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giovedì 15 novembre 2018

"Cassette Futurism", la nostalgia d'un futuro tradito: dall'Impero Soviet al Minitel della Francia 3/3


Nel 1978 il Presidente della Francia Valery Giscard d'Estaing riceveva sul suo tavolo un rapporto di due ricercatori, Simon Nora e Alain Minc, che proponeva, per superare l'arretratezza dell'impianto tecnologico francese, una vera e propria rivoluzione digitale: la “telematica” (telematics) ovvero una fusione tra telecomunicazioni e informatica. 
Il rapporto delineava un piano per digitalizzare la rete telefonica, aggiungendovi un video teletext interattivo e fornendo agli imprenditori francesi una piattaforma aperta all'innovazione. 

Cinque anni dopo (1983), dietro diretto ordine del presidente, gli ingegneri informatici del Ministero della Posta, Telegrafo&Telefono (PTT) approntavano un sistema telematico presto noto alla popolazione come “Minitel”. 
Il piccolo sistema francese diventerà nel giro di pochi anni un inarrestabile juggernaut delle telecomunicazioni, capace di anticipare di dieci anni la democratizzazione di Internet, permettendo ai cittadini della Repubblica di scambiarsi informazioni online e di utilizzare diversi servizi disponibili appena nel duemila per il resto del mondo. 

Mentre le fonti inglesi ricordano il Minitel come un sistema statale e chiuso, rallentato da un'ottusa burocrazia, nella realtà il sistema è stato rivalutato negli ultimi anni come una forma di Internet alternativa – basata sull'infrastruttura francese, anziché americana – e straordinariamente avanti con i tempi. Al suo picco di popolarità l'umile Minitel offriva 20mila servizi online utilizzati dal larghe fasce della popolazione, non solo dagli addetti alle comunicazioni e dai geek fanatici dell'elettronica. 


L'artista Boros Szikszai ci accompagna anche per questo terzo e ultimo capitolo della miniserie

lunedì 8 ottobre 2018

"Cassette Futurism": una rivoluzione brutalista 2/3


Lo ricordo come se fosse ieri. 

Ma non sembrava ieri, sembrava il domani.

Ricordo il futuro. 
È morto una generazione fa. 
Fede nel futuro, intendo. 
Fede nell'ingenuità umana.
Nella soluzione fornita dal successo delle tecnologie. 
Altre età hanno sacrifici umani – il sole, la ragione, il sangue di una gallina - l'Inghilterra aveva la grandezza (bigness) e la novità (newness), una novità che è ora vecchia, ma ancora capace di suscitare sprezzante meraviglia per la combinazione di prodezza tecnologica e ingenuità morale.

Capace d'indurre puro ottimismo e confidenza cieca.
Capace di suscitare ancora nostalgia per il progresso, non importa dove conduca.
Tutto è possibile.

Remember the Future (1997)

"Calendar for the Hungarian Insurance Company" (1992), di Boros-Sikszai

mercoledì 3 ottobre 2018

"Cassette Futurism": salvare gli anni Ottanta dai fanboy nostalgici 1/3

Vogel in the Penthouse, di boroszikszai (1995)

Nuova Zelanda, ottobre 1999. 
Su un altipiano battuto dai venti, cinque figure infreddolite avanzano avvolte nei mantelli. 
La prima, un uomo di mezz'età vestito di nero e con una spada alla cintura, conduce un pony macilento. 
Le altre quattro indossano panciotti e pantaloni di campagna e strascicano indolenti giganteschi piedi pelosi, a uno sguardo attento protesi di lattice.
Uno di questi giovani uomini giocherella in tasca con un oggetto dalla forma rotonda, con una scritta sovra incisa e verniciato d'oro: un anello.
Mentre i cinque uomini camminano verso una collina poco distante, una moltitudine tanto silenziosa quanto indaffarata si affanna alle loro spalle. E' una folla di braccia e gambe irta di strumentazioni tecnologiche: lunghi pali grigi, una rotaia in miniatura sulla quale manovra un'astronave mediatica con un gigantesco cannone-cinepresa e più cavi dei fili di una ragnatela.
Un ometto grasso e ricciuto, con niente più che una t-shirt in quel freddo polare, dirige questo concerto di attrezzature: le cineprese scattano a girare, espellono videocassette, schioccano i sibili di polaroid e macchine fotografiche. Quella scena surreale, quei quattro uomini intenti a camminare, sono sotto l'assalto di un invisibile, pachidermico behemot di silicio: un amalgama di nastri, di cavi, di microprocessori che lavorano tutti assieme per trarre quanto sarà la ripresa di un film.
L'ometto grasso è infatti Peter Jackson, l'uomo di mezza età Viggo Mortensen e infine i quattro giovani “hobbit” sono Eliijah Wood, Sean Astin, Dominic Monaghan e Billy Boyd. 
Il regista sta girando una scena tra le tante, ancora incerto se verrà utilizzata o meno: Grampasso conduce quattro giovani mezzuomini verso la collina di Amon Hen, dove subiranno un attacco notturno dai nazgul.

martedì 24 aprile 2018

Dungeons & Dragons non è mai esistito


Quando andavo alla scuola media, rimasi affascinato, nella sezione adulti della biblioteca popolare di Trieste, da una lunga fila di manuali riccamente illustrati e rilegati, ciascuno del peso di un dizionario di latino: si trattava dell'edizione del '2000 di Dungeons&Dragons 3.5, Wizards of the Coast. 
Una serie di titoli enigmatici: Manuale del Giocatore, Manuale dei Mostri, Guida del Dungeon Master.
Mi sono spesso chiesto quale utente della biblioteca abbia approfittato del sistema di richiesta dei libri per ordinare questi giochi di ruolo, oltre a D&D, un'estesa linea di volumi di vampiri e licantropi della White Wolf, “Mondo di tenebra”. 
Li presi a prestito – nonostante la disapprovazione della bibliotecaria – e ci trascorsi un interessante fine settimana. 
Avevo forse dodici? Tredici anni?
L'odore della carta, le illustrazioni, il layout con la pergamena in trasparenza... una quantità di particolari al limite dell'autismo, che tuttavia non detraeva dall'incomprensibilità delle regole.
Letteralmente non capivo come si giocava. 
Avevo afferrato il concetto: master come arbitro, manuale per i giocatori, mostri da cui attingere per i dungeon. Le meccaniche tuttavia erano confuse, si saltava da un argomento all'altro, non si capiva da dove iniziare. Dal semplice manuale non c'era una guida passo per passo, ma una sorta di confusa enciclopedia. Nello stesso periodo giocavo a Warhammer Fantasy VI edizione, ero abituato a tabelle, schemi, liste, punteggi... eppure questi manuali mi suonavano astrusi quanto il peggiore problema di matematica. 
Anni dopo, alle Superiori, giocai a D&D, anche se non sono mai stato un “vero” giocatore di ruolo, preferendo sempre i wargames con miniature, sebbene abbia sempre conservato del ruolo il nocciolo della storia e del background. 

lunedì 26 marzo 2018

The Great White Space, di Basil Copper: il meglio dell'omaggio lovecraftiano



Inghilterra, 1930. 
In seguito all'ubriacatura dei Roaring Twenties, nuvole di guerra si addensano nell'Europa continentale, mentre l'Impero Britannico consolida inquieto il suo dominio coloniale, dall'Africa, all'India, ai più remoti avamposti dell'Asia.

Frederick Plowright è un fotografo professionista, che si è fatto un nome partecipando a diverse missioni esplorative di scienziati e antropologi in tutto il mondo. 
Un uomo rigoroso, preciso, totalmente devoto alla sua arte; eppure incline, suo malgrado, a fantasticherie e visioni febbrili. 
Giovane, ma insoddisfatto, Frederick accetta un'offerta di lavoro peculiare: una missione di ricerca di un anziano professore, Clark Ashton Scarsdale, che dichiara di voler esplorare il grande nord. Forse l'Antartide, dove nello stesso periodo, un'altra spedizione della Miskatonic University è andata perduta...

Introdotto nella villa di Scarsdale, Frederick scopre come la destinazione sia tutt'altra, occlusa per segretezza: una sconosciuta contrada nel profondo oriente, tra la Mongolia, Burma e la Cina al confine occidentale, oltre il deserto dei Gobi.
Scarsdale, dopo decenni di ricerca nei più svariati campi scientifici e pseudoscientifici, ritiene di aver scoperto quanto definisce “The Great White Space”. Si tratta di un portale extra dimensionale, descritto nel testo di occultismo “The Ethics of Ygor”, come “Un Grande Spazio Bianco”.
Un varco di accesso, dove le leggi scientifiche vengono distorte e sovvertite, attraverso il quale aliene e superiori entità chiamate gli “Old Ones” entrano in contatto con la Terra. Scarsdale desidera trovare il Portale, studiarne la composizione ed eventualmente essere il primo ambasciatore della razza umana a entrare in contatto con gli Antichi.
La spedizione è bene equipaggiata, con cinque semicingolati dell'esercito, ampie provviste e contatti sul posto: tuttavia Frederick rimane turbato quando scopre tra le provvigioni una mitragliatrice, bombe a mano e addirittura fucili per la caccia agli elefanti.
Il riserbo di Scarsdale sull'effettiva natura del viaggio non può mascherare quanto sembra essere più un mostruoso safari che una spedizione scientifica...

lunedì 5 febbraio 2018

Il virtuoso della realtà virtuale


E' usuale pensare per chi non ha mai usato il mercato dell'usato, che si trovino occasioni e offerte al di là di ogni realistica previsione. Libri antichi gettati nella spazzatura. Grimori antichi smarriti sugli scaffali a un euro. Lampade magiche. Tappeti volanti. Venditori onesti.
Ora, non ho idea sul mercato dell'oggettistica. 
Sono solo un povero blogger che dalle superiori all'università passa molto del suo tempo nelle rigatterie alla ricerca di libri interessanti. So ad esempio che gli abiti, ammesso e non concesso che siano convenienti, risultano spesso impraticabili, perché sempre troppo piccoli, troppo stretti, troppo angusti. Avevo un collega che amava indossare vestiti degli anni '50 e pur essendo di corporatura, altezza e peso nella media, falliva nell'indossare più della metà degli abiti che trovava. Dal 1950 in giù, l'essere umano era uno gnomo, un nano macilento. Basti guardare le foto dei soldati inglesi nella seconda guerra mondiale: una vasta parata di tisici, di facce esangui, di dita scheletriche, di mustacchi spelacchiati. I corpi cambiano a seconda dei decenni, è un dato da considerare con attenzione tanto nello studio quanto nella ricostruzione di film e romanzi. 
E i libri. Oh, i libri. La quantità di libri in arrivo nelle rigatterie supera di gran lunga qualsiasi livello di assorbimento del lettore più inveterato. Migliaia su migliaia di tascabili. Colonne di Harmony. Scaffali su scaffali accatastati di manuali di medicina degli anni '60, di politologia sovietica degli anni '70/'80 e di gossip e tormentoni politici del secondo dopoguerra di scarso interesse allora e di nessuno oggigiorno. Testi già vecchi in partenza, buoni solo l'innesco del focolare.
Si trovano ovviamente gemme e curiosità rare, sfuggite all'aumento di prezzo del rigattiere, mimetizzati nell'intersezione tra il romanzo americano “più venduto negli ultimi dieci anni” e ora dimenticato e l'ennesima auto produzione italiana tutta vanagloria e niente sostanza. Ho acquistato saggi di storia a un euro altrimenti fuori produzione e disponibili solo in biblioteca, così come ho trovato a poco meno di tre euro “Il Corvo” nella prima traduzione italiana di fine anni '90. Sono certo buoni affari, ma solo perchè si è personalmente interessati; non si tratta di un'oggettiva qualità rivendibile.

lunedì 24 ottobre 2016

Ritorno al futuro: Lucca Comics nel 1980


Moebius secondo Rick Veitch
Una delle lamentele che sento di più a proposito del Lucca Comics non è la mancanza di spazio, o l'invadenza dei cosplay, quanto la progressiva scomparsa dei fumetti. La fiera, dagli esordi a fine anni '70, si è certo ingrandita a dismisura, ma diluendosi sempre più, perdendo quel suo carattere di fiera del fumetto per appassionati che aveva agli esordi.

In realtà è un problema relativo. I collezionisti di fumetti, gli aficionados dei comics hanno oggigiorno strumenti migliori di Lucca; fiere specializzate apposta, sia sul territorio nazionale che all'estero; Ebay; gruppi di scambio; Amazon; fumetterie locali; fumetterie da supermarket; e così via. Dall'altro, diversificare Lucca Comics passando ai Games, alla Japan Town, ai cosplay, ha permesso di attirare anche lettori comuni, cittadini incuriositi dall'ambiente. Considerando come i numeri di fumetti venduti siano oggigiorno bassissimi – mai quanto i romanzi, ma comunque molto bassi – non possiamo certo permetterci di fare gli elitari, di avere la puzza sotto il naso. Io stesso, al di fuori di Alan Moore, sono un lettore di fumetti occasionale: non sopporto i supereroi, sopporto a stento i fumetti comici, ho letto troppo Zio Paperone da piccolo per leggere con incredibile faccia tosta “Topolino”, come fanno molti universitari. Eppure, al Lucca Comics scopro sempre autori che non conoscevo e cerco sempre di provare dei fumetti nuovi, rischiando a volte una delusione, ma scoprendo spesso nuovi generi e nuovi disegni a cui altrimenti non mi sarei nemmeno avvicinato con una pertica. Tuttavia, come per me e come per tanti altri “saltuari” lettori, i fumetti sono solo una parte della Fiera; uno dei tanti ingranaggi di una catena di trasmissione che non deve dimenticare le altre sue rotelle, siano i concerti geek, le sfilate, le anteprime dei giochi da tavolo, le infiltrazioni videoludiche nel padiglione Games ecc ecc Le si può disprezzare, ma sono anch'esse parti fondamentali. In piena sincerità, se il Lucca Comics fosse soltanto una fiera di fumetti, o di romanzi di genere, non verrei, perché quanto cerco è l'atmosfera complessiva di più e più fattori, non la ricerca economica di un dato acquisto, sia un albo fumettoso o un romanzo fuori edizione.

venerdì 21 ottobre 2016

I miei due cent su Donald J. Trump


L'atteggiamento di Roosevelt nei confronti dell'Unione Sovietica era piuttosto arrendevole, questo lo sappiamo tutti. Stretto tra le due potenze, Churchill si sentiva come la Polonia in un conflitto globale. Come ogni politico abile, Roosevelt considerava l'Unione Sovietica uno stato con cui trattare, concludere accordi e poter ragionare: una potenza bruta, un po' stupida, sgradevole, ma dallo status diplomatico riconosciuto. Dall'opposizione politica all'opposizione ideologica si passa dapprima con Truman e non si tratta necessariamente di un passaggio obbligato. La guerra fredda non era inevitabile fino a quel punto; la tensione post conflitto avrebbe potuto allentarsi, pur con l'ipocrisia della realpolitik. Sono anni di ricostruzione post bellica e di finanziamenti ingenti all'Europa. A retrospezione, è incredibile quanto riuscisse a ottenere la Russia in popolarità con il minimo sforzo, e all'opposto quanto l'America faticasse a imporsi con le più esagerate elargizioni.
Il clima di continuo scontro con il gigante russo, la guerra ideologica per convincere il popolo americano che ci fosse un nemico ineliminabile, inumano e mostruoso al di là della cortina di ferro deve aver lasciato le sue belle cicatrici anche nelle generazioni più recenti. Il crollo del muro risale a neanche trent'anni fa, siamo ancora dentro generazioni su generazioni di menti addestrate a concepire l'est come un'orda mongola pronta a invaderli. Psicologicamente, in Europa, l'abitudine mentale a vedere nell'America la salvezza sempre e comunque rimane molto forte. L'immagine è positiva, magari incrinata dagli ultimi dieci anni di totale incompetenza, ma pur sempre positiva. Non mi sto riferendo a vegliardi, a reduci, a pensionati, ma semplicemente a persone che vivevano negli anni '70 e '80 la loro giovinezza.



venerdì 7 ottobre 2016

Fosco Maraini, Ore giapponesi


Non so da dove derivi quest'idea che il popolo italiano sia esperto di cose giapponesi. Certo, per carità, siamo stati con la Francia all'avanguardia con gli anime e col riconoscere agli stessi dignità artistica; e sempre assieme alla Francia abbiamo tradotto ed esportato in Europa una larga produzione di fumetti e cartoni, dando loro piena dignità artistica e di adattamento.
E vi sono tratti culturali per certi versi sorprendentemente comuni: la mania di formare grandi conglomerati, il gusto per un etichetta esagerata, il suono stesso della parola, mai aggrovigliata.

Al di fuori di queste coincidenze e di un largo e ampio turismo, non possiamo minimamente paragonarci alla Francia o all'Inghilterra. Accetto nomi di grandi studiosi italiani del Giappone, se ne avete da consigliare, ma è un dato di fatto che ci mancano la traduzione della maggior parte delle opere classiche nipponiche: il romanzo di Genji, ad esempio, è stato interamente tradotto solo di recente e per altro non so se nell'edizione corretta o in una versione romanzata nel giapponese moderno. Così per i 3/4 dei classici letterari giapponesi che non risalgano al secondo dopoguerra. 
Come rilevava Sauro Pennacchioli, persino i manga non sono così ampiamente tradotti come si potrebbe pensare.
Il mondo anglosassone è stato il primo ad approcciarsi alle isole del Sol Levante e mantiene in tal senso il primato di traduzioni, anche a livello raw, incomplete, vecchie, ma pur sempre disponibili.
La Francia ha invece una comunanza artistica, un livello eclettico sorprendentemente simile.

Nel libro di oggi, Ore giapponesi, di Fosco Maraini, l'autore osserva sconsolato come i contatti tra il suo popolo e quello giapponese siano finora stati sporadici e sterili: che il saggio suoni attuale nel 2016, come nel 1956 in cui veniva scritto non è affatto una cosa positiva!

Come definire Ore giapponesi?
L'autore, di professione fotografo, ritorna in Giappone dopo un lungo periodo di assenza. Aveva lavorato sulle isole negli anni '30, venendo poi incarcerato e soffrendo le pene dell'inferno nei campi di prigionia del Giappone più totalitario. Nonostante tutto, Fosco però non è affatto così fosco sul suo destino e quello del Giappone: da ogni pagina trapela infatti l'amore dell'autore per la cultura giapponese.

Si tratta dunque di un diario di viaggio?
Solo in un senso, perché non ne possiede né la brevità, ne completamente il carattere autobiografico.
Si tratta dunque di una guida di viaggio?
Ancora una volta, solo in un certo senso, perché non vi sono espliciti consigli su cosa visitare, nonostante l'autore effettivamente descriva ed elenchi località storiche e templi d'interesse.
Si tratta di un romanzo?
La struttura è quella di un diario, le vicende sono vere, ma la narrazione scorre con alcune incredibili coincidenze. Quindi sì, scorre come un romanzo ben scritto.
Si tratta di un album fotografico?
Domanda bizzarra, ma assolutamente sì! Vi sono numerose immagini, anche a colori nonostante l'anno di fabbricazione del 1956, con alcune gradevoli illustrazioni interne. Certamente il lavoro di Maraini è il fotografo: senza le foto, il pur massiccio testo perderebbe gran parte del suo valore. Nonostante le oltre 500 pagine, ci troviamo davanti a un testo nato come accompagnamento delle fotografie. Le più lunghe didascalie siano mai state scritte, ma pur sempre delle didascalie.

“Autunno, incendio di boschi. Momiji in fiore e vecchie lanterne di pietra a Takao, presso Kyoto.” 

martedì 7 giugno 2016

Atompunk in salsa lovecraftiana: Shadow Planet


Leggendo alcune riviste di fumetti alternativi degli anni sessanta/settanta – penso a Metal Hurlant o l'Heavy Metal Magazine, a seconda della lingua – rimango sempre colpito di come funzionassero sulla base di un'assenza, anziché di un eccesso.
Il senso di mistero proveniva dal formato breve, dalla psichedelia di quegli anni, dalla scelta di chiudere le storie ex abrupto, costretti dalla mancanza di ulteriori fondi. La conseguenza necessaria erano storie per forza oniriche, enigmatiche, chiuse in piccoli mondi autosufficienti.
La ricerca della sensazione, del dettaglio minuto, dell'orgia di colore contrapposta alla “prigione” dei dialoghi e delle sceneggiature a tavolino: si trattava di non-storie a tutti gli effetti, dove lo stile demoliva ogni necessità di seguire un “filo logico”.
Siamo ovviamente nel periodo di Moebius, le cui storie di quegli anni, da lui stesso definite “una eiaculazione” (1) risultano il paradigma per eccellenza di un disegno che supera il dialogo, Garage ermetico docet.

Ora, l'Indiegogo per il fumetto Shadow Planet non è certo Moebius. Eppure, rimane qualcosa di quel genere di fumetto nello stile, nel disegno, nell'argomento, fin quanto nella stessa presentazione della campagna.
La matita di Gianluca “Johnny” Pagliarani restituisce tavole che naufragano nel dettaglio, intricati mosaici di sassolini, tubature e finissimi ingranaggi. All'impressione “polverosa”, alle lande lunari come agli interni “alieni” il pensiero torna ai deserti e ai paesaggi minuziosi di certa sci fi del '60. Il colore di Alan Junior d'Amico, con una palette che ruota sul grigio e il rosso trasla il fumetto di dieci anni indietro, ponendolo dentro le tute super aderenti degli astronauti di celluloide degli anni '50.
Sebbene non sia possibile pronunciarsi sulla sceneggiatura, le parole chiave disperse qui e lì trasmettono i brividi: si va dal pulp, all'atompunk, al Lovecraft più casareccio.
Doverose strizzate d'occhio all'Alien del 1979, basti osservare la posizione dell'astronave nella presentazione, con l'inquadratura e lo “spiaggiamento” simile al ritrovamento nel film.


Fucili a raggi, la presenza di un robot nelle vignette trapelate, l'enfasi su razzi e bulloni assicurano la fisicità del -punk nell'atompunk, con un'elettronica che non vada al di là dell'analogico:


Non a caso, la prima cosa a cui ho pensato dopo aver visto la folle Moonette, è all'automobile nelle prime pagine di Garage Ermetico:


La presentazione per la campagna su Indiegogo a sua volta si mostra come vicina ai lettori e lontana dalle formalità, anche per gli standard della Radium: non c'è un disegnatore, un colorista e uno sceneggiatore, ma i Blasteroid Bros, come non c'è la storia di tre astronauti alle prese con un orrore alieno, quanto Razzi-Bulloni-Mostri-Pistole a Raggi. I responsabili del (futuro) fumetto compaiono con armi dalla fallica gigantezza in mano e il tono sulla pagina Facebook è decisamente indovinato.

Infine, a questo cocktail -retro viene inoculato l'elemento moderno: anziché un equipaggio incolore di maschi bianchi degli anni '50, troviamo la comandate Jenna Scott, come la luogotenente Nikke Larsson e un unico maschio, l'efebo John Vargo, che al di fuori della sigaretta all'angolo della bocca ha un'acconciatura più curata delle sue stesse compagne di viaggio interstellare.
Ancora una volta evidente l'influenza dell'Alien(s), centrifugata però nello stile del pulp passato.

La campagna Indiegogo si avvicina all'ultima settimana, ma rispetto alle precedenti raccolte fondi mi sembra stia procedendo spedita, siamo a un punto eccellente.
Come da tradizione della Radium, le possibili opzioni prevedono cartonati, copertine alternative – consiglierei quella di Jacen Burrows – un diorama a edizione limitata e una pistola laser sospettosamente simile a una mauser modificata. La natura della storia vieta per una volta ogni comparsa/ opzione “trasformami in fumetto” che sembra a volte trasformare certi numeri in folle di comparsate. Il primo numero di Prussiani vs Alieni, ad esempio, sembra avere quasi più backers in forma di personaggi che personaggi stessi (!).
Sempre apprezzabile come vi sia un'opzione per gli indecisi o chi voglia spendere di meno: con soli cinque euro ci si porta a casa tutti e quattro i numeri in edizione digitale e con nove anche gli schizzi di lavorazione in esclusiva. Se siete tra chi aspetta “a lavoro finito” o “quando sarà pubblicato” perchè invece non contribuite con la cinquina direttamente disponibile, adesso?
Mi sembra il modo migliore per tastare il terreno senza perderci troppo denaro nel caso (improbabile) che Shadow Planet si riveli una delusione. Anche a uscita in negozio, i fumetti della Radium non stanno comunque avendo recensioni tali da poter giudicare se valgano o meno la pena, provare direttamente al momento della campagna è l'idea migliore.

(1) Si veda In Search of Moebius (BBC).

Fonti:
Pagina del progetto su Indiegogo.
Sito della Radium, pagina dedicata a Shadow Planet.
Pagina Facebook della Radium.

venerdì 17 luglio 2015

Nemo: Fiume di Spettri - Annotazioni di Jess Nevins e traduzioni dal tedesco


Se in maggio vi stavate chiedendo dove fosse la traduzione delle note di Jess Nevins relative a Nemo: Fiume di Spettri, sappiate che non le stavo scrivendo per una semplicissima ragione: non sapevo fosse già uscito nella traduzione italiana! I due precedenti volumetti erano entrambi scivolati a luglio inoltrato, e davo dunque per scontato che anche questo Nemo: Fiume di Spettri avesse incontrato uguale fine. Tanto di cappello (a tuba) alla Bao Publishing per esser riuscita a mantenersi nelle scadenze. Certo, qualche pubblicità in più sull'uscita del volume non avrebbe guastato: di rado ho visto un'opera di Alan Moore maggiormente bistrattata dalle librerie e dai forum di fumetti.

Qui su Cronache Bizantine da sempre abbiamo un debole per le opere più incomprese e bistrattate del Bardo di Northampton, da Promethea alla Ballata di Halo Jones, e dunque non potevamo certo fare un'eccezione per questo magnifico Nemo: Fiume di Spettri.

Nemo: Cuore di Ghiaccio resta senza dubbio il capitolo migliore della trilogia. L'avventura tra i ghiacci di Janni e della sua ciurma regala pagina dopo pagina visioni tanto orrifiche quanto magnifiche. La mescolanza di Verne, Poe e H.P. Lovecraft fa accapponare la pelle (e non solo per il freddo...) Se confrontiamo Nemo: Cuore di Ghiaccio con Le Rose di Berlino e con Fiume di Spettri, la netta sensazione è che Cuore di Ghiaccio possedesse sostanza narrativa, oltre che visuale. C'erano romanzi, documentazione, idee che nei due volumetti che sono seguiti mancano (quasi) totalmente.

Nemo: Le Rose di Berlino proseguiva la tradizione Mooriana, inoculando in un sostrato di citazioni e idee molto ricco ulteriori livelli di complessità, sia meta-narrativi, che strutturali, che storici. Non si può dire che Nemo: Le Rose di Berlino fosse inferiore al primo volume. Le annotazioni di Jess Nevins a tratti strabordano, azzardano ipotesi, battono vie finora inesplorate. Vi ho apprezzato personaggi carismatici, come Hynkel e Maria, di Metropolis, così come alcune soluzioni visive notevoli (l'attacco aereo al cuore della Berlino “tomaniana”, nelle ultime pagine).
Tuttavia, Le Rose di Berlino prometteva d'affrontare l'argomento nazista. E non lo fa. E' questa la sua grave pecca. Hynkel e i Tomaniani agiscono nelle vignette come automi a orologeria – o a ipnosi, nel nostro caso – senza tuttavia dare mai profondità al fumetto. Un'occasione del genere nel mondo della Lega avrebbe permesso una riflessione di grande respiro sugli orrori nazifascisti, sul fascino perverso della svastica (via, della doppia x...). Al contrario, Moore sceglie uno stile che è un po' comico, un po' action, perdendo così preziose opportunità.

Nella ricezione critica, Nemo: Fiume di Spettri doveva uscire col botto, e invece è uscito col freno a mano tirato. Perchè? Non hanno certo aiutato alcune recensioni negative, che per quanto mi ritrovino d'accordo su alcune questioni, mancano sia di acume critico che di necessaria documentazione. Mi pare che l'esempio più lampante sia la critica mossa da “Evil Monkey” su Fumettologica.
Non è vero che Nemo: Fiume di Spettri è un lavoro marginale, perchè Moore cercava il “fantomatico milione di parole del suo romanzo Jerusalem.” La Bibbia Mooriana è stata conclusa da un pezzo; lo confermano alcune letture, così come numerose dichiarazioni. E non è nemmeno vero che Nemo: Fiume di Spettri è stato accantonato a favore di Providence: la nuova serie lovecraftiana – di cui a proposito dovrò fare di mio pugno un sistema di annotazioni – è in lavorazione da moltissimo tempo, e non potrebbe essere altrimenti visto l'insano livello di verosimiglianza che Moore ci sta gettando dentro.
E' falso, e basterebbe leggere mezza paginetta di annotazioni di Nevins per rendersene conto, che in Nemo: Fiume di Spettri Moore lavori “di evidenziatore”. Al contrario, Nemo: Fiume di Spettri dell'intera trilogia è l'opera più chiusa e misteriosa: Nevins per la prima volta individua riferimenti a cui non sa dare spiegazione! Molte delle strizzate d'occhio Mooriane vedono addirittura spiegazioni multiple da più commentatori diversi, senza che nessuna di queste risulti determinante.
A pagina 24, nella vignetta grande, nascosto nell'angolo in alto a destra, c'è un dinosauro cavalcato da un essere umano stilizzato.
A pagina 21, nella prima vignetta c'è il Tranqilax nascosto nell'angolo in basso a destra.
A Pagina 19, quinta vignetta, l'Ecco Fatto è una citazione da Desperate Dan, fumetto inglese del 1937.
Se questo per voi è “lavorare d'evidenziatore”, allora siete o dei genii, o dei lettori superficiali. Purtroppo, considerando anche la brevità della recensione, la seconda ipotesi è quella giusta.


I nazisti/tomaniani di Nemo: Fiume di Spettri non sono gli stessi di Nemo: Le Rose di Berlino. Questo punto a molti è sfuggito. Nella Berlino di tenebra del secondo capitolo, si teme per la vita di Janni. E' un luogo pericoloso, ricco d'enigmi e passaggi segreti. I soldati di Adenoid Hynkel sono nemici reali. In Nemo: Fiume di Spettri i nazisti sono pure caricature. Sono tritacarne, bambole (termine che non sto usando a caso) da distruggere. Se gli elementi fantastici del mondo della Lega appaiono sempre inseriti in un mondo vivo e “realistico”, i nazisti sudamericani sono la prima invenzione Mooriana a sembrare “fuori posto”. Quest'effetto non è una conseguenza di una narrazione mediocre, come vorrebbero i suoi detrattori. Al contrario, rappresenta l'esplicita volontà di mostrare un'ideologia reazionaria e grottesca, che rivive solo per un artificio della tecnica: la clonazione e la robotica. Himmler e Goldfoot rappresentano un Male già vecchio in partenza, un tumore calcificato che solo attraverso una blasfema fusione d'interessi americani&tecnologia poteva sopravvivere.
Si capisce pertanto il fanatismo di riflesso di Janni Dakkar, esacerbato dall'età della protagonista:
Questo luogo rappresenta una dottrina ritenuta estinta per trent'anni. Dev'essere sterilizzato.

Janni Nemo è ormai anziana. Dai recensori, questo punto non è nemmeno stato argomentato. Abbiamo qui, circostanza a dir poco rara, una protagonista femminile che è contemporaneamente un'ottuagenaria, una guerriera, e una leader. Se mi sapete citare un altro fumetto dove la protagonista è un'anziana combattente, sarei lieto di leggerlo. Ma è piuttosto difficile da trovare. 
L'età di Janni comporta alcune conseguenze piuttosto ovvie: un cancro in divenire, smemoratezza e rigidità mentale. Ma comporta anche la saggezza di saper evitare lo scontro quando necessario, o d'evitare, grazie all'esperienza, la trappola del duello d'onore. È interessante on passant, che Ayesha (la donna bianca per eccellenza) non possa invecchiare. Il suo potere è legato al corpo, e all'aspetto giovanile. Superato l'involucro, tuttavia, non c'è più nulla: come nelle donne-robot che i tomaniani stanno costruendo.


Si potrebbe discutere se il cuore di Nemo: Fiume di Spettri siano le scene d'azione verso il termine, o le vignette grandi che mostrano i panorami fantastici del Sud America.
Sarebbero entrambe assunzioni sbagliate: il vero nocciolo del Fiume degli Spettri sono i discorsi tra Coghlan e Janni Dakkar, alla sera, tra nostalgie e contemplazioni della natura. Sono gli ultimi, significativi, addii di una guerriera che sente la Morte vicina, ma non la teme.

Le note che seguono sono tradotte dalla pagina di Jess Nevins. Se masticate l'inglese, la versione originale è ovviamente da preferire. Ho aggiunto qua e là mie considerazioni, e quando possibile, ho linkato la versione italiana del film/romanzo/personaggio storico in questione. Se vi è stata utile, considerate l'idea di linkarla a chi interessato, in modo che tutti ne possano usufruire.


lunedì 9 febbraio 2015

The Black Power Mixtape 1967 – 1975 (documentario)


Mi risulta sempre difficile scrivere di cinema, perchè in questo campo più che in altri avverto una forte mancanza professionale. Internet rigurgita di esperti e recensioni, ma trovare chi, tra questi, ne sappia davvero è un'impresa molto, molto difficile. Ogni canale Youtube contiene un aspirante cinefilo, ogni studente di cinema deve possedere la sua pagina, il suo blogghino di piccole opinioni.
Perfino nell'ambito delle bacheche e dei profili privati tutti, dal vicino di casa al postino, sembrano aver una laurea cum lode nelle più raffinate tecniche cinematografiche. Va da sé, che tolti i paroloni e smascherate certe mode, i veri esperti scompaiono all'improvviso.

Un recensore che sappia davvero recensire dovrebbe avere un set di valori e parametri tecnici cui attenersi, che mescolino abilità oggettive (saper riconoscere le inquadrature, i colori, la regia, gli effetti speciali, saper compiere le necessarie storiografie e cronologie...) e giudizi morali (laddove questa moralità non deve tramutarsi in moralismo, né sopraffare il giudizio tecnico).
E' preferibile leggere una recensione onesta, dove l'autore ammette il suo background culturale e le sue convinzioni, che l'ennesima trita&ritrita analisi pseudoggettiva, dove i pregiudizi del soggetto vengono mascherate da puntigli di carattere tecnico. 
A proposito ad esempio dell'ultimo trailer dei Fantastici Quattro, preferirei che i nerd che si lamentano del cambio di pelle dell'uomo torcia ammettano pacificamente che si tratta di un loro, personale pregiudizio. Lamentarsi della negritudine della Torcia Umana come insopportabile (?) tradimento del canone originale non è essere nerd, è “essere razzista”. 
D'altronde gli stessi recensori che piangono sui Fantastici Quattro hanno accolto con piacere la notizia che Motoko Kusanagi, la protagonista giapponese dell'anime giapponese (e in alcuni punti anti-americano) Ghost in The Shell, verrà interpretata da Scarlett Johansson. Perchè scegliere un'attrice bianca per interpretare un ruolo orientale in un film ambientato nella Tokyo cyberpunk anni novanta è qualcosa che francamente mi sfugge. Tanto più che il resto della squadra della Maggiore è a sua volta giapponese e sempre a sua volta agisce nelle tradizioni e nei costumi giapponesi. Questa violazione del canone ovviamente è stata accolta con favore, perchè permette di occidentalizzare una trama che altrimenti - poveri ciccioni americani - sarebbe troppo difficile da comprendere.
Un recensore dovrebbe dunque giudicare un film in totale astrazione, sulla base di una serie di parametri fissi che si è posto. In questo modo prescinderebbe sia dalle mode del momento, che giudicano un film a seconda dell'attenzione che vi riserva il pubblico, sia da un certo conservatorismo cinefilo, che automaticamente promuove un film sull'unica base dell'anzianità del regista. Big Eyes di Tim Burton, pellicola da consigliare solo agli insonni, diventa così un capolavoro... non sulla base di argomentazioni oggettive, ma solo perché l'ha girato Tim Burton!
E' dunque preferibile in questi casi leggere le recensioni di chi magari ammette senza problemi la sua ideologia e proprio per questo scrive con chiarezza e senza peli sulla lingua; le recensioni cattoliche di Frozen, o di Avatar sono pungenti, ma se non altro oneste. Sulla base di alcuni valori, si decide di rigettare il film. Tralasciamo che per me Frozen, con il merchandising e con la sua pubblicità esasperata rappresenta il peggio del turbocapitalismo disneyano... (1)

Questi “attrezzi”, questi strumenti per recensire non li possiedo. Non guardo film a sufficienza per poter esprimere giudizi. Quello che posso fare, come in quest'articolo, è segnalare prodotti interessanti, che reputo criminalmente misconosciuti. E pur con questa premessa non voglio scusare mie eventuali gaffe o errori di ricerca, di cui mi scuso fin da subito con gli specialisti dell'argomento, o con chi di cinema ha studiato (buon per lui!).



In questo caso la segnalazione è Black Power Mixtape 1967 – 1975. E' un documentario. Quest'etichetta ovviamente peggiora le cose, perché evoca immediatamente tutte le sensazioni che siamo soliti associare ai documentari: savane, zebre e tigri, noiosi commentari di vecchi bacucchi sugli ecosistemi dell'africa subequatoriale... Il documentario come viene inoltre proposto di solito è associato all'istruzione e prevede un fine didattico che prevarica sul piacere dell'immagine. La tipica cosa che si fa quando si guarda un documentario è fare i compiti per l'ora di lezione successiva o in alternativa starsene a letto con la febbre. Non è questo il caso e vi posso citare almeno altri cinque documentari degli ultimi dieci anni che riscattano il genere sia sul profilo stilistico che contenutistico. In questo caso dunque non abbiamo l'ennesimo lacrimevole documentario sull'Africa nera, ma in un certo senso il collegamento sussiste, perché dal vecchio continente ci spostiamo nel nuovo e sono gli afroamericani degli anni sessanta i protagonisti, mentre il colore nero oscilla dall'esterno dei protagonisti, al nero (dentro) del marciume capitalista che proprio in quegli anni del Vietnam e di Nixon, comincia a rialzare la testa.

martedì 30 settembre 2014

Tokyo vintage degli anni Sessanta


A mo' di consolazione dopo essere stato splatter(osamente) segato a un esame di qualche giorno fa, sono ricascato nella mia attuale dipendenza di rigatterie&negozi polverosi.
Stavolta, dopo aver inutilmente scavato tra cumuli di harmony, mi sono messo a sfogliare alcuni old but gold National Geographic, finendo per comprare il numero di ottobre del 1964.

Avrete già intuito guardando la copertina qui esposta quale fosse il mio interesse: il Giappone degli anni sessanta. Le Olimpiadi del 1964 vennero per la prima volta tenute nel Giappone del secondo dopoguerra e rappresentarono uno sforzo erculeo per il popolo giapponese, in termini di infrastrutture e servizi. Appena nel cinquanta era iniziata la ricostruzione e nonostante le catene di aiuti post-bellici, il paese era un cumulo di macerie insanguinate. Senza citare il (doppio) bombardamento nucleare, ogni città era stata capillarmente devastata e il fulcro della gioventù giapponese era morta in guerra, sia negli attacchi kamikaze che difendendo la costellazione di isole-colonie conquistate negli anni trenta: Filippine, Guam, Isole Marshall, Isole Caroline...

Dì lì a dieci anni, seguì una ricostruzione tanto rapida quanto tecnologicamente fantascientifica. Il boom economico schizzò alle stelle, mentre il paese superava nello slancio della ricostruzione ogni altro concorrente. Né l'Europa né l'America nonostante l'impressionante ricchezza di quegli anni potevano vagamente competere con il nuovo colosso asiatico. Una crescita tanto più impressionante se si considera che a differenza dei paesi occidentali il Giappone continuò pervicacemente a restare paese leader fino agli anni novanta. Opere razziste come "Sol Levante" qualificano bene la paura degli Stati Uniti che un'altra potenza minacciasse il suo primato consumista. Le destre xenofobe europee di quegli anni parlano chiaramente infatti dei maledetti "nani di Tokyo" che detenevano 3/4 del mercato azionario. Negli Stati Uniti si preparava una nuova offensiva: scomparso lo spauracchio comunista, c'era necessità di un nuovo nemico e solo il crollo economico del colosso giapponese (crollo in realtà relativo se comparate ad altre crisi) impedì una nuova campagna diffamatoria. Se al momento l'odio è verso i "maledetti musulmani" e non verso "i maledetti musi gialli" dipende abbondantemente da scelte a priori. D'altronde, non va dimenticato che lo shintoismo rimane una religione pagana, per forza in violento contrasto con la mentalità americana. Ateo o cristiano, fa poca differenza: la mentalità statunitense resta rigidamente monoteista e astorica, con tutto ciò che ne consegue.

Tenendo ciò bene presente, non deve sorprendere che l'articolo preso in esame sia alla fin fine un gustoso confronto tra una mentalità americana razzista, dove il reporter liquida le conquiste giapponesi come pure imitazioni e a contraltare un altrettanto razzista mentalità giapponese, dove le conquiste edilizie e ingegneristiche sono tanto strombazzate da dare l'impressione di un inferiorità in altri campi...
Il meglio lo si raggiunge già nell'introduzione, dove la notizia del boom economico procede di pari passo con un'ostinata enumerazione di dati tecnici:

Il giovane giornalista giapponese sapeva un sacco di cose e non vedeva l'ora di aiutare.“ Tokyo” disse “E' ora la più grande città del mondo – 10 milioni e mezzo di persone”Annuii. “ Sì, lo so. Le guide turistiche lo dicono. Ho preso nota, infatti”Il mio amico girò una pagina del suo libretto d'appunti. “ Tokyo ha ora 8,488 ponti, per lo più di pietra o di cemento,” disse.
“Sono felice di sentirlo,” risposi “La guida turistica non lo diceva. Cos'altro hai nei tuoi appunti?”Il mio amico girò un'altra pagina. “Gli abitanti di Tokyo in una normale giornata” – prese un ampio respiro – “mangiano 6 milioni di libbre di riso, 3.5 milioni di libbre di pesce, leggono 21 diversi giornali, comprano 6 milioni di biglietti del treno, aumentano la popolazione di 460 persone, commettono 641 crimini.” Fece una pausa. “E hanno 25 incendi e tre terremoti.”“Questa non è esattamente una normale giornata per una sola città!” Dissi. Scosse la testa.
“ Tokyo non è una città. Tokyo” S'interruppe alla ricerca della parola giusta – “Tokyo è un'esplosione”.



lunedì 8 settembre 2014

Ufo Robot Goldrake, di Alessandro Montosi



Sono sempre stato molto critico verso gli anni Ottanta e chi li ama, consegnando un duro giudizio specie nell'articolo Vomito ergo sum del primo anno del blog. 
Questo perché ritengo che l'amore verso gli anni Ottanta stia rappresentando per molti un grottesco impasse, che immobilizza la produzione culturale e la costringe alla stanca replica di formule già viste. Non è la nostalgia verso epoche passate che critico, tanto più che studio storia; è piuttosto il nauseante immobilismo di chi ricorda "i bei vecchi anni passati" e li usa come autentico passepartout per rigettare quanto di buono viene pubblicato attualmente. Siano musica, film o fumetti gli anni in cui viviamo sono tutt'altro che brutti periodi, anzi; nelle file Indie spuntano progetti interessanti e non mancano opere ben al di sopra della sufficienza. Una persona con un minimo di discernimento vede chiaramente i molti prodotti culturali che oggi disprezzati un tempo sarebbero stati premiati anche solo per l'eccellente profilo tecnico. E' indubbio che questa mitica cosa chiamata “originalità” cui si dà tanta importanza quanto più è morta da un pezzo, funziona spesso da paraocchi, impedendo di vedere con un minimo di ottimismo quanto viene proposto. Proprio negli anni Ottanta, si fecero molti ottimi remake di film degli anni Cinquanta; ricordiamo brevemente La Cosa e Terrore dallo spazio profondo. Il regista era il simpatico Carpenter nel primo caso, Philip Kaufman nel secondo. Dunque non proprio gli ultimi incompetenti. Si tratta di pellicole che coniugano bene il tema orrifico nato nella Guerra fredda con il nuovo pessimismo della "cura dimagrante" Thatcheriana e Raeganiana. Il grigiore di queste pellicole è un grigiore sociale e incastona l'elemento sovrannaturale molto meglio di quanto facesse l'ottimismo della Golden Age.
Si tratta di remake! Remake che oggigiorno verrebbero azzoppati e ricoperti d'insulti ancora prima che esca non il film, ma il teaser trailer! Nei tanto osannati anni Ottanta i remake c'erano, eccome. Con buona pace dell'aura di “originalità” che si vorrebbe loro appioppare.


Quindi è stato con malcelato pregiudizio che mi sono accostato a questo "Ufo Robot Goldrake: Storia di un'eroe nell'Italia degli anni Ottanta", di Alessandro Montosi.
Anni Ottanta? 
Ufo Robot? 
Rischiavamo parecchio. 
Tuttavia, fin dall'inizio della lettura, mi sono dovuto ricredere.

Innanzitutto, Ufo Robot si colloca a fine anni Settanta, inizio anni Ottanta. 
Siamo dunque all'inizio di questa "magica" era che gli appassionati vorrebbero rivivere. 
Secondariamente, Montosi non pecca di arroganza a chiamare saggio universitario la sua opera; fin dall'inizio chiaro e conciso, riesce a fornire una panoramica generale della serie senza sfociare nella parlantina fine a sé stessa, o nella strizzata d'occhio del fan. La passione per l'argomento si sente, questo è indubbio. Ma non abbiamo qui un libro di memorie mascherato da saggino per la laurea, oppure quelle noiosissime carrellate di riferimenti meta-nerd che massaggiano il membro di chi "negli anni ottanta ha vissuto per davvero" (qualunque cosa questa espressione voglia dire!).

Giunto in Italia la sera del 4 aprile 1978 sul secondo Programma della Rai (Attuale Rai2) Atlas Ufo Robot diede la stura all'invasione nipponica sugli schermi televisivi, dando una sana concorrenza al non sense del cartone animato Disneyano, avulso dal realismo e dalla costruzione di storie complesse. C'era già stata come anime, è vero, Heidi, che per quanto sembri strano, rappresentava all'epoca un autentica rivoluzione, nell'ambito dei cartoni per bambini. Goldrake, dalla leva dell'innocente Heidi giunse a scalzare totalmente l'avversario occidentale presentando verso fine anni Settanta un ritmo e un'accuratezza di Worldbuilding cui non si poteva, più che sperare, nemmeno proprio immaginare.

Il nome originale di Goldrake è Ufo Robot Grendizer, e coincide in realtà con il terzo capitolo della serie animata Mazinsaga, che parte con Mazinga Z e prosegue con Il Grande Mazinga.

Go Nagai presenta Mazinga Z fin dall'inizio come un robot realistico, nel senso che anziché onnipotente Dio, ha bisogno di essere aggiornato e riparato per combattere contro i suoi sempre più agguerriti antagonisti. Non costituisce dunque il classico oggetto magico e invisibile delle fiabe occidentali, ma piuttosto una macchina, che come un'auto dev'essere oliata e aggiustata. E' una caratteristica di questa prima serie evidente nel modo con cui le "ali" di Mazinga vengono contestualizzate sia dal punto di vista della "meccanica" che narrativamente parlando.

Conclusi con successo i 92 episodi della serie, parte immediatamente Il Grande Mazinga (Gureto Majinga). A differenza del supereroe americano, soggetto a uno sfibrante riciclo di costumi e idee, nell'anime giapponese raramente avviene il riutilizzo di un personaggio; nel nostro caso Mazinga Z è tecnologia sorpassata e il ruolo di protagonista passa a Il Grande Mazinga. Il protagonista Tetsuya Tsurugi era inoltre già comparso nell'anime di Mazinga Z, nell'ultimo capitolo: è un caso da manuale sia di spin off che di serialità: il nuovo robot è migliore del precedente (da cui Grande!) sia mantiene un forte rapporto di continuità narrativa colla serie precedente, trasformandone uno dei personaggi secondari in protagonista. Attualmente è cosa di tutti i giorni; all'epoca era una mossa tutt'altro che banale.

Curioso come sia in Giappone che in America la frustrazione dall'essere imbottigliati nel traffico instradi (è proprio il caso di dirlo!) verso improvvisi lampi di genialità: Go Nagai ebbe la prima intuizione per Mazinga Z in un ingorgo a Tokyo, mentre sempre negli stessi anni Alan McNeil partoriva Berzerk, violentissimo videogioco a scorrimento dell'epoca, dopo essere rimasto bloccato per ore in coda verso Chicago.

Ero così esasperato che avrei voluto avere un cannone laser per uscire dall'ingorgo

Se volete diventare famosi, compratevi dunque un'auto di seconda mano del dopoguerra e ficcatevi nella più lunga e frustrante coda di automobili che riuscite a immaginare. Se fa caldo e siete programmatori o disegnatori dilettanti, le chances aumentano! 


Goldrake su Tv Sorrisi e canzoni! :-D

Al di là della genesi nipponica, quanto interessa il testo è Goldrake, dunque l'Ufo Robot Grendizer. 
E' a questo punto del saggio che Montosi analizza il passaggio dal doppiaggio francese al doppiaggio italiano. E' un passaggio fondamentale.
Sia in Francia che in Italia è impressionante analizzare quanto la trasposizione di Ufo Robot si debba in realtà a una manciata scarsa di arditi, avversati in ogni modo sia da chi temeva un flop commerciale, sia dai conservatori meno tolleranti verso produzioni diverse dal made in Usa.

In Francia è Jacques Canestrier a svolgere un ruolo fondamentale.
La scelta di Ufo Robot è in stretta correlazione con due diversi fattori, l'uno culturale, l'altro economico. L'anime avrebbe permesso di variare il programma aggiungendovi un genere completamente inedito, quello della fantascienza avventurosa. 
Contemporaneamente, trasmettere un cartone animato nipponico costava diecimila franchi al minuto, trasmetterne uno francese, quarantamila. Una differenza di soldi non da poco.
Canestrier incontra la consueta xenofobia venata di buonismo, da chi lo boccia semplicemente perché non-disneyano a chi reputa troppo patriottica la sigla d'inizio Le prince de l'espace. Quel genere d'ipocrisia di chi poi ha come inno nazionale sanguinari versi come "Marciamo! Marciamo! Che un sangue impuro imbeva i nostri solchi! (sic!)" Ahh, la rivoluzione francese! <3 <3
Canestrier alla fine la spunta. 
Avendo puntato tutto su Atlas Ufo Robot, si vuole ridurre i rischi al minimo; il team francese attua così una radicale pulizia dell'anime. Si tagliano tutti i riferimenti alla cultura giapponese e considerando che ambientarla in Francia sarebbe stato impossibile, si sceglie di collocare le vicende in un "limbo" imprecisato, pur di nascondere che l'anime è ovviamente ambientato in Giappone.
Ogni ideogramma viene tagliato dalla pellicola, e lavorando di forbice si ottengono invece siparietti cattolici, dove i personaggi pregano tutti assieme o ringraziano Dio.
Il cambiamento maggiore, tuttavia, è nei nomi. E' indubbio che il cast francese abbia stavolta svolto un lavoro particolarmente raffinato: ogni nome, come sapranno sicuramente i fan, deriva da un astro, o dalla mitologia. Duke Fleed diventa così Actarus, dalla stella rossa Arcturus, la più luminosa della costellazione del Pastore. Actaurs è così il messia, un nuovo Gesù che deve proteggere il suo vasto gregge, l'umanità, appunto. Contemporaneamente, Actarus dall'episodio 30 comincia a soffrire un'inguaribile ferita al braccio, che ricorda le stigmate. Non a caso, Arcturus è una stella rossa, dunque morente. Il lavoro diventa tanto certosino che persino i più piccoli nemici vengono “adattati”: i dischi mostro privi di un pilota si chiamano Golgoth, dal Golgota cristiano. Anche attraverso il doppiaggio, questi mostri sembrano voler portare sofferenza e dolore.
Prima dell'uscita nessun adulto tranne gli arditi scommette su questa serie animata.
Poi, come sempre succede quando il prodotto è buono e la storia avvincente, parte il successo.
Il fenomeno, rapidamente di massa, ai contemporanei "adulti" doveva sembrare senza dubbio straniante. Delle citazioni che riporta Montosi, questa è tra le più gustose:

Dal primo mese, tutti i bambini e gli adolescenti francesi riconobbero in lui il loro nuovo Messia Protettore. Dal secondo mese, tutti gli eroi che avevano fatto sognare le quattro generazioni precedenti caddero nel dimenticatoio. Dal terzo mese, l'indice di ascolto della rete televisiva rivale, in quella fascia oraria, precipitò allo 0%. Dal quarto mese, i genitori ebbero l'impressione di essere scomparsi dalla sfera affettiva dei loro bambini. Dal quinto mese (per fare buon viso a cattiva sorte) i genitori cominciarono ad affannarsi per comprare la riproduzione di Goldorak... Al punto che, venticinque giorni prima delle feste natalizie, i negozi furono al limite delle loro scorte. Ci si iscriveva nelle liste d'attesa e, se si avevano dei contatti, si tentava di cercarlo al mercato nero. Una cosa inaudita! La Signora Coquelin, responsabile delle vendite dei diritti di sfruttamento commerciale di Antenne 2, non ha mai visto niente di simile in quindici anni di lavoro: dall'inizio del mese di dicembre 400000 dischi, 150000 poster, 300000 copie del periodico a fumetti, delle caramelle, delle liquirizie, delle sedie a sdraio, dei bicchieri, delle maschere, dei puzzle, dei vestiti... ogni cosa in cui è raffigurato Goldorak va a ruba. Quanto al gioco rappresentante il "Dio" … una follia. La società Mattel che lo fabbrica è stata sommersa di richieste... In alcuni grandi magazzini si assumono dei commessi unicamente destinati a rispondere: << Per Goldorak, bisogna attendere >>. Stesso successo in Spagna (in realtà, in Spagna, il Robot che ottiene un successo strepitoso è Mazinga Z, n.d.a.), in Italia, in Belgio e in Canada dove una squadra professionale di calcio ha scelto di chiamarsi Goldorak. (…) Una follia, vi dico, un uragano, un tifone.

Come sempre avviene, grandi fenomeni attirano grandi critiche.
Nei tempi di Internet 2.0, questo è un fenomeno tanto ricorrente da non suscitare neppure meraviglia. Tre critici su cinque non aspirano veramente a demolire il film/fumetto/videogioco in questione, piuttosto vogliono conquistarne una fetta di fama, reclamare un po' di celebrità alzando a volumi esagerati il volume della critica. La cara, vecchia polemica.
Con il successo di Goldrake, pardon Goldorak, piovono le critiche.
Accademici. Professorini. Giornalisti-scarafaggi, maestre, psicologhe dell'infanzia, sociologi e filosofi. Montosi svolge un buon lavoro a smontare le diverse critiche, motivate oltre che dalla già citata fame di gloria, da un letale cocktail d'ignoranza e xenofobia. Metodicamente smontati compaiono sia il saggio "A cinque anni con Goldorak" di Lilliane Lurcat, sia “Un'estetica industriale” di Jacques Aumont. Testi pionieri di un atteggiamento, anche italiano, di buonismo lancinante e disprezzo piccolo-borghese. Non smette mai di colpirmi quanto questi esperti dell'infanzia, che dovrebbero essere i primi a valorizzare il bambino, lo ritengano invece un mezzo idiota incapace di gusti propri. Un bambino dell'elementare diventa così un demente, un bambolotto che assorbe il medium incondizionatamente. La cura ovviamente è il ritornello assurdo dell'aria aperta, di quel "limbo primitivo" di girotondi sui prati, nascondino e allegre scampagnate dentro una natura buona&incontaminata mai esistita. Nessuno mai che si chieda cosa ne pensa invece il bambino! Tant'è; le polemiche che accompagnarono Goldorak saranno destinate a ripetersi con i Pokemon, con i videogiochi (Gta, Mafia, ecc), con Facebook, con Dragonball... Conta ergersi a cavaliere del bene; poco importa se dopo con la tua armatura di polemiche e saggini universitari fai più male che bene...
Un esempio di come questo rigurgito continui a ripetersi, è l'inconsistente video dello Youtuber Croix89 che, sebbene geniale nel montaggio, riprende il razzismo xenofobo che America in testa si vomita contro l'Estremo Oriente dagli anni Cinquanta in poi. 



Mentre Goldorak viene bombardato di prodotti promozionali e polemiche in Francia, qui in Italia si valuta se acquistare Ufo Robot per trasmetterlo in televisione.
Se Canestrier è l'ardito della Francia, Nicoletta Artom è l'ardita in Italia.
E' Nicoletta Artom a “scoprire” la serie dal suo adattamento in Francia, rimanendo colpita dalla qualità dell'impianto tecnico-artistico.
E' Nicoletta Artom a premere perché la serie venga trasmessa in televisione, secondo paese europeo a importare un prodotto nipponico, totalmente inedito per l'epoca.
E' Nicoletta Artom a difendere Ufo Robot Goldrake nel peggio del maccartismo, quando la serie verrà accusata dalle solite cricche di reazionari sociologi e psicologi, senza dimenticare la consueta cloaca del giornalismo. Una posizione controcorrente all'epoca, che le costerà carriera e lavoro.

Sergio, ho visto dei cartoni animati giapponesi... Incredibili... Una cosa nuovissima... Mai vista... Non si può dire nemmeno che siano di fantascienza! E' un mondo di robot, pilotati da esseri umani. Che si trasformano. Volano. Uomini che diventano macchine... Si dividono in due...
Nicoletta Artom (responsabile dei programmi per ragazzi della Rai nel 1978).

L'adattamento dal francese all'italiano dev'essere completato in tempi brevissimi e italianizza le scelte già compiute in Francia, con qualche eccezione. La più interessante è forse il nome stesso Goldrake, dal "Goldorak" francese. S'ignora dove sia spuntato fuori. C'è chi punta a una fusione tra Goldfinger e Mandrake, chi preferisce riferirsi all'elemento “dragonesco”, il “drago d'oro” che voleva richiamare l'Estremo oriente cui veniva. Forse. E' difficile stabilire il perché della traduzione, senza dubbio azzeccato colpo di genio.
Il doppiaggio supera in maestria quanto fatto dai francesi. Sia nella fedeltà della trasposizione, che mantiene ideogrammi e riferimenti al Giappone, sia nell'uso di attori teatrali di lunga esperienza. Largo spazio nell'opera di Montosi è giustamente riservata alla voce di Actarus/Goldrake, mirabilmente impersonata da Romano Malaspina.
Come in Francia, l'anime è attorniato prima della definitiva messa in onda da uno palpabile scetticismo. Il fenomeno Goldrake tuttavia dopo aver digerito la Francia, attraversa le Alpi.
La cura psicologica (per l'epoca) dei personaggi, il meccanismo della serialità, la fascia oraria serale e il passaparola alle scuole generano a tutti gli effetti un fenomeno di massa. Quanto sfugge a chi lo critica, è che per la prima volta abbiamo un cartone animato che segue una vera sceneggiatura, con tanto di colpi di scena senza limitarsi al far ridere. Un altro aspetto curioso, che osserva Montosi, è il confronto tra i personaggi femminili in Ufo Robot Goldrake e Superman. Nell'uomo d'acciaio americano, Lois Lane, la segretaria, è una bambola utile solo per mostrare la stupidità femminile a confronto col potente ingegno di Superman. Sia nei fumetti che nei cartoni, è un personaggio passivo, oltre che piatto caratterialmente. In Ufo Robot Goldrake, al contrario, Venusia e Maria evolvono in personaggi femminili, se non a tutto tondo quantomeno indipendenti, che partecipano con ruolo attivo nelle battaglie robotiche. 

Come venivano demolite le critiche francesi, così Montosi smonta quelle italiane.
Sottolineerei in particolare due piccoli aspetti su cui spesso si continua a battere in fatto di anime: i guadagni dei cartoni giapponesi all'estero e la questione degli "occhi giganti".
Spesso oggigiorno si sottolinea come l'anime sia un genere pianificato a tavolino per la massa, un mondo alternativo lontano dalla realtà e costruito appositamente per soddisfare tutti, che siano cinesi, africani o americani. Gli "occhi grandi", i vestiti appariscenti, le trame piene di cliché servono a piacere a tutti, a sfondare ovunque sul botteghino. Gli anime sarebbero insomma un freddo prodotto commerciale escogitato per vendere, vendere il più possibile. Ci sarebbe anche un fondo di verità in queste affermazioni, anche se maliziosamente le attribuirei più alle attuali produzioni Marvelliane statunitensi che agli anime!

Uno stralcio di un'intervista di Colpi a Huramoto in tal senso è rivelatrice:


Colpi: Quando vendete una serie all'estero, quanto ottenete in diritti dalla ditta che la distribuisce?
Huramoto: 6 o 8%, giù di lì...
E la vendita all'estero dei vostri prodotti, che percentuali occupa nel totale delle entrate di una serie?
Dubito che raggiunga il 10%. D'altronde, noi produciamo solo per il mercato giapponese. Se poi la serie va all'estero, tanto meglio.
Vuol dire che proprio non vi interessa fare serie che vendano bene all'estero? –
Per il mercato estero, di solito, prima mandiamo la serie in Francia. S va bene in Francia, la passiamo anche in Italia e in altri paesi. Però, quando ideiamo una serie, all'estero proprio non ci pensiamo. Almeno fino a poco tempo fa... (intervista del 1991).

L'intervista non è di fine anni settanta. E' degli anni Novanta! (Relativamente) vicina a noi.
Eppure Huramoto rimarca continuamente quanto poco gliene freghi di esportare il prodotto fuori dai confini nazionali. Dieci per cento sono percentuali microscopiche. Tutt'ora gli Otaku guardano gli anime scaricati e coi sottotitoli, rigorosamente in originale. L'eventualità che il prodotto venga doppiato o generi vendite all'estero è persino più scarsa di vent'anni fa.
Eppure, l'azione diffamatoria continua, implacabile: gli anime sono prodotti il più possibile generici, rivolti a tutti.
Un discorso simile vale per le dimensioni degli occhi.
Per il periodo preso in esame, gli occhi giganti non servivano per "mascherare un senso d'inferiorità giapponese" né per accattivarsi gli spettatori. Al contrario, rispondevano a un'esigenza squisitamente pragmatica: quando Actarus ha tutto il volto coperto dalla maschera, risaltano solo le pupille e solo attraverso quelle è possibile esprimere emozioni. E' innanzitutto un mezzo stilistico.

Tuttavia, tra la critica e la difesa dalla critica, la prima vince sempre.
Nella primavera del 1980, solo Nicoletta Artom, e pochi sparuti sostenitori emergono in difesa di Goldrake. L'Artom riassume meglio del sottoscritto le mie confuse opinioni su come trattare i bambini:


In realtà i bambini tutti questi problemi non se li pongono. Loro accettano o rifiutano i programmi secondo i loro gusti, a volte dimostrandosi più adulti e più "ragionevoli" di coloro che vogliono o possono amministrare i loro spettacoli. (…) Fiducia nei bambini, invece. Sono intelligenti.
(Nicoletta Artom, “Chi ha paura di Goldrake cattivo?”, TV Sorrisi e canzoni).

La dissertazione sulle polemiche della serie non costituisce il nucleo del libro di Montosi, ma senza dubbio occupa un bel po' di spazio. La ragione è evidente nella grande disponibilità di materiali che è rimasta; settimanali e quotidiani, sopratutto. Il quadro è a dir poco delirante, tra un'interpellanza parlamentare, esposti pubblici, raccolte di firme fino a culminare nell'accusa che Atlas Ufo Robot sia una serie demoniaca che incita al satanismo.

Topolino è lettura sana, ma Goldrake è il diavolo (da “Il Resto del Carlino”).

E' interessante proporre un parallelismo in questo caso tra i Videogiochi, Atlas Ufo Robot e i Pokemon. Tutti e tre hanno in comune l'essere capi d'accusa, e tutti e tre sono stati soggetti a pesantissime polemiche.
Nel caso dei videogiochi, la morte di Peter Burkowski.
Il buon Peter era un ragazzino con forte cardiopatia, che il 3 aprile 1982 si mise a giocare a Berzerk, picchiaduro a scorrimento già per l'epoca violentemente frenetico. Il caldo, l'emozione: secco sul colpo. Sui giornali, il rapporto del coroner che faceva notare la debolezza del cuore venne ignorata e la polemica si appuntò presto sul malefico videogioco che ne aveva molto teoricamente causato il decesso. La morte di un ragazzo venne a tutti gli effetti pubblicizzata e manipolata dai vecchi media (televisione, radio e giornali) verso i nuovi (i videogiochi). Il semplice elemento umano – un cuore debole – viene totalmente ignorato.
Nel caso di Atlas Ufo Robot la morte di un un bambino, di undici anni, morto per soffocamento.
Un incidente fatale; ma dalla stampa parte un uragano. Quando infatti il bambino muore, indossava una maschera (per di più auto fabbricata!) di Goldrake. La shitstorm desidera così tanto ostracizzare il cartone, che gli eventi, magicamente cambiano: il bambino non muore più per mancanza d'aria, ma addirittura si getta dal balcone! Fatto del tutto inventato, pianificato giornalisticamente a sangue freddo. Ci si chiede con quale coscienza si possa lucrare sulla memoria di un morto, cambiando perfino i fatti pur d'alimentare la crociata xenofoba.
Nel caso dei Pokemon, la morte di un bambino di quattro anni, gettatosi dal balcone mentre ne trasmettevano il cartone. In realtà la storia è poco convincente: non si capì bene perché si fosse gettato o cosa stesse facendo o quale effettivo ruolo giocassero i Pokemon. 
L'aspetto che trovo più inquietante dell'intera faccenda è quanto da piccolo, alle elementari, ricordo distintamente la maestra che raccontava di un bambino che si gettò dal terrazzo perché "credeva di essere un pokemon". E ovviamente le credevamo ciecamente! D'altronde ero già nel periodo di fissa per il fantasy con Elfi&Nani, quindi comprenderete che senza nulla togliere ai Pokemon, la notizia mi confermava nella fede Tolkeniana!
- Peggio per lui - ricordo dicevamo coi compagni, - Noi non siamo mica così stupidi!-.

Verso l'inizio degli anni Novanta Atlas Ufo Robot verrà ritrasmesso in televisione, nel respiro ormai libero dall'attenzione dell'opinione pubblica, rivolta verso nuove e (per loro) più spaventose minacce. La serie in questo riesce nel raro passaggio generazionale, costruendo de facto una continuità a livello d'immaginario. Un fenomeno tutt'altro che consueto, e come conclude Montosi da non sottovalutare nelle sue implicazioni più serie, dall'ecologia – Ufo Robot è nettamente anti-nucleare - al più vasto campo della morale.

Fonti:
Le citazioni videoludiche, da Berzerk al primo morto "per i videogiochi" sono tratte dall'opera
L'innovazione tecnoludica. L'era dei videogiochi simbolici, di Matteo Bittanti.
Dietro permesso di Mr Bit stesso, è stata scannerizzata e resa disponibile gratuitamente. In formato cartaceo la trovate spesso nelle rigatterie e sulla E-Baia.

Sui Pokemon ho fatto riferimento ad Anatomia di Pokemon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione, di Marco Pellitteri.

Per la povera Lois Lane in Superman ho fatto riferimento a Scrivere fumetti e graphic novel, di Peter David, dove l'autore evidenzia bene la sua funzione di vittima del fumetto anni Cinquanta/ Sessanta.