lunedì 4 settembre 2017

Jakabok: Il demone del Libro o nel Libro? Il diavolo sta nei dettagli...


Esperienza davvero insolita per Clive Barker. Il maestro dell'horror autore di Infernalia e de Il Gioco Dannato e regista di Hellraiser, come da prassi per molti autori, stava firmando agli acquirenti le copie del suo ultimo romanzo Cabal alla famosa Forbidden Planet di New York, quando un suo ammiratore gli si è parato davanti con un rasoio e si è tagliato il braccio chiedendo di avere un autografo con il sangue.
In una intervista pubblicata il giorno dopo dal Washington Post Book World lo scrittore di Liverpool ha detto di aver preso la cosa come uno scherzo e di imputare l'atteggiamento... impulsivo del fan al caldo e alla lunga fila.
La copia di Cabal è stata firmata comunque con il sangue, proprio come da esplicita richiesta...


Un passaggio senza dubbio interessante dalla rubrica “Specchio di Alice”, di Errico Passaro, tratto dal n. 70 dell'Eternauta (1988), che evidenzia chiaramente la fama di autore “maledetto” conquistata da Barker in quegli anni, favorita a sua volta dagli atteggiamenti 50% maledetti, 50% goliardi degli scrittori della corrente Splatterpunk. Barker, come molti suoi contemporanei, è invitato in televisione, è intervistato, compare con una faccia nuova e idee fresche a fine anni '80, rivitalizzando il genere in un periodo stagnante quale gli anni '90 e approdando agli inizi '2000, prima di scomparire nel nulla.

Clive Barker (1991)
Sono sempre più convinto che paragonare Barker a Stephen King sia fare un torto a entrambi. 
King aveva conquistato dalla fine degli anni '70 per poi tutto il 1980 una fama e un predominio inarrestabile, moltiplicato dai film, cementificato dalla valanga di romanzi e rinforzato dai documentari e dalle interviste. Non c'è mai stata una seria concorrenza tra Barker e King: le prime vendite della saga dei Libri del Sangue non andarono molto bene e Barker stentò prima di affermarsi definitivamente, conquistando una fama mondiale solo in seguito al suo primo film, Hellraiser (1987): Pinhead, all'interno della mostrologia variegata e multiforme di Barker, è l'unica creatura che veramente si è affermata nel subconscio della massa, l'unica che vanta successo come fan fiction, merchandising, film, diritti ecc ecc Ingiustamente, perchè altre creazioni di Barker e altri suoi mondi meriterebbero altrettanto – se non più! - spazio. Come Michael Myers,come Freddy Krueger, Pinhead è ormai un'icona dell'horror: icona cinematografica, tuttavia, mai romanzesca. I Cenobiti fanno breccia nell'immaginario dei cinefili, non dei lettori; questo non col dire che le opere di Barker scritte siano meno interessanti dei suoi film. Anzi, è vero il contrario. Tuttavia, come topos della marcescente cultura pop degli ultimi trent'anni, i cenobiti, Hellraiser e Pinhead si identificano con i film e con un immaginario molto più tradizionale, molto più “conformista” rispetto al Barker scrittore, che è di gran lunga più sovversivo.

Clive Barker scrive horror: innegabile. Vedasi i racconti dei Libri del Sangue, i suoi romanzi, il suo gusto per la descrizione grafica ultrasplatter...
Clive Barker scrive fantasy: innegabile. Abarat è una serie originale, fantasy senza sfondi storici, puro surrealismo. Perfetta compenetrazione tra scultura, dipinto e parola scritta.
Clive Barker scrive fiabe: innegabile. La casa degli anni scomparsi è una fiaba moderna che non prende in giro il suo giovane lettore, che gli presenta un bambino protagonista intelligente e capace, all'interno di un mondo con le sue regole e una morale di fondo.
Quindi, cosa scrive in realtà Barker? Il buon Clive scrive fiabe-horror-con-un-pizzico-di-fantasy.

Questi tre elementi vengono solitamente distinti e apposta ho selezionato alcune delle sue opere che meglio personificano questi tre diversi aspetti della sua scrittura. Al fondo, tuttavia Barker scrive spesso una storia horror, nella quale l'elemento che spaventa è tuttavia descritto come in un fantasy e dove l'impianto di base è quello di una fiaba.
Dove sarebbe, in questo contesto, il contatto con King?
Stephen King agisce in tutt'altra lega, in tutt'altro girone infernale: King vuole disgustare, vuole spaventare, vuole eccitare, vuole agitare i suoi lettori. Clive Barker al contrario vuole carezzarli, vuole sì spaventarli, ma con la consapevolezza di voler far raggiungere un sublime, un terrore che è mescolato alla bellezza estetica, all'intrinseca sensazione annichilente di qualcosa che è sì terribile, ma che è anche maestosamente bello
Tra King e Barker, sono diverse anche le ambientazioni: le villette a schiera, i sobborghi americani, i piccoli nuclei urbani per King; la città labirintica e metropolitana, darwinista e decadente, nel caso di Barker. La concezione filosofica di King vede nell'horror un'origine biologica, “naturalistica”, connaturata a un dato ambiente; la formula vincente di King sta anche nell'aver reso la creatura “gotica” realistica e a suo agio, nell'ambiente moderno americano. Al contrario, con Barker non troviamo mai una spiegazione razionale o un perchè all'evento soprannaturale, che sovverte e corrompe la tranquillità di ogni giorno. Persino con mostri come Pinhead, il soprannaturale non è mai cattivo “tanto per”; i Cenobiti si limitano a onorare il patto sotteso all'apertura del Cubo di Lemarchand, non lo fanno perchè genericamente “malvagi”.

Invece che con King, perchè non paragonare la vellutata scrittura di Barker a Neil Gaiman?
Sono entrambi scrittori di fiabe, entrambi scrittori che dichiarano sia nella narrativa che nella saggistica uno smisurato amore per il fantastico, entrambi autori convinti che il mostro, l'estraneo, la creatura alla Guillermo del Toro sia molto più interessante del banale umano.
Chiunque legga Gaiman o Barker può confermare che l'attenzione e il favore dello scrittore è tutto per il demone, lo spiritello, il mostriciattolo: gli uomini, questi uomini così imperfetti e fragili, non destano grande attenzione, a meno che non siano estremamente vecchi, o estremamente giovani.
Gaiman ovviamente è un autore spesso considerato per l'infanzia, ma invito a non sottovalutare affatto il contenuto orrorifico dei suoi romanzi, così come all'opposto invito a non sottovalutare il contenuto fiabesco di Barker: Gaiman, come d'altronde nelle fiabe medievali non edulcorate dalla pennellata di zucchero della Disney, è uno scrittore che sa essere cattivo, sanguinario tanto quanto i suoi colleghi più “temuti”. Che l'elemento pauroso sia poi nascosto dal lessico dell'infanzia e dalle ambientazioni tim burtoniane, non elimina l'orrore di fondo. Rovesciando la prospettiva, provate a scavare sotto i litri di sangue rappreso dei romanzi di Barker e scoprirete eroi e protagonisti sorprendentemente fiabeschi. Leggere Clive Barker è davvero farsi una purissima dose di horror tagliata con dell'additivo fantasy unico nel suo genere. E questa novella, Jakabok - Il Demone del Libro, non fa certo eccezione.
La cosa che mi spaventa è la banalità. La banalità della cultura in cui viviamo. Quello che mi spaventa è quello che mi circonda – persone che vogliono sopprimere l'immaginazione. (Clive Barker, Horror Café, 1990)

La difficoltà nel raccontare la trama del Demone del Libro sta nella sua natura, lapalissiana, di libro.
E' la storia di un “demonietto”, Jakabok Botch, nell'Europa dove infuria la tempesta protestante scatenata da un altro demone, amico di noi liberi pensatori, Lutero.
Ma è nel contempo la storia di un'invenzione fondamentale per l'umanità, ovvero il torchio a stampa di Gutenberg, macchina infernale e nel contempo angelica, motore della più grande alluvione cartacea che sia mai stata conosciuta prima dell'arrivo del computer.
Ma parlando e discutendo di una novella di Barker, è anche una fiaba, con angeli&demoni, combattimenti e colpi di scena, rievocazioni bibliche, eroi, antagonisti e aiutanti: in effetti, si potrebbe dire che è una fiaba dove il protagonista e la voce narrante, Jakabok, è l'aiutante magico dell'eroe... se tale lo vogliamo considerare.
Ma è sopratutto un libro che è la storia di un libro: è Jakabok ad accogliere il lettore, il volume stesso, specie se cartaceo, conferma la profonda impressione di essere il documento originale tramite cui il demone cerca di raggiungere il lettore.

Jakabok Botch secondo AtralWolf9
Senza dubbio, come con i Vangeli di Sangue di Clive Barker, usciti in contemporanea con la Independent Legions, il punto di forza del romanzo sono i demoni di Barker, che qui compaiono con le caratteristiche e gli atteggiamenti dei diavoletti dei cartoon degli anni '30, o delle vignette politiche ottocentesche: con la coda a uncino, corpi rossi, con quell'atteggiamento “birichino” i cui scherzi portano alla morte (o dannazione, o entrambi) dello sfortunato umano. I dialoghi e le avventure di Jakabok e del suo compagno/amante, Quitoon, sono quasi picaresche, mentre vagabondano senza precisa meta nell'Europa “moderna”, disastrata e disastrosa, tra lanzichenecchi, cardinali e peones.

Jakabok è un povero diavolo, un demone di basso livello, nato nei sobborghi infernali che ricordano gli slums del terzo mondo: senza grande forza fisica, o abilità speciali, il suo unico vanto è la doppia coda, segno di speciale favore da Lucifero. E' interessante come Barker, invece che perseguire il disegno di un inferno alieno e mostruoso, preferisca dipingere un'atmosfera certo soprannaturale, ma dove le famiglie di demoni e dannati imitano e involontariamente parodiano la vita umana; Jakabok ha un padre (un diavolo violento, verso cui commetterà parricidio), una madre, una sorella, una vita “sociale”. Con un gioco sia verso il lettore che verso sé stesso, Clive descrive un demone che ama scrivere, riversando di nascosto sulla carta tutte le sue frustrazioni e i suoi desideri, accorgendosi, come tanti umani, dell'incredibile potere della parola scritta.
Le parole sono in esubero. Ogni giorno vengono rigurgitate da lingue e penne, a miliardi. Pensa a tutto ciò che esprimono: seduzioni, minacce, pretese, suppliche, preghiere, maledizioni, presagi, proclamazioni, diagnosi, accuse, insinuazioni, testamenti, giudizi, rinvii, tradimenti, leggi, bugie e libertà. E ancora, e ancora, parole senza fine. Soltanto quando sarà pronunciata l'ultima sillaba, che si tratti di un gioioso alleluia o di qualcosa che si lamenta di fastidi intestinali, solo allora ritengo che potremo ragionevolmente affermare che il mondo sarà finito. Creato con una parola e – chi lo sa? – forse distrutto da un'altra. Io di distruzione ne so qualcosa, amico mio. Più di quanto mi vada raccontarti. Ho visto certe cose, io, cose talmente indicibili e disgustose...

La scoperta del suo segreto – la scrittura – e l'obbligo a bruciare tutte le sue carte, cioè tutta la sua vita, è il perno di passaggio dell'intera storia, la svolta in seguito alla quale Jakabok si brucia egli stesso, conoscendo il fuoco e per conseguenza del quale viene “pescato” nel mondo di Sopra, la nostra Terra, passando dall'inferno alla dimensione degli umani. Da quel momento, la sua insolita passione per i libri e la lettura lo condurranno a un'avventura peculiare, dove fuoco, libri e l'ingenuità umana giocheranno un ruolo fondamentale.

Una storia narrata in prima persona, con protagonista un demone, naturalmente non può non far identificare, o quantomeno simpatizzare il lettore con Jakabok. Un aspirante scrittore, che attraversa le pene dell'inferno, che giunto sulla Terra soffre un amore non ricambiato e i cui delitti sembrano trovare una soddisfacente giustificazione morale, dal prete corrotto al mercante crapulato.
Eppure Clive gioca con i sentimenti del suo lettore e quando meno te lo aspetti, inserisce una scena dove Jakabok si comporta normalmente per un demone, ma a-normalmente per un uomo: una scena ultrasplatter, un banale disprezzo per la vita umana, una battuta talmente crudele che stenti non tanto ad accettarla, quanto comprenderla.
Il mio passaggio preferito è il seguente, dove la cattiveria di Jakabok risalta perché menzionata come una nota a piè di pagina del suo discorso con Quitoon:
Quindi, un giorno di un certo anno che ho già ammesso di non ricordare, Quitoon mi disse:
“Dovremmo andare a Magonza .”Non avevo mai sentito parlare di Magonza. Né in quel momento nutrivo alcun desiderio di andare da qualche parte. Mi stavo crogiolando in un bagno di sangue di poppanti, che non ci era voluto poco tempo a preparare, visto che la vasca era grande e i poppanti difficili da procurarsi (e da mantenere in vita affinché il bagno fosse caldo) nelle quantità necessarie. Mi ci era voluta mezza giornata per trovare trentuno bambini, e un'altra ora abbondate per tagliare le loro gole stridenti e scaricarne i contenuti nella vasca. Ma finalmente avevo compiuto l'opera e mi ero appena sistemato nel mio bagno rilassante, inalando il profumo di miele e rame del sangue d'infante, quando Quitoon entrò e – scalciando via i fornitori morti, sparpagliati attorno, del mio attuale benessere – venne al bordo della vasca, dicendomi di vestirmi.
Eravamo in partenza per Magonza.

“Perchè ce ne dobbiamo andare così presto?”, soggiunge Jakabok seccato e il discorso sulla mattanza dei bambini resta ad aleggiare grottesco sullo sfondo, volutamente ignorato.
Il carattere dei diavoli si accompagna poi bene ai contorni, ovvero a quest'Europa quattro/cinquecentesca ultra violenta, popolata da personaggi bizzarri, caricaturali, che mirano a ingannarsi reciprocamente alla ricerca del minimo profitto immaginabile. I diavoli, all'inferno, parodiano i sentimenti degli uomini, ma questi a loro volta, sembrano voler imitare i diavoli, in crudeltà e grettezza. Le descrizioni dei comprimari e delle ambientazioni trasudano miseria e sporcizia:
E nel mezzo di questo strano frutteto c'era lui. Dal suo corpo nudo si levava un fumo bluastro, la cui sostanza era intrecciata dalle venature di una lucentezza che si faceva gradualmente più fievole, via via che ciascuna striatura perdeva d'intensità.
Gli unici punti in cui la luce non si era ancora smorzata erano negli occhi dell'uomo, simili a lampade gemelle che balenavano nella cupola del suo cranio.
Mi feci strada tra lo scompiglio dei cadaveri, senza provare repulsione per sangue o parti corporee sparse ovunque, ma per i parassiti che avevano prosperato a migliaia sui corpi e negli abiti, e che ora stavano rapidamente venendo allo scoperto in cerca di portatori viventi su cui balzare. Io non volevo certo diventare il loro obiettivo e diverse volte, attraversando la radura, fui costretto a spazzolarmi via qualche pulce ambiziosa che mi era saltata addosso.

Diavoli! Dalla rivisita socialista tedesca Der wahre Jakob (inizi '900)
L'era moderna, di Lutero e di Gutenberg, è per Barker un'era fantastica, trasfigurata nei miti e nelle credenze degli europei del XVI secolo; un'era di portenti, di magie e di diavoli. L'idea più affascinante è che esista un commercio parallelo a quello delle reliquie, costituito da zanne, corna e carne di demone, che vengono catturati da conventricole di monaci con gabbie, reti e trappole, che calano da pozzi e crateri che scendono fino all'inferno. Senza volerlo, Barker avvalora la tesi di quegli storici che definiscono la prima età moderna una continuazione del Medioevo!
Tagliole, reti, pungoli e ingegnosi strumenti di tortura permettono a questi intraprendenti “cacciatori” di issare sulla Terra qualche bel diavolo, che poi cucinano e scalpellano per ricavarne amuleti e portafortuna, così come materiale di scambio al mercato (nero).

Ovviamente, come osservavano i recensori inglesi, sì, va bene, lo stile adottato ha i suoi difetti, perchè la sciarada di fingere che Jakabok parli dal libro e ti chieda di bruciarlo, è reiterata così tante volte che rischia di annoiare. Tuttavia, la ripetizione di “brucia questo libro”, pur stancante, ha lo scopo di collegare tra loro i diversi capitoli, dare un senso a paragrafi altrimenti disordinati; inoltre, a meno di non essere davvero molto sensibili alle ripetizioni, è un'espressione facilmente assorbita dal lettore e ignorata dopo qualche pagina, come un nome proprio ripetuto un numero sufficiente di volte. Meno convincente invece l'umorismo di Jakabok, che pervade e appesantisce alcune pagine, così come lo scarso approfondimento psicologico di (quasi) tutti i diavoli e gli umani, che tuttavia conferma come sia tanto una storia horror quanto una fiaba. 
Ci sono alcune espressioni banali, che confliggono con il lavoro di “lima” operato da Barker: “artigli affilati come il dolore”, “carpentieri” invece che “scalpellini”, “comunione cosmica” (esagerato!). 
Se accettate come ogni persona intelligente il gioco metalinguistico di Barker, con il libro-demone, lo stile vi piacerà senz'altro, concludendosi con quel tot di pagine necessario perchè diverta, prima che lo mandiate al diavolo.

Senza essere un capolavoro, Jakabok – Il Demone del Libro è un buon ritorno di Barker in Italia, proponendo una novella che non è eccessivamente splatter, ne eccessivamente weird, bilanciando i due ingredienti in una storia auto-conclusiva piacevole tanto per i vecchi fan, che per le nuove leve.
L'ambientazione infernale è inoltre un perfetto agganciono pun intended, Pinhead! – per il secondo volume tradotto dalla Independent Legions, quei Vangeli di Sangue che di Jakabok mantengono lo sfondo infernale, aumentando tuttavia il gore e il “disgustoso”.

Fonti:
Jakabok – Il Demone del Libro, di Clive Barker (sito casa editrice)
Jakabok – Il Demone del Libro, di Clive Barker (Ibs). Ho comprato il libro in formato ebook; all'uscita, vi erano stati alcuni problemi con l'edizione cartacea, sia per le spedizioni che per alcuni errori di stampa. Sembra però siano stati risolti con la massima celerità.

La Independent Legions – che sta pubblicando davvero una marea di libri! – ha annunciato la traduzione di altro materiale barkeriano, mossa editoriale che supporto caldamente. 

2 commenti:

Marco Grande Arbitro ha detto...

Non sapevo che fosse uscito quest'anno, non ti nego che mi inquieta un pochino. La verità è che sono un fifone :S

Coscienza ha detto...

@Marco Grande Arbitro

Effettivamente è piuttosto violento, per chi non è abituato a Barker :-D