrimenti noiosi.
A tutti gli effetti, il romanzo ha un andamento sinusoide, che serpeggia su e giù a seconda che Harry sia in pericolo o meno.

In origine la copertina italiana del 1998 per Harry Potter e la pietra filosofale non aveva né gli occhiali, né la saetta!
Si cercò di rimediare all'(o)errore in tutta fretta...

venerdì 21 agosto 2015

I romanzi di Age of Sigmar


Il Caos ha trionfato, l'apocalisse si è compiuta. Il Vecchio Mondo si è consumato in un'orgia d'insensata distruzione, prima di frammentarsi in otto diversi reami, nient'altro che balocchi per i prescelti di Khorne, Nurgle e Tzeench. Le tribù imbarbarite di quanti erano un tempo fiere nazioni civilizzate fuggono dai mastini caotici, inseguiti e braccati come animali.

Sigmar, sconfitto e annichilito sceglie di voltare le spalle ai regni mortali. E' la fine dell'Era del Mito. Umani, elfi e nani vengono sottoposti a genocidio dalle potenze caotiche.
Ora, dopo secoli e secoli di oppressione, Sigmar è tornato. Dalle forge celestiali del suo mondo ha creato martelli e armature della più resistente della leghe, destinati alle più coraggiose anime che si sono battute nel suo nome. Questa armata di reincarnati, questi Sigmariti celestiali, saranno lo strumento della vendetta e della liberazione degli otto mondi che una volta dominava.

L'Era dei Miti è finita. L'Era di Sigmar è iniziata.

Un tempo, Vandus Hammerhand era un umano, nel Vecchio Mondo. Prima di morire combattendo. Prima di vedere la sua intera tribù trucidata dai servitori dell'Oscurità. La sua anima venne richiamata da Sigmar, e riforgiata nel fuoco dei suoi mondi. Dopo secoli di attesa, finalmente guida il primo esercito di Sigmariti che abbia messo piede sui mondi mortali. Deve riaprire i Cancelli di Azyr, permettendo una breccia extratemporale che permetta alle forze di Sigmar di fare ritorno.

Khorgos Khul era il prescelto di Khorne. Dopo secoli di combattimenti, regna sul suo mondo come un re annoiato dall'alto del suo trono. Chiunque gli si opponesse è stato sconfitto, e sulle piane distese di cenere ha eretto una colossale piramide di teschi nel nome di Khorne. Gli manca un solo teschio per terminare la raccolta, e così ascendere al rango di Principe Demone. Il teschio di un guerriero valoroso... ma non ce ne sono più. Vaga con il suo esercito alla ricerca di combattimenti onorevoli, quando incontra dei strani cancelli, e un'altrettanto strana armata...

Lo scontro ha inizio.

Martelli! Martelli ovunque!

lunedì 17 agosto 2015

I Stranimondi di Dagon (Kickstarter)


Volevo tornare a segnalare progetti interessanti su Kickstarter, cercando in particolare d'avere un occhio di riguardo per i progetti italiani. Nel nostro caso parleremo oggi di Dagon, di Paolo Gaudio e di Stranimondi, di Zona 42.
Dal 16 giugno 2015, Kickstarter ha reso possibile presentare i propri progetti direttamente sul sito, senza il necessario intermediario di un'azienda sul suolo americano. Auspicabilmente, vedremo così finalmente sparire tanti publisher fantoccio che in tutta Europa venivano sfruttati per poter usufruire di Kickstarter (e del suo vasto bacino di utenti, nemmeno lontanamente paragonabile a quello stagno che sono Ulule, Indiegogo, Eppela, ecc). La Monolith, ad esempio, il cui Conan ha raggiunto a febbraio la sciocchezzuola di tre milioni di dollari, aveva dovuto creare un publisher statunitense finto per poter proporre il progetto e raccogliere i sudati money. Il che ha creato numerosi problemi dal punto di vista legislativo e burocratico, non ultimo per il semplice fatto che l'azienda di riferimento non era che una scatola di fogli senza veri uffici e personale!
Man mano che Kickstarter si allarga alle principali contrade europee vedremo finalmente sparire il ricorso a questi mezzucci, e contemporaneamente vedremo più progetti, più concorrenza, più offerte. Tutte cose che tradizionalmente fanno bene al mercato. A riprova della demenza dei giornalisti italiani, l'entrata di Kickstarter in Italia è stata presentata come la fine dei “piccoli” progetti che senza l'ombrello “accogliente” delle diverse piattaforme non potranno più nemmeno raccogliere quei pochi spicci che raggiungevano normalmente. Premessa, che a voler fare il darwinista sociale, progetti tanto minuscoli e tanto modesti meriterebbero sì di sparire; ma anche così si trascura che Kickstarter ha un bacino di possibili “compratori” di gran lunga maggiore di tutti i suoi concorrenti messi assieme. I progetti italiani che normalmente raccoglierebbero, mettiamo, 500 euro, ora con Kickstarter hanno la possibilità di raddoppiare quella cifra, triplicarla: molto banalmente perché il mercato cui si rivolgono non è più un mare chiuso, ma un oceano.

martedì 4 agosto 2015

1939 (racconto)


In questo periodo sto cercando di scrivere duemila parole al giorno per completare alcuni racconti lunghi, e mettendo a posto l'hard disk sono incappato in questo racconto trash/pulp scritto un annetto fa.
L'avevo mandato a un concorso in cui se ricordo bene occorreva ambientare l'intera vicenda nella stanza di un albergo, senza sfociare le 5000 parole o giù di lì. Il titolo del racconto doveva anche essere il nome della stanza. Un'idea originale, peccato sia stata abbandonata a sé stessa...
Nel mio caso, ho barato facendo sì che il numero della stanza corrispondesse all'anno in cui la vicenda è ambientata. Mi verrebbe da definirlo un racconto pulp (nazisti, donne naziste, Brasile, magia, donne naziste...) ma questo giudizio lo lascio a voi commentatori :-D

1939


Artista Earl Norem.

Kora colse con un'occhiata la forma della stanza, un ovale foderato con lunghe, bianche strisce di legno di acero invecchiato. Il colore chiarissimo ricordava una pelle invecchiata, lasciava aperti ampi squarci di intonaco rosso.
Il garzone, ragazzo esile dal torace scosso da spasmi di tisi, rovesciò sul letto l'ampia valigia di pelle. Accennò un inchino, protrasse infine la mano per una mancia.
Kora gli chiuse la porta in faccia, girò la chiave senza guardarlo.
Si stiracchiò le braccia intirizzite dalla pioggia lì fuori, poi afferrò la valigia e la sistemò sul letto. Con due giri di chiave, fece scattare la serratura. Velluto e colletto di tre camicie, cappellino, gonna lunga, gonna corta. Spazzolino, una capsula di cianuro. Passaporto timbrato dall'Asse. Una Luger oliata, che svolse dal panno rosso. Una cassetta in piombo, venti centimetri per venti, sigillata. Infilò la chiave che teneva appesa al collo. All'interno, un'ampolla di cristallo tanto minuscola da stare nel palmo di una mano. Girò l'interruttore, accese l'abat jour. Sottili filamenti di coriandoli dorati avvolgevano un nucleo pulsante di nero ossidiana. Bollicine salivano dal basso dell'ampolla assediando il tappo fuso nella ceralacca.
“Perché no? Perché a lui? Un goccio, nient'altro.”
Imballò nuovamente l'ampolla, seppellì la valigetta metallica sotto il materasso. Controllò che la pistola fosse carica, prima d'infilarla nel secondo cassetto del comodino. Strapazzò la brochure dell'Hotel poggiata sul letto.
“Accidenti. Gestori tedeschi. Dall'Austria. Dei miei compatrioti, insomma. Emigrati in questo buco del culo chiamato Brasile.”
Masticò qualche biscotto secco preso dalla borsa.
“Per una volta, potrei rischiare un pasto pubblico. Quei due segugi stelle e strisce si saranno stancati, con questa pioggia...”
Lenzuola pulite, cuscino morbido. Sulla radio, solo cicalecci confusi.
Si addormentò alla terza sigaretta.

Freddo gelo in testa. Aprì gli occhi. Il buco nero di una rivoltella puntato alla fronte. Impugnato dal braccio nervoso di un trench imperlato di pioggia. Un odore acre di sudore, tabacco e cuoio bagnato aleggiava nell'aria.

- Che vuoi? – Domandò la donna, tentando di voltare la testa verso l'abat jour spento. Verso il comodino e il secondo cassetto.

“Una distrazione, nient'altro. E li secco in due secondi.”

- Che vogliamo piuttosto, signorina! -

Un secondo trench uscì dall'ombra, giocherellando con la fiamma di un accendino. L'uomo poggiò il cappello in feltro sul comodino, prima di sedersi sull'unica sedia dell'appartamento. Pescò un mozzicone di sigaretta dalla tasca, cominciò a masticarlo spento, prima di risputarne i resti sulla faccia di Kora.

- Agenti Pinkerton, suppongo – Sospirò la donna. - Cagnolini di pallemoscie Franklin Roosevelt -

- Supponi bene, donna. Dicci dov'è la fiala -

- La fiala di cianuro? Nella mia borsa. Con tutto il resto -

- Non quella fiala, piccola fanatica. Intendo il tesoro che avete rivenuto, l'acqua magica -

- Sei pazzo. Era una spedizione geografica, con scopi naturalistici. Nient'altro -

- Il Fuhrer ti ha mandato, stronzetta. - L'uomo estrasse una cartellina di fogli, li passò in rassegna, puntando l'indice verso continue file di cifre, di annotazioni, di timbri del Brasile.

- Avete assoldato una guida locale, venti servitori, tende e munizioni sufficienti per conquistare un impero azteco. Al ritorno, avete eliminato uno dopo l'altro guida e servitori. Li abbiamo trovati in fosse comuni scavate alla meglio, un proiettile a testa –

- Fatalità, americano. Bruti senza cervello. Muscoli al soldo. – La donna scrollò le spalle – Abbiamo sprecato un bel po' di munizioni, questo sì, che è uno spreco -

- Ma non li avete eliminati tutti, dì la verità. Non è così, forse? Ne abbiamo trovato ancora uno, delirante ma vivo -

Kora digrignò i denti e l'agente con la pistola puntata oscillò da un piede all'altro, nervoso.

- Delirante, ti ricordo. Delirante! - Soffiò la donna in un sussurro.

L'uomo si accese un secondo mozzicone, che stavolta consumò sovrappensiero.
– Ma non al punto da dimenticare quanto aveva passato – La faccia dell'agente s'illuminò di meraviglia – La fontana della giovinezza, non è così? Avete trovato la mitica fontana che tanto narrano le leggende dei conquistadores! Disseccata, ma ancora con un tenue flusso di goccioline. Che avete prontamente raccolto, fino a estinguere la sorgente alla foce. –

- Il Fuhrer desidera la vita eterna e noi assecondiamo il suo desiderio – acconsentì la donna – A ogni modo – Guardò verso l'armadio, spalancato. File di appendini erano state distrutte, calpestate. Avevano sventrato la valigia dalla manopola al fondo, insozzando il pavimento di biancheria e dentifricio. "Possibile che non abbiano ancora frugato nel materasso?" - Non avete ancora menzionato il sacerdote -

- Non... Stai mentendo, puttanella! -

- Il sacerdote azteco. Forse quell'indios subumano che avete interrogato è spirato prima che potesse raccontarvelo -

L'agente Pinkerton sollevò plateale un sopracciglio.

- Stai mentendo per salvarti la vita, non è così? -

Kora rise secca, la pistola ondeggiò sulla sua fronte bianca.

- Andiamo; pensate davvero che gli aztechi avrebbero mai lasciato qualcosa di così sacro, di così meraviglioso, incustodito? C'era un guardiano, ovviamente. Un vecchio sacerdote demente, l'ultima biascicante eredità di generazioni su generazioni corrotte nel sangue. Gli sparai in testa e il suo sangue nerastro mi sporcò le mani, scese gocciolando nella fontana. -

- Stai dicendo che in quella fiala c'è acqua e sangue? Che... –

- Sto dicendo che dovremmo prima testarla. Se come progettano i nostri scienziati agisce sulle singole cellule, è possibile che sangue vecchio e malato possa avere effetti... ecco... Indesiderati –

- Una montatura. Ci vuoi semplicemente dissuadere dal nostro obiettivo. –

- Se lo dici tu, bello. Il rischio è tutto vostro... –

L'uomo calpestò al suolo un terzo mozzicone, poi annuì all'agente silenzioso.

- D'accordo, non vuole dirci dov'è. Stupidamente prevedibile. John per favore, convinci la signorina con mezzi più... Più diretti, ecco –

L'agente silenzioso assentì, litigò goffamente con la cintura dei pantaloni continuando a tenere sotto grilletto Kora.

- Io vi ammazzo. Non so quando né come, ma siete carne morta -

- Bastano poche parole, Kora. Questione di scelta. -

Bussarono alla porta. Un mormorio soffocato, un tossicchiare convulso. Il garzone che trascinava le lenzuola. Pietrificato per un istante, l'agente chiacchierone si azzittì. Il bruto invece voltò la testa, puntò la pistola verso la porta. “Una sola parola, e se ne andrebbe immediatamente...” Kora strinse i denti, raccolse le forze per scattare come una molla sotto torsione. Non pronunciò parola.
La chiave girò nella serratura, il garzone entrò. Pistola nel cuscino, lo sparo risuonò come un educato colpo di tosse. Il garzone si fermò, fissando attonito l'inchiostro rosso che lentamente allagava lo sparato bianco della camicia. Kora rotolò come un gatto giù dal letto, afferrò dal comodino la Luger. Rimbombò uno sparo, uno sbuffo di fumo. L'omone della Pinkerton singhiozzò di dolore, la mano spappolata. Cartilagine insanguinata bagnava la moquette. La pistola dell'uomo rimbalzò a terra, scattò il grilletto nell'impatto. Il proiettile si conficcò nella spalla di Kora, che spostò la mira di qualche tacca e gli sparò una seconda volta, in testa.

- Fine della corsa, piccola – Ansimò l'agente della Pinkerton sopravvissuto. Si fronteggiarono con le pistole puntate l'uno alla testa dell'altro. Kora sentiva il proiettile nella spalla mordere la carne, mentre un lento flusso di sangue arrossava il grigio del vestito. Tremò, prima di cedere in ginocchio. Con un tonfo, le sfuggì la Luger dalle mani sempre più deboli.

- Ma guardati – Sogghignò l'agente. – Stai morendo dissanguata. Magari – Inclinò il capo – Se mi dicessi dov'è la fiala, potrei aiutarti... –

- Il materasso... –

La scatola era intatta, la fiala cullata nella paglia. Il Pinkerton la prese, guardandola da vicino, affascinato dal gioco di nero e oro del liquido nel vetro.

– Il vostro piccolo Fuhrer morirà come tutti gli esseri mortali, mia cara – proclamò trionfante.

Kora gli tirò un calcio da sotto il letto. L'uomo saltellò indietro, scivolò sulla moquette insanguinata. La fiala gli sfuggì di mano, s'infranse sul pavimento. Kora guardò perplessa l'uomo strisciare sul pavimento, lappare con la frenesia di un gatto succhia latte le poche gocce che filtravano dalla moquette. Deglutì con un gran sorriso e Kora sbottò, infastidita.

– Non eri un agente della Pinkerton, vero? –

L'uomo ridacchiò di gusto.

- Un americano, sì. Ammalato di cancro, per l'esattezza. Ma tutto il resto è vero; vi seguivo da un po'. – Si massaggiò la pancia – Sono un piccolo petroliere del sud del Texas. Secondo il mio medico non mi restava che un anno di vita. Ho fatto tutto quello che potevo, una volta giunto a sapere della vostra spedizione, Kora. Ma ora – Allargò le mani – Vivrò per sempre! –

A metà del gesto, ansimò prima di vomitare bile nerastra. Sotto l'occhio febbricitante di Kora, l'uomo tremava, si sformava come plastilina modellata da uno schizofrenico. Le guance s'incurvarono, scesero cascanti fino alle spalle prima di coprirsi di peli ispidi. Le narici del naso esplosero in un grugno di scrofa. In ginocchio, le mani s'innervarono nel muggito di sofferenza dell'uomo in un duro, resistente strato di pelle a scaglie. Dall'osso occipitale eruttò attraverso un'esplosione di visceri una lunga coda di lucertola. Gli occhi dilatati in un'espressione di orrore totale si allungarono, assunsero il colore stinto e miope delle pupille di un indios, di un sacerdote vecchio e ritardato.
“Quella fontana era inquinata!” comprese Kora “Coccodrilli, cinghiali, antilopi, indigeni: in quanti ci avranno bevuto, vomitato e pascolato?” Kora guardò quella confusa cellula di zoccoli e artigli, di scaglie verdi di coccodrilli infanti e pelle olivastra degli indigeni del luogo e per la prima volta sentì quella debolezza mortale che il Fuhrer definiva pietà.