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venerdì 23 febbraio 2018

"Mondo Plastica", della Radium: estetica giapponese, storia occidentale


Ricordo come se fosse ieri la prima campagna crowdfunding della Radium, ovvero “Rim City”.
Ricordo il primo giorno, l'esordio con quella soglia che sembrava irraggiungibile.
Ricordo i backers riluttanti, i fan che non sapevano usare Indiegogo, la frenetica campagna, gli omaggi dei colleghi disegnatori e le condivisioni, i nuovi perk e il rush finale...
Ricordo il meritatissimo, inaspettato, successo. Non era affatto poco che una campagna crowdfunding per un fumetto raggiungesse simili cifre, pur con la mente, il braccio e le migliaia di fedeli seguaci del Doc Manhattan. Era un risultato impressionante. Anzi, è tuttora un risultato impressionante. Come altrettanto impressionanti risultarono le successive campagne, tutte parimenti eccentriche, tutte parimenti testardamente uniche, tutte parimenti completate con successo, da “Quebrada” al lovecraftiano “Shadow Planet” tanto analizzato qui su Cronache Bizantine.

La nuova campagna partita la scorsa settimana meritava una menzione tutta speciale per tante sue caratteristiche: dopo “Shadow Planet” e dall'esordio nel 2015 con “Rim City” raramente leggevo di un fumetto altrettanto interessante.
Non si tratta di originalità, nel caso di “Mondo Plastica”.
E non si tratta nemmeno di qualità grafica, seppure superba nel suo complesso.
Si potrebbe invece scrivere di un perfetto connubio tra diversi fattori, tutti egualmente eccellenti.


venerdì 14 ottobre 2016

La maschera di Musashi


Junger racconta nel suo diario come, quand'era giovane, il mondo del romanziere russo Tolstoj gli sembrasse reale quanto il nostro: negli anni vissuti nell'ozio dell'intellettuale in seguito alle ferite nella Grande Guerra, aveva acquisito quest'abitudine mentale; i personaggi, gli ambienti e i “tipi” descritti da Tolstoj gli balzavano di fronte agli occhi di continuo, confondendo reale e narrativa.

Questo bagaglio di riferimenti, di ricostruzione che oggi definiremmo “virtuale”, era possibile solo per l'ampiezza stessa dei mattoni romanzi russi: oggigiorno risulterebbe impensabile. E' interessante, a questo proposito, come sia divenuto un complimento definire un romanzo “leggero”, in allegra compagnia con aggettivi leopardiani come “vago”, “impalpabile”, “si legge velocemente”, “agile” ecc ecc La povertà, se non l'assenza, delle descrizioni nelle opere attuali impedisce di citarle, di vederle nel reale; l'operazione compiuta da Junger fallisce miseramente. Per altro, saltare le descrizioni per lasciar tutto all'immaginazione del lettore presuppone che il lettore abbia fantasia, cosa tutt'altro che scontata...

venerdì 7 ottobre 2016

Fosco Maraini, Ore giapponesi


Non so da dove derivi quest'idea che il popolo italiano sia esperto di cose giapponesi. Certo, per carità, siamo stati con la Francia all'avanguardia con gli anime e col riconoscere agli stessi dignità artistica; e sempre assieme alla Francia abbiamo tradotto ed esportato in Europa una larga produzione di fumetti e cartoni, dando loro piena dignità artistica e di adattamento.
E vi sono tratti culturali per certi versi sorprendentemente comuni: la mania di formare grandi conglomerati, il gusto per un etichetta esagerata, il suono stesso della parola, mai aggrovigliata.

Al di fuori di queste coincidenze e di un largo e ampio turismo, non possiamo minimamente paragonarci alla Francia o all'Inghilterra. Accetto nomi di grandi studiosi italiani del Giappone, se ne avete da consigliare, ma è un dato di fatto che ci mancano la traduzione della maggior parte delle opere classiche nipponiche: il romanzo di Genji, ad esempio, è stato interamente tradotto solo di recente e per altro non so se nell'edizione corretta o in una versione romanzata nel giapponese moderno. Così per i 3/4 dei classici letterari giapponesi che non risalgano al secondo dopoguerra. 
Come rilevava Sauro Pennacchioli, persino i manga non sono così ampiamente tradotti come si potrebbe pensare.
Il mondo anglosassone è stato il primo ad approcciarsi alle isole del Sol Levante e mantiene in tal senso il primato di traduzioni, anche a livello raw, incomplete, vecchie, ma pur sempre disponibili.
La Francia ha invece una comunanza artistica, un livello eclettico sorprendentemente simile.

Nel libro di oggi, Ore giapponesi, di Fosco Maraini, l'autore osserva sconsolato come i contatti tra il suo popolo e quello giapponese siano finora stati sporadici e sterili: che il saggio suoni attuale nel 2016, come nel 1956 in cui veniva scritto non è affatto una cosa positiva!

Come definire Ore giapponesi?
L'autore, di professione fotografo, ritorna in Giappone dopo un lungo periodo di assenza. Aveva lavorato sulle isole negli anni '30, venendo poi incarcerato e soffrendo le pene dell'inferno nei campi di prigionia del Giappone più totalitario. Nonostante tutto, Fosco però non è affatto così fosco sul suo destino e quello del Giappone: da ogni pagina trapela infatti l'amore dell'autore per la cultura giapponese.

Si tratta dunque di un diario di viaggio?
Solo in un senso, perché non ne possiede né la brevità, ne completamente il carattere autobiografico.
Si tratta dunque di una guida di viaggio?
Ancora una volta, solo in un certo senso, perché non vi sono espliciti consigli su cosa visitare, nonostante l'autore effettivamente descriva ed elenchi località storiche e templi d'interesse.
Si tratta di un romanzo?
La struttura è quella di un diario, le vicende sono vere, ma la narrazione scorre con alcune incredibili coincidenze. Quindi sì, scorre come un romanzo ben scritto.
Si tratta di un album fotografico?
Domanda bizzarra, ma assolutamente sì! Vi sono numerose immagini, anche a colori nonostante l'anno di fabbricazione del 1956, con alcune gradevoli illustrazioni interne. Certamente il lavoro di Maraini è il fotografo: senza le foto, il pur massiccio testo perderebbe gran parte del suo valore. Nonostante le oltre 500 pagine, ci troviamo davanti a un testo nato come accompagnamento delle fotografie. Le più lunghe didascalie siano mai state scritte, ma pur sempre delle didascalie.

“Autunno, incendio di boschi. Momiji in fiore e vecchie lanterne di pietra a Takao, presso Kyoto.” 

lunedì 26 settembre 2016

Per uno stile di vita Biedermeier

So che con questo articolo sembrerò una persona ancora più vecchia nell'animo di quanto già non sembro normalmente, ma con diverse ore di studio alle spalle (o meglio, in testa) mi risulterà inevitabile. Sono come quel vecchio alla fermata del tram che proprio non resiste a raccontarvi quella sua storiella tanto importante. Gettategli qualche euro per starvene in pace.

Qualche settimana fa, discutendo sul mio (pseudo) luogo di lavoro, una collega elencava quanto a suo giudizio erano le cose-da-fare prima di raggiungere i quarant'anni. Viaggi, innanzitutto; e poi attività spericolate-ma-non-troppo, dall'immersione nella gabbia con gli squali al bungee jumping.
Mi dev'essere sfuggito allora uno sbadiglio e non solo perchè stavo cercando di studiare un testo tanto filo americano che sentivo la mia camicia colorarsi a stelle e strisce. No, sbadigliavo anche perchè ritenevo che fosse una lista di attività sì pericolose, eppure anche così... borghesi?
Il pericolo c'era, ma diluito a tal punto da risultare addomesticato, gestibile. Un brivido, nulla di più.
E non voglio certo dire che non ci voglia coraggio a nuotare tra gli squali, anzi il sottoscritto non sapendo nuotare affatto, probabilmente si spaventerebbe anche solo all'idea di immergersi in qualcosa di più della vasca da bagno casalinga. Quindi tanto di cappello, suppongo. Eppure, all'idea stessa di compilare una list of things to do prima di diventare “vecchi” mi sentivo schifato. Non erano vere attività, come non erano vere esperienze; si trattava piuttosto di cogliere un attimo particolare e consumarlo. Elencare le cose da fare trasmetteva un'idea di lista della spesa, di consumo generalizzato, in diretto contrasto con il lessico usato.
Da un lato, le solite cazzate buddiste/spiritualiste: cibo per l'anima, rigenerazione interiore, un'esperienza dell'animo ecc ecc
Dall'altro, un'attività programmata e preparata nel dettaglio, un oggetto-esperienza da consumare seduta stante. Solo in una società che quantifica tutto e tutti instancabilmente, sarebbe stato possibile arrivare a un simile combinazione di fattori:
  • Qualcosa d'impalpabile come “un'esperienza” vendibile attraverso un'attività.
  • Un'attività unica e irripetibile venduta con un suo programma predefinito, un suo listino e costo, una sua descrizione in dettaglio.
  • Un servizio a pagamento – perchè di questo discutiamo – presentato nemmeno come un'attività, ma come un'esperienza e per di più un'esperienza spirituale.
Già Slavoj Zizek lamentava giustamente come il consumismo moderno, non pago di avere un consumatore, pretende persino di avere un consumatore che non badi a ciò che compera, che lo consumi con disprezzo zen. Non basta che si comperi un oggetto e non si possa star bene senza averlo comprato; ma nella fase successiva all'acquisto occorre negare ogni attaccamento, considerarlo spazzatura, robetta poco importante. Insomma, perdiamo così persino la figura dell'accaparratore, materialista geloso e possessivo verso quanto acquista.

lunedì 1 agosto 2016

Ventitré cose che non vi dicono sul capitalismo secondo Ha-Joon Chang


Il saggio di economia di Ha-Joon Chang, sud koreano insegnante all'Università, si presenta col peggiore titolo possibile: 23 Things They Don't Tell You About Capitalism.
Quel “ventitré” sembra richiamare certi articoli di giornale e certe catene di sant'antonio – 10 cose che rivoluzioneranno la tua vita! 5 semplici passi per diventare ricco sfondato! – mentre dall'altro quel “non vi racconteranno” sembra alludere a chissà quale conoscenza esoterica.
Scelta infelice o meno, è il genere di titoli che va di moda col mondo anglosassone, il saggio di Ha-Joon Chang è invece un testo pacato e misurato, davvero un buon saggio a favore dell'intervento dello stato nell'economia e di contro alle misure più pesanti del neoliberalismo inaugurato dagli anni '80 e gonfiatosi nei '90 delle diverse bolle finanziarie che continuano a scoppiarci in faccia.
Si vede che Ha-Joon Chang è un insegnante, perchè l'inglese è semplice, fluente, capace di spiegare in tanti passaggi operazioni altrimenti facilmente incomprensibili, specie in un mondo quale la finanza internazionale, che proprio di questa incomprensibilità si avvantaggia.

Il saggio vede 23 capitoli, che corrispondono a 23 “miti” neoliberali.
Il mito è descritto nel primo paragrafo – What they tell you – dove l'argomento è descritto adottando il punto di vista di un suo sostenitore, con particolare enfasi. Ad esempio, la necessità di tagliare le tasse alla classe dei milionari e dei miliardari, perchè possano investire e creare lavoro, generando ricchezza “a cascata”, la voodoo economics di Reagan. Oppure, la convinzione che le industrie manifatturiere nel mondo post industriale non contino più, prevalendo i “servizi”. O ancora: i paesi del terzo mondo sono tali perchè pigri, poveri, in climi inadatti e senza politiche di apertura al mercato... ecc ecc
Il secondo paragrafo – What they don't tell you – controbatte e demolisce argomento dopo argomento il “mito” sostenuto nella prima parte, proseguendo poi a fornire degli approfondimenti e alcune possibili soluzioni. La struttura, semplicissima e agile, si presta sia essere sfogliata che alla rapida consultazione, con l'autore stesso che fa riferimento a 14 Thing o 5 Thing come rimando e collegamento al testo. La successione dopo la 10 Thing diventa martellante e nonostante l'autore debba essere una persona affabile, il sarcasmo è davvero graffiante.

venerdì 12 febbraio 2016

L'inganno fotografico del Giappone Meiji


La fotografia inganna, perchè ancor più della pittura, si propone di imitare la realtà, di rappresentarla come forma fedele e convincente. Un'imitazione, la fotografia vorrebbe fermare in un istante il reale, “fotografarlo” per l'appunto nella sua concretezza.
Pretese ingenue, tranne che per le anime semplici.
La pittura di un quadro raffigurante una scena realmente esistente, posta sotto gli occhi del pittore, mettiamo un ritratto, è in realtà un'operazione chimica. Il pittore dipinge le fattezze dell'uomo/donna ritratto registrando con l'uso del pennello e dei colori la disposizione della luce. L'apparato oculo-visivo registra uno certo spettro di colori, che altro non sono una variazione di luci. Attraverso questo spettro di colori, questa disposizione della luce “vediamo” la figura, riconosciamo l'esistenza di un oggetto, o in questo caso un essere umano. Il ritratto “realistico” registra queste impressioni della luce ritrasmettendole sulla tela. In tal senso, scrivevo di operazione chimica. Il quadro è un imitazione, in questo ristretto ambito dell'arte, di quanto vediamo, dell'operazione di codifica compiuto dal nostro apparato visivo.
E' tanto diversa, la fotografia, se ci riflettiamo attentamente? 
Invece che una tela, c'è una pellicola fotosensibile che registra al click del nostro otturatore una certa disposizione della luce che corrisponde a quanto definiamo “fotografia”, che altro non è che un'immagine.
Come con il ritratto, però, la fotografia non è per forza una copia attendibile della realtà. Un ritratto commissionato da una figura di rilievo può venire migliorato, un mecenate può chiedere che quel suo brutto naso venga raddrizzato dalla “magia” del pennello, o che scompaia quel brufolo sulla guancia ecc ecc La fotografia non offre, contrariamente a quanto si pensa, maggiore affidabilità. Senza citare photoshop, o nel '900 le grossolane opere di falsificazione dei vari governi totalitari, la fotografia è sempre parziale. Lo zoom, l'angolatura dell'apparecchio e le richieste di mettersi in posa al soggetto – anche solo il “cheese!” tradizionale – sono inganni della presunta “affidabilità” della fotografia. Ci si aspetta un certo risultato dalla macchina fotografica e si chiede alla realtà (il soggetto ritratto) di aiutarci a raggiungerlo.

Usare la fotografia come documento storico non è pertanto così ovvio come potrebbe sembrare. Specie nell'Ottocento e nei primi del Novecento, la delicatezza delle macchine e il costo della procedura rendevano l'affare fotografico particolarmente delicato. Non solo nei ritratti di famiglia, ma anche nelle foto di “vissuto” quotidiano occorre considerare che erano sempre scene in posa, accuratamente studiate e richieste. Non c'è in altre parole naturalezza, nella fotografia del XIX secolo: c'era sempre un fine dichiarato, un'ideologia ben precisa. Questa può essere tanto banale quanto becera, che si spazi dalle foto ricordo prima di partire per la guerra, alle foto politiche o alle prime foto pornografiche. Quelle che spesso sembrano le foto “naturali” sono spesso ricreate in studio, attraverso complicati procedimenti.
Va inoltre osservato che, a differenza dei governi attuali, nell'età vittoriana si capiva con acume il valore di queste nuove tecnologie e sia il loro pericolo che potenziale nei confronti delle masse.

Per quanto riguarda le foto nel Giappone dalla caduta dello Shogunato in poi, in piena età Meiji, (dal 1868 al 1906) questa considerazione va sempre tenuta a mente. Dal '60 in poi, il Giappone conosce una spettacolare modernizzazione, sia tecnologica, che politica, che militare.
Il paese era considerato per gli standard europei il modello guida per le nazioni in oriente: nel suo adottare senza compromessi la via europea, era divenuto tra gli anni '70 e '80 un'imitazione dell'Inghilterra. (1) Gli ambasciatori e i diplomatici comparavano in modo incessante i due paesi, Cina e Giappone, come due modelli antitetici: da un lato le piccole isole coraggiosamente avviate verso il futuro, dall'altro il gigante immobile e stagnante, troppo ciccione, troppo pigro per progredire. La situazione non era ovviamente così semplice, a partire da tanti fattori: il carattere di arcipelago del Giappone, la sua impenetrabilità ai commerci dell'oppio, una classe di samurai di gran lunga più flessibile dei funzionari cinesi e sopratutto l'alternativa tra Shogun e Imperatore, con la possibilità di alternare i due a seconda di quanto richiesto dal periodo storico. Se dunque la Cina ha sempre dovuto progredire con cambiamenti giganteschi, del genere “o tutto, o niente”, i pragmatici samurai sono sempre riusciti ad alternare il sostegno a una delle due figure, a seconda di quale potesse meglio guidare la nazione.



venerdì 22 gennaio 2016

La foresta dei suicidi, di Jeremy Bates


Difficile giudicare se un romanzo è da discount quand'è acquistato in formato ebook.
Non intendo con questa definizione dare addosso al romanzo da supermercato: semplicemente sono libri, che nella loro rozzezza, tengono il lettore appiccicato alle pagine nell'ansia di scoprire cosa diamine succederà ai personaggi. Lots of fun, but intelligent fun, se il romanzo è scritto degnamente.
Ecco, questo Suicide Forest, di Jeremy Bates, è sicuramente un romanzo da leggo-e-getto-via.
Questo non vuol dire che i personaggi siano scarsi, o che la storia manchi di spessore. In questo caso, il romanzo è palesemente da consumo indiscriminato, perchè scritto con stile molto, molto basso. Non siamo certo in campi letterari “alti”, ma nemmeno nella narrativa di genere di pregio.
Paradossalmente, tuttavia, lo stile diretto e senza fronzoli gioca inaspettatamente a nostro vantaggio, considerando che non siamo perfetti english speakers, ma lettori italiani. Al di fuori della saggistica e dei fumetti, è uno dei libri in inglese che ho letto con maggior scioltezza.
Chiarito ciò, benvenuti a Junkai...


martedì 13 ottobre 2015

Il tramonto del Sol Levante: il Giappone negli anni Novanta (National Geographic)


Lo scorso autunno avevo tratto da un vecchio numero del National Geographic un breve articolo sul Giappone durante le Olimpiadi del 1964, cercando di trasmettere almeno un pizzico della grandiosità del boom economico nipponico.
Un anno dopo, ritorniamo sull'argomento con un brusco salto temporale: per un bizzarro colpo di fortuna, la mia rigatteria preferita ha ricevuto un nuovo carico di National Geographic, stavolta squisitamente anni novanta.

“Il sole del Giappone sorge sul Pacifico” costituisce un lungo reportage sull'espansione culturale e commerciale giapponese attraverso l'intero Sud Est asiatico, la Cina, la Corea, fin fine all'Australia e alla costa occidentale degli Stati Uniti.
Il giornalista, Arthur Zich, è un fedele facsimile di quel William Graves che nel 1964 esplorava Tokyo: fortemente critico, preoccupato, altresì parecchio razzista.
Come nel 64' il giornalista guardava al Giappone in bilico tra l'ammirazione e la sensazione eccentrica di vedere uno distorto specchio della società americana, così nel 91' un incredulo americano intervista boccheggiante un'espansione che non sembra conoscere né morale, né limiti.
Dalla ricostruzione negli anni cinquanta, allo slancio industriale nel sessanta, dall'Olimpiadi di Tokyo, alla costruzione del treno-proiettile Shinkansen, dall'eccezionale crescita in un periodo di crisi quale gli anni Settanta, al boom mostruoso dell'elettronica e dei chip nei reaganiani anni ottanta... 
Il Giappone approdava nel 1991 colmo di benessere, e mai così squilibrato tra il suo effettivo possesso territoriale di poche isolette e il suo mostruoso potere finanziario.

Dalla rassegna, non è difficile capire perchè per un osservatore di allora il Giappone sembrasse tra le maggiori potenze leader. C'erano tutte le ragioni, esposte nei decenni precedenti, per continuare a credere che il Giappone costituisse il Futuro, con la F maiuscola.
Un futuro intrecciato a incomprensibili tradizioni che nessun gaijin avrebbe mai compreso, un futuro di suicidi e drogati di straordinari, di Corporazioni e monopolii, di inquinamento e cementificazione; ma pur sempre il futuro.
Non a caso, Blade Runner ripropone proprio questa mescolanza di vecchio e nuovo, nel suo vero protagonista, la città: vecchie usanze, aggeggi vintage e tecnologie da urlo si fondono per descrivere più che il futuro, un retrofuturo per come allora lo immaginavano.

Logicamente, per noi storici e uomini del duemila, il tracollo economico del Giappone dalla seconda metà degli anni novanta risulta qualcosa di ovvio, di inevitabile: si capisce senza difficoltà, come il Giappone campasse in realtà di rendita dagli anni sessanta e ottanta.
L'esercito di impiegati che aveva permesso la ricostruzione aveva prodotto una generazione meno masochista, meno indotta al sacrificio. Una generazione che pretendeva finalmente del tempo libero, e turni meno massacranti.
Il sistema patriarcale cedeva a un disperato edonismo, che sfilacciava relazioni e amicizie, mentre le donne giapponesi cercavano di sfuggire alla trappola di un matrimonio precoce e i giovani preferivano una gratificazione immediata alle prospettive di una lunga&estenuante carriera.
Lo yen, pompato oltre i suoi normali standard, si sarebbe sommato a una crisi nel sistema immobiliare e tutti questi sintomi sarebbero scoppiati in un bubbone di povertà.

Le condizioni di un meritato crollo, per un effetto congiunto sia di motivazioni finanziarie che sociali abbondavano: tuttavia, se tralasciamo l'efficace descrizione dell'edonismo giapponese nato negli anni ottanta, il reporter non avverte alcun tremore del terremoto economico che minacciava la società giapponese.


martedì 30 settembre 2014

Tokyo vintage degli anni Sessanta


A mo' di consolazione dopo essere stato splatter(osamente) segato a un esame di qualche giorno fa, sono ricascato nella mia attuale dipendenza di rigatterie&negozi polverosi.
Stavolta, dopo aver inutilmente scavato tra cumuli di harmony, mi sono messo a sfogliare alcuni old but gold National Geographic, finendo per comprare il numero di ottobre del 1964.

Avrete già intuito guardando la copertina qui esposta quale fosse il mio interesse: il Giappone degli anni sessanta. Le Olimpiadi del 1964 vennero per la prima volta tenute nel Giappone del secondo dopoguerra e rappresentarono uno sforzo erculeo per il popolo giapponese, in termini di infrastrutture e servizi. Appena nel cinquanta era iniziata la ricostruzione e nonostante le catene di aiuti post-bellici, il paese era un cumulo di macerie insanguinate. Senza citare il (doppio) bombardamento nucleare, ogni città era stata capillarmente devastata e il fulcro della gioventù giapponese era morta in guerra, sia negli attacchi kamikaze che difendendo la costellazione di isole-colonie conquistate negli anni trenta: Filippine, Guam, Isole Marshall, Isole Caroline...

Dì lì a dieci anni, seguì una ricostruzione tanto rapida quanto tecnologicamente fantascientifica. Il boom economico schizzò alle stelle, mentre il paese superava nello slancio della ricostruzione ogni altro concorrente. Né l'Europa né l'America nonostante l'impressionante ricchezza di quegli anni potevano vagamente competere con il nuovo colosso asiatico. Una crescita tanto più impressionante se si considera che a differenza dei paesi occidentali il Giappone continuò pervicacemente a restare paese leader fino agli anni novanta. Opere razziste come "Sol Levante" qualificano bene la paura degli Stati Uniti che un'altra potenza minacciasse il suo primato consumista. Le destre xenofobe europee di quegli anni parlano chiaramente infatti dei maledetti "nani di Tokyo" che detenevano 3/4 del mercato azionario. Negli Stati Uniti si preparava una nuova offensiva: scomparso lo spauracchio comunista, c'era necessità di un nuovo nemico e solo il crollo economico del colosso giapponese (crollo in realtà relativo se comparate ad altre crisi) impedì una nuova campagna diffamatoria. Se al momento l'odio è verso i "maledetti musulmani" e non verso "i maledetti musi gialli" dipende abbondantemente da scelte a priori. D'altronde, non va dimenticato che lo shintoismo rimane una religione pagana, per forza in violento contrasto con la mentalità americana. Ateo o cristiano, fa poca differenza: la mentalità statunitense resta rigidamente monoteista e astorica, con tutto ciò che ne consegue.

Tenendo ciò bene presente, non deve sorprendere che l'articolo preso in esame sia alla fin fine un gustoso confronto tra una mentalità americana razzista, dove il reporter liquida le conquiste giapponesi come pure imitazioni e a contraltare un altrettanto razzista mentalità giapponese, dove le conquiste edilizie e ingegneristiche sono tanto strombazzate da dare l'impressione di un inferiorità in altri campi...
Il meglio lo si raggiunge già nell'introduzione, dove la notizia del boom economico procede di pari passo con un'ostinata enumerazione di dati tecnici:

Il giovane giornalista giapponese sapeva un sacco di cose e non vedeva l'ora di aiutare.“ Tokyo” disse “E' ora la più grande città del mondo – 10 milioni e mezzo di persone”Annuii. “ Sì, lo so. Le guide turistiche lo dicono. Ho preso nota, infatti”Il mio amico girò una pagina del suo libretto d'appunti. “ Tokyo ha ora 8,488 ponti, per lo più di pietra o di cemento,” disse.
“Sono felice di sentirlo,” risposi “La guida turistica non lo diceva. Cos'altro hai nei tuoi appunti?”Il mio amico girò un'altra pagina. “Gli abitanti di Tokyo in una normale giornata” – prese un ampio respiro – “mangiano 6 milioni di libbre di riso, 3.5 milioni di libbre di pesce, leggono 21 diversi giornali, comprano 6 milioni di biglietti del treno, aumentano la popolazione di 460 persone, commettono 641 crimini.” Fece una pausa. “E hanno 25 incendi e tre terremoti.”“Questa non è esattamente una normale giornata per una sola città!” Dissi. Scosse la testa.
“ Tokyo non è una città. Tokyo” S'interruppe alla ricerca della parola giusta – “Tokyo è un'esplosione”.



lunedì 8 settembre 2014

Ufo Robot Goldrake, di Alessandro Montosi



Sono sempre stato molto critico verso gli anni Ottanta e chi li ama, consegnando un duro giudizio specie nell'articolo Vomito ergo sum del primo anno del blog. 
Questo perché ritengo che l'amore verso gli anni Ottanta stia rappresentando per molti un grottesco impasse, che immobilizza la produzione culturale e la costringe alla stanca replica di formule già viste. Non è la nostalgia verso epoche passate che critico, tanto più che studio storia; è piuttosto il nauseante immobilismo di chi ricorda "i bei vecchi anni passati" e li usa come autentico passepartout per rigettare quanto di buono viene pubblicato attualmente. Siano musica, film o fumetti gli anni in cui viviamo sono tutt'altro che brutti periodi, anzi; nelle file Indie spuntano progetti interessanti e non mancano opere ben al di sopra della sufficienza. Una persona con un minimo di discernimento vede chiaramente i molti prodotti culturali che oggi disprezzati un tempo sarebbero stati premiati anche solo per l'eccellente profilo tecnico. E' indubbio che questa mitica cosa chiamata “originalità” cui si dà tanta importanza quanto più è morta da un pezzo, funziona spesso da paraocchi, impedendo di vedere con un minimo di ottimismo quanto viene proposto. Proprio negli anni Ottanta, si fecero molti ottimi remake di film degli anni Cinquanta; ricordiamo brevemente La Cosa e Terrore dallo spazio profondo. Il regista era il simpatico Carpenter nel primo caso, Philip Kaufman nel secondo. Dunque non proprio gli ultimi incompetenti. Si tratta di pellicole che coniugano bene il tema orrifico nato nella Guerra fredda con il nuovo pessimismo della "cura dimagrante" Thatcheriana e Raeganiana. Il grigiore di queste pellicole è un grigiore sociale e incastona l'elemento sovrannaturale molto meglio di quanto facesse l'ottimismo della Golden Age.
Si tratta di remake! Remake che oggigiorno verrebbero azzoppati e ricoperti d'insulti ancora prima che esca non il film, ma il teaser trailer! Nei tanto osannati anni Ottanta i remake c'erano, eccome. Con buona pace dell'aura di “originalità” che si vorrebbe loro appioppare.


Quindi è stato con malcelato pregiudizio che mi sono accostato a questo "Ufo Robot Goldrake: Storia di un'eroe nell'Italia degli anni Ottanta", di Alessandro Montosi.
Anni Ottanta? 
Ufo Robot? 
Rischiavamo parecchio. 
Tuttavia, fin dall'inizio della lettura, mi sono dovuto ricredere.

Innanzitutto, Ufo Robot si colloca a fine anni Settanta, inizio anni Ottanta. 
Siamo dunque all'inizio di questa "magica" era che gli appassionati vorrebbero rivivere. 
Secondariamente, Montosi non pecca di arroganza a chiamare saggio universitario la sua opera; fin dall'inizio chiaro e conciso, riesce a fornire una panoramica generale della serie senza sfociare nella parlantina fine a sé stessa, o nella strizzata d'occhio del fan. La passione per l'argomento si sente, questo è indubbio. Ma non abbiamo qui un libro di memorie mascherato da saggino per la laurea, oppure quelle noiosissime carrellate di riferimenti meta-nerd che massaggiano il membro di chi "negli anni ottanta ha vissuto per davvero" (qualunque cosa questa espressione voglia dire!).

Giunto in Italia la sera del 4 aprile 1978 sul secondo Programma della Rai (Attuale Rai2) Atlas Ufo Robot diede la stura all'invasione nipponica sugli schermi televisivi, dando una sana concorrenza al non sense del cartone animato Disneyano, avulso dal realismo e dalla costruzione di storie complesse. C'era già stata come anime, è vero, Heidi, che per quanto sembri strano, rappresentava all'epoca un autentica rivoluzione, nell'ambito dei cartoni per bambini. Goldrake, dalla leva dell'innocente Heidi giunse a scalzare totalmente l'avversario occidentale presentando verso fine anni Settanta un ritmo e un'accuratezza di Worldbuilding cui non si poteva, più che sperare, nemmeno proprio immaginare.

Il nome originale di Goldrake è Ufo Robot Grendizer, e coincide in realtà con il terzo capitolo della serie animata Mazinsaga, che parte con Mazinga Z e prosegue con Il Grande Mazinga.

Go Nagai presenta Mazinga Z fin dall'inizio come un robot realistico, nel senso che anziché onnipotente Dio, ha bisogno di essere aggiornato e riparato per combattere contro i suoi sempre più agguerriti antagonisti. Non costituisce dunque il classico oggetto magico e invisibile delle fiabe occidentali, ma piuttosto una macchina, che come un'auto dev'essere oliata e aggiustata. E' una caratteristica di questa prima serie evidente nel modo con cui le "ali" di Mazinga vengono contestualizzate sia dal punto di vista della "meccanica" che narrativamente parlando.

Conclusi con successo i 92 episodi della serie, parte immediatamente Il Grande Mazinga (Gureto Majinga). A differenza del supereroe americano, soggetto a uno sfibrante riciclo di costumi e idee, nell'anime giapponese raramente avviene il riutilizzo di un personaggio; nel nostro caso Mazinga Z è tecnologia sorpassata e il ruolo di protagonista passa a Il Grande Mazinga. Il protagonista Tetsuya Tsurugi era inoltre già comparso nell'anime di Mazinga Z, nell'ultimo capitolo: è un caso da manuale sia di spin off che di serialità: il nuovo robot è migliore del precedente (da cui Grande!) sia mantiene un forte rapporto di continuità narrativa colla serie precedente, trasformandone uno dei personaggi secondari in protagonista. Attualmente è cosa di tutti i giorni; all'epoca era una mossa tutt'altro che banale.

Curioso come sia in Giappone che in America la frustrazione dall'essere imbottigliati nel traffico instradi (è proprio il caso di dirlo!) verso improvvisi lampi di genialità: Go Nagai ebbe la prima intuizione per Mazinga Z in un ingorgo a Tokyo, mentre sempre negli stessi anni Alan McNeil partoriva Berzerk, violentissimo videogioco a scorrimento dell'epoca, dopo essere rimasto bloccato per ore in coda verso Chicago.

Ero così esasperato che avrei voluto avere un cannone laser per uscire dall'ingorgo

Se volete diventare famosi, compratevi dunque un'auto di seconda mano del dopoguerra e ficcatevi nella più lunga e frustrante coda di automobili che riuscite a immaginare. Se fa caldo e siete programmatori o disegnatori dilettanti, le chances aumentano! 


Goldrake su Tv Sorrisi e canzoni! :-D

Al di là della genesi nipponica, quanto interessa il testo è Goldrake, dunque l'Ufo Robot Grendizer. 
E' a questo punto del saggio che Montosi analizza il passaggio dal doppiaggio francese al doppiaggio italiano. E' un passaggio fondamentale.
Sia in Francia che in Italia è impressionante analizzare quanto la trasposizione di Ufo Robot si debba in realtà a una manciata scarsa di arditi, avversati in ogni modo sia da chi temeva un flop commerciale, sia dai conservatori meno tolleranti verso produzioni diverse dal made in Usa.

In Francia è Jacques Canestrier a svolgere un ruolo fondamentale.
La scelta di Ufo Robot è in stretta correlazione con due diversi fattori, l'uno culturale, l'altro economico. L'anime avrebbe permesso di variare il programma aggiungendovi un genere completamente inedito, quello della fantascienza avventurosa. 
Contemporaneamente, trasmettere un cartone animato nipponico costava diecimila franchi al minuto, trasmetterne uno francese, quarantamila. Una differenza di soldi non da poco.
Canestrier incontra la consueta xenofobia venata di buonismo, da chi lo boccia semplicemente perché non-disneyano a chi reputa troppo patriottica la sigla d'inizio Le prince de l'espace. Quel genere d'ipocrisia di chi poi ha come inno nazionale sanguinari versi come "Marciamo! Marciamo! Che un sangue impuro imbeva i nostri solchi! (sic!)" Ahh, la rivoluzione francese! <3 <3
Canestrier alla fine la spunta. 
Avendo puntato tutto su Atlas Ufo Robot, si vuole ridurre i rischi al minimo; il team francese attua così una radicale pulizia dell'anime. Si tagliano tutti i riferimenti alla cultura giapponese e considerando che ambientarla in Francia sarebbe stato impossibile, si sceglie di collocare le vicende in un "limbo" imprecisato, pur di nascondere che l'anime è ovviamente ambientato in Giappone.
Ogni ideogramma viene tagliato dalla pellicola, e lavorando di forbice si ottengono invece siparietti cattolici, dove i personaggi pregano tutti assieme o ringraziano Dio.
Il cambiamento maggiore, tuttavia, è nei nomi. E' indubbio che il cast francese abbia stavolta svolto un lavoro particolarmente raffinato: ogni nome, come sapranno sicuramente i fan, deriva da un astro, o dalla mitologia. Duke Fleed diventa così Actarus, dalla stella rossa Arcturus, la più luminosa della costellazione del Pastore. Actaurs è così il messia, un nuovo Gesù che deve proteggere il suo vasto gregge, l'umanità, appunto. Contemporaneamente, Actarus dall'episodio 30 comincia a soffrire un'inguaribile ferita al braccio, che ricorda le stigmate. Non a caso, Arcturus è una stella rossa, dunque morente. Il lavoro diventa tanto certosino che persino i più piccoli nemici vengono “adattati”: i dischi mostro privi di un pilota si chiamano Golgoth, dal Golgota cristiano. Anche attraverso il doppiaggio, questi mostri sembrano voler portare sofferenza e dolore.
Prima dell'uscita nessun adulto tranne gli arditi scommette su questa serie animata.
Poi, come sempre succede quando il prodotto è buono e la storia avvincente, parte il successo.
Il fenomeno, rapidamente di massa, ai contemporanei "adulti" doveva sembrare senza dubbio straniante. Delle citazioni che riporta Montosi, questa è tra le più gustose:

Dal primo mese, tutti i bambini e gli adolescenti francesi riconobbero in lui il loro nuovo Messia Protettore. Dal secondo mese, tutti gli eroi che avevano fatto sognare le quattro generazioni precedenti caddero nel dimenticatoio. Dal terzo mese, l'indice di ascolto della rete televisiva rivale, in quella fascia oraria, precipitò allo 0%. Dal quarto mese, i genitori ebbero l'impressione di essere scomparsi dalla sfera affettiva dei loro bambini. Dal quinto mese (per fare buon viso a cattiva sorte) i genitori cominciarono ad affannarsi per comprare la riproduzione di Goldorak... Al punto che, venticinque giorni prima delle feste natalizie, i negozi furono al limite delle loro scorte. Ci si iscriveva nelle liste d'attesa e, se si avevano dei contatti, si tentava di cercarlo al mercato nero. Una cosa inaudita! La Signora Coquelin, responsabile delle vendite dei diritti di sfruttamento commerciale di Antenne 2, non ha mai visto niente di simile in quindici anni di lavoro: dall'inizio del mese di dicembre 400000 dischi, 150000 poster, 300000 copie del periodico a fumetti, delle caramelle, delle liquirizie, delle sedie a sdraio, dei bicchieri, delle maschere, dei puzzle, dei vestiti... ogni cosa in cui è raffigurato Goldorak va a ruba. Quanto al gioco rappresentante il "Dio" … una follia. La società Mattel che lo fabbrica è stata sommersa di richieste... In alcuni grandi magazzini si assumono dei commessi unicamente destinati a rispondere: << Per Goldorak, bisogna attendere >>. Stesso successo in Spagna (in realtà, in Spagna, il Robot che ottiene un successo strepitoso è Mazinga Z, n.d.a.), in Italia, in Belgio e in Canada dove una squadra professionale di calcio ha scelto di chiamarsi Goldorak. (…) Una follia, vi dico, un uragano, un tifone.

Come sempre avviene, grandi fenomeni attirano grandi critiche.
Nei tempi di Internet 2.0, questo è un fenomeno tanto ricorrente da non suscitare neppure meraviglia. Tre critici su cinque non aspirano veramente a demolire il film/fumetto/videogioco in questione, piuttosto vogliono conquistarne una fetta di fama, reclamare un po' di celebrità alzando a volumi esagerati il volume della critica. La cara, vecchia polemica.
Con il successo di Goldrake, pardon Goldorak, piovono le critiche.
Accademici. Professorini. Giornalisti-scarafaggi, maestre, psicologhe dell'infanzia, sociologi e filosofi. Montosi svolge un buon lavoro a smontare le diverse critiche, motivate oltre che dalla già citata fame di gloria, da un letale cocktail d'ignoranza e xenofobia. Metodicamente smontati compaiono sia il saggio "A cinque anni con Goldorak" di Lilliane Lurcat, sia “Un'estetica industriale” di Jacques Aumont. Testi pionieri di un atteggiamento, anche italiano, di buonismo lancinante e disprezzo piccolo-borghese. Non smette mai di colpirmi quanto questi esperti dell'infanzia, che dovrebbero essere i primi a valorizzare il bambino, lo ritengano invece un mezzo idiota incapace di gusti propri. Un bambino dell'elementare diventa così un demente, un bambolotto che assorbe il medium incondizionatamente. La cura ovviamente è il ritornello assurdo dell'aria aperta, di quel "limbo primitivo" di girotondi sui prati, nascondino e allegre scampagnate dentro una natura buona&incontaminata mai esistita. Nessuno mai che si chieda cosa ne pensa invece il bambino! Tant'è; le polemiche che accompagnarono Goldorak saranno destinate a ripetersi con i Pokemon, con i videogiochi (Gta, Mafia, ecc), con Facebook, con Dragonball... Conta ergersi a cavaliere del bene; poco importa se dopo con la tua armatura di polemiche e saggini universitari fai più male che bene...
Un esempio di come questo rigurgito continui a ripetersi, è l'inconsistente video dello Youtuber Croix89 che, sebbene geniale nel montaggio, riprende il razzismo xenofobo che America in testa si vomita contro l'Estremo Oriente dagli anni Cinquanta in poi. 



Mentre Goldorak viene bombardato di prodotti promozionali e polemiche in Francia, qui in Italia si valuta se acquistare Ufo Robot per trasmetterlo in televisione.
Se Canestrier è l'ardito della Francia, Nicoletta Artom è l'ardita in Italia.
E' Nicoletta Artom a “scoprire” la serie dal suo adattamento in Francia, rimanendo colpita dalla qualità dell'impianto tecnico-artistico.
E' Nicoletta Artom a premere perché la serie venga trasmessa in televisione, secondo paese europeo a importare un prodotto nipponico, totalmente inedito per l'epoca.
E' Nicoletta Artom a difendere Ufo Robot Goldrake nel peggio del maccartismo, quando la serie verrà accusata dalle solite cricche di reazionari sociologi e psicologi, senza dimenticare la consueta cloaca del giornalismo. Una posizione controcorrente all'epoca, che le costerà carriera e lavoro.

Sergio, ho visto dei cartoni animati giapponesi... Incredibili... Una cosa nuovissima... Mai vista... Non si può dire nemmeno che siano di fantascienza! E' un mondo di robot, pilotati da esseri umani. Che si trasformano. Volano. Uomini che diventano macchine... Si dividono in due...
Nicoletta Artom (responsabile dei programmi per ragazzi della Rai nel 1978).

L'adattamento dal francese all'italiano dev'essere completato in tempi brevissimi e italianizza le scelte già compiute in Francia, con qualche eccezione. La più interessante è forse il nome stesso Goldrake, dal "Goldorak" francese. S'ignora dove sia spuntato fuori. C'è chi punta a una fusione tra Goldfinger e Mandrake, chi preferisce riferirsi all'elemento “dragonesco”, il “drago d'oro” che voleva richiamare l'Estremo oriente cui veniva. Forse. E' difficile stabilire il perché della traduzione, senza dubbio azzeccato colpo di genio.
Il doppiaggio supera in maestria quanto fatto dai francesi. Sia nella fedeltà della trasposizione, che mantiene ideogrammi e riferimenti al Giappone, sia nell'uso di attori teatrali di lunga esperienza. Largo spazio nell'opera di Montosi è giustamente riservata alla voce di Actarus/Goldrake, mirabilmente impersonata da Romano Malaspina.
Come in Francia, l'anime è attorniato prima della definitiva messa in onda da uno palpabile scetticismo. Il fenomeno Goldrake tuttavia dopo aver digerito la Francia, attraversa le Alpi.
La cura psicologica (per l'epoca) dei personaggi, il meccanismo della serialità, la fascia oraria serale e il passaparola alle scuole generano a tutti gli effetti un fenomeno di massa. Quanto sfugge a chi lo critica, è che per la prima volta abbiamo un cartone animato che segue una vera sceneggiatura, con tanto di colpi di scena senza limitarsi al far ridere. Un altro aspetto curioso, che osserva Montosi, è il confronto tra i personaggi femminili in Ufo Robot Goldrake e Superman. Nell'uomo d'acciaio americano, Lois Lane, la segretaria, è una bambola utile solo per mostrare la stupidità femminile a confronto col potente ingegno di Superman. Sia nei fumetti che nei cartoni, è un personaggio passivo, oltre che piatto caratterialmente. In Ufo Robot Goldrake, al contrario, Venusia e Maria evolvono in personaggi femminili, se non a tutto tondo quantomeno indipendenti, che partecipano con ruolo attivo nelle battaglie robotiche. 

Come venivano demolite le critiche francesi, così Montosi smonta quelle italiane.
Sottolineerei in particolare due piccoli aspetti su cui spesso si continua a battere in fatto di anime: i guadagni dei cartoni giapponesi all'estero e la questione degli "occhi giganti".
Spesso oggigiorno si sottolinea come l'anime sia un genere pianificato a tavolino per la massa, un mondo alternativo lontano dalla realtà e costruito appositamente per soddisfare tutti, che siano cinesi, africani o americani. Gli "occhi grandi", i vestiti appariscenti, le trame piene di cliché servono a piacere a tutti, a sfondare ovunque sul botteghino. Gli anime sarebbero insomma un freddo prodotto commerciale escogitato per vendere, vendere il più possibile. Ci sarebbe anche un fondo di verità in queste affermazioni, anche se maliziosamente le attribuirei più alle attuali produzioni Marvelliane statunitensi che agli anime!

Uno stralcio di un'intervista di Colpi a Huramoto in tal senso è rivelatrice:


Colpi: Quando vendete una serie all'estero, quanto ottenete in diritti dalla ditta che la distribuisce?
Huramoto: 6 o 8%, giù di lì...
E la vendita all'estero dei vostri prodotti, che percentuali occupa nel totale delle entrate di una serie?
Dubito che raggiunga il 10%. D'altronde, noi produciamo solo per il mercato giapponese. Se poi la serie va all'estero, tanto meglio.
Vuol dire che proprio non vi interessa fare serie che vendano bene all'estero? –
Per il mercato estero, di solito, prima mandiamo la serie in Francia. S va bene in Francia, la passiamo anche in Italia e in altri paesi. Però, quando ideiamo una serie, all'estero proprio non ci pensiamo. Almeno fino a poco tempo fa... (intervista del 1991).

L'intervista non è di fine anni settanta. E' degli anni Novanta! (Relativamente) vicina a noi.
Eppure Huramoto rimarca continuamente quanto poco gliene freghi di esportare il prodotto fuori dai confini nazionali. Dieci per cento sono percentuali microscopiche. Tutt'ora gli Otaku guardano gli anime scaricati e coi sottotitoli, rigorosamente in originale. L'eventualità che il prodotto venga doppiato o generi vendite all'estero è persino più scarsa di vent'anni fa.
Eppure, l'azione diffamatoria continua, implacabile: gli anime sono prodotti il più possibile generici, rivolti a tutti.
Un discorso simile vale per le dimensioni degli occhi.
Per il periodo preso in esame, gli occhi giganti non servivano per "mascherare un senso d'inferiorità giapponese" né per accattivarsi gli spettatori. Al contrario, rispondevano a un'esigenza squisitamente pragmatica: quando Actarus ha tutto il volto coperto dalla maschera, risaltano solo le pupille e solo attraverso quelle è possibile esprimere emozioni. E' innanzitutto un mezzo stilistico.

Tuttavia, tra la critica e la difesa dalla critica, la prima vince sempre.
Nella primavera del 1980, solo Nicoletta Artom, e pochi sparuti sostenitori emergono in difesa di Goldrake. L'Artom riassume meglio del sottoscritto le mie confuse opinioni su come trattare i bambini:


In realtà i bambini tutti questi problemi non se li pongono. Loro accettano o rifiutano i programmi secondo i loro gusti, a volte dimostrandosi più adulti e più "ragionevoli" di coloro che vogliono o possono amministrare i loro spettacoli. (…) Fiducia nei bambini, invece. Sono intelligenti.
(Nicoletta Artom, “Chi ha paura di Goldrake cattivo?”, TV Sorrisi e canzoni).

La dissertazione sulle polemiche della serie non costituisce il nucleo del libro di Montosi, ma senza dubbio occupa un bel po' di spazio. La ragione è evidente nella grande disponibilità di materiali che è rimasta; settimanali e quotidiani, sopratutto. Il quadro è a dir poco delirante, tra un'interpellanza parlamentare, esposti pubblici, raccolte di firme fino a culminare nell'accusa che Atlas Ufo Robot sia una serie demoniaca che incita al satanismo.

Topolino è lettura sana, ma Goldrake è il diavolo (da “Il Resto del Carlino”).

E' interessante proporre un parallelismo in questo caso tra i Videogiochi, Atlas Ufo Robot e i Pokemon. Tutti e tre hanno in comune l'essere capi d'accusa, e tutti e tre sono stati soggetti a pesantissime polemiche.
Nel caso dei videogiochi, la morte di Peter Burkowski.
Il buon Peter era un ragazzino con forte cardiopatia, che il 3 aprile 1982 si mise a giocare a Berzerk, picchiaduro a scorrimento già per l'epoca violentemente frenetico. Il caldo, l'emozione: secco sul colpo. Sui giornali, il rapporto del coroner che faceva notare la debolezza del cuore venne ignorata e la polemica si appuntò presto sul malefico videogioco che ne aveva molto teoricamente causato il decesso. La morte di un ragazzo venne a tutti gli effetti pubblicizzata e manipolata dai vecchi media (televisione, radio e giornali) verso i nuovi (i videogiochi). Il semplice elemento umano – un cuore debole – viene totalmente ignorato.
Nel caso di Atlas Ufo Robot la morte di un un bambino, di undici anni, morto per soffocamento.
Un incidente fatale; ma dalla stampa parte un uragano. Quando infatti il bambino muore, indossava una maschera (per di più auto fabbricata!) di Goldrake. La shitstorm desidera così tanto ostracizzare il cartone, che gli eventi, magicamente cambiano: il bambino non muore più per mancanza d'aria, ma addirittura si getta dal balcone! Fatto del tutto inventato, pianificato giornalisticamente a sangue freddo. Ci si chiede con quale coscienza si possa lucrare sulla memoria di un morto, cambiando perfino i fatti pur d'alimentare la crociata xenofoba.
Nel caso dei Pokemon, la morte di un bambino di quattro anni, gettatosi dal balcone mentre ne trasmettevano il cartone. In realtà la storia è poco convincente: non si capì bene perché si fosse gettato o cosa stesse facendo o quale effettivo ruolo giocassero i Pokemon. 
L'aspetto che trovo più inquietante dell'intera faccenda è quanto da piccolo, alle elementari, ricordo distintamente la maestra che raccontava di un bambino che si gettò dal terrazzo perché "credeva di essere un pokemon". E ovviamente le credevamo ciecamente! D'altronde ero già nel periodo di fissa per il fantasy con Elfi&Nani, quindi comprenderete che senza nulla togliere ai Pokemon, la notizia mi confermava nella fede Tolkeniana!
- Peggio per lui - ricordo dicevamo coi compagni, - Noi non siamo mica così stupidi!-.

Verso l'inizio degli anni Novanta Atlas Ufo Robot verrà ritrasmesso in televisione, nel respiro ormai libero dall'attenzione dell'opinione pubblica, rivolta verso nuove e (per loro) più spaventose minacce. La serie in questo riesce nel raro passaggio generazionale, costruendo de facto una continuità a livello d'immaginario. Un fenomeno tutt'altro che consueto, e come conclude Montosi da non sottovalutare nelle sue implicazioni più serie, dall'ecologia – Ufo Robot è nettamente anti-nucleare - al più vasto campo della morale.

Fonti:
Le citazioni videoludiche, da Berzerk al primo morto "per i videogiochi" sono tratte dall'opera
L'innovazione tecnoludica. L'era dei videogiochi simbolici, di Matteo Bittanti.
Dietro permesso di Mr Bit stesso, è stata scannerizzata e resa disponibile gratuitamente. In formato cartaceo la trovate spesso nelle rigatterie e sulla E-Baia.

Sui Pokemon ho fatto riferimento ad Anatomia di Pokemon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione, di Marco Pellitteri.

Per la povera Lois Lane in Superman ho fatto riferimento a Scrivere fumetti e graphic novel, di Peter David, dove l'autore evidenzia bene la sua funzione di vittima del fumetto anni Cinquanta/ Sessanta.  

lunedì 21 luglio 2014

Giappone vintage degli anni Ottanta


Non riesco a studiare senz'avere sotto mano qualcosa di radicalmente diverso dall'argomento dell'esame. 
Se studio filosofia, nelle pause preferisco i libri di storia; se studio storia, i libri di filosofia, se studio come nell'ultima sessione contemporaneamente storia, filosofia, psicologia e informatica... Well, la questione diventa alquanto intricata. L'ho risolta pescando dalla libreria di casa testi di architettura – ch'è l'argomento più astruso dai campi che di solito frequento. L'arredamento, la costruzione di condomini, nuclei abitativi e topologia: argomenti che suonavano completamente sconosciuti ai miei occhi e pertanto ottimi per distogliere la mente dall'esame, senza precipitarla in qualcosa che mi appassioni.

In questo caso poco c'è mancato che accantonassi davvero lo studio, perché i libri che avevo scelto erano d'architettura giapponese, e particolare ancor più delizioso incorporavano una gigantesca quantità di aneddoti e fotografie di vita quotidiana, che con l'architettura avevano poco a che fare.
Il mio fido pard all'università, come si riferisce Tex Willer a Kit Karson, accarezza da anni di viaggiare in Giappone al termine della laurea e siamo entrambi d'accordo che sarebbe nelle nostre avventurose intenzioni un viaggio radicalmente diverso dalla moda attuale, che sceglie solo Tokyo e trasforma il viaggio in un itinerario di shopping in cui il turista svolge il ruolo passivo di consumatore/accumulatore, che vede nel Giappone una landa incantata, da cui trarre inesausto bottino di cui godere cogli amici al sospirato rientro nello scarpone terracqueo. Un idrante di piccoli consumatori affamati di beni di lusso innaffia così Tokyo, riversandosi a far compere nell'unico quartiere che sembrano conoscere, cioè Akihabara. Ognuno sceglie il viaggio che vuole, ma dopo il turismo sessuale e le comitive organizzate, il turismo-shopping è la terza categoria più deprimente della classifica.

Non riesco nemmeno a trovare
la copertina in italiano su Google!
Il testo in questione era “Lo stile giapponese, di Suzanne Slesin, Stafford Cliff & Daniel Rozensztroch”. 
Riporto la sinossi sul retro del volume:
“In quasi 800 straordinarie fotografie a colori, la bellezza e lo spirito del Giappone moderno: accanto alle vecchie fattorie col tetto di paglia, alle tranquille case di campagna e ai giardini nei pressi di Kyoto, le moderne, sorprendenti abitazioni di Tokyo.”

Testo di lusso, dalla copertina spessa e rigida, protetta da una sovraccoperta plastificata.

Le pagine sono ampie, spaziose e adatte ad accogliere le foto a grandezza pagina intera.
Dopo un'introduzione comprendente diversi saggi di architettura e dopo aver illustrato le difficoltà dell'impresa legate alla differenza culturale, l'opera in pratica è un catalogo di fotografie, che compara la vecchia architettura giapponese tradizionale alle sperimentazioni e contaminazioni odierne, specie se legate all'uso del cemento e dei nuovi materiali dal 60' in poi.

La prima osservazione che sovviene è quanto sia progredita la qualità dell'immagine negli anni.
Il testo è del 1988, dunque di soli trent'anni fa: eppure quanta differenza in colori e definizione!
Le immagini sono spesso sgranate, imprecise. Se vengono fotografati esseri umani, questi appaiono nella grandezza della pagina sbiaditi, dai contorni della faccia sfumati. Occhi, naso e bocca si distinguono, ma l'ovale del volto sembra deperire per mancanza di dettagli. Migliora se si rimpicciolisce l'immagine e ci si pone ad una distanza ragionevole, oltre i consueti trenta centimetri. Allora, come in certi quadri delle avanguardie del primo Novecento, la foto migliora.
Va meglio con le nature morte e gli arredamenti senza abitanti; la freddezza della solitudine rafforza la qualità dell'immagine. E occorre comunque ricordarsi che stiamo trattando un testo di lusso, destinato esplicitamente a fare dell'elemento visivo il nucleo della lettura! 
A fronte di una così veloce decadenza dell'immagine, mi chiedo quale sarà il futuro della foto.
Man mano che si muove a migliorare l'immagine, questa acquista sempre maggiore nettezza e definizione. L'occhio palpita sempre più veloce, è portato mai quanto prima a passare da immagine in immagine in pochi secondi, pretendendo al contempo la massima qualità possibile. 
E' sempre un “più”. Più pixel, più dettaglio, più reale. Ma socchiudendo gli occhi di fronte all'ultima grafica dell'ultimo videogioco mi viene spesso da chiedere quale sia più ricco di definizione, nettezza, dettagli; se il mondo sullo schermo o quello fuori. E' un inganno potente, questo della foto, di voler imitare a tutti i costi la realtà che la circonda. Tra un decennio, i Blu-ray sembreranno video in bianco e nero degli anni Venti, per dare un'idea dell'evoluzione nella qualità. Un pensiero piuttosto inquietante...

La seconda osservazione riguarda il tipo di società che di tanto in tanto trapela da questo implacabile studio di appartamenti e oggetti. Una società ch'era quella degli anni Ottanta, in vertiginosa crescita per una bolla speculativa che nessuno si aspettava scoppiasse, dunque imperniata su un benessere che gocciola dalle foto, che sebbene prese per strada non mostrano l'accattonaggio e i barboni a cui siamo ormai abituati. 
Una società costretta inoltre a passare attraverso la formina della cultura americana, sagomata a colpi di accetta. Dal sequestro e distruzione delle oltre 5 milioni di spade nel 1946 (unito al divieto di fabbricarne altre!) alla continua esasperata americanizzazione di ogni settore culturale. Nonostante ciò, uno dei saggisti del testo lamenta l'attaccamento alle tradizioni ancora molto vivo. E' curioso che nell'altro documento sul Giappone in mio possesso, una guida turistica del 1974, venga rimarcata un'uguale critica; si loda l'economia in decollo, ma non si comprende ancora questo “fanatico attaccamento”.
D'altronde, dagli anni di Fukuyama e dal termine della storia col suo pinnacolo negli Stati Uniti (sic) non ci si può aspettare nulla di diverso. Semplicemente non si comprende che qualcuno vorrebbe avere gusti e interessi diversi, da quelli atlantico-occidentali.



Terza osservazione, pur con le rimostranze prima espresse, alcune testimonianze scritte degli americani in visita sono notevoli, per capacità di carpe diem e sublime architettonico.
Ne riporto forse la più incisiva, per chiudere in bellezza l'articolo:

Abituato com'ero alle stanze piene di mobili, sia in Occidente sia nel decadente splendore delle vecchie dimore di Pechino dove avevo vissuto i precedenti quattro anni, questa stanza mi apparve come qualcosa di totalmente diverso. Sapevo, naturalmente, dalle fotografie come era una stanza giapponese. Ciò che non avevo recepito nelle fotografie era la perfezione dei particolari, la levigatezza del legno lavorato, lo splendore dello sbalzo laccato del tokonoma, o il sottile gioco delle venature del legno nelle assicelle del soffitto.

Fu allora che guardai l'angolo vicino al tokonoma, il punto in cui il pavimento e due muri si incontravano. Mille volte mi era capitato nella mia vita di osservare degli angoli, senza trovarci alcunché d'interessante, giustamente, e non ero quindi preparato allo shock che mi produceva in quel momento la perfezione di quello che stavo vedendo.

Mi alzai per guardare più da vicino e rimasi lì stupefatto a fissare. Era la congiunzione essenziale di tre piani ad angolo retto l'uno con l'altro, il piano del pavimento di legno pulito a specchio, e le due pareti di argilla ben levigata e dipinta in un marrone tendente al verde (anni dopo avrei scoperto che in Giappone le pareti più belle venivano ottenute con il limo che si trova sul fondo delle risaie coltivate da molto tempo). Quell'angolo, fatto alla perfezione, era anche perfettamente pulito.
Nel punto in cui i tre piani si intersecavano, non una particella di qualsiasi cosa, neppure di polvere, guastava la precisione a filo di coltello del lavoro di falegnameria.

Quel semplice angolo, per leggi naturali né più grande né più piccolo né geometricamente diverso in alcun modo da qualsiasi angolo del mondo, mi aveva mostrato tuttavia che esisteva in Giappone, malgrado la guerra e la sconfitta, una viva tradizione della qualità che non aveva pari sulla Terra.
In quel momento ebbi la certezza che un giorno sarei ritornato.
(David Kidd, emerito direttore della Scuola d'Arte Giapponese Tradizionale di Oomoto, collezionista, scrittore, educatore).

giovedì 19 giugno 2014

La piovra nella cultura giapponese (e non solo)


Quest'articolo vorrebbe essere una veloce carrellata del ruolo dell'Octopus, o meglio in italiano del “polpo”, all'interno della storia dell'arte, con particolare riferimento al Giappone e in secondo luogo all'Europa nell'Ottocento. Potreste considerarlo un collage d'immagini che spaziano in più campi e sareste perfettamente nel giusto. Non m'interessa scrivere un saggio – tanto non lo leggereste – ma piuttosto rintracciare un filo rosso tra diverse raffigurazioni.

Molto dello sforzo non è mio, ma di diversi blog inglesi, a cui pago tributo nelle fonti in fondo all'articolo. Inoltre, per quanto sia benissimo consapevole delle differenze tra octopus/ piovra/ polipo ho scelto di usarli come sinonimi, altrimenti l'articolo diventava ridondante. 
Diciamo che parliamo di tentacoli umidi, curiosi e appiccicaticci. Non me ne vogliano i biologi marini.

La piovra (o meglio l'octopus) è sempre stato un simbolo popolare per indicare la rapacità della grande finanza, o del regime tirannico che opprime i piccoli popoli. L'idea del grande male finanziario che strozza e annichilisce l'individuo è un classico; costituisce per così dire la satira della “mano invisibile del mercato” tanto diffusa e potente da diventare groviglio di tentacoli avidi.

In questo caso, l'octopus rappresenta la Standard Oil, che stritola con un primo tentacolo Capitol Hill, con un secondo stringe un'altra State Capitol mentre con il terzo si fa strada verso la Casa Bianca. Altri tentacoli in lontananza fanno a pezzi mercati stranieri mentre in primo piano un buffo gruppetto di uomini d'affari americani in vestito bianco si dimena nella terribile stretta.



In questo caso, invece, la piovra è un simbolo del popolo slavo in lotta contro la tirannide Zarista. La piovra rappresenta dunque l'imperialismo moderno, a cui si contrappone la figura romantica di un uomo medievale con un'affilata ascia nelle braccia nerborute. I diversi nomi sui tentacoli sono le caratteristiche del regime zarista, che nella Russia d'inizio Novecento non erano abilmente mascherate come nei regimi liberali europei e oltreoceano.



La Francia intrappolata dalla piovra.
La testa “pensante” della piovra rappresenta un ufficiale di alto grado francese, forse il generale Boisdeffre o il generale Gonse. Veste un cappello piumato con la scritta “Militarismo”. A ogni braccio della piovra, saldamente fissa su Parigi, corrispondono una diversa etichetta: il tentacolo “Corruzione” stringe il petto di una fanciulla con la Bilancia (Giustizia); il tentacolo “Assassinio” fa svenire la fanciulla “Onore”; due ufficiali militari, Albert Piquard e un certo Alfred Dreyfus si dibattono inermi nella terribile morsa del “Tradimento” e del “Disonore”. 
Unico a combattere ancora è Zolà, lo scrittore dagli occhialetti tondi, che punzecchia il tentacolo con una penna acuminata “Ti accuso!”.


Ario Maru stava passeggiando sulla spiaggia, perso nei propri pensieri, diretto a Kikai-jima alla ricerca del suo maestro in esilio Shunkan, quando venne attaccato da una piovra gigante. 
O almeno così dice la leggenda. Stampa di Kuniyoshi (datata al 1833-35)



E' assai probabile che il disegno di Kuniyoshi abbia ispirato nel 1806 un'illustrazione di Toyohiro (1773-1828). Una gigantesca piovra con grossi occhi sporgenti sta assalendo una nave piena di passeggeri spaventati. L'intrepido Ario Maru è l'unico ad alzare intrepido la spada per mozzar via il tentacolo del mostro più vicino. L'esempio viene dalla collezione della Waseda University.



Una piovra attacca proditoriamente un bambino che da piccolo Ercole si divincola nella terribile morsa. Stampa di Koryusai del 1772. Dalla Mead Art Museums a Amherst, Mass.



Una piovra strangola un pescatore di perle nella Baia di Shido, da una serie di schizzi di Yoshitoshi (1839-1892) del 1882.



Un esempio su questa tematica compare già nel 1773-74. 
Mostra una gigantesca piovra che cerca un appiccicoso Hug da una pescatrice di perle alquanto carina. Stampa della collezione del Los Angeles County Museum of Art.



Questa è forse l'immagine più famosa di Hokusai.
Una nuotatrice viene assalita da due polipi: il più grande l'attacca alle gambe, il secondo, più piccolo, la bacia. Non è la mia stampa preferita e devo ammettere che almeno per me è un tantino disgustosa; anche se stando a chi conosce il giapponese la descrizione è piuttosto esplicita... 
Con tanto di risucchi e rumori onomatopeici.




Tra i tanti noiosi divieti che opprimono al vita di un monaco buddista, non dobbiamo dimenticare il divieto di mangiare carne (o pesce, o altri esseri viventi). Tuttavia, con un certo voltafaccia, Ikkyu Sojun (1349-1481) scrisse una volta, riferendosi alla bontà di mangiare un polpo:

“Tantissime braccia, come la Dea Kammon; sacrificato per me, guarnito con cedro, ti riverisco altrettanto! Il gusto del mare, a dir poco divino! Mi dispiace, Budda, questo è un altro precetto che non posso tenere.”

Il caso di Ikkyu non è solo il caso di un buddista devoto che aveva deciso di mangiare un octopus, ma è direttamente collegato a un episodio moraleggiante: 

“Un giorno, la madre di Zenko cadde gravemente malata. 
Disse al figlio che sarebbe potuta guarire solo mangiando carne di polpo. 
Essendo un monaco buddista, Zenko non poteva mangiare esseri viventi, ma decise di rompere i suoi voti per andare incontro al bisogno della madre. Alcuni dei paesani del luogo videro Zenko acquistare un polpo da un pescatore e lo rimproverarono. Quando Zenko allora si mise a pregare Yakushi invocando un aiuto, il polpo si trasformò in una serie completa di otto pergamene sutra, dalle cui pieghe uscivano mirabili raggi di luce che andavano in ogni direzione. I paesani che avevano criticato Zenko si misero tutti a elevare grandi preghiere e abbassarono le proprie mani insieme in onore del Budda Yakushi. Quando nominarono il nome di Yakushi, le pergamene miracolosamente si (ri)trasformarono nel polpo, che subito saltò nello stagno del Tempio; il polpo si trasformò poi in Yakushi stesso, che emanò una luce azzurra del colore dei lapislazzuli. Quando la luce colpì la madre di Zenko, questa guarì immediatamente. 
Da quel momento in poi, Eifukuji diventò ovunque famoso come il Tempio del Polpo Yakushi.”

La storiella proviene dal testo “Medicine Master Buddha: The Iconic Worship of Yakushi in Heian Japan”. Trappole per polpi – Sogni fluttuanti sotto la luna d'estate.


Minuscolo oggetto d'avorio collegato a una poesia di Basho composta nel 1688. 
Basho compose questo poema nell'aprile del 1688, e lo pubblicò nelle “Backpack Notes”.
Le trappole per i polpi vennero preparate nel pomeriggio e alzate la mattina seguente, dopo che le piovre c'erano finite dentro. Gli octopus nei vasi – che stanno chiaramente a simboleggiare le truppe del Clan Heicke che furono massacrate su quelle spiagge alla fine del XII secolo e i cui fantasmi apparvero in seguito davanti al viaggiatore nell'opera “Backpack Notes” – stanno avendo “sogni fluttuanti” non sapendo che stanno per essere raccolti e uccisi. Allo stesso modo infatti le truppe del clan vennero uccise sulla spiaggia, scoperte addormentate nel loro accampamento. Basho giustappone la “luna estiva” (natsu no tsuki) che la tradizione classica riteneva tanto breve quanto la notte estiva e che associavano all'effimero, con la trappole per polpi (takotsubo), una parola “bassa”, del dialetto del luogo, rinnovando così il tema della transitorietà della vita. Il poema intendeva essere sia umoristico che triste al tempo stesso.

Kuniyoshi divenne famoso con i suoi disegni di prodi guerrieri.
Una serie in particolare appare chiaramente ispirata, se non plagiata, da una delle maggiori opere cinesi, I Briganti (Suikoden). Un tipico classico cinese di banditi adorabili mascalzoni che combattono un potere tirannico. In questo caso Kuniyoshi non segue la storia cinese del tutto fedelmente, in quanto nella versione originale solo uno dei banditi cinesi era tatuato – in questo caso invece lo sono tutti! Molto probabilmente si può dire che Kuniyoshi “giapanizzò” la leggenda cinese.


Nel disegno in questione l'uomo ha un tatuaggio sulla spalla sinistra, che raffigura una piovra che lotta contro l'attacco di un grosso calamaro. Sulla parte sinistra del petto si può inoltre scorgere il tatuaggio di un'aragosta.

Illustrazione di Kyosai (1831-89) proveniente dal primo volume del romanzo di Robun, pubblicato nel 1872. Il Reverendo Octopus predica ai Pesci:
“Consapevoli che c'era una modernizzazione in corso sulla terraferma, i pesci hanno deciso di rendere moderno anche il loro mondo. L'Octopus predica su come arrivare a ciò.”



Illustrazione presa dal pannello centrale di un trittico che mostra un gruppo che recita ben 1,000,000 preghiere attorno a un gigantesco octopus. La piovra in questione rappresenta lo smidollato governo Tokugawa, mentre il corpo avvolto dalle fiamme di fronte all'octopus è l'assassinato Li Naosuke. Vicino al cadavere, il Ronin Mito che aveva attaccato Li viene ritratto con in mano un ventaglio con sopra scritto “colpo diretto”.
Informazioni prese da Comic Genius: Kawanabe Kyosai, pag. 188.



Ritorniamo a Kuniyoshi, artista che riusciva a essere prolifico, senza tuttavia abbassare mai l'altissima qualità dello stile. In questo caso abbiamo una piovra gigante che lotta contro un orso. L'arbitro del “ring” è un Tombo, un tipo di libellula, tradizionale simbolo del Giappone.



Polipi che giocano. – Stampa giapponese di Kuniyoshi della collezione del British Museums.
Scrive Timothy Clark al riguardo:

“ Gli octopus imitano i giochi degli umani usando foglie da piante di patata come ombrelli, armi e altri oggetti. Sono ritratti con nasi camusi e occhi sporgenti che sono fissi in un'espressione accigliata alquanto comica. Kuniyoshi non ha altre intenzioni che far ridere gli spettatori, anche se non si può non ammirare l'economia di linee e al contempo l'energia del disegno. Vengono rappresentate cinque diverse scene: un acrobata con un musicista e un annunciatore; il duello tra Benkei e Ushikawa; un mercante di strada che vende dolci a dei bambini, una danza e un giudice di Sumo con alcuni lottatori.”



Uno dei sette Dei propiziatori travestito da polpo – Scrive a questo proposito Mock Joya:

“Racconti popolari e stampe presentano Tako come una figura grottesca con un'espressione imbronciata e un hachimaki (una bandana di tessuto) avvolta intorno alla testa colorata di rosso. Danza tenendo un ventaglio con una delle otto gambe. Dall'immagine del Tako “danzante” deriva il termine di uso comune Tako-nyudo, usato per riferirsi scherzosamente alle persone calve.”


Quali altri collegamenti vi vengono in mente?
Ci sarebbe tutto il mondo del cinema, da toccare... Il Kraken, i pirati dei Caraibi... 
Per non parlare della raffigurazione invece occidentale della Piovra e delle creature marine mostruose... 
E che dire del Doodle di Google, che qualche giorno fa mostrava un allegro polipo che doveva scegliere alla vittoria dei Mondiali?
E i romanzi? Ventimila leghe sotto i mari, di cui il capitolo dell'attacco della piovra al Nautilus era quello che più impressionava i giapponesi (non a caso...) .
Imbracciamo la scure e difendiamo il vascello dai tentacoli, presto! ^___^

Fonti:
Il blog da cui ho preso (e tradotto: faticaccia!) parte dell'itinerario è Vegder's Blog- Octopi Wall Street. Il blog è pieno di articoli interessantissimi, se vi piacciono stampe giapponesi e mitologie varie. I've taken all the images and most of the information from the excellent site Vegder's Blog, a wonderful place for any Japan addict.