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venerdì 5 febbraio 2016

Apologia della guerra di trincea


La prima guerra mondiale è stato l'unico conflitto dove la fanteria ha combattuto nelle trincee. Dal momento della nascita del carro armato, la fata turchina degli armamenti ha deciso che le trincee non sarebbero mai state più usate e che la guerra sarebbe diventata mobile. La seconda guerra mondiale è infatti caratterizzata dall'assenza delle trincee. La guerra di trincea sul fronte orientale, il Vallo Atlantico, la linea Sigfrido, la guerra di trincea nelle città sotto assedio, dalla Francia, al Belgio, alla Germania. La corsa alla capitale, Berlino. Sebastopoli. Stalingrado. Varsavia. In ciascuna di queste occasioni, così come in Africa e sul fronte giapponese a Iwo Jima, le trincee e la guerra di logoramento hanno svolto un ruolo tutt'altro che “marginale”.
Le trincee non sono nemmeno nate con la Prima Guerra Mondiale.
Negli assedi dal XVII al XVIII secolo, così come nelle battaglie campali dove gli elementi naturali lo permettevano, trincerarsi era la tattica tradizionale. Nell'epoca post napoleonica, l'assedio sanguinoso e interminabile a Sebastopoli (1) è stata senza alcun dubbio guerra di trincea. La guerra di Crimea risulta, per l'uso delle tecnologie e per l'attrito evidente tra tattiche tradizionali e nuove tecnologie, una chiara antesignana della prima guerra mondiale.
La guerra civile americana è una successione di assedii e battaglie campali dove sia i nordisti che i sudisti si trincerano. L'artiglieria ha talmente progredito dall'era napoleonica che assaltare in massa risulta una tattica suicida.
La guerra russo-giapponese del 1905, l'ennesimo esempio di guerra di trincea. La dottrina occidentale dell'elan, applicata dai giapponesi, si infrange sul filo spinato, sulle mitragliatrici e sulle trincee russe di Port Arthur.

(1914)

martedì 27 ottobre 2015

I miei due cent su Disney, Star Wars e il risveglio del merchandising


Qualche giorno fa, mi accorgevo distratto che i tovagliolini della colazione avevano una bizzarra macchia al centro. Mezz'ora dopo, riportato a nuova vita da quell'incredibile bevanda altrimenti nota come caffè, osservavo distratto che era uno dei servitori di un recente film d'animazione, Minions.
Non a caso, al di sotto di quello sgorbio color giallo verso cui avrei dovuto provare qualche simpatia, c'era una scritta a caratteri cubitali:

One in a Minions.

Ah. Ah. Ah.
Quante risate. In a Minions/Millions, capite? Come siamo originali, come siamo divertenti.

Era riflettevo qualche ora più tardi, in una pausa dallo studio e col secondo caffè in mano, solo la minuscola parte di una gigantesca macchina pubblicitaria che in occasione del film si era messa in moto. 
Preparando il terreno. 
Infiltrando la mente di grandi e piccini (adulti ormai rimbambiti e bambini ormai adulti). 
Lanciando sui social campagne, meme, cross over, scritte, immagini, merchandising... 
Estendendosi persino ai tovaglioli con cui mi ero pulito il mio barbuto muso quella mattina.

Ovviamente, perchè sorprendersi. Minions non è comunque un film della Disney - è prodotto da una casa di più piccole dimensioni, e non ho nulla da obiettare che si facciano pubblicità - semplicemente, stavano usando gli stessi, identici metodi che usano i fratelloni più grandi, dai film "ufficiali" della Disney alla patina hipster della Pixar. Bombardamento pubblicitario a tappeto.
Il che ci porta al vero argomento di questo rant e cioè la malefica Multinazionale di Topolino... 

La Disney è la Disney – una Multinazionale che non sarebbe una Multinazionale se il suo scopo fosse altro che il profitto. Un utile realizzato in una grottesca area grigia di prodotti in apparenza destinati ai bambini, ma in realtà ampiamente riservati agli adulti. Per alcuni un'area meravigliosa, generosa, piena di nobili ideali; per altri, me compreso, molto più banalmente la Disney fa quanto fa la Apple. Vende sentimenti sotto forma di oggetti. O nel nostro caso di film. Ci si illude di comprare un sentimento, si compra il film. Nulla di nuovo.

Al terzo caffè della mattina, osservavo però inquieto che a fronte della campagna pubblicitaria e degli oggetti a essa correlati, il film era ben poca cosa. In altre parole, certo, il fine della pubblicità era vendere il film, ma era probabile che persino un'IP di nicchia come i Minions generasse maggiori introiti con pupazzi e magliette che con i biglietti sold out.
Gli spettatori e l'affluenza al cinema sarebbero stati un chiaro indice del successo o meno del film, ma era altamente improbabile che il grosso dei profitti venisse da lì. Anche così, la campagna pubblicitaria restava impressionante, e cos'è peggio invasiva al punto da impedire persino una semplice indifferenza.

Dopotutto, sapete qual'è il film dove Tim Burton ha incassato di più? 
Alice nel Paese delle Meraviglie. Esatto, proprio quel film. Quell'orrore benpensante, terribilmente lucido per essere un film di Alice, rigonfio come un bubbone molesto di effetti speciali, infedele al libro (non che a me importi, dell'esattezza della trasposizione, ma per sommare difetto a difetto...), con una protagonista insopportabile e un Johnny Depp pronto alla decapitazione per incapacità attoriale.
Eppure, tra i tanti piccoli gioielli di Tim Burton disprezzati&ignorati, la pellicola di Alice rimane la più redditizia. Perchè, vi domanderete. Perchè a finanziare l'intera operazione c'era la Disney.
E qualunque cosa tocchi la Disney nell'ultimo decennio, diventa oro puro.

lunedì 24 novembre 2014

Vivi la tua vita, non sprecarla davanti al computer


Credo sia nel momento in cui ho frequentato per la prima volta una lezione d'informatica alle elementari, su dinosauri con nient'altro che Paint e programmi Word, che ho sentito per la prima volta la leggenda metropolitana dell'uomo che sta troppo al computer.
Secondo questa variopinta leggenda, intere generazioni (specie maschili) di giovani smarrisce la Retta Via del Signore perdendo troppo tempo a lavorare sul computer. E' un motivo ricorrente, per l'appunto, dagli anni novanta come minimo, ma lo si può far risalire a molto più in là.
La leggenda di solito parte con una narrazione di tipo autobiografico: lo sfortunato soggetto, ovviamente anonimo, racconta singhiozzante una vita sprecata sul computer.
Poteva correre sui prati a raccogliere fiorellini e danzare con Heidi.
Poteva entrare in una prestigiosa azienda e diventare manager, capo aziendale. Prestigioso dirigente alto-borghese.
Poteva afferrare l'opportunità della vita e fare un viaggio intorno al mondo, alla scoperta di meraviglioso luoghi esotici e gente fantastica: Caraibi, Iran (ah no, loro non vanno bene!), Sud America (loro nemmeno), Corea del Nord (orrore!), Papua, Nuova Guinea, Cambogia, sapete, quei luoghi lì. Magari su una barca a vela, intrepido in un' avventura nel mondo reale.
Poteva – diamine, me ne stavo scordando – scoprire l'amore della sua vita, sposarsi, fare tanti figli e vederli crescere amorevolmente con zero opportunità lavorative, aspettative peggiori dell'Unione Sovietica post-crollo e una criminalità dilagante. Invece che spegnere il suo amore a colpi di fazzoletto davanti al triste schermo di un Pc.
Poteva, insomma, diventare una persona di successo, perchè è noto: tutto è possibile se si possiede forza di volontà! Si può diventare tutto, ma quel tutto deve per forza identificarsi nel successo, e quel successo nel successo economico e quel successo economico nell'esacerbare, distruggere e rovinare altri tuoi sottoposti. 
Ma sorvoliamo su questi dettagli insignificanti ed esaminiamo piuttosto quante cose poteva diventare quest'uomo. Non vi piange il cuore, lettori? Sniff, sniff! Un produttivo cittadino dello Stato sprecato in tal modo. E tutto perché stava troppo sul computer.

Un cittadino maschio, bianco, benestante, e terribilmente viziato. Che diamine hai da deprimerti?
Ora, credo sia necessario sottolineare un primo punto debole della leggenda metropolitana.
Nessuno infatti si premura mai di sottolineare cosa facesse, l'uomo sul computer.
Giocava a Wow? (Probabile).
Chattava su Facebook (E su cosa? Per cosa? Quando? E perché l'argomento del chattare dev'essere per forza basso? Può anche essere che chattasse di qualcosa d'importante, no?).
Cos'altro faceva? Ovviamente, non viene detto. L'importante è che il singhiozzante colpevole dichiari che perdeva tempo perché stava sul Pc, e così si è perso le meravigliose, fantastiche opportunità della vita. Passava giorno dopo giorno trascorrendo il suo tempo sul Pc, o meglio al Pc, ma la grammatica di queste leggende è sempre confusa, capirete, l'emozione... il nostro lamentoso eroe, in vena di queste auto-confessioni calviniste, racconta come passasse settimane e mesi ad aspettare un momento, un segno. Qualcosa che dall'esterno cambiasse la sua vita. Invece, da vero self made man, avrebbe dovuto attivarsi, diventare qualcuno. Perchè si può diventare tutto, a patto che quel tutto sia un uomo di successo, e che quell'uomo di successo sia... Mi sto ripetendo.

lunedì 1 settembre 2014

Togliere le zanne al mostro: rileggendo Harry Potter e la pietra filosofale


Capolavoro e prodotto di successo sono due concetti completamente differenti e col tempo ho imparato sempre più a distinguere nettamente tra queste due diverse attribuzioni.
Il prodotto di successo, almeno per quanto riguarda il mio metro di giudizio, è un film/libro/videogioco di buon spessore, spesso caratterizzato da un paio d'idee vincenti, una scrittura passabile e un passaparola inatteso. Il prodotto di successo, come intuisce l'etichetta, è tale perché detto brutalmente vende tanto, tantissimo. Sfracella ogni classifica e si pianta saldamente lì per mesi. In altre parole, un prodotto è tanto più di successo quanto più macina denaro. Seguiranno poi altri fenomeni tipici del genere, dai giornalisti/saggisti/professori che salgono sul carro della celebrità alle fanfiction, un'ottima prova della vitalità di un fenomeno, di un autore.
Il prodotto di successo segue dunque questo processo, dal successo immediato, alla conquista di un nucleo sempre più ampio di lettori alla transmedialità, il passaggio di un libro al film, al fumetto, al videogioco, al boardgame. Il prodotto diventa così capillare, pervasivo.

Ma è un capolavoro? Dipende.

La moda attuale, o meglio la confusione attuale! Vuole trasformare ogni prodotto di successo, per quanto minore, in un fenomeno di massa, un capolavoro indimenticabile di generazione in generazione. A volte il giochetto di marketing funziona, a volte fallisce miseramente. 
I Pokemon all'inizio del 2000 erano chiaramente un prodotto nipponico pianificato a tavolino, che tuttavia ha fatto presa. Non ultimo, perché come molti prodotti orientali s'accontentava del Kawaii senza andar in cerca del moralismo disneyano. 
Gli Hunger Games, dai libri (mediocri) ai film stanno invece facendo il buco nell'acqua: i fan sono praticamente scomparsi, i lettori sono passati ad altro. Nonostante l'asfissiante tempesta pubblicitaria, il prodotto di successo non è diventato capolavoro, né lo è mai stato. Erano buoni romanzi, nient'altro. 
Difficile giudicare poi Twilight, su cui è stato lanciato troppo odio per dei romanzi inconsistenti, ma sostanzialmente nemmeno troppo brutti. Là il passaggio di media in media, il successo, è sembrato durare per tre anni, prima di finire nel cestino della dimenticanza. Un successo così così.

Harry Potter è un capolavoro?
Senza dubbio è un prodotto di successo. Come (credo) tutti, quando avevo undici, dodici anni ho letto tutta la saga, ho visto i film, ho anche collezionato un paio di album di figurine. Nulla di che, mi ci divertivo.
Nello stesso periodo, tuttavia, leggevo Il Signore degli Anelli, le Cronache di Narnia e verso i tredici anni assaporavo per la prima volta Lovecraft. Questo non per sottolineare chissà quale superiorità – verso i tredici anni ero anche fermamente convinto che il miglior Fantasy in assoluto fosse Eragon, di Christopher Paolini e solo per questo avrei dovuto essere preso a badilate in faccia – ma per ribadire che leggevo un po' di tutto quello che sapesse di Fantasy.
Dopo quasi un decennio da quelle letture, ho deciso di rileggere la Rowling, sia per spaziare in territori più moderni, sia perchè in cerca di ispirazione per un racconto urban fantasy.
Mi sono fermato a Harry Potter e la pietra filosofale e non credo andrò avanti. 
Era dai tempi di King che non avevo l'impressione di un autore tanto male invecchiato. La questione non è se la Rowling aderisca o meno a un canone a cui tutti gli scrittori devono aderire. Non m'interessa mimare i cultori del manuale americano di narrativa – quando inserire il colpo di scena, come dosare lo show don't tell ecc ecc Specie il primo romanzo della saga di Harry Potter era destinato a una saga infantile, al massimo adolescenziale. Quando incominciò a infuriare qui in Italia, si parlava di “ritorno della letteratura per l'infanzia”. E' ovvio che se lo si analizza in quel modo, si possono trovare migliaia di difettucci che non sono in realtà tali, dalla voce narrante, ai costanti infodump, al protagonista puntualmente salvato da un deus ex machina. Se volessimo davvero comportarci da stronzi, c'è un abuso grammaticale di puntini di sospensione che parte dal primo capitolo e continua imperterrito per tutto il libro. Metà dei dialoghi (alcuni davvero mediocri) di Harry Potter sono frasi intercalate da diluvi di puntini. 
Vi sfido: aprite una pagina a caso che non sia il finale e contate i puntini. Ne sarete sommersi.

Tuttavia, criticare su quest'aspetto Harry Potter sarebbe un esercizio puerile, per me di poco interesse. 
La moda attuale di smembrare un romanzo e citarne i pezzi che servono per una recensione falso-negativa non ha alcuna logica. Ogni romanzo, per quanto perfetto, se tolto dal suo contesto perde senso. 
E' come se catturassimo una conversazione per strada e ne rimescolassimo parole, frasi e interlocutori. Verrebbe fuori una merda, ma è una merda che stiamo combinando noi, togliendo quell'unità testuale che aveva in origine.
Allo stesso modo, non mi danno fastidio le incongruenze, i colpi di scena posticci, le cose illogiche. 
Mi turbano parecchio perchè c'è un'ideologia dietro che trovo spaventosa; un disprezzo verso il Babbano e verso la tecnologia che è tanto assolutizzante quanto stupida. Nel momento in cui scopri di essere mago, i progressi di oltre duemila anni di storia vengono annullati e ridicolizzati. Al contempo, i maghi mantengono un assoluto regime di apartheid verso gli “umani”, nonostante le innumerevoli, geniali possibilità che potrebbe aprire una fusione tra tecnologia babbana e magia umana. 
Nel delirante worldbuilding della Rowling, inoltre, i maghi sono apolitici e vivono felici dentro una sorta di stato liberale, con una pubblica opinione vivace, ma sostanzialmente tenuta a freno dalla scusante di un nemico esterno, Tu-Sai-Chi. 
Un appassionato di Harry Potter a questo punto mi darebbe del ritardato e probabilmente avrebbe ragione: sto cercando sottotesti e rigore da un romanzo per bambini. Esagero probabilmente. Nemmeno questa chiave di analisi, per quanto divertente sarebbe utile. Sul piano della trama, ad esempio, si potrebbe continuare a lungo; Harry Potter è un protagonista che non ha letteralmente nulla all'inizio, ma che già superate le prime cinquanta pagine ottiene praticamente tutto, dai soldi della Gringott alla fama di una superstar. La Rowling supera perfino gli handicap fisici (occhiali, goffezza, corporatura dinoccolata) trasformandolo nell'atleta per eccellenza del Quidditch. 
Il personaggio è letteralmente rovinato perchè parte con un monte (del Fato?) di problemi e termina già a metà libro con tutto, dai gadget del mantello dell'invisibilità, ai soldi, alla vittoria sportiva. Ciononostante, è un romanzo per bambini e questi deus ex machina funzionano, perché tengono sempre alto il ritmo.



La saga di Harry Potter dunque può essere criticata singolarmente per un particolare aspetto, ma difficilmente smontata in toto. Le fondamenta fantasy su cui si regge sono al di fuori delle logiche sia di stile che di trama normalmente usate. In altri casi, con altri generi sarebbero criticabili. Nel mondo di Harry Potter tutto questo invece funziona. Ma qui sorge il problema.
Perchè il mondo fantasy della Rowling non è fantasy. 
Se ancora l'arrivo di Hagrid, la scoperta di essere il prescelto e l'arrivo a Diagon Alley hanno ancora la meraviglia che loro compete, presto tutto si affloscia. Il mondo di Harry Potter continua a svelare i suoi aspetti magici, ma questi non hanno nulla, letteralmente nulla di magico. Sono invenzioni descritte con tono piatto e grigio, più simili agli scherzi di un tendone da circo che alla paura/desiderio reverenziale della vera Magia, quella con la M maiuscola. La Rowling è sempre stata lodata per la quantità di dettagli e di invenzioni che sorprendono il lettore a ogni voltar di pagina. Non si osserva mai però che questa quantità non si accompagna mai alla qualità. Il mondo dei maghi è il riflesso consumista del mondo dei Babbani; è letteralmente pieno di roba “interessante” ma che non è magica. Avrei preferito un singolo incantesimo descritto con la cura e il timore dei veri incantesimi alla massa informe di latinorum scopiazzato della Rowling. La Magia della Rowling è la magia Made in China. 
Va bene un po' a tutti, è chiaramente taroccata, non ha pericoli. In effetti l'idea stessa che la magia possa venire insegnata dentro una scuola è controintuitiva. La magia, se è davvero “magica” non può venire insegnata come se fosse la matematica. La magia è tale proprio perché fuori dalle leggi e fuori dalle regole ordinarie. Inserirla nell'ambiente scolastico equivale a svuotarla di fascino, a ingrigirla. 
A privarla, fattore cruciale!, di ogni carica sovversiva e pericolosa.
Il fantasy non-fantasy della Rowling non si limita alla magia, ma imperversa nel bestiario fantastico.
Non appena entra a Hogwarts, Harry Potter incontra non un fantasma, bensì venti!

Poi accadde una cosa che gli fece fare un salto alto un palmo da terra... Dietro di lui, molti ragazzi gridarono.
<< Ma che cosa...? >>.
Si sentì mancare il fiato, e con lui tutti gli altri. Una ventina di fantasmi erano appena entrati nella stanza, attraversando la parete in fondo. Di color bianco perlaceo e leggermente trasparenti, scivolavano per la stanza parlando tra loro e quasi senza guardare gli allievi del primo anno. Sembrava che stessero discutendo. Quello che assomigliava a un monaco piccolo e grasso stava dicendo: << Io dico che bisogna perdonare e dimenticare; dobbiamo dargli un'altra possibilità... >>
<< Mio caro Frate, non abbiamo forse dato a Pix tutte le possibilità che meritava? Non fa che gettare discredito sul nostro nome, e poi lo sai, non è neanche un vero e proprio fantasma... Ehi, dico, che cosa ci fate qui? >>
Un fantasma in calzamaglia e gorgiera aveva d'un tratto notato gli studenti del primo anno.
Nessuno rispose.
<< Nuovi studenti! >> disse il Frate Grasso abbracciando tutti con un sorriso. << In attesa di essere smistati, suppongo >>.
Alcuni annuirono in silenzio.
<< Spero di vedervi tutti a Tassorosso! >> disse il Frate. << Sapete? E' stata la mia casa >>.
<< E ora, sgombrare! >> ordinò una voce aspra. << Sta per cominciare la Cerimonia dello Smistamento >>.
La professoressa McGranitt era tornata. Uno a uno, i fantasmi si dileguarono attraversando la parete di fronte.

Un fantasma non è una cosuccia da prendere alla leggera.
E' uno spirito dei morti, una prova tangibile dell'esistenza dell'al di là, oltre che un'agghiacciante incursione del soprannaturale. Un solo fantasma ha dato filo da torcere a generazioni di scrittori e poeti. 
C'è un ricco background alle spalle, ma viene sorvolato senza perdere tempo. Nel mondo della Rowling esistono i fantasmi, così come esistono i goblin, gli elfi e altre creature: tutte magiche, tutte ininfluenti. Quello che sto cercando confusamente di comunicare è che non c'è spessore, in quanto descrive la Rowling. 
Non c'è quell'attimo di sospensione, di sublime che dovrebbe accompagnare il soprannaturale. Cazzo, capisco che il mondo di Potter è magico, ma di fronte a un non-morto io fuggirei via urlando!
Sono fantasmi filmici, bonaccioni per tinteggiare un mondo di cartapesta.



Harry Potter non si muove dentro un fantasy realistico, e questo posso accettarlo. Ma non posso accettare che la “magia” della Rowling sia tanto anonima. Non è nemmeno la magia trash di D&d "Il mio mago casta una palla di fuoco sullo scheletro campione..."
E' proprio senza spessore. Ha regole, ma non le segue. Usa il latino, ma lo parodia oltre ogni decenza. 
A tutti gli effetti l'incantesimo viene descritto come una tecnologia “da usare”. I babbani muovono il culo e afferrano la lattina di Coca-cola, i maghi usano Accio. E' una magia castrata alla radice. Posso comprendere perché Alan Moore sia tanto inferocito da Harry Potter. Per chi davvero ci crede, nella magia e nel “diverso” il mondo della Rowling è grigio e piatto. Non starò a elencare le fonti da cui la Rowling copia spudoratamente, perchè sarei ipocrita e pedante; non le ho lette, non posso fare confronti. 
Ma senza dubbio non si può negare la sciatteria.
La Chiesa ha spesso criticato Harry Potter, avvertendo della pericolosità di scambiare finzione e realtà. Harry Potter, insinuano, è pericoloso perché non introduce alcuna frattura tra realtà e magia. Tutto è magico, per la Rowling, argomentano. Di conseguenza il bambino potrebbe confondersi e pensare che davvero un giorno riceverà una lettera che lo inviti a Hogwarts.
Una critica davvero miope! La saga di Harry Potter è particolare proprio perché non è un Fantasy.
Se tutto è magico, in realtà tutto è ordinario. La magia funziona quando trasmessa a piccole dosi. 
Se frastorni il lettore con vagonate di “magia” a ogni voltar di pagina, l'irrazionale diventerà presto la norma. Si tranquillizzino i pretacci e le psicologhe dell'infanzia: Harry Potter mai potrà essere pericoloso perché mai potrà essere un Fantasy. L'irrazionale, il sovrannaturale, la magia sono argomenti da introdurre pian piano, con rispetto e meraviglia. In Harry Potter sono invece la vernice con cui parlare di qualcos'altro. Sono sbattuti in faccia al lettore, degradati ripetutamente. Servono come metafore per triti moralismi senza però nessuna critica seria dietro. Harry Potter non è fantasy a sufficienza. E' questa, la vera critica.
La Rowling prende il mostro delle fiabe e metodicamente gli cava le zanne, trasformando uno splendido drago in una mucca ruspante. Chi ama Harry Potter, ne ama l'ambientazione scolastica. Gli scherzoni da fiera che vengono definiti magia raramente vengono presi sul serio, persino dai fan.

Per citare Zizek, la moda attuale svuota di significato ogni esperienza. Si vuole dunque guardare film horror senza spaventarsi, assumere alcool senza soffrire la sbornia, drogarsi senza diventare dipendenti, fumare senza rovinarsi i polmoni, mangiare senza ingrassare... ecc ecc

Harry Potter pertanto, è perfetto: è un fantasy senza fantasy, e in ciò sta il suo successo.  

Fonti: 
Scans prese dall'opera di Moore sulla Lega degli straordinari gentlemen: 2009

martedì 15 luglio 2014

La rigatteria Hipster: un fenomeno bizzarro


Le rigatterie sono raramente bei posti.
Si passi dallo straccivendolo al libraio, dal mobilificio al venditore di quadri, il rigattiere soffre d'una cronica mancanza di spazio, di acquirenti, di un continuo, estenuante surplus di materiale da sbolognare. 
Per quanto bassi siano i prezzi, per quanto umilianti siano le condizioni di acquisto, c'è sempre gente disposta a vendere quanto altri getterebbero nella spazzatura.
Ad esempio, in media i libri che dal rigattiere vendono a un euro vengono acquisiti in blocco per prezzi irrisori da grandi magazzini; o sono acquistati per la media di trenta centesimi ciascuno. Trenta romanzi fanno appena appena nove euro, per il rigattiere! Non è difficile capire come possano risolversi gli affari. E ne consegue – è piuttosto ovvio – che una rigatteria fiorente compri più di quanto possa vendere. La merce comincia ad accumularsi, dapprima sulle scansie, poi sui tavoli, infine accatastata in grandi pile.
L'analogia con la discarica è offensiva, ma fin troppo calzante.

In tutto questo, dovete inserire il Fenomeno Hipster. 
L'avete presente; barbe lunghe ma curatissime, baffetti alla Dalì, camicie a quadrettoni vendute nei discount acquistate a prezzi folli, musica tanto indie che neppure gli Indios la conoscono ecc ecc Tante piccole strane manie concentrate in una moda. Non c'è nulla da condannare: voler fare gli eccentrici, specie di questo tempo, è un fenomeno affatto strano, considerando l'appiattimento generale. Voler spiccare nella massa è normale; è volerlo fare in modo tanto spocchioso che scatena la condanna. Una volta li chiamavano “snob”.

Riuscite a immaginare un hipster in Rigatteria? Io no.
Gli Hipster adorano i luoghi asettici, puliti, immacolati. Luoghi senza bordi, senz'angoli taglienti, come la tecnologia Apple che tanto amano (o è Linux? Anche l'Hipsterismo ha tanti livelli!).
La rigatteria è l'esatto contrario. E' buia, maltenuta, sporca, con più ciarpame che oggetti preziosi.
Però... Dovete ammetterlo, la rigatteria, che sia una bancarella dell'usato o una rivendita di cianfrusaglie, sembra adattarsi bene all'immagine dell'Hipster. Cioè, ci sono innanzitutto 
1. Cianfrusaglie e ammennicoli “strani” o “vecchi” che l'Hipster amata tanto mischiare indiscriminatamente
2. Vestiti di secoli fa di gente morta per denutrizione o sifilide o qualche orribile malattia. Ottimi per conferire quell'aspetto alla “spaventapasseri” che gli Hipster amano tanto 
3. Libri degli anni Sessanta, un casino di roba dal secondo dopoguerra davvero. Interminabili testi sovietici del genere “Il problema agrario secondo Lenin”, libri del sessantotto, romanzi e riviste dagli anni ottanta/novanta. Sopratutto: libri di carta! Perché a che diamine serve leggere se nessuno ti guarda farlo? La copertina makes the book! (sic)

Eppure... la rigatteria è sporca, disordinata... Molto poco chic, poco “in”!
Qualche abile piccolo imprenditore fai-da-te dev'essersi accorto di questa nicchia di mercato colpevolmente poco sfruttata, e ha pensato bene di riempirla.
Così, qualche mese fa, ho svoltato l'angolo e ho sbattuto il naso sulla vetrina della prima rigatteria Hipster. Per un attimo ho pensato fosse un negozio per bambini, perché aveva le pareti ricoperte di quel compensato ligneo che trovate nei negozi di abbigliamento per bambini, o nelle giocatollerie artigianali. Ma i bambini di solito non acquistano vecchie siringhe di metà novecento o macchine da scrivere rotte, per cui...
La vetrina aveva:
  • Una corolla di fiori secchi e appassiti, perché se non c'è un'aura di depressione, l'hipster s'allontana
  • Sedie rotte e rovesciate a costruire un castello di legno (non in vendita, almeno spero)
  • Vecchi testi per ragazzi con illustrazioni finto ottocentesche; la cicogna, i bambini in calzoncini hitleriani che giocano, la lady in corsetto ecc ecc
  • Borse in pelle per commesso viaggiatore, valigie sfondate, ventiquattr'ore distrutte 
  • Testi in russo, scritti in russo (e quando intendo russo intendo in cirillico)
  • Fotografie sessantottine di vari Hippie che fumano canne
  • Un quadretto con una citazione marxista di Foucault piuttosto generica (Abolition du le societè di classe, mi pare)
Al che credo che il buon Foucault se fosse ancora vivo&vegeto s'incazzerebbe alquanto, a vedersi inglobato e inserito nel sistema mercato come molti altri, letteralmente “venduto” per succhiare soldi a ragazzini dal papà imprenditore che vogliono “distinguersi”.


Questa è stata la prima rigatteria Hipster che abbia mai visto. Rapidamente ne ho individuate altre due, abilmente mimetizzate, ma sempre a pochi passi da un bar. Non mi sono sorpreso a vederci sempre dentro gente della mia età, sui vent'anni, a volte trentenni, quarantenni che avvampano d'emozione a toccare oggetti d'arte così antichi, che possono acquistare per potersene vantare cogli amici. Non si discute il gusto estetico e sono il primo a essere contento che s'acquisti qualcosa di diverso dall'ultimo smartphone in circolazione; ma non posso fare a meno di notare come le stesse, identiche cose le vendano anche i rigattieri normali, quelli brutti e poco “trendy”. Quanto viene acquistato e imballato per un cinquantone, sarebbe sbrigativamente consegnato impolverato ma U-G-U-A-L-E da un normale rivenditore di usati, a meno di metà del prezzo proposto.
Ma così va il mondo, “infighettendosi” ma svuotandosi di sostanza, e accanto alle Boutique della Bao (una volta le chiamavano, indovinate un po'? Edicole!) ora abbiamo le Hipster-rigattierie.
Ma forse un po' Hipster lo sono anch'io, a voler criticare chi preferisce il pulito e l'affabile allo sporco e al disordinato... #maancheno

martedì 27 maggio 2014

Quando Martin scriveva fantascienza


A trattare la scelta tra libro cartaceo e ebook, spesso si trascura che il discorso non si svolge mai in un piano di parità. E' difficile, se non impossibile che ogni lettore abbia un'ampia disponibilità finanziaria per comprare libri in massiccio cartonato, metterli sulla scansia, ammirarli in tutta tranquillità soddisfatto d'aver garantito la sopravvivenza della "libreria" di quartiere o altre del tutto romantiche e inventate realtà locali. Spesso la scelta dell'ebook è semplice necessità: non ho i mezzi materiali per la vanità di possedere un libro. Potrei andare in biblioteca per prendere quanto mi serve, ma da assiduo (una volta) frequentatore, vi assicuro che il prestito del libro è una faccenda sgradevole, un non-possesso di gran lunga peggiore al gettare qualche euro per l'ebook. Senza ovviamente contare che ebook e libri cartacei possono benissimo sussistere, come viene lapalissianamente dimostrato da diversi anni...

Questa contorta introduzione per spiegare che spesso alcune scelte anche in un ambito triviale quale la scelta del libro sono certo più motivate dalla disponibilità personale di denaro e mezzi, che da immaginarie e del tutto fantasiose scelte morali. Ad esempio, nel mio caso, non avrei mai considerato la rigatteria un posto dove andare, se non fosse che di anni in anno la disponibilità monetaria si riduce drasticamente sempre di più, e come Lovecraft s'adoperava per comprare una giacca "da gentleman" nei negozi delle pulci mercanteggiando ironicamente con quei brutti negri e meticci che dichiarava d'odiare nei propri racconti, così io giro nelle rigattiere frugando tra schifezze dimenticate da Dio alla ricerca di qualche romanzo interessante per cui buttare cinquanta penny cent o nel caso più generoso, addirittura un euro. Spesso ritorno con il braccio insozzato fino al gomito di mestruo e sperma delle trame d'isterici harmony senza sostanza, ma in altri casi un decesso, o un improvviso abbandono d'interessi portano a valanghe di roba interessante.
Il tizio muore, i “simpatici” parenti decidono che è ora di liberarsi di tutto quell'immondezzaio chiamato “libreria” (sic!) vendendo tutto il lotto al rigattiere, che si lecca i baffi. Immaginatelo come un gatto davanti a un piatto di lische: non andrete troppo lontani dalla realtà.

Ad esempio, ultimamente ho recuperato un paio di numeri di Robot di fine anni 70. Giganteggiava il nome di George rr Martin in copertina, e col pensiero “vado sul sicuro” li ho presi entrambi.
  • Anno III Gennaio 77' L.800: in Questo numero: un romanzo breve di George RR Martin
  • Anno III Giugno 78' L. 1000: in questo numero: racconti di George RR Martin
Robot è una rivista di fantascienza ancora viva nel panorama (decadente) della sf italiana: l'ho vista un paio di volte in diverse librerie, ne ho letto qualche numero recente, insomma è una realtà ancora attuale. Che al di fuori del prezzo il formato sia rimasto in colore e dimensioni identico a quant'era trentanni fa la dice lunga sul conservatorismo italiano, ma sorvoliamo...

Il romanzo breve era Una canzone per Lya, lunga novella vincitrice del Premio Hugo 1976. 
Il romanzo sviluppa un tema assai vivo nella fantascienza sia vintage che attuale; la telepatia, la possibilità di leggere emozioni e pensieri degli individui. Lyanna è una telepate che riesce a leggere i pensieri di chi le sta di fronte; Robb riesce a leggere invece il miscuglio di emozioni che agita il suo interlocutore. Insieme, formano una coppia formidabile, sia come fidanzati che in quanto colleghi di lavoro. Alle prese col mistero della società aliena degli Shkeen, vengono gradualmente introdotti in un giallo/ horror metafisico piuttosto complesso, ricco di risvolti etici e morali difficili da descrivere senza scadere nello spoiler. C'è il tema (banale a leggerlo così) della felicità eterna, c'è il tema di Dio (un dio alieno e ben incarnato sulla terra, stavolta), c'è il tema della metempsicosi, c'è il tema del suicidio e dell'amore. Non sono tematiche che vengono sparate in faccia al lettore; le sto estrapolando io, adesso, in sede di commento. L'enfasi, ed è in questo il valore dell'opera, sta nelle descrizioni vive, nei sentimenti dei personaggi, nella continua, esasperata ricerca di dettagli concreti. E' vero che, partendo dalla prima persona, sfuggono diversi infodump, ma la resa dell'emozione è sempre subordinata alla descrizione del mondo circostante. 
“Robb è infelice” non lo troverete mai in Martin (ma nel fantatrash italiano sì).

Al mattino calano le nebbie è invece il racconto del 78'. E' un “raccontino”, focalizzato stavolta sul mistero del pianeta degli Spettri, un emisfero avvolto dalla nebbia perenne, al cui interno, così si dice, abitano Spettri in grado di cacciare prede umane. Il focus non è sul mistero degli Spettri, o sull'eventuale loro (sc/in)contro con l'essere umano: piuttosto è sul fenomeno sociale di questa mitologia nata dai primi esploratori del pianeta, più sulla credenza nel fantastico, nel soprannaturale che nell'effettiva esperienza di esso.
Un passaggio di dialogo verso il termine esemplifica bene tutto questo:

- Forse – rispose Sanders. – Ma è l'unica cosa di cui abbiamo bisogno? Non credo. Penso che abbia anche bisogno del mistero, della poesia e del romanticismo. Penso che abbia bisogno di qualche domanda senza risposta, per farlo meditare e stupire –
Dubowski si alzò, improvvisamente corrucciato. – Questa conversazione è inutile come la sua filosofia, Sanders. Nel mio universo non c'è posto per le domande senza risposta –
- Allora lei vive in un ben povero universo, dottore –

Come ho già sottolineato, questa conversazione non mostra il soprannaturale di cui discutono; ne parlano piuttosto, l'uno con tono nostalgico, l'altro con acceso scientismo. Questo rimpianto misto a nostalgia per un fantastico perduto è spesso presente (mia impressione, eh!) nella fantascienza martiniana. L'uomo vive nello spazio, viaggia su razzi spaziali, è a capo di un evoluto umanesimo: eppure è poco soddisfatto di quanto ha fatto e scoperto. Sente d'aver perso qualcosa.

Possiamo dunque dire che la fantascienza di Martin è la teoria, mentre il suo fantasy, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, costituiscono la prassi? Nel primo caso si parla e si discute di un fantastico che rimane sempre ai margini, ma che è fortissimamente desiderato. Nel senso, il fantastico viene per l'appunto messo direttamente in scena, è il nocciolo (l'etichetta!) stessa della storia. 
O se preferite un paragone più calzante se siete scrittori; la fantascienza di Martin Racconta il fantastico; il fantasy di Martin lo Mostra direttamente.

Un altro aspetto interessante è dato dalla breve biografia esposta in Robot del Gennaio 77'. Martin viene incaricato di presentarsi ai lettori di Robot e scrive una breve, ma concisa relazione delle sue attività. Non voglio perder tempo a contare quante parole sono, ma occupa a stento mezza paginetta, pure includendo una grossa foto di un Martin insospettabilmente giovane, magro (ma fieramente barbuto). 
Una modestia rimarcabile, se consideriamo che (cito)

Ho poco più di ventotto anni (…) ho pubblicato una trentina circa di opere brevi, e sono giunto in finale a più premi di quanto non meriti. Dal 1973 ad oggi sono riuscito a perdere tre Hugo e tre Nebula, ma ho anche vinto un Hugo: per A Song of Lya, miglior romanzo breve del 1974.

mercoledì 14 maggio 2014

La pochezza dei romanzi per bambini


Una delle cose che più rattrista nell'età contemporanea, è quanto siano diventati patetici i nobili intenti degli scrittori per bambini. Secoli di pedagogia hanno ampiamente convenuto che i bambini sono "spugne; assorbono di tutto!". Che sono facilmente influenzabili nel comportamento e nel modo di fare da quanto viene loro insegnato, trasmesso, e non ultimo da quanto leggono.
I libri per bambini plasmano l'adulto che diventeranno, se non al 50%, cerchiamo di stimare quantomeno un 5, 10%. Ovviamente molto dipenderà da quanto legge, come, perché, dove... Tantissime variabili. 
Ma l'influenza che un romanzo per bambini può esercitare è forte e immensa.

E dunque, posti di fronte a tutto ciò, come reagiscono questi "romanzieri-pedagoghi"? 
Male, direi. Malissimo. In primo luogo, per quanto non si può, ovviamente, far leggere D'Annunzio a un bambino delle elementari, questo non vuol dire si debba sprofondare nell'idiozia linguistica. Dovete scrivere un romanzo semplice, non un handicappato mentale che mugola con quattro parole in croce. Esistono una cosa chiamata "Note a piè di pagina”. Le capisce un adulto, può capirle benissimo un bambino. Se siete indecisi se ripetere l'ennesimo termine trito e ritrito, o infilarne uno nuovo, infilate quello nuovo, e vicino aggiungete una semplice annotazione: Significa bla bla Ora imparalo, lettore bambino. Progredisci veramente.

In secondo luogo, ed è l'appunto più desolante: proprio perché il bambino assorbe di tutto, non vedo perché
dobbiate proporre l'ennesimo scenario "cittadino", "attuale", con un protagonista (ovviamente) "bambino". Basta! Quando Tolkien scrisse un romanzo per bambini scrisse quel fottuto capolavoro de Lo Hobbit , non un romanzetto giallo con un bambino che viveva nella campagna inglese con un padre imprenditore e una madre segretaria "con l'hobby della cucina". Rabbrividisco all'idea. Scrisse invece di una piccola razza con piedi pelosi che viveva in un mondo fantastico razionalmente creato, con una trama e personaggi nell'insieme più che complessi e caratterizzati. Ripeto: non scrisse nessun edificante romanzo con protagonisti dei "bambini". Scrisse un romanzo con protagonista un "Hobbit" con ben nove "Nani" al seguito, in un'ambientazione straniante. Come on'! I bambini non sono deficienti (lo sono però i "fan" cinquantenni che citano Tolkien come il Dogma o la Rowling come l'Essenza Ultima), potete inserire il vostro messaggio "edificante" in una cornice molto più piacevole del giovane mago/studente/cavaliere/vampiro nell'ennesima scuola anonima/ villaggio/paesino di campagna (sic!).

E sempre a proposito del messaggio "edificante", terzultimo punto. Non serve. Non perché non si debbano trasmettere degli ideali. Ma proprio in virtù degli ideali stessi; se sentite di doverli "trasmettere" vuol dire che non li sentite davvero. Altrimenti li avreste già interiorizzati, resi parte di voi. Non sentireste di dover inserire qualcosa, verbo "inserire” che d'altronde già denuncia ampiamente quanto sia "estraneo" quest'inserimento. Non c'è bisogno di specificare che un romanzo per bambini debba avere tra i suoi messaggi l'amicizia. E' ovvio, che debba essere così. Nella storia che andrò a costruire, mi verrà "naturale" inserire temi quali l'amicizia e l'onore. Non dovreste accorgervene neppure, d'inserire tematiche del genere: dovreste piuttosto concentrare l'attenzione sulla storia, sul fluire degli eventi, delle situazioni. Non ripeto, sul "messaggio" che se sentite davvero l'ideale che volete trasmettere, esso verrà da solo.

Certo, è pieno di uomini vuoti, a questo mondo. E' possibile che vogliate "non comunicare alcun messaggio". La neutralità vigliacca che tutti amano, in questo tempo. In tal caso, rassicuratevi: state già trasmettendo un messaggio, ed è il trito conservatorismo tollerante e capitalista, l'ennesima fantasia liberale (no, purtroppo non è il fantasy tradizionale; è senza elfi, o nani: troppo nobili e idealisti i primi, troppo proletari e solidali i secondi). Una citazione di Tolkien, sebbene non pertinente al cento per cento riassume bene l'atteggiamento d'assumere:

Tolkien, a proposito della domanda: << E' vero? >> osserva come << Non è una domanda cui si possa rispondere in modo avventato o distratto >>.
Egli aggiunge che molto più importante, per il bambino, è la domanda: << E' stato buono? E' stato cattivo? Cioè (al bambino) sta più a cuore capire chiaramente chi è dalla parte del giusto e chi dalla parte del torto >>.

Gettate nel fuoco i vostri trattatelli di psicologia e le vostre piccole, meschine intenzioni di scrivere "solo" un romanzo per bambini. Proprio perché per bambini, quel romanzo necessariamente dovrà essere costruito con estrema cura, attenzione e serietà. Nella mia (probabilmente dispotica^.^) Repubblica Ideale, permetterei solo agli scrittori più bravi e con alle spalle le opere più eccelse, di scrivere romanzi per bambini. Troppo spesso, a passare in libreria e a gettare per curiosità un'occhiata fugace a quella sezione, trovo che il Fantasy per bambini, e il libro in generale per l'infanzia stia recedendo a narrativa di serie B, per autori in fondo un po' "bambini", che non hanno voglia d'impegnarsi.
Proprio al contrario, dovrebbero occuparsene gli adulti più adulti.

Fonti:
Il romanzo di formazione, di Franco Moretti.
Per la citazione, "Albero" di Tolkien, Come il Signore degli Anelli ha segnato la cultura del nostro tempo. 

martedì 25 marzo 2014

Medicina in Giappone dal X secolo al Periodo Edo



La medicina è una scienza utile, ma per quanto sia evidente anche a un masochista quanto sia fondamentale, ha avuto una storia dura. Capire come funziona il corpo umano non è cosa da videocassetta, specie se vivevi nel Giappone medievale.

Il più antico trattato di medicina giapponese è Ishinho: scritto da Yasuyori Tamba nel 982 d.C. è lungo trenta pagine ricche d' informazioni su malattie e relativi trattamenti. Gran parte delle conoscenze elencate sono già presenti in testi cinesi precedenti: le illustrazioni che presento provengono invece da una copia del libro effettuata nel 1860.

 ♫ Ma quant'è bello avere un figlio!  ♪ ♫


Nel quattordicesimo secolo il monaco Majima Seigan ebbe un terribile sogno in cui Buddha gli rivelava come curare le malattie agli occhi. Quando si svegliò la mattina seguente, Majima vagò fino alla statua di un Buddha in un tempio, dove trovò un libro misterioso pieno di rimedi per curare gli occhi: il primo manuale di Oftalmologia giapponese, recapitato dai droni di Amazon da Buddha in persona. Il monaco si diede alla medicina itinerante da quell'episodio. Molte copie del suo trattato risalgono al XVII secolo.

 

venerdì 7 marzo 2014

Giochiamo al piccolo cultista? - Kingsport Festival


In altri tempi, dichiarare il proprio amore per H.P. Lovecraft era un atto temerario.
Le reazioni erano principalmente due: la “scrollata di spalle” di chi non conosce e non vuole conoscere (Lovecraft! Chi era costui?) e nel caso peggiore il disprezzo del lettore intellettuale, che rifiuta di considerare qualsiasi cosa non sia puro mainstream (Lovecraft? Poe? Una lettura malata, di “genere”: per lettori imbambiniti cui piace alimentare perversioni malate).

Lovecraft nell'immaginario Pop americano è penetrato tuttavia da un pezzo, spinto da quell'irresistibile Gioco di ruolo che risultò essere Call of Cthulhu, diffondendosi poi su Internet a macchia d'olio, in forme sempre più stilizzate; slogan Cthuloidi condensabili in pochi elementi facilmente riconoscibili dai diversi “fan”.
In questo processo, un 80% dell'H.P. Lovecraft originario è andato desolatamente perso.
Cthulhu stesso è un amalgama riconosciutissimo di elementi che difficilmente erano tanto “dogmatici” nell'opera originaria: la silhouette a dinosauro, il barbaglio di tentacoli alla bocca, il colore verde squamoso della pelle. Sono elementi tanto codificati che metterli in discussione esporrebbe al ludibrio, eppure basti guardare agli anni ottanta, e più nello specifico allo Speciale Lovecraft dell'Ottobre 1979 dell'Heavy Metal Magazine per rintracciare una ricchezza e un'inventiva che vengono oggigiorno eliminate. 

Nei giochi da tavolo, o nel surrogato ora più diffuso, il videogioco, i Miti di Cthulhu hanno molto sofferto per quest'ambiguità di base, questa tensione fra il pessimismo dell'opera originaria e la tentazione del pastiche fracassone. Come analizza magistralmente Matteo Poropat nel saggio “I giochi di Cthulhu”, il genere più volte ha subito la furia unidirezionale dello Sparatutto classico e solo in rari casi, sono state sperimentate soluzioni in grado di calcolare Salute mentale e Paura del personaggio, dando bene l'impressione della “passività” del protagonista giocante di fronte alla minaccia aliena. E' il caso della Frictional Games, che aveva già un suo predecessore spirituale nell'ottimo Dark Corners of the Earth.

Un giro su Kickstarter evidenza bene l'attuale bipolarismo del gioco lovecraftiano attuale, continuamente preso da roboanti dichiarazioni di amore nei confronti dell'opera “originaria” ma sempre pronto a snaturarla con passo deciso, picchiando nell'unica direzione che garantisca un congruo numero di clienti: azione sfrenata, tanti dadi, eventi casuali. Sconfiggere Nazisti alleati con gli Uomini-pesce di Dagon, abbattere con raffica di missili teleguidati un Cthulhu-Godzilla che infuria a New York. Meccaniche soddisfacenti, dall'azione caciarona; ma sotto sotto giochi di una ripetitività straziante.

Così, quando l'occhio (il tentacolo?) mi è caduto su Kingsport Festival, ennesimo gioco da tavolo dall'ennesimo sfondo Cthuliano, non ero entusiasta. Fino alla sinossi, almeno (pagina facebook):

venerdì 28 febbraio 2014

Ferma chi ti vuole fermare!


Rielaborazione del titolo originario, che recita “Say No to the Naysayers”.
Questo è uno dei cento consigli di scrittura Canadesi. A tradurlo mi è sembrato più banale del solito, dunque ho deciso d'aggiungerne un secondo, eminentemente pratico.

Matthew J. Trafford:

" Sedersi a scrivere è un atto di coraggio. Ma ci sono sempre troppe persone desiderose di spiegarti quanto tu sia un folle, anche solo per averci provato. Ti diranno che sei uno con la testa fra le nuvole, che non guadagnerai mai, e cercheranno di convincerti con diverse lusinghe a “mettere la testa a posto” e unirti a loro “nel mondo reale” per un boccone o una pinta o una riunione fra amici. Non ascoltarli.

Gli Haters possono diventare perfino più rumorosi se quanto scrivi osa andare al di là delle catene del Reale. Ti diranno che la fantascienza e il fantasy non sono obiettivi letterari seri da perseguire, ti chiameranno adolescente, o geek, o nel caso migliore si complimenteranno con la tua “immaginazione” in realtà schernendoti- spesso perché sono loro a non averne, d'immaginazione.

Non dimenticherò mai la volta in cui ho raccontato a una mia collega che stavo lavorando su una storia con protagonista una sirena. Mi ha guardato dritto negli occhi e ha detto: << Odio quella merda. >> 
Non l'ascoltai.

Immagina cosa sarebbe il mondo se C.S. Lewis* o J.R.R. Tolkien avessero seguito i consigli di qualcuno che diceva loro di non scrivere Fantasy? O se Kurt Vonnegut avesse mollato, perché qualcuno gli aveva spiegato che viaggi nel tempo e alieni non devono aver spazio in un romanzo sul bombardamento incendiario di Dresden? Non è un mondo in cui vorrei vivere.

La prossima volta che senti qualcosa di spregiativo sulla tua scrittura- che sia una voce esterna o una nella tua testa- Non ascoltare. Sorridi invece. Prenditi un momento e ringrazia d'avere una potente immaginazione e un cuore coraggioso, e scrivi la tua storia. Ti garantisco che ci sono persone lì fuori che non vedono l'ora di leggerla. "

* Un mondo senza metafore bibliche, personaggi scialbi, e stupidi Leoni buoni-perchè-sì? Magari, diamine! ^______^

C. C. Benison: Come superare il blocco dello scrittore

" Compra un Gallone (quattro litri N.d.T.) di colla BumGlue. 
Applica uno strato a volontà sulla sedia di fronte al computer. Siediti sopra. 
Non tentare di alzarti fino a quando non avrai avuto un'idea. Quando ti capita un'idea, annotala. 
Quindi applica a volontà uno strato di BumGlueBeGone. 
Ripetere se necessario. "

Letto? Non perdete tempo dunque; andate a incollare le vostre sedie sui vostri sederi, e giù a scrivere!


venerdì 14 febbraio 2014

Corsetto sì, corsetto no


Articoli sul corsetto vittoriano affollano già il web senza che se ne aggiungano altri; e dal punto di vista bibliografico non basta certo aver letto un singolo libro sul vestiario ottocentesco per avere un'informazione chiara e succinta su questo capo del vestiario cent'anni fa tanto capillarmente diffuso. Sebbene non consiglierei a una gentile fanciulla di cercare informazioni direttamente su Google, perché è fin troppo facile incappare in coff coff *tossicchiare imbarazzato* articoli poco adatti alla purezza pre-coniugale di una fanciulla per bene coff coff un articolo che raccolga i dotti pareri di medici e salutisti potrebbe risultare utile.
…
Ovviamente, per pareri di “medici” e “salutisti” intendo Medici del periodo vittoriano, o al massimo della Belle Epoque! E per “salutisti” intendo Moralisti barbuti di fine 800! Gli unici pareri che contano, altro che la medicina attuale u__u
Quindi: fa male indossare un corsetto?
E' vero che restringe la vita fino a togliere il respiro, 
indurre uno svenimento, forare un polmone, deformare un feto in nascita?
Il parere agli esperti!

Corsetto sì


Partiamo con il parere di un esteta disinteressato... 
(…) Una donna col busto è una menzogna, una finzione, ma per noi codesta finzione è migliore della realtà. Eugene Chapus, Manuel de l'homme et de la femme comme-il-faut, Paris, 1862.
Un'argomentazione assai diffusa promuoveva il busto come "impalcatura" (sic!) del corpo della donna borghese, che altrimenti sarebbe "crollato" (?). 
" (…) Lo stato sociale condanna le donne alla vita sedentaria indebolendo tutto il loro sistema muscolare a causa della mancanza di esercizio; da qui deriva una sensazione di fatica che esse provano allorquando si trovano in posizione seduta o eretta, vi ovviano usando il busto che non serve tanto a raddrizzare la colonna vertebrale quanto a fornire un punto di appoggio al tronco sbilanciato in avanti, la posizione di semiflessione in avanti è loro abituale durante le loro occupazioni sedentarie e, senza la resistenza del busto, questa posizione verrebbe a essere esagerata dal peso della testa, del seno e di tutti visceri addominali e toracici. "
Dottor Michel Levy
" (…) I busti che si portano al giorno d'oggi (…) sono vantaggiosi per il sostegno e l'appoggio che danno al corpo, alle viscere che tendono a essere trascinate dal loro peso, o che sono mal contenute nelle loro cavità."
Dottor Donnè, Hygiene des gens du monde, del 1870
" Abbiamo udito tempo fa il nostro venerabile maestro, il professor Roux, esclamare con accenti di profonda convinzione che tutti gli uomini dovrebbero portare un sospensorio. E non si può egualmente affermare a giusto titolo che tutte le donne adulte, anche se hanno rotondità normali, dovrebbero portare un busto, vero sospensorio delle ghiandole mammarie, non meno sensibili delle ghiandole spermatiche e non meno esposte a scosse e pericolosi spasmi? "
Dottor Bouvier
Scusate, faccio davvero fatica a non scoppiare a ridere mentre trascrivo quest'ultimo passaggio. E il Dottor Bouvier non era un pazzo, ma un medico altamente rispettato! Ma equiparare ghiandole spermatiche e ghiandole mammarie come se fossero la stessa cosa... xDD Poi, per carità, per i nostri successori indubbiamente molte usanze del Ventunesimo secolo appariranno strane, lungi da me avere atteggiamenti di superiorità... Però uno sghignazzo non posso levarmelo. 

Al Dottor Bouvier spetta l'argomentazione più coerente, a favore del busto, essenzialmente visto nell'ottica medica di una correzione in anticipo di possibili deformità delle ossa.
Per quanto riguarda i busti di oggi, (…) si ha la pretesa, come un tempo, di dedurre l'influenza di codesto indumento sulle deformazioni del rachide, dalla sua maggiore frequenza fra gli abitanti delle città piuttosto che fra quelli delle campagne, fra la classe ricca piuttosto che fra le famiglie povere, e fra i popoli della vecchia Europa piuttosto che in molte colonie europee, come se gli individui così presi in considerazione non differissero che per l'unica condizione di portare o meno il busto; e come se le loro diverse costituzioni, forze fisiche, tipi di vita, di disposizione ereditaria, di malattia, di razza e via dicendo non fornissero altrettante cause ben capaci di rendere ragione della loro difformità per ciò che concerne la regolarità dello sviluppo del rachide. E, del resto, oggi che non si suole mettere il busto alle ragazze se non verso l'età pubere, è impossibile attribuire alla sua influenza, deformazioni che cominciano quasi sempre prima di quest'epoca. Talora ho visto flessioni laterali della spina dorsale progredire con maggiore rapidità perché non era usato in tempo utile un busto; invece non ho mai osservato che il suo uso entrasse in qualche modo nell'insorgere di questa difformità.
Dottor Bouvier
Corsetto no

Molte malattie per colpa (…) del busto. Corpi gracili, spalle troppo strette. Due su quattro han ossa che promettono, una su quattro ha ossa che non daranno niente. Un quarto di loro finirà tisico a Nizza. E un altro quarto si trascinerà, a ventisei anni, sei giorni su sette, su una sedia a sdraio.
H. Taine, Notes sur Paris, 1867
Quante gastriti, malattie di fegato, emicranie, inquietudini e depressioni sarebbe stato facile guarire allentando un laccio del busto e che, arrivate a un certo stadio, diventano incurabili, scavando una fossa prematura sotto gli occhi di una famiglia sconsolata che spesso, ammirando donne dal corpo deforme a forza di essere sproporzionate, ha incoraggiato quest'aberrazione.
De la politesse, Contessa Drohojowska
Possa il seguente quadro far aprire gli occhi a quelle madri cieche che, nella speranza di dare una vitina di vespa alle loro figlie, le rinchiudono in tenera età in un busto inflessibile. Questo quadro è il risultato di quarant'anni di osservazioni. Su 100 ragazzine che portano il busto:
25 muoiono per malattie di petto
15 muoiono in seguito al primo parto
15 restano inferme dopo il parto
15 restano deformi
30 resistono ma, presto o tardi, saranno afflitte da indisposizioni più o meno gravi.

lunedì 25 novembre 2013

Robottoni a vapore (Castle Falkenstein)


Ho grandi perplessità sulla venuta di Putin a Trieste. 
Anni di fedele blogging mi hanno convinto quanto poco i complotti sulla rete siano incredibilmente dementi attendibili. Prendiamo il jumper elettronico che verrà usato dall'intelligence russa per disturbare i dispositivi elettronici in Piazza Unità e dintorni. Noi, povere pecore soggiogate dal malvagio nuovo ordine, crediamo che sia una semplice misura precauzionale; ma già attivi cittadini facebookiani (sic) s'interrogano sulle reali ragioni dello Zar moscovita.
Perchè, questa mossa?
Terrorismo, le solite scuse?
C'è un complotto.
Io, dall'alto della mia sterminata cultura nerd, punto all'ipotesi che Putin stia nascondendo un Kaiju livello quattro nel Mare Adriatico. Dopotutto il porto di Trieste vanta uno dei fondali di maggiore profondità: perché non sorprendersi che venga nascosto laggiù un gigantesco mostro, pronto ad assalire le giuste&Democratike&Gay potenze occidentali? Mi pare evidente, è un complotto, un attentato alla cara RepubbliKa Italiana. Quando il Kaiju livello quattro andrà all'attacco, le onde elettromagnetiche sul dorso spegneranno definitivamente qualsiasi meccanismo di difesa.



C'è un unica speranza, lettori: lo Jaeger a vapore degli Asburgo!
Analogico, alimentato a carbone dalla sacra Boemia, cara vecchia tecnologia monarchica. Spezzeremo le reni della Russia Zarista e andremo alla rapida conquista dei Balcani promessi ma mai ottenuti dai trattati con i Russi! Spazzeremo gli infedeli... Cosa? Non esiste più l'impero ottomano? E nemmeno gli Asburgo? Ah, l'età, il tempo che scorre troppo veloce...

Traduzione dal supplemento Steampunk di Castle Falkenstein. Ovviamente è da preferire la versione originale, ma spero possa divertirvi/ essere utile comunque.

Automa Gigante a Vapore di Lord Tomino

martedì 19 novembre 2013

Beyond: le sue anime dell'idiozia


Le istituzioni decadono. 
E' una legge naturale: tutto, prima o poi, non si limita a passare di moda, ma transige, decade, scompare. Diventa obsoleto, un oggetto nostalgico, un ricordo da rivivere. 
Viene cancellato, si trasforma, se ne piange il ricordo.

Tuttavia, non viene mai sottolineato come un'istituzione non muore pacificamente. Lotta sempre fino all'ultimo, sfruttando ogni aggancio, ogni possibile espediente, ogni mezzuccio, per quanto meschino esso sia. E ciò vale ancora di più per i mass media, che se avvertono la propria supremazia venire attaccata si chiudono a riccio, lanciano pogrom, si battono come demoni infuriati.

E' una brutta faccenda. E' una brutta faccenda perché l'azione del mass media minacciato diventa spesso violenta, tenta in ogni modo di conservare artificialmente i motivi per cui esisteva. E' un malato che preserva la propria malattia, che la rende terminale, pur di continuare a usufruire dell'ospedale, di quello stuolo di medici e infermiere ai suoi ordini. Così non mi sono sorpreso, quando leggendo Sorrisi&Canzoni a casa della mia cara nonna, ho incontrato una bizzarra, nuova rubrica intitolata
I nuovi oggetti per vedere, ascoltare, connettersi, giocare
Ora, già il termine oggetto (oggetto=cosa) è scorretto, brutto e antiquato.
Sorrisi non è una brutta rivista... Oddio, dipende da cosa intendiamo per brutto. E' una rivista televisiva. E la televisione è uno dei mass media in flessione. Non ho statistiche per affermarlo, è più un dogma marxista, quel genere di affermazioni nello stile "Il capitalismo si autodistruggerà, la rivoluzione è vicina! (continuante a ripeterlo dall'alto delle vostre poltrone in pelle di baroni universitari, mi raccomando...) "
La radio non è scomparsa con l'avvento della televisione, la televisione non scomparirà con l'avvento di Internet. Discussioni vecchie. Tuttavia, nella logica del Mass media che si sente minacciato, Internet e videogiochi sono due possibili, pericolosi rivali, che occorre demonizzare. 

Non a caso, nessuno si preoccupa di porre una password all'utilizzo della televisione, non sente di doverlo regolamentare per proteggere suo figlio. La televisione è rassicurante, è casa, specie nelle statistiche delle famiglie spagnole e italiane. La rete pronta a disturbi, a manie, è invece territorio esterno, selvaggio. Pericoloso. 

C'è da considerare che col tempo questa propaganda ha iniziato a logorarsi, a perdere efficacia. 
Facebook è stato un bel colpo finale, una piccola televisione all'interno di Internet (uguale volgarità+complottismo= successo completo). 

I videogiochi si sono alleggeriti, sono diventati cool, Internet è trendy, è social, è disinformata utile. La minaccia che Internet potesse sorpassare la televisione era altissima, certo. Ma con mossa tipicamente capitalistica, si è scelto di abbracciare, inglobare l'opposizione. Di portarla dentro, nell'utero rassicurante della televisione. Di renderla famigliare. Distorcerla. 
Addomesticare la violenza degli autoctoni con perline colorate e mi piace su Facebook.

All'interno della Rubrica, Sorrisi discuteva Beyond Two Souls. 
Sono rimasto sorpreso, perchè Beyond è un videogioco. Interpreti una protagonista con le fattezze offerte da Ellen Page, che soffre di un legame di natura extrasensoriale con una "presenza" chiamata Aiden. 
E' un videogioco, nonostante l'alta resa cinematografica, l'azione guidata, l'uso delle inquadrature. 
Non il mio genere, dopo averlo parodiato in occasione dell'E3. Ma rimane un videogioco, ripeto. Conseguentemente, un nemico dell'unione famigliare, del sacro patriarcato, qualcosa di "esterno", pericolosamente totalizzante. Mentre leggevo tuttavia, ho notato che assai abilmente, il redattore non usava mai la parola "videogioco". Paradossalmente, dall'articolo questa parola veniva totalmente bandita, espunta. Si usava la parola "film interattivo". Beyond non è un videogioco, ragazzi: è un film. In cui ogni tanto premi un bottone.
Dell'opera, costata 27 milioni di dollari, parlano tutti. Perchè? Semplice, non è un film tradizionale. E gli attori (che pur sono stati coinvolti in ogni fase e hanno recitato ogni singola scena) non compaiono in carne e ossa, ma in versione digitalizzata: in questo modo a guidare le loro scelte sarà lo spettatore, che potrà indirizzare la sceneggiatura verso 23 diversi finali. Sarebbe sbagliato parlarne come di un videogioco, anche se è necessario possedere una PlayStation3: si tratta di un'opera rivoluzionaria per la quale sono stati necessari tre anni di lavoro.
Vedete? Ecco la manovra avvolgente. E' sbagliato definirlo un videogioco, lettori. E' un film. 
Che tradotto, vuol dire che possiede vera dignità. Solo un film può vneire considerato seriamente. Solo un videogioco che rinunci a essere "gioco" snaturando così la sua vera essenza, può essere considerato seriamente. Beyond non è un videogioco, si afferma categorici. 
E' un film, dannazione. Un film! Non osate confonderci.

Poco importa che a conti fatti Beyond Due Anime preveda una gran quantità di scelte, di concreto gameplay in cui tocchi e manipoli. Che sì, sono cinematografici, ma che alla fin fine sarebbe sbagliato definire film. Piuttosto narrazione interattiva, librogame a scelte. Ma non è cinema. E sì, Sorrisi, sono d'accordo: è un gran peccato che si debba possedere una Playstation e non basti l'occhio catodico. Il videogioco per l'inevitabile progresso rischia di minare la supremazia della televisione: non deve dunque sorprendere che venga da quest'ultimo assimilato, mangiato. Trasformato in un appendice sterile, prontamente acclamata dalla critica.

E ora, un'immagine porca di Ellen Page, altrimenti questi miei deliri non li legge nessuno: