venerdì 2 giugno 2017

Lo sventragiganti, di William King - rileggendo la saga di Gotrek&Felix


Sperduti nell'Impero dopo le vicissitudini vampiriche del precedente volume, Gotrek e Felix, Snorri e Max, incontrano un gruppo di uominibestia capitanato da un nerboruto guerriero di Khorne, ansioso di reclamare la testa del nano come trofeo al suo dio. 

Lo scontro fa scattare una trappola di due maghi del caos, i gemelli di Tzeench, Kelman e Lhoigor, dell'assedio di Praag del romanzo Sventrabestie
Attirati dai nemici in fuga sottoterra, Felix e Gotrek entrano in un portale del Caos, finendo catapultati nei sentieri degli Antichi, passaggi costruiti agli albori del Vecchio Mondo prima ancora della creazione della razza degli uomini. I sentieri, a metà tra effettivi tunnel e passaggi magici, collegano come una gigantesca ragnatela il mondo di Warhammer. In origine usati dagli elfi, nel mondo di King sono ormai corrotti dal Caos. 

Gotrek e Felix, spaesati e separati da Max e Snorri, vagabondano nei cunicoli uccidendo mostri e guerrieri, fino a incontrare un'anima persa quanto loro: è niente meno che l'elfo alto Teclis, arcimago dell'isola di Ulthuan
La patria degli elfi, artificialmente protetta con la magia dalle onde e da un'altrimenti inevitabile rovina tettonica – Atlantide docet – sta manifestando problemi strutturali: continui terremoti affliggono le città e tsunami minacciano le coste. Sembra che, dopo tanti secoli, l'isola sia destinata a inabissarsi nell'oceano. Nonostante la minaccia dell'ascia del nano, fin troppo memore delle offese delle orecchie a punta nella Guerra delle Barbe, Teclis è costretto ad allearsi con il duo per opporsi agli intrighi del Caos. I due maghi di Tzeench sono infatti riusciti a sovvertire i sentieri degli Antichi e minacciano non solo di distruggere Ulthuan, ma di colpire l'Impero degli umani e le stesse roccaforti naniche. 
Centro focale di questo complotto del Caos è Albione – un'isola abbandonata alle nebbie, spopolata e misteriosa, che si dice abitata da una razza di mostri molto particolare... i giganti


Giantslayer è il settimo libro della saga di Gotrek&Felix e l'ultimo di William King, prima che la Games Workshop gli togliesse i diritti. La saga proseguì con Orcslayer, di Nathan Long, appena nel 2006, a tre anni di distanza. 
Una scelta saggia, da parte dell'azienda? Difficile dirlo. 
C'è un periodo che considero di autentico buio per la Games Workshop, dalla metà del 2000 in poi, culminata con la Fine dei Tempi e la distruzione del Vecchio Mondo. Probabilmente la campagna di Tempesta del Caos fu l'unico evento “buono” prima che il White Dwarf diventasse letteralmente un catalogo della spesa e l'ottava edizione rendesse necessario schierare orde su orde di miniature che nessuno poteva realisticamente permettersi. 
Certamente a King cominciavano a mancare le idee, con sei (!) romanzi alle spalle. Dall'altro, aveva ormai acquistato una tale dimestichezza con i nostri protagonisti, che il salto con Nathan Long si sente parecchio, lo “stacco” da un autore all'altro è doloroso. E' ancora più irritante come William King scelga di lasciare “aperte” le avventure di Gotrek, con l'ennesimo cliffhanger che chiaramente presumeva un seguito scritto di suo pugno. 
Mai sottovalutare i gobbi del copyright, ti colpiscono alle spalle quanto meno te lo aspetti... 

La scelta che si rivela vincente nel romanzo è accoppiare Gotrek&Felix con l'arcimago Teclis. Mentre nei fantasy di bassa lega che si trovano in giro dopo lo scambio di battute iniziali nani ed elfi stringono subito amicizia, qui l'antipatia è reciproca, irriducibile a ogni compromesso: Gotrek vuole staccare la testa dell'elfo, che a sua volta non desidera niente di meglio che annientare quel tapperonzolo puzzolente con un proiettile magico ben piazzato. Le battute e i botta-e-risposta dei due sono gemme rare, perle di cattiveria insaporite dal dono per i dialoghi pungenti che ha sempre caratterizzato William King: 

“You are telling me that if we do nothing Ulthuan will fall beneath the waves,” said the dwarf. “I don’t see the problem.
“I might expect a dwarf to say something like that,” said Teclis, unexpectedly touchy. The dwarf’s surliness was getting on his nerves, and he was not used to having to be cautious around anyone.
“All of elvenkind would be destroyed,” said Felix Jaeger.
“Not all, but most,” said Teclis.
I still don’t see the problem.

Nonostante William King abbia poi scritto diversi romanzi sugli elfi, qui la razza delle orecchie a punta non ne esce troppo bene. Teclis è un arrogante bastardo fin troppo consapevole della sua superiorità, che quand'anche si abbassa ai livelli degli umani resta insopportabile. L'immortalità degli elfi lo rende un so-tutto-io, mentre la sua abilità con la spada e la magia suonano agli sguardi dei nostri eroi di una raffinatezza irritante. 
William King esplicita bene come i difetti degli elfi siano genetici, conseguenza della loro razza e del loro potere rispetto a umani e nani: anche per un elfo alla fine amichevole, come Teclis, è troppo facile crogiolarsi nella propria superiorità o massacrare i propri nemici in una rabbia berserk nello stile di Khaine. 
A differenza che in altri romanzi, con King gli elfi alti vivono un'esistenza estremamente lussuosa: i mercanti umani che benevolmente accolgono portano loro, tra le tante ricchezze, persino schiavi erotici, “trained pleasure slaves”. 

Non trovo aggettivo più delicato per descrivere il primo terzo del romanzo se non come “palloso”. 
Senza la demenza di Snorri e le osservazioni argute di Max, Gotrek&Felix macellano demoni e guerrieri come personaggi di un picchiaduro a scorrimento o se preferite di uno Zork con spada in una mano e torcia nell'altra. 

In assenza della compagnia che si era venuta formando nei precedenti romanzi, Gotrek parla e si esprime maggiormente, senza trasmettere la sensazione che Felix viaggi in compagnia di un pezzo di tufo armato di ascia. Il fatto che la metà di queste espressioni siano coloriti insulti verso gli elfi ovviamente ci delizia, così com'è divertente vedere il nano costretto suo malgrado, per un giuramento e una questione d'onore, ad aiutare un mortale nemico della sua razza. 
Apprendiamo ad esempio, oltre al fenomenale olfatto dei nani, della loro intuitiva capacità di orientarsi sottoterra, percependo distanza e profondità in automatico: 

Even though he knew it was useless, he often turned and glared behind him. He had to fight down the urge to take out his sword and sweep the air all around. He told himself that had anything been there the Slayer would know, and would do something about it. The thought provided cold comfort.
“These tunnels do not run below the earth,” said Gotrek. He sounded almost thoughtful.
“What do you mean?”
A dwarf can sense depth. Only a cripple would not know how deep below the mountains he was. All my life I have had this knowledge and never once had to think about it. Now, it is gone. It is like the loss of sight, almost.

Felix Jaeger, come sempre, fornisce il punto di vista predominante, agendo da “ponte” tra le due razze e mediando nei battibecchi dei due eroi. 
Felix riflette su un'interessante ipotesi antropologica; la possibilità che l'odiata nobiltà dell'Impero abbia ripreso comportamenti e galateo dalla razza elfica. Ciò senza dubbio ne spiegherebbe l'arroganza! 

He was dressed to a different standard than a man, that was all. Human nobles dressed like peacocks for show, to display their wealth. Perhaps it was the same for elves. There was something very aristocratic about the elf, an air of hauteur and languor that Felix would have found infuriating in a nobleman, but which somehow he did not mind in the elf. He did not feel as if the elf were behaving like this to put him in his place, as the son of an uppity merchant mingling with the upper classes, but that it was just the natural air of the Elder Race.
A thought occurred to Felix — was it possible that much of the pose of the human aristocracy was modelled on the behaviour of the older and more cultured race? He would never be in a position to know anyway. Nor did it matter all that much in their present situation.

Teclis, infine, occupa una porzione cospicua del romanzo, trasmettendo la prospettiva di un essere millenario, vicino al lettore perché animato da un'insaziabile curiosità verso le razze giovani – la visita ad Albione è anche una visita turistica, l'occasione per scoprire qualcosa di nuovo per una razza che sa già tutto. 


La campagna Warhammer Fantasy, allora alla sesta edizione, “Dark Shadows”, incentrata sull'isola di Albione permise di approfondirne il background, già steso con gli scenari speciali della II edizione di Warhammer, The Tragedy of McDeath, una satira della Tragedia di Macbeth, con gli uominialbero per il ruolo della “foresta che cammina”. 
Già allora Albione era la Scozia di Warhammer, un'isola circondata dalla nebbia e dagli scogli, una terra barbara di menhir, torbiere e paludi, abitata da tribù di guerrieri organizzati in clan. Una prima mappa compare nella terza avventura della trilogia di romanzi di Orfeo, negli anni '90, mentre con Dark Shadows l'isola trova la sua definitiva sistemazione sulla mappa e sul background. 

Possiamo a questo proposito tracciare interessanti comparazioni: Albione, nonostante sia il nome antiquo per l'Inghilterra, è chiaramente soltanto la Scozia, una copia sputata, con tanto di clan, cornamuse, kilt e superstizioni celtiche. Se Bretonnia è la Francia e l'Impero è la Germania, chiaramente l'Inghilterra è Ulthuan: l'ipotesi più adatta per definire la civiltà degli elfi alti, che “rule the waves”, è paragonarli all'Inghilterra degli anni '60/'70: un impero post coloniale, che una volta governava il mondo, ma ora si limita a possedere qualche antico avamposto, consapevole della sua passata gloria, ma ancora militarmente potente. Uso apposta il paragone con gli anni '70, perché Warhammer viene scritto negli anni '80; all'epoca la decolonizzazione britannica era una faccenda relativamente recente, di un decennio prima o poco più. 
Oggigiorno invece, dopo aver perso la sua base industriale e manifatturiera con la dieta neoliberale di quell'elfa oscura della Thatcher, la Gran Bretagna non dispone nemmeno di una portaerei operativa e si appresta a diventare, se continuerà a vincere la May, un'isola di riciclaggio di denaro sporco con fortissimi conflitti di classe e un'infrastruttura scolastica e sanitaria a livelli degli slums vittoriani.

Albione è dunque la Scozia: isolata geograficamente, risulta tecnologicamente ferma ad arco&frecce, anche se ogni clan è guidato da un druido con limitate abilità magiche. 
E' una terra flagellata dalla pioggia, dal vento, dai fulmini, dalla nebbia: se le tribù non si combattono tra di loro, devono far fronte agli uominibestia, alla piaga degli orchi e alle uniche truppe in grado di sbarcare sull'isola: gli elfi oscuri, tra cui Teclis viene prontamente confuso. King li dipinge come barbari rozzi e superstiziosi, coraggiosi e virili: tanti piccoli sventratori in formato umano, una prospettiva terrorizzante. Il paragone con la Scozia è talmente chiaro che addirittura fa bere a Gotrek un alcolico chiamato whisky, che il nano tracanna come se fosse acqua minerale. 

La scelta di controbilanciare Gotrek&Felix con Teclis permette di levigare alcune frasi e alcuni giri di parole davvero troppo, troppo usate da King. Gotrek prima di ogni combattimento deve sempre passare il dito sull'ascia fino a far brillare una goccia di sangue e allo stesso modo Felix deve mormorare spaventato “temevo l'avresti detto” quando lo sventratore si caccia nell'ennesima battaglia senza speranza di vittoria. Rispetto però a Sventrabestie, qui il livello della narrazione torna alto, complice sopratutto la novità di Albione. Siamo lontani dalla qualità di Sventrademoni, ma alla pari con Sventravampiri. A patto che lo leggiate in originale, perchè la traduzione della Hobby&Work è qui tra le più infami, roba d'annotare nel Libro dei Rancori. 


Come preavverte il titolo, la nemesi di Gotrek è stavolta un gigante. Confesso che speravo in un'orgia di sangue, un tritacarne dove Gotrek e Felix avrebbero affrontato un gigante dietro l'altro, magari sfruttando una diversità di descrizioni (e mutazioni). Questo però non è l'Attacco dei Giganti e di colossi primordiali ne abbiamo solo uno, Magrig
Un mostro tale da far sfigurare una montagna, Magrig è un gigante cattivo in tutto e per tutto: una mostruosità sfigurata dal Caos, maltrattata e deformata dagli anni. Magrig ha perso un occhio secoli prima combattendo suo fratello e agogna il sangue: la sua mente infantile è facilmente asservita dai due gemelli di Tzeench, che sperano di usarlo per schiacciare una volta per tutte Gotrek Gurnisson. Inquieta come Magrig sia una copia deforme del nano, una sagoma bitorzoluta dai capelli arancio e un'orbita vuota: 

It took a moment for illumination to strike. Of course with his squally massive form, his red matted hair and his one empty socket the giant reminded him of a monstrously huge parody of Gotrek Gurnisson. Was that somehow significant, Kelmain wondered? Was there an omen here: Perhaps he should sacrifice one of the captives the beastmen had brought back and search the entrails for signs.

Lo scontro si rivelerà stavolta una fiera dello splatter superiore al normale, con una scena tanto gore da far sembrare il Peter Jackson di Schizzacervelli un raffinato regista della Nouvelle Vague... 
E con questo King ci lascia. Il romanzo successivo, Sventraorchi, vedrà all'opera il “giovane” Nathan Long, ormai completamente addentro al “Middlehammer” del 2006, certo una lunga strada dal primo racconto, “Trollslayer”, del 1989... 

Fonti: 
Sangue di Gigante, di William King (edizione Hobby&Work)

3 commenti:

Alessandro Forlani ha detto...

La scena della marcia durante l'acquazzone, dal quale Teclis si protegge con la magia suscitando sguardi assassini da parte dei selvaggi di Albione, è memorabile... :-D

Coscienza ha detto...

@Alessandro Forlani

Il bello di Teclis è che non è nemmeno cattivo, appare arrogante solo perchè naturalmente elfo... :-D

Marco Grande Arbitro ha detto...

Ottimo post, come sempre :)

OT: rileggendo mi è tornata in mente la campagna di Albione