martedì 30 settembre 2014

Tokyo vintage degli anni Sessanta


A mo' di consolazione dopo essere stato splatter(osamente) segato a un esame di qualche giorno fa, sono ricascato nella mia attuale dipendenza di rigatterie&negozi polverosi.
Stavolta, dopo aver inutilmente scavato tra cumuli di harmony, mi sono messo a sfogliare alcuni old but gold National Geographic, finendo per comprare il numero di ottobre del 1964.

Avrete già intuito guardando la copertina qui esposta quale fosse il mio interesse: il Giappone degli anni sessanta. Le Olimpiadi del 1964 vennero per la prima volta tenute nel Giappone del secondo dopoguerra e rappresentarono uno sforzo erculeo per il popolo giapponese, in termini di infrastrutture e servizi. Appena nel cinquanta era iniziata la ricostruzione e nonostante le catene di aiuti post-bellici, il paese era un cumulo di macerie insanguinate. Senza citare il (doppio) bombardamento nucleare, ogni città era stata capillarmente devastata e il fulcro della gioventù giapponese era morta in guerra, sia negli attacchi kamikaze che difendendo la costellazione di isole-colonie conquistate negli anni trenta: Filippine, Guam, Isole Marshall, Isole Caroline...

Dì lì a dieci anni, seguì una ricostruzione tanto rapida quanto tecnologicamente fantascientifica. Il boom economico schizzò alle stelle, mentre il paese superava nello slancio della ricostruzione ogni altro concorrente.  l'Europa né l'America nonostante l'impressionante ricchezza di quegli anni potevano vagamente competere con il nuovo colosso asiatico. Una crescita tanto più impressionante se si considera che a differenza dei paesi occidentali il Giappone continuò pervicacemente a restare paese leader fino agli anni novanta. Opere razziste come "Sol Levante" qualificano bene la paura degli Stati Uniti che un'altra potenza minacciasse il suo primato consumista. Le destre xenofobe europee di quegli anni parlano chiaramente infatti dei maledetti "nani di Tokyo" che detenevano 3/4 del mercato azionario. Negli Stati Uniti si preparava una nuova offensiva: scomparso lo spauracchio comunista, c'era necessità di un nuovo nemico e solo il crollo economico del colosso giapponese (crollo in realtà relativo se comparate ad altre crisi) impedì una nuova campagna diffamatoria. Se al momento l'odio è verso i "maledetti musulmani" e non verso "i maledetti musi gialli" dipende abbondantemente da scelte a priori. D'altronde, non va dimenticato che lo shintoismo rimane una religione pagana, per forza in violento contrasto con la mentalità americana. Ateo o cristiano, fa poca differenza: la mentalità statunitense resta rigidamente monoteista e astorica, con tutto ciò che ne consegue.

Tenendo ciò bene presente, non deve sorprendere che l'articolo preso in esame sia alla fin fine un gustoso confronto tra una mentalità americana razzista, dove il reporter liquida le conquiste giapponesi come pure imitazioni e a contraltare un altrettanto razzista mentalità giapponese, dove le conquiste edilizie e ingegneristiche sono tanto strombazzate da dare l'impressione di un inferiorità in altri campi...
Il meglio lo si raggiunge già nell'introduzione, dove la notizia del boom economico procede di pari passo con un'ostinata enumerazione di dati tecnici:

Il giovane giornalista giapponese sapeva un sacco di cose e non vedeva l'ora di aiutare.“ Tokyo” disse “E' ora la più grande città del mondo – 10 milioni e mezzo di persone”Annuii. “ Sì, lo so. Le guide turistiche lo dicono. Ho preso nota, infatti”Il mio amico girò una pagina del suo libretto d'appunti. “ Tokyo ha ora 8,488 ponti, per lo più di pietra o di cemento,” disse.
“Sono felice di sentirlo,” risposi “La guida turistica non lo diceva. Cos'altro hai nei tuoi appunti?”Il mio amico girò un'altra pagina. “Gli abitanti di Tokyo in una normale giornata” – prese un ampio respiro – “mangiano 6 milioni di libbre di riso, 3.5 milioni di libbre di pesce, leggono 21 diversi giornali, comprano 6 milioni di biglietti del treno, aumentano la popolazione di 460 persone, commettono 641 crimini.” Fece una pausa. “E hanno 25 incendi e tre terremoti.”“Questa non è esattamente una normale giornata per una sola città!” Dissi. Scosse la testa.
Tokyo non è una città. Tokyo” S'interruppe alla ricerca della parola giusta – “Tokyo è un'esplosione”.




Non è delizioso? Per tutto il reportage, l'americano si scopre intimorito da sé stesso: ovvero da un paese che almeno esteriormente sta diventando più americano degli americani stessi. E truly, questo è il periodo di maggiore colonizzazione culturale: al di fuori dei ruoli tradizionali e inattaccabili nella famiglia e nella società, ogni foto e ogni atteggiamento è una grottesca caricatura dell'americano medio, dal cinema, allo sport (Il baseball! Il golf!), al cibo, al vestiario, all'edilizia, alle auto, alla moda. Dal reportage emerge una società nella buccia americana, nel nocciolo giapponese e nella polpa... Non è ben chiaro. Certo molto va ricondotto a un giornalismo anni sessanta lontano anni luce da quello attuale, che contraccambia lo sciovinismo giapponese con lo sciovinismo statunitense e assomiglia più a un viaggio di piacere che a un'indagine seria. Questo, incidentalmente, produce una lettura molto più densa e interessante delle attuali indagini: pur con lo strabismo di chi si considera il popolo eletto, il reporter non indietreggia davanti al pericolo o allo schifo, ma persevera; e inoltre sono reportage che divertono, lontani dall'acqua di rose attuale.

Manca sopratutto quell'insopportabile spocchia nata negli anni novanta, che analizza etnie e popoli stranieri con occhio di riguardo e rispetto, ma sempre nell'ambito intoccabile dei diritti umani. 
Quindi usanze e religioni straniere vanno lodate quando si mantengono esterne alla società o all'economia, senza intaccarla seriamente; insomma, quando non hanno assolutamente potere. Qualunque credo professi va bene, purché non intralci il dogma del libero mercato&libera concorrenza. Emblematico in questo senso un articolo degli anni ottanta sulle donne in Giappone; educato, rispettoso giungeva tuttavia alla conseguenza che la donna in Giappone non è libera perchè "non può lavorare". Non è uno splendido esempio di ideologia raeganiana? 
Io, ingenuamente, mi aspettavo qualche invettiva contro la società patriarcale, contro la tradizione dei costumi, contro un sistema di aspettative già prefabbricato in partenza. E invece... Il maggior danno alla donna giapponese è non poter lavorare tante ore quanto i suoi workaholic colleghi maschi. 
L'idea che tutti debbano lavorare fino all'esaurimento fisico e nervoso, perchè tutti devono contribuire al Capitale... Concorderete, credo, puzza di edonismo Thatcheriano&Raeganiano fino al midollo.

Un'altra citazione interessante per il gioco di battuta e risposta tra reporter scettico e jappo esaltato, è offerto qualche riga avanti:

I giapponesi hanno un debole per le statistiche. Il giorno dopo Ginza, avevo un pranzo con un vecchio amico, Hiroshi Narita, un editore e un esperto di economia per la più grande radio e televisione giapponese, la NHK. Nick, come lo chiamo, mi portò al suo ristorante Tempura preferito, dove sedemmo a un tavolo divorando gamberi fritti in pastella e vegetali tanto rapidamente quanto i cuochi riuscivano a sfornarli.
Gli feci notare quello che tutti sottolineavano di Tokyo – la sua incredibile ricchezza. Le vetrine dei negozi erano piene zeppe, le folle sulle strade vestite con abiti costosi e migliaia su migliaia di auto giapponesi soffocavano le strade. Nick annuì allegramente. “Persino per gli americani, le cifre sono sbalorditive” disse “Al momento Tokyo ha in costruzione più di 800 nuovi grandi palazzi entro l'anno, più di due al giorno. Il tasso di crescita della città – e del Giappone – supera il 10% all'anno, il più alto al mondo. Nel 1959 tuttavia era schizzato fino al 18%, per cui adesso c'è già chi parla di recessione.” Sorrise. “Abbiamo anche un mercato azionario, e si sta comportando bene quanto il vostro. Dal 1949, ad esempio, le azioni della Canon Camera Company si sono moltiplicate per un valore 865 volte superiore all'originario prezzo d'acquisto”.
“Qual'è il segreto?” Chiesi, afferrando con le bacchette un boccone di gambero particolarmente difficile.
Siamo Giapponesi” Disse semplicemente Nick “ Troverà altre risposte – gli aiuti del dopoguerra, le tariffe protezioniste, i nuovi mercati in Asia, e tutte queste cose hanno indubbiamente aiutato. Ma alla fin fine il boom economico è costruito e dovuto alle abilità dei giapponesi e alla loro fantastica energia.”

L'idea che il reportage sia alla fine un viaggio di piacere in una terra esotica (ma piacevolmente al passo con Hamburger&Hollywood!) viene confermata dalla spropositata attenzione per geishe e donne di piacere. Involontariamente, lo spaccato svela aspetti affascinanti:

Gli abitanti di Tokyo raccontano la storia dell'Occidentale che passò al suo solito club una notte e trovò la sua intrattenitrice preferita in lacrime. Il suo primo pensiero fu che un cliente l'avesse insultata o che avesse litigato col suo manager. Alla fine tra un singhiozzo e l'altro apprese la fonte di tanto dolore: aveva letto nei giornali del pomeriggio che William Faulkner era morto.
Non ho idea se la storia sia vera, ma in effetti ho incontrato un'intrattenitrice di un nightclub che aveva una passione per George Shearing e Rachmaninoff; a casa aveva oltre una dozzina di vinili.
L'ho incontrata ad Hanabasha, uno dei più grandi nightcubs di Tokyo. Non ho mai conosciuto il suo vero nome. Il suo nome d'arte era Reiko.
Nello slang dei nightclub di Tokyo, Reiko è nota come una delle Toranshista garu – “ragazza transistor” – che come il soprannome suggerisce, è piccola, compatta e piena di energia.

Golfisti/e jappi. Brr. 
Dopo le intrattenitrici e i ristoranti, il reporter decide finalmente di fare sul serio: e dopo una discussione sulla democrazia con alcuni studenti giapponesi, riesce a mettersi in contatto con la famigerata Zengakuren, il partito comunista più sfortunato della storia. 
Nel fermento degli anni sessanta riuscì a guidare alcune rivolte che annullarono ad esempio la visita del presidente Eisenhower e causarono brutali azioni poliziesche. Nella realtà, lo Zengakuren tranne per la fiammata del 68' fu sempre un movimento di nicchia. La presentazione del gruppo gioca molto sull'ingenuità dei tre giovani leader, che fanno (quasi) tenerezza. Prendete il partito di sinistra più sfigato dell'università e moltiplicatelo per dieci: arriverete forse a rappresentarvi l'attivismo dello Zengakuren. A dire il vero nello stagnante panorama politico post bellico furono pur sempre un eccezione da non sottovalutare; lo stesso Yukio Mishima che era pur sempre un conservatore sui generis, ne ammirava quantomeno l'entusiasmo e l'energia. Sprecata a suo giudizio nella direzione sbagliata, ma pur sempre d'ammirare.

Tutti e tre erano giovani di vent'anni di buone maniere e di bell'aspetto e provenivano tutti dall'università di Tokyo. Quando arrivò il caffè, tirai fuori l'argomento delle proteste e ogni loro riluttanza immediatamente svanì. Tutti e tre confessarono entusiasti che avevano preso parte alle violenze e insistettero che ne avrebbero organizzato delle altre, se il Giappone fosse diventato maggiormente militarista, aumentando la forza delle sue forze di difesa.
Risultò invece una sorpresa che nessuno dei tre avessero buone parole per l'Unione Sovietica. Uno dei tre era stato membro di una discussione internazionale di giovani a Mosca, sull'argomento dell'imperialismo occidentale e i test nucleari. Il suo discorso al tavolo stava riscuotendo approvazione fino a quando commise un piccolo errore: trasportato dall'oratoria, aveva iniziato a condannare non solo i test nucleari americani, ma anche quelli sovietici! I suoi ospiti russi non erano molto contenti.
“Le forze di sicurezza sovietiche si arrabbiarono molto,” Ricordò “Rifiutarono di farci stampare i nostri manifesti contro i test nucleari che volevamo distribuire alla popolazione russa”
Alla fine la delegazione comunista giapponese fu costretta a partire, causando anche qualche malumore tra chi parteggiava per lo Zengakuren. “Molti comunisti e socialisti” Concluse il mio amico, infervorandosi “pensano che l'Unione Sovietica sia una paese comunista. Ma noi sappiamo la verità. E' solo – usò la parola con aperto disprezzo – un paese Stalinista.”
Mi sembrava un atteggiamento degno di ammirazione e cominciai a pensare che il professore avesse avuto torto (N.d.T. Un professore che aveva definito “rospi” i comunisti giapponesi). Fu allora che i tre si alzarono per andarsene e mi comunicarono di dare un messaggio agli Stati Uniti.
“Per favore, dica ai suoi concittadini” disse il primo con serietà “che siamo solo contro ogni regime imperialista. Vogliamo essere amici con il proletariato americano e aiutarli nella loro rivoluzione marxista.”“E quando ritorna a casa,” aggiunse il secondo, con sincerità, “ci mandi se può informazioni sul vostro movimento studentesco segreto a Washington D.C. Vogliamo sapere tutto al riguardo.”
Non mi avrebbero mai creduto, decisi, se avessi detto loro che non esisteva nulla del genere.

Sempre a riprova che nonostante l'atteggiamento insopportabile il reporter faceva comunque il suo mestiere, non manca una visita occasionale ai molti (più di quanto piacesse pensare) baraccopoli prodotte dai bombardamenti e dalla povertà della guerra.

La vista peggiore di tutte era quella che Ikumi chiamava una bataya buraku, o “villaggio di stracciaioli”, un guazzabuglio di tuguri non più alti della mia spalla, costruiti con lamiere arrugginite e scatoloni d'imballaggio, i buchi nei muri riempiti con stracci e carta. Montagne di altre cartacce e stracci stavano ovunque e quando soffiava il vento, mandava raffiche di spazzatura a fischiare tra i muri sottili che vibravano come una dozzina di scoordinati diapason.
Camminando tra le file di casupole, le braccia strette al petto per paura di buttar giù un muro o scoperchiare un tetto, sentivo solo occasionalmente il mormorio basso di voci – anziani lasciati indietro dai tempi del saccheggio in città durante i bombardamenti. La mia impressione era quella di un'infelicità senza speranza, fino a quando non aggirai l'ennesima catapecchia e quasi calpestai un giardino.
Era un appezzamento in miniatura non più grande di uno zerbino, ma il giardiniere conosceva il suo lavoro. Lei o lui avevano messo al sicuro le piante dietro un basso muro di pietra, dove aveva sia riparo che luce del sole. C'era un albero bonsai – in questo caso un nano sempreverde – una pianta di crisantemo o due e una campanula, tutto accomodato e coltivato con cura e ordine. Per un momento la povertà mi sembrò lontanissima e c'era solo la serenità di quel piccolo giardino giapponese.


Fonti:

L'articolo in questione, tradotto dall'inglese in italiano dal sottoscritto alla buona, proviene dal National Geographic n. 126, Ottobre 1964. L'articolo s'intitola "Tokyo, the peaceful explosion".

L'articolo sulla condizione delle donne giapponesi (condivisibile per certi versi, ma per altri...) proviene dal National Geographic n. 177, aprile 1990. L'articolo s'intitola "Change comes slowly for japanese women".

Altri numeri interessanti per l'argomento sarebbero (ma non li possiedo) "Japan Tries Freedom's Road", del National Geographic del maggio 1950 e sopratutto "Japan, The Exquisite Enigma" del National Geographic del dicembre 1960.

Le immagini sono prese dall'articolo, in alcuni casi fotografate (il mio scanner cancella i colori).
Suggerimenti e approfondimenti sono i benvenuti :-)  

5 commenti:

Alessandro Madeddu ha detto...

I tre commie sono ridicoli. Mishima era un grande scrittore e un patetico fascista. L'intrattenitrice è splendida - e se la storia è inventata è altrettanto bella.

Coscienza ha detto...


Non saprei. Trovo che Mishima fosse più un conservatore che un fascista. Ok, ok un conservatore militarista, dunque per alcuni potrebbe non esserci alcuna differenza :D

I poveri commie erano ingenui... Ma anche il reporter li spernacchia parecchio.

Ahimè sto cercando da giorni un termine alternativo a intrattenitrice: anche perchè alla fine le ragazze transistor il più delle volte si limitavano a far chiacchierare (e sbevazzare) l'impiegato sfinito, senza assolvere al ruolo degradante della "prostituta". Sono proprio ruoli senza equivalenti in occidente, credo

Alessandro Madeddu ha detto...

La cosa più divertente che si ottiene citando Mishima da queste parti è che gli interlocutori, al novanta percento, saltano sulla sedia. Se sono di sinistra, saltano su perché Mishima è di destra; se sono di destra, saltano su perché Mishima era omosessuale :D

Qualcosa di simile all'intrattenitrice era presente anche nei locali occidentali, almeno in certe città americane, a credere ai romanzi dell'epoca. In effetti non mi pare che ci fosse una parola precisa per il mestiere. Di solito vengono chiamate semplicemente "le ragazze".

Alessandro Forlani ha detto...

Anche capovolgere e scrivere "Mishima era un patetico scrittore e un grande fascista" suonerebbe bene :-D

Coscienza ha detto...

Vero, sono termini quasi intercambiabili :-D

In effetti ho appurato io stesso parlando con una fascistona che se parli di Anime ti racconterà della "degenerata società giapponese" (?) ma se menzioni Mishima si sciolgono in lodi, e d'improvviso i musi gialli diventano "una società che ha conservato la sua tradizione"(sic).