mercoledì 17 gennaio 2018

Il fantasy muto e senza nome di Peter Newman: "The Vagrant"


Un viandante, un neonato e una capra attraversano un mondo post apocalittico infestato dai demoni alla ricerca dell'ultima oasi di salvezza e civiltà: la “Shining City”, nel profondo nord.

Il mondo di Peter Newman è un deprimente pianeta grigio e sterile, formato da nudi ammassi di roccia chiamati “montagne”, distese cenerognole un tempo chiamate “pianure” e giungle urbane di edifici abbandonati un tempo chiamate “città”. Scheletri tecnologici di automobili, ferrovie e strutture di cui da tempo si è smarrita la funzione fanno intuire al lettore una precedente civiltà evoluta e sofisticata, caduta da tempo nel dimenticatoio della storia.
La menzione di un sole spezzato a metà, i nomi e le denominazioni astruse e la geografia fantasy allontanano il pericolo dell'ennesimo post apocalittico ambientato sulla Terra, a favore invece di un fantasy vero e proprio, grimdark all'ennesima potenza.

Le ultime vestigia di civiltà umana in “The Vagrant” risalgono all'impero dei “Seven”: sette divinità simboleggianti l'Ordine contro il Caos, alla guida di una civiltà feudale la cui élite sono i “Seraph Knights”. Un ordine cavalleresco, a metà tra feudatari e paladini, dalle spade magiche (tecnologiche?) che sanno “cantare” come la Durlindana di Orlando. Il cavaliere Seraph è addestrato a intonare la propria anima alla spada, con effetti devastanti sul nemico. Dal romanzo non appare mai completamente chiaro se l'accordo “musicale” tra spada e possessore sia il risultato di un'antica tecnologia o sia un elemento propriamente fantastico. I “Seraph Knights” costituivano la punta di diamante dell'esercito dei Sette, ma nel romanzo sono ormai scomparsi da tempo, tranne che per il “vagabondo”, the vagrant, che continua il suo pellegrinaggio in un mondo devastato.

I nemici giurati dei “Sette” sono ovviamente i demoni, di ogni forma e natura: entità infernali provenienti d'altre dimensioni tramite un portale. Uno dei Sette si era sacrificato nella battaglia finale nel tentativo di sconfiggere i demoni, ma i Seraph Knights persero quella fondamentale battaglia, ritirandosi fino a svanire nella roccaforte della “Shining City” e in poche altre enclavi clandestine. Secoli di dominazione infernale hanno intanto corrotto e mutato la popolazione umana producendo una nuova razza disprezzata tanto dagli umani quanto dai demoni: gli “half blood”, metà uomini e metà demoni. I bambini nati sani sono in ogni caso rari se non impossibili: tutti gli umani presentano una qualche forma di mutazione, dagli arti alla pelle a scaglie. Gli half blood in realtà hanno in comune con i demoni solo l'aspetto fisico e un certo ritardo mentale, dimostrando all'occorrenza di poter combattere dalla parte del “bene”.

Il protagonista, il “vagabondo”, è un Seraph Knight da tempo decaduto, portatore di una spada magica chiamata “The Malice”, desiderata fortissimamente dai demoni. Ancor più prezioso è il fagotto sotto braccio, che nasconde allo sguardo dei passanti: un neonato incorrotto, che spera di proteggere fino alla città dei Sette.

angel of death”, di Marcin Swierkot
Romanzo davvero bizzarro, quest'esordio di Peter Newman.
Si tratta di una storia estremamente cupa, un fantasy non tanto low quanto dark nelle descrizioni e nelle azioni disperate dei personaggi; nel contempo è un romanzo con scene d'incredibile affetto paterno tra il “viandante” e il “neonato” e spezzoni (quasi) poetici. Un'opera dal cuore tachicardico, capace di balzare senza soluzioni di continuità da scene di normale quotidianità a voragini di terrore esistenziale. In seguito a questo primo esordio, ignorato in Italia tranne che da una blogger di Young AdultNewman ha proseguito con altri due romanzi, “The Malice” e “The Seven”, con una bella segnalazione ai Premi Hugo del 2017.

Il primo elemento che balza all'occhio è lo stile di scrittura di Newman: la terza persona segue il “viandante”, un cavaliere muto e senza nome. Per tutte le 400 pagine del romanzo, il “vagabondo” non parla e non pensa. Newman si limita a descrivere le sue azioni e le sue espressioni facciali, approcciando così uno stile di scrittura estremamente freddo e impersonale. 
Il cavaliere non può parlare e non compare una singola riga di “pensiero” durante tutta la storia. Ci si limita a sguardi, a occhiate infuriate, a risate silenziose. Quando si riferisce al protagonista, Newman evita anche gli aggettivi, circoscrivendoli al minimo sindacale: l'uomo può corrugare la fronte, ma non lo fa mai in maniera “arrabbiata”. Sta piuttosto al lettore indovinarne i sentimenti dal contesto e dalle azioni.

Una delle prime scene permette infatti di mostrare “The Vagrant” alle prese con l'acquisto di una medicina e in seguito di una capra, con cui allattare il neonato. La scena accuratamente evita qualsiasi accenno di sentimento astratto verso il protagonista, che si esprime a gesti:

Corrugated shelves line the walls, packed with bottles, tins and tubes. The owner of the rusting cave hunches on the floor, cleaning a syringe with a ragged cloth. He appraises the Vagrant with a bloodshot eye.
‘A new customer?’
The Vagrant nods.
Syringe and cloth are swiftly tucked away and yellowing fingers rub together.
‘Ah, welcome, welcome. I am Doctor Zero. I take it you’ve heard of me?’
The Vagrant nods.
‘Of course you have, that’s why you’re here. Well, what can I get you? You look tired. I have the finest selection of uppers this side of the Breach, or perhaps something to escape with?’ His eyes twinkle, sleazy, seductive.
One hand still on his collar, the Vagrant’s amber eyes roam the shelves. They alight on a small jar, its label faded to a uniform grey.
‘Ah, a discerning customer,’ says Doctor Zero, impressed. ‘Rare to have somebody who knows what they’re looking for. Most of the rabble I get through here can’t tell the difference between stardust and sawdust.’ He picks up the jar, flicking something sticky from the lid. ‘I assume whoever sent you appreciates the scarcity of good medicine … and the cost.’
In answer, the Vagrant kneels and places two platinum coins on the ground, sliding them across the floor towards the Doctor.
‘I hope you aren’t trying to trick me,’ the Doctor replies, picking them up and tapping each one in turn with his finger. The coins vibrate and a brief two-note duet fills the cramped space. For a moment neither speak, both moved to other memories by the sound.
Doctor Zero holds them to the light, the clean discs incongruous with his sallow skin. ‘My apologies,’ he says, handing the jar over quickly, hoping no change will be asked for. ‘And if you have any other needs, don’t hesitate to come back.’

La mossa di far scivolare le monete, la scelta del barattolo, il “vagrant” che annuisce... il romanzo intero è così strutturato, senza che il protagonista parli o pensi. Il lettore riesce così a percepire quali sono i suoi sentimenti, così come traspare la sua affezione verso l'infante... il tutto però dalla descrizione delle sue azioni.

Come ci si potrebbe aspettare da un esordiente con ambizioni letterarie, Newman fallisce nel mantenere questo stile quando applicato ad altri personaggi: la terza persona scompare a favore di un punto di vista onnisciente condito di avverbi e catene di aggettivi. Quelli che i recensori definiscono momenti “poetici” sono in realtà divagazioni senza significato, astratte e confuse. Nello stesso passaggio citato, alcune espressioni appaiono superflue, a partire da quel “seductive” già sottinteso dalla “voce” untuosa del negoziante. L'idea di base – un protagonista senza nome, senza voce e senza pensieri – è tuttavia geniale, anche se non viene mai applicata fino in fondo.

Artwork di Casey Weeks
Il “vagrant” è un osservatore dei fatti, un vagabondo della storia.
Certo, era un tempo un cavaliere. E rimane un paladino che cerca di fare del bene, senza difetti, vizi o scheletri nell'armadio, che dall'altro non potremmo conoscere senza un “accesso” ai suoi pensieri.
Tuttavia il “vagrant” è ormai disilluso e mira solo a salvare il neonato, costi quel che costi.
Ci sono alcuni punti di contatto tra questo personaggio, il Roland della Torre Nera (compresa l'ambientazione a metà tra il western, il fantasy e il post apocalittico) e persino il Wulfgar della trilogia di Magdeburg di Alan D. Altieri, “l'Eretico senza nome e senza dio”.
La comparazione è tra protagonisti silenziosi, letali e inflessibili, che risultano “estranei” all'ambientazione, dove vagabondano senza meta.
Si consideri il primo incipit di “The Vagrant”:

Starlight gives way to bolder neon. Signs muscle in on all sides, brightly welcoming each arrival to New Horizon.
The Vagrant does not notice; his gaze fixes on the ground ahead.
People litter the streets like living waste, their eyes as hollow as their laughter. Voices beg and hands grasp, needy, aggressive.
The Vagrant does not notice and walks on, clasping his coat tightly at the neck.
Excited shouts draw a crowd ahead. A mixture of half-bloods and pimps, dealers and spectators gather in force. Platforms rise up in the street, unsteady on legs of salvaged metal. Wire cages sit on top. Within, shivering forms squat, waiting to be sold. For some of the assembled, the flesh auction provides new slaves, for others, fresh meat. Unnoticed in the commotion, the Vagrant travels on.

Le persone come “living waste”, il disprezzo verso i “papponi”, lo scenario decadente contrapposto a un uomo solo e indifferente alle tentazioni della città.

Come punto seguente, l'incipit del primo romanzo della Torre Nera:

L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.
Il deserto era l'apoteosi di tutti i deserti, sconfinato, vasto fino a traboccare nel cielo per enne parsec in tutte le direzioni. Bianco; accecante; arido; amorfo salvo che per l'abbozzo labile e nebuloso delle montagne all'orizzonte e l'erba canina ispiratrice di dolci sogni, incubi, morte. A indicare la via appariva di tanto in tanto una lapide, perché un tempo la pista semicancellata scavata nella spessa crosta alcalina era stata una strada di corriere. Da allora il mondo era andato avanti. Il mondo si era svuotato.

In questo caso la città scompare a favore del deserto, che tuttavia occupa una larga percentuale del romanzo di “The Vagrant”. Il pistolero è un uomo stoico, solo e indifferente. La prima frase è un letale gancio verso il lettore: impossibile mettere giù il libro dopo un esordio del genere. Ovviamente King nelle righe seguenti si perde nella descrizione dettagliata di Roland, vanificando il buon lavoro appena citato. “Un otre di pelle simile a una mortadella”... difficile immaginare qualcosa di meno epico.

Infine, per completare il trittico, l'esordio dell'Eretico di Alan D. Altieri:

Emerse dalle tenebre.
Memento e incubo.
Un uomo in un mantello colore delle ombre, su un cavallo da guerra colore dell'acciaio.
Un viandante. Nient'altro che un viandante in nero.
Avanzò lungo la strada flagellata dalla pioggia del Giorno dei Morti. Superò i relitti di case sventrate, invase da erbacce sibilanti nel vento. L'aria era opaca, miasmatica. Vapori lividi si levavano dal lastrico di pietre, disperdendosi contro nubi simili ad antracite liquefatta. Nessuna luce arrivava sulla terra. Forse la luce aveva semplicemente cessato di esistere.
Altieri commenta liberamente dove desidera e l'effetto per quanto gradevole è inferiore a entrambi gli incipit precedenti. Il collegamento con “The Vagrant” è tuttavia forte, a partire dal “viandante in nero” e la descrizione post apocalittica della Turingia in fiamme. Ancora una volta, un eroe maschile solitario e inflessibile, che si mostra indifferente all'incubo che attraversa.

By the way, il livello di lettura in Italia è talmente basso che c'è chi ha criticato Altieri per aver “ripetuto” la frase alla quarta riga. Caro “lettore”, ti svelo un segreto: si tratta di semplice retorica.
La ripetizione della frase serve a sottolineare l'epica dell'immagine, il dramma della misteriosa apparizione. Non è un errore di Altieri, che ha ripetuto la parola “viandante”, perchè “non sa scrivere”. Se questa strategia funzioni o meno, ci si può discutere. Io la trovo gonfia e roboante, con l'aggravante di far “sentire” la voce dello scrittore.
Ma scrivere che Altieri è troppo pigro per usare un sinonimo a “viandante” è stupido. Stupido-stupido-stupido. Ecco, vedete? Anch'io mi ripeto...


Un'altra particolarità stilistica del romanzo sono le deviazioni dal protagonista a favore del punto di vista “animale” della capra che accompagna il cavaliere, il neonato e altri Pov “non-umani”. Solitamente sono paragrafi comici, con il ruolo fondamentale di alleggerire la cupezza della storia.

Something ventures forward from the twilight, hunting. It scampers lightly, alert for danger. Scurry, pause, scurry, pause. Eyes dangle from its head, bouncing with each advance on sinewy threads. Its flickering tongue tastes the air before it storms the last few feet, scaled legs whirling with effort. Blisteringly fast, it seeks a way into the sack, racing up the coarse fabric, an opportunistic thief. Overhead a shadow moves. Preceded by a spike of white hair, it descends, opening until it blocks the creature’s path; a moving, living cave.
Feet frantically spin in the opposite direction but the creature cannot stop, momentum delivering it straight into the cavernous mouth.
As the suns rise, the goat chews.

I demoni di Newman sono un'invenzione interessante, per quanto non così diversa da chi è avvezzo all'immaginario “caotico” di Moorcock e del mondo di Warhammer Fantasy. Si tratta di demoni divisi in fazioni tra loro in lotta, con una propria gerarchia darwinista.
Sono weird, nel senso che non richiamano la simbologia cristiana, ma appaiono come mostri da un'altra dimensione, tramite il portale, “the breach”.
Non li definirei nemmeno lovecraftiani, perchè hanno obiettivi e personalità ben distinte, anche se rimangono slegate dalla popolazione umana. In un certo senso, se la spada di “The Vagrant” è un artefatto tecnologico, i demoni sono una razza aliena.
I dialoghi sono resi bene:

The sixth Knight of Jade and Ash returns, joining the others in darkness. Its head touches theirs and the commander’s and essences weave in a metal circle.
‘Report.’
‘Nothing. Nothing. Patchwork has returned to the city with fresh purpose. Nothing. The Malice has resurfaced. Are we weakening?’
‘Where?’
‘Do we fight? Do we fight? Do we fight? Can we fight? In Verdigris’ centre, it stalks Patchwork’s mouthpiece. Will we go the way of the seventh?’
‘No, let the Malice fall among our enemies, let the pawns of the adversary blunt its edge. Then we will fight, and win. For now we watch.’
The commander goes to break the circle but stops, troubled.
‘What was that?’ ‘Nothing. Nothing. Nothing. We bleed from the hole made of the seventh. The Malice will end us. The Malice will end us.’
‘Enough. We watch.’ Ending contact, the commander leaves. The knights form up behind.

La fazione dei Sette, dall'altro, è una forma di teocrazia eccezionalmente rigida e tetra, dove ogni forma di contaminazione è bandita e la popolazione appare irregimentata e povera. Il cavaliere protagonista non condivide il fanatismo della “Shining City” e al confronto con il comportamento erratico e misterioso dei demoni, i rappresentati dei Sette sono sinceramente odiosi.
Si veda a esempio il comportamento di un altro cavaliere/a, Sir Phia:

The banging draws Sir Phia’s attention. The knight leans over the cube, curling her lip. ‘Such a noisy, undisciplined thing she is. Quiet now.’
The command is ignored.
‘Quiet, I say.’
‘Good luck with that,’ mumurs Harm. Sir Phia places a finger and thumb on the soft skin of Vesper’s thigh and pinches. Vesper’s expression moves quickly from shock, to outrage, to the purest misery. She begins to cry.
‘Quiet,’ repeats the knight.
Harm’s eyes narrow. ‘What are you doing?’
‘Teaching this child some discipline.’
‘Is that what you call it?’
‘In the Shining City they’d have her in a choir by now and she’d have learned how to listen.’

I dialoghi bizzarri dei demoni, la parlata spezzata degli occasionali comprimari e il silenzio del protagonista trasformano la lettura di “The Vagrant” in un'esperienza genuinamente solitaria. Era da tanto che non viaggiavo dentro un mondo fantasy così silenzioso e vuoto.
Da riporre accanto a Dark Souls, “La Strada”, di McCarthy e altre simili esperienze estreme.

3 commenti:

Marco Grande Arbitro ha detto...

Ho letto un paio di cose, nel tuo post, che mi hanno intrigato. Lo tengo d'occhio!

Marco Stabile ha detto...

Mi hai messo addosso una curiosità pazzesca, sai? E non saprei dire perché, ma mi ricorda il gameplay di Legend of Grimrock (che non c'entra molto, ma forse i personaggi silenti, di fronte a mostri di vario genere...)
Credo che lo metterò in lista.

Coscienza ha detto...

@Marco Grande Arbitro

E' una trilogia decisamente affascinante, specie nel campo del fantasy.

@Marco Stabile

E' una lettura decisamente interessante. Rispetto ad altre letture in inglese qui sul blog, stavolta lo stile è medio-alto.
Legend of Grimrock è un bel gioco, anche se tosto.
Il protagonista è certo altrettanto silenzioso, sebbene gesticoli parecchio. Ricorda un po' il V per vendetta filmico, di Hugo Weaving, che si comporta da cattivo attore di teatro non avendo un "volto".