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mercoledì 18 ottobre 2017

Laurea magistrale!


Allora... dove eravamo rimasti?

Non avevo intenzione di abbandonare il blog per così tanto tempo (tre settimane!), ma dalla seconda metà di settembre sono rimasto impegnato a correggere i capitoli della Tesi magistrale. Speravo di alternare la correzione a sporadici aggiornamenti sul blog, ma le doppie correzioni della relatrice e del correlatore sono arrivate nell'arco di pochi giorni... e complice l'ansia per il discorso di laurea magistrale, per le procedure burocratiche, per la stampa in copisteria, ecc ecc. Non ero davvero nelle condizioni di mettermi a scrivere per il blog, o aggiornare i social.


mercoledì 23 marzo 2016

Anatomia di un racconto


Ultimamente, in attesa delle istruzioni per un'antologia di racconti, mi sono impuntato a voler partecipare a un concorso di cui ho trovato il bando sulla bacheca della biblioteca universitaria.
Quel genere di concorsi letterari su temi di attualità, in questo caso frutto della collaborazione di enti sia italiani che sloveni, che croati.
E' chiaramente impossibile che vinca, per il semplice fatto che ho scelto di scrivere una storia di fantascienza e di solito in questo genere di concorsi vince sempre l'opera mainstream che parla di “cose vere”. Tuttavia, mai lamentarsi: il premio è consistente, l'argomento piuttosto libero, la partecipazione gratuita. Magari ne leggessi più spesso negli avvisi dell'Università!

Inoltre, il processo di scrittura del racconto stavolta è stato anche più fluido del solito e ne sono rimasto molto soddisfatto. Non del contenuto, o della qualità del racconto inviato, ma del modo con cui l'ho redatto, rispettando le scadenze da me imposte. Il processo ha seguito delle tappe talmente scandite da sembrare un orologio svizzero. Le riporto nel caso vi possano interessare, o nel caso ne possiate trarre consigli utili. Ci tengo a puntualizzare che ho scritto l'intero racconto controvoglia, odiandone ogni passaggio e senza la benché minima scintilla di ispirazione; eppure se confronto un passaggio di questo racconto con un altro in cui mi sentivo divinamente ispirato ne io, ne il mio paio di lettori beta riusciamo a spiegarvi la differenza. Traetene le conseguenze che volete...



martedì 15 dicembre 2015

Laureato!


Nelle ultime settimane avevo deciso di sospendere momentaneamente gli articoli in lavorazione sul blog, dopo aver finalmente ricevuto la data della mia laurea triennale. Lunedì, dopo alcune terribili ore d'ansia mi sono finalmente laureato e considerando che ho nel frattempo completato un corso di primo soccorso, l'appellativo di “Dottore” per quanto ridicolo suona comunque bene.

Cos'ho imparato dalla mia tesi triennale di storia?

Un indizio sull'argomento (e il periodo storico) della Tesi ;) 

lunedì 21 luglio 2014

Giappone vintage degli anni Ottanta


Non riesco a studiare senz'avere sotto mano qualcosa di radicalmente diverso dall'argomento dell'esame. 
Se studio filosofia, nelle pause preferisco i libri di storia; se studio storia, i libri di filosofia, se studio come nell'ultima sessione contemporaneamente storia, filosofia, psicologia e informatica... Well, la questione diventa alquanto intricata. L'ho risolta pescando dalla libreria di casa testi di architettura – ch'è l'argomento più astruso dai campi che di solito frequento. L'arredamento, la costruzione di condomini, nuclei abitativi e topologia: argomenti che suonavano completamente sconosciuti ai miei occhi e pertanto ottimi per distogliere la mente dall'esame, senza precipitarla in qualcosa che mi appassioni.

In questo caso poco c'è mancato che accantonassi davvero lo studio, perché i libri che avevo scelto erano d'architettura giapponese, e particolare ancor più delizioso incorporavano una gigantesca quantità di aneddoti e fotografie di vita quotidiana, che con l'architettura avevano poco a che fare.
Il mio fido pard all'università, come si riferisce Tex Willer a Kit Karson, accarezza da anni di viaggiare in Giappone al termine della laurea e siamo entrambi d'accordo che sarebbe nelle nostre avventurose intenzioni un viaggio radicalmente diverso dalla moda attuale, che sceglie solo Tokyo e trasforma il viaggio in un itinerario di shopping in cui il turista svolge il ruolo passivo di consumatore/accumulatore, che vede nel Giappone una landa incantata, da cui trarre inesausto bottino di cui godere cogli amici al sospirato rientro nello scarpone terracqueo. Un idrante di piccoli consumatori affamati di beni di lusso innaffia così Tokyo, riversandosi a far compere nell'unico quartiere che sembrano conoscere, cioè Akihabara. Ognuno sceglie il viaggio che vuole, ma dopo il turismo sessuale e le comitive organizzate, il turismo-shopping è la terza categoria più deprimente della classifica.

Non riesco nemmeno a trovare
la copertina in italiano su Google!
Il testo in questione era “Lo stile giapponese, di Suzanne Slesin, Stafford Cliff & Daniel Rozensztroch”. 
Riporto la sinossi sul retro del volume:
“In quasi 800 straordinarie fotografie a colori, la bellezza e lo spirito del Giappone moderno: accanto alle vecchie fattorie col tetto di paglia, alle tranquille case di campagna e ai giardini nei pressi di Kyoto, le moderne, sorprendenti abitazioni di Tokyo.”

Testo di lusso, dalla copertina spessa e rigida, protetta da una sovraccoperta plastificata.

Le pagine sono ampie, spaziose e adatte ad accogliere le foto a grandezza pagina intera.
Dopo un'introduzione comprendente diversi saggi di architettura e dopo aver illustrato le difficoltà dell'impresa legate alla differenza culturale, l'opera in pratica è un catalogo di fotografie, che compara la vecchia architettura giapponese tradizionale alle sperimentazioni e contaminazioni odierne, specie se legate all'uso del cemento e dei nuovi materiali dal 60' in poi.

La prima osservazione che sovviene è quanto sia progredita la qualità dell'immagine negli anni.
Il testo è del 1988, dunque di soli trent'anni fa: eppure quanta differenza in colori e definizione!
Le immagini sono spesso sgranate, imprecise. Se vengono fotografati esseri umani, questi appaiono nella grandezza della pagina sbiaditi, dai contorni della faccia sfumati. Occhi, naso e bocca si distinguono, ma l'ovale del volto sembra deperire per mancanza di dettagli. Migliora se si rimpicciolisce l'immagine e ci si pone ad una distanza ragionevole, oltre i consueti trenta centimetri. Allora, come in certi quadri delle avanguardie del primo Novecento, la foto migliora.
Va meglio con le nature morte e gli arredamenti senza abitanti; la freddezza della solitudine rafforza la qualità dell'immagine. E occorre comunque ricordarsi che stiamo trattando un testo di lusso, destinato esplicitamente a fare dell'elemento visivo il nucleo della lettura! 
A fronte di una così veloce decadenza dell'immagine, mi chiedo quale sarà il futuro della foto.
Man mano che si muove a migliorare l'immagine, questa acquista sempre maggiore nettezza e definizione. L'occhio palpita sempre più veloce, è portato mai quanto prima a passare da immagine in immagine in pochi secondi, pretendendo al contempo la massima qualità possibile. 
E' sempre un “più”. Più pixel, più dettaglio, più reale. Ma socchiudendo gli occhi di fronte all'ultima grafica dell'ultimo videogioco mi viene spesso da chiedere quale sia più ricco di definizione, nettezza, dettagli; se il mondo sullo schermo o quello fuori. E' un inganno potente, questo della foto, di voler imitare a tutti i costi la realtà che la circonda. Tra un decennio, i Blu-ray sembreranno video in bianco e nero degli anni Venti, per dare un'idea dell'evoluzione nella qualità. Un pensiero piuttosto inquietante...

La seconda osservazione riguarda il tipo di società che di tanto in tanto trapela da questo implacabile studio di appartamenti e oggetti. Una società ch'era quella degli anni Ottanta, in vertiginosa crescita per una bolla speculativa che nessuno si aspettava scoppiasse, dunque imperniata su un benessere che gocciola dalle foto, che sebbene prese per strada non mostrano l'accattonaggio e i barboni a cui siamo ormai abituati. 
Una società costretta inoltre a passare attraverso la formina della cultura americana, sagomata a colpi di accetta. Dal sequestro e distruzione delle oltre 5 milioni di spade nel 1946 (unito al divieto di fabbricarne altre!) alla continua esasperata americanizzazione di ogni settore culturale. Nonostante ciò, uno dei saggisti del testo lamenta l'attaccamento alle tradizioni ancora molto vivo. E' curioso che nell'altro documento sul Giappone in mio possesso, una guida turistica del 1974, venga rimarcata un'uguale critica; si loda l'economia in decollo, ma non si comprende ancora questo “fanatico attaccamento”.
D'altronde, dagli anni di Fukuyama e dal termine della storia col suo pinnacolo negli Stati Uniti (sic) non ci si può aspettare nulla di diverso. Semplicemente non si comprende che qualcuno vorrebbe avere gusti e interessi diversi, da quelli atlantico-occidentali.



Terza osservazione, pur con le rimostranze prima espresse, alcune testimonianze scritte degli americani in visita sono notevoli, per capacità di carpe diem e sublime architettonico.
Ne riporto forse la più incisiva, per chiudere in bellezza l'articolo:

Abituato com'ero alle stanze piene di mobili, sia in Occidente sia nel decadente splendore delle vecchie dimore di Pechino dove avevo vissuto i precedenti quattro anni, questa stanza mi apparve come qualcosa di totalmente diverso. Sapevo, naturalmente, dalle fotografie come era una stanza giapponese. Ciò che non avevo recepito nelle fotografie era la perfezione dei particolari, la levigatezza del legno lavorato, lo splendore dello sbalzo laccato del tokonoma, o il sottile gioco delle venature del legno nelle assicelle del soffitto.

Fu allora che guardai l'angolo vicino al tokonoma, il punto in cui il pavimento e due muri si incontravano. Mille volte mi era capitato nella mia vita di osservare degli angoli, senza trovarci alcunché d'interessante, giustamente, e non ero quindi preparato allo shock che mi produceva in quel momento la perfezione di quello che stavo vedendo.

Mi alzai per guardare più da vicino e rimasi lì stupefatto a fissare. Era la congiunzione essenziale di tre piani ad angolo retto l'uno con l'altro, il piano del pavimento di legno pulito a specchio, e le due pareti di argilla ben levigata e dipinta in un marrone tendente al verde (anni dopo avrei scoperto che in Giappone le pareti più belle venivano ottenute con il limo che si trova sul fondo delle risaie coltivate da molto tempo). Quell'angolo, fatto alla perfezione, era anche perfettamente pulito.
Nel punto in cui i tre piani si intersecavano, non una particella di qualsiasi cosa, neppure di polvere, guastava la precisione a filo di coltello del lavoro di falegnameria.

Quel semplice angolo, per leggi naturali né più grande né più piccolo né geometricamente diverso in alcun modo da qualsiasi angolo del mondo, mi aveva mostrato tuttavia che esisteva in Giappone, malgrado la guerra e la sconfitta, una viva tradizione della qualità che non aveva pari sulla Terra.
In quel momento ebbi la certezza che un giorno sarei ritornato.
(David Kidd, emerito direttore della Scuola d'Arte Giapponese Tradizionale di Oomoto, collezionista, scrittore, educatore).

mercoledì 4 dicembre 2013

Ventimila visite! ^_^


In realtà delle statistiche me ne frega poco. Quanto mi affascina, quando guardo quel contatore salire e scendere è ispezionare i miei soldati lettori: cercare di capire come arrivino al blog, attraverso quali tortuose strade, per tramite di quali link, immagini, condivisioni arrivino a sbirciare quel dato articolo. 

La verità sempre più amara è quanto Google ormai poco valorizzi i contenuti dei blog; forse per concorrenza sempre più forte, forse perché dal passaggio ai nuovi algoritmi qualcosa nella policy è cambiata, ricevo sempre meno visite "casuali". Un anno fa, pur ricevendo metà delle visite che ora accumulo, c'era sempre qualche buffa chiave di ricerca via immagini, qualche enfatica, bizzarra ricerca nel cuore della notte. Accennavo a un argomento di sfuggita, con poche ripetizioni, poche parole chiave, eppure qualche visitatore occasionale interessato all'argomento arrivava sempre. Al momento, invece, le chiavi di ricerca scarseggiano. Senza condivisioni, senza quegli occasionali "mi piace" avrei le palle tagliate da un pezzo.
Sul bottone "mi piace": l'avevo sempre disprezzato, ma devo dire che agisce molto bene retroattivamente, valorizzando gli articoli più vecchi. Mr Zuckerberg serve a qualcosa, per una volta.

Passando a notizie di natura tecnica.

Da qualche mese ho cambiato il titolo del blog, che è passato da "Zenoraptor" a "Cronache Bizantine". Cronaca bizantina di D'annunzio mi ha salvato il culo a un esame e ho colto l'occasione per cambiare titolo, considerando che il precedente era stato usurpato da una quintalata di spam, per non contare un account Deviant Art con lo stesso nome e un orrendo canale Youtube di un amerikano che per di più si lamentava coi suoi commentatori che gli avevo "rubato il nome".
Robe de mati.

Cronache bizantine 

Cronache bizantine, quindi! Tanto l'url è sempre lo stesso. 
Se mi avete in blogroll col vecchio titolo, cambiatelo. Pensavo sarebbe successo automaticamente, nel caso dei blog affiliati con blogspot, ma niente da fare. In ogni caso, poco cambia.

Dime Novels Romanzetti!

Accanto a sporadici racconti sto completando con lentezza esasperante due romanzi che mi bruciavano in pancia da due annetti buoni buoni. Sono ancora in fase Alpha, è pieno di bug, errori di sistema, schifezze varie, ma sento di potercela fare.
  • Katherina
Katherina in abiti civili
(in realtà mio ritaglio da un fumetto dell'Heavy metal del 92')
Avevo iniziato a pubblicarlo sul blog con l'etichetta Donne, dirigibili e brutti contadini.
In una Repubblika dove progresso industriale e classismo vanno di pari passo, capitano Katherina Jennings Tanner, comandante di Zeppellin, scopre che una rivolta di contadini nasconde in realtà una mostruosa invasione aliena... 
" Un'opera immorale!" La Regina Vittoria.
" Schifezze per chi legge su quegli elettrolibri a basso voltaggio " Dickens.
" All'Indice. Subito. " Pio IX. 
" Mi sono molto divertito " Bakunin.
" Finalmente una protagonista femminile con le palle! " Voltairine de Cleyre.
" Tutta roba vera " Cthulhu.

Suona come una cazzata, questo tentativo di sinossi? Beh, lo è, LoL.

venerdì 29 novembre 2013

Giacobini steampunk e strane macchine infernali

Piccola segnalazione per un episodio curioso in cui sono incorso studiando Storia della Francia.

Nel corso della rivoluzione francese molti dei caratteri del giacobinismo prima di venire esportati all'esterno in forma di conquista militare (Napoleonica) vengono spesso già assorbiti dai circoli della plebe urbana dei diversi popoli confinanti, fatti propri da larghi ceti della bassa borghesia e diffusi mediante una produzione sotterranea di libelli, vignette e quelli che oggi definiremmo fumetti a violento intento satirico (in effetti al cui confronto le attuali strisce son roba da leccapiedi che godono del consenso di entrambe le parti).
In Austria, in quel calderone che è Vienna, riescono a formarsi due circoli; il Barone Andreas Riedel (ex di Leopoldo), dove troviamo un ufficiale, Franz Hebenstreit; e il circolo del poeta fra massone Aloys Blumauer, i cui contatti annoverano due importanti armatori navali. I due circoli coinvolgono principalmente burocrati, fedeli del giuseppinismo di ferro illuminista, piccolo clero, medici, intellettuali, qualche studente fuori corso. Senza un reale appoggio se non nei contadini (fondamentale alleanza fra città e campagna) almeno nella plebe urbana (Bottegai e artigiani) il movimento è presto destinato alla sconfitta.

Nell'estate del 1794 Riedel e Hebenstreit decidono di passare all'azione: creano una Lega per l'Uguaglianza antiaristocratica, redigono una professione di fede in forma di poema, Homo hominibus, in cui auspicano: nuova legislazione in favore dei diseredati, abrogazione delle vecchie leggi, un regno dell'Uguaglianza, dell'Armonia e della Pace. E' un bel programma, se non fosse che a conoscere gli intenti del circolo giacobino sono solo un pugno di intellettuali. Le speranze di una sollevazione sono realisticamente basse.

Nel giugno 1794 l'attivissimo Hebenstreit manda due membri del gruppo a Parigi, per presentare i piani di sua invenzione per una temibile macchina da guerra, che da Vovelle viene descritto come 

"una sorta di carro irto di falci contro la cavalleria"

lunedì 5 agosto 2013

Pausa Agosto

Nonostante il concerto di potenze di mass media, parentame e amici (sic) insistano sempre con persistenza ottusa sull'inutilità degli studi umanistici, un certo numero di esami mi aspetta a Settembre, e considerando la scarsa presenza su Internet caratteristica di Agosto, ho scelto di mettere momentaneamente in vacanza il blog.
E poi c'è la tesi da cominciare a pensare. Già. :-\
Ci saranno aggiornamenti, e rimetterò in vigore la rubrica Pipe of the week; ma preferisco rimandare gli articoli veri e propri, i racconti e le traduzioni a Settembre/ Ottobre.

Articoli che vorrei scrivere, ma non mi azzardo a promettere:

domenica 28 luglio 2013

Una bevuta al bar (racconto)

Racconto fantasy/ horror for fun, per mantenersi in esercizio.

Una bevuta al bar 

Nel cielo azzurro pastello di quel sabato mattina, qualche stella ancora brillava fioca, intrappolata nella ragnatela di un sole fosco e umidiccio. Enrico chiuse la porta di casa, assestò sulla spalla la borsa con appunti e fotocopie. Diede un'occhiata all'orologio, che scintillò sull'ora nona del mattino.

" In anticipo di mezz'ora. Non male ". Sbadigliò. " Ancora un caffè. Uno solo ".

Camminò verso il bar.

<< Chiuso per malattia >>

Inghiottì una bestemmia.

" Forse per una volta potrei accontentarmi del caffè della macchinetta... Al diavolo. Piuttosto nulla, che quell'orrenda brodaglia imbevibile ".

- Enrico! -

Salutò il compagno di corso, che mano sulla fronte cercava di sbirciare nella vetrina del bar.

- Sembra proprio chiuso. - Constatò, masticando furioso una sigaretta spenta.

- Marco. Così pare. Che ne dici, ci avviamo a lezione? -

- Rinunciare a caffè e brioche, vorresti dire? Piuttosto preferisco saltarla proprio, la lezione -

- Beh dio, si sopravvive – Enrico esitò incerto – Forse c'è qualche altro bar, nelle vicinanze -

- Che ne dici di quello? -

Compressa nello spazio fra la vecchia casa anni sessanta che ospitava il bar ora chiuso, e una villetta di recente costruzione, Enrico d'improvviso notò una piccola costruzione neoclassica, dal bianco dei capitelli sporchi di catrame. Un'insegna di legno mangiato dalle tarme oscillava lenta, alla brezza del mattino.

- Un pub? - azzardò Marco, perplesso. - Mal che ci vada, ci facciamo una birra -

- Alle nove del mattino? Pessima idea – Sospirò Enrico, tuttavia segretamente stuzzicato.

Spinse la porta, salutò con un fiacco buongiorno.
L'interno puzzava di alcool, polvere e tarme. Un paio di avventori trincavano al banco caffè corretti, gomiti nudi poggiati sul legno sudicio. La barista, prosperosa ragazza con il volto scavato dal sudore, azzardò un debole sorriso. Enrico gettò lo zaino sul tavolo più vicino, aspettò di ordinare. Passò l'indice sul legno della sedia, meravigliato. La sedia era scolpita in curve floreali, una ninfa intagliata sorrideva nell'incavo del poggiamano. Esaminò il bar con maggiore attenzione. L'arco acuto delle finestre era stato decorato con vetrate colorate, episodi di santi e sacrifici su altari primordiali. Il soffitto a volta s'incurvava sotto lo sguardo dell'avventore, dando l'impressione di volerlo inghiottire. Tralci filamentosi di piante rampicanti soffocavano sbrecciati mosaici di tessere rosse.

- Allora, birra o caffè? -

- Caffè, perdio. Caffè. Dovremmo frequentarli, i corsi, Marco. Frequentarli. -

La barista accorse con un blocchetto di carta in mano, chiese secca:

- Cosa prendete, ragazzi? -

- Un caff -

- La specialità della casa, per entrambi – Soffiò Marco, sogghignando.

- Davvero? - La barista rischiarò la fronte contratta, esibì un sorriso spacca mascella. 
Saltellò sugli stivaletti. - Ma è splendido! Finalmente! -

Marco annuì, diede di gomito a Enrico che strinse i pugni.

- Veramente... - Iniziò.

- Ci vorrà un po', sapete. Non è bevanda per stomaci deboli – Continuava la barista – E non ci assumiamo alcuna responsabilità, nel caso vi succedesse qualcosa. E' tutto previsto nel contratto -

- Ma naturalmente – Chiuse Marco. Persino Enrico concordò stavolta. Era probabile che qualche stupido malaticcio pusillanime avesse provato la birra migliore di quel pub, e fosse schiattato. 
Peggio per lui; ma loro erano uomini, perdio! E contratti del genere li siglavano a occhi chiusi.
La barista tornò trotterellando con due bicchieri fumanti. Sottili calici in cristallo smaltato, dallo stelo forgiato in nervature d'argento. Enrico lo sollevò con cautela, scrutò all'interno. Un fumo verde si levava dalla superficie, un caleidoscopio di colori brillanti. Il vetro era talmente freddo da bruciare la mano, un sentore penetrante di ghiaccio che intorpidiva le dita.
Strizzò l'occhio a Marco. Conosceva più di un barista che sperimentava in proprio, e ne aveva visti di cocktail malsani; ma sia nella presentazione che nell'aspetto quello li superava tutti.

- Emh... Ha un nome, questo "coso" – Domandò Marco, con sopracciglio inarcato.

- Assenzio maturato in botti di cedro, signore. Mescolato con lacrime dei ragni senzienti dell'Al Di Qua, ammorbidito con gocce di sangue di fata -

- Ah – Enrico esitò, prima di bere un primo sorso. Gli ricordò l'Hemingway, solo ancora più aspro – Certo, che vi piacciono, le metafore... -

- Metafore? Sta scherzando, signore – Rimproverò la barista. - I nostri sono ingredienti originali, mescolati secondo le ricette di mastro Lovecraft -

- Ma Lovecraft non cucinava... - Protestò Enrico.

Al terzo sorso, il gusto cambiò. Sbatté le palpebre, ebbe la nauseante sensazione di lacerare un involucro lattiginoso e appiccicaticcio. Lo stomaco era in subbuglio, qualcosa stava nascendo al suo interno, spalancava le zanne, apriva occhi ciechi. Allontanò lo stelo infuocato, ma la barista glielo avvicinò alle labbra, con la delicatezza di una madre che abbeverasse il figlio. Inghiottì ancora, e ancora. Una mano raspava nella sua trachea, lacerava in spasmi di sangue la sacca dello stomaco. Qualcosa batteva contro la pancia. Un mostro, un bambino. Ne era terrorizzato. Chiuse gli occhi, poi al momento di riaprirli li scoprì sigillati, chiusi con sottile filo di ragnatela. Strisciò con la mano, ma d'improvviso la sentì disgregarsi, fondersi in una pala di carne, dita fuse in una patella di muscoli spugnosi. Aprì la bocca per urlare, per chiedere aiuto, ma la sentì spalancarsi sul ginocchio, sulla tempia, sulla punta del mignolo del piede. Il naso scendeva sul mento, si scioglieva e gocciolava come cera sotto il fuoco. Urlò.