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lunedì 7 settembre 2015

Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, di Mike Davis


Prima di accennare al libro in questione, sono necessarie delle minime cognizioni di climatologia.
Mi scuso con gli esperti, perché sono sicuro che in quanto sto per scrivere vi sono se non delle sciocchezze, degli errori dovuti alla mia ignoranza nel campo.

Mike Davis analizza lo sviluppo di una siccità simultanea nel globo, causata dalla natura attraverso il fenomeno di “El Nino” e dall'Imperialismo occidentale attraverso i dogmi del Libero Mercato applicati in tempi di carestia sia in Africa, che in India, che in Cina, che in Brasile. 
Nello specifico questi periodi di carestia presi in esame vanno dal 1876-79 e dal 1899 al 1902. 
Le colonie risultano l'India Britannica, le Filippine, alcune porzioni dell'Africa, il Vietnam francese e il Brasile economicamente “schiavo” dei banchieri londinesi.
Davis inoltre, analizza la conquista sia inglese che francese esercitata verso l'Africa piegata in ginocchio dalle carestie, e l'atteggiamento della Cina drogata dalla corruzione occidentale e dall'oppio esportato dai narcotrafficanti vittoriani.
In tutti questi casi, c'è un fenomeno naturale che si fonde con un atteggiamento politico liberale per causare quanto Davis ritiene un vero e proprio olocausto verso le fasce più povere della popolazione.

Il fenomeno di El Nino prevede un riscaldamento dell'Oceano equatoriale, che assieme agli alisei funziona da enorme caldaia che smuove radicalmente di posto i sistemi climatici tropicali. 
Per un breve periodo di anni, il Nino a tutti gli effetti getta da una parte all'altra i climi d'interi continenti, ridistribuendoli radicalmente. Nel periodo di devastante siccità del 1876, vaste regioni asiatiche, africane e sudamericane teleconnesse da El Nino subirono un caldo del tutto anomalo.
Chiunque conosca un minimo la geografia dell'India saprà dell'importante ruolo svolto dalla stagione dei monsoni. Niente piogge, niente raccolti. El Nino elimina totalmente i monsoni, rimpiazzandoli con un cielo azzurro quanto la disperazione dei coltivatori. Ancor più grave, nel caso del 1876 la siccità continuò imperterrita senza interruzioni per due anni interi annientando intere fasce della popolazione. Nel frattempo, l'azione di El Nino garantiva piogge abbondanti e un ottimo raccolto in regioni solitamente riarse dell'America del Nord (!).

Nel 1877, mentre El Nino preparava la più devastante siccità che non fosse mai avvenuta in oltre duecento anni, Vittoria era incoronata Regina delle Indie a Bombay.
La rapidità con cui l'intero continente era stato inserito a forza nel sistema mondiale di trasporti&traffici inglese aveva un che' di stupefacente.
Grazie alla manodopera dei coolies indiani, l'uomo bianco aveva steso oltre 20000 miglia di telegrafo, costruito moderne strade ferrate all'europea, insediato la giustizia britannica, steso ponti laddove non c'era che natura selvaggia e ovunque promosso piantagioni intensive per l'esportazione.
Le ferrovie, costruite nel giro di un decennio, coprivano una buona porzione del continente, con 9000 miglia abbondanti di traversine e locomotive scintillanti.

Eppure, la missione civilizzatrice era distorta dalla fame di denaro delle banche e dei mercati londinesi. Una serie d'imprevedibili conseguenze scaturivano dalla modernizzazione indiana.

Le piantagioni di cotone, ad esempio nel Deccan, avevano sostituito le coltivazioni tradizionali di sussistenza, al punto che c'era carenza di cibo ancor prima della venuta di El Nino. La guerra civile americana aveva creato un'improvvisa necessità di cotone, che fino a quel momento era fornito dalle ricche piantagioni negriere del sud degli Stati Uniti. Il mercato globale aveva risposto con cotone egiziano, cinese e sopratutto indiano. Nel momento in cui la guerra finì, questi mercati finirono in bancarotta: l'Egitto non poteva più pagare i suoi debiti con le potenze europee e il contadino del Deccan divenne un contadino povero.

Il ricordo del Grande Ammutinamento a metà secolo era ancora vivo nella mente sia dei colonizzatori che dei colonizzati. Mentre i libri di storia persistono a definirlo il primo fermento di ribellione del popolo indiano, in realtà l'Ammutinamento era il canto del cigno della casta guerriera – una guerra, per così dire, nel nome dell'Ancient Regime indiano. La repressione fu brutale, persino per gli standard inglesi. I prigionieri erano legati ai cannoni e fatti esplodere in nuvole di frattaglie, interi villaggi di contadini vennero impiccati a mo' di rappresaglia. 
La tolleranza della Compagnia delle Indie, che mirava nel Settecento a conciliare tradizione occidentale e orientale, attraverso la figura del monarca illuminato comune a entrambi i popoli, scomparve. L'indologia ridivenne un hobby per appassionati, alla collaborazione con le caste subentrò un razzismo scientifico nel migliore dei casi paternalista. Per la nobiltà inglese, l'Ammutinamento aveva dimostrato l'immaturità del popolo indiano. L'indiano non era più un uomo da “civilizzare”, ma un pigro selvaggio da spremere fino all'ultima goccia. A tutti gli effetti, negli scritti successivi all'Ammutinamento, si avverte negli inglesi in India un handicap psicologico, la paura di un nuovo tradimento dei propri “servi”.

Con il passaggio dell'India alla Corona, la semplificazione amministrativa mirò a obbedire al Liberalismo selvaggio dei mercanti, più che al colonialismo positivista. I villaggi avevano tradizionalmente ampie riserve di grano da utilizzarsi in caso di carestia. Gli inglesi eliminarono queste riserve, preferendo sostituirle con risparmi monetari. 
Si recintarono le foreste, ora di proprietà di Vittoria, ma nella tradizione indù territorio comunitario per i contadini che ne ricavano legna da ardere e piccola selvaggina. Di conseguenza il contadino medio aveva sì del denaro, ma doveva usarlo per acquistare o legna, o grano (entrambi soggetti alle fluttuazioni del mercato!).

Il positivismo inglese privilegiava le ferrovie (e come dargli torto?). 
I territori aridi dell'entroterra indiano, tuttavia, avrebbero avuto bisogno più dell'irrigazione che del vapore. Nel settecento, come in Cina, i vari principati indù avevano creato una complicata rete di canali, serbatoi e recipienti per l'acqua piovana. Il sistema garantiva sempre una costante riserva di acqua. Manco a dirlo, nel 1877 grazie al disinteresse inglese verso tutto ciò che era “indiano”, il sistema era decaduto fino a diventare largamente inutile. L'acqua veniva persa, o avvelenata. Gli agricoltori giunsero a dipendere totalmente dai monsoni.

Strade moderne, ferrovie e telegrafi acuirono inoltre le fluttuazioni del prezzo del grano. Anziché regolarsi sulle necessità dei singoli villaggi, come nel Settecento, gli inglesi imponevano con la forza i prezzi altissimi stabiliti dal “libero” mercato: i contadini se volevano comprarlo, dovevano lavorare di più. Il paragone di Davis delle ferrovie come “volano dei prezzi” rende bene l'idea.



lunedì 9 febbraio 2015

The Black Power Mixtape 1967 – 1975 (documentario)


Mi risulta sempre difficile scrivere di cinema, perchè in questo campo più che in altri avverto una forte mancanza professionale. Internet rigurgita di esperti e recensioni, ma trovare chi, tra questi, ne sappia davvero è un'impresa molto, molto difficile. Ogni canale Youtube contiene un aspirante cinefilo, ogni studente di cinema deve possedere la sua pagina, il suo blogghino di piccole opinioni.
Perfino nell'ambito delle bacheche e dei profili privati tutti, dal vicino di casa al postino, sembrano aver una laurea cum lode nelle più raffinate tecniche cinematografiche. Va da sé, che tolti i paroloni e smascherate certe mode, i veri esperti scompaiono all'improvviso.

Un recensore che sappia davvero recensire dovrebbe avere un set di valori e parametri tecnici cui attenersi, che mescolino abilità oggettive (saper riconoscere le inquadrature, i colori, la regia, gli effetti speciali, saper compiere le necessarie storiografie e cronologie...) e giudizi morali (laddove questa moralità non deve tramutarsi in moralismo, né sopraffare il giudizio tecnico).
E' preferibile leggere una recensione onesta, dove l'autore ammette il suo background culturale e le sue convinzioni, che l'ennesima trita&ritrita analisi pseudoggettiva, dove i pregiudizi del soggetto vengono mascherate da puntigli di carattere tecnico. 
A proposito ad esempio dell'ultimo trailer dei Fantastici Quattro, preferirei che i nerd che si lamentano del cambio di pelle dell'uomo torcia ammettano pacificamente che si tratta di un loro, personale pregiudizio. Lamentarsi della negritudine della Torcia Umana come insopportabile (?) tradimento del canone originale non è essere nerd, è “essere razzista”. 
D'altronde gli stessi recensori che piangono sui Fantastici Quattro hanno accolto con piacere la notizia che Motoko Kusanagi, la protagonista giapponese dell'anime giapponese (e in alcuni punti anti-americano) Ghost in The Shell, verrà interpretata da Scarlett Johansson. Perchè scegliere un'attrice bianca per interpretare un ruolo orientale in un film ambientato nella Tokyo cyberpunk anni novanta è qualcosa che francamente mi sfugge. Tanto più che il resto della squadra della Maggiore è a sua volta giapponese e sempre a sua volta agisce nelle tradizioni e nei costumi giapponesi. Questa violazione del canone ovviamente è stata accolta con favore, perchè permette di occidentalizzare una trama che altrimenti - poveri ciccioni americani - sarebbe troppo difficile da comprendere.
Un recensore dovrebbe dunque giudicare un film in totale astrazione, sulla base di una serie di parametri fissi che si è posto. In questo modo prescinderebbe sia dalle mode del momento, che giudicano un film a seconda dell'attenzione che vi riserva il pubblico, sia da un certo conservatorismo cinefilo, che automaticamente promuove un film sull'unica base dell'anzianità del regista. Big Eyes di Tim Burton, pellicola da consigliare solo agli insonni, diventa così un capolavoro... non sulla base di argomentazioni oggettive, ma solo perché l'ha girato Tim Burton!
E' dunque preferibile in questi casi leggere le recensioni di chi magari ammette senza problemi la sua ideologia e proprio per questo scrive con chiarezza e senza peli sulla lingua; le recensioni cattoliche di Frozen, o di Avatar sono pungenti, ma se non altro oneste. Sulla base di alcuni valori, si decide di rigettare il film. Tralasciamo che per me Frozen, con il merchandising e con la sua pubblicità esasperata rappresenta il peggio del turbocapitalismo disneyano... (1)

Questi “attrezzi”, questi strumenti per recensire non li possiedo. Non guardo film a sufficienza per poter esprimere giudizi. Quello che posso fare, come in quest'articolo, è segnalare prodotti interessanti, che reputo criminalmente misconosciuti. E pur con questa premessa non voglio scusare mie eventuali gaffe o errori di ricerca, di cui mi scuso fin da subito con gli specialisti dell'argomento, o con chi di cinema ha studiato (buon per lui!).



In questo caso la segnalazione è Black Power Mixtape 1967 – 1975. E' un documentario. Quest'etichetta ovviamente peggiora le cose, perché evoca immediatamente tutte le sensazioni che siamo soliti associare ai documentari: savane, zebre e tigri, noiosi commentari di vecchi bacucchi sugli ecosistemi dell'africa subequatoriale... Il documentario come viene inoltre proposto di solito è associato all'istruzione e prevede un fine didattico che prevarica sul piacere dell'immagine. La tipica cosa che si fa quando si guarda un documentario è fare i compiti per l'ora di lezione successiva o in alternativa starsene a letto con la febbre. Non è questo il caso e vi posso citare almeno altri cinque documentari degli ultimi dieci anni che riscattano il genere sia sul profilo stilistico che contenutistico. In questo caso dunque non abbiamo l'ennesimo lacrimevole documentario sull'Africa nera, ma in un certo senso il collegamento sussiste, perché dal vecchio continente ci spostiamo nel nuovo e sono gli afroamericani degli anni sessanta i protagonisti, mentre il colore nero oscilla dall'esterno dei protagonisti, al nero (dentro) del marciume capitalista che proprio in quegli anni del Vietnam e di Nixon, comincia a rialzare la testa.

lunedì 7 aprile 2014

A caccia di Tigri Reali del Bengala a (quasi) mani nude


Sono contrario alla caccia, ma non certo perché la reputi un'attività particolarmente crudele. 
Diciamo che in tempi di collasso ecologico andarsene in giro per foreste sovraffollate di quei peculiari animali chiamati “vacanzieri”, con una doppietta sulla spalla non evoca immagini di grande eroismo. 
Non ha molto senso impallinare alberi e occasionali lupi smagriti.

Posso però capire il fascino che quest'attività esercitava nei secoli passati. 
Nella Prima Guerra Mondiale gli Imperi centrali conquistarono un'iniziale vantaggio in termini di fucili e mirini di sniper proprio per l'amore della caccia che nutrivano i giovani Junger, dalla mira infallibile allenata a colpire nel folto delle foreste del nord. La caccia era propedeutica alla guerra, un'attività di fianco a tante altre, tanto naturale quanto respirare. 
In campo inglese, la vastità dei territori coloniali, a stento tallonata in terra d'Africa dai successi francesi, garantiva un ampio territorio di safari esotico. Sareste persone terribilmente tristi per considerare “brutta” l'immagine di guerrieri indigeni che scudo e zagaglia in mano “battono” la giungla per stanare la terribile preda che il cacciatore bianco, rossa uniforme in velluto dai ricami d'oro, punta col fucile, con glaciale freddezza.
Uno sbuffo di fumo, un acclamare di lance e urla tribali. E una nuova pelle decora la grande Hall di qualche club londinese, memento di quanto sottile sia il confine tra coraggio e temerarietà.
Bellissima, bellissima scena!
Tigre! Tigre! Divampante fulgore Nelle foreste della notte, Quale fu l'immortale mano o l’occhio Ch'ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria? (cit. Blake)

La tigre di Blake. Non proprio un cucciolo. 
Ovviamente, non esisteva solo l'Africa. In India, il Bengala fu tra le prime zone che venne colonizzato dagli Inglesi nella prima metà del XVIII secolo; l'influenza olandese e portoghese andava scomparendo lasciando ampia rivalità al crescente antagonismo Anglo-Francese.
Verso la metà dell'Ottocento, L'India, più che una colonia inglese era un continente talmente vasto da costituire uno stato inglese a sé, il più eminente gioiello dell'impero Britannico. A questo proposito è interessante notare come nel 1700, per quanto cominci a delinearsi un progetto imperialista, ancora il termine "impero" non è in uso, mentre domina invece il lessico d'età vittoriana...
E ovviamente in questo fiore all'occhiello le prede abbondavano, e su tutte la più ambita era la Tigre mangiauomini...

E' in un contesto di questo genere e con questo spirito d'animo che dobbiamo inserire l'avventura del Luogotentente Colonello Frank Sheffield, che scrisse nel 1902 un piccolo libro che raccontava un suo sfortunato incontro con la Fauna locale del Bengala. 
Il mio principale proposito nello scrivere questo libriccino era di porre a testimonianza scritta una descrizione della mia stupefacente conservazione dalla morte in un incontro causale con una Tigre Reale del Bengala. La mia vita era a tal punto avventurosa a quei tempi. Ho partecipato a diversi grandi safari di vario tipo. Ma quest'episodio, talmente bizzarro in sé, risultò fondamentale per la mia vita in seguito e per il mio carattere; segnò inoltre la fine della mia carriera come cacciatore di grossa taglia.

Il 25 gennaio 1871 il nostro Frank Sheffield scelse di andare a caccia nei pressi di Palaspai, nel Midnapore, uno dei più importanti e ricchi distretti del Bengala britannico. Passò la mattina “a sparare” e sulla via del ritorno ebbe un incontro che difficilmente avrebbe dimenticato a breve.

Il nostro cacciatore, bisogna dirlo, apparteneva la genere degli improvvisatori.
Contrariamente a quanto si pensa, i Kattivi Bianchi Kolonialisti non cacciavano sempre contro il parere degli indigeni, ma spesso erano gli autoctoni stessi del luogo a richiedere cacciagione. In questo caso, un nativo chiese al nostro Sheffield se volesse abbattere una tigre. Sheffield aveva solo un vecchio fucile per la caccia agli uccelli, ma scelse comunque di tentare il colpaccio. Aveva infatti due proiettili esplosivi nella tasca e li sagomò per poterli inserire nel fucile. Era inoltre convinto che la superstiziosa plebe del luogo avesse scambiato un piccolo leopardo per una tigre. Un errore di malafede non indifferente...


lunedì 8 luglio 2013

The Ambassador- Ballare con pigmei ubriachi


Voglio mostrare un'Africa spogliata di Ngo, Bono, bambini soldato e infanti con pance gonfie, mostrarvi piuttosto quel tipo di persone che non vedrete mai nei documentari: uomini d'affari bianchi e diplomatici, i grassi gatti dei centri urbani, tutte quelle persone che nell'Africa Francese post coloniale stanno avendo una bella vita. 
Per mostrare questo versante dell'Africa ho usato il "performative journalism"- invece che mimetizzarmi come una mosca sul muro osservando neutralmente, ho preferito vestire la mia parte e agire come un'agente provocatore. Con tutte le intenzioni di un giornalista di svelare un mondo segreto, sono andato nella Repubblica CentrAfricana come un ricco uomo d'affari con credenziali diplomatiche, approfittando di ogni possibile vantaggio offerto dalla mia posizione (contrabbando di diamanti, abusi di potere...) e diventando così un rispettabile membro del corpo diplomatico. (Tradotto da The Ambassador Official Site)
Nomen Omen, Mad(s) Brugger è pazzo.
Regista di documentari e giornalista danese, riprende in molti aspetti il gonzo journalism, ma scendendo ancora più in profondità, valicando insomma a passo deciso il confine fra teatro e investigazione. 
Autore di un documentario in cui s'infiltrava nella Corea del Nord – Red Chapel- The Ambassador è il suo ultimo lavoro, un documentario piuttosto straniante, in cui dopo aver contrattato con a) Un portoghese b) Un italiano c) Un fiammingo Riesce finalmente a ottenere credenziali false per fingersi un diplomatico della Liberia, e viaggiare dritto nella Central African Republic, con l'ambizioso scopo di fondare una fabbrica di fiammiferi gestita da operai Pigmei per coprire un traffico di diamanti di contrabbando. 

L'operazione svolta in incognito, pericolosissima e condita da toni masochisti è stata esposta nel documentario – The Ambassador - attraverso registrazioni, videocamere nascoste, filmati ufficiali e foto. 
Per esporre la corruzione e la collusione di molte potenze mondiali – Dalla Cina alla Francia, che nella faccenda gioca un ruolo nerissimo- il ruolo di falso diplomatico è infatti perfetto.
Primo, un diplomatico sebbene non maneggi mai soldi, è libero di viaggiare con quanto più desidera, da una semplice valigia con accessori di viaggio a una ventiquattrore gonfia di milioni di dollari. Non può venire fermato, bloccato o inquisito; gode appunta di "immunità diplomatica".
In secondo luogo, dettaglio fondamentale, gran parte dei diplomatici è libera di riprendere e registrare le proprie operazioni, come attestato di buona condotta e successo.
Il risultato, incidentalmente, è perfetto per un documentario d'assalto.