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mercoledì 4 marzo 2020

"Queho", l'uomo nero dell'Ovest. Christian Sartirana svela l'orrido volto del West


La pulp(osa) cover
I primi anni del Novecento segnano la fine dell'eterna frontiera del West, di quel mondo popolato di cowboy e ranch, sceriffi e saloon, pellerossa e giubbe blu. Quello spazio un tempo così gigantesco rimpicciolisce nei recinti di filo spinato dei mandriani, viene divorato dalle traversine dei treni, di un progresso urbano e tecnologico che non conosce sosta.
Il sogno allora imputridisce, svela un orrido volto nascosto di violenze e massacri, truffe e sfruttamento. In questo mondo al calare della notte si svolge il romanzo breve di “Queho”, autoprodotto dallo scrittore Christian Sartirana, già recensito per quel gioiello horror di “Ipnagogica”.

La piccola cittadina di White Crow, sulle sponde del Colorado, è solo in apparenza tranquilla.
In realtà, al di sotto di una patina di normalità, si agitano diverse minacce.
Un gigante indiano - “Queho” - terrorizza i vicini paesi con uccisioni e violenze; secondo i racconti, è un gigante di due metri con una doppia fila di denti e una pellaccia inghiotti-piombo.
Ma queste storie, raccontate dalla prosperosa proprietaria del saloon, Janet Purcell, interessano poco all'allevatore Leonard Cunningham. L'uomo infatti da tempo vede i propri amati cavalli morire uno dietro l'altro per una misteriosa pestilenza: una muffa verdastra che li corrode fino a lasciarne un cadavere putrescente. Una malattia che reputa inquietante, ma della quale non immagina le (fantascientifiche) conseguenze...

sabato 24 agosto 2019

Go east, young man! Cronache di viaggio: Praga-Bratislava-Vienna


Quando si scrive una frase, è la maiuscola dell'iniziale a conferire forza, vigore, carattere.
L'inizio influenza l'intero periodo, lo determina, lo plasma: tutte le altre parole gli rimangono subordinate. Questo vale all'identico modo per la storia dei popoli o per le relazioni tra gli individui. Come annota il filosofo Alain de Benoist, “Dopo, ci si accontenta di sfruttare, con sempre minor forza, quel che costituiva questo cominciamento”. Un ragionamento che funziona particolarmente bene quando applicato alla storia delle rivoluzioni: basti pensare alla Francia con il 1789; agli Stati Uniti con il 1776; e così via. Voler rivivere l'evento storico, l'emozione di questo primo momento porta a esiti tragici, grotteschi: all'arroganza degli ex sessantottini, alle milizie libertarie negli States, al culto di un passato ormai passato. Al contrario, nella storia, così come nella vita, bisognerebbe re-iniziare senza voler recuperare a ogni costo il sentimento della prima volta.
L'inizio conta; nient'altro.

E da quale pulpito la predica, considerando come proprio io ci sia cascato qualche settimana fa, quando mi sono recato in Europa centro-orientale. Io e la mia fiancee volevamo da tanto fare un viaggio visitando tre città della Mitteleuropa con i biglietti dell'Interflix. 
E non appena il pensiero è volato alle lande del centro-est Europa, un nome mi è balzato alle labbra. Praga! Volevo assolutamente tornare a Praga. Oramai erano passati cinque anni da quando mi ero recato nella bella capitale della Repubblica Ceca; e nonostante fossero stati pochi giorni, mi era rimasta indelebilmente impressa nel cuore. 
Eppure qui ho commesso l'errore che lamentavo: voler cercare di rivivere la sensazione dell'inizio, invece che ricercare qualcosa di nuovo. Così nella realtà – mentre camminavo mano nella mano con la mia dolce metà tra le strade acciottolate di Praga – continuavo a cercare i segni di quella città vissuta ormai cinque anni orsono. Senza trovarli. Volevo respirare l'atmosfera del primo viaggio, ma presto mi ritrovai cianotico. 
Un'altra città sul tracciato mi destò simili sentimenti: Vienna. Non l'avevo mai visitata, ma dopo quasi due anni a studiare un archivio di un italiano residente a Vienna – Filippo Zamboni – tra il 1875 e il 1914, avevo una chiara immagine della città. Sapevo dei suoi caffè, dei suoi ristoranti, dei suoi tram, dei suoi giardini: solo però dalla peculiare prospettiva di un secolo prima. Pure qui volevo rivivere un'atmosfera che percepivo aver già vissuto... Ma stavolta nelle carte dell'archivio del Civico Museo di Storia Patria. Non è la prima volta che rifletto come studiare un archivio sia un'esperienza simile a quella del viaggio, con l'eccezione che attraversi il tempo invece dello spazio. La mia Vienna mentale in ogni caso non corrispondeva alla Vienna reale e per quanto me lo aspettassi... Well, that was a disappointment.
E in tutto questo, io e la mia compagna avevamo scelto una stazione intermedia, che ci lasciava incerti: Bratislava, in Slovacchia. Come sempre, non avendo aspettative su questa piccola capitale dell'orgoglioso popolo slovacco, siamo rimasti piacevolmente sorpresi.

Che sia Trieste o Bratislava, non si sfugge a Maria Teresa d'Austria (giardini presidenziali)

martedì 24 aprile 2018

Dungeons & Dragons non è mai esistito


Quando andavo alla scuola media, rimasi affascinato, nella sezione adulti della biblioteca popolare di Trieste, da una lunga fila di manuali riccamente illustrati e rilegati, ciascuno del peso di un dizionario di latino: si trattava dell'edizione del '2000 di Dungeons&Dragons 3.5, Wizards of the Coast. 
Una serie di titoli enigmatici: Manuale del Giocatore, Manuale dei Mostri, Guida del Dungeon Master.
Mi sono spesso chiesto quale utente della biblioteca abbia approfittato del sistema di richiesta dei libri per ordinare questi giochi di ruolo, oltre a D&D, un'estesa linea di volumi di vampiri e licantropi della White Wolf, “Mondo di tenebra”. 
Li presi a prestito – nonostante la disapprovazione della bibliotecaria – e ci trascorsi un interessante fine settimana. 
Avevo forse dodici? Tredici anni?
L'odore della carta, le illustrazioni, il layout con la pergamena in trasparenza... una quantità di particolari al limite dell'autismo, che tuttavia non detraeva dall'incomprensibilità delle regole.
Letteralmente non capivo come si giocava. 
Avevo afferrato il concetto: master come arbitro, manuale per i giocatori, mostri da cui attingere per i dungeon. Le meccaniche tuttavia erano confuse, si saltava da un argomento all'altro, non si capiva da dove iniziare. Dal semplice manuale non c'era una guida passo per passo, ma una sorta di confusa enciclopedia. Nello stesso periodo giocavo a Warhammer Fantasy VI edizione, ero abituato a tabelle, schemi, liste, punteggi... eppure questi manuali mi suonavano astrusi quanto il peggiore problema di matematica. 
Anni dopo, alle Superiori, giocai a D&D, anche se non sono mai stato un “vero” giocatore di ruolo, preferendo sempre i wargames con miniature, sebbene abbia sempre conservato del ruolo il nocciolo della storia e del background. 

lunedì 5 febbraio 2018

Il virtuoso della realtà virtuale


E' usuale pensare per chi non ha mai usato il mercato dell'usato, che si trovino occasioni e offerte al di là di ogni realistica previsione. Libri antichi gettati nella spazzatura. Grimori antichi smarriti sugli scaffali a un euro. Lampade magiche. Tappeti volanti. Venditori onesti.
Ora, non ho idea sul mercato dell'oggettistica. 
Sono solo un povero blogger che dalle superiori all'università passa molto del suo tempo nelle rigatterie alla ricerca di libri interessanti. So ad esempio che gli abiti, ammesso e non concesso che siano convenienti, risultano spesso impraticabili, perché sempre troppo piccoli, troppo stretti, troppo angusti. Avevo un collega che amava indossare vestiti degli anni '50 e pur essendo di corporatura, altezza e peso nella media, falliva nell'indossare più della metà degli abiti che trovava. Dal 1950 in giù, l'essere umano era uno gnomo, un nano macilento. Basti guardare le foto dei soldati inglesi nella seconda guerra mondiale: una vasta parata di tisici, di facce esangui, di dita scheletriche, di mustacchi spelacchiati. I corpi cambiano a seconda dei decenni, è un dato da considerare con attenzione tanto nello studio quanto nella ricostruzione di film e romanzi. 
E i libri. Oh, i libri. La quantità di libri in arrivo nelle rigatterie supera di gran lunga qualsiasi livello di assorbimento del lettore più inveterato. Migliaia su migliaia di tascabili. Colonne di Harmony. Scaffali su scaffali accatastati di manuali di medicina degli anni '60, di politologia sovietica degli anni '70/'80 e di gossip e tormentoni politici del secondo dopoguerra di scarso interesse allora e di nessuno oggigiorno. Testi già vecchi in partenza, buoni solo l'innesco del focolare.
Si trovano ovviamente gemme e curiosità rare, sfuggite all'aumento di prezzo del rigattiere, mimetizzati nell'intersezione tra il romanzo americano “più venduto negli ultimi dieci anni” e ora dimenticato e l'ennesima auto produzione italiana tutta vanagloria e niente sostanza. Ho acquistato saggi di storia a un euro altrimenti fuori produzione e disponibili solo in biblioteca, così come ho trovato a poco meno di tre euro “Il Corvo” nella prima traduzione italiana di fine anni '90. Sono certo buoni affari, ma solo perchè si è personalmente interessati; non si tratta di un'oggettiva qualità rivendibile.

venerdì 1 dicembre 2017

Il caso Weinstein nel 2017 e "I Peccati di Hollywood" nel 1922


In seguito allo scandalo Weinstein e alla catena di accuse e contro accuse che sono seguite, mi è tornato alla mente il dimenticato romanzo “Il Canyon delle Ombre”, di Clive Barker.
Uno dei suoi ultimi (e corposi) romanzi prima del grande silenzio, il Canyon è prima di tutto un'opera horror, ma in secondo luogo è una satira verso Hollywood tanto aguzza che bisogna leggerlo con cautela – onde non sanguinare sul tappeto, tanto taglienti sono alcune situazioni, alcuni dialoghi.
Un Barker già malaticcio vomita tutto il suo livore verso la Città degli Angeli con una storia di fantasia, che tuttavia chiaramente attinge dalle sue esperienze come regista e sceneggiatore dagli anni '80 fino ai primi '2000.

Todd Pickett, un attore sulla via del tramonto, spera di riconquistare i suoi fan con un'operazione chirurgica al viso, che gli dovrebbe ridare i vent'anni persi da tempo. 
Un imprevisto lo lascia orribilmente mutilato e lo sospinge a rinchiudersi sempre di più nella sua villa anni Venti, dove scopre un mosaico medievale trasportato dall'ex proprietaria. 
La villa era infatti di proprietà di una star degli anni ruggenti, in quel periodo dalla grande guerra al 1929 di maggiore fama e decadenza di Hollywood.

Il romanzo in sé si trascina tra lungaggini e digressioni. 
Lo stesso Barker lo ammette, quando a proposito di “Vangeli di Sangue”, scrive di non aver voluto stavolta scrivere un polpettone, memore dei suoi ultimi lavori ai primi '2000, tra i quali per l'appunto “Il Canyon delle Ombre”.
Tuttavia il romanzo è interessante, perchè Barker scrive di attrici violentate, di contratti infernali, di Oscar di sangue: tutto fuori dalle righe, tutto “demagogico” per i lettori... salvo poi constatare a quindici anni di distanza, che sì, quel mondo horrorifico descritto da Barker non era affatto così esagerato. Anzi, a confronto con quanto si va scoprendo, tra Weinstein e Kevin Spacey, viene da pensare con nostalgia ai mostri e alle invenzioni soprannaturali di Barker.
Sarebbe interessante rileggere “Il Canyon delle Ombre” alla luce delle ultime news, per leggervi in filigrana l'accusa di Barker a Hollywood.


mercoledì 18 ottobre 2017

Laurea magistrale!


Allora... dove eravamo rimasti?

Non avevo intenzione di abbandonare il blog per così tanto tempo (tre settimane!), ma dalla seconda metà di settembre sono rimasto impegnato a correggere i capitoli della Tesi magistrale. Speravo di alternare la correzione a sporadici aggiornamenti sul blog, ma le doppie correzioni della relatrice e del correlatore sono arrivate nell'arco di pochi giorni... e complice l'ansia per il discorso di laurea magistrale, per le procedure burocratiche, per la stampa in copisteria, ecc ecc. Non ero davvero nelle condizioni di mettermi a scrivere per il blog, o aggiornare i social.


venerdì 8 settembre 2017

Alan Moore su Trump, la magia e tante altre cose


Alan Moore recentemente è stato intervistato dalla televisione francese, con una miniserie di otto video, dove nell'arco di pochi minuti riassume le sue posizioni e le sue riflessioni sul mondo, la politica, il cinema e ovviamente, la magia. Come H. P. Lovecraft, Alan Moore è quel genere di scrittore che trovo interessante tanto – se non a volte di più – delle sue opere. Ormai mi è impossibile capire se ho anch'io le sue stesse opinioni perchè la penso allo stesso modo, o semplicemente perchè l'ho talmente letto e ascoltato che l'ho interiorizzato e lo ripeto a memoria (!).
Ad ogni modo, visto che la trasmissione è in inglese con sottotitoli in francese, ho pensato di tradurla per mio conto e pubblicarla qui; ovviamente non è tutto e alcune espressioni mi erano indecifrabili. Consiglio, as usual, di rivolgersi alla versione originale, che è anche bene diretta. I francesi hanno una cultura in campo popolare invidiabile – saranno una manica di arroganti in altri campi, ma nell'arte e nella scrittura non li posso che invidiare.


lunedì 15 maggio 2017

La Maria Teresa di Paolo Mieli, a 300 anni dalla nascita


Lo scorso sabato si è svolta la conferenza “Ritratto di Maria Teresa d'Austria”, una veloce lectio del professore Paolo Mieli presso la Stazione Marittima. Quest'anno infatti ricorre il 300' dalla nascita dell'Imperatrice, un'occasione concorde con lo speciale legame degli Asburgo con Trieste. 

Dopo aver constatato con soddisfazione che io e miei colleghi della sezione giovani di Italia Nostra avevamo drasticamente abbassato l'età media in sala, saldamente sui settanta/ottant'anni, la conferenza è partita senza tanti preamboli, anche se la “puntualità austroungarica” rimarcata dall'introduzione era in flagrante contraddizione con il quarto d'ora di effettivo ritardo. Oh, well...

La conferenza, della durata di circa un'ora, un'ora e mezza se consideriamo il tempo di due domande spunte, è risultata piuttosto altalenante. 


lunedì 26 settembre 2016

Per uno stile di vita Biedermeier

So che con questo articolo sembrerò una persona ancora più vecchia nell'animo di quanto già non sembro normalmente, ma con diverse ore di studio alle spalle (o meglio, in testa) mi risulterà inevitabile. Sono come quel vecchio alla fermata del tram che proprio non resiste a raccontarvi quella sua storiella tanto importante. Gettategli qualche euro per starvene in pace.

Qualche settimana fa, discutendo sul mio (pseudo) luogo di lavoro, una collega elencava quanto a suo giudizio erano le cose-da-fare prima di raggiungere i quarant'anni. Viaggi, innanzitutto; e poi attività spericolate-ma-non-troppo, dall'immersione nella gabbia con gli squali al bungee jumping.
Mi dev'essere sfuggito allora uno sbadiglio e non solo perchè stavo cercando di studiare un testo tanto filo americano che sentivo la mia camicia colorarsi a stelle e strisce. No, sbadigliavo anche perchè ritenevo che fosse una lista di attività sì pericolose, eppure anche così... borghesi?
Il pericolo c'era, ma diluito a tal punto da risultare addomesticato, gestibile. Un brivido, nulla di più.
E non voglio certo dire che non ci voglia coraggio a nuotare tra gli squali, anzi il sottoscritto non sapendo nuotare affatto, probabilmente si spaventerebbe anche solo all'idea di immergersi in qualcosa di più della vasca da bagno casalinga. Quindi tanto di cappello, suppongo. Eppure, all'idea stessa di compilare una list of things to do prima di diventare “vecchi” mi sentivo schifato. Non erano vere attività, come non erano vere esperienze; si trattava piuttosto di cogliere un attimo particolare e consumarlo. Elencare le cose da fare trasmetteva un'idea di lista della spesa, di consumo generalizzato, in diretto contrasto con il lessico usato.
Da un lato, le solite cazzate buddiste/spiritualiste: cibo per l'anima, rigenerazione interiore, un'esperienza dell'animo ecc ecc
Dall'altro, un'attività programmata e preparata nel dettaglio, un oggetto-esperienza da consumare seduta stante. Solo in una società che quantifica tutto e tutti instancabilmente, sarebbe stato possibile arrivare a un simile combinazione di fattori:
  • Qualcosa d'impalpabile come “un'esperienza” vendibile attraverso un'attività.
  • Un'attività unica e irripetibile venduta con un suo programma predefinito, un suo listino e costo, una sua descrizione in dettaglio.
  • Un servizio a pagamento – perchè di questo discutiamo – presentato nemmeno come un'attività, ma come un'esperienza e per di più un'esperienza spirituale.
Già Slavoj Zizek lamentava giustamente come il consumismo moderno, non pago di avere un consumatore, pretende persino di avere un consumatore che non badi a ciò che compera, che lo consumi con disprezzo zen. Non basta che si comperi un oggetto e non si possa star bene senza averlo comprato; ma nella fase successiva all'acquisto occorre negare ogni attaccamento, considerarlo spazzatura, robetta poco importante. Insomma, perdiamo così persino la figura dell'accaparratore, materialista geloso e possessivo verso quanto acquista.

lunedì 12 settembre 2016

Dopo la marcia, la carica: Radetzky rivisto.


La classe intellettuale (la lobby intellettuale?) possiede sempre un set fisso di eroi e personaggi che vorrebbe che il “popolo” studiasse e idolatrasse, che variano a seconda del periodo storico e della classe dirigente.
 Attualmente, la storia sembra partire dal secondo dopoguerra e concentrare ogni suo eroe nei movimenti di emancipazione e lotta civile tra i '60 e i '70. La parola eroe viene rimpiazzata dall'attivista per i diritti umani e la gallery di eroi, pardon attivisti, si colora di personaggi passivi che s'immolano per i diritti di ristrette minoranze.
Durante la Restaurazione, la storia proiettava un raggio glorioso sull'ancient regime e sulle monarchie, contrapposte al terrore giacobino e alla tirannia di Napoleone. Gli eroi erano i martiri passivi trucidati dalla Rivoluzione e i generali e i re che avevano sconfitto Napoleone, principalmente inglesi come Wellington e Nelson.
Ovviamente, quanto gli intellettuali vogliono e il popolo desidera, è tutt'altra cosa. Nessuno ricorda per davvero gli eroi in salsa liberal del '60, come nessuno ricordava per davvero nel 1820 Napoleone come un “tiranno”. Al contrario, fin dai primissimi anni, il personaggio di Bonaparte conobbe un'immensa popolarità, una fama che resiste tutt'ora caparbia ai revisionisti, ai monarchici, ai liberali, ai pacifisti: Napoleone è, piaccia o meno, ancora un personaggio storico positivo.
Se si domanda a un ragazzino chi è Wellington, difficilmente saprà rispondere. 
Ma il Bonaparte? Egli mantiene un'aura grandiosa, impossibile da dissipare.
E' quella che chiamo la “vitalità” dei personaggi storici: alcuni sembrano destinati a scomparire, altri riemergono nei modi e nelle finalità più inaspettate. E ovviamente c'è uno scontro (odio?) tra chi i giornalisti e i demagoghi della classe dirigente vorrebbero “famosi” e chi invece ricorda e preferisce la gente. I sondaggi in Russia che rivalutano Stalin e Breznev tra larghe fasce della popolazione, o l'attaccamento verso eroi, pardon attivisti, come Snowden o Manning, ritenuti pirati, “pericolosi” idealisti, ladri di informazioni “segrete”.
E Radetzky? L'austriaco generale è un esempio di strategia di sopravvivenza al suo massimo livello, l'equivalente di un trilobita nel campo della storia. Un uomo dalla parte dell'Austria, un generale, corpacciuto e conservatore, che combatté in un anno, come il 1848, che vedo dimenticato persino dagli insegnanti delle Superiori. Eppure il trilobita Radetzky si fa ancora strada non sui libri, non sui giornali, ma sulla televisione: il primo dell'anno è La Marcia di Radetzky a erompere dallo schermo, in un inno che non ha nulla, assolutamente nulla di moderno.
E' Radetzky, cazzuto e semplice.
Certo, è Strauss, è Vienna... eppure non sarebbe così strano che di tempi così progressisti, tecnologici, fissati col nuovo si scegliesse qualcosa di più “chic”, più adatto.

venerdì 12 febbraio 2016

L'inganno fotografico del Giappone Meiji


La fotografia inganna, perchè ancor più della pittura, si propone di imitare la realtà, di rappresentarla come forma fedele e convincente. Un'imitazione, la fotografia vorrebbe fermare in un istante il reale, “fotografarlo” per l'appunto nella sua concretezza.
Pretese ingenue, tranne che per le anime semplici.
La pittura di un quadro raffigurante una scena realmente esistente, posta sotto gli occhi del pittore, mettiamo un ritratto, è in realtà un'operazione chimica. Il pittore dipinge le fattezze dell'uomo/donna ritratto registrando con l'uso del pennello e dei colori la disposizione della luce. L'apparato oculo-visivo registra uno certo spettro di colori, che altro non sono una variazione di luci. Attraverso questo spettro di colori, questa disposizione della luce “vediamo” la figura, riconosciamo l'esistenza di un oggetto, o in questo caso un essere umano. Il ritratto “realistico” registra queste impressioni della luce ritrasmettendole sulla tela. In tal senso, scrivevo di operazione chimica. Il quadro è un imitazione, in questo ristretto ambito dell'arte, di quanto vediamo, dell'operazione di codifica compiuto dal nostro apparato visivo.
E' tanto diversa, la fotografia, se ci riflettiamo attentamente? 
Invece che una tela, c'è una pellicola fotosensibile che registra al click del nostro otturatore una certa disposizione della luce che corrisponde a quanto definiamo “fotografia”, che altro non è che un'immagine.
Come con il ritratto, però, la fotografia non è per forza una copia attendibile della realtà. Un ritratto commissionato da una figura di rilievo può venire migliorato, un mecenate può chiedere che quel suo brutto naso venga raddrizzato dalla “magia” del pennello, o che scompaia quel brufolo sulla guancia ecc ecc La fotografia non offre, contrariamente a quanto si pensa, maggiore affidabilità. Senza citare photoshop, o nel '900 le grossolane opere di falsificazione dei vari governi totalitari, la fotografia è sempre parziale. Lo zoom, l'angolatura dell'apparecchio e le richieste di mettersi in posa al soggetto – anche solo il “cheese!” tradizionale – sono inganni della presunta “affidabilità” della fotografia. Ci si aspetta un certo risultato dalla macchina fotografica e si chiede alla realtà (il soggetto ritratto) di aiutarci a raggiungerlo.

Usare la fotografia come documento storico non è pertanto così ovvio come potrebbe sembrare. Specie nell'Ottocento e nei primi del Novecento, la delicatezza delle macchine e il costo della procedura rendevano l'affare fotografico particolarmente delicato. Non solo nei ritratti di famiglia, ma anche nelle foto di “vissuto” quotidiano occorre considerare che erano sempre scene in posa, accuratamente studiate e richieste. Non c'è in altre parole naturalezza, nella fotografia del XIX secolo: c'era sempre un fine dichiarato, un'ideologia ben precisa. Questa può essere tanto banale quanto becera, che si spazi dalle foto ricordo prima di partire per la guerra, alle foto politiche o alle prime foto pornografiche. Quelle che spesso sembrano le foto “naturali” sono spesso ricreate in studio, attraverso complicati procedimenti.
Va inoltre osservato che, a differenza dei governi attuali, nell'età vittoriana si capiva con acume il valore di queste nuove tecnologie e sia il loro pericolo che potenziale nei confronti delle masse.

Per quanto riguarda le foto nel Giappone dalla caduta dello Shogunato in poi, in piena età Meiji, (dal 1868 al 1906) questa considerazione va sempre tenuta a mente. Dal '60 in poi, il Giappone conosce una spettacolare modernizzazione, sia tecnologica, che politica, che militare.
Il paese era considerato per gli standard europei il modello guida per le nazioni in oriente: nel suo adottare senza compromessi la via europea, era divenuto tra gli anni '70 e '80 un'imitazione dell'Inghilterra. (1) Gli ambasciatori e i diplomatici comparavano in modo incessante i due paesi, Cina e Giappone, come due modelli antitetici: da un lato le piccole isole coraggiosamente avviate verso il futuro, dall'altro il gigante immobile e stagnante, troppo ciccione, troppo pigro per progredire. La situazione non era ovviamente così semplice, a partire da tanti fattori: il carattere di arcipelago del Giappone, la sua impenetrabilità ai commerci dell'oppio, una classe di samurai di gran lunga più flessibile dei funzionari cinesi e sopratutto l'alternativa tra Shogun e Imperatore, con la possibilità di alternare i due a seconda di quanto richiesto dal periodo storico. Se dunque la Cina ha sempre dovuto progredire con cambiamenti giganteschi, del genere “o tutto, o niente”, i pragmatici samurai sono sempre riusciti ad alternare il sostegno a una delle due figure, a seconda di quale potesse meglio guidare la nazione.



martedì 15 dicembre 2015

Laureato!


Nelle ultime settimane avevo deciso di sospendere momentaneamente gli articoli in lavorazione sul blog, dopo aver finalmente ricevuto la data della mia laurea triennale. Lunedì, dopo alcune terribili ore d'ansia mi sono finalmente laureato e considerando che ho nel frattempo completato un corso di primo soccorso, l'appellativo di “Dottore” per quanto ridicolo suona comunque bene.

Cos'ho imparato dalla mia tesi triennale di storia?

Un indizio sull'argomento (e il periodo storico) della Tesi ;) 

venerdì 23 ottobre 2015

Eleanor Cole delle Galassie Orientali, di Alessandro Forlani (Edizioni Imperium)


Nel barocco futuro del duemilacinquecento, l'umanità popola le più remote stelle della galassia.
A far da collante tra le civiltà planetarie e il vasto oceano della galassia troviamo una società di Corporazioni evoluta dalle attuali multinazionali. Compagnie commerciali grandi quanto intere nazioni e con flotte di centinaia di navi a proprio comando solcano lo spazio profondo per portare la civiltà capitalista finanche ai più retrogradi abitanti umani del più lontano asteroide della Via Lattea.
Queste Multinazionali Galattiche stringono accordi, siglano trattati, guerreggiano l'un l'altra per il possesso di una firma, di un marchio, di un logo pregiato.
Organizzate secondo una contorta parodia dell'ancient regime di Luigi XIV simboleggiano l'evoluzione terminale di quell'identiche multicorporazioni che oggigiorno appaiono già immortali: dall'Apple alla Microsoft, alla Nestlè, alla Shell, alla Farben ecc ecc
I prodotti commerciali, le pubblicità e i carillon infernali che dal secondo dopoguerra in poi ammorbano i cittadini-consumatori del globo sono per queste società del duemilacinquecento inestimabili opere d'arte. La spazzatura pop che tutt'ora s'inizia a considerare “arte” (si veda “l'amore” per il trash anni Ottanta) viene da questo neo-barocca società considerata l'apice della cultura umana.
Nobili di Logo colonizzano così pianeta dopo pianeta, ricavando ogni possibile profitto dalla vendita dei proprio “marchi” con l'ipocrita scusante di civilizzare le società isolate dei terricoli.
Le flotte corporative bombardano i pianeti colonizzati con prefabbricati e capsule di supermercati e negozi, boutique e banche, concessionarie e sale giochi, con tanto di robot o commessi in vitro pronti alla vendita nel momento dello sbarco.
Per citare il cattivo del romanzo, Sarastro, le Compagnie commerciali affrancano i coloni dei pianeti “rintronandoli di stronzate”.

martedì 15 settembre 2015

Grandezza e caduta dell'impero asburgico (1815-1918), di Alan Sked - Leggende storiografiche e spauracchi liberali



L'uomo comune che domanda consigli su cosa leggere a proposito di quel periodo storico, che sia il medioevo, il rinascimento o l'ottocento, mette sempre in crisi il saggista più disponibile.
Non esiste un manuale che riassumi in modo esauriente mille anni di storia, esattamente come non esiste un testo sintetico a sufficienza d'abbracciare il XIX secolo, o comprendere con sufficiente rigore i meccanismi del ventesimo.
Abbisognerebbe un'intera collana, e persino così si trascurerebbero inevitabilmente informazioni importanti. In linea generale, più un libro di storia è ristretto a un argomento preciso, limitato nel tempo e nel luogo, più alte sono le probabilità che sia davvero esauriente e scientifico nel trattare la materia.
Ma il più delle volte, chi chiede consigli su un buon libro sul Medioevo risulta in realtà interessato agli ultimi tre secoli, e a quell'immagine kitsch che hanno trasmesso i romanzi ottocenteschi. Esattamente come chi chiede consigli sull'età vittoriana vorrebbe leggere un saggio sull'Inghilterra nel 1880, e vi guarderebbe con disprezzo se gli consigliaste un bel testo sull'evoluzione politica della Francia post napoleone, o sull'avventura risorgimentale.

Nel caso dell'Austria-Ungheria, neppure queste aspettative vengono soddisfatte: lungi dal volersi informare su materiale saggistico, il lettore si accontenta di leggere La marcia di Radetzky e dichiararsi “esperto” di tutto le cose “austro-ungariche” senza magari neppure conoscere la battaglia di Sadowa del 1866, e perpetuando un'infinita lista di dannosi stereotipi.
Se doveste domandarmi un buon testo sull'Austria-Ungheria, io v'indirizzerei a questo Grandezza e caduta dell'Impero Asburgico 1815 – 1918 (pubblicato nel 1989), che è invece un primo step verso degli studi seri.
In seguito alla guerra fredda, numerosi storici dell'est, emigrati in America dopo la seconda guerra e ferventi anticomunisti, recuperarono lo studio della scomparsa Austria-Ungheria in chiave nostalgica.
Se gli Asburgo non fossero caduti, allora Hitler non avrebbe trionfato.
Se gli Asburgo non fossero caduti, allora Stalin non avrebbe oppresso le terre dell'Europa orientale.
Il contesto in cui scrive Alan Sked è proprio questo: ma tra gli apologeti all'epoca abbondanti, preferisce prendere un taglio più critico, e in tal senso ironizza spesso su chi difende Metternich contro Churcill, proponendo paragoni politici che ora nel ventunesimo secolo risuonano completamente grotteschi. Il compromesso di Alan Sked – sicuramente migliore di quello austro-ungarico! – ci permette pertanto una posizione mediata tra gli (ora) separatisti filo asburgici e i liberali che reputano e reputavano i territori asburgici la prigione di popoli sofferenti.

Nel XIX secolo, l'Impero Austriaco era il secondo stato più vasto dopo la Russia.
Nel 1848, comprendeva:

- I territori austriaci: gli arciducati dell'Alta e Bassa Austria; i Ducati di Stiria, Carniola e Carinzia; le Contee del Tirolo e di Voralberg; Gorizia e Gradisca; il margraviato d'Istria; Trieste e lo sbocco sul mare.

- I territori della Corona ungherese: Ungheria, Croazia e Slavonia; Fiume; il granducato di Transilvania; i confini croato-slavone e serbo-ungheresi.

- I territori della Corona Boema: la Boemia; il Margraviato di Moravia; il ducato dell'Alta e Bassa Slesia.

- Il regno Lombardo-Veneto.

- Il Regno di Galizia e il granducato di Cracovia.

- Il granducato di Bucovina.

- Il regno di Dalmazia.

- Il ducato di Salisburgo.

Un bel casino, neh?
Se questo vasto collage di stati e staterelli vi sembra un grande impero, non va dimenticato di sovrapporre alla cartina politica, la cartina geografica. 
Il collage apparirà allora ancor più variegato e bizzarro.
In linea generale, l'Austria-Ungheria era per due terzi costituita da montagne e colline, ben poco utili sia per la coltivazione che per l'industria.
Nel suo piccolo, la Boemia – una delle poche regioni fortemente industrializzate – era separata dall'Austria-Ungheria, ma collegata alla Germania tramite un efficiente sistema fluviale.
Il collegamento via mare era limitato al mare Adriatico, e per di più a un unico porto fondamentale, Trieste.
Galizia e Bucovina erano tagliate fuori dal territorio principale austroungarico da imponenti catene montuose.
Il Voralberg era collegato con la produzione tessile della Svizzera e della Svevia, ma non aveva collegamenti con i territori propriamente austroungarici.
La navigazione fluviale sul Danubio era universalmente ritenuta difficile e pericolosa, mentre Trieste stessa non aveva efficaci collegamenti ferroviari con il resto del paese – almeno fino agli anni sessanta dell'Ottocento.

La composizione nazionale era un allegro minestrone con a capo l'elemento tedesco, che verrà lentamente diluito nel XIX secolo dall'elemento slavo.
Nel 1848, Alan Sked stima su 37,5 milioni di abitanti:
  • tedeschi (8 milioni)
  • magiari (5,5 milioni)
  • italiani (5 milioni)
  • cèchi (4 milioni)
  • ruteni (3 milioni)
  • romeni (2,5 milioni)
  • polacchi (2 milioni)
  • slovacchi (quasi 2 milioni)
  • serbi (1,5 milioni)
  • croati (quasi 1,5 milioni)
  • sloveni (oltre 1 milione)
  • ebrei (750000, concentrati a Vienna)
  • mezzo milione di zingari, armeni, bulgari e greci
Come se non bastasse, Francesco Giuseppe rivendicava formalmente ex territori asburgici persi secoli prima: la Lorena, l'Alta e Bassa Lusazia, Kyburg e Hasburg e perfino il medievale Regno di Gerusalemme (!). 

Il modo migliore per comprendere la geopolitica dell'Austria-Ungheria non è di considerarla uno “stato”, quanto piuttosto un insieme di terreni di proprietà del sovrano.
Una persona qualunque colleziona nella sua stanza diversi mobili e oggetti, che conserva nonostante l'apparente diversità, perché comprati e ceduti in viaggi e disavventure. Ugualmente, gli Asburgo non possedevano uno stato, quanto piuttosto una variegata collezione di terreni, o di popoli-souvenir, risalenti a diverse epoche e diverse conquiste.
Come un aristocratico spiaggiato però difficilmente vuole rinunciare a vendere i suoi gioielli, ugualmente gli Asburgo non accettavano nell'Ottocento di sgretolare i territori di famiglia. Così di volta in volta, persino quando la situazione avrebbe permesso una soluzione pacifica a patto di perdite territoriali, gli Asburgo preferivano combattere... per conservare l'onore, ma inevitabilmente perdere.

Una composizione così variegata e complessa è il motivo per cui è tanto interessante studiare l'Austria-Ungheria: come pesci tropicali nell'acquario, studiare la storia dell'Austria-Ungheria è ammirare cosa succede quando metti troppi (pesci) popoli nello stesso territorio (boccia d'acqua). 
E' guardare dall'occhio del tempo un assurdo microcosmo di popoli ed etnie che convivono a forza, più o meno pacificamente. E sarebbe stata un eccellente lezione per l'Unione Europea studiarne i meccanismi ed evitarne gli errori: ma sembra proprio che una monarchia costituzione con un Imperatore arteriosclerotico funzioni meglio che le moderne assemblee, quando si tratta di far ragionare più popoli.
Forse – ma sto divagando – con tutti i loro difetti questi vecchi monarchi avevano più a cuore l'onore che il denaro: e qui sta tutta la differenza.

Francesco Giuseppe, foto ricolorata

L'argomento è talmente vasto che non basterebbe certo un articolo per spiegarlo approfonditamente.
Ho scelto pertanto tre diversi eventi, d'approfondire adeguatamente:

- Le vittorie militari di Radetzky nel 1848, che evitarono un altrimenti probabile tracollo degli Asburgo e immortalarono l'ottantenne (!) generale.

- Il concordato/compromesso (Ausgleich) del 1867, che diede vita all'Austria-Ungheria propriamente detta. I suoi effetti, i suoi pro e contro, la sua (scarsissima) popolarità.

- L'Austria-Ungheria nel 1914, che nonostante le falsità tramandate nei libri di testo era vitale, forte e in piena ascesa economica (e probabilmente federalistica, una volta morto Francesco Giuseppe).

L'idea che nel 1848 gli austriaci fossero preponderanti per numero e organizzazione, e dunque che la causa italiana fosse persa “in partenza” è un'impressione falsata da chi legge a ritroso la storia.
Per chi nel 1848 ci viveva, giunse come una completa e sgradita sorpresa, che gli austriaci riuscissero a conservare il Lombardo-Veneto.
L'esito sembrò a lungo a favore sia di Milano che Venezia, insorte con tale rapidità da stupire persino i suoi stessi insorti. 
Radetzky, che aveva giurato non avrebbe mai abbandonato Milano, fuggiva con la coda tra le gambe dopo soli cinque giorni di combattimenti. A Venezia i marinai italiani erano di ovvie simpatie italiane, mentre tra gli operai dell'Arsenale c'era un pericoloso malcontento, che sarebbe presto sfociato in una sollevazione. L'ammiraglio Martini, giustamente preoccupato, aveva inondato di missive Radetzky, che diede tuttavia risposte evasive, e rifiutò di privarsi di soldati. La conseguenza fu la perdita di Venezia, proclamata Repubblica.
Difetti di lunga data esacerbavano una situazione per l'Austria già cattiva di suo.
L'esercito, mal equipaggiato e inferiore numericamente all'esercito piemontese, viveva forti contrasti nazionali. Secondo una leggenda storiografica, nel “malvagio” impero, le truppe erano dislocate a seconda delle nazionalità in modo che non combattessero mai nel “loro” territorio.
Gli ungheresi combattevano in Italia, gli italiani in Ungheria, e così via...
L'idea, per quanto affascinante, conferirebbe in realtà agli Asburgo una genialità infernale, che per (s)fortuna non possedevano. I fatti contraddicono pienamente quest'idea: l'esercito di Radetzky aveva numerose truppe italiane, che si ritrovavano nello sgradito ruolo di dover combattere i loro stessi compatrioti.
Dei 61 battaglioni di fanteria di Radetzky:
  • 9 erano ungheresi
  • 6 cechi
  • 10 slavi meridionali
  • 12 austriaci
  • 24 italiani
Ironia delle ironie, il 40 per cento delle fanterie di Radetzky era italiano, e l'attempato generale era il primo a constatare tristemente la loro inaffidabilità:
Dove impiegarli? In prima linea? Potrebbero passare al nemico, rivolgere le armi contro di noi, e creare un vuoto molto pericoloso nel fronte di battaglia. Come riserve, minaccerebbero le mie retrovie; tenerli nelle fortezze sarebbe anche più rischioso, perché potrebbero consegnarle al nemico. L'unica cosa è frazionarli in modo da rendere possibili solo defezioni parziali e graduali; nelle circostanze peggiori potrei disarmali e sciogliere i reparti.

A conti fatti, sia nel 1848 che nel 1914 le diverse nazionalità dell'Impero continuarono a restare pervicacemente fedeli all'esercito, combattendo fino alla fine. E' vero che nel 1848 i reparti italiani avevano un alto tasso di diserzioni, ma in battaglia combatterono con valore pari agli altri battaglioni, dimostrando che la disciplina e (forse?) l'austriacità erano ancora valori vivi.
Nel 1918, negli ultimi mesi di guerra, l'esercito asburgico era composto per i due terzi da quelle stesse nazionalità slave che l'avrebbero poi smembrato; la percentuale di austriaci doc era ormai minima.
Va anche riconosciuto a Radetzky d'aver risolto ogni diatriba tra ungheresi e croati (slavi meridionali): mentre l'Ungheria minacciava la rivoluzione, i soldati ungheresi erano altrettanto inaffidabili degli italiani. Il sostegno croato, dal suo canto, era invece ambiguo, e mirava a strappare forti concessioni autonomiste dalla monarchia.

Con un esercito malandato, Radetzky doveva anche fronteggiare le rimostranze di Vienna: dopo aver perso Milano e Venezia il generale era caduto in disgrazia presso la corte; i più pretendevano una soluzione pacifica, che mirasse a cedere la Lombardia conservando il Veneto.
Gli accordi tra Londra, insorti Lombardi, Piemonte e Austria risultarono tuttavia impossibili. Non si riusciva a separare i lombardi dai piemontesi, mentre dal suo canto l'Inghilterra, guidata da Palmerston, non mediava affatto tra le parti in causa, ma favoriva apertamente gli italiani.
Giocò qui un ruolo decisivo la sicurezza dei lombardi, ormai convinti d'aver vinto la guerra.
Presa Milano, si dava per scontato il successo della rivoluzione.
Dal punto di vista geografico, tuttavia, Radetzky era fuggito sì, ma in una posizione strategica, detta del Quadrilatero. Era una robusta posizione strategica con i quattro angoli a vertice con le piazze fortificate di Verona, Mantova, Legnago e Peschiera.
Nel frattempo, Radetzky non era ancora stato informato dei tentativi diplomatici.
Il rubizzo generale non prese molto bene la notizia:
Tratterò, disse al ministro della Guerra, conte Latour, soltanto con la spada in pugno.

All'idea di una soluzione diplomatica, Radetzky minacciava di abbandonare il comando di generale:
Come fedele suddito, io non posso far altro che obbedire. Ma in tal caso sarei costretto a deporre il comando.

Quando gli si propose di negoziare lui stesso la tregua, scrisse:
Siamo caduti in basso, ma perdiò non ancora così in basso.

Intanto, la situazione verteva lentamente a favore del generale.
Carlo Alberto non immaginava di dover invadere la Lombardia; prima della dichiarazione di guerra l'esercito si preparava a reprimere una rivolta a Genova. 
Di conseguenza l'esercito non aveva mappe, tende, cavalli, e provviste sufficienti.
Carlo Alberto peggiorò la situazione tassando nelle regioni conquistate i contadini, che gli diedero il nomignolo di “re dei signori”. In sostanza Carlo Alberto mirava a ingraziarsi la borghesia e l'aristocrazia lombarda, pesantemente tassata dal governo asburgico.
Nel luglio del 1848, Carlo Alberto inoltre era ingenuamente convinto che le cinque giornate di Milano avessero già sfiancato alla morte l'esercito di Radetzky. Pertanto, non cercò minimamente di attaccare il feldmaresciallo, già di suo saldamente arroccato nel Quadrilatero.
Oltre che lento nel cervello, Carlo Alberto temeva che le tendenze repubblicane diffuse tra i patrioti si diffondessero dal Veneto alla Lombardia e al Piemonte. Vietò quindi ai volontari lombardi di tagliare agli austriaci le vie di rifornimento attraverso il Tirolo, e non chiese minimamente aiuto ai francesi.
Solo con molta riluttanza permise alla Legione polacca, del poeta Adam Mickiewicz, di partecipare alle battaglie e di reclutare entusiasti volontari dai prigionieri di guerra austriaci.

In luglio, di fronte al tremebondo Carlo, Radetzky prendeva l'iniziativa: il 24-25 spazzava via l'esercito piemontese nella battaglia di Custoza:
Una vittoria decisiva è stata il risultato di questa calda giornata.

Il 6 agosto, inneggiato dai contadini lombardi, rientrava a Milano.
Nel marzo 1849, Carlo Alberto ci riprovava, e Radetzky lo massacrava nuovamente nel giro di una settimana. Nel frattempo gli ungheresi venivano sconfitti e persino la coraggiosa Repubblica di Venezia s'arrendeva nell'agosto del 1849.

Spero che a questo punto della narrazione abbiate compreso quanto la vicenda italiana fosse in realtà in bilico. Vienna, la dinastia, la burocrazia erano tutte favorevoli a una soluzione pacifica. Gli italiani davano per scontato un'annessione rapida e indolore, mentre gli inglesi preferivano ovviamente una potenza liberale agli Asburgo.
In ultima analisi, se la Rivoluzione fu scongiurata, fu per l'incredibile testardaggine di Radetzky, e del suo genio militare.

Custoza, carica del Genova Cavalleria
Dopo il 1849, Radetzky modellò anche il governo del Lombardo-Veneto. 
Il feldmaresciallo non dava per perdute la fedeltà di quelle regioni, e sperava di riconquistare il popolo alla causa asburgica attraverso la lotta di classe.
Radetzky aveva correttamente osservato come la rivoluzione scaturisse dalla nobiltà e dalla borghesia industriale lombarda, e non dai contadini. Di conseguenza, argomentava di poter riconquistare il popolo tassando i nobili e risparmiando i contadini.
Scriveva infatti, rivolgendosi a Schwarzenberg:
Umiliare i ricchi refrattari, proteggere i cittadini fedeli, ma sopratutto esaltare la classi contadine più povere come in Galizia dovrebbe essere d'ora in avanti il principio ispiratore del governo nel Lombardo- Veneto.

Alan Sked osserva che il suo capo di Stato Maggiore, il generale Hess, era ancora più esplicito:
Il popolo ci ama; i nobili ci odiano; perciò dobbiamo annientarli.

Una forma di paternalismo, un po' reazionaria. Ma personalmente, un'idea che avrei anch'io appoggiato. Negli anni 50' e 60', la nobiltà lombarda fu così spietatamente tassata, nel tentativo (fallito) di eliminarne ogni base economica e sociale.
Usando come scusa l'insurrezione milanese del febbraio 1853, il governi confiscò le terre nobiliari.
I nobili lombardi accedevano alla corte solo se imparavano il tedesco, ma ovviamente per orgoglio nazionale la nobiltà lombarda conosceva solo l'italiano.
Radetzky esagerò a tal punto che Palmerston lo accusò di “comunismo”!
Alan Sked annota:
Palmerston disse che la sua politica era odiosamente oppressiva, enunciava “una dottrina propria soltanto dei discepoli del comunismo”, ed era “sovvertitrice delle fondamenta stesse dell'ordine sociale”

Radetzky comunista... In fondo è un complimento.

Purtroppo, la politica del feldmaresciallo non funzionava: danneggiando la nobiltà, danneggiava anche l'economia della regione e per sua diretta conseguenza anche gli strati inferiori. Inoltre, nonostante tutti gli sforzi, i contadini restarono sospettosi di ogni governo: temevano che dietro alla politica di Radetzky stesse in agguato la coscrizione obbligatoria per l'esercito - autentico spauracchio per le famiglie contadine.

Trieste sotto l'Austria-Ungheria
Non dovrebbe sorprendere che il Compromesso che seguì alla sconfitta a Sadowa nel 1866 era universalmente deprecato da ogni singola nazionalità dell'Impero Asburgico.
Francesco Giuseppe lo concluse in fretta e furia, senz'alcuna attenzione ai dettagli, ma pressato dall'ansia di raggiungere un accordo.
Dal punto di vista legislativo, l'accordo era tra Francesco Giuseppe e i dirigenti ungheresi, e non aveva seguito alcuna via popolare, democratica, o aperta.
L'imperatore lo impose alla metà austriaca del paese, i politici ungheresi alla metà magiara.
Le nazionalità minori lo consideravano una truffa legalizzata.
Ciò non di meno, il Compromesso andrebbe valutato per come concretamente funzionava; e a questo proposito non si può dire abbia funzionato male.
Il vituperato, odiato, vigliacco, difettoso, ridicolo Compromesso durò tranquillamente cinquant'anni, e com'ha scritto lo storico Macartney:
Della bontà di una torta... ci si accerta solo quando la si mangia, e a questa stregua il Compromesso, se non proprio appetitoso, almeno conteneva abbastanza vitamine per nutrire cinquanta milioni di persone per cinquant'anni.

Certo, la sopravvivenza del Compromesso era unicamente legata alla testardaggine dell'Imperatore e degli ungheresi. A ogni proposta ungherese, Francesco Giuseppe minacciava di modificare il Compromesso: fu così che i dirigenti magiari presero a considerarlo un'assicurazione del futuro del popolo ungherese. Il Compromesso aveva loro assicurato privilegi che nel “normale” Impero pre-Sadowa difficilmente avrebbero mai ottenuto.
Nella pratica, gli ungheresi rifiutavano di tornare indietro, mentre l'Imperatore rifiutava di andare avanti.
La soluzione pratica restava un Compromesso.

Generazioni di storici nazionalisti ungheresi hanno perpetrato l'immagine di un'Ungheria forte, che costretta nel Compromesso viene indebolita dal “vampiro” austriaco.
Alan Sked cita gli studi di John Komlos, The Habsburg Monarchy as a custom Union, Economic development in Austria-Hungary in the nineteenth century, che mostrano statistiche alla mano come fosse l'Ungheria a sfruttare l'Austria, crescendo economicamente solo grazie all'autarchia del Compromesso:
l'Ungheria non fu sfruttata economicamente dall'Austria; invece essa trasse considerevoli benefici dai suoi speciali legami con l'economia austriaca. L'Austria costituiva un mercato sicuro per i suoi prodotti agricoli e, cosa anche più importante, era una fonte indispensabile di capitali e di lavoro qualificato. Dal “matrimonio fra tessuti e frumento” l'Ungheria guadagnò molto più dell'Austria. A questi vantaggi fu dovuta in gran parte la mobilitazione dell'agricoltura e dell'industria ungheresi... In linea di massima è presumibile che una economia più piccola, specie se situata geograficamente in modo così sfavorevole come quella ungherese, derivi da legami di questo genere maggiori vantaggi di un'economia più ampia e più avanzata. (L'Austria, anche alla fine del nostro periodo, produceva beni e servizi per un valore doppio dell'economia ungherese, e il 44 per cento in più su base pro capite).

Esistono a fine ottocento tre stati balcanici indipendenti, da paragonare all'Ungheria: Romania, Bulgaria e Serbia. 
Ebbene, nessuno di questi tre stati sviluppa una rete ferroviaria, un'istruzione, una burocrazia, un sistema di assicurazioni e prestiti con tanta velocità quanto l'Ungheria.
A meno di non delirare sulle virtù del superiore “uomo ungherese” ne dobbiamo dedurre che l'Ungheria fosse cresciuta grazie al Compromesso e grazie all'aiuto dell'Austria.

Lo storico David F. Good, nell'opera L'ascesa economica dell'impero asburgico dal 1750 al 1914, dimostra ulteriormente i vantaggi del Comrpomesso.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, persino le regioni periferiche dell'Ungheria avevano buone reti ferroviarie.
  • 96 chilometri ogni 100000 abitanti in Transilvania, nel 1910
  • 82 chilometri ogni 100000 abitanti nella Croazia Slavonia, nel 1910
Romania, Bulgaria e Serbia aveva invece:
  • 49 chilometri ogni 100000 abitanti in Romania
  • 42 chilometri ogni 100000 abitanti in Bulgaria
  • 31 chilometri ogni 100000 abitanti in Serbia.
Meno della metà!

La variazione regionale del reddito pro-capite nell'Austria-Ungheria era minore che in Italia e Svezia; un chiaro indice che sotto la spinta dell'industria le diseguaglianze si andavano lentissimamente diradando.
David F. Good ha inoltre un'intuizione geniale, paragonando l'Austria-Ungheria agli Stati Uniti.
Superata la sorpresa, si ritrovano parecchie analogie che possono aiutarci a comprendere l'utilità del Compromesso.
Sia gli Asburgo che gli Stati Uniti avevano spaccature regionali molto forti:
  • tra Nord/Sud negli Stati Uniti
  • tra Est/Ovest nell'Austria-Ungheria
Questa divisione corrisponde in entrambi i casi a un diverso sistema sociale:
  • Schiavitù e campi di cotone nel Sud degli Stati Uniti
  • servaggio feudale nell'Est della Monarchia
A questa spaccatura sociale corrispondevano inoltre diversi sistemi politici: con l'eccezione che in America le divisioni portarono alla guerra civile, mentre in Europa vennero risolte con il Compromesso, e la spaccatura economica lentamente riassorbita nell'ultimo quarto dell'Ottocento.
In un certo senso, gli Asburgo risolsero il problema del servaggio molto più di quanto gli Americani abbiano risolto il problema della schiavitù!

Se questo paragone non vi piace, resta un fatto fondamentale: tra il 1870 e il 1913 l'economia austriaca cresceva con un tasso medio dell'1,32 per cento.
In eta edoardiana, solo, e ripeto solo, la Germania ha tassi di crescita simili.
Qualunque altro perfetto-etnicamente-omogeneo-liberale stato europeo rimane indietro.
L'Austria-Ungheria, per usare una terminologia “moderna” era in pieno boom economico.
Boom tardivo, diseguale, e presto seguito dal boom “reale” di un certo terrorista a Sarajevo... Ma pur sempre crescita economica.
E a voler infierire, l'Ungheria cresceva ancora più rapidamente, a tassi dell'1,7 per cento!
David F. Good scrive:
Presi insieme, la prestazione molto cospicua dell'Austria e il più rapido tasso di crescita dell'Ungheria implicano che la relativa arretratezza dell'impero era meno grave nel 1913 che nel 1870.

Per approfondire a dovere le tante questioni del Compromesso ci vorrebbero altri dieci articoli come questo, tra politica, esercito e altre nazionalità.
Spero se non altro d'avervi dimostrato che l'Austria-Ungheria era tutt'altro che al collasso nel 1914, e che dal punto di vista della crescita economica il Compromesso sembrava funzionare.

Nel discutere sulle simpatie dei diversi gruppi nazionali interni all'Austria-Ungheria bisogna sempre tener conto che stiamo parlando di gruppi borghesi, e di gruppi di borghesi sinceramente interessati alla politica asburgica.
L'atmosfera, il sentimento generale, l'umore tra le fabbriche e le campagne era raramente politicamente orientato. Fino allo scoppio della guerra, il popolo nella metà austriaca dell'Impero era disinteressato a questioni politiche. Gli artisti e scrittori viennesi sguazzavano nella decadenza e nel narcisismo introspettivo; alla notizia dell'assassinio di Francesco Ferdinando, gli intellettuali rimasero se non contenti, indifferenti: l'erede era universalmente odiato dalla popolazione.
Ho visto le foto di una mostra asburgica che commemorava l'anniversario del 1914, esibendo in quell'occasione le foto delle visite di Francesco Giuseppe alle periferie dell'impero. Non c'era una singola foto dove i contadini non acclamassero con piena sincerità l'Imperatore; e si accetta che il “Vecchio” era considerato con grande affetto dalle classi più povere.
Comunque, per quel che serve, le simpatie della borghesia variavano a seconda che favorissero l'alleanza con la Germania Guglielmina in funzione anti-slava, o al contrario preferissero una più stretta alleanza con la potenza zarista, o ancora rincorressero il sogno ormai impossibile dell'Alleanza dei tre Imperatori – lo Zar, l'Asburgo, e il Kaiser.
Come sempre, la situazione appariva straordinariamente incasinata:

- I tedeschi erano unicamente interessati alla riunione con la Germania del Kaiser; se liberali, erano anti-russi ma non desideravano una guerra aperta contro lo zar.

- Gli ungheresi erano meno entusiasti dell'alleanza con la Germania, ma la preferivano a un'alleanza russa. Guardavano ai piccoli stati dei Balcani come possibili alleati contro l'orso dell'Est. La politica estera avrebbe dovuto concentrarsi sull'Europa orientale. 

- I cechi avrebbero voluto una collaborazione con la Russia in funzione anti-tedesca.

- Serbi e romeni non erano così contrari a una collaborazione con la Germania, ma come i cechi avrebbero preferito di gran lunga una collaborazione con la Russia.

- I polacchi, come sempre, avevano ambizioni smisurate del tutto sproporzionate ai loro mezzi: erano infatti sia anti-tedeschi, che anti-russi.

Come osserva Istvan Dioszegi, uno dei massimi storici ungheresi dell'Austria-Ungheria, a prevalere era tuttavia un'ottusa indifferenza:
Tuttavia nel nazionalismo delle popolazioni austriache prevaleva spesso, verso gli interessi imperiali e anche la politica estera, una indifferenza che aveva conseguenze pesantemente negative.

C'era un pericoloso vuoto, che sia l'esercito che l'Ungheria riempiva con proposte spesso avventate e guerrafondaie. Potete comunque osservare che in proprio nessuno dei gruppi nazionali citati c'è la minima traccia d'indipendenza: le simpatie di politica estera non comportarono mai una dissoluzione dell'Impero, che nella mente persino dei cechi e dei serbi, e dei polacchi restava una realtà ineliminabile.
Ironicamente, gli unici a pretendere una spaccatura nell'Impero erano gli ultra-nazionalisti tedeschi di von Schonerer, che desideravano la riunione dei tedeschi d'Austria con l'impero germanico degli Hohenzollern.

La politica europea nel 1914: una partita di calcio con dei ritardati in campo
Nonostante la politica estera dell'Impero tra il 1900 e il 1913 sia uno dei pochi argomenti su cui gran parte degli storici sono d'accordo, rimane un periodo complesso.
L'Ungheria gioca senza dubbio un ruolo fondamentale con Andrassy, che rappresenta l'archetipo del diplomatico abile, ma spericolato: aveva realizzato il Compromesso (1867), negoziato l'Alleanza dei Tre Imperatori (1873), modificato il Trattato di Santo Stefano nel Congresso di Berlino (1878). Aveva strappato da Bismark la Duplice Alleanza del 1879, a condizioni favorevolissime per l'Austria: se attaccata, la Germania era obbligata a soccorrerla militarmente, ma se era la Germania a venire attaccata dalla Francia, l'Austria non era vincolata a nessuna alleanza.
E tuttavia, Andrassy si muoveva più nell'ambito della politica magiara, che del più vasto interesse imperiale. In ogni sua azione, era la Russia il nemico. L'uomo era letteralmente ossessionato dalla Russia, che al contrario sarebbe potuta essere un alleata naturale, come provavano anni e anni di diplomazia sotto Metternich.
Alan Sked annota significativamente i seguenti aneddoti:
Il console prussiano a Pest riferiva che per Andrassy la Russia era “una preoccupazione continua, notte e giorno”; e un deputato ungherese lamentò che la Questione d'Oriente era per lui una “assurda infatuazione”.

Quest'ossessione di Andrassy divenne presto un'ossessione per i generali austriaci, per la corte e infine per Francesco Giuseppe stesso.
I Balcani erano l'unica area dove l'Austria potesse esercitare una politica di grande potenza; nel contempo l'imperatore era ben conscio che non poteva assolutamente annettere altri territori slavi senza modificare in modo irrimediabile l'alleanza con l'Ungheria.
A complicare la situazione, l'Impero perdeva progressivamente il controllo sulla Serbia, che divenne presto un'altra spina nel fianco per le gerarchie militari. In seguito alle guerre balcaniche (1912-13) nell'esercito si parlava apertamente di dover “liquidare” la Serbia, prima che diventasse un magnete per le popolazioni slave del sud.

In questo contesto, l'occupazione della Bosnia e Erzegovina grazie a un accordo a Berlino di Andrassy non fu poi quel trionfo che sembrava ai contemporanei.
Attribuire la Bosnia e Erzegovina all'Austria, o all'Ungheria: un dilemma insolubile, perchè avrebbe in ambo i casi capovolto all'aria un sistema di convivenza già instabile di suo.
La tarocca soluzione risultò affidare la Bosnia al Ministro delle finanze in comune tra le due metà (1878): un'idea tutt'altro che felice, considerando che vietava ai bosniaci di avere una qualsiasi cittadinanza austriaca o magiara, lasciandoli in una sorta di “limbo” coloniale.

Il trattamento della Bosnia e Erzegovina, con cui voglio concludere quest'estenuante pamphlet, non mostra il lato migliore dell'Austria-Ungheria. Non c'è vera differenza dai possedimenti coloniali, mettiamo, degli inglesi in Africa. Le modalità con cui i bosniaci venivano trattati non differivano molto dai neri dell'Africa equatoriale.
L'occupazione iniziò malamente, con il rifiuto dell'Ungheria di estendere la sua rete ferroviaria alla Bosnia, volendo infatti tutelare il porto magiaro di Fiume e la politica tariffaria delle ferrovie ungheresi.
In seguito i kmet, i contadini soggetti ai grandi proprietari terrieri maomettani non furono emancipati, mentre l'attesa riforma agraria venne rinviata a data a destinarsi.
Le tasse furono quintuplicate – una caratteristica propria di ogni colonia sui “selvaggi” - e la burocrazia passò da 120 impiegati a un esercito di 9533 burocrati (1908).
Come l'imperialismo oltremare di Francia e Inghilterra, gli Asburgo usavano una politica del divide et impera: opponevano i croati ai serbi, e ben sapendo che i serbi erano il 42 per cento della popolazione, si appoggiavano ai grandi proprietari terrieri ottomani.
Senza per altro considerare una sanguinosa guerriglia, con tanto di presidi militari in “terra straniera”...

Questa è l'opinione di Alan Sked; che presentando fatti e numeri, non posso certo contraddire.
Dal mio canto, osservo che pur con tutti questi difetti, l'occupazione asburgica portò 36 anni di pace ininterrotta, che la Bosnia non godette certo nel resto del 900'. Senza considerare che una primitiva rete di ferrovie fu comunque formata, così come una giustizia liberale, certo migliore del precedente lassismo ottomano. Si crearono infine i primi embrioni di un'industria e il tenore di vita aumentò.
Poco, certo, ma aumentò.
Un'autentica rarità: Francesco Giuseppe allegro e (quasi) sorridente
A proposito della prima guerra mondiale, e del ruolo dell'Austria-Ungheria, ho già scritto in precedenti articoli, a proposito in particolare della serie tv della BBC dedicata a Sarajevo.
L'Austria scelse di guerreggiare, e senza alcuna pressione tedesca scelse d'invadere la Serbia.
Gli avvenimenti che seguirono dimostrano quanto una guerra “totale” possa rovesciare un trono, e per volontà liberale (inglese) e per l'iniziativa di piccoli gruppi nazionalisti disgregare un grande Impero multinazionale.
Dopotutto, già Francesco Giuseppe intuiva questa sorte nel 1866, quando scriveva che bisognava
“resistere il più a lungo possibile, fare il proprio dovere fino all'ultimo e infine perire con onore.”

Molto bello, un “tantino romantico” (Sked).
Ma constatando i milioni morti nell'esercito austriaco, anche molto pericoloso.

Fonti: 
Grandezza e caduta dell'impero asburgico (1815-1918), di Alan Sked.
Il testo è fuori produzione, ma lo trovate con facilità in biblioteca. Il mio l'ho preso dalla Biblioteca di Storia e storia dell'Arte di Trieste.