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lunedì 12 settembre 2016

Dopo la marcia, la carica: Radetzky rivisto.


La classe intellettuale (la lobby intellettuale?) possiede sempre un set fisso di eroi e personaggi che vorrebbe che il “popolo” studiasse e idolatrasse, che variano a seconda del periodo storico e della classe dirigente.
 Attualmente, la storia sembra partire dal secondo dopoguerra e concentrare ogni suo eroe nei movimenti di emancipazione e lotta civile tra i '60 e i '70. La parola eroe viene rimpiazzata dall'attivista per i diritti umani e la gallery di eroi, pardon attivisti, si colora di personaggi passivi che s'immolano per i diritti di ristrette minoranze.
Durante la Restaurazione, la storia proiettava un raggio glorioso sull'ancient regime e sulle monarchie, contrapposte al terrore giacobino e alla tirannia di Napoleone. Gli eroi erano i martiri passivi trucidati dalla Rivoluzione e i generali e i re che avevano sconfitto Napoleone, principalmente inglesi come Wellington e Nelson.
Ovviamente, quanto gli intellettuali vogliono e il popolo desidera, è tutt'altra cosa. Nessuno ricorda per davvero gli eroi in salsa liberal del '60, come nessuno ricordava per davvero nel 1820 Napoleone come un “tiranno”. Al contrario, fin dai primissimi anni, il personaggio di Bonaparte conobbe un'immensa popolarità, una fama che resiste tutt'ora caparbia ai revisionisti, ai monarchici, ai liberali, ai pacifisti: Napoleone è, piaccia o meno, ancora un personaggio storico positivo.
Se si domanda a un ragazzino chi è Wellington, difficilmente saprà rispondere. 
Ma il Bonaparte? Egli mantiene un'aura grandiosa, impossibile da dissipare.
E' quella che chiamo la “vitalità” dei personaggi storici: alcuni sembrano destinati a scomparire, altri riemergono nei modi e nelle finalità più inaspettate. E ovviamente c'è uno scontro (odio?) tra chi i giornalisti e i demagoghi della classe dirigente vorrebbero “famosi” e chi invece ricorda e preferisce la gente. I sondaggi in Russia che rivalutano Stalin e Breznev tra larghe fasce della popolazione, o l'attaccamento verso eroi, pardon attivisti, come Snowden o Manning, ritenuti pirati, “pericolosi” idealisti, ladri di informazioni “segrete”.
E Radetzky? L'austriaco generale è un esempio di strategia di sopravvivenza al suo massimo livello, l'equivalente di un trilobita nel campo della storia. Un uomo dalla parte dell'Austria, un generale, corpacciuto e conservatore, che combatté in un anno, come il 1848, che vedo dimenticato persino dagli insegnanti delle Superiori. Eppure il trilobita Radetzky si fa ancora strada non sui libri, non sui giornali, ma sulla televisione: il primo dell'anno è La Marcia di Radetzky a erompere dallo schermo, in un inno che non ha nulla, assolutamente nulla di moderno.
E' Radetzky, cazzuto e semplice.
Certo, è Strauss, è Vienna... eppure non sarebbe così strano che di tempi così progressisti, tecnologici, fissati col nuovo si scegliesse qualcosa di più “chic”, più adatto.