giovedì 12 aprile 2012

Lo scrittore macchina e qualche riflessione


Viene spesso naturale paragonare Internet a un mare sterminato da cui attingere secchi d'informazioni e conoscenza, ma nella mia opinione un paragone ben più azzeccato è reso dal pentolone della strega, in cui si mescolano e rimescolano ogni genere d'ingredienti, per giungere a volte a saporite minestre, a volte pasticci inguardabili, per non citare le sfortunate occasioni in cui a riemergere sono occhi di pecora, o vecchi scheletri vaporizzati.

Un piatto alquanto saporito che ho invece trovato qualche gorno addietro è stata la traduzione (amatoriale, ma nell'insieme ben fatta) delle lezioni di scrittura di Chuck Palahniuck.
Ormai, da quando ho deciso che la scrittura non era dono divino, ma semplice materia scientifica ho letto più manualistica possibile sull'argomento, incominciando con l'autobiografia On Writing, spaziando all'ottimo "Smettetela di piangervi addosso: scrivete un best seller", leggiucchiando infine Writing Fiction for Dummies.
Ti accorgi dopo un paio di letture che se cambia la forma o la chiarezza nell'argomentazione gli argomenti di base rimangono spesso gli stessi; Show don't tell, niente avverbi, descrizioni dinamiche, ecc ecc


Palahniuck è diverso? Certo che no. La chiarezza tuttavia con cui di volta in volta tratta i diversi argomenti rimane magistrale e meriterebbe comunque una lettura: laddove King si sbrodola in cinque pagine di spiegazione, anneddoti e divagazion, Chuck opta per poche incisive frasi, condite da esempi tanto violenti quanto calzanti.

Riguardo lo show dont't tell, ecco cosa consiglia:

E’ ok usare un verbo di pensiero per essere più brevi, per esempio quando hai cose importanti da fare? E disfare il verbo distoglierebbe l’attenzione dal focus?

Risposta: Per i prossimi 6 mesi no. Trova il tuo vero focus e stai con quello. Se hai bisogno di usare verbi di pensiero per spiegarti, potresti non essere chiaro abbastanza su quello che vuoi mostrare. Ancora, fai finta di essere una macchina fotografica, una distinzione minimalista chiamata “angelo registratore”, che deve dimostrare tutto con l’azione. Non puoi spiegarla.
Sul "Mostrare, non raccontare" ne ho sentite tante, ma imperativi così forti rimangono unici. Lo scrittore macchina fotografica/ telecamera è una definizione da scolpirsi in testa a lettere di fuoco U__U

La più comune conseguenza dello show don't tell consiste nell'(in)evitabile allungarsi della trama, dovuta alla ripetuta e ossessiva descrizione di ogni singola azione, in lunghe liste che presto annoiano il lettore.
Ecco la soluzione.

Ok, Chuck. Ho applicato la tecnica “spacchettamento” a una storia e la lunghezza di questa é raddoppiata. Ed era già troppo lunga. Dopo averci pensato sopra per un paio di giorni, mi é uscita questa domanda: scrittori come te, Denis Johnson e Bret Easton Ellis sembrano sapere esattamente quali dettagli includere in una short story e quali tagliare. Quali parti di una storia ricevono più enfasi di altre. Io sembro enfatizzare ogni cosa per paura che il lettore non abbia il quadro completo. Quale regola, trucco o guida puoi dare per aiutare me e altra gente che potrebbe avere questo problema?
Grazie per l’aiuto. Questo workshop é mega.

Risposta: Trova un modo per raccontare la tua storia in UNA pagina. Poi in due pagine. Aggiungi quello di cui hai bisogno. Scrivi per rendere la tua storia il più breve possibile - con poche o nessuna descrizione - solo un sacco di azione fisica. Fidati che il lettore seguirà l’azione e inventerà la sua argomentazione dietro quella. La gente seguirà l’azione. Poi fidati e smetti di provare a controllare troppo. Ma prima di tutto, TU sai cosa succede nella storia? Troppo spesso gonfiamo la storia perché stiamo nascondendo una mancanza di eventi. O perché questi eventi non sono forti abbastanza per reggere una storia intera. Questo é il perché buone short stories fanno buoni film, perché l’azione é compressa e succede bam-bam-bam in breve tempo.
Dopo aver letto buona parte del workshop di scrittura viene naturale chiedersi se davvero Chuck applica i suoi stessi insegnamenti alle proprie opere. La risposta sarebbe un deciso "Ni": nei romanzi finora letti (Cavie, Fight Club, qualche racconto, Survivor) viene spesso adottato un io in prima persona che rende superfluo (e vano) buona parte del discorsetto dell'oggettiva "macchina fotografica". Inoltre una certa  ripetitività dei temi di fondo, uniti a un turpiloquio grottesco m'impedisce di promuoverli a pieni voti. Anzi azzarderei a dire che se da un lato lo stile di scrittura di Palahniuck è decisamente rivoluzionario, dall'altro spesso gli mancano le idee necessarie per giungere la capolavoro con la C maiuscola.
Unica luminosa eccezione, Fight Club.

Chiudo con una domanda che ho trovato rivelatoria su un classico che ritengo mostruosamente sopravvalutato.

Cosa pensi de ‘Il giovane Holden’ (Salinger. Ndt)?

Risposta: Mi dispiace, non ho letto ‘Il giovane Holden’ dai tempi delle superiori, e quel mondo di scuole private e hotel di città non ha senso per me. Non c’erano strade ‘dentro’ al libro per un ragazzo di una casa roulotte a Burbank, Washington. Dunque, non uno dei miei preferiti.

ma che faccino intelligente ^^

2 commenti:

Alessandro Forlani ha detto...

L'importante, io credo, è però non fare dogma delle tecniche...

Coscienza Zeno ha detto...

sì su questo sono d'accordo, nel senso che non bisogna comunque lasciarsi ingabbiare dalle tecniche di scrittura, o meglio una volta che le se padroneggia usarle come meglio si crede, senza per forza seguirle pedissequamente ^_^